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mercoledì 22 luglio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

I SORRISI E LE ZANNE


Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica". A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli. 


È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro. 
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca. 
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato. 
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente. 


Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?  
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose? 
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole? 
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura. 


Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina. 
I sorrisi ci sono. E le zanne. 
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma. 


L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo? 
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile. 
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili. 
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.  


Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.  
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto. 
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori.  Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato… 


Giorgia


 “Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026 





mercoledì 1 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DOVE SONO QUANDO NON SEI CON ME 

A e B sono amici. Un’oca e un riccio, per l’esattezza. Giocano, litigano e fanno pace. Passano molto tempo assieme, come ogni coppia di amici che si rispetti: si vedono ogni mattina, fanno colazione e chiacchierano, si scambiano qualche opinione, qualche osservazione sullo stato delle cose, qualche sorriso e qualche nostalgia. Poi, come accade a tutti gli amici, si allontanano in direzioni opposte, per vivere, ognuno per suo conto, la propria giornata. 

 
Dell’osmosi tra il mondo esterno e quel luogo privilegiato che è l’amicizia viene solitamente analizzata la direzione che dal fuori conduce al dentro: l’amicizia è una ritirata sicura, un’officina dove si scambiano idee, valori e sentimenti sperimentati altrove; dove si abbassano le difese, si condividono valori e piacevolezze in una prossimità che è fisica, intellettuale e sentimentale esclusiva, e intendo: caratterizzante e impossibile da sperimentare altrove. Meno indagata invece è la relazione che intercorre tra il calore del fuoco degli affetti elettivi e tutto quello che ci circonda e forse è a questa domanda a cui cerca di rispondere Sara Donati con la delicata vicenda narrata in questo albo: qual è il rapporto tra il nostro intimo star bene attorno al fuoco amicale e tutto quello che sta fuori di esso? In che modo agiamo per il bene della comunità coltivando quella pozza di luce e calore che sono le relazioni intime più profonde? Come si connettono la presenza e l’assenza, come divengono tessuto per il benessere comune?  


L’albo procede alternando illustrazioni calde e dotate di testo, in cui A e B sono presenti assieme, a narrazioni senza parole, vignette leggere, quasi appena schizzate in punta di penna. Ecco allora la giornata di A, il riccio: dopo aver salutato B, l’oca, si avventura controvento. Poco dopo A recupera gli occhiali di una lontra che si protegge dal vento con una sciarpa dorata. Qui, perdiamo le tracce di A per seguire le vicende di personaggi che appaiono per pochi attimi, in cui la silenziosa protagonista è una sciarpa dorata: ecco la lontra che aiuta le formiche ad attraversare il fiume - la sciarpa trasformata in ponte - ecco gli uccellini prendere la sciarpa per farci un nido, ecco la sciarpa cadere dal nido per atterrare fortuitamente davanti alla tana dell’oca, come se fosse quella la sua originaria e più naturale destinazione. Ormai è sera, e nulla è più bello di una sorpresa morbida e gialla . 


C’è un luogo dell’amicizia che è fatto di presenza: essere insieme nello stesso luogo e nello stesso tempo. Ma lo stesso legame esiste quando ci si muove in direzioni opposte e contrarie. Esiste dunque un luogo dell’amicizia in cui non si sta assieme, dove però l’assenza è ben lungi dall’essere vuota e ammalata di solitudine, dove il legame prende strade diverse ma persiste, quasi dotato di una persistenza capace di dilatare smisuratamente quel luogo e quel tempo. A e B fanno ancora colazione assieme, chiacchierano e condividono una desiderata prossimità, anche se non sono dello stesso umore. Come in ogni storia che si rispetti, ora seguiremo B, l’oca, avventurarsi sulla propria strada. Vedremo i suoi gesti propagare e diffondersi come cerchi nell’acqua. B scomparirà dalla scena, ma le sue energie caricate, allenate e messe in moto dalla colazione con A, continueranno a muoversi in sua assenza. Contrassegnato dal nastrino rosso, qualcosa che ha preso il via da B, sviluppato nell’intimità specialissima tra A e B, procederà per suo conto, fino ad approdare davanti alla tana del riccio, sua legittima destinazione, sotto forma di un mazzetto di shanghai; e il riccio si sa, va matto per le sorprese, specialmente quando sono appuntite e misteriose. 


