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mercoledì 24 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SOGNATO, MA NON DA NOI 


Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo, 
perché chi più dormiva più sognava. 
E i sogni erano la sola materia di cui era fatto il cosmo. 

Fin dal titolo, questo albo dichiara di porsi in contrasto con la vulgata di valori e credenze che sembrano andare per la maggiore. Nonostante la scienza ribadisca che il sonno sia un momento importantissimo per la costruzione del cervello, siamo culturalmente più propensi a pensarlo come tempo perduto, inattivo, una stasi contraria alla produttività frenetica a cui tutto, nel mondo occidentale, viene ricondotto. Persino l’infanzia. 
Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo è un'affermazione che in primo luogo sconcerta o quanto meno incuriosisce proprio per come pone una distanza con i valori attuali e pervasivi di efficienza e produttività, anteponendogli i sogni, intesi come materiale per la fabbricazione del reale. 


I sonni lunghissimi e potenti di cui qui si narra sono infatti necessari per sognare. E ogni sonno corrisponde a una cosmogonia privata, in cui il mondo esiste internamente, tanto più intero quanto più lungo è il sonno. Alcuni affermano che il signore del creato fosse l’Orso bianco, altri che fosse il Ghiro, re del letargo. Altri ancora attribuiscono la genesi del tutto alla Pecora della Mesopotamia, che non ha mai aperto gli occhi. 
Non l’uomo, quindi, come consueto ideatore di ogni cosa, ma una pluralità di animali, ognuno produttore di materia onirica specifica, ognuno con il proprio verso, in cui è possibile muoversi e incontrarsi. Ed è proprio qui, in questo guazzabuglio, che appare l’uomo. Dopo aver preso forma nel sogno di un gorilla, l’uomo passeggia nei sogni degli altri animali e inizia a produrre i propri suoni, dando forma alla parola e alla seduzione che dal linguaggio deriva. È qui, nel sogno degli animali, che un bel giorno l’uomo si spazientisce, forse per noia, forse intuendo l’esistenza di un altrove. Non ricevendo risposte soddisfacenti, l’uomo urla e il suo urlo interrompe fatalmente il sogno degli altri animali. 


L’enigmatico testo di Massimo D’Anolfi emerge dal complesso ed enciclopedico docu-film Bestiari Erbari Lapidari, di cui Massimo D’Anolfi è regista assieme a Martina Parenti. Si tratta di un'esplorazione in tre atti del regno animale, vegetale e minerale. Mondi accanto ai quali spesso camminiamo senza essere in grado di prenderli interamente in considerazione. Supportato dalle tavole dinamiche e altrettanto evocative di Giulia Pastorino, D’Anolfi si avvicina e ci avvicina a una riflessione sull’interdipendenza tra immaginazione e realtà, definendo la prima come materia primigenia da cui tutto il resto deriverebbe in seconda battuta. 
Viene anche detto in modo chiaro nella dedica: 

Sogno e poesia muovono, malgrado le apparenze, il mondo. Non smettete di crederci e continuate a sognarlo”. 

Si pensa allora all’albo Le terre immaginate (Il libro delle Terre immaginate - L'ippocampo Edizioni), che tanto efficacemente racconta il passaggio dalle concezioni filosofiche delle terre che hanno preceduto le scoperte scientifiche e oggettive; si pensa ai sogni e alle intuizioni che hanno preceduto e precedono la strutturazione di ogni conquista tecnologica; si pensa a quella voce che ci tende come lance fin dall’infanzia e che ci si augura sempre possa trasformarsi e trasformarci in realtà. Si pensa a quel luogo impalpabile collocato all’interno di ognuno, in cui le cose esistono prima di esistere. 
Si pensa anche a come l’immaginazione possa essere invasiva e infestante, tornando al giorno in cui il primo film della saga di Harry Potter si è portato via tutti i singoli maghetti che avevano albergato nella fantasia di ogni singolo lettore; si pensa a come ogni sogno strappato al sonno e condotto nel reale comporti la perdita di tutti gli altri, ridefinendo il contorno sfumato di concezioni mai del tutto coincidenti, dotandole magari di nomi, struttura, consistenza. 
Perché questo accadde, quando l’uomo uscì dai sogni iniziando a vivere con gli occhi aperti:

...il mondo smise di esistere per come lo avevano sognato la Tigre, la Volpe, la Zebra, la Giraffa, il Rinoceronte l’Ippopotamo, il Gufo, l’Orso, il Cavallo, il Cane, l’Elefante, il Maiale, l’Aquila, la Formica, la Balena e tutti gli altri animali…


Molti sono i ribaltamenti messi in atto nell’albo per questionare se non addirittura scardinare il pensiero comune che l’umano sia il solo a sognare e che solo per questo abbia il predominio anche nell’immaginazione. Del sonno abbiamo già detto, ma che dire degli animali come creatori, oppure del fatto che l’uomo non sia scaturigine di invenzione e invenzioni ma anello di un processo onirico sognato dal gorilla? Pure aprire gli occhi viene inteso come una soglia oltre la quale avviene la perdita di innumerevoli mondi interiori. Questo è il costo del risveglio: una realtà che appare più oscura del sogno stesso.


Cambiare prospettiva, conferire dignità a sogni di cui nulla si conosce e con cui è impossibile interferire, percepire come reali tutti i mondi potenziali ancora senza collocazione: questa pare essere l’unica strada per poter sperare in qualcosa di non ancora conosciuto. Tornare a sognare diventa nell’albo un atto di ribellione silenzioso e necessario, l’unica alternativa alla vera morte per tutti gli animali sconosciuti e senza nome. E forse questo è il dono misterioso e controcorrente che viene condotto al termine dell’albo: l’esortazione ad abbandonare il controllo esclusivo di quello spazio futuro che è deputato alla visione. E se gli animali non ancora nomenclati sono per l’autore gli insetti e in generale quelle parti dei regni naturali che non sono state sufficientemente esplorate, si intravede per chi legge la possibilità di confidare in quelle categorie subalterne, fortunosamente ai margini della visione precisa e cosciente dell’uomo, per la nascita di qualcosa di nuovo. 
Un sogno non ancora sognato, oppure sognato, ma non da noi…


Giorgia

“Un tempo il mondo era di chi dormiva più a lungo”, Massimo D’Anolfi, Giulia Pastorino, Terre di Mezzo 2026 
“Bestiari Erbari Lapidari” regia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, 2024 
“Il libro delle terre immaginate”, Guillaume Duprat, L’ippocampo 2012

mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

lunedì 14 ottobre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

"FARE" ARTE


Il libro si apre con una grande verità: “Quelli che non vogliono imitare qualcosa, non producono nulla.” E questo lo ha detto Salvador Dalì. 
Nella stessa introduzione Joséphine Seblon, che di formazione è una storica dell'arte, dopo aver sdoganato il fatto che imitare in campo artistico non sia reato, spiega quale sia stata la molla che le ha fatto venire questa bella idea che poi è diventata libro. E che con l'imitazione, ovviamente, ha molto a che fare. 
Due bambini piccoli da un lato, i suoi figli, e dall'altro la sua voglia di appassionarli a ciò che appassiona tanto anche lei: l'arte, o per meglio dire la storia dell'arte. Come la capisco... 


Il colpo da maestra sta nel fatto che lei sia stata capace di legare per bene il fare al conoscere. Nonostante ogni doppia pagina parta da una opera d'arte, ciò nonostante credo che è nella parte operativa che i ragazzini dai cinque anni troveranno il primo gancio di interesse. Per poi, una volta acchiappata la loro attenzione, portarli a conoscere opere d'arte delle epoca passate, quindi artisti moderni e infine contemporanei.


