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lunedì 9 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CONFINE

La ragazza pesce, Søren Jessen (trad. Eva Valvo) 
Camelozampa 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Frede allunga la mano verso la scatola di biscotti. 
'No, adesso basta' dico tirando la scatola a me. Non dobbiamo fare lo stesso errore dell'aranciata. I primi tempi ne abbiamo bevuta troppa. Non pensavamo di rimanere soli così a lungo. Ma ormai non possiamo farci più niente. Ci accontenteremo dell'acqua. Di quella ce n'è ancora un sacco. 
'Quando tornano mamma e papà?'." 

Sono in casa da soli, fratello e sorella. Da giorni. Hanno un po' di scorte con loro. Ma non più molta roba. Senza corrente, con un generatore che non parte. Segregati in casa perché fuori c'è solo acqua: piogge infinite e il mare in tempesta che ha sommerso tutto. La loro casa, costruita in cima alla collina, sembra resistere. Ma per quanto? 
Questo è quello che c'è all'esterno. 
Ma invece all'interno della loro casa qual è lo scenario? Sotto il tavolo da pranzo, un rifugio nel rifugio, ammesso che la loro casa possa essere considerata un un luogo sicuro, il piccolo Frede sta giocando con i suoi animali giocattolo, le sue macchinine e Bruto, il brachiosauro del cuore.


Il suo gioco ha qualcosa di apocalittico: macchine che fanno incidenti a catena, l'enorme pupazzo di Bruto che piomba sugli altri inermi animali della fattoria... Poi arriva l'ora di cena, scatolette dalla dispensa, che la sorella prepara sulla bombola a gas, sperando che lui mangi. Frede è troppo magro per la sua età, lo dice anche il dottore, e poi spesso ha crisi in cui l'unica cosa che riesce a fare e sbattere la testa contro il muro o il pavimento. Ma adesso sembra tutto sotto controllo. Poi arriva l'ora di andare a dormire nel lettone, adesso vuoto, perché mamma e papà non sono lì a occuparlo. 
Ma quando tornano?... 

Quel grande azzurro e tutta quell'acqua che attraversa e riempie l'intero racconto ricorda quello di un'altra storia: Il sogno del Nautilus scritta da David Almond e illustrata da Dieter Weissmüller. In entrambi i casi siamo davanti a due scenari sottomarini e soprattutto postapocalittici. 
Il mondo intero è sprofondato negli abissi. Il Tower Bridge è attraversato dai delfini nel Sogno del Nautilus, qui i banchi di pesce azzurro attraversano quando il semaforo è verde. 


Ma a parte questa somiglianza negli scenari sottomarini, con una qualità di segno che li distanzia, e una varietà di linguaggi che Jessen persegue anche a scopo contenutistico, al contrario di Weissmüller, che resta molto più fedele al canone classico dell'albo illustrato. 
La varietà e la maturità di Jessen nel saper dosare testo e immagine, nel saper decidere chi far parlare con voce più alta, di pagina in pagina, se l'immagine o il testo (o ancora come disporli reciprocamente nelle pagine) è forse la qualità che per prima colpisce. Un bel contrappunto nelle prime pagine con il disegno di un mare in burrasca e solo poche parole che rassicurano e raccontano di una tranquillità casalinga (anche i biscotti di mamma sono citati).
Ma non posso negare che è altro quello che mi interessa mettere a fuoco. 
 Da un lato, il rapporto tra fratello piccolo e sorella grande che se ne prende in carico la cura. 
Immediatamente dopo mi pare interessante che i genitori non ci siano e punto. Non sono morti, molto semplicemente non sono lì con i due bambini. Nessuna spiegazione in merito, solo il vuoto che hanno lasciato nelle loro vite. Per sempre? Per un po' di giorni? Non è dato saperlo 
Ecco, il non sapere, o meglio il non dire è l'altro pregio nella scrittura di Jessen. 
Talvolta si dilunga, ma più spesso tace su un sacco di questioni e richiede ai suoi lettori uno sforzo immaginativo non indifferente. In questo caso c'è da capire che cosa effettivamente stia capitando in quella porzione di mondo, e ulteriormente ciò sta capitando solo in quell'isoletta o coinvolge l'intero pianeta? Da quanto sta succedendo quello che sta succedendo? Libertà di interpretazione quasi assoluta per il lettore. 
Lo stesso finale, su cui si deve necessariamente tacere, avviene nell'assoluto silenzio del testo.
Solo un suono ci guida. Bella idea. 
Nella stessa relazione tra fratello e sorella si percepiscono piccole sfumature emotive che ci permettono di ipotizzare che questa ragazzina stia - suo malgrado - provando a gestire una situazione molto più grande di lei e che cerchi di farlo al meglio, provando a mantenere salde le poche cose che legano entrambi alla vita di prima: le loro abitudini. 
E qui entra in gioco un'altra qualità di questo racconto, ossia la costruzione della relazione tra fratelli che, qui davvero esasperata dalle contingenze, resiste ad ogni pressione. Si percepisce con chiarezza che la maggiore sta cedendo, ma decide e sa che non deve mollare, e che il piccolo, per parte sua, dimostra di essere capace di fermarsi sempre a un passo dal diventare ingestibile. 