La struttura ibrida di questo albo conferisce sostanza ulteriore al territorio in cui si muove la storia: confortato dai colori e dalla presenza delle parole, l’occhio cade nelle sole immagini come si cade sul marciapiede dopo il calore di un caldo caffè sorbito alla presenza rassicurante di chi – amico – ci capisce appieno. Attoniti e sufficientemente impreparati, si sta al cospetto dell’immagine in solitaria, costretti a scattare dalla passività rassicurante del testo ad una più attiva interpretazione immaginativa. Sospesi in questo limbo la riflessione innescata dalla storia si allarga sul mezzo comunicativo dell’albo e delle sue componenti fino ad arrivare a riflessioni sul linguaggio stesso. Dove sta infatti il significato, quando non ancora verbalizzato?  


L’idea esplosiva di questo albo sta tutta qui, nel riuscire a raccontare quella particolare energia che si sviluppa tra due entità amiche e i suoi effetti in assenza delle stesse entità. A e B ogni giorno insieme si dipana quasi come una struttura matematica per svelare come, l’assenza – di un personaggio, del testo, - non sia mai neutra, ma al contrario sviluppi reciprocità e interdipendenza che è essa stessa sostanza. 
A e B non a caso non hanno un vero nome: nella manifestazione esteriore della storia, sono un’oca e un riccio, ma essi stanno uno all’altro come fattori di una relazione specifica e potrebbero essere qualsiasi cosa, elementi tra cui si instaura un legame elettivo speciale capace di propagarsi ben oltre la relazione primaria. Una riflessione condotta in modo non didascalico capace di sostare nei territori indefiniti dell’intuizione e interrogarsi dove siamo davvero, quando non siamo con le persone amiche che ci rendono, intrinsecamente, quello che siamo.


Giorgia


 “A e B ogni giorno insieme”, Sara Donati, Terre di Mezzo Editore 2026 

mercoledì 3 dicembre 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

È UNA STORIA. È UN TERRITORIO. È UNA CASA 

Vi è un legame intrinseco tra le questioni legate alla narrazione e il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda: può accadere di intravederlo muovendosi in profondità, scavando con andamento verticale nelle storie (vere o inventate che siano) ma anche ricercando una connessione più di superficie, quella che si sperimenta affrontandole come fossero territori in cui esplorare per orientarsi.


Prendiamo un trasloco, per esempio. Un’esperienza classicamente tra le più stressanti. Io del mio non ricordo tanto la fatica del cambiamento, quanto quella dovuta alla quantità di cose che, scomodate dai loro legittimi e silenziosi alloggiamenti, hanno sprigionato un’intollerabile quantità di quella impalpabile energia chiamata memoria. Non erano meri oggetti portatori di ricordi, ma accumulatori di cosmogonie legate a interi periodi di vita. In altre parole, radici denudate che mostravano in bella vista la loro intera estensione. 


Lo strambo trasloco della magione Miller racconta di un filone d’argento, della miniera Minnie Moore e relativa fortuna, dell’amore tra Henry Miller e Annie. E poi c’è la costruzione della villetta, la morte del marito, i rovesci di fortuna. È solo quando Annie, in cerca di nuova prosperità per sé e il figlio, decide di spostare l’intera costruzione per trasferirla sei chilometri più in là, in un luogo più adatto al suo nuovo progetto di vita (un allevamento di maiali) che si entra nel vivo della faccenda. Traslocare una casa intera, infatti, è un ossimoro: pensare lo spostamento in un unico blocco di tutta la struttura, a partire dai muri, per passare alle stanze, ai mobili, i letti, gli armadi, i tavoli, le sedie richiede non solo ingegno e forza muscolare, ma anche un considerevole sforzo immaginativo.


Che il fatto sia dichiaratamente una storia vera è da annoverare non tanto nell’ambito di quella crisi nei confronti dell’immaginario e del fantastico che tanto viene lamentata di questi tempi. Tutto al contrario. Eggers si riallaccia alla tradizione usando uno stratagemma da vecchi cantastorie, che questo dovevano saper fare per lasciare a bocca aperta il proprio uditorio: conoscere una struttura intimamente, interamente, dalle fondamenta alla soffitta, esattamente come muratori competenti capaci di smuovere solo quello che deve essere smosso, per lasciare intero tutto il resto. Il trasloco della magione, con la numerazione puntuale di tutti i mattoni delle fondamenta, funziona benissimo come similitudine per raccontare come si trasferisce tutta intera una narrazione dalla propria testa a quella di chi ascolta.


