Visualizzazione post con etichetta catalogo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta catalogo. Mostra tutti i post

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

venerdì 9 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VEDO DUNQUE SONO

Quello che non vedo
, Daniela Pareschi 
Il Barbagianni Editore 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)  

"QUANDO osservo i dettagli, 
VEDO il piccolo nel grande.
 QUANDO noto i cambiamenti 
VEDO il tempo. 
 QUANDO mi volto 
VEDO altre cose .
 QUANDO uso l'immaginazione 
VEDO il futuro." 

Se in mano un bambino tiene una foglia raccolta da terra, nel notarne il dettaglio è possibile che si accorga che le sue venature assomigliano al reticolo di strade di una mappa stradale che disegna in scala uno spicchio di città. E su una mappa di città potrebbe succedere di cogliere un dettaglio, e quel dettaglio potrebbe proprio essere il bambino di prima che ha raccolto quella foglia, camminando lungo quella strada... 


Se un bambino si sdraia accanto a una piantina e per otto ore ne controlla la crescita, potrebbe capitare di vederne i piccoli cambiamenti dovuti alla sua crescita. Ma se quella piantina è di agave c'è il rischio che quel bambino si annoi moltissimo perché l'agave cresce lentissima: può raggiungere i 2 metri di altezza in soli 30 anni. È il suo fiore che invece è rapidissimo: proprio perché è l'unico che l'agave fa in tutta la sua vita, è ricco di semi e cresce fino a raggiungere i 4 metri di altezza in soli 4 mesi. 
Potrebbe sembrare una banalità se considero la frase in senso letterale quando mi volto vedo altre cose, ma se io a questa frase cerco di dare un senso che non sia solo letterale, allora non dico una banalità, ma una grande verità. E magari noto anche che il sole un po' rassomiglia a una enorme pallina da tennis. 
E ancora. Se quel solito bambino che raccoglie le foglie per strada, che si sdraia accanto alle piante per vederle crescere e guardare il tempo che scorre. Ecco, se lui, dopo aver lanciato la pallina al cane e poi essere rientrato a casa, si mette dietro i vetri della finestra, vede la luna piena e una moschina che gli ronza intorno. Se lui, con una squadra, ne stima le misure (non della mosca che comunque è ancora lì), ma della luna, potrebbe anche decidere di buttare giù un progetto per un razzo, un vero e proprio modellino da ritagliare e poi incollare e da spedire nello spazio. E se così fosse, il suo piccolo razzo potrebbe decollare a breve e dimostrare a tutti che con l'aiuto dell'immaginazione è possibile progettare il futuro, magari anche solo il proprio. E sarebbe già un bel po'. 

Il libro funziona così: a guardarlo ha un ritmo molto regolare perché ogni doppia pagina accoglie a sinistra testo e disegni, verrebbe da dire quasi bozzetti per tenere insieme un concetto, mentre a destra c'è invece la grande tavola. Sorta di epifania di ciò che a sinistra sta andando a costruirsi. 


Il libro funziona così, perché così aveva funzionato anche il suo fratello maggiore, ossia Animali bellissimi. E perché, verrebbe naturale aggiungere, così funziona la testa di Daniela Pareschi. 
La testa di Daniela Pareschi, credo, che funzioni così: le piace comporre le cose secondo schemi che non siano convenzionali, che non sono routinari. 
Al contrario le piace dare attenzione a qualcosa che fino a un attimo prima era di lato. Le piace partire da punti di vista differenti. Nel ricomporre questo qualcosa secondo inaspettate modalità, non può fare a meno di coglierne il lato ironico. Ma Daniela Pareschi è anche una donna che ama l'ordine, almeno quello mentale. Infatti ha organizzato questi due libri secondo una griglia, uno schema preciso e coerente, in modo che il lettore possa coglierne la struttura e, pagina dopo pagina, possa accomodarcisi dentro. 
Tutto questo lo avevamo visto accadere per la prima volta in Animali bellissimi, dove creature di specie anche molto lontane avevano tra loro punti di contatto incontrovertibili. 
Cosa hanno in comune un levriero afgano e un leone, a parte la lapalissiana evidenza di essere due quadrupedi e due mammiferi? Risposta: la loro smodata crescita di capelli, ossia di peli. 
Ecco. Qualcosa di simile capita anche qui. Ma in chiave più filosofica, se mi si passa l'aggettivo impegnativo. 
Lievemente meno felice del fratello maggiore, almeno a livello di qualità del disegno, tuttavia anche in Quello che non vedo si riconferma l'efficacia della scelta di prospettiva di osservazione della realtà. 
Prospettiva che anche questa volta stupisce il lettore. E spesso stupisce anche la scelta di come dare forma visiva a un testo non sempre facile. In questo senso, mi paiono interessanti alcune soluzioni trovate per ragionare su concetti che potevano essere banalizzati dall'immagine o peggio potevano annodarsi sul testo e invece guizzano felici per originalità di scelta iconografica. 


La parte per il tutto: Quando unisco i punti, vedo l'insieme oppure Quando osservo i segni vedo il passato o ancora Quando mi perdo vedo altre strade. 
Tiriamo le somme. 
Ancora una volta lo sguardo e il pensiero di Daniela Pareschi va esplorando il vasto e inaspettato territorio della possibilità. Con questo suo gusto di guardare le cose sempre un po' di traverso, qui il suo immaginario si confronta e ragiona più sulle idee che sulle forme in sé. 
Verrebbe da dire che il libro per intero ruoti intorno a due concetti davvero importanti. 


Da un lato suggerisce l'atto importante e profondo del vedere. Dall'altro, suggerisce l'atto altrettanto importante e necessario perché quel vedere non sia solo percezione ma diventi comprensione e si riempia di senso: fermarsi. 

Carla

lunedì 24 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CAVALLO VINCENTE

[seconda e ultima parte]


Cosa fanno le bambine? Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 

Avevo messo sull'avviso che ci sarebbe stato un dopo per elencare le ragioni che fanno di questo libro di Heidelbach (e il suo omologo sui bambini, di cui anche in anni passati si tessevano le lodi) un magnifico esempio di come raccontare in 52 pagine l'infanzia e, più in generale, l'intera umanità che ne è radice. 
Ecco. Adesso è dopo. 
In ordine sparso. 
La prima cosa interessante che mi viene in mente: Heidelbach ci racconta un'infanzia diversa da quella che la consuetudine ci ha abituato a vedere nei libri per l'infanzia. Ci racconta bambine volitive, coraggiose oltre misura, con desideri precisi, con capacità di strategia, che combattono, che sono egoiste, che si servono, se necessario, dei fratelli più piccoli, che sono misteriose, che hanno risorse insospettabili, carismatiche. 

© Nikolaus Heidelbach

Nel frontespizio spuntano da dietro una barricata di oggetti vari, sono lì a difendersi e magari sono pronte all'attacco! 
Ecco. Solo nel pantheon dei più grandi, pensiamo alle bambine di Sendak o di Ungerer, si è visto il coraggio di raccontare l'infanzia anche nei suoi lati più misteriosi, senza costruirla a tavolino, stereotiparla, accomodarla a come vorremmo fosse. Heidelbach è uno di loro. 
Ed è per questo che è scomodo per la maggioranza degli adulti. Ma ci torniamo. Seconda cosa interessante: non siamo davanti a una storia vera e propria, ma a un catalogo di tipe umane e di situazioni in cui si vedono agire. Questa modalità di racconto, per come è concepita, lascia enorme spazio, tanta aria intorno alle immagini e al già scarno testo. 
Questo permette massimamente la libera interpretazione da parte del lettore. 
Un po' lo stesso che accade quando si legge un libro di sole immagini. Il lettore deve per forza farsi parte attiva (per inciso, questa è una delle ragioni per cui gli adulti più paurosi temono il confronto con i libri senza parole: non solo leggerli, ma anche pensare e capire). 
La terza cosa di grande valore è il dialogo serrato che si apre tra testo e immagine. Il libro è concepito come un abecedario di bambine che fanno cose diverse, quindi è anche un imagier di azioni.

© Nikolaus Heidelbach

Antraut mangia un panino, per tornare sul caso già citato, nell'immagine ha una sua corrispondenza perché Antraut è all'estremità di un tavolo e sta per addentare un panino. Il corto circuito avviene nel momento che lo sguardo dilaga su ciò che la circonda: cinque creaturine e un birillino del monopoli, messi rigorosamente in ordine di altezza dal più grande che le è accanto al birillino che chiude la fila lungo lo stesso tavolo. Tutti hanno lo sguardo rivolto verso di lei e il suo panino. 
Parte l'interpretazione del gesto: tutti sperano di averne un pezzo? Oppure, tutti vorrebbero rubarglielo e mangiarselo al posto suo? La scelta per l'una o per l'altra, dipende solo dal grado di cattiveria intrinseca al lettore. 
Direi che è chiaro che testo e immagine portino energia e sfrigolino un bel po' tra loro. Il pensiero del lettore è lì in mezzo e non può che accendersi e fare scintilla. Otrun gioca a minigolf è un fatto. La scintilla scocca quando vediamo come lo sta facendo. 
Ora resta da capire come abbia lavorato il pensiero di Heidelbach. Nasce prima la definizione che è sempre di estrema semplicità al limite della vaghezza - Brigitte esce di casa, Flora dorme profondamente, Sybille ha freddo - oppure il disegno? 
Cioè a dire, è solo dopo che Heidelbach aggiunge un testo che sia il più neutro possibile? Beh, poco importa. L'importante è che accada. 
La quarta cosa degna di nota è il modo che usa Heidelbach per raccontare. 
Affida a una sola immagine il compito di raccontare un'intera storia. Coglie un istante, lo frizza in un contesto algido, fermo, solo in apparenza silenzioso, al contrario pieno di bisbiglii che orecchie attente possono cogliere: un esempio per tutti è quello dell'allestimento che Jutta organizza per il suo matrimonio segreto. 

© Nikolaus Heidelbach

Quinta cosa, quella che preoccupa i grandi e incuriosisce i piccoli.
Spesso con gli occhi chiusi, frequenti gli occhi bassi, talvolta sguardi in tralice rendono le protagoniste in cerca di una qualche distanza di sicurezza dal lettore. 
Come a dire, attento tu, che stai guardando dove non dovresti... 

Carla

Noterella al margine. Una sesta cosa che è del massimo interesse è il confronto tra Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini? Ossia i diversi approcci che il femminile e il maschile hanno di fronte all'esistenza, secondo Heidelbach.
Tocca aspettare.

venerdì 21 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CAVALLO VINCENTE

Cosa fanno le bambine?
Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli) 
#Logosedizioni 2025 


ILLUSTRATI 

"Dietlinde vuol fare carriera. 
Elfriede legge ad alta voce. 
Flora dorme profondamente. 
Gerhild scatta foto delle vacanze a casa. 
Heike fa conoscenza con un ippopotamo. 
Irmgard non vuole essere disturbata." 