Sono magnifici nel loro fare 'pacchetto di mischia' di fronte al grande problema che entrambi hanno al momento. Per questo sono stati capaci di costruirsi un loro ménage alternativo a quello che dovrebbe essere quello consueto. 
Sullo sfondo un grande non detto, ossia il senso di privazione. E non solo quello dato dall'assenza dei genitori, ma anche di tutto il resto: dal cibo all'energia elettrica (ricorda qualcosa?). 
Quante e quali sono effettivamente le cose di cui non è proprio possibile far a meno per sopravvivere? beh, su questo ci sarebbe un monte di cose da dire. E un monte di esempi da portare. 
E così in qualche modo si ritorna al punto di partenza, ossia a quella commistione di assolutamente straordinario e di altrettanto assolutamente quotidiano che convivono sulle pagine dello stesso libro, della stessa storia. Quanto è sottile questo confine? 
Verrebbe da dire grosso quanto lo spessore di una parete ed esile quanto la sottigliezza di una finestra...

Carla

venerdì 1 marzo 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DARE CORPO AL CORPO 


Heena Baek è entrata, direi con una certa eco, anche nell'orizzonte della letteratura illustrata italiana. Non c'è che da esserne contenti. Per varie ragioni. 
In primo luogo perché è tanto tanto brava nel creare ciò che crea, in secondo luogo perché ha delle buone idee per le sue piccole e magnifiche storie, poi perché ha un modo di concepire l'illustrazione parecchio originale e non convenzionale e, ancora, perché racconta un mondo abbastanza inconsueto per il panorama cui siamo abituati. E lo fa senza veli. 
Tutte ragioni, queste, che le vengono riconosciute a livello internazionale, visto che vince nel 2020 l'Astrid Lindgren Memorial Award. 
Andiamo con ordine. 
Tanto tanto brava nel creare quello che crea. 


La composizione delle sue illustrazioni passa attraverso la realizzazione di scenari in miniatura entro cui agiscono i suoi personaggi che sono realizzati a mano come modellini plastici e tridimensionali. Ogni tavola è rappresentata dalla fotografia di tutto ciò. 
La tecnica, vicina alla stopmotion, è ancora poco diffusa nell'ambito della letteratura illustrata per bambini, ma non la si può dire una assoluta novità, ma certamente ha un suo appeal molto forte. 
(Io sono cresciuta sui libri di Topo Gigio, pupazzino fatto a mano e poi fotografato nei vari scenari. In televisione veniva animato con un telo nero di fondo per oscurare le mani di chi lo stava manovrando... Era l'alba.) 
Spesso Heena Baek viene ritratta davanti al suo tavolo da lavoro dove compaiono dozzine di personaggi dei suoi libri: cani, bambini, uomini, donne, giovani o vecchi, magri o ciccioni, vestiti o nudi. 
Ciascuno di loro è lo specchio dello stato d'animo che lo attraversa in quel preciso momento. 


Un cane che aspetta dietro una porta, oppure che si spulcia, una bambina che tiene il fiato e sta con gli occhi chiusi sul fondo di una piscina. Un'anziana nonna che prima di uscire si mette il rossetto allo specchio o una donna in là con gli anni che, nuda, galleggia nell'acqua oppure succhia dalla cannuccia uno yogurt con lo sguardo in estasi e le labbra a 'culo di gallina', quello che in gergo si chiama una duck face.
 

Un uomo con la barba incolta, una donna con il cestino per i lavaggi pieno di spazzole e saponi, una bambina con il bambolotto in mano, oppure con il moccio verde che le cola dal naso. 
Questo è per dire che, oltre a essere brava con le mani nel creare scenari, ma soprattutto personaggi, Heena Baek è un portento nel ritrarre il vero. Ma ci torniamo. 
Passiamo alle buone idee. La migliore, perché forse è anche la più complessa delle tre pubblicate in Italia, è quella che sta alla base di Le caramelle magiche. Tuttavia anche in Io sono un cane (sorta di prequel, visti i personaggi) dimostra di saper raccontare con onestà il pensiero di un cane, i suoi opportunismi, le ossessioni, i suoi slanci di gioia e soprattutto la sua assoluta 'fratellanza', empatia profonda, amore incondizionato nei confronti dell'altro piccolo di casa (i risguardi del libro parlano chiaro). 
L'idea in sé, ossia di un cane che scelga come amico per la pelle il bambino e i grandi li 'usi' per le sue esigenze non è di nuovo un'assoluta novità. Il colpo di genio però sta nel ritmo sincopato (che una nonna fatica a reggere), che lei ha saputo cogliere in un cane di quel genere: qualcosa di molto simile a un Jack Russell iperattivo, come tutti i Jack Russell che mi è capitato di incrociare.
 

