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venerdì 16 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"UNA FORMA NUOVA"

127 giorni, Andrea Rivola 
(adattamento e collaborazione ai testi di Federico Appel) 
Parapiglia 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 
 
"GIORNO 1 
Riolo dei Bagni sorge lungo il fiume Senio, sulle prime colline della Romagna, a metà strada fra l'Appennino e la via Emilia. 
Un paese tranquillo, orgoglioso delle proprie acque termali, abitato da gente sincera e laboriosa. Anche ora, nell'autunno del 1944, la guerra ha intaccato solo parzialmente la tranquillità di Riolo. Se si esclude l'assenza di uomini in età di leva, impegnati al fronte o chissà dove, qualche famiglia ebrea nascosta da qualche parte, qualche sfortunato incappato nei rastrellamenti nazifascisti. Ma le cose stanno per cambiare." 

Se da una parte la popolazione di Riolo dorme tutto sommato sonni tranquilli perché gli alleati stanno arrivando, dall'altra i tedeschi decidono di bloccare l'avanzata degli inglesi in arrivo da sud e lo fanno concentrandosi su un ponte che attraversa il Senio e vogliono anche sfruttare le montagne intorno a Riolo come postazioni difensive. 
Quindi Riolo, che fino a quel giorno era stata ai margini della battaglia ne diventa il centro. La prima conseguenza ricade sulle donne, sui bambini e sui vecchi che cercano rifugio in un paese che non è preparato e non è attrezzato. Veramente anche le persone non sono preparate: per loro in qualche modo la vita di tutti i giorni, quella fatta finora, deve continuare. Il signor Galli continua imperterrito nella sua passeggiata quotidiana, e pazienza per le bombe. Le esplosioni distanti sono i fuochi d'artificio per Battista. Ognuno di loro sembra diviso a metà tra la consapevolezza della guerra e la necessità di continuare la vita di sempre. Nessuno di loro dimentica del tutto, nessuno di loro annichilisce la propria indole: e quindi le ragazze insidiate dagli ufficiali fascisti non si fanno scrupolo del pericolo e li prendono a male parole, costi quel che costi, e il vecchio Maciulì riesce nell'intento di consegnare un gruppo di soldati tedeschi senza che nessuno si faccia male... 
Questa è la storia di un pugno di persone coraggiose, di un piccolo paese di collina romagnolo che per 127 giorni è diventato il bersaglio degli ultimi colpi di quella guerra insensata. 


E ha saputo resistere, nonostante tutto, fedele al proprio ideale di libertà.  

Il perché Andrea Rivola abbia risposto con entusiasmo alla richiesta del Comune di Riolo di celebrare gli ottant'anni della Liberazione con un libro illustrato è facile da capire: lui vive lì. 
La storia di Riolo è la sua storia. 
Nelle poche righe che questo spiegano prima che il libro cominci si legge: provare a raccontare, in una forma nuova, eventi tanto importanti. 
A prescindere dall'importanza dei fatti, dalla bellezza delle persone che questa storia l'hanno vissuta, di fatto l'hanno creata, la cosa che colpisce è davvero quella "forma nuova". 
Intendo dire il modo in cui Rivola, con il supporto ai testi di Federico Appel, ha deciso di raccontarla. 


Il materiale da cui gli autori hanno attinto è un altro libro, scritto da Leonida Costa - Le 127 giornate di Riolo - che risale al 1962. Già in quella fase la storia viene ricostruita attraverso le testimonianze orali. Ma Rivola e Appel hanno fatto un passo ulteriore, integrando il racconto attraverso anche i diari fondamentali di due testimoni riolesi, Vincenzo Cavara, all'epoca sedicenne, e Clara Zanotti, diventata staffetta partigiana. 
Questa diversità di voci trova un suo corrispettivo nella concezione del libro. 
Non lo si può chiamare un fumetto, e non è neanche un diario illustrato. Non è neppure un albo o una storia con le figure, come siamo abituati a vedere. 


C'è un calendario che segna i giorni, ci sono i panel, le vignette, che arrivano dal fumetto, e del fumetto ci sono anche i balloon, ma ci sono anche consistenti blocchetti di testo. Ci sono tavole a doppia pagina, ma ci sono anche sequenze di tavole più piccole che hanno il compito di dare velocità maggiorata rispetto a un respiro più lento e cadenzato. 


Insomma, è una polifonia di voci, di ritmi e anche di spessore dei fatti, che - mi pare evidente - corrisponde alla pluralità delle fonti e delle voci narranti. Su tutto si espande il disegno di Rivola che, fedele alla consegna, tiene tutto assieme e mantiene un suo tono ben preciso, pur diversificandosi in molti e diversi rivoli (!) con l'esito rassicurante di essere sempre un piacere vederlo. 

Carla

venerdì 17 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SMUOVERE LE SFERE UNIVERSALI

Se dormo con gli occhiali, vedo meglio i sogni? I grandi quesiti dei bambini, Claude Ponti (trad. Giorgia Arnaldi, prefazione Maura Gancitano) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"Apolline, otto anni, chiede: PERCHÉ ALCUNI ANIMALI DEPONGONO LE UOVA E ALTRI NO? SE ANIMALI COME GLI ELEFANTI, GLI UMANI O LE GIRAFFE DEPONESSERO LE UOVA, DOVREBBERO PRIMA COVARLE… 
MA SAREBBERO TROPPO PESANTI E I GUSCI SI ROMPEREBBERO! QUINDI SERVIREBBERO GUSCI RESISTENTISSIMI, MA A QUEL PUNTO I PICCOLI NON RIUSCIREBBERO A ROMPERLI PER USCIRNE… E NASCERE. 


Leïla, cinque anni e mezzo, dice: A QUANTO PARE SONO NATA IL GIORNO DEL MIO COMPLEANNO… 
SÌ. IL CHE SI SPIEGA PERCHÉ IERI VIENE PRIMA DI DOMANI CHE ARRIVA SUBITO DOPO OGGI CHE SCOMPARE APPENA ARRIVA DOMANI E CHE DIVENTA IERI E COSÌ VIA, AVANTI E INDIETRO. ALLORA, PER NON DIMENTICARE IL GIORNO IN CUI SEI NATA, IERI, SI FESTEGGIA OGNI ANNO LO STESSO GIORNO DELLA TUA NASCITA, IL CHE SIGNIFICA CHE HAI UN ANNO IN PIÙ E UNO STRATO IN PIÙ SULLA TUA TORTA DI COMPLEANNO QUANDO È OGGI. ECCO. 


Caroline, tre anni e mezzo, chiede: MAMMA, IO HO UN DESTINO? SÌ, DA QUELLA PARTE!" 


Il libro funziona così: ci sono dei bambini e delle bambine che per età variano dai 3 anni ai 10 e ciascuno di loro si presenta con una domanda. Solo in rarissimi casi, con delle affermazioni. A ciascuna di queste questioni sollevate è dedicata una pagina e un disegno - un fumetto in verità - che in qualche modo cerca di dare una risposta o di giocarci su e aprire ulteriori scenari di indagine. Alle domande ci sono i piccoli, alle "risposte" illustrate c'è un grande (in tutti i due sensi), che è per l'appunto Claude Ponti con i suoi innumerevoli topi. 
La qualità e la varietà delle domande lasciano davvero senza fiato. 
E si potrà notare facilmente come spetti ai più piccoli - treenni, quattrenni e cinquenni - la capacità di smuovere con i loro quesiti le sfere universali. 
Tanto più i bambini e le bambine crescono, tanto più le loro domande si fanno specifiche, indirizzate ad ambiti più particolari, ma non per questo meno fulