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venerdì 18 aprile 2025

FAMMI UNA DOMANDA!

UNA COSA SOLA 


"Per i bambini e le bambine moken, il silenzio è un segno di rispetto e un modo per comunicare con gli animali. Il destino degli inuit è legato a doppio filo a quello dell’oceano Artico. Popoli come gli ngāti hau, gli anangu o gli mbuti hanno lottato per decenni affinché i loro luoghi sacri – fiumi, montagne, boschi – venissero rispettati. La vita collettiva di questi popoli si basa sul principio della reciprocità, ovvero sulla solidarietà e sul mutuo aiuto, sulla moderazione e sulla gratitudine per quel che si ha. 

Le comunità indigene si prendono cura della natura perché la percepiscono come un essere vivente in cui vivono e che vive in loro, che è parte di loro stessi: è famiglia, madre, sorella, antenata." 

Questo si legge nella introduzione a questo libro, dal titolo così ricco di significati. 
La parola origine racchiude tanto la complessità del pianeta su cui viviamo e nello stesso tempo allude al fatto che ogni creatura che lo abita parte da un medesimo ingrediente condiviso, la polvere delle stelle. Una sola origine per tanti popoli differenti. 
Se si riflette su questo, accade che contemporaneamente siamo di fronte a tante diversità, eppure, davanti a un punto di inizio che è unico. 
Ah, se i più potesse tenere a mente questo pensiero... forse sarebbe tutto più semplice. 
Ma. 
Nel grande libro Origine, pubblicato per la prima volta da una delle più significative case editrici di lingua spagnola, Libros del Zorro Rojo, il ragionamento e lo studio decennale fatto da Nat Cardozo, magnifica illustratrice che lavora in Uruguay, su questo concetto così importante e complesso ha come esito questa magnifica galleria di ventidue diversi volti di bambini o bambine.


Ognuno di questi diventa ritratto di una appartenenza a un territorio, a una cultura. 
Ventidue popoli, detti originari, ossia che si sa abbiano abitato il luogo in cui vivono ancora oggi, fin dal principio, fin dall'origine appunto. 
Una selezione durissima e dolorosa deve essere stata per Nat Cardozo, visto che, gli studi di antropologia, attestano che a oggi le popolazioni originarie sono più cinquemila. 
Da piccole comunità di poche migliaia di individui, fino a più di un milione, tutti loro sono tenuti insieme non solo dalla comune radice "stellare", ma anche e soprattutto dal senso di rispetto e gratitudine nei confronti della natura che li circonda. E, purtroppo, nell'essere tutti tenuti socialmente ai margini da parte delle società più forti, nell'essere stati oggetto di allontanamento dalla loro terra, di imposizioni di credo religiosi diversi dai loro, di lingue che non sono quella originaria. 
Leggere per credere. 


Il libro, questo prezioso catalogo di facce e paesaggi, nelle sue pagine è così organizzato: in quella di sinistra, un titolo che allude alla popolazione e poco sotto la sua collocazione geografica e qualche dato sul numero di appartenenti alla comunità e la lingua parlata. Poi su due colonne c'è una narrazione che racconta il territorio, l'alimentazione, le abitudini, i rapporti all'interno del gruppo e le relazioni con ciò che li circonda. E ancora più in basso, perfettamente speculare alle quattro righe su geografia, popolazione e lingua, ci sono altre quattro righe in cui si regala al lettore un altra piccola informazione. 
A destra, l'intera pagina è occupata dal volto di bambini e bambine, attraversato ogni volta da un paesaggio differente.
Sfogliandolo si scopre che tra i !Kung vale la regola di non affezionarsi a oggetti o utensili, perché il loro nomadismo attraverso il deserto del Kalahari gli ha insegnato che è meglio "viaggiare leggeri" e si scopre anche che un sopracciglio piò diventare l'ombra di un baobab e le colline in lontananza sono capelli crespi. Si impara che il nomadismo acquatico della ragazzina moken, le fa dire che la barca su cui vive, il kabang, una vera e propria casa galleggiante, se ben curata sarà in grado di portarla dove lei vorrà. Solo in alcuni periodi dell'anno è saggio abbandonarla, ossia quando è più sicuro costruire e abitare piccole capanne sulla terraferma, aspettando che il monsone passi. E i coralli le circondano un orecchio.


Anche il bambino Evenki, nella taiga della Siberia, è nomade perché lui e la sua gente, popolo di pastori, seguono le renne e per le quali cercano i percorsi più sicuri. Dormono in tende e partono che non è ancora l'alba per andare a caccia, non prima di aver chiesto all'anima dell'animale che si vorrebbe catturare di stipulare con il proprio cacciatore un patto di lealtà. Il fiume al disgelo gli attraversa la fronte.
Nel mondo della bambina Cherokee sono sette i punti cardinali per orientarsi e tre i livelli dell'universo. E come darle torto: est ovest nord sud il sopra il sotto e il centro, e poi un mondo superiore, uno inferiore e uno di mezzo, in cui vivere. E due bisonti pascolano sulle sue sopracciglia.
Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. 


Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi. 
E qui entra la terza grande cosa: noi siamo la nostra storia. 
Io ci credo fermamente, e di questo mi sono convinta leggendo uno dei migliori libri di sempre (ovviamente fuori commercio), Gli ultimi giganti di François Place, pubblicato - sarà un caso? - da L'Ippocampo. 
Tutta la superficie del loro corpo, la loro pelle, era coperta di tatuaggi, che cambiavano nel corso del tempo, raffigurando, di fatto ridisegnando con i loro segni, gli accadimenti vissuti da ciascuno di loro. 
Va da sé che l'uomo troppo curioso che li ha scoperti, ha portato alla loro scomparsa. 
Beh, mi pare che qui il cerchio - quasi - si chiuda. 
Stando a quanto scrive Nat Cardozo, con la supervisione di María José Ferrada, c'è da chiedersi quanto il destino di Inuit, Bribri, Musuo, Ngati Hau e gli altri quasi cinquemila popoli originari sia affine a quello degli ultimi giganti... 

Carla 

"Origine", Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

mercoledì 21 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RACCONTARE STORIE PER DOMANI

Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Non preoccuparti, disse una voce nella sua testa. 
Fu allora che vide una piccola ombra staccarsi dalla collina e coprire per un attimo il fuoco. Poi l'ombra avanzò lungo il viale e a un certo punto si fermò, come se volesse lasciare tra sé e Barra Tre uno spazio abbastanza ampio per battere in ritirata. 
Allora, disse la voce nella sua testa, mi presento, io sono Caliban, e no, non sono una cosa da mangiare. Sono un cane, e anche se tu non sai che cos'è un cane, e ci sono certamente dei cani terribili, e c'è anche chi i cani se li mangia, io non voglio farti niente di male e tu non ne farai a me. Adesso avvicinati al fuoco che ti presento gli altri." 

Barra Tre, questo è il diminutivo del suo nome completo che è CSU 956.072/3, ossia l'acronimo di Corpo Sostitutivo Umano, è sopravvissuto al veleno che doveva eliminare lui (o lei) e molti altri CSU buttati nella Grande Vasca. Relitti, ormai erano inservibili, che erano stati 'spenti' dalla fabbrica che li aveva progettati e poi costruiti. 
Barra Tre non soccombe come gli altri e la mattina successiva, sempre sotto una pioggia incessante, si alza in piedi e, con le poche forze che ha, si fa guidare dalla voce che sente nella testa, quella di un cane, Caliban, telepatico. Cane vecchio e un po' sciancato che lo conduce dagli altri che con lui vivono sulle colline del Cimitero delle Macchine. Ad aspettare Caliban ci sono infatti Je Rin, un vecchio clochard dalla lunga barba bianca e dall'incedere regale, nonostante sia vestito di stracci, in quel preciso momento occupato ai fornelli, e AP, un robot dalla forma di grande uovo metallico che fluttua a mezza altezza, smagliante nella conoscenza e nel pensiero, nonostante sia ormai molto scrostata la sua originaria verniciatura rossa. 
© Roger Olmos

Loro tre formano già un piccolo nucleo, una Compagnia Miracolosa, cui Barra Tre si aggiunge, felice di riempirsi un po' la pancia e soprattutto di non sentirsi più solo (o sola) per quel poco che gli resta da vivere. 
Questa è la loro storia. Questo è il loro viaggio, un paio di mesi dell'anno 2520, attraverso luoghi del pianeta, ormai quasi irriconoscibili se non per piccole tracce che affiorano qui e lì nella memoria di chi racconta e di chi legge. 

Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine. 
Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti. 
Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante. 
Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine. 

© Roger Olmos

Guai se non fosse così. Tuttavia, nello stesso tempo, tanto le immagini quanto il testo hanno la capacità di rischiarare possibili percorsi per uscirne incolumi. 
Le buone storie lo fanno!
La scrittura di Meschiari - che qui ancora una volta mette in campo le sue competenze professionali insieme a quelle più creative - fa una continua operazione di connessione tra il racconto in sé e il senso profondo di cui è intriso. 
All'unisono si muove Olmos, che non perde occasione di raccontare la finzione attraverso una realtà potenziata, ma riconoscibile in tutto e per tutto.
 
© Roger Olmos

Per poi chiudere con una tavola finale che si lascia indietro tutto il disastro fatto di macerie fin lì per offrire uno scenario di una Terra tutta nuova: luminosa, primordiale. 
Lo si può definire dunque parabola, fiaba, racconto epico, ma si lo si potrebbe chiamare anche e soprattutto mito: Kosmos ha la capacità di 'far vedere' le cose, senza per questo mai cadere nella didascalia. Il processo di passaggio da un'apocalisse a una genesi, da una fine a una nuova nascita, è palpabile. 

© Roger Olmos

E qui entrano in gioco ancora una volta l'antropologia di Meschiari e l'arte di Olmos. 
Da antropologo e narratore di storie, Meschiari riesce a mantenere quella necessaria lucidità di pensiero che fa diventare il suo racconto qualcosa che va ben oltre la pura distopia. Lo trasforma davvero in una narrazione che con il mito condivide chiarezza e luminosità. 
Da artista, Olmos dà forma a un immaginario che inquieta per quanto reale appare. E lo fa, nonostante le distorsioni. Per poi sciogliersi invece dentro uno scenario primigenio, che è aria pura. 
Mi pare di aver letto in una intervista a Meschiari che questa sua scelta di riflettere in chiave antropologica attraverso la letteratura di invenzione sia una sua modalità per indirizzare il pensiero scientifico verso una dimensione dichiaratamente immaginativa. Questo gli permette di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero l'esplorazione di ciò che è ancora ignoto. Ma mette in pratica anche il suo contrario, ovvero Meschiari è capace di permeare la letteratura di riflessioni antropologiche per dare ai suoi lettori una possibile chiave di lettura del mondo e del modo di starci dentro. 
Ed è forse in questa prospettiva che la lettura di Kosmos diventa strumento nelle mani di un lettore. Lettori di oggi, ma forse ancora di più di domani, visto il nome dato alla collana: La capsula del tempo.
Da una parte, le grandi questioni quali la terra come matrice comune, l'importanza dell'altro da noi, la necessità del mutuo soccorso, l'affermazione della propria identità, la lotta contro l'ingiustizia e la prevaricazione, il potere e le sue nefandezze, l'amicizia, l'affetto, la perdita e il suo superamento, la memoria... e potrei continuare. Tutte queste cose sono lì sulla pagina, intrecciate in un racconto che sa essere anche avventuroso e al tempo stesso sottilmente ironico. 

© Roger Olmos

Dall'altra parte irrompe l'immaginario di Roger Olmos che ha il potere di rendere su quella stessa pagina tutto drammaticamente visibile e indelebile. 

Carla

mercoledì 10 gennaio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SENSO BELLEZZA E CASUALITA'

In canto, Alessandro Sanna, Giusi Quarenghi 
Terre di mezzo 2023 



POESIA ILLUSTRATA 

"Tutto 
tutto ciò 
tutto ciò che 
tutto ciò che è 
è e ha nome 
tutto ciò che è 
è in molti modi e 
ha molti nomi 
tutto ciò che è 
diviene 
diviene e si trasforma 
trasforma quello che ha intorno 
e da quel che è intorno 
è trasformato" 

Alessandro Sanna ancora nel 2019 lavora a un libro che sarà un libro-dono, ma anche un libro-simbolo per la Fondazione San Zeno che glielo ha commissionato. Non è un progetto per lui consueto, così decide di realizzarlo, regalandosi una libera esplorazione delle forme astratte e, più in particolare, delle macchie di colore: l'inaspettato che si genera con una goccia d'acqua sul colore nel foglio. 
Non ricordo più in quale occasione ma sono certissima di avergli sentito dire quanto a lui piaccia 'emozionarsi', stupirsi e forse anche arrendersi, nell'atto di creare un'immagine. 


Come avviene? 
In un momento preciso il suo segno controllato cede il passo, perdendo di fatto quasi totalmente il dominio della pagina, all'acqua che, come sempre accade, prende direzioni imprevedibili. 
E da qui lo stupore, l'emozione e forse anche il cimento di leggere la macchia e il percorso del colore attraversato dall'acqua come qualcosa d'altro.


Si tratta, credo, di una sfida che Sanna si crea da solo - in vitro - per misurare se stesso e la propria arte. In molti dei suoi libri, mi verrebbe quasi da dire in tutti, questa vibrazione del polso nel dare la pennellata si avverte. E la sfida con l'acqua anche.
Qui però il passo è ulteriore. 
Qual è la direzione che si è dato? Sembra essersi scrollato di dosso anche l'ultimo vincolo per godersi in tutta libertà la forma astratta. Dalla prima macchia in controcopertina alle 'sporcature' nei risguardi: una precisa dichiarazione di intenti. Non gli interessa e non cerca più di addomesticare il segno in senso figurativo.


Gioca con le forme, con i colori, con l'acqua e con le sfumature che essa gli offre. Con l'imprevedibilità. Ma ogni tanto si concede una ricucitura delle singole tavole attraverso il filo di immagini riconoscibili: animali boschi umanità. E così, inevitabilmente, anche in questo libro 'astratto' si legge una narrazione concreta. La narrazione di un inizio, il principio del mondo. 


La potenza, le deflagrazioni, le scosse, i lampi, la luce, ma soprattutto l'inaspettato, il sorprendente, la scoperta di qualcosa che è nuovo al mondo sono il nocciolo di una cosa - qualsiasi cosa - che nasce in natura. 
E tutto questo suona in totale armonia con un'altra creazione, quella di Sanna sul foglio. 
Credo sia molto difficile, al limite dell'impossibile, chiedere a un libro di non raccontare. 
E così Sanna racconta la sua idea di nascita del mondo e di nascita della vita (un po' come era successo in Pinocchio prima di Pinocchio) e dell'umanità intera.


Un editore, Terre di Mezzo, che vede queste immagini in sequenza, già montate come libro, pagina dopo pagina, le vede raccontare una storia 'in apparente silenzio'. 
Così pensa che sarebbe ancora più bello se qualcuno avesse voglia di cucirle in una narrazione anche di parole pronunciate. Altrettanto forte quanto quella visiva. 
Bussano alla porta di Giusi Quarenghi che dice no, convinta di non poter aggiungere bellezza a bellezza, senso a senso. E' lei stessa a raccontarlo.
Ma. 
Questo libro però non può uscirle di testa e, ovviamente, neanche dallo sguardo. E sta. Sta lì a dire che esiste. Ed ecco quello che è successo (così è andata anche qui: dietro lo schermo del monitor, quella copertina boreale continuava a fissarmi. Cosa ne potevo dire? L'avrò sfogliato molte volte, cercando un bandolo, un filo per cominciare. E poi, per in canto, tutto ha iniziato a muoversi).
Dunque,  la potenza, la forza e, perché no, proprio il suono di quelle immagini e di quei colori, sono state per Giusi Quarenghi ineludibili. 
Chissà se a lei avranno chiesto di unirsi al loro 'canto' con la sua voce?
Chissà se anche lei ha preso i fili che inevitabilmente il racconto di un altro lascia dietro di sé e li ha intrecciati a suo modo? Parola dopo parola, sillaba dopo sillaba. Si accorda, ne segue il ritmo, alle volte largo, alle volte ritmato e sincopato. 
Chissà. 


Però è un fatto che della nascita del mondo e della vita anche lei ha dato la sua poetica versione. Ha dato nome alle forme, nessi alle figure, definizione al processo che le ha create e senso alla missione iniziale, quella della Fondazione intendo, perché...  

... "forse noi siamo qui per dire" 
per dare i nomi 
per trovare ascoltare i nomi 
per rispondere... 

 Carla

lunedì 12 aprile 2021

FAMMI UNA DOMANDA!

UNO SGUARDO SUL MONDO


"La filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro labirinto.” Il Saggiatore, Galileo Galilei.


Per parlare correttamente dell’’Atlante geo-grafico’ di Regina Giménez, pubblicato da Topipittori, bisogna distinguere il cosa e il come.
L’argomento trattato, il ‘cosa’, concerne la Terra, il suo posto nel Cosmo, e la sua struttura. La trattazione ha le caratteristiche sintetiche degli atlanti, che molto basano sulle immagini, qui con le caratteristiche dell’info-grafica. Il libro appartiene alla collana PiNO di divulgazione scientifica, nella versione ‘Super’: si tratta di un libro di grande formato, dotato di una novantina di pagine (cucite!).
Ha una suddivisione in capitoli che rispecchia un’impostazione didattica molto logica e coerente: la Terra vista nello spazio, quindi l’Universo, le Galassie, il Sistema Solare, il Sole e il nostro pianeta. E poi come è fatta, la Terra, dagli strati dell’atmosfera agli strati del pianeta, alle placche e i terremoti e i vulcani, i continenti e gli oceani, le vette più alte e gli abissi più profondi.
 

Acqua salata e acqua dolce, climi e ambienti, per finire, inevitabilmente, con l’impatto umano sugli equilibri climatici.
Dunque un’impostazione che potremmo definire anche schematica, molto chiara nella sua logica, che corrisponde perfettamente con il desiderio di ordine di bambine e bambini. Definizioni semplici, senza diluire il loro significato, linguaggio preciso e molto lineare rendono accessibili anche i concetti e i termini più astratti. L’immagine svolge un ruolo fondamentale ed è schematica tanto quanto la frase che la spiega. Un cerchio grande per il sole, uno molto più piccolo per la Terra; linee, grafici, relazioni fra grandezze rese in scala, in modo immediatamente comprensibile.
Ed eccoci arrivati al ‘come’: Regina Giménez è un’artista affermata, con uno stile pittorico molto definito, che si sposa perfettamente con le necessità esplicative di un libro di divulgazione.
 

Il suo universo è geometrico, richiama alcune opere di Kandinskij, laddove il gioco dei cerchi di diverse dimensioni costruisce lo spazio. Qui propone le sue immagini con le necessarie imperfezioni, i tratti a matita che traspaiono, senza mai perdere in precisione. Si potrebbe a lungo filosofare sul rapporto fra arte e scienza, rapporto sempre vitale e che qui trova una bella esternazione. Ma quello che è più importante, qui, è che questo linguaggio, che risponde alle necessità di equilibrio di forme e di colori, è perfettamente funzionale alla missione che si è data: spiegare l’Universo ai bambini, per quel poco che ne sappiamo. Realizzando un piccolo miracolo: essere perfettamente fruibile dai bambini, anche alle prime armi nell’affrontare il Cosmo, ma, nello stesso tempo, essere un’apprezzabile prova d’artista.
E questo è quello che succede con i libri ben fatti, ben pensati, ben progettati, ben realizzati.
Complimenti all’autrice e all’editore per un’opera che lascerà il segno.
Lettura consigliata, molto caldamente, per bambine e bambini dai sei ai novantanove anni.
 
Eleonora


“Atlante geo-grafico”, R. Giménez, Topipittori 2021



lunedì 1 febbraio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA POESIA CHE VIENE INCONTRO
 
La natura sa quasi tutto, Alberto Casiraghy
Sonia Maria Luce Possentini, Gabriel Pacheco
Carthusia 2020


ILLUSTRATI
 
"Come mai non sono nato farfalla o rinoceronte, nuvola o fiume, aria o acqua, terra o cielo? Come mai gli elefanti non sanno volare e i gatti non sanno parlare? E come mai la Poesia mi viene incontro solo se cammino?
Entrare nei miei labirinti è stato fin da bambino il mio gioco preferito, e io consiglio a tutti di entrare nei propri: quelli del gioco, della fantasia, della scoperta infinita, dell’esplorazione dell’Universo. "


Questo è uno dei suggerimenti, forse il migliore, che questo libro offre ai suoi lettori. E lo si legge nella breve postfazione che lo stesso Casiraghy rivolge a tutti coloro che vorranno leggerla.
Concepito per una occasione precisa, l'edizione 2020 del Festival della Cultura Creativa, La natura sa quasi tutto ha un unico vincolo che è quello di essere attinente al tema dato: aria, acqua, terra e cielo.
Intorno a questo argomento dai confini 'sconfinati', Carthusia costruisce un piccolo gruppo di lavoro. Affida al poeta Alberto Casiraghy i testi, che sono aforismi brevissimi, e a due illustratori di rango, Pacheco e Possentini, le illustrazioni, che diventano all'istante tavole indimenticabili.
L'alchimia si crea felicemente e ne nasce un libro che è un piacere avere tra le mani.
 

Tra le varie ragioni che rendono interessante questo progetto si può percepire una grande stima reciproca, ma anche un tipo di sguardo orientato verso una medesima direzione. Tutti e tre hanno scelto di lasciarsi attraversare da qualcosa di più grande di loro, la meraviglia della natura, e di restituircela secondo un proprio personale lessico. Sono tre voci sorelle che cantano in perfetta armonia un inno alla potenza della vita in cui ci troviamo immersi.
Casiraghy, con la cifra cui ci ha abituato negli anni, concepisce profondi pensieri distillati in pochissime parole. Nelle sue sintesi siamo in grado di cogliere l'impercettibile e l'immenso, di vedere da vicino ciò che ci circonda, così come di cogliere l'immensità di mare e cielo. Le sue pochissime parole gli sono comunque sufficienti per poter essere poeta, nel dichiarare che chi ha l'acqua nel cuore, conosce il deserto. E profeta, nell'annunciarci che l'aria inquinata è imprevedibile perché pensa. Ma sa essere anche ironico filosofo che nota che non ci sono più gli uccelli di una volta...
 

Tornano, nei suoi aforismi, parole a lui care che sembrano trovare la loro ragion d'essere prima di tutto per il loro valore sonoro. Solo in un secondo momento arriva il loro significato: i clavicembali che altrove sono stati nutrimento per il destino, insieme alle fragole, qui ascoltano il preludio dell'aria.
Torna il suo immaginario più caro fatto di alberi, cielo, acqua di fiume che scorre, acqua di mare profonda. 
 

Si appoggiano a questi testi e li reinterpretano, Pacheco con le sue atmosfere scure e oniriche, e Possentini con le sue realtà piene di luminosità. Ai fiori coloratissimi che paiono usciti da una delle magnifiche composizioni del fiammingo Bosschaert con il suo semper augustus in primo piano di Possentini si alterna la figurina esile e alata di Pacheco. 
 

Segue il luminoso e ventoso scorcio di un largo fiume padano. Le radici che attraversano la madre terra di Pacheco, sullo sfondo bruno di colline e vulcani anticipano l'intreccio dei convolvoli arancio, appena usciti da una tavolozza piena di colore.
La copertina stessa tiene insieme la terra ombrosa che Pacheco riempie di fiori e la luminosità della figura femminile di Possentini, una riedizione di una delle sue immagini libere, intitolata per l'appunto Giardino d'inverno.
Possentini luminosa e sempre sfumata nei contorni, come a dare valore di ricordo a una percezione già andata, passata. Possentini che canta il reale della natura nei suoi fiori, nei suoi pesci, nei suoi scenari, persino in quell'oca 'meccanica' un po' sbilenca. Al contrario Pacheco che dell'aria, dell'acqua, del cielo, della terra dà sempre una lettura simbolica, archetipica.
 