Ma la sua bravura sta anche nella capacità di muoversi su piani diversi, passando dal racconto di una routine quotidiana a quello di una fantasmagoria, una magia improvvisa del tutto inaspettata e stupefacente. Come se nulla fosse. 
Sicura del fatto che un bambino lettore della coesistenza di questi due piani in apparenza tanto distanti non si preoccuperebbe affatto, anzi. A parte il caso più evidente di Le caramelle magiche in cui la magia è il Leitmotiv che porta quel bambino lontano dalle sue solitudini, essa compare anche in La fata dell'acqua, dove la quotidianità di una mamma e una figlia alle vecchie terme della città per la loro igiene personale si trasforma in un vero incontro magico con una vecchia fata, brizzolata. 
Quale bambino non ci crederebbe all'istante, o quanto meno lo considererebbe plausibile? E solo in cambio di uno yogurt... 
La terza sua grande qualità attiene al medium scelto che le permette di esprimere in tre dimensioni quello che di norma siamo abituati a vedere sulla pagina in una perenne illusione ottica. 
Dare corpo al corpo è la sua carta vincente. 
Ciò la rende diversa da un panorama tutto sommato piuttosto uniforme in tale prospettiva. Neanche il miglior libro fotografico può valersi di un quid tale. 


I suoi modelli le permettono di giocare con gli effetti luminosi, con le ombre, con i fuori fuoco e le inquadrature di cui è assoluta sovrana. Ma anche e soprattutto le offrono l'opportunità di dare forma alle emozioni, agli stati d'animo, in un modo così immediato e autentico che è impossibile non esserne entusiasti. 
In altre parole Heena Baek riesce a restituire, seppure con quella sua vena ironica inconfondibile, un tipo di espressività che è prossimo alla nostra percezione del reale. 
Molti autori, tra i grandissimi penso a Shaun Tan o ancora a David Wiesner o Chris Van Allsburg, si sono mossi in questa direzione; ossia, per realizzare le loro migliori tavole, hanno costruito modellini per aiutarsi con le proporzioni, con le luci per raggiungere l'armonia compositiva. Ma tutti e tre hanno poi 'tradotto' tutta questa sperimentazione tridimensionale in un linguaggio che di dimensioni ne ha pur sempre solo due, seppure di altissimo livello, si intende. 
Ultima ma non ultima sua dote è quella di non essersi mai troppo curata del mainstream occidentale. Racconta con molta disinvoltura storie che hanno come scenario il mondo, le abitudini e la cultura orientali. Solo per fare un esempio: andare settimanalmente ai bagni pubblici per darsi una bella lavata profonda, così come fanno mamma e figlia, nella Fata dell'acqua. O ancora nell'uso dei nomi propri dei suoi personaggi, da Dong-Dong in poi. Ma così come non recede di fronte a queste scelte insolite, altrettanto fa di fronte alla rappresentazione dei suoi magnifici personaggi -  in canottiera, in ciabatte - e dei loro corpi: spesso anche nudi, talvolta cadenti, spesso sformati, pieni di rughe o di altri segni del tempo. 


Sempre mette in scena situazioni molto veraci come per esempio un cane e un bambino che si sbafano un intero pacchetto di patatine e poi stramazzano addormentati e satolli, o un padre in pigiama che lava i piatti in cucina, o una madre in gonna e reggiseno nello spogliatoio delle terme. 
Insomma, sempre ma proprio sempre è la vita vera che va in scena. 
E questo sembra essere una sorta di suo imperativo categorico. 
D'altronde, non è nella vita vera che noi viviamo? 

Carla

Heena Baek, Le caramelle magiche (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2022
Heena Baek, Io sono un cane (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2023
Heena Baek, La fata dell'acqua (trad. Dalila Immacolata Bruno), Terre di Mezzo 2024

lunedì 30 gennaio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SEMPLICE COME BERE UN BICCHIER D'ACQUA

Il signor Filkins nel deserto, Quentin Blake (trad. Luigi Berio) 
Camelozampa 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Si era messo in cammino per andare a festeggiare il suo novantesimo compleanno con la nipote Miranda e la sua famiglia. 
Si era mangiato tutti i tramezzini al formaggio, ma per fortuna nello zainetto aveva ancora una bottiglia con un po' di acqua minerale frizzante. 
Era una giornata molto calda e il viaggio sembrava davvero molto lungo. Ogni tanto si chiedeva se ce l'avrebbe fatta ad arrivare a destinazione. 
Sapeva che il deserto pullulava di creature poco piacevoli." 