Dietlinde, quella che vuole fare carriera, è davanti allo specchio sull'anta di un armadio. Ha un paralume (o è uno scaldateiera?) in testa una coperta lunga che tiene sulle spalle come se fosse un mantello, sull'avambraccio tiene un canovaccio. Indossa una gonnellina scozzese come scozzesi sono anche i suoi calzettoni. Ha gli occhi socchiusi e con la mano destra impartisce una benedizione. 
Elfriede, quella che legge ad alta voce, è seduta a un angolo di un tappeto. Tiene sulle ginocchia un libro aperto e lo sta leggendo a pupazzi (un coccodrillo marionetta, un pinocchio, un orsetto, un bambolotto e a due creaturine fantastiche). All'angolo opposto della camera, girata inn modo da darle le spalle, con un walkman sulle orecchie, c'è un'altra bambolina che ascolta qualcos'altro. 

© Nikolaus Heidelbach

Flora, quella che dorme profondamente, è nel suo lettino verde nella sua camera verde, dove un enorme pesce verde fluttua nell'aria guardandola intensamente, con la bocca accostata al suo piccolo naso. 
Gerhild è accanto al fratellino. Lei indossa il costume da bagno e vistosi orecchini ed entrambi hanno la ciambella salvagente, ma il fratellino ha quella con il collo di cigno ed è senza costume. Entrambi in testa hanno un bracciolo salvagente bello gonfio. Dietro di loro un poster di sfondo con spiaggia e mare. La presa elettrica all'estremità della parete lo testimonia. 
Heike, quella dell'ippopotamo, è su una curva di una strada asfaltata, immediatamente dietro la linea che segna la corsia d'emergenza ed è piegata a quattro zampe e ha gli occhi chiusi. Al centro della strada, quasi di spalle, l'ippopotamo. 
Irmgard, quella che vuol stare in pace, siede composta su una poltrona, troppo grande per lei. Tiene in mano un libro, nell'atto di leggerlo, illuminata da una piantana a due faretti. Sul pavimento bruno, quasi indistinguibili, centinaia di topi brulicano avanti e indietro, tutti a testa bassa, alcuni a coda alta. 

Era il 2010, precisamente il 23 ottobre, quando a Roma, a via Savoia, nelle sale del Goethe Institut al primo piano di dove oggi sorge la Biblioteca Europea, fu allestita una mostra dedicata alle tavole di Nikolaus Heidelbach per presentare l'uscita di questo stesso libro. che all'epoca era stato appena pubblicato da Donzelli. 
Io c'ero e c'era anche Nikolaus Heidelbach. Abbiamo fatto un po' di chiacchiere assieme, in particolare su una tavola del libro, la prima, Antraut mangia un panino. Senza entrare qui nel dettaglio, forse val la pena di ricordare che discutemmo di come in quel disegno lui fosse riuscito a riassumere in un unico gesto colto nell'attimo in cui avviene, uno dei più atavici e per questo congeniti vizi dell'umanità: l'invidia. 
Chi sa come io la pensi sulla letteratura illustrata sa anche che Heidelbach è l'autore che meglio di chiunque altro abbia saputo dare forma a detta idea. O forse sarebbe più corretto dire che il modo di raccontare l'infanzia da parte di Heidelbach mi corrisponde del tutto: sono le mie fondamenta. 
Nessun altro autore riesce a muovermi corde tanto profonde e sostanziali. 
E per essere ancora più circostanziati: i due libri, tra loro speculari, Cosa fanno le bambine? e Cosa fanno i bambini? sono, a mio avviso il non plus ultra di come un albo illustrato di poco più di 26 pagine (quante sono le lettere dell'alfabeto tedesco) possa essere enorme e senza fondo. 
Le ragioni le metto in elenco dopo. 
Prima credo sia importante vedere la storia editoriale di questo libro. 
Viene pubblicato in Germania dal suo editore storico, Beltz & Gelberg nel 1993. 
Trentadue anni fa. 
Nel 1995 vince il Bologna Ragazzi Award. 

 Kinderparadies 1994

Heidelbach in quegli anni ronza intorno all'idea di un suo modo di raccontare l'infanzia. Su questa falsa riga pubblica Kinderparadies (1994) e ancora nel 1999 la versione al maschile di Cosa fanno le bambine?: Was machen die Jungs? Poi ancora una decina di anni fa torna sulla questione e di entrambi ne dà una versione, diciamo così, aggiornata (Was machen die Mädchen, heute?, 2014; Was machen die Jungs, heute?, 2014).  
Nel frattempo fa altri magnifici libri. 
Quando Donzelli fa approdare questo strepitoso catalogo di ragazzine è appunto il 2010. Nonostante siano passati quasi 17 anni dalla sua prima pubblicazione in terra tedesca, il pubblico italiano pagante, ossia gli adulti che dovrebbero comprarlo, se ne tengono a debita distanza.
I pochi e fortunati bambini a cui il libro arriva davanti sono, ovviamente, felicissimi di provare a ogni giro di pagina una piccola scossa, un piccolo brivido gelato lungo la schiena. Ridacchiano soddisfatti, perché qualcuno finalmente dice la vera verità su di loro. Sono contenti di essere considerati dall'autore del libro creature pensanti e senzienti. Sono contenti di essere messi alla prova ogni volta nel creare quel nesso che esiste tra la scarsa riga di testo a sinistra e la tavola grande a destra. Sono incuriositi dai dettagli che creano senso, si sentono a casa nel vedere che anche altri bambini e bambine possano pensare come loro "incantevoli cattiverie" senza per questo essere immediatamente rieducati, magari con un altro libro edificante.

© Nikolaus Heidelbach

Ma, si sa, i libri devono convincere prima di tutto i grandi e loro con quelle bambine che mettono trappole, si sposano in gran segreto, fanno roteare per aria i fratellini o li usano come buche per il loro minigolf, e soprattutto sono in grado di volare, no, non possono accettarli, non possono farci pace, non possono riderne o ragionarci. E poi quegli occhi sempre un po' socchiusi, sornioni, nascondo di certo un imbroglio. 
Così il libro langue, per anni. 
Poi arriva #Logosedizioni che decide di mettersi a testa bassa e andare avanti come un ariete. 
Sfondare il pregiudizio, aprire una breccia nelle teste dei benpensanti. incrinare le consuetudini, minare le convenzioni e tentare di svelare con autori come questo il magnifico orizzonte. 
Scommette su Heidelbach come si potrebbe fare su un cavallo vincente. 
I suoi libri finalmente si vedono in giro: Da grande sarò una foca, e poi Marina, ora il suo catalogo del mondo delle bambine, in una veste grafica possibilmente ancora più sobria, e tra poco più di un mese ancora altri due titoli. 
Nel frattempo si spera che in questi trentadue anni il pubblico pagante italiano abbia raggiunto una consapevolezza maggiore rispetto a ciò che si può trovare negli albi illustrati. Si spera che in questi trentadue anni abbia raggiunto una maturità di giudizio e una capacità di discernere tra la qualità e la mediocrità, tale da non dover più titubare. Al contrario, precipitarsi (e non per finta) a comprarne una copia. 

© Nikolaus Heidelbach

Si spera. 

Carla 

[continua]

venerdì 10 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO 

Il magico potere del disordine, Einat Tsarfati (trad. Maria Laura Capobianco) 
Il Castoro 2024 


ILLUSTRATI 

"Il disordine ha molti volti. Può essere gretto ed esibizionista, ma anche astratto e incommensurabile. Non posso giurare sul mio onore che tutti i dati contenuti in queste pagine siano corretti al 100% né che talvolta io non mi sia persa nella grettezza generale, arrendendomi alla marea trascinante del caos. Insomma: questo libro ti aiuterà a essere meno disordinato o disordinata, e nemmeno ci troverai i concetti esposti con metodo e rigore, ma forse dopo averlo letto capirai che sei in buona compagnia." 

Questa è l'unica pagina di un libro che ne ha più di duecento, che non si può considerare illustrata. Si tratta di una piccola nota introduttiva in cui l'autrice si autodenuncia come disordinata, mette in fila una serie di ragionamenti sulla questione disordine e sulla percezione che ogni essere umano ne ha, ovvero quanto ritenga sé stesso ordinato o disordinato. Racconta anche della doppia perdita del manoscritto come a voler testimoniare che mettere in ordine il disordine non è stata proprio una passeggiata di salute... 
Per smentire subito la percezione di avere per le mani un libro disordinato, basterà scorrere l'indice iniziale in cui fanno bella mostra di sé i nove capitoli che lo compongono. Ognuno di questi si accenderà per fare luce su distinte tematiche, per poi ridursi in cenere. Con cadenza regolare. Li elenco per dare onore al merito di un lavoro ordinato di un'artista che si definisce disordinata... 
1 - Perché il disordine è un problema? 
2 - Sei una persona disordinata? 
3 - Definire il disordine 
4 - Gestire il disordine, o: conosci il tuo nemico 
5 - Fare ordine senza diventare ordinati 
6 - Le Genti Ordinate 
7 - I vantaggi evolutivi del disordine 
8 - L'arte della resa 
9 - La salvezza 
Se li si leggono in sequenza si percepisce immediatamente il senso finale dell'intero ragionamento: il disordine è necessario e come tale va capito, accettato e, se possibile, anche utilizzato e messo a frutto. L'unico atteggiamento sensato è quello di saperne cogliere le potenzialità, come pure di imparare a conviverci, oppure imparare a convivere con i rari ortodossi di ordine o disordine senza fare troppe storie. Perché si sa, a questo mondo nessuno è perfetto. 

Come sempre le cose che arrivano da Einat Tsarfati si distinguono per un guizzo di genio e di follia. E anche questa volta, in questo bel librone, l'evento si ripete, puntuale. 


Partiamo dal titolo. In ogni lingua in cui il libro è stato tradotto, le soluzioni sono diverse. Dall'inglese e spagnolo: I'm a mess/Soy un desastre, passando per il francese Je suis bordelique, al tedesco, Ordentlich durcheinander, ossia Ordinatamente disordinati. 
Tuttavia credo che il titolo dell'edizione italiana vinca il premio per raffinatezza. 
A parte quella E fuori posto, si tratta infatti di una sottile parodia di un altro libro che anni fa aveva spopolato, creando molte false speranze nei suoi lettori, almeno in quelli disordinati: Il magico potere del riordino, di autrice giapponese, che aveva un sottotitolo molto promettente... 
E siamo solo alla copertina. 

