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mercoledì 10 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LE CICATRICI DELLA STORIA 



Ho sempre creduto a queste cose, intendo dire, alla premonizione, a ciò che sappiamo senza saperlo, ai segni… Ho sempre saputo che siamo qualcosa di più di un ammasso di cellule chimiche. Ho sempre saputo che esiste un mistero…

Olivier. Tredici anni. La sera prima ha baciato Caroline per la prima volta (e per giunta sulla bocca), e il giorno dopo... è il giorno del trasloco. La famiglia si sposta a 600 chilometri di distanza, segue il padre per un incarico temporaneo. Certo, solo per 10 mesi, poi si torna. Ma è quanto basta per aprire una breccia nella vita di Olivier, dentro la quale prende posto lo sconosciuto, l’inconoscibile, il mistero.
Un corto circuito nella linea del tempo. Lo spazio giusto per i fantasmi, che possono tornare a chiedere giustizia. É questa la storia di Olivier. Una storia che lo segnerà per tutta la vita come una cicatrice. Uno sfregio ben visibile sul volto. E un gran silenzio tutto intorno.
Solo lui lo sa quello che è successo. Solo lui e l’anziana signora Goret.
Una storia intrigante già dalla copertina saggiamente affidata a Maurizio A.C. Quarello: una bambina piccola e un cane grande ci guardano negli occhi ma con occhi vuoti. Sono sulla soglia di un cancello grigio di una casa grigia in un paese grigio.
Quello che è successo è accaduto sei anni prima e Olivier, ora ventenne, ce lo sta raccontando.
La sua è una voce pacata e a tratti ironica ma capace di tenerci costantemente in tensione. Così vicini all'invisibile da non poterci più staccare. Dunque Olivier incontra i fantasmi: una bambina e un cane. Scopriremo che furono vittime di un rastrellamento nazista, e più precisamente, dalla delazione che consegnò quella famiglia ebrea ai nazisti.
Solitudine, suspense, immaginazione, paura, ricerca, responsabilità personale, senso di giustizia, dare pace. Sono questi i passaggi che segnano il racconto di quei dieci mesi a cavallo tra i 13 e i 14 anni di Olivier. In quei dieci mesi, per non abbandonarsi alla follia, Olivier si impegna in una ricerca coraggiosa che mette insieme indizi, visioni, ricerche storiche, e tante palpitazioni, insieme a molto coraggio.
Ma pure molta solitudine: a chi lo dici che vedi una bambina e un cane che nessun altro vede? Non lo dici nessuno! La signora Goret, l’anziana e ruvida vicina, come s’è detto, è l’unica che sa quello che è successo. E menomale che c’è lei, la sola che può provare ad Olivier che non è matto, è solo che la Storia è venuta a trovarlo. Evidentemente ha ancora qualcosa da dire. Un senso di responsabilità da richiamare. Mourlevat ha davvero ben scritto questo breve romanzo di formazione che fa i conti con la Storia attraverso la dimensione del mistero, del “ciò che sappiamo senza saperlo”, del sogno, delle visioni, dei fantasmi. E Pension Lepic ha davvero ben fatto ad aggiungerlo alla sua collezione preziosa di piccoli libriccini. “La cicatrice” è la prima opera narrativa di Jean-Claude Mourlevat, che esce in Francia nel 1998. Dunque Olivier è il primo personaggio protagonista di un romanzo (prima l’autore aveva scritto per il teatro). È interessante rilevare come, dopo più di vent’anni da questa prima pubblicazione, durante una masterclass per la Bibliothèque nationale de France del 2022, Mourlevat riconosca: “A volte penso che i miei personaggi, i miei protagonisti e le mie protagoniste siano tutti in fondo lo stesso personaggio. Sono uomini, donne, giovani, ragazzi, ragazze, animali, ma sicuramente tutti hanno uno stesso profilo che io declino ogni volta in modi diversi. Sono sensibili, gentili, un po’ timidi, con un gran desiderio di giustizia… fanno del loro meglio.”
Ecco, è proprio così, già a partire da Olivier, che è proprio un ragazzino sensibile, gentile, un po’ timido, con un gran desiderio di giustizia. E fa davvero del suo meglio per attraversare la paura con molto coraggio. Una bellissima lettura per lettrici e lettori a partire dagli 11 anni.

Patrizia

La cicatrice”, Jean-Claude Mourlevat, trad. di Renato Poletti, Pension Lepic 2026
Podcast della Bibliothèque nationale de France BnF per il ciclo di incontri “En lisant, en écrivant” del 2022. Masterclasse Jean-Claude Mourlevat | En lisant, en écrivant 2022



venerdì 29 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA PISCINA

E se il mondo salta in aria
, Sara Jäger, Sarah Maus (trad. Valentina Freschi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "Cosa vuoi Da me 
Cioè cosa vuoi da me? 
Niente.
Mi annoio. Mi annoio a morte. Che poi è inevitabile se stai sempre chiusa in casa e non succede niente, no? 
Allora esci 
Lo farei subito se potessi. Te lo assicuro. Immediatamente, se mi lasciassero. Stare in punizione durante le vacanze dovrebbe essere vietato dalla legge, non credi? Sei a casa anche tu, vero? 
Cosa te lo fa pensare? 
Perché non sei un tipo da piscina..." 

Dialogo tra due vecchi compagni delle elementari, Ava e Juri, che si 'reincontrano' dopo anni di silenzio reciproco, chattando al telefono. 
Ava è in punizione, segregata in casa; digita sul suo cellulare un numero di telefono scritto su un foglietto. Sotto il numero, un nome: Juri. 
Lei solo vocali, lui solo messaggi scritti. Cominciano a chiacchierare: Ava, che al carnevale della quarta, sua madre l'aveva obbligata a mascherarsi da pappagallina, detta quindi Uccello pazzo, è tutta energia, sempre un po' sopra le righe e incapace di fare a meno degli altri, non conosce l'arte del dubbio, apparentemente. Passa il suo tempo a fare, fare fare. E' in perenne movimento. A parte adesso che è chiusa nella sua camera, punita. 


Juri - che in quarta si era mascherato da astronauta - è il suo esatto opposto: un ragazzino pieno di paure (sono settimane che non mette piede a scuola), ama la solitudine, ed esclusivamente nella sua camera, dove si trova ora, si sente al sicuro. Scappa dal resto del mondo perché ambisce al silenzio intorno. Passa il suo tempo a piegare la carta facendo origami e a ragionare ragionare ragionare e nel frattempo coltiva molti dubbi. 
Cosa avranno mai da dirsi questi due, per giorni e spesso anche serate intere? 
Eppure. 

Architettura leggera, direi quasi invisibile, ma solidissima e perfetta.


Viste le due clausure, si potrebbe usare anche in senso metaforico il termine di gabbia di impaginazione studiata alla perfezione. 
Funziona così: nella pagina di sinistra i vocali di Ava. Nella pagina di destra i messaggi digitati da Juri. In tutta l'aria che c'è intorno alle due griglie di testo fluttuano, si infilano, si insinuano, si appendono, si appoggiano, si fanno largo i disegni di Sarah Maus che sono una storia nella storia: imprescindibili e magnifici. 
Sono parecchie le qualità di questo libro, oltre al robusto scheletro che la tiene su. 
La prima consiste proprio nel ritmo che uno scambio di messaggi presuppone. 
E calza a perfezione la scelta che uno scriva e l'altra parli: sono utili specchi per descrivere quei due, Ava e Juri. 
L'immediatezza di comunicazione - tutt'al più stemperata dagli sporadici silenzi dell'uno e dell'altra che altro non sono che prese di distanza, pause di riflessione - li rende immediatamente tridimensionali. Si impara a conoscerli, oserei dire a vederli e quindi a riconoscerli, attraverso quello che si dicono, ma anche molto attraverso il modo in cui se lo dicono. 
E ancora. I dettagli. 
Ce ne sono disseminati moltissimi, anche a livello figurativo. Davvero un lavoro così acuto e profondo da parte di Sarah Maus accanto a quello altrettanto raffinato dell'altra Sara. Penso per esempio, alla scelta dei loro costumi di carnevale... Tutto prende senso. 
Impercettibili a chi lo leggesse in modo distratto, ma altrimenti veri faretti luminosi (come quelli delle piste di atterraggio per gli aerei). 


E poi. Chiunque di noi usi le chat in modo efficace, ossia per fare arrivare chiaro e forte il proprio pensiero, le sa usare, dosare, calibrare: un maiuscolo qui, un a capo lì hanno la stessa efficacia di un tono sotto nella voce o di un'improvvisa accelerazione nel parlato. 
A parte tutto questo - e dico un'ovvietà, ossia che la forma sia latrice di contenuto - narrativamente parlando sono bellissimi quei due e sono bellissimi nel loro reciproco venirsi incontro. 


Lo fanno lentamente - hanno paure diverse, ma sono entrambi cauti nei confronti dell'altro - quasi inconsapevoli di quello che stanno mettendo in piedi insieme: una profonda amicizia, intima, sincera. 
A tenerli insieme ci sono le loro reciproche fragilità e paure, le loro esigue robustezze. Quei due si fanno forza a vicenda, senza per questo essere accudenti o mielosi, o patetici. 
Al contrario, sono schietti, talvolta ruvidi, reticenti il giusto, ma maledettamente veri, nel loro darsi una mano, nel farsi coraggio prima del grande tuffo nel vuoto. 
E anche prima della capriola finale... 
Ora, parlare di assoluta autenticità nel regno della finzione è come mettere una medaglia d'oro intorno al collo di chi ha concepito così bene questo libro. E non sono certo la prima ad averlo fatto e spero nemmeno l'ultima. 
Evviva, un altro raro libro necessario. 

Carla

lunedì 16 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VERTIGINE DELLA LISTA

La lista di Violetta,
David Vlietstra, ill. Yoko Heiligers (trad. Olga Amagliani) 
La nuova Frontiera Junior 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per ogni incontro, Ingeborg voleva che scrivessi che cosa mi preoccupava prima che avesse luogo e se, a posteriori, era davvero capitato ciò che temevo. A me un resoconto simile pareva piuttosto stringato e, perdipiù, non proprio esaltante. Per cui ho deciso di non pormi dei limiti nelle descrizioni degli incontri che facevo. In questo quaderno avrei scritto tutto, nei minimi dettagli. 
Cosa succedeva, cosa veniva detto e che gesti venivano fatti e come mi sentivo durante quegli incontri. Doveva diventare una specie di diario. Un diario di incontri." 