Le creature spiacevoli sono lo Snervio, che mr Filkins evita nascondendosi dietro una roccia, quindi un Cianfrusaglio che schiva arrampicandosi su un albero stento. 
Ma è lo Zagoberto quello che lo terrorizza più di ogni altro. 
Ed effettivamente uno Zagoberto è sul suo cammino, ma a guardar bene sembra inoffensivo perché è a terra semi secco e con tre occhi già chiusi: sta morendo di sete. 
Per quanto uno possa essere spaventato, tuttavia di fronte a una così grande emergenza, il pensiero di tirare dritto e lasciarlo lì a finire di essiccarsi al sole cocente del deserto neanche lo sfiora. 
Quel po' di acqua minerale frizzante basterà per lui e lo Zagoberto. 
E così avviene: alzatosi sulle sue sette zampe, riaperti i suoi sei occhi, si mette in groppa Filkins e con lui attraversa tutte le asperità del deserto per arrivare in tempo alla festa di compleanno, dove tutti lo aspettano per brindare... con l'acqua minerale frizzante! 

Lunga vita a Mr Filkins e di conseguenza lunga vita a Sir Quentin Blake che, coetaneo del suo personaggio, ma guarda il caso..., prende china e pennelli e scrive e illustra la storia di Mr Filkins e la dedica a Dick Edwards e a l'Hastings Storytelling Festival nel 2016, di cui lui stesso è angelo custode e mecenate. 
Come nella migliore tradizione, anche qui si ritrovano i caratteri distintivi del Blake scrittore, ossia la semplicità di una storia, un buon sense of humor, una qual ricercatezza venata di follia nella nomenclatura di luoghi o personaggi, una gentilezza e un'allegria radianti e diffuse, un lieto fine. 


Tra tutte queste caratteristiche, trova posto il Blake illustratore con il suo segno a china che anche sessant'anni fa era così volutamente tremolante e solo apparentemente impreciso, con i suoi acquerelli ancora più anarchici del disegno, e con il suo dominio assoluto dello spazio del foglio. 
Come accade di norma quando si ha davanti una storia scritta e illustrata da Sir Quentin, così come accade anche in questa ultima, ci si diverte e si ride parecchio.

 
Un sensibile contributo alla risata qui lo porta Luigi Berio che, da grande e devoto conoscitore e cultore di Blake, capta al volo il tono giusto per tradurre lo Snerg in Snervio e il Clutterbunk in Cianfrusaglio, per poi arrendersi di fronte alla perfezione del nome dello Zagobert e dei suoi parenti, compresa la Emily-Francesca, tale e quale nell'originale. 
Ma torniamo alla semplicità delle sue storie. 
Per essere grandi non è affatto necessario essere complicati, anzi. 
E Quentin Blake è la prova vivente che una buona storia può essere fatta di pochi ingredienti, a patto che siano quelli giusti e il dosaggio sia corretto.
In fondo, a voler essere pignoli, qui tutto ruota intorno a mezza minerale. 
A partire dai risguardi decorati a bicchieri pirotecnici e scoppiettanti di bollicine di anidride carbonica.
Sorge quindi spontaneo il paragone tra una bottiglia di acqua minerale frizzante e il tipo di storie che Quentin Blake va raccontando da sempre: sia l'acqua sia le sue storie sono trasparenti, sono tutte e due di facile reperimento e molto ben riconoscibili da chiunque.
Entrambe vanno giù che è un piacere. 


Entrambe hanno la capacità di migliorare una condizione di partenza, perché entrambe sono in grado di soddisfare un desiderio, o forse sarebbe meglio dire, un bisogno. 
Entrambe hanno in sé un ingrediente misterioso che le rende scoppiettanti. 
Ma soprattutto, entrambe sono necessarie per vivere. 

Carla

mercoledì 18 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SATURARE LO SGUARDO

Il pesce, Ronald Curchod (trad. Fabio Regattin) 
#Logosedizioni 2022 


 ILLUSTRATI 

 "Amo filo piume di gallo pelo di lepre ecco fatto!" 

Nell'acqua c'è vita. Il ragazzo è nascosto tra gli alberi che circondano l'argine del fiume. E vede un'effimera che si posa sulla superficie dell'acqua. Un pesce viene a galla, ma l'insetto fugge. Gli occhi del ragazzo ne scrutano la forma. Il pesce è tornato sul fondo. E aspetta. Riemerge una seconda volta, perché attirato dal posarsi di una piuma di uccello: i suoi denti affilati la catturano. E così il ragazzo capisce come pescare. 
L'arte della pesca a mosca. 
Torna di corsa a casa e si costruisce il suo amo, che tanto ricorda nella forma, la piuma e l'effimera. 
Così comincia la sua battuta di pesca, fino a quando il pesce abbocca. Come ogni pescatore sa, il pesce appena pescato va lasciato all'asciutto perché sia l'aria a finire 'il lavoro'. Ma è in questo momento che i loro sguardi si incrociano: quello del pesce riflette quello del ragazzo. 
Nell'occhio del pesce lui vede se stesso e così prende una decisione di cui andare fiero... 

Una qualità estetica altissima che ha il dono di racchiudere in sé anche una bella storia. E di averlo saputo fare quasi in silenzio. Sulla riva di un fiume. 