Appena entriamo in medias res, che in una traduzione libera si potrebbe pensare voglia dire "in mezzo alle cose", cogliamo la rara capacità della Tsarfati di mettere in figura tutto quello che le parole non potrebbero dire, se non a costo di scrivere un libro di mille pagine. 
A prescindere dall'originalità di prospettiva che caratterizza sempre i suoi libri, mi pare che qui - molto più che altrove - Tsarfati applichi al meglio i suoi criteri che la guidano nella visual communication. 
Si percepiscono con molta chiarezza due cose.


La prima, attraverso immagini, simboli e poche, pochissime parole lei è in grado di trasmettere significati ben complessi. E' in grado di far ridere e ragionare il proprio pubblico, attraverso singole figure: una su tutte la scatola di fiammiferi che attraversa l'intero libro. 
Questa sua capacità di tenere sempre alta l'attenzione del lettore è semplicemente magnifica. Mai una volta che si riveli scontata, prevedibile. Al contrario è capace di toccare corde profonde, oppure di sollecitare fantasie, disegnando oggetti che nell'immaginario sono lì sepolti e che brillano nel tornare a galla, improvvisamente e inaspettatamente. 
Utilizza qui tutto il suo know how di graphic designer e di illustratrice pura. 
Ogni pagina è visivamente e letterariamente una sorpresa, un salto verso soluzioni di impaginazione ogni volta diverse, attraversate da un sense of humor degno delle migliori radici di Tsarfati: un capolavoro il test e i paradossi, elencati stanza per stanza: il paradosso del frigorifero, per citarne uno...


Vediamo parole che alludono a precise strategie per sconfiggere il disordine che corrono lungo i margini per lasciare posto a una mappa ideale della propria abitazione, pagine che paiono strappate da un manuale di storia dell'arte in cui si elencano le singole tipologie delle Genti ordinate. 


Oppure strappate da un libro di fisiologia umana, pagine che paiono fumetti ante litteram, per mettere in sequenze le buone pratiche con la ramazza, e altre che sembrano uscite da un fumetto di supereroi con onomatopee esagerate per raccontare un match con uno stendino pieghevole.
 

Si alternano visioni zenitali di ambienti, a immagini frontali, si sfrutta il taglio tra i due piatti della pagina con un gusto senza pari, per separare visivamente e letterariamente l'ordinato dal disordinato. Insomma Tsarfati gioca con tutto, utilizza tutto quello che le viene in mente. 
E i lettori godono sfrenatamente. 


La seconda cosa ha a che fare con i suddetti lettori gaudenti. 
Come spesso capita ai grandi autori - e Einat Tsarfati è certamente nell'olimpo - sanno rivolgersi, colpire e interessare pubblici anche molto diversi. Va da sé che ne godranno tanto quelli che abitano la sponda degli ordinati quanto quelli che vivono sul versante dei disordinati, quanto quelli che sono a metà del guado. 
Ma dirò ancora di più: con cognizione di causa ed esperienza ho visto con i miei occhi che questo libro piace a un novenne, a una quindicenne, a una trentaduenne, a un cinquantenne e a una sessantacinquenne impenitente (per chi non lo avesse capito). 

Carla

lunedì 16 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VIAGGIO BEN FATTO 

Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini, 
Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió (trad. Federico Taibi) 
L'Ippocampo 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Il concetto diventa immagine. 
Ma c’è qualcosa di molto più importante che pulsa in loro: una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore. 
È così che le metafore filosofiche cancellano i margini delle astrazioni che le motivano per invitarci a una riflessione continua e a chiederci se, in fin dei conti, il nostro modo di intendere il mondo e noi stessi non sia di fatto modellato essenzialmente proprio da loro, dalle nostre metafore." 

Prima che tutto cominci, su due colonne, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde trovano una definizione di metafora. Per meglio dire, di metafora filosofica, ossia di quel particolare tipo di metafora che è concettuale e che funziona da ponte tra una parola o una frase che appartiene al pensiero di un filosofo e una immagine. In estrema sintesi, la metafora filosofica trasforma i concetti in figure. Per farlo deve per forza sconfinare dal mondo dell'astrazione per andare nel mondo del sensibile e lì prender forma in qualcosa di tangibile. 
E poi tutto comincia. 


Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola. 
Sulla pagina di sinistra le parole e un simbolo grafico, ci torno, e su quella di destra la grande immagine, un quadro di Guim Tió. 
Il concetto del continuo movimento del mondo, panta rei, di Eraclito trova nella parola fiume, che poi diventa scorrere di un fiume, la sua rappresentazione tangibile. Oppure la ben nota caverna di Platone o il giardino di Epicuro dentro cui si coltivavano ortaggi, ma anche l'imperturbabilità e l'autosufficienza per arrivare alla felicità in un mondo che cambia...concetti che diventano luoghi. Sono due dozzine le immagini cardine che diventano icone di altrettante filosofie (e più precisamente dal fiume dei presocratici alla vita liquida di Bauman, chiudendo così una sorta di cerchio perfetto anche in senso visuale): tra le due immagini di Guim Tió, un minuscolo uomo che cammina non lontano dalla riva di un fiume e un altro uomo che si tuffa in uno specchio celeste non troppo dissimile. 


Tra questo principio e fine ci sono Hegel con la sua civetta, Marco Aurelio con la sua marionetta, Agostino con lo specchio, Hobbes e il lupo, Parmenide con la sfera, Arendt e il deserto, Benjamin con l'aura e Butler con la sua Matrix, matrice. 
E in mezzo noi, la nostra curiosità verso quel regolare quanto continuo passaggio da un linguaggio a un altro. E quando si arriva in fondo al percorso, senza essersene neanche accorti, abbiamo ascoltato una storia e l'abbiamo vista illustrata. 
Una storia unica che ci riguarda tutti. 