Come funziona il libro è subito molto chiaro (altro pregio dell'operazione). 
Due doppie pagine consecutive dedicate a singole opere d'arte, ordinate cronologicamente. Nella prima delle due c'è il punto di partenza, in verità di arrivo, dell'intero processo, ossia la creazione che diventa modello per fare qualcosa che sia a essa connessa. 
Sulla pagina di sinistra si parte con gli "stencil preistorici" e c'è l'immagine della celebre pittura rupestre di Pech-Merle in Francia: i due cavalli maculati, con il manto a macchie di leopardo, considerati uno dei più antichi esempi di espressione artistica, risalente al Neolitico, ossia 25.000 anni fa. Al di sotto della fotografia si leggono poche righe che sono breve informativa sulla storia di quell'opera, la tecnica usata e poco altro. Quindi segue un boxino che rivolge alcune domande ai lettori-osservatori (cosa vedi disegnato sul muro? vedi delle mani?) Già nella pagina accanto si vanno a fare cose: lista dei materiali occorrenti e poi, nella doppia pagina successiva, si impara a fare uno stencil, ossia una tecnica molto affine a quella usata dagli artisti preistorici. 
Le istruzioni sono ordinate secondo numerazione e per ogni opera d'arte principale richiesta ai bambini, ce n'è sempre una seconda - di riserva e riportata in un boxino dal titolo Prova anche questo! - nel caso funesto, con la prima qualcosa sia andato storto, oppure il desiderio di non smettere sia più forte di quello di finirla lì. E così il cerchio si chiude. 


Il senso di tutto è partito da un manufatto artistico e si chiude con un altro manufatto artistico, a suo modo. Lo schema è sempre lo stesso: per le pitture cinesi, per le vetrate delle cattedrali gotiche, per le maschere azteche e via andare. 
Due sono i principali grandi pregi di un libro concepito così. 
Il primo, lo abbiamo già in qualche modo anticipato: il dover essere operativi fin da subito. Conoscere attraverso il fare.
Pur dando la precedenza all'opera d'arte in sé che rappresenta, almeno in apparenza, la scintilla che accende tutto il resto. 
Il secondo è più sottile, ma con il primo ha molto a che fare. Mi sto riferendo alla scelta delle opere d'arte che ha fatto Joséphine Seblon. 
Una scelta originale, ma del tutto funzionale e propedeutica all'aspetto "laboratoriale" del libro. Ovviamente compaiono i giganti, da Pollock a Matisse, ma ci sono anche Anni Albers, artista del Bauhaus, o Barbara Hepworth (l'aspetto laboratoriale relativo alla sua scultura richiede la lavorazione di una saponetta che poi potrebbe lentamente dissolversi, lavaggio dopo lavaggio) o le istallazioni temporanee di Hélio Hoiticica o quelle di Christo e Jeanne-Claude sul lago di Iseo, fino ai pois di Yayoi Kusama. 


Questo è per dire che il suo repertorio di artisti, o per meglio dire, di opere d'arte è davvero molto interessante perché spalanca orizzonti ben più ampi rispetto a quelli consueti di libri del genere. 
Nella squadra che ha lavorato per la realizzazione del libro c'è anche Robert Sae-Heng che come artista, oltre che illustratore, dà il suo utile contributo. Accompagna con la dovuta discrezione, viste le molte cose diverse che devono convivere sulla pagina, con disegni molto connessi al testo. E così punteggia le pagine senza lasciare troppi spazi inespressi. 
Penultima considerazione: se da un lato è molto convincente la scelta di fotografare le opere d'arte in corso di realizzazione da parte di bambini veri (si vedono fotografate dall'alto manine e braccia imbrattate il giusto nell'atto della creazione, o altrimenti ritratte mentre scrivono o sistemano vasetti di piantine o incollano o spennellano), o addirittura compaiono fotografate nella loro completezza, un po' meno convincenti sono per esempio le silhouette di mammut o altre "perfezioni" da adulti che mettono da parte il meraviglioso stortignaccolo che i bambini sanno fare così bene: Picasso rules! 