I quaderni sono cinque e nei primi quattro effettivamente questa ragazzina annota con grande dovizia di particolari i primi dieci incontri. 
La cosa funziona così: Violetta ha stilato la lista di tutti e venti i suoi compagni di classe, lei è in quinta. E uno dopo l'altro ha in mente di passarci un pomeriggio assieme, giocandoci. 
L'ordine che segue per decidere il sorteggiato o la sorteggiata del giorno è piuttosto variabile, ma la procedura di coinvolgimento è sostanzialmente identica. Violetta chiede a ciascuno di loro se abbiano voglia di giocare con lei. E, visto che tutti accettano di buon grado, capita che lei passi a casa di ciascuno di loro un pomeriggio intero, facendo ogni volta cose molto diverse. 
A casa propria, diligentemente e nella penombra della sua stanza, Violetta di questi pomeriggi ne stila una cronaca ricca di dettagli e considerazioni. E ogni volta ne viene fuori l'originalità delle esperienze: dal ritrovamento della fede nuziale nell'orto delle carote, al pomeriggio passato con la sua compagna alla moda, la cui casa era stata il set di una famosa serie in tv, passando per il pomeriggio passato lungo i binari del treno a schiacciare monetine e a liberare tricicli incastrati.


Ogni volta, la storia che Violetta scrive nel suo diario ha qualcosa di davvero meraviglioso. Così tanto meraviglioso da non sembrare neanche vero... 

Meccanismo a orologeria che come tale deflagra tra le mani del lettore a tre quarti del libro. 
Sebbene qui non sia possibile dire di più, tuttavia c'è da parte mia l'assicurazione che alla fine del libro nessuno si sarà fatto male. Anzi. 
A fine corsa, saremo lì stupiti, a ragionare di cosa significhi davvero la solitudine e di quanto sia complicato per dei ragazzini in crescita uscire allo scoperto: alle volte la sola pelle non sembra bastare. 
E allora è possibile che da parte loro si rimugini e lavori in silenzio alla costruzione di una propria corazza. E se questa corazza fosse fatta di sole parole? 
E allora occorrerà interrogarsi anche sul senso che la scrittura può avere. 
Interessante quesito: per chi e perché si sente talvolta il bisogno di scrivere? 


Violetta conosce bene il suo problema e riesce a vederne i contorni, ragione per la quale una volta a settimana va a fare due chiacchiere con una psicologa. 
Sa che la solitudine dentro cui è asserragliata può giocarle dei brutti scherzi, ma sembra sapere altrettanto bene di avere gli strumenti per potersela lasciare alle spalle. Uno di questi è proprio l'esercizio cui Ingeborg la sottopone. Anzi, lei si sente così sicura di potercela fare che va al di là del compito stesso: nessun breve report paraclinico e asettico, quanto piuttosto un fluente e coinvolgente diario dettagliato dei suoi pomeriggi. 
Questo è ciò che vuole portare in regalo a Ingeborg. Un giorno, a incontri ultimati. 
Scrivere è il suo modo di esporsi. È il suo modo di trovare un senso. Almeno per adesso, il racconto di dieci pomeriggi di gioco è quello che lei può mettere sul piatto. La sfida la diverte, le prende la mano, le dà gusto, le dà fiducia... 
Noi assistiamo a tutto questo e ci caschiamo dentro con tutte le scarpe. 
Noi siamo gli interlocutori di Violetta. 
Noi siamo i primi lettori di questo diario così particolare. 
Lei scrive i singoli incontri per chi - come Ingeborg - un giorno li leggerà. 
Qui e ora è il nostro turno. 
La seguiamo mentre, con una certa determinazione, sta facendo 'i compiti' che per l'appunto Ingeborg, la sua psicologa che l'aiuta a combattere il suo irrefrenabile bisogno di isolarsi dagli altri, le ha assegnato. 
Violetta, va detto, ha metodo: ha stilato una lista di nomi, che è sulla prima pagina del libro e tutti questi personaggi, stando a quanto scrive, sono i suoi compagni. Con ciascuno di loro lei ha in mente di passare un pomeriggio di gioco. 
E infatti è con il racconto di tutto questo che riempie pagine e pagine. 
Sempre più avvincenti, sempre più inverosimili... 


Alla fine, dopo i venti incontri, forse solo diciannove perché il bambino Edzo non le sembra molto propenso a passare del tempo con lei, visto anche il sasso che un giorno le ha tirato, Ingeborg - e noi con lei - resteremo a bocca aperta. 
Perché la lista di Violetta è sul serio una bella storia di storie. 
E da lì sarà bene per tutti, Violetta inclusa, ricominciare. E forse, questa volta per davvero. 

Carla

venerdì 23 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PERCHE' CI VUOLE ORECCHIO

L'orecchio, Piret Raud (trad. Daniele Monticelli) 
Uovonero 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"L'orecchio era confuso. 
Non sapeva più chi fosse davvero. 
'La testa sapeva sempre cosa fare, perché la testa ha un cervello. 
Ma senza testa io non sono nessuno' piagnucolava l'orecchio. 
All'improvviso sentì qualcuno dire 'Cra-cra'. 
Era una rana." 

La cosa che è appena successa è la seguente: la testa se ne è andata altrove, quindi - come si suol dire - l'orecchio ha perso la testa. 
Così, in questa situazione piena di incertezza l'orecchio va. D'altronde il mondo è grande e lui è piuttosto multiforme, anche se non ne ha piena consapevolezza. In questo suo girovagare per terra, per cielo e per acqua l'orecchio fa incontri interessanti: dalla rana che ama cantare alla lepre che ama rubare... 