Questa è forse la ragione per cui, dopo lunghi tentennamenti, il libro Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini trova la sua posizione tra le varie rubriche di Lettura candita, non in quella più prevedibile, dedicata alla divulgazione - Fammi una domanda! - ma piuttosto tra i libri di narrativa. Ha prevalso il senso di unità - una unica grande e magnifica storia del pensiero - che ha, nonostante alcuni esiti da vero libro di divulgazione, una sua precisa volontà letteraria cui corrisponde una magnifica eco visuale. 


Pedro Alcalde, alla domanda sulla nascita di un libro del genere (liquido, nel suo genere?) ha risposto così: un viaje a lo largo de la historia de la filosofía que estuviera acompañado por imágenes que facilitaran su compresión. 
Ho voluto credergli e, dato che le storie di viaggi, sono letteratura, narrativa, eccoci qua. 
Padre e figlio condividono, almeno a vedere i loro cursus honorum,, una passione comune: la filosofia. Così hanno deciso di trovare assieme un filo rosso che tenesse assieme le singole storie dei singoli filosofi: la metafora era perfetta per il loro gioco. Insieme, come prima di ogni viaggio ben fatto, hanno individuato le tappe e il percorso tra partenza e arrivo. Poi si sono spartiti i compiti: ognuno ha approfondito la singola tappa scelta per poi ritrovarsi a condividerle e la soddisfazione, come dovrebbe essere alla fine di un viaggio ben fatto, è stata quella di riconoscere al proprio compagno il merito di aver portato un accrescimento all'esperienza in sé. 


A parte l'interesse che ha come sempre in una storia-catalogo la scelta dei due Alcalde, scelta che sta dietro ai nomi dei pensatori prescelti, ci sono un paio di cose che davvero colpiscono. 
Da una parte il grandissimo lavoro fatto da Guim Tió. che qua dimostra una maturità raggiunta a soli trentasette anni. 
Paesaggio come campo di colore, è lui stesso a definire così le sue tele. 
Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità. 
Bello, davvero.


Resta in ultimo da dire qualcosa su un elemento che non so in quanti valorizzeranno e che invece considero un piccolo capolavoro in un libro già bellissimo. 
Esiste una sorta di indice simbolico, che viaggia accanto a quello più classico di titolo e pagina corrispondente. Ognuno di questi simboli lo si ritrova poi in cima alle rispettive pagine ed è una sorta di icona della metafora stessa: uno spicchio grigio per la lama del rasoio di Occam, due cerchi rosa per la civetta di Hegel, quattro linee parallele per la marionetta di Marco Aurelio, un pentagono grigio con un vertice più chiaro per l'iceberg di Freud. 


Non so dire da quale testa sia uscita una idea e una sintesi del segno così efficace, tanto stupefacente. 
Parrebbe lontana anni luce dalla ricerca di atmosfere di Guim Tió, lontana dai suoi quadri che si fanno illustrazioni, diventando metafore esse stesse in un libro sulla metafora. Ma chissà. 
Forse la maternità spetta a quella grande grafica e designer che ha curato il progetto grafico e che è dietro la casa editrice català, Zahorí Books, Joana Casals? Forse. 

Carla

lunedì 6 marzo 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CATALOGO BELLISSIMO

Animali bellissimi, Daniela Pareschi 
Il Barbagianni Editore, 2023 


ILLUSTRATI DI DIVULGAZIONE PER MEDI (dai 7 anni)

 "QUELLI CHE DORMONO MOLTO 
La stagione fredda è un momento critico per molte specie. Per garantirsi la sopravvivenza durante l'inverno, alcuni animali hanno sviluppato efficaci soluzioni: ci sono quelli che migrano, quelli che infoltiscono la pelliccia e aumentano lo strato di grasso sottocutaneo, quelli che si rifugiano nelle loro tane con riserve alimentari. 
Il letargo è sicuramente una delle strategie più note si tratta di un abbassamento controllato della temperatura corporea, finalizzato al rallentamento di tutte le attività fisiologiche. L'animale sprofonda in un sonno che dura diversi mesi, consumando molto lentamente le sue riserve di grasso, in attesa del ritorno della bella stagione. 
Per molti animali non si può parlare di vero e proprio letargo, ma di ibernazione, una condizione che subiscono passivamente a seguito dell'abbassamento della temperatura esterna. " 

 Accanto a quelli che dormono molto, che sono tra gli altri, i ghiri, le marmotte, ovviamente gli orsi e i pipistrelli, ci sono quelli che hanno i baffi, quelli che volano pur non essendo uccelli, quelli che hanno le corna in testa, quelli che hanno le zanne in bocca, quelli che hanno le macchie, quelli che hanno i capelli, come un bel levriero afgano nel vento. 
Poi ci sono gli estremi: quelli piccolissimi come il krill e quelli grandissimi come la balenottera azzurra, quelli che quasi non si vedono, come l'ermellino su un prato innevato, quelli che invece si illuminano come il verme della ferrovia o il pesce lanterna. 