Nelle mani giuste, come tutti i buoni libri di poesia, anche questo dovrebbe preferibilmente diventare labirinto in cui far andare i pensieri, far girare le domande, cogliere i fili rossi di senso che portano a un'uscita, ammesso che esista. Nelle mani sbagliate, invece, potrebbe veder esaurita la sua grande potenzialità semplicemente in qualche scheda didattica da compilare quando tutto è già finito.


Carla

lunedì 19 ottobre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

PAESAGGI PERDUTI


E’ di sicuro una bella notizia quella che ci vede sottolineare ancora come, complici le festività natalizie, la produzione editoriale non abbia dimenticato la divulgazione: in particolare mi sembra interessante come, in questo ambito particolare, sia ripreso l’interesse per la storia, anche se con un’attenzione circoscritta alla preistoria e alla storia antica.
Spesso riceviamo richieste di testi che spieghino con chiarezza l’origine del mondo, l’era dei dinosauri, la comparsa dell’Uomo. Fra le novità di questo finale d’anno si segnala per l’originalità e la raffinatezza ‘Paesaggi perduti della Terra’, di Aina Bestard, autrice e illustratrice, pubblicato da L’Ippocampo. Come nel precedente ‘Una nuova vita’, sono utilizzate diverse tecniche, dalle alette, che coprono e scoprono le immagini, alle pagine traslucide sovrapposte. Le immagini che così si compongono sono immagini ‘vive’, che si animano, nascondendo e svelando particolari. Possono riguardare le antiche creature marine, oppure i boschi, popolati da piante e alberi in gran parte scomparsi.
 
 
Ma veniamo al contenuto: la storia del mondo viene suddivisa in eoni, unità di misura geocronologica: si parte dall’Adeano, poi Archeano, Proterozoico e Fanerozoico, che è l’eone la cui ultima parte, il Cenozoico, vede la gloriosa comparsa dell’umanità.
Di questi tempi lontanissimi e difficili da immaginare, per quanto era differente l’ambiente terrestre, viene data una breve descrizione, cui seguono gli eventi fondamentali che caratterizzano i diversi periodi: la formazione della Luna, la comparsa delle prime forme viventi, delle piante, degli animali, con il susseguirsi di eventi traumatici, estinzioni, colonizzazioni.
 
 
L’inizio del libro prova a spiegare come sia stato possibile ricostruire le caratteristiche dei tempi più antichi attraverso i sedimenti fossili, e quindi come progressivamente siamo stati in grado di immaginare i paesaggi preistorici, dagli ambienti marini, i primi ad essere popolati, alle foreste. L’autrice spesso utilizza la doppia pagina proprio là dove si descrivono i paesaggi più lontani da quelli cui siamo abituati, dalla Luna gigantesca e incombente, alla pioggia di meteoriti. Sono queste immagini molto efficaci, perché rispondono a molte domande su quel ‘prima’ misterioso, che precede il tempo, più conosciuto, dei dinosauri. Così come sono interessanti le parti riguardanti le glaciazioni più antiche.
Quando invece è necessario dare conto di ambienti costituiti da una grande ricchezza di elementi, l’autrice preferisce ricorrere alle pagine traslucide sovrapposte, che consentono di intravedere altri dettagli di una certa stratificazione. E’ così per l’ambiente sottomarino, come per la descrizione delle foreste.
Testo e immagine si giocano a turno la preminenza: in alcune pagine basta l’immagine a dar conto di un testo molto breve, in altre il testo è più lungo e ben evidenziato e prevede dei focus facilmente individuabili dove si segnalano concetti importanti. In alto a destra, un disco ci segnala in quale momento di questa lunghissima e travagliata storia ci troviamo.
‘Paesaggi perduti’ è anche un omaggio dell’autrice alla storia dell’illustrazione paleontologica dei secoli scorsi, ne riproduce il tipico disegno a tratteggio, caratteristico delle incisioni d’epoca; e proprio seguendo quello spirito si concede delle ‘licenze poetiche’, degli arricchimenti delle immagini che non hanno un immediato riscontro scientifico. Ma il contenuto del libro è rigorosamente attendibile: nasce dalla collaborazione con il Museu de Ciències Naturals di Barcellona ed è stato anche rivisto, nella versione italiana, da Andrea Ferrando dell’Università di Genova.
 

Si tratta, quindi, di un libro molto particolare, di grande fascino per i lettori e le lettrici di tutte le età, a partire dai nove anni; è ricco di informazioni e di suggestioni, curato nella veste grafica, adatto ad una lettura condivisa che spazi dalla scienza alla storia, all’arte.
 
Eleonora


‘Paesaggi perduti della Terra’, A. Bestard, L’Ippocampo 2020

mercoledì 21 dicembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL SEME DELLA FELICITA'
Un nuovo orizzonte, Rebecca Young, Matt Ottley (trad. Sara Ragusa)
Terre di mezzo 2016


ILLUSTRATI

"Un tempo, un ragazzo fu costretto a lasciare la propria casa e a cercarne una nuova.
Nello zaino mise un libro, una bottiglia e una coperta.
Nella sua tazza da tè, la terra del prato dov'era solito giocare."