Senza per questo fare dell'ironia, ma quell'orecchio girovago fa molto bene il suo mestiere: ascoltare. E quando si sparge la voce che lui ha davvero talento e la giusta predisposizione d'animo di mettersi lì a raccogliere i fatti altrui senza chiedere nulla in cambio e soprattutto senza sentirsi in dovere di dispensare consigli o più semplicemente dire la sua, il suo tempo in solitudine si assottiglia parecchio. 
A ben vedere, le sue giornate trascorrono felici e anche il ricordo della testa fuggita non lo angustia più, fino al momento in cui non incontra un malizioso ragno... 

Piret Raud è prima di tutto il resto un'artista. Ossia, il suo linguaggio espressivo per eccellenza è l'immagine. 
Le parole - per lei - sono arrivate dopo. 
Sono arrivate solo quando ha sentito l'esigenza di trovare una voce per le sue immagini. 


Figlia e sorella d'arte, Piret Raud, alla sua terza o quarta apparizione tra i libri italiani (le sue prime cose sono state pubblicate da Sinnos), in questa storia lieve e fatta di un pugnetto di parole, dimostra alcune cose piuttosto interessanti. 
La prima riguarda - ancora una volta ci torno su - quanto, nei libri ben fatti, sia grande lo spazio che le parole lasciano alle immagini. Peraltro lei stessa ha affermato che attraverso il disegno si può dire tanto di più di quanto non si possa fare con le parole. 
E infatti. 
Esempio di questo sono le poche immagini, al principio del libro, che alludono a Van Gogh e che creano una sorta di contesto di partenza, ma soprattutto sono le metamorfosi dell'orecchio stesso su cui il testo tace con l'intento preciso di non voler diventare didascalia... 
Riguardo alla questione Van Gogh, non è affatto detto che un piccolo lettore la colga, ma questo poco importa a Piret Raud, forte del fatto che i libri che lei disegna e scrive hanno l'obiettivo di rivolgersi a tutti. E ognuno leggerà quello che è in grado di cogliere. Con buona pace degli altri. 
Al contrario, le continue metamorfosi dell'orecchio che diventa nuvola, fungo, pesce, farfalla e chiocciola sono principalmente dedicate ai più piccoli che si divertiranno parecchio ad estrapolare il profilo stilizzato di un orecchio in molti contesti imprevisti. 
Un esercizio sempre molto interessante da fare con i bambini, ossia quello di stimolarli a vedere le cose da prospettive anche diverse, quello di affidarsi agli occhi per cogliere somiglianze che per superficialità e sciatteria visiva potrebbero sfuggire... 


Questo esercizio di lettura dell'immagine è l'altra nota interessante del disegno di Piret Raud. Lei è in grado di portarla al massimo grado di potenza: la carrellata di animali e, più in generale, di oggetti, si caratterizza per una complessità di segno che però ha la capacità di disfarsi come nebbia al primo sguardo. 
Penso alle geometrie interne della rana o del coniglio, per esempio, che alludono alla loro 'interiorità' - la pioggia per la rana e un pupazzo di neve con naso di carota per il coniglio. 


Bel sistema di stratificare i significati e nello stesso tempo di intrecciarli a livello visivo. 
E a chiudere, due parole sul testo. Non molto dissimile dal tipo di immagine: rarefatto e nel contempo denso. 


Lascerei a chi di dovere la questione che il libro con molta grazia solleva, ovvero quella che la sapienza di saper ascoltare è dono raro quanto apprezzabile...

Carla

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

lunedì 23 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA LUNEDÌ A LUNEDÌ, PASSANDO DA VENERDÌ

gatto qui gatto là
, Stéphane Servant, Marta Orzel (trad. Irene Scarpati) 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Insomma, il giorno in cui quel gatto è entrato dalla finestra, l’ho chiamato Lunedì. 
Perché i gatti sono brutti come il lunedì. Sono furbi, ladri e infidi. Li vedo nel mio giardino, scavano la terra, strappano i miei fiori, e fanno i loro bisogni tra i miei porri. Sono insopportabili! 
Insopportabili quasi quanto la ragazzina bionda della casa accanto. Ma io aspetto comunque Lunedì. Perché non è un gatto come gli altri. Non appartiene a nessuno. È un randagio." 

Il gatto Lunedì arriva e, si piazza sulle ginocchia della vecchia signora che ha una gamba ingessata e sta aspettando anche la sua fisioterapista. 
Lui, come fa di solito, le si accoccola sulle ginocchia e, facendo le fusa, si addormenta. 
Quando un gatto ti si acciambella addosso e ti si addormenta in grembo, puoi essere anche la persona più malmostosa del mondo, puoi detestare tutti (di certo i gatti e le bambine rumorose), ma prima o poi cedi. Ed è quello che è capitato anche a lei, Loretta. 
Temporaneamente bloccata a casa dalla sua gamba ingessata - un ragazzino in bici l'ha stesa per strada vicino a casa - vede solo la fisioterapista, il dottore per la visita di controllo e le sue amiche che da lei vanno a giocare a scarabeo e a mangiarle tutte le torte. Un vicino di casa anziano come lei e quella bambinetta che canta sempre sono per lei tutto il suo mondo che sbircia dai vetri della finestra. 
Finestra che, per l'appunto, è la via d'accesso del gatto nero. 
Oggi è lunedì, ma nel gatto omonimo c'è qualcosa di diverso: ha un nastrino intorno al collo da cui pende un guscio di noce che contiene un brevissimo messaggio, anzi una domanda: come va? 
Il classico granello di sabbia nell'ingranaggio che fino a oggi aveva funzionato sempre allo stesso modo. Nella solitudine della vecchia Loretta si è appena affacciato qualcuno... per di più sconosciuto. 
Vista l'indole, ma anche l'inevitabile curiosità, la signora non resiste e risponde, ma con una rispostaccia perché in cuor suo ha già "capito" chi potrebbe essere: quella impertinente della bambinetta vicina di casa. 
Si sbaglia, lo sconosciuto dichiara di chiamarsi Sofian... 
O forse allora è il vecchio signore che annaffia con amore le sue piante sul balcone?
Comincia così un fitto scambio di bigliettini ed equivoci, alcuni anche molto poetici, che il gatto si premura di recapitare nel corso di una settimana. 
Il lunedì, nel pomeriggio, a gesso tolto, i due, Loretta e Sofian, si incontreranno...Forse. 