Ultima considerazione: sarebbe stato bello se Robert Sae-Heng nella copertina non avesse usato come lettering per il titolo ogni possibile utensile (se ne capisce il senso, ciò nonostante... Chiedo scusa, ma è una mia idiosincrasia che non so curare) e se l'editore britannico avesse concepito un sottotitolo che non contenesse, anch'esso, la parola artista che è già nel titolo... 
Ma sono inezie. Il libro rimane bello.

Carla

"Tutti artisti. 20 progetti ispirati ai grandi artisti", Joséphine Seblon, Robert Sae-Heng (trad. Elisabetta Gnecchi Ruscone), Babalibri 2024 


lunedì 6 maggio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ARTE DI ANDARE IN PEZZI


A chi non è capitato di trovarsi, in alcuni momenti della propria vita, di fronte ai frammenti delle proprie certezze per un lutto, una separazione, un brusco cambiamento di orizzonti?
Questo tipo di passaggi di vita, particolarmente difficili, accomuna tre ragazzi che frequentano la stessa scuola in una cittadina della Pennsylvania. Di questo parla il romanzo di Paul Acampora, ‘L’arte di andare in pezzi’, tradotto da Aurelia Martelli e pubblicato da Edt Giralalngolo.
Dunque, i personaggi: il primo, Oscar, è una promessa della squadra di football della scuola; ha perso da poco la sorella più piccola, Carmen, e non riesce, come è giusto che sia, a farsene una ragione. Poi c’è Noah, un ragazzino cresciuto fino a quel momento con la homeschooling; figlio di due artisti, è stritolato dalla loro recente separazione. Infine, Riley, una ragazzina fuggita con la madre da Philadelphia, dove hanno subito una rapina, per ritornare nel luogo dell’infanzia materno, distante anni luce dalla vita brillante, e pericolosa, di una metropoli.
Frequentano tutti e tre il corso di modellazione dell’argilla, con risultati molto diversi: Noah, figlio di ceramisti, è quasi un professionista; Oscar ce la mette tutta, Riley è proprio una frana.
Ma, ed è questo il filo conduttore della storia, essere amici, magari quasi per caso, significa sostenersi e aiutarsi nelle piccole e grandi cose: imparare a modellare in modo decente, resistere alla terribile notizia che non si potrà più scendere in campo, combattere contro i fantasmi del passato.
Seguiamo le storie dei tre ragazzi, che ci raccontano in prima persona, alternandosi di capitolo in capitolo, quanto gli avviene quotidianamente a scuola e a casa, spesso vivendo la stessa scena da punti di vista differenti.
La frequenza al corso di modellazione costituisce un po’ il filo conduttore che unisce i vari passaggi nelle vite dei tre amici e fornisce lo spunto per una metafora neanche troppo nascosta: come nelle tecniche giapponesi dei raiku e del kintsugi, che si fondano proprio sulla valorizzazione delle imperfezioni, delle fratture, sulla capacità di mettere insieme, in modo esteticamente impeccabile, i pezzi di un elemento apparentemente rotto; nello stesso modo, secondo l’autore, l’arte della sopravvivenza consiste proprio dal rimettere insieme i pezzi che un trauma ha disperso, ben sapendo che quella ferita non scomparirà.
Tutto questo i nostri personaggi non lo sanno, sono quattordicenni alle prese con una vita difficile; ma, questo è quanto ci racconta il romanzo, insieme riusciranno a rimettere insieme i pezzi delle loro vite e ad andare avanti.
Certo, il messaggio è espresso anche troppo chiaramente, ma questo romanzo ha diversi pregi: in primo luogo l’ironia, che pervade il racconto e alleggerisce le situazioni, di per sé drammatiche. In secondo luogo, la credibilità dei personaggi minori, lo zio prete, le mamme di Riley e di Noah, il coach, l’insegnante di modellazione: nella loro fragile umanità, sono ritratti di adulti imperfetti, ma non assenti.
Infine mi sembra appropriata la metafora della modellazione, con i riferimenti all’interessante estetica giapponese. Così come il richiamo al potere salvifico dell’amicizia, di cui ragazze e ragazzi hanno tanto bisogno.
Lo stile scorrevole e il ritmo sostenuto rendono la lettura adatta a ragazzi e ragazze a partire dai dodici anni.