Prese il mare a bordo di una piccola barca a remi. Con il mare tranquillo riusciva a dormire, mentre quando c'era burrasca stringeva a sé la sua tazza da tè. Un minuscolo corpuscolo in un mare di acqua e di cielo.


Il suo sguardo vagava alla ricerca di un puntino che diventasse qualcosa di grandioso ma nessuna traccia di terraferma. L'unica cosa che lo mandava avanti erano i ricordi: il volo degli albatros gli faceva tornare alla memoria gli aquiloni che faceva volare a casa; il sale sulle labbra gli faceva tornare in mente la brezza del mare quando si arrampicava sul suo albero preferito; il canto delle balene la voce di sua madre.


 Mentre lui è assorto nelle sue memorie qualcosa sta cambiando nella sua barca. Nel pugno di terra che la sua tazza contiene è germogliata una piantina che con il tempo cresce fino a diventare albero da frutto. E' lui a dare ombra e cibo al giovane navigatore che continua a sperare nel puntino all'orizzonte. Un tonfo inaspettato annuncia l'approdo. La felicità di aver trovato il proprio posto nel mondo lo spinge a mettere radici, accanto al suo albero, su quella terra vergine.
Costruire e aspettare... aspettare il sussurro che tutto cambia. E quel sussurro arriva e ha le sembianze di una ragazza. Una ragazza navigatrice con un portauovo rotto pieno di terra....Terra fertile.



Un filo di testo che colpisce per essere racconto universale di un viaggio. Forse metafora di un percorso di vita, o forse più semplicemente viaggio di fuga. Di certo il bagaglio è leggero ma pieno di senso: un libro, una coperta, una bottiglia. Ma è quella tazzina da tè con un pugno di terra intorno a cui ruota l'intera vicenda. Un pugno di terra che alimenta ricordi e che contiene in sé la forza vitale, il futuro di quel ragazzo. Non a caso il titolo originale è proprio Teacup, di potente forza evocativa. Che bello se fosse rimasto anche in italiano...
Un libro pieno di luce e di spazio. Entrambi elementi che portano all'origine australiana di questo libro, appena premiato con il Patricia Wrightson Prize for Children’s Literature (NSW Premier's Literary Awards).
Matt Ottley, uno dei più celebri illustratori dell'emisfero australe, è in realtà anche musicista che ama fondere le due espressioni d'arte. Un interessante progetto che si intitola in modo eloquente The sounds of picture books mostra come immagine e suono possano dialogare in modi non convenzionali, ovvero non solo come colonna sonora l'una dell'altra, quanto piuttosto come generatrici di ritmi e segni che si tramutano in suono nelle mani e nella sensibilità di un musicista illustratore.
Spiega Ottley che comporre musica e immagini sono aspetti di un medesimo processo creativo e che spesso è la musica che lui ha in testa a trasformarsi in immagine. Di Teacup non mi pare esista ancora niente di musicalmente codificato da Ottley (cosa che invece si trova per la maggior parte dei suoi libri precedenti), ma tanto il tema quanto la grandiosità degli scenari mi pare siano terreno fertile per quintetto d'archi che spesso lo segue nelle sue performances.


Decisamente sensibile alla raffigurazione dei grandi spazi -l'oceano, le spiagge infinite- ma anche e soprattutto della luce: quella pulita di un'alba o quella cupa del buio di una tempesta in mare. La rappresentazione della forza di una natura nuova di zecca, almeno agli occhi del ragazzo, che nonostante tutto si impone e pervade di sé anche un pugnetto di terra, è terreno su cui Ottley si muove sicuro. Lo è meno nelle raffigurazioni dei personaggi umani, in particolare quelle di libri precedenti come Parachute, che hanno sempre un che di parodistico che agisce su sfondi ad olio che tanto sembrano avere in sé della lezione dei paesaggisti francesi dell'Ottocento, come Corot o come i maestri di Barbizon.

Camille Corot, Mulino a vento in Picardie vicino a Versailles 1835-1840 part.

Insomma là dove Ottley può rappresentare la potenza di un mondo primigenio, disabitato, ancora vergine e selvatico, là dove può occuparsi di orizzonti sconfinati, là in particolare si dimostra grandioso. Come è giusto che sia.

Carla

Noterella al margine. L'ultima immagine, senza parole, conferma che quei due lunghi viaggi verso una terra comune ha dato i suoi frutti, che non sono solo mele e pere... La vita va avanti.

lunedì 17 ottobre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


COLORIN COLORADO...