L'unico gatto che ho avuto nella mia vita era un siamese "nero" che mia madre odiava perché un gatto nero nella casa di una signora superstiziosa non era proprio l'ideale. Come antidoto al malocchio lo aveva battezzato Venerdì. Ha campato felice e cattivo per 17 magnifici anni! 
Questo è per dire che questo libro mi ha proprio cercato e, finalmente, trovato. Mi si è accucciato sulle ginocchia e ha cominciato a fare le fusa. 
A parte la contingenza di aver avuto un gatto di nome Venerdì, a parte la passione per storie di gatti con più case (dai Sei pranzi di Sid in poi), questo libro colpisce anche per ragioni più generali, che provo a elencare. 
Va subito chiarito che il libro è rigorosamente diviso a metà, come suggerisce il titolo.
C'è un gatto che fa la spola tra due (o forse più) case: di sicuro visita le case dei due interlocutori misteriosi, che "al buio" si stanno scrivendo e si stanno anche un po' raccontando, con le domande e le risposte che viaggiano nella noce. Cosa ami? Ci incontriamo? Facciamo assieme uno spuntino? 
Sebbene sia necessario tacere qui sulla seconda versione della storia, quella di Sofian... è invece utile sottolineare, quelle ragioni più generali. 
Prima fra tutte l'idea, la scintilla che mette in moto tutta la storia. 
Bello e perfetto, il meccanismo a orologeria che ticchetta per tutto il libro, ossia lungo le sue due metà tra loro simmetriche. 
Una grande armonia le tiene insieme, salvo poi "scoppiare" in un fuoco d'artificio finale, inaspettato. Anzi, due. 
Piacevole la leggerezza e contemporaneamente la profondità di scrittura, la sottile ironia che sa stare tutta racchiusa in poche frasi. 
Devi essere un bravo scrittore, e Servant ha dimostrato più volte di esserlo: non è da tutti raccontare un personaggio, anzi due, solo attraverso scambi telegrafici da mettere in un guscio di noce. 
E ancora, in quelle poche frasi che sono i testi dei reciproci bigliettini, Loretta e Sofian sono entrambi affetti dalla stessa "malattia", entrambi un po' troppo soli. 
Argh, la solitudine potrebbe essere un bel tranello, che ti fa cadere nella retorica sul tema. Qui no. 
Bello il modo che Servant ha scelto per raccontare la solitudine, peraltro da due punti di vista anche parecchio distanti. 
Bello è anche il modo - non detto, ma lì sotto gli occhi di ogni lettore attento - in cui i nostri pensieri funzionano nei confronti degli altri: i  preparativi di entrambi, Loretta e Sofian, per arrivare al meglio di sé all'incontro di persona, sono un concentrato di tenerezza. 
A ragion veduta si può parlare di concentrato: in sole 64 pagine, 32 a testa, succede tutto. 
Evviva! 

 Carla

lunedì 9 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CONFINE

La ragazza pesce, Søren Jessen (trad. Eva Valvo) 
Camelozampa 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Frede allunga la mano verso la scatola di biscotti. 
'No, adesso basta' dico tirando la scatola a me. Non dobbiamo fare lo stesso errore dell'aranciata. I primi tempi ne abbiamo bevuta troppa. Non pensavamo di rimanere soli così a lungo. Ma ormai non possiamo farci più niente. Ci accontenteremo dell'acqua. Di quella ce n'è ancora un sacco. 
'Quando tornano mamma e papà?'." 

Sono in casa da soli, fratello e sorella. Da giorni. Hanno un po' di scorte con loro. Ma non più molta roba. Senza corrente, con un generatore che non parte. Segregati in casa perché fuori c'è solo acqua: piogge infinite e il mare in tempesta che ha sommerso tutto. La loro casa, costruita in cima alla collina, sembra resistere. Ma per quanto? 
Questo è quello che c'è all'esterno. 
Ma invece all'interno della loro casa qual è lo scenario? Sotto il tavolo da pranzo, un rifugio nel rifugio, ammesso che la loro casa possa essere considerata un un luogo sicuro, il piccolo Frede sta giocando con i suoi animali giocattolo, le sue macchinine e Bruto, il brachiosauro del cuore.


Il suo gioco ha qualcosa di apocalittico: macchine che fanno incidenti a catena, l'enorme pupazzo di Bruto che piomba sugli altri inermi animali della fattoria... Poi arriva l'ora di cena, scatolette dalla dispensa, che la sorella prepara sulla bombola a gas, sperando che lui mangi. Frede è troppo magro per la sua età, lo dice anche il dottore, e poi spesso ha crisi in cui l'unica cosa che riesce a fare e sbattere la testa contro il muro o il pavimento. Ma adesso sembra tutto sotto controllo. Poi arriva l'ora di andare a dormire nel lettone, adesso vuoto, perché mamma e papà non sono lì a occuparlo. 
Ma quando tornano?... 