© Ronald Curchod

Tutti i libri Ronald Curchod, che non sono poi molti e si contano sulle dita di una mano, hanno questa caratteristica: una storia lieve, raccontata con pochissime parole, che però custodisce al suo interno un nucleo di senso che la rende universale e, attraverso la forza delle immagini, diventa indimenticabile. 
Le poche frasi che mandano avanti il racconto hanno la capacità di incidersi nella mente, così come le tavole di saturare lo sguardo. 
Un effetto quasi ipnotico che porta a guardare e riguardare le pagine, una dopo l'altra per bearsi letteralmente nei colori, ma anche per cercare nelle grandi forme, il dettaglio che costruisce la storia.
 
© Ronald Curchod

In questo senso, il silenzio quasi assoluto del testo, la voluta mancanza di interpunzioni, come se fosse un flusso continuo come quello dell'acqua che lo attraversa, aiuta la concentrazione dell'occhio nel cercare di trovare un senso a tutto ciò che vede. 
La nascita subacquea dell'effimera, che in superficie finalmente stende le ali; la nuotata della rana che ci porta a vedere dove il pesce si nasconda; il ragionamento sulla forma di un'esca: tutti questi sono esempi di come con le immagini si possa raccontare forse ancora più cose che con un testo. La scelta di un titolo che si esaurisca in un'unica parola - sorta di simbolo che rappresenta la parte per il tutto - sembra essere un ulteriore elemento distintivo di Curchod, almeno nei suoi ultimi tre libri. 
Il primo elemento che è lì in tutta la sua evidenza è la grande cura estetica, che si ritrova in ogni particolare. Ogni componente del libro è curata e in perfetta armonia con le altre parti e concorre a rendere l'esperienza visiva indelebile. Lo abbiamo già detto. 
Questa capacità di essere così attrattivo è il frutto di una lunga esperienza di Curchod come grafico e designer, ma soprattutto grazie al fatto di essere un artista. 

© Ronald Curchod

In qualche modo, ogni tavola che costituisce la sequenza narrativa funziona molto bene anche solo per se stessa, come se fosse un quadro in un museo, in una mostra. Ma nello stesso tempo sa essere anche parte di un tutto. 
Un altro elemento di valore da riconoscere a questo artista svizzero e poi francese sta nella grande dimestichezza che dimostra di avere in quello che è il ritmo del racconto: alle tavole singole in sequenza, seguono tavole doppie. 

© Ronald Curchod

A queste si alternano tavole composite, ovvero generate dalla giustapposizione di pannelli verticali o quadrati che, in assenza di cornice, si fondono anche dal punto di vista cromatico. 

© Ronald Curchod

Cambia anche il punto di vista, cambiano le dominanti cromatiche, cambia spesso anche la scala. Il suo bambino pescatore alle volte è in primissimo piano, altre volte lo riassume in una silhoutte nera, nerissima che si moltiplica nell'atto della competizione con il pesce all'amo. 
In questa storia che solo in apparenza si occupa di pesca, ma molto più in profondità è un'ode allo sguardo, gli occhi sono sempre centrali: a partire dallo sguardo magnetico che perfora l'intrico di rami per finire al gioco di riflessi nel grande occhio del pesce fuor d'acqua. 

© Ronald Curchod

Mi metto già in posizione di attesa per Gladys, dedicato all'infanzia materna, e La mano, dedicato a un artista delle marionette e alla sua mano perduta. 

Carla

lunedì 1 febbraio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA POESIA CHE VIENE INCONTRO
 
La natura sa quasi tutto, Alberto Casiraghy
Sonia Maria Luce Possentini, Gabriel Pacheco
Carthusia 2020


ILLUSTRATI
 
"Come mai non sono nato farfalla o rinoceronte, nuvola o fiume, aria o acqua, terra o cielo? Come mai gli elefanti non sanno volare e i gatti non sanno parlare? E come mai la Poesia mi viene incontro solo se cammino?
Entrare nei miei labirinti è stato fin da bambino il mio gioco preferito, e io consiglio a tutti di entrare nei propri: quelli del gioco, della fantasia, della scoperta infinita, dell’esplorazione dell’Universo. "


Questo è uno dei suggerimenti, forse il migliore, che questo libro offre ai suoi lettori. E lo si legge nella breve postfazione che lo stesso Casiraghy rivolge a tutti coloro che vorranno leggerla.
Concepito per una occasione precisa, l'edizione 2020 del Festival della Cultura Creativa, La natura sa quasi tutto ha un unico vincolo che è quello di essere attinente al tema dato: aria, acqua, terra e cielo.
Intorno a questo argomento dai confini 'sconfinati', Carthusia costruisce un piccolo gruppo di lavoro. Affida al poeta Alberto Casiraghy i testi, che sono aforismi brevissimi, e a due illustratori di rango, Pacheco e Possentini, le illustrazioni, che diventano all'istante tavole indimenticabili.
L'alchimia si crea felicemente e ne nasce un libro che è un piacere avere tra le mani.
 