Lo strambo trasloco della magione Miller, nelle mani di Dave Eggers, è contemporaneamente una storia vera, la sua (re)invenzione e anche una riflessione sul narrare e sulla scrittura. Soprattutto è una riflessione su quella vena preziosa e segretamente lucente che ci attraversa, fatta di memorie e credenze e mitologie sotterranee che stanno, silenti, stipate, in attesa. Un patrimonio grezzo, spesso inconscio o addirittura sconosciuto, che rende però possibile il travaso di interi ecosistemi narrativi. La questione della miniera – fatto vero – così come il viaggio in Europa (se non vero, sicuramente molto probabile e verosimile), ma ancora di più: il fatto della numerazione delle componenti delle fondamenta sono in questo senso eloquenti: è dalle profondità che parte ogni racconto, dal frantumarsi degli accadimenti e delle esperienze, dallo stratificarsi dei significati e dalla successiva ricomposizione.


Perché dal momento che esiste, poi, ogni storia va attraversata, in modo simile a come si attraversa il territorio vero, quello fisico, quello che ci circonda e che in primo luogo sperimentiamo come superficie rilevabile con gli sguardi, con distanze immaginate e vissute. Le analogie sono tali per cui spesso raccontare il fuori diventa intrinsecamente raccontare quello che accade dentro. 


Prendiamo ad esempio un cow-boy. Immaginiamo che decida di seguire le orme del padre solo dopo averle verificate. Immaginiamolo così, alle prese con l’idea della mandria che dovrebbe gestire, ammansire e mungere, come da sempre fa la sua famiglia. Immaginiamolo come un punto circondato da un territorio che esiste, ma che lui vuole percorrere, vedere, rilevare e registrare in autonomia, prima ancora che esserne assorbito. Ecco Billy delle nuvole, il nuovo albo di Eva Offredo. Billy delle nuvole ha la pretesa e l’ardire di voler conoscere prima di accogliere. Anche Offredo si aggancia a una storia vera (o almeno lei così dice): ha incontrato Billy, tanto tempo fa, e questo albo è la sua testimonianza. Invece di scavare però, lei decide di percorrere le tracce in superficie. 


Billy abbandona il lazo e lo sostituisce con lo sguardo. Il movimento di questo utensile riassume efficacemente il funzionamento del nostro occhio in azione: l’energia del lancio, l’allontanamento dell’estremità e poi il ritorno, la deliberata volontà di afferrare qualcosa. 
Diversamente dalla fune, poi, l’occhio torna sempre con qualche informazione: e allora ecco le immagini di Billy tornare e fissarsi sulla pagina come se questa fosse non solo la retina, ma quel posto speciale dove quello che vediamo si deposita. Ecco la Pampa correre a perdita d’occhio, gli armadilli e le civette e poi mangrovie, doline marine e fiordi e renne… 


Pagina dopo pagina, paesaggio dopo paesaggio, pianta dopo pianta, roccia dopo roccia, ecco emergere – in Billy e in noi - una visione più ampia: le singole rilevazioni si approfondiscono e, accumulandosi si dispongono in mappe, le mappe diverse si aggregano in territorio, l’esplorazione narrata assume una consapevolezza spaziale più estesa, lo stupore attonito si traduce in indagine. L’esperienza viva si astrae, i passi si tramutano in rette, le soste si fanno simbolo. Il tesoro che Billy raccoglie camminando è impalpabile. È fatto di oggetti, di sguardi e sensazioni, sorrisi, suoni, versi di animali, temperature e luci. 
E poi c’è la fatica, la frustrazione al cospetto della strabordante molteplicità, la meraviglia. Il caldo, il freddo, la terra sulle mani, le nuvole che viaggiano e, sopra, il cielo.


Se esiste uno scrigno per questo tipo di cose, ha la forma di un quaderno. Nelle pagine straripanti di appunti, nella seconda parte dell’albo, avviene una prima appropriazione della molteplicità incontrata camminando. Ecco far capolino il tempo, le date, la durata effettiva degli spostamenti e dei giorni. Ecco il riordinare, attraverso numeri ed elenchi, quella messe di informazioni e immagini e reperti raccolti sul sentiero, in forma sparsa, estemporanea, accidentale. Ecco il sedimentare del territorio nel racconto personale, una soglia imprescindibile per il passo successivo. Al ritorno del viaggio, la prima lettura del territorio viene integrata con un approfondimento documentato su flora e fauna delle parti del mondo attraversate.


Billy delle nuvole è un incontro faccia a faccia con il mondo naturale per scoprire come farne parte. Forse proprio per questo contiene diversi sguardi. Il primo è narrativo, certo, ma poi, per contenere tutto, si trasforma, suggerendo un metodo di raccolta da praticare nel quotidiano e infine ancora, offrendo un inquadramento di carattere divulgativo. 