Quel grande azzurro e tutta quell'acqua che attraversa e riempie l'intero racconto ricorda quello di un'altra storia: Il sogno del Nautilus scritta da David Almond e illustrata da Dieter Weissmüller. In entrambi i casi siamo davanti a due scenari sottomarini e soprattutto postapocalittici. 
Il mondo intero è sprofondato negli abissi. Il Tower Bridge è attraversato dai delfini nel Sogno del Nautilus, qui i banchi di pesce azzurro attraversano quando il semaforo è verde. 


Ma a parte questa somiglianza negli scenari sottomarini, con una qualità di segno che li distanzia, e una varietà di linguaggi che Jessen persegue anche a scopo contenutistico, al contrario di Weissmüller, che resta molto più fedele al canone classico dell'albo illustrato. 
La varietà e la maturità di Jessen nel saper dosare testo e immagine, nel saper decidere chi far parlare con voce più alta, di pagina in pagina, se l'immagine o il testo (o ancora come disporli reciprocamente nelle pagine) è forse la qualità che per prima colpisce. Un bel contrappunto nelle prime pagine con il disegno di un mare in burrasca e solo poche parole che rassicurano e raccontano di una tranquillità casalinga (anche i biscotti di mamma sono citati).
Ma non posso negare che è altro quello che mi interessa mettere a fuoco. 
 Da un lato, il rapporto tra fratello piccolo e sorella grande che se ne prende in carico la cura. 
Immediatamente dopo mi pare interessante che i genitori non ci siano e punto. Non sono morti, molto semplicemente non sono lì con i due bambini. Nessuna spiegazione in merito, solo il vuoto che hanno lasciato nelle loro vite. Per sempre? Per un po' di giorni? Non è dato saperlo 
Ecco, il non sapere, o meglio il non dire è l'altro pregio nella scrittura di Jessen. 
Talvolta si dilunga, ma più spesso tace su un sacco di questioni e richiede ai suoi lettori uno sforzo immaginativo non indifferente. In questo caso c'è da capire che cosa effettivamente stia capitando in quella porzione di mondo, e ulteriormente ciò sta capitando solo in quell'isoletta o coinvolge l'intero pianeta? Da quanto sta succedendo quello che sta succedendo? Libertà di interpretazione quasi assoluta per il lettore. 
Lo stesso finale, su cui si deve necessariamente tacere, avviene nell'assoluto silenzio del testo.
Solo un suono ci guida. Bella idea. 
Nella stessa relazione tra fratello e sorella si percepiscono piccole sfumature emotive che ci permettono di ipotizzare che questa ragazzina stia - suo malgrado - provando a gestire una situazione molto più grande di lei e che cerchi di farlo al meglio, provando a mantenere salde le poche cose che legano entrambi alla vita di prima: le loro abitudini. 
E qui entra in gioco un'altra qualità di questo racconto, ossia la costruzione della relazione tra fratelli che, qui davvero esasperata dalle contingenze, resiste ad ogni pressione. Si percepisce con chiarezza che la maggiore sta cedendo, ma decide e sa che non deve mollare, e che il piccolo, per parte sua, dimostra di essere capace di fermarsi sempre a un passo dal diventare ingestibile. 


Sono magnifici nel loro fare 'pacchetto di mischia' di fronte al grande problema che entrambi hanno al momento. Per questo sono stati capaci di costruirsi un loro ménage alternativo a quello che dovrebbe essere quello consueto. 
Sullo sfondo un grande non detto, ossia il senso di privazione. E non solo quello dato dall'assenza dei genitori, ma anche di tutto il resto: dal cibo all'energia elettrica (ricorda qualcosa?). 
Quante e quali sono effettivamente le cose di cui non è proprio possibile far a meno per sopravvivere? beh, su questo ci sarebbe un monte di cose da dire. E un monte di esempi da portare. 
E così in qualche modo si ritorna al punto di partenza, ossia a quella commistione di assolutamente straordinario e di altrettanto assolutamente quotidiano che convivono sulle pagine dello stesso libro, della stessa storia. Quanto è sottile questo confine? 
Verrebbe da dire grosso quanto lo spessore di una parete ed esile quanto la sottigliezza di una finestra...

Carla

mercoledì 16 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DEL BENE E DEL MALE 