Eleonora

“L’arte di andare in pezzi”, P. Acampora, trad. A. Martelli, Edt Giralangolo 2024

NOTERELLA AL MARGINE
Una piccolo nota sulla traduzione: viene usato sistematicamente il termine ‘modellaggio’, invece di modellazione. Mi sfugge la motivazione o la particolare interpretazione.


lunedì 18 marzo 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

ROSSO


Preceduto da ‘Blu’, è in libreria da pochi mesi ‘Rosso’, scritto ed illustrato da Cristiana Valentini e pubblicato da Editoriale Scienza.
Il libro esprime un approccio multidisciplinare al tema della storia dei colori: c’è una spiegazione squisitamente tecnica, ma per niente noiosa, che racconta l’evoluzione dei pigmenti utilizzati per realizzare il colore, c’è la storia della simbologia legata al suo uso, c’è qualche accenno di storia dell’arte.
Il ‘rosso’, nella forma delle terre argillose, è il primo colore utilizzato nella preistoria e rappresenta una costante nello sviluppo delle civiltà: spesso simbolo di potere, o di fortuna e prosperità, è arrivato fino ai giorni nostri, acquisendo valore politico, simbolo delle rivoluzioni socialiste, o commerciale, trasformando il Babbo Natale dai molti colori nell’omone vestito di rosso, grazie a una pubblicità degli anni ‘30.
Oltre a un approccio storico, e antropologico, è molto interessante il racconto dell’evoluzione dei pigmenti utilizzati nella produzione delle diverse sfumature di rosso: dal cremisi, o scarlatto, prodotto dai Greci e dai Romani a partire dalla femmina di cocciniglia, al porpora, sempre di derivazione animale, usato dai fenici, al rosso carminio, derivato dalla lavorazione delle uova di cocciniglia, tipica del Messico, al cinabro, o vermiglione, pigmento di origine minerale usato da Cinesi, Greci e Romani. Fino ad arrivare alla rivoluzione della chimica, che nell’Ottocento ha consentito di produrre svariati pigmenti di sintesi.
Al ‘rosso’ sono state attribuite valenze diverse: simbolo di potere e di status, colore augurale in Oriente, è stato in realtà anche associato al male, all’inferno con le sue fiamme.
L’autrice utilizza una sequenza di doppie pagine che esauriscono ciascuna un argomento, collocando il testo, stampato a caratteri di diversa dimensione, all’interno della grande tavola che lo ospita. Nonostante la terminologia sia precisa e in parte specialistica, non si intravedono particolari difficoltà di lettura, tutto viene spiegato in modo chiaro e lineare. Lettrici e lettori più piccoli possono divertirsi nello scoprire usi e costumi delle diverse epoche storiche, i più grandi possono approfondire anche gli aspetti tecnici. Non guasta, in ciascuna tavola, la presenza di un discreto cerca-trova, che invita lettrici e lettori a guardare con attenzione le immagini.
Pensato per curiosi appassionati di storia e di arte, a partire dai dieci anni, il libro si presta, con una lettura guidata, a essere utilizzato anche dai bambine e bambini un po’ più piccoli.

Eleonora

“Rosso”, C. Valentini, Editoriale Scienza 2024



 

mercoledì 13 dicembre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!