Questi due albi si parlano in modo sottile. Se il primo ragiona sulla profondità delle radici e sul trasferimento della memoria da una mente all’altra, il secondo si dispone come indagine geografica, di superficie, evocando inequivocabili analogie tra il camminare e il leggere. Entrambi però, prendono un punto nello spazio, un luogo conosciuto e familiare, e lo correlano a uno poco distante, in cui non siamo ancora stati: si apre davanti ai nostri occhi una distanza che vuole essere conosciuta. Che chiama, come una promessa. È una storia. È un territorio. Soprattutto: è una casa. 


Giorgia

 “Lo strambo trasloco della magione Miller”, Dave Eggers, Julia Sardà, (traduzione di Giulia Rizzo) L’ippocampo 2024 
“Billy delle nuvole”, Eva Offredo, (traduzione di Martina Arecco), Quinto Quarto 2025 


venerdì 7 giugno 2024

ECCEZION FATTA!

LEZIONE AMERICANA


Facciamo due conti a spanne: un centinaio di pagine che di media sono costituite da blocchi da 25 righe (escluse le note), l'una per l'altra. Quindi il totale delle righe, sempre a spanne, dovrebbe essere intorno alle 2500 righe. Di queste 2500 righe, ancora una volta a occhio e croce, ne dovrei aver sottolineate a matita circa 250. Sapendo che tutto il racconto del campeggio e di Riley con il suo melone è intonso senza neanche un segnetto a matita, perché conosco la storia, quasi come se fossi stata in quel campo estivo, per aver ascoltato e riascoltato la Ted talk (why a good book is a secret door...) mille mila volte. Ugualmente intonse - perché a me già note - sono le parti circa la sua mamma, la sua libreria piena di libri di seconda mano, e tutto il discorso sulla fortuna di essere stato figlio di una madre single che comprava per lui nel 1985 libri usati risalenti agli anni d'oro della letteratura per bambini, quelli di Wise Brown e co. per intenderci. 
Da tutto questo se ne deduce che tutta la parte teorica che con grande sapienza e leggerezza Barnett cuce intorno a fatti molto reali, quali per esempio la sua infanzia, ossia la radice del suo essere oggi lo scrittore che è, io l'ho trovata di estremo valore e, immodestamente, molto corrispondente a quelli che sono i miei pensieri sui libri scritti per i bambini. 
Chi ha avuto la ventura di ascoltarmi mentre discetto sulla questione, non stenterà a credermi, visto che di Barnett mi considero una discepola, oserei dire un'apostola (se non è troppa la presunzione) e infatti non c'è occasione in cui io non lo citi o citi i suoi libri. 
Le 10 verità (+1) che a mio parere sono da condividere e quindi diffondere sono le seguenti: 
1) i bambini sono persone. 
1 bis) I bambini in qualità di persone sono senzienti e ragionanti al pari di un adulto. 
2) i bambini sono altro dagli adulti e funzionano diversamente. Di solito, migliori perché più nuovi... I bambini sono perspicaci, flessibili e hanno la mente aperta. Devono esserlo per forza: l'infanzia è una lunga serie di esperimenti. I bambini si impegnano con coraggio per capire ciò che è nuovo. "I bambini sfrecciano oltrepassando con facilità il confine che separa la realtà dalla finzione ... Un ostacolo che potrebbe disarcionare un bibliotecario, è niente per un bambino" (E.B. White). I bambini sono incompleti e orgogliosi di esserlo.
3) i bambini, pur dipendendo in larghissima parte dagli adulti, hanno delle loro aree di autonomia. 
Una di queste è l'immaginazione. 
4) come adulti occorre riflettere sul potere esercitato nelle vite dei ragazzini, compresa quella 'letteraria' e quella sulla loro immaginazione. 
5) come adulti occorre ragionare sul fatto che la letteratura per l'infanzia è di fatto gestita dai grandi e che solo in fondo alla filiera ci sono i bambini... 
6) e ne consegue che le riflessioni sui libri - sia quando si scrivono, sia quando si propongono ai bambini - devono tenere in giusto conto quanto detto fin qui. Devono essere profonde, attente, rispettose e oneste se si vuole arrivare alla qualità. 
7) la letteratura per l'infanzia dovrebbe contenere belle storie, essere variegata e autentica, audace, eccentrica, polifonica, non convenzionale. Deve essere curata e interessante e dovrebbe tenersi lontana dall'essere utile a qualcosa, tenersi lontana dal 'didascalismo', ossia dall'insegnare, dallo spiegare, dal risolvere e trovare risposte. Deve fornire una strada verso il senso delle cose, chiamando dentro il lettore perché trovi la sua lettura, piuttosto che imporre una morale unica e preconfezionata. 
8) La letteratura per l'infanzia, come anche quella per i grandi, è spesso brutta. E può esserlo in modi anche molto diversi. 
9) sulla scia del punto 1 bis, adulti e bambini, in quanto esseri umani, condividono la stessa sfera emotiva. Per questo il bravo scrittore per l'infanzia, che questa cosa la sa, nel raccontare i bambini racconta anche una parte di sé e dell'umanità. Racconta il difficile compito di capire cosa significhi essere una persona in questo mondo. Leggete Sydney Smith, per esempio. O  Jon Klassen. O  Ulf Stark o a Kitty Crowther e via andare.
10) se ne deduce che i buoni libri per bambini nascono nella zona di intersezione tra la sfera di interesse di un bambino e quella di un adulto. In quella parte in cui si sovrappongono, lì c'è la buona letteratura per l'infanzia (che spesso e volentieri è buona letteratura punto). Lì grandi e piccoli sono sempre alla pari, ma mai uguali.