Martyn, narratore e protagonista di questa storia, ha un cognome che già prima di nascere lo condanna a una vita difficile: si chiama Pig, Martyn Pig ...e vorrei vedere voi! 
Ma al cognome si è ormai abituato, come a tutti i conseguenti sfottò: le risate, i grugniti, gli appellativi (porco, maiale, faccia di lardo, mangia letame…). Pure al resto della sua vita si è abituato: a un quartiere squallido, a una città grigia dove si trascinano esistenze deprivate, alla solitudine, ai cieli grigi, a una madre che se n’è andata già da tempo e a un padre alcolizzato molesto e violento. 
Una esistenza data per scontata, come se in alcun modo sarebbe potuta essere diversa, uno sguardo così lucido da rasentare l’ironia. 
Martyn ha (quasi) 14 anni e ci racconta la sua storia a ritroso, quando tutto è già successo, un anno prima, la settimana che precedeva il Natale: da un mercoledì al mercoledì successivo. 
Tutto è già successo, dunque, e questo "tutto" sta per "tanto", anzi "troppo".  Come sempre, Kevin Brooks ci porta sull’orlo di un baratro dove cerchiamo di restare in equilibrio mentre lui ci scazzotta ben bene all’altezza dello stomaco per vedere quanto siamo disposti ad abitare tra le pagine di periferie aride e adolescenze dolenti, dove se vuoi capirci qualcosa, se vuoi sopravvivere, devi rinegoziare a ogni passo, in ogni pagina, cosa è giusto e cosa non lo è. 
Grigio è il colore di questo racconto, neanche il sangue di chi è morto riesce a colorare la storia, solo grigio, lo stesso grigio delle strade, dei volti anonimi dei vicini, dei passanti, dei negozi. Giusto per dare un’idea provo qui a riportare gli aggettivi con cui Martyn, nello spazio di sei pagine, descrive cose e persone mentre fa un giro in città per recarsi al TuttoSottoCosto: spaventoso, collassato, scheletrico, sgradevole, irritante, orribile, insopportabile, appiccicoso, paralizzante, estraneo, sgraziato, discordante, untuoso, folle, freddo, umido, fradicio, sbronzo, strappato, imbrattato, biancastro
E certamente me ne è sfuggito qualcuno. 
In un paesaggio di tal fatta, umano e urbano, interno ed esterno a Martyn, accade quello che non doveva accadere: nella giornata di quel mercoledì di un anno prima, per evitare l’ira del padre strafatto di alcool come sempre e come sempre violento, Martyn cerca di schivare l’aggressione - una spinta per difendersi - la caduta - la testa sulla pietra del camino. Il padre muore già nel primo capitolo e mi permetto qui di raccontarlo perché è nei capitoli, dunque nei sette giorni, successivi che tutta la storia accade. 
E quello che accadrà sarà determinato da due elementi: la passione per i romanzi noir e polizieschi di Raymond Chandler e Arthur Conan Doyle, e l’amicizia con Alex, la giovane vicina di casa che diventerà coprotagonista degli eventi. Ispirato da Philip Marlowe e da Sherlock Holmes e motivato dall’innamoramento per la bella Alex, Martyn costruirà la sua strategia e il tentativo di riscatto da una situazione senza uscita. “Le cose non succedono così e basta, ci sono delle ragioni. E le ragioni hanno le loro ragioni. E le ragioni delle ragioni hanno una ragione. E poi le cose che succedono fanno succedere altre cose, diventano delle ragioni a loro volta. Niente va dritto per la sua strada, non è mai così semplice.” 
Dentro un determinismo schiacciante Martyn cercherà di inserirsi tra gli eventi costruendo un cinico meccanismo di precisione senza mai svelare in anticipo il suo piano a chi legge. 
Un racconto in prima persona che si sposta dal passato al presente e viceversa, fatto dialoghi in presa diretta che si mischiano a ricordi di infanzia; e mentre si legge si è presi da un flusso continuo di racconto e ci pare di assistere alla scena come se accadesse in quel momento sotto i nostri occhi, poi ogni tanto Martyn si rivolge direttamente a noi, allora ci si ricorda che non si è testimoni di qualcosa che accade nel presente ma che è tutto, tanto, troppo, già accaduto. È solo nell’Epilogo che riusciamo a tornare stabilmente in noi, nel presente di lettori e lettrici chiamati in causa dal narratore. 
Una scrittura magistrale. Un giallo, una detective story, un romanzo sociale, un romanzo di formazione dove ogni svolta del racconto è inaspettata e quello che ti aspetti ti prende allo stomaco: tra illusione e disillusione, ingenuità e strategia, Kevin Brooks ti porta fino all’ultima pagina dove tutto si riapre in un giudizio impossibile, dove bene e male, amicizia e tradimento si ridisegnano come non potevi immaginarti. Ogni adolescenza è impegnata a ridiscutere e ridefinire il bene e il male, a contestarne i luoghi comuni per ricostruirne il senso individuale e collettivo. Questa storia apre uno spazio ampio ed estremo capace di accogliere domande e riflessioni fuori da ogni risposta preconfezionata. 
Per lettori e lettrici con stomaci forti e con una quindicina di anni alle spalle. 

Patrizia 

Noterella al margine. La copertina è disegnata Truly Design, un collettivo di artisti torinesi che con una palette ridottissima di colori e con un disegno super geometrico riescono a dare profondità e movimento alla scena. Una pur veloce ricerca in rete mostra la loro capacità di ridisegnare gli spazi creando volumi e profondità illusorie e pur credibili. Il nostro Martyn si è forse imbattuto in uno dei loro murales? 

 “Martyn Pig”, Kevin Brooks, trad. Benedetta Reale, Giralangolo 2025 

 

mercoledì 19 febbraio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SPAZIO AL SILENZIO 

Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. 


“Ascoltami quando sto zitto” lo dichiara apertamente: le parole non riescono a dire tutto. Dicono le cose, le mettono ciascuna in un posto dove possono restare più o meno in ordine, ma c’è tanto altro che dentro alle parole non ci sta, e quello che non ci sta rischia di rimanere nascosto o di andare perduto.


Disegnato in bianco e nero con tratti fittissimi e sottili, l’orso ragiona sulla sua esperienza del mondo e lo fa con un testo scarno e poetico sottolineato dalla maestria grafica di Orecchio Acerbo che, nel rigoroso bianco e nero dell’albo, introduce solo un color oro, a cadenzare la lettura, come a introdurre delle pause, come una punteggiatura aggiuntiva che illumina le parole quasi sempre poste al centro esatto di pagine completamente bianche, o totalmente nere. 
L’essenziale. 
Il discorso parte con un monologo riflessivo sul potere e sul limite delle parole lasciando chi legge in una posizione esterna e compiaciuta di tanta poetica consapevolezza ma all’improvviso, nelle ultimissime pagine, si viene richiamati con forza, con un imperativo/esortativo: ascoltami quando sto zitto. 