Un catalogo. 
Uno dei modi più intelligenti che l'uomo ha per ordinare il mondo. 
La qualità di ogni catalogo la si può assegnare - in parti eguali - alla bellezza degli oggetti esposti nella mostra ma anche al criterio, tutto umano, che li tiene insieme. 
Quindi, da un lato assume valore in base ai pezzi in mostra ma dall'altro spetta proprio al suo curatore, al ragionamento che lo ha guidato nella scelta dei pezzi e nel suo allestimento, il merito di aver fatto una scelta piuttosto che un'altra, un pensiero, un filo logico piuttosto che un altro. 
Sui cataloghi e su che cosa essi significhino si potrebbe ragionare a lungo. Qui basterà ricordare che ogni catalogo è fatto di presenze, ma anche di assenze, e che per come è concepito, in qualche modo è una lista, potrebbe non avere mai una fine e generare così quella famosa vertigine, di cui Eco ha diffusamente scritto. 


Personalmente, davanti ai cataloghi non riesco a restare impassibile. 
E se poi il catalogo è bellissimo, perché bellissimi sono i pezzi, bellissimo è il loro allestimento e perché bellissimo è il ragionamento che li tiene insieme, allora vale davvero la pena parlarne. 
I pezzi che in questo libro sono in mostra sono animali, alcuni anche fantastici: da quelli più comuni come un gatto a quelli più esotici come una medusa che non muore mai, se non di morte violenta. 
La loro bellezza è un fatto, il loro appeal indiscutibile. Ma siccome gli animali non si affacciano, vivi e vegeti, dalle pagine, necessitano di una sensibilità ulteriore che della loro bellezza sia capace di dare testimonianza. Così come esistono documentaristi e fotografi migliori di altri nel restituirci per immagini un determinato animale, lo stesso accade quando a farlo è un illustratore. 
Daniela Pareschi è una delle migliori. La sua abilità sta in quello sguardo che sa essere al contempo onestissimo e nello stesso tempo visionario e, parecchie volte, anche sottilmente ironico, senza mai arrivare neanche da lontano alla caricatura o peggio all'antropomorfizzazione. 


Non è roba da poco. A tale proposito, si potrebbe andare a vedere quali furono i ragionamenti della Oxenbury quando le fu chiesto di illustrare La fattoria degli animali liberi di Waddell, oppure quelli di Jo Weaver quando disegnò la sua orsa, per Piccola Orsa. 
Così ritrae un cervo, un levriero, entrambi investiti dal medesimo vento dell'est, così dietro la mobula che vola mette l'ombra di un deltaplano, infilza le nuvole rosa di un tramonto africano nelle zanne di un elefante, mette un riccio tra gli echinocantus, o un orso svegliato da una lucciola e un boschetto sul carapace di una tartaruga. 
Gioca con le loro forme: contrappone il palco orizzontale di un cervo con le verticali dei tronchi, mette un dalmata in uno scenario optical, su sostegno a linee oblique, un pavimento a scacchi e davanti a una parete a losanghe. 
Si prende qualche soddisfazione nella tenda mossa dal vento notturno. 
A ognuno di loro dà la grande pagina di destra. A ognuno di loro dà una dominante di colore. 
Ma Daniela Pareschi è ad evidenza anche la curatrice di questo catalogo e quindi è lei ad aver scelto. 


E il suo suo criterio lascia basiti. Attraversa l'intero regno animale, sorretta dallo zoologo Davide Rufino, in lungo e in largo e coglie, è proprio il caso di dirlo, fior da fiore, essendosi prefissa un macro criterio per categorie che è un gioiello di intelligenza, sensibilità e sense of humor: ovvero ha lavorato per opposizioni (come avrebbe potuto fare un bambino), ha scelto per stranezze (come avrebbe potuto fare un bambino curioso), ha selezionato per casi unici. E soprattutto ha saputo avvicinare animali lontanissimi fra loro, trovando punti di contatto meravigliosi: uno per tutti il gatto e il pesce palla. 
La qualità di un catalogo, va da sé, risiede anche in quello che c'è scritto dentro e anche in questo caso Daniela Pareschi fa una scelta precisa: dedica non più di cinque righe a una introduzione generale sulla stranezza di turno, e poi passa sicura a illustrare, poco più che in monocromo, una manciata di animali, ritratti in un formato francobollo ma di una qualità altissima. Animali, dunque, che con quella stranezza si caratterizzano e a ciascuno dedica, un boxino di pochi centimetri e poche, davvero poche righe. Li organizza in una rete di linee che guidano lo sguardo e orientano la lettura, che già solo quelle costituiscono un valore in sé. 


Eppure. Nonostante le poche righe, nonostante la selezione durissima è stata in grado di raccontare un sacco di cose interessanti per lettori piccoli o grandi. Questo perché il linguaggio che usa non è mai impreciso, pur essendo semplice e di chiarezza esemplare. Questo perché è stata capace di trovare la stranezza, la particolarità interessante e perché è stata capace di farsi guidare dalla propria curiosità.
Penultimo ambito da esplorare è l'allestimento. E anche in questo caso sono scesi in campo i migliori, Grafiche AZ a cui Barbagianni ha affidato una stampa per niente facile: niente bianco, molta penombra, qualche abisso marino, una notte di luna piena e grotte oscure. 
Ultimo colpo di genio sta nella storia-cornice (il doppio senso è dovuto) che parte dalla copertina, attraversa i risguardi e termina in quarta. Silenziosa, ci dice che è inutile pavoneggiarsi, perché il mondo è davvero pieno di animali... bellissimi. 