Le tre principesse pallide, MaríA JOsé Martín Francés, Carole Hénaff
(trad. Elena Rolla)



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Non riusciva a scegliere nessuna delle tre figlie per la successione, perché le amava tutte e tre allo stesso modo. Pertanto, decise di consultare la cittadinanza, affinché fosse il popolo a dire quale delle tre figlie meritasse di diventare regina."

Il re si è fatto vecchio e teme che alla sua morte il trono rimanga vuoto. Le sue tre figlie, nel loro pallore principesco, non convincono il popolo chiamato a sceglierne una delle tre. Troppo slavate per i sudditi che, riuniti sotto il balcone del palazzo, decretano in coro alla richiesta del re:

Delle tue tre figlie?
Nessuna! Sono pallide come la luna!


La più grande delle tre, per avere la meglio sulle sorelle si beve cielo notturno e succo di stelle. Ma il risultato è deludente. Da pallida diviene azzurra ed è scartata nuovamente. La mediana confida nella terra, visto che il cielo si era dimostrata una scelta sbagliata, e si rotola sull'erba dei prati e si avvinghia a un'edera. Ma anche questa volta il popolo decreta che una regina verde nell'incarnato non è indicata.
Come in ogni fiaba degna di questo nome, la terza figliola è tutt'altra dalle sorelle. La cosa che l'angustia non è certo il colore della sua pelle, men che meno regnare, ma piuttosto l'imminente scomparsa del padre. Così, mestamente piangendo al davanzale, si addormenta finché al sorgere del sole, il suo viso si colora della tinta ideale per diventare regina...


Una fiaba contemporanea scritta secondo la migliore tradizione classica. Tutti gli ingredienti necessari sono presenti. Il contesto consueto di un dilemma a corte, con un re che si trova costretto a trovarsi un successore. Il numero perfetto delle figlie: tre. Circostanza questa che preannuncia due altri topoi della tradizione: il primo, le tre diverse strategie adottate dalle fanciulle, laddove le prime due sbagliano e la terza, la più giovane, supera la prova; il secondo, la tripla reiterazione di uno schema pressoché analogo, con alcune varianti che si rivelano fondamentali per il successo (I tre porcellini docet). Ultimo ma non ultimo, il sapiente uso del ritornello in rima che scandisce le tre parti con un ritmo preciso da metronomo e la consueta chiusa finale Stretta la foglia, larga la via...che in originale suona con l'altrettanto consueto Colorin, colorado este cuento se ha acabado.
Nelle maglie di questa che potrebbe sembrare una fiaba della tradizione orale andalusa, viste le palme nei giardini del palazzo, viste le guglie a cipolla o gli ingombranti copricapi e le barbe bianche lunghissime, si insinuano elementi che ne denunciano la contemporaneità: primo fra tutti il finale rassicurante e condiscendente che ha lo scopo di allontanare ogni inquietudine dall'animo di lettori e lettrici giovani in cerca dell'auspicabile lieto fine: in questo caso al consueto e vissero tutti felici e contenti, si aggiunge un implicito per sempre. 



Cui si somma, nel disegno, una brocca e tre bicchieri 'riconciliatori'.
Ajo Martín Francés di mestiere fa l'insegnante e la formatrice di insegnanti e si occupa di promozione della lettura.
Tanta scioltezza  di costruzione e di linguaggio, tanta dimestichezza con la fiaba, si può presumere arrivi da lì.
I disegni sono altra cosa.
Testimoniano un gusto per la grafica e per il grafismo, in ogni particolare di arredi a tessuti che offra l'opportunità di esplicitarlo. Carole Hénaff, illustratrice francese trapiantata a Barcellona, è anche graphic designer. E si vede.


L'avevamo già apprezzata in un piccolo e longilineo libretto contenente un assurdissimo quanto breve racconto di Antonio Orlando Rodríguez pubblicato per Ekaré (Concierto para escalera y orquesta, 2013). Nelle Tre principesse pallide, forse perché dedicato a un pubblico di più piccoli, i colori pastosi e scuri, il segno sintetico, la prospettiva verticale data dal formato del libro, si perdono in una delicatezza diffusa, nei toni pastello richiesti anche dal tema. Tuttavia rimane il gusto per soluzioni grafiche interessanti, a partire dal taglio del cielo blu che attraversa la grande superficie bianca come un rigagnolo che finisce nella bocca della principessa più grande, per finire nei meravigliosi tre copricapo che le contraddistinguono: una sorta di carota, una sorta di melanzana e una sorta di grande cipolla che coronano i delicati contorni dei tre visi. A questi si aggiunga una predilezione per la decorazione che non risparmia nessuna superficie, ma in particolare riguarda i tessuti. 

Questo ornatismo, che in altri contesti forse non mi avrebbe convinto, qui trova una sua precisa ragion d'essere che sottilmente allude -purtroppo non sempre- al mondo fiabesco 'arabisant',  ma con un lessico che declina echi che spaziano dall'Art Nouveau alla miniatura persiana. Il tutto in chiave contemporanea.
Un piacere sfogliarlo, ma soprattutto leggerlo ad alta voce.

Carla