Il percorso delle immagini ci fa conoscere l’orso narrante inizialmente in relazione con ciò che è fuori da lui: la natura, le cose e noi, che in queste pagine possiamo guardarlo negli occhi. Le illustrazioni successive ci porteranno sulla soglia di luoghi interiori insondabili, chiusi allo sguardo di chi legge (già in copertina il volto dell’orso è esposto ma completamente chiuso) per poi spalancarci gli spazi aperti del silenzio: lo spazio (di intere doppie pagine) occupato dai sogni, dai suoni, dalla luce e molte cose ancora. Un libro con una grande potenza evocativa dove il silenzio (ciò che eccede la parola) apre spazi infiniti, misteriosi, necessari. 


Diverso il silenzio de “La visita” che, coloratissimo e dialogato, racconta un silenzio quasi visibile. 
Qui il silenzio è qualcuno, anzi no: Io non sono nessuno - dirà entrando nella tana di una piccola volpe – Sono semplicemente il Silenzio. 


In questo albo - vincitore nel 2023 del “XVI Premio Internazionale Compostela per albi illustrati” - il silenzio è una presenza, un dialogo, uno spazio: una tana sotterranea che, col procedere del racconto, prenderà la scena della doppia pagina fino a occuparla tutta. 


E anche a superarne il limite, se si tratta di danzarci dentro poiché in silenzio, guarda un po’, si può danzare”! La piccola volpe ha conosciuto uno spazio interiore ampio e gioioso che si fa vivo quando intorno tutto tace. Un racconto certamente rivolto ai più piccoli, molto esplicito ma non banale, per apprezzare un’esperienza che non è fatta di parole, per darle spazio. 
 

“Solo con sé stesso” cambia completamente registro. 
Scritto e disegnato da Geoffrey Hayes nel 1976 ci racconta di un orsetto (un peluche vestito con maglietta e salopette) che, prima ancora che la storia abbia inizio, ci viene incontro uscendo da una porta disegnata nel bianco più totale, quasi a dire, dovunque tu sia, esci, andiamo nel viottolo segreto. 


Il racconto è composto da 23 tavole tutte identicamente quadrate (o quasi: base e altezza differiscono di pochi millimetri). Disegnate a matita grigia e verde pastello, sono collocate nel pieno di pagine bianche tanto da dare l’impressione di sfogliare una raccolta di istantanee, una collezione di momenti, di pensieri, di ricordi. 
C’è un gran silenzio in queste pagine: il peluche non parla ed è sempre solo. Chi legge segue una voce fuori campo che descrivere le singole scene con pochissime parole e il silenzio di ogni singola tavola esplode in scene di spazi aperti, ricchi di natura, di gioco, di contemplazione, di immaginazione.


E pure quando cala la sera, nel chiuso di una stanza, ben piantato nel suo, proprio il suo, letto, anche allora, con il sogno la scena si riapre su un paesaggio, che orsetto attraversa seguendo un ampio sentiero che va verso chissà dove. In "Solo con sé stesso" orsetto sperimenta spazi interiori che sono intimi e allo stesso tempo aperti a orizzonti vasti. 
Il silenzio è uno spazio ampio da percorrere in lungo e in largo.
 

Per "Killiok" bisogna innanzi tutto ringraziare Babalibri e Orecchio Acerbo per aver pubblicato i primi titoli italiani di Anne Brouillard.
Detto questo, si può affermare che di silenzio Anne Brouillard ne sa eccome. 
Sono silenzi brulicanti quelli delle sue storie, silenzi pieni di voci della natura, di pensieri e progetti tra sé e sé, di incontri tra amici e di passeggiate nel bosco o intorno al lago, o in treno tra una stazione e l’altra. 
I silenzi delle storie della Brouillard sono piuttosto posture: il modo in cui i personaggi si muovono nel mondo. In questa storia Killiok è solo, ci vorrà qualche giorno ancora prima che torni a casa l’amico Rubin Zuzù (che non apparirà mai nella storia), giusto il tempo per chiacchierare con inaspettati animaletti del prato o per inseguire un piccolo progetto, pensarci un po’ su, parlarne con Gatto Mistero che è passato a trovarlo. 
È un silenzio sempre dialogato: che siano dialoghi interiori, o con i suoni e gli abitanti della natura, o con qualcuno. In "Killiok", per esempio, possiamo godere di un bellissimo silenzio tra una chiacchiera e l’altra con Gatto Mistero. 


Lo spazio della relazione tra i due è disegnato in questa tavola (soprattutto quella di destra) dove Killiok e Gatto Mistero sono in primissimo piano, privati di qualunque contesto, sono intenti a scambiarsi pareri seduti su una banchina scontornata tra le righe del testo. A un certo punto, entrambi restano in silenzio e basterà girare la pagina per stupirsi dello spazio meraviglioso e luminoso che il silenzio apre ai nostri due amici (e felicemente anche a noi): Killiok e Gatto Mistero non si sono spostati di una virgola, sono sempre seduti sulla stessa banchina, solo che ora sono al centro di un paesaggio di rara bellezza (e felicemente anche noi). La tavola è muta: silenzio. 


Dunque il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età. 

Patrizia

“Ascoltami quando sto zitto”, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024