Chi non dovesse essere d'accordo con queste 10 + 1 verità, farebbe meglio, beninteso questo è solo un consiglio, a tenersi alla larga dall'infanzia: non è roba per lui e non se la merita! 
Gran finale su La porta segreta che diventa una letterina a Mac Barnett. 
Per farlo, devo tornare su due parole chiave di questo libro, che lo caratterizzano. 
La leggerezza e la sapienza. Insieme. 

Caro Mac Barnett, 
credo che la rarità e il pregio di questo libro stia in due cose che di rado viaggiano insieme: la sapienza e la leggerezza, quella calviniana, nel raccontarla. 
Nella mia vita non ho incontrato moltissime persone che fossero semplici e leggère e nello stesso momento anche molto complesse, ovvero che sapessero regalare in giro, mettere a disposizione di chiunque, la profondità e la bellezza dei propri ragionamenti. Senza peso, si badi.
Persone che abbiano saputo farlo, come se fosse la cosa più naturale possibile. 
Persone che abbiano avuto l'ardire di rivolgersi a tutti e non solo a un ristretto gruppo di iniziati. 
Persone che abbiano saputo raccontare la complessità del mondo, mostrandola nelle cose di tutti i giorni. Io, se me lo permetti, ti metterei tra costoro. 
Non so se spinta dalla farfalla di Carson Ellis, ma ho avuto davvero la sensazione, mentre leggevo/ sottolineavo/imparavo/ragionavo/assentivo/sorridevo, di svolazzare di fiore in fiore, godendomi l'aria fresca che spiffera dalla Porta segreta che, a tutta evidenza, tu lasci sempre un po' aperta perché qualcuno sbirci al di là e poi entri... 

Fabian Negrin,
da Jack London, L'ombra e il bagliore, Orecchio acerbo 2010

Quindi, riassumerei così: grazie. 
Con leggerezza.

Carla 

La porta segreta, Mac Barnett (trad. Sara Ragusa) Terre di Mezzo 2024

lunedì 7 dicembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ODORE DEI LIBRI

Passione libri, Debbie Tung (trad. Laura Tenorini)
Il Castoro, 2020

FUMETTO


Centotrentasette pagine. Per ognuna, quindi siamo a centotrentasette occasioni, si scatta la 'fotografia' in bianco e nero di un momento nella giornata di una giovane donna, direi proprio Debbie, che dimostra ai suoi lettori e lettrici la sua traboccante passione.
Esordisce nel silenzio di una camera sulla cui parete di fondo si staglia una libreria fornita, in primo piano ci sono libri impilati alla meglio e lei, su una poltrona a sacco, è 'fotografata' nell'atto di leggere. Si direbbe rapita, vista la sua faccia goduta...
Alla pagina successiva, appare sempre lei nell'attimo in cui varca un confine immaginario, naturalmente con un libro in mano: la sua voce ci dice che i libri possono condurre in luoghi magici.
Quando piove, come oggi, la sequenza di fotografie, si tratta di un fumetto, la ritrae mentre fa la cosa migliore per lei: starsene a casa con un buon tè e un buon libro, e anche quando torna il sole è giornata perfetta per una tazza di tè e un buon libro (non va dimenticato che Debbie Tung è inglese e quindi il suo sole è pallida cosa che non invoglia a uscire con il medesimo buon libro per leggerselo in giardino, sul terrazzo, sul balcone o in un parco...).
Credo che qui si potrebbe fare una deroga al consiglio di Debbie.
La sua passione per i libri e la lettura non conosce limite. Un libro sempre con sé, valigie piene quando è in partenza, una certa bulimia in biblioteca e in libreria. Un conclamato feticismo nei confronti dell'oggetto, difficoltà nell'atto del separarsene. Preferenza e precedenza assoluta concessa ai libri e alla loro lettura, di fronte alla divagazioni che la vita le mette davanti: alle feste, al bar, al cinema, a letto con qualcuno...