Tra le varie ragioni che rendono interessante questo progetto si può percepire una grande stima reciproca, ma anche un tipo di sguardo orientato verso una medesima direzione. Tutti e tre hanno scelto di lasciarsi attraversare da qualcosa di più grande di loro, la meraviglia della natura, e di restituircela secondo un proprio personale lessico. Sono tre voci sorelle che cantano in perfetta armonia un inno alla potenza della vita in cui ci troviamo immersi.
Casiraghy, con la cifra cui ci ha abituato negli anni, concepisce profondi pensieri distillati in pochissime parole. Nelle sue sintesi siamo in grado di cogliere l'impercettibile e l'immenso, di vedere da vicino ciò che ci circonda, così come di cogliere l'immensità di mare e cielo. Le sue pochissime parole gli sono comunque sufficienti per poter essere poeta, nel dichiarare che chi ha l'acqua nel cuore, conosce il deserto. E profeta, nell'annunciarci che l'aria inquinata è imprevedibile perché pensa. Ma sa essere anche ironico filosofo che nota che non ci sono più gli uccelli di una volta...
 

Tornano, nei suoi aforismi, parole a lui care che sembrano trovare la loro ragion d'essere prima di tutto per il loro valore sonoro. Solo in un secondo momento arriva il loro significato: i clavicembali che altrove sono stati nutrimento per il destino, insieme alle fragole, qui ascoltano il preludio dell'aria.
Torna il suo immaginario più caro fatto di alberi, cielo, acqua di fiume che scorre, acqua di mare profonda. 
 

Si appoggiano a questi testi e li reinterpretano, Pacheco con le sue atmosfere scure e oniriche, e Possentini con le sue realtà piene di luminosità. Ai fiori coloratissimi che paiono usciti da una delle magnifiche composizioni del fiammingo Bosschaert con il suo semper augustus in primo piano di Possentini si alterna la figurina esile e alata di Pacheco. 
 

Segue il luminoso e ventoso scorcio di un largo fiume padano. Le radici che attraversano la madre terra di Pacheco, sullo sfondo bruno di colline e vulcani anticipano l'intreccio dei convolvoli arancio, appena usciti da una tavolozza piena di colore.
La copertina stessa tiene insieme la terra ombrosa che Pacheco riempie di fiori e la luminosità della figura femminile di Possentini, una riedizione di una delle sue immagini libere, intitolata per l'appunto Giardino d'inverno.
Possentini luminosa e sempre sfumata nei contorni, come a dare valore di ricordo a una percezione già andata, passata. Possentini che canta il reale della natura nei suoi fiori, nei suoi pesci, nei suoi scenari, persino in quell'oca 'meccanica' un po' sbilenca. Al contrario Pacheco che dell'aria, dell'acqua, del cielo, della terra dà sempre una lettura simbolica, archetipica.
 

Nelle mani giuste, come tutti i buoni libri di poesia, anche questo dovrebbe preferibilmente diventare labirinto in cui far andare i pensieri, far girare le domande, cogliere i fili rossi di senso che portano a un'uscita, ammesso che esista. Nelle mani sbagliate, invece, potrebbe veder esaurita la sua grande potenzialità semplicemente in qualche scheda didattica da compilare quando tutto è già finito.


Carla

venerdì 23 novembre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


SOMMERSI


Dopo ‘Il sogno del Nautilus’, ritorna David Almond come autore di albi illustrati, anche questa volta pubblicato da Orecchio Acerbo e, credo non casualmente, ritorna anche in ‘La diga’, uscito da poco, il tema dell’acqua che tutto sommerge e nasconde.
Dunque, in entrambi i casi si rappresenta un mondo sommerso: nel primo caso, un inquietante mondo futuro, dove le città, i monumenti creati dagli uomini si sono trasformati nello scenario incantato in cui si muovono le creature marine, ormai padrone del mondo. Qui, invece c’è un episodio concretissimo, la costruzione di una diga negli anni ‘80 nel Northumberland, regione del nord est dell’Inghilterra, ai confini con la Scozia.
Come sempre in questi casi, una parte del territorio è destinato a essere sommerso. Almond racconta di un uomo e di sua figlia che fanno un’ultima passeggiata nelle terre destinate a scomparire: prati, alberi e case. Soprattutto case, oramai abbandonate e lasciate al loro destino. Prima che l’acqua le nasconda allo sguardo, padre e figlia le visitano una dopo l’altra, lei suonando il violino, lui cantando e ballando. E’ un omaggio a chi è vissuto lì e ha cantato e ballato negli anni passati; un omaggio ad uno spicchio di mondo che rischia l’oblio. Per Almond opporsi all’oblio è tener viva la tradizione, la musica, lo stare insieme riconoscendosi uno nell’altra.