REGOLARITÀ


Ci sono libri sapientemente ingannatori, che appaiono molto semplici e nascondono, in realtà, una grande complessità. È questo il caso di ‘Alfabeti naturali. Piccola guida della creatività dell’Universo’, scritto da Federica Buglioni con le illustrazioni di Luogo Comune. L’editore è Topipittori, che pubblica il libro nella collana PiNO.
Il filo conduttore di questo libro è la ricerca di pattern in natura, laddove questo termine indica un modello, uno schema che caratterizza questo o quell’oggetto naturale.
La prima parte è dedicata all’individuazione di queste ‘regolarità’, che siano simmetrie, bilaterali o radiate, sistemi di pigmentazione a strisce o a macchie, si esprima in cerchi o spirali. Con il supporto delle immagini di Luogo Comune, pseudonimo dell’artista Jacopo Ghisoni, vengono analizzati animali di tutti i tipi, piante, minerali, cercando ogni volta di evidenziare il pattern, evidente o nascosto che sia, non sfuggendo nemmeno dalla complessa spirale di Fibonacci e dai frattali.


La seconda parte del libro è operativa e invita il giovane lettore e la giovane lettrice a osservare il mondo naturale ingrandendo, confrontando, raccogliendo campioni diversi e via sperimentando.
Esempio dopo esempio, ci si sposta dall’osservazione delle regolarità alla creazione delle medesime. Qui si apre una questione non da poco: quanto di questa regolarità è nelle cose e quanto nell’occhio dell’osservatore? Sappiamo bene quanto la riduzione a una regola faciliti la nostra comprensione del mondo, così come l’espressione matematica di questa regola ne fornisca una forma universale.
Che il punto di partenza di ‘Alfabeti naturali’ sfiori questioni che hanno attraversato tutta la filosofia della scienza a partire dai suoi albori, risulta evidente dai riferimenti riportati nel sito dell’editore: l’autrice si riferisce all’opera di Ernst Haeckel, naturalista, zoologo, sostenitore di un evoluzionismo di stampo lamarckiano, nonché importante artista, con la realizzazione di bellissime tavole naturalistiche; e cita il celebre passo di Galileo Galilei, nel Saggiatore, in cui afferma che il libro della Natura è scritto in un linguaggio matematico.
La storia della scienza è percorsa dall’aspirazione a trovare la legge universale, la regolarità assoluta che plachi l’incertezza di noi umani, persi nell’immensità del cosmo; e tuttora i fisici, in modo particolare, inseguono questo obbiettivo.
Per fortuna, di tutti questi dubbi non c’è traccia nel testo, che invece sollecita a coniugare la ricerca del bello con la ricerca dei suoi modelli, che indubbiamente anche i bambini cercano nel mettere in relazione oggetti anche diversi.


‘Alfabeti naturali’ è indubbiamente uno strumento efficace a spronare i giovani lettori e lettrici a osservare con metodo, a classificare, sviluppando uno sguardo da veri artisti naturalisti.
Peccato non ci siano né glossario né bibliografia, che avrebbero aiutato i lettori grandi e piccoli.
Consiglio caldamente la lettura del libro e il suo uso operativo, a giovani naturalisti in erba a partire dai dieci anni.

Eleonora

“Alfabeti naturali. Piccola guida all’osservazione della creatività dell’Universo”, F. Buglioni, ill. Luogo Comune, Topipittori 2023



lunedì 16 ottobre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!