Dal 1997 mi occupo di libri per l'infanzia. A detta degli altri lo faccio con una certa passione. Ma prima? Usiamo quell'anno come termine ante quem e post quem.
Ante quem: i libri che frequentavo erano principalmente letteratura, narrativa, classici, un unico fumetto: i Peanuts, e saggistica su quelli che erano i miei interessi, a seguire i miei studi e infine il mio lavoro, di storica dell'arte. Ero una lettrice forte, certo, ma non una pasionaria. Avevo autrici e autori prediletti, editori molto amati, ma non potevo essere descritta come una fondamentalista della lettura. Alla domanda perché leggere, avrei risposto con un'altra domanda, perché no?
Poi un giorno è successo un fatto che qui non c'è bisogno di dire e, lentamente ma inesorabilmente, è diventato chiaro che senza nuove storie, o meglio senza nuove buone storie, sarei stata peggio.
Forse la chiave sta proprio qui, non nel leggere purché leggere, ma nel leggere le buone storie.
In quel tempo ho capito che attraverso di loro, le buone storie, avrei procurato del bene a me stessa e forse anche ad altri. Capitò del tutto casualmente che quelli a cui mi rivolsi per condividere l'esperienza fossero dei bambini e delle bambine. E così, altrettanto per caso, cominciai a frequentare con grande assiduità la letteratura per l'infanzia. E, in qualche modo, il fatto che fosse illustrata - e questo l'ho capito solo a posteriori - per incanto si riconnetteva con l'altro mio polo di interesse, l'arte figurativa.
Scrivo questo al solo scopo di dare una speranza anche a tutti quei lettori e lettrici con non si sentono dei fanatici dei libri e della lettura, come pare essere Debbie Tung dopo il suo racconto di centotrentasette pagine.
Va da sé che in parecchie delle situazioni che lei racconta ho riconosciuto frammenti di vissuto: avere un cestino di titoli desiderati sempre pieno, provare affinità elettive con chi ama i miei stessi libri, sbirciare nei libri che altri stanno leggendo, stabilire un legame con chi sta leggendo il mio stesso libro, accarezzare un libro amato quando qualcuno ne sta parlando male (animismo latente), ridere o piangere durante la lettura, correre in libreria a comprare un buon libro appena letto e restituito in biblioteca, proteggere i libri dalla pioggia, essere capace di camminare leggendo, avere almeno cinque libri preferiti per volta, non essere in grado di disfarsi dei vecchi libri, essere prudenti con l'atto di prestare, e, ultimo ma non ultimo, dopo la lettura convincente di un libro, andarlo a dire in giro... se così non fosse stato questo luogo virtuale che ospita i miei ragionamenti non esisterebbe.
Meno condivisibili, invece, ho considerato sue affermazioni, come per esempio le feste ideali in cui tutti gli invitati hanno un libro in mano e lo leggono per sé, oppure il desiderio di nascondersi dietro i libri per evitare gli altri, o l'intento di leggere tutti i libri del mondo, o di giudicarli, tra le altre cose, anche per dimensioni o prezzo.


Credo sia nell'ordine delle cose non essere d'accordo sulla intera linea, anzi il non esserlo mi pare possa essere foriero di ulteriori spunti di riflessione.
A parte alcune distanze che mi sento di prendere e a parte una certa difficoltà a farmi piacere le sue illustrazioni, non mi pare dubitabile che un libro così, proprio per le sue luci e le sue ombre, proprio perché concepito come un traboccante quanto altisonante catalogo di situazioni che ruotano intorno a un unico perno, il 'virtuoso' amore per i libri, possa o debba diventare strumento di riflessione condivisa.
Sarebbe bello immaginarlo tra le mani di un buon 'maestro' che avesse voglia di mettere sul tavolo la questione per dare a tutte le persone intorno a lui la possibilità di crearsi un proprio profilo personale. Siano essi lettori o non lettori, c'è da augurarsi, pur tuttavia con uguale diritto di cittadinanza.