Quello che verrà dopo non è un paesaggio desolato, al contrario è un bel lago circondato da prati e altra vita è cresciuta nel nuovo ambiente. Non c’è dunque nemmeno l’accenno a una visione nostalgica rivolta al passato del mondo di prima; c’è piuttosto la volontà di mantenere viva una tradizione e di rendere omaggio a chi, nel tempo, gli ha dato corpo e voce. Niente a che vedere con la visione apocalittica de ‘Il sogno del Nautilus’; qui il rammarico per ciò che si è inevitabilmente perduto, e che viene rappresentato dalle case prima piene di vita e ora vuote, è compensato dalla consapevolezza che la memoria non scompare con gli edifici, ma resta viva nelle persone e nei loro ricordi.
Levi Pinfold, autore di ‘Cane nero’ e di ‘La stagione dei frutti magici’, si riconferma illustratore validissimo, capace contemporaneamente di realismo e di trasfigurazione. Qui sceglie di seguire la storia mantenendo una tonalità costante, una gamma cromatica limitata che va dal bruno all’ocra, con pochi inserti di un verde pallido e di un azzurro del cielo che solo alla fine si illumina. Si va da grandi tavole a pagine in cui si sommano piccoli ritratti, che riportano alla luce vite disperse, persone che lì hanno abitato e che non ci sono più. Dettagli, immagini come enumerazioni di cose, animali, alberi che verranno ricoperti dall’acqua, una sorta di catalogo della memoria, mentre le immagini a tutto campo rappresentano il presente, la vita vissuta ora, la sua proiezione nel futuro.


Sicuramente privo dei toni poco rassicuranti dell’albo precedente, ‘La diga’ è una piccola storia di un posto lontano, ma è anche un discorso sulla memoria, sui cambiamenti che costringono a cesure radicali, sulle tradizioni e sulla musica, come espressione autentica di una comunità.
E’ una lettura a più livelli, che apre molti discorsi e che consiglio a partire dai sette anni.


Eleonora

“La diga”, D. Almond e L. Pinfold, Orecchio Acerbo 2018



mercoledì 25 maggio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


THIS IS NOT-A-PIG

Mango e Bambang, Polly Faber, Clara Vulliamy (trad. Laura Bortoluzzi)
Il Castoro 2016


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Mango si accorse che il dosso tremava. Si chinò e ci posò sopra una mano con delicatezza. Era caldo e coperto da una leggera peluria. Gli diede una grattatina di incoraggiamento e poi gli sussurrò: 'Ciao, io mi chiamo Mango Non avere paura. Posso aiutarti?' In una delle strisce nere si aprì un occhietto triste, che scrutò Mango e poi si richiuse lasciando cadere una lacrima."

Mango Propriotutto è una ragazzina molto gentile che fa bene ogni cosa che fa. E anche in questo caso sta facendo la cosa giusta: nel mezzo di un ingorgo enorme nella sua città indaffarata dove tutti vanno di corsa, lei si ferma e pone attenzione a qualcosa di anomalo. C'è un dosso al centro delle strisce pedonali, un dosso che respira e seppure solo lievemente, si muove. Trema e piange terrorizzato da tutta quella rumorosa confusione che lo circonda. I clacson delle macchine gli ricordano troppo il terrificante ruggito della tigre. Così comincia una tenera amicizia tra questa dolcissima bambina Mango e il tapiro fuori contesto Bambang. La bambina lo invita a casa sua per offrirgli pancakes alla banana. Come non accettare? Da quel momento in poi i due diventano inseparabili, o quasi.


Piccolo, intinto nel viola, questo nuovo libro uscito per Il Castoro introduce una serie di piccole varianti al modello classico di libri del genere, ovvero testi che non hanno nulla di epocale ma che fanno onestamente il loro lavoro di libri di buon artigianato. 


Mango e Bambang presentano una prima evidente novità: il tapiro. E nel dettaglio, quello malese che ha la pelliccia bianca e nera. Animale per lo più ignorato nell'immaginario 'occidentale', questo tapiro (che non-è-un-maiale), pur essendo parlante, sembra essere tapiro in molte altre cose che fa: la timidezza, ma soprattutto il suo buon rapporto con l'acqua e il fango.
La seconda novità è il contesto piuttosto surreale in cui i due protagonisti si muovono, con un mondo di adulti troppo occupati a far quadrare i conti per avere tempo di occuparsi dei figli, oppure collezionisti crudeli e a ogni costo. 


Terzo elemento che rende Mango e Bambang diversi dalla maggior parte di libri per questa fascia di età (altra eccezione è Ottoline di Chris Riddell) è la cura messa nel disegno, ma soprattutto in certe ricercatezze di grafica.


Quarto elemento che mi pare necessario sottolineare è il tono generale dell'intera storia, caratterizzato da una gentilezza di fondo che pervade ogni dialogo e ogni situazione. La relazione di amicizia tra bambina e tapiro nasce proprio grazie ad un gesto affettuoso di cura dell'una verso l'altro. Il povero tapiro raggomitolato in mezzo alle strisce pedonali è una immagine che genera tenerezza all'istante e la piccola Mango ne è incarnazione per tutto il resto del libro. Delicata e garbata anche con chi si dimostra senza scrupoli o villano, la piccolina è esempio per tutti di autocontrollo e di serenità interiore degna di un bonzo. Il tapiro che, così solo e diverso, ha tanto bisogno di protezione e aiuto in un mondo che gli evidentemente ostile ed estraneo non poteva trovare amica migliore.
Garbato, parecchio surreale, questo libro è stata piacevole compagnia per la durata di un viaggio in treno. E più scorrevano le pagine, più mi si consolidava l'idea potesse essere anche buona lettura per lettori e lettrici in erba.