 Carla

Noterella al margine.
A Bologna ha inaugurato la mostra Beauty and the world, curata da Giorgia Grilli e si è tenuta una tavola rotonda su questa tipologia di libri ovvero i libri di non-fiction nella loro contiguità con gli albi illustrati più puri. E' nata una nuova definizione: albi illustrati di divulgazione. 

mercoledì 11 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MANO DI TALLEC

Il libro degli alberi e delle piante da scoprire, Olivier Tallec 
(trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2022 



 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

 "Un giorno vorrebbe diventare un acero canadese, quello dopo un melo della Normandia e poi d'un tratto vorrebbe essere un abete in pieno inverno! Dato che cambia idea più volte al giorno , ai suoi piedi si possono trovare pere, altre volte arance, e perfino una noce di cocco." 

Nel prezioso catalogo delle piante e e degli alberi da scoprire questo albero risponde al nome di Albero Indeciso. Si presenta con un robusto tronco da cui si dipartono rami di quercia, in autunno, di abete, in inverno, di pino e di palma probabilmente in estate e primavera. A coronamento dell'alto e possente fusto, una folta chioma verde. Sul terreno che lo circonda effettivamente sono visibili mele e pere e una singola noce di cocco. Perplessi, e chi non lo sarebbe, un pappagallo sulla palma e un merlotto sulla quercia. L'unico che non pare stupefatto, anzi avvezzo alla raccolta sotto quell'albero, è un ragazzino. 
I suoi occhi socchiusi e il gesto sicuro della mano sembrano dire: più ce n'è, meglio è. 

Effettivamente i ventiquattro diversi tipi di piante e alberi che si presentano in questo originale catalogo sono tutti da scoprire: il Rovesciato, la Palma Baffuta, il Calziniere, il Pino Spazzolino. 
Le belle cose che succedono in questo libro sono quelle che già sono state messe a fuoco tutte le volte che si apre un libro di Olivier Tallec.


La prima: la sua capacità di mettere nei suoi personaggi sempre espressioni o posture precise che ne caratterizzano lo stato d'animo. E di farlo, a volte, con piccolissimi tratti, davvero poco più che un baffo di matita che però ha il pregio di essere perfetto, come chiave di lettura, per attirare il lettore ad entrare in confidenza con lo scoiattolo, il coniglio o il pappagallo, il ragazzino di turno. 
La seconda è la ben nota ironia. Ma ci torniamo tra un momento. 
La terza è la cura per il dettaglio. Piccole cose come i capelli del bambino che legge sull'Albero capovolto o i fiori dell'Albero Gelato, le mutande del pirata... 
La quarta, quella di saper parlare una lingua che tutti - grandi e piccoli - capiscono e apprezzano, anche se magari per aspetti diversi. 
La quinta è, ovviamente, la qualità del disegno.
 

Su questo forse val la pena notare, al di là del segno, la capacità di far parlare il colore, tavola dopo tavola. Per non parlare della luce e dell'ombra. 
Sull'ironia, che -visto il tema - per forza troverà un suo canale naturale in alcune affinità formali e sulla grande qualità del disegno Tallec qui fa anche un passo ulteriore. 
La sua sottile arte di mettere bonariamente in ridicolo i suoi personaggi per far sorridere il lettore, qui gioca una carta ulteriore che ha a che vedere con 'la forma delle cose', appunto. 
Il fatto di aver voluto creare un catalogo di piante e alberi che devono ancora essere scoperti, mette Tallec necessariamente nella condizione di doversi confrontare con la loro forma. 
Quindi l'ironia che nei suoi libri precedenti nasceva dalla relazione/scontro tra testo e immagine qui deve seguire una strada ancora più precisa: l'albero, per come lo vediamo, deve offrirsi al nostro sguardo con una forma 'alterata' che però ne conservi la sua riconoscibilità. E così arriva l'Albero Spazzolino, l'Albero Capovolto, la Palma dei Pettini, il Cactus Appendiabiti e il Salice dei Calzini piangenti. 
In questo caso il lettore deve per forza pensare e mettere a fuoco per un attimo, diciamo, l'albero originale, e poi riconoscerne la metamorfosi. E solo dopo può ridere.


Per intenderci, un saguaro è davvero molto simile e un appendiabiti. Un albero capovolto è un albero con la chioma a terra. 
Uno scatto ulteriore Tallec lo fa, usando il registro dell'assurdo, e così arriva l'Albero Martello, la Quercia Scala e altri. La tipologia dell'albero cui allude è ormai così tanto lontana dal suo omologo originale che il lettore pensa meno, ma ride di più per la stramberia dell'associazione mentale che Tallec gli sta suggerendo. 
In qualche modo questi due modi di mettere in relazione l'immagine e la parola sembrano seguire direzioni inverse. Per spiegare: il Pino Spazzolino nasce come immagine e il testo ci gioca. Mentre la Quercia Scala parrebbe piuttosto nascere da un'idea di testo in cui si racconta che al cinquantesimo gradino scappa la pipì per cui, con una certa ansia, tocca scendere. Il disegno, peraltro magnifico, ci gioca andandogli dietro. 


Poi però si arriva alla pagina del Pioppo Coperta. E lì succede un'altra cosa ancora: ad evidenza non è la forma del pioppo che suggerisce a Tallec l'idea della coperta, né tanto meno si ride per il paradosso di avere un albero in cui tutti gli animali vogliono andare in letargo, ma scarseggiano i posti. 
Qui esce la mano di Tallec, un altro Tallec: il Tallec affettuoso. 
Quel Tallec che in ogni suo libro è stato capace di trovare un modo di dimostrarsi accogliente, caldo, confortevole, tenero, ma soprattutto vicino e benevolo nei confronti dei suoi piccoli lettori (e anche un po' dei grandi). 

 Carla