Carla
 
NOTERELLA AL MARGINE
 
 
Una sovracoperta che ha il senso per noi di Lettura candita di una medaglia appuntata sul petto, per l'impegno che da un bel po' di anni mettiamo nel segnalare le 'buone storie'. 
Grazie al Castoro, che ci ha pensato.

lunedì 25 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LETTERATURA SENZA AGGETTIVI

Clara e l'uomo alla finestra, María Teresa Andruetto, Martina Trach
(trad. Lorenza Pozzi)
Uovonero 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"'Porta questi panni al signore della casa grande.'
Non ti distrarre.
Stai attenta.
Che non si sporchino.
Il signore lascia i soldi sulla porta, sotto lo zerbino."

Villaggio di poche case sparse nella pianura argentina. Un po' più lontana, la casa grande dove lasciare la biancheria pulita. Fuori dalla porta, sullo stesso zerbino che nasconde i soldi che spettano alla madre di Clara, la lavandaia.


Clara l'aiuta e come una piccola Cappuccetto Rosso argentina, parte con il cesto; nella testa riecheggiano le parole dette, le raccomandazioni.
Lasciato il cesto, raccoglie le poche monete. La tenda si scosta e la bambina incrocia lo sguardo di quel signore. Nulla di più.
Clara, sulla strada del ritorno, si ripete nella testa ciò che ha sentito di quella persona: non esce di casa, non può vedere la luce....
Fino alla volta successiva, quando la tenda della casa grande si scosta ancora di più e il signore dagli occhi tristi batte sul vetro per chiamarla.
Uno scambio di poche parole, due sole domande. Alle parole di Clara, perché vivi rinchiuso?, lui risponde con un'altra domanda, sai leggere?
Un libro rosso, come le sue scarpe, l'aspetta sotto lo zerbino la volta successiva. A ogni nuova consegna di panni ci sono nuove storie che l'aspettano.
Fino al giorno in cui la porta si apre e Clara entra.
Quando un bambino entra in una casa, entra in una vita altrui, qualcosa di quel luogo, di quell'esistenza cambia.
E così quelle stanze, piene di ricordi, piene di solitudine, piene di libri ascoltano, dopo tanto silenzio, il dialogo tra due voci. Poche parole per spiegare e per capire.
Bastano semplici gesti per far nascere tra loro un'intesa, per riaccendere un desiderio, per trovare il coraggio e la voglia di tenere aperta una porta, addirittura di varcarne la soglia.
I bambini, in questo, sono passpartout pressoché infallibili.

Per una letteratura senza aggettivi. Si può partire da qui per fare due ragionamenti su Clara e l'uomo alla finestra. Una storia che racconta di come la madre di María Teresa conobbe i libri e di come il suo amico Juan uscì alla luce del sole.
Un albo illustrato che, per come è concepito, attesta una volta di più che la missione della letteratura è quella di raccontare belle storie: María Teresa Andruetto, premio Andersen 2012, lo sostiene da sempre (Per una letteratura senza aggettivi, Equilibri 2014).
E le belle storie sono per tutti, ovvero sono lì a testimoniare che scrivere per l'infanzia non sia mestiere diverso, o addirittura più semplice, dello scrivere per grandi. Quindi, letteratura e basta.
Ed è da questa sana prospettiva che Andruetto riesce a raccontare nel contempo una storia singola e una storia universale, ovvero quella che riguarda il piacere di quella bambina verso i libri e la lettura e il diritto dell'infanzia di avere buona qualità nelle storie, sufficienti luoghi e occasioni di incontro con esse, buona quantità di titoli sugli scaffali.
La casa di Juan, per tornare alla storia singola, sembra essere il luogo ideale perché tutto questo accada.


Ma anche la storia personale di quel signore, Juan, a ben vedere, nel racconto della Tere Andruetto, da storia singola si fa storia universale e il passaggio dall'una all'altra è così naturale, che riempie il cuore di speranza.
Poche e calibrate parole, studiate in forma di dialogo o di monologo interiore, sono l'ordito solido e sapientemente 'traforato', su cui Martina Trach intreccia la sua trama figurativa.


La leggerezza del testo si specchia nei grandi spazi liberi, nel disegno volutamente non finito, nello zoom cinematografico, nell'aria aperta che Clara attraversa. La precisione delle parole si riverbera nei dettagli a matita, negli inserti a collage, nelle trasparenze di pattern a stampa per copertine di libri o tessuti, nella cura degli interni raccontati con precisione da carta millimetrata. Lo scorrere del tempo e dello spazio lo si coglie nel movimento che si moltiplica per seguire linee di direzione sempre differenti e nella stratificazione dei piani, sottolineati da tecniche anch'esse sempre diverse.