Apprendo con piacere essere il primo volume di una serie di quattro che Polly Faber e Clara Vulliamy hanno in uscita nei prossimi tempi.
Un unico grande limite di questo libro: non aver pubblicato in fondo la ricetta dei pancakes alla banana...

Carla

lunedì 7 ottobre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL COLLEZIONISTA DEPERIBILE

La strana collezione di Mr. KARP, Cary Fagan

NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)


"'Il nome del nostro inquilino è Mr. Karp.'
'Mister? È un uomo? Oddio... speriamo sia giovane...'
'È giovane almeno?' 'Direi che non ha superato da molto i 50 anni'
'Addirittura 50!'
'Mister carpa? Ma la carpa non è un pesce ?' ho chiesto
Karp con la K e senza la a finale. E non è un pesce."

È vero: Mr Karp non è un pesce. È piuttosto un omino un po' eccentrico che lavora all'ufficio reclami di un vecchio grande magazzino. Ed è il nuovo inquilino della famiglia di Randolph, il ragazzino che racconta la storia. Per l'improvviso quanto ingiusto licenziamento del padre, la famiglia ha un urgente bisogno di denaro, così il terzo piano della loro casa, la mansarda, viene affittata a questo misterioso personaggio.
Mr. Karp è un collezionista. Un collezionista di cosa, nessuno lo sa: 300 esemplari FRAGILI E DEPERIBILI, da disporre ordinatamente sui molti scaffali che i traslocatori hanno portato fino lassù, nella sua camera sotto il tetto, e un abbonamento alla rivista La goccia. Questi gli unici indizi nelle mani di Randolph. Ma anche Randolph è un collezionista (di tappi di birra, di penne e di parole).
L'attrazione è fatale, così, con una sottile manovra di avvicinamento, il ragazzino riesce a entrare in contatto con lo schivo Mr. Karp e a conquistarsi la sua fiducia, a tal punto da essere invitato a vedere la sua misteriosa ed esotica collezione.
I pezzi di maggior pregio sono: L'acqua del Fiume Giallo, raccolta dopo la traversata a nuoto di Mao Tse-tung, oppure l'acqua dei Giardini di Kensington, raccolta dopo la regata di barche in miniatura (vi ricorda qualcosa?) o ancora l'acqua della Piscina olimpionica di Mosca..
Dunque Mr. Karp (con quella curiosa assonanza nel nome, d'altronde) colleziona acqua. Fa il giro del mondo per arrivare ad accaparrarsi il pezzo migliore, ed essere finalmente il numero uno, battendo sul tempo il suo eterno rivale, l'infido Ravelson. A Kyoto l'aspetta una ampolla che contiene la neve sciolta del cappello di Napoleone durante la campagna di Russia...

Qual è la filosofia del collezionista? Cosa lo spinge ad accumulare oggetti di grande o piccolo valore? "I collezionisti sono tutti un po' matti. Non importa cosa collezionino: tazze con scritte divertenti, targhe, orologi a cucù, gufi impagliati, manuali di telepatia. Ti circondi di tutte queste cose e ti crei una specie di mondo a parte. Ma in realtà non sei mai veramente felice perché non arriverai mai a possedere tutto..."
È vero: la felicità del collezionista è effimera perché il senso della sua esistenza risiede nel cercare. Questa è la conclusione a cui si arriva leggendo questo piacevole libro di Biancoenero. Questa è la conclusione cui giungono, attraverso percorsi diversi, Randolph e Mr. Karp. Entrambi alla fine optano per la leggerezza di pensiero che si prova nel non essere schiavi del possesso.
Sarà forse casuale, ma sono giorni che inciampo in libri legati da un filo sottile di senso. Le mie riflessioni sono partite dall'ultimo libro di Shel Silverstein pubblicato in Italia, The Missing Piece (Orecchio acerbo 2013), e poi sono approdata a Kubbe fa un museo (Electa Kids, 2013) e da domani mi dedico al Castello della Legerezza (Topipittori, 2013)...
Da angoli diversi, da due mesi son qui che ragiono sulle curiose relazioni alcuni esseri umani hanno con gli oggetti, sul loro gusto di 'collezionarli' per una vita. Tra questi, solo pochi sanno optare a fine corsa per una rinnovata libertà delle cose...
Io sono figlia di una che nella vita non ha mai sistematizzato il suo collezionismo latente e sono madre di una che, se lo spazio glielo avesse consentito, avrebbe collezionato ogni cosa...
Io, in mezzo, non sono super partes.

Carla

Noterella al margine: i miei stanchi occhi mi sono sempre molto grati quando gli metto davanti una pagina delle edizioni Biancoenero: leggere, anche nel senso di decodificare i segni sul foglio, diventa una festa!