LA VITA AVVENTUROSA DELLE OPERE D’ARTE


Un modo sicuramente originale per avvicinare i ragazzi e le ragazze alla storia dell’arte è quello di sottolinearne il lato avventuroso, se non criminale.
Lo fa la storica dell’arte Barbara Conti in ‘L’arte...che avventura!’, pubblicato da Nomos con le illustrazioni di Cristina Trapanese. La casistica che incontriamo nei quattordici episodi riportati nel libro è molto varia: si va dai furti e rapine compiuti sia dai pirati, nel caso del Giudizio Universale di Memling, che da professionisti, o da incauti sprovveduti, come nel caso della Gioconda; ci sono poi i furti ‘di Stato’, operati cioè o da governi occupanti, come nel caso di Napoleone e, molto più recentemente dai nazisti; oppure si tratta di acquisti più o meno fraudolenti che hanno consentito, per esempio, l’acquisizione dei marmi del Partenone da parte del British Museum. Fra questi ci sono anche i quattro cavalli che, ora in copia, svettano su Piazza san Marco, a Venezia, e che furono sottratti a Costantinopoli durante il saccheggio operato dai veneziani guidati dal doge Enrico Dandolo.
Dunque una casistica molto varia, che racchiude casualità, rapine, contese internazionali e vicende personali dei singoli artisti. Di ciascun episodio Cristina Trapanese suggerisce la sua interpretazione visiva, sintetica ed efficace; accurata anche l’impaginazione e la grafica, che rende ancor più fluida la lettura.


Di questi episodi vorrei ricordarne un paio. Il primo riguarda il Ritratto di Donna Franca Florio, eseguito da Giovanni Boldini, pittore molto noto per i suoi ritratti femminili; iniziato nel 1901, non piacque al marito Don Ignazio, che lo ritenne troppo audace; stroncato anche alla Biennale di Venezia del 1903, il dipinto segue il suo autore a Parigi, dove verrà più volte rimaneggiato negli anni fra il 1910 e il 1918, allungando o accorciando il vestito, modificando la posa, mostrando una audace scollatura o coprendola. Il dipinto viene concluso nel 1924, ma a quel punto i Florio sono in rovina e non possono più comprarla. Ne seguono una serie di aste, che portano Donna Franca prima in America, poi di nuovo in Italia, dove, per una nuova asta il ritratto entra a far parte della collezione privata della famiglia siciliana dei marchesi Berlingieri, con l’accordo della sua esposizione pubblica. Una vita molto avventurosa per un dipinto, che a che fare con la moda, le consuetudini, l’incipiente modernità, le fortune e sfortune del committente e anche con l’incapacità delle autorità preposte ad impedirne l’acquisizione da parte di privati.
L’incapacità di valutare l’importanza di questa o quella opera d’arte è una delle costanti di queste storie, che riguardano, ad esempio, Matisse e van Gogh.
Un’altra storia interessante riguarda proprio van Gogh e il suo Ritratto del Dottor Gachet, dipinto nella primavera del 1890; pochi giorni dopo aver completato l’opera, il grande artista si tolse la vita. Da quel momento, il ritratto passa di mano ben tredici volte, passando per le mani dei nazisti, di un banchiere tedesco e poi di un facoltoso ebreo che riesce a mettersi in salvo in America, insieme alla tela. Ma il finale è ancora più sorprendente: il Ritratto finisce nelle mani di un facoltoso giapponese, Ryoei Saito, che dichiara che avrebbe distrutto il dipinto prima di morire, per evitare le tasse di successione esorbitanti ai figli. Fatto sta che dalla morte di Saito, nel 1996, nessuno ha più visto la tela. Un’altra storia di arte incompresa, di facoltosi collezionisti e di Stati del tutto assenti nel tutelare quello che dovrebbe essere un patrimonio universale.


Sarebbe bello se i giovani lettori e le giovani lettrici, dai dieci anni in poi, che leggessero queste belle storie avventurose, non si appassionassero solo alle vicende rocambolesche di questo o quel capolavoro, ma maturassero anche la convinzione che l’arte è di tutti e come tale va difesa e tutelata, anche quando non se ne comprende appieno il significato.
Consiglio la lettura di questo libro interessante e originale a tutti quelli che apprezzino un punto di vista particolare sull’Arte e che vogliano sapere un po’ di più non solo di artisti, ma anche di ladri, eserciti invasori, collezionisti, tombaroli, banchieri e così discorrendo.

Eleonora

“L’Arte...che avventura!”, B. Conti, ill. C. Trapanese, Nomos edizioni 2023