Il colore stesso è voce narrante, al pari della parola.
Martina Trach, poco più di trent'anni, ha cose da dire.

Carla

venerdì 7 giugno 2019

ECCEZION FATTA!


A CHE PUNTO SIAMO


A quasi quattro anni dal rapporto Pisa, redatto per l’Ocse, che delineava un quadro non esaltante per quanto riguarda la lettura in Italia, mi sembra interessante condividere le mie riflessioni sull’ultimo rapporto Aie  sullo stato del mercato editoriale.
Anche quest’anno, i primi mesi sono stati impietosi e indicano una flessione, non enorme, ma significativa, proprio perché il mercato editoriale italiano già di suo non è dei più floridi. Si comprano meno libri, in qualsiasi canale di vendita, si tratti di libri cartacei o e-book. Perde sensibilmente anche il settore ‘ragazzi’, finora traino incontrastato in anni sostanzialmente privi di bestsellers. Perdono vendite sostanzialmente la Grande Distribuzione e le librerie indipendenti, mentre acquistano uno spicchio di mercato in più le vendite online e le librerie di catena, che hanno in comune vastità di catalogo e soprattutto una politica di sconti aggressiva.


L’elaborazione dell’Aie si sofferma molto sulle modalità di scelta dei libri acquistati: consigli di amici e parenti sono la prima voce, ma è molto cresciuta la percentuale di persone che si documentano in rete, mentre crolla il ruolo delle pubblicazioni specializzate, delle recensioni sui giornali o, addirittura, in televisione. Particolarmente significativo il dato che il 51% di chi acquista online prima si documenta sui blog per poi effettuare l’acquisto sui link che in essi si trovano.
Significa che sostanzialmente si cercano nella rete le informazioni che orientano l’acquisto e la cosa non è un granché tranquillizzante perché in rete non si trova facilmente molta informazione indipendente.
Gli indici di lettura sembrano, ed è un dato grezzo che non distingue categorie all’interno dell’insieme dei lettori, stabili, con una leggera flessione nei lettori di e-book.
Cosa significano questi dati così raggruppati? Una prima constatazione, anche banale, che il nostro mercato del libro è sostanzialmente in una fase stagnante; che uno dei canali di vendita è in netta flessione; che a soffrire maggiormente della concorrenza della vendita online sono le librerie indipendenti.
Senza nulla togliere alla professionalità di chi lavora nelle librerie di catena, la difficoltà delle librerie indipendenti, unita al fatto che ci si rivolge a siti sponsorizzati per orientare le proprie scelte, implica una maggiore difficoltà a trovare riflessioni più approfondite, suggerimenti meno orientati al lato commerciale. Ci sono siti, o canali you tube, che possono fare la fortuna di un libro, così come ci sono ‘libri’, provenienti proprio dal mondo degli ‘influencer’, che vendono milioni di copie senza nemmeno passare dalle librerie.

Nello stesso tempo, trovo che le diverse iniziative, premi, concorsi, laboratori di lettura, circoli e altre iniziative, comincino ad avere una maggiore estensione e capillarità. Mi riferisco, ovviamente, soprattutto al mondo dell’editoria per ragazzi, dove è sicuramente maggiore l’attenzione alla costruzione del soggetto ‘lettore’.


Qui diventa centrale il ruolo della scuola che, come risultava già evidente nella pubblicazione di Save the Children Italia, ‘Atlante dell’infanzia a rischio’, le realtà sono drammaticamente differenti: da scuole estremamente attive nei progetti di promozione della lettura, ad altre che si devono confrontare con tematiche più basilari. Anche nel microcosmo di un municipio romano, diventa difficile avere una mappatura precisa della quantità e qualità delle biblioteche scolastiche, con differenze evidenti fra una scuola e l’altra. Trovare risorse economiche ed umane per raggiungere ovunque uno standard accettabile, che significa che tutti i bambini e le bambine abbiano a disposizione realmente una certa quantità di libri, che in ogni scuola si adottino progetti di promozione della lettura, che le librerie e le biblioteche si coordinino a questo scopo: tutto questo mi sembra un importante obbiettivo ‘politico’ e soprattutto penso sia cruciale che nell’agenda politica entri questo obbiettivo, superare le differenze fra regione e regione, quartiere e quartiere nella qualità dei servizi culturali offerti ai più giovani.
Per tutti e tutte noi che lavoriamo in questo settore è una grande responsabilità e un impegno prioritario rimettere le cose sulle proprie gambe, facendo la nostra parte, per piccola che sia, per dare a tutti e tutte l’accesso alla cultura.

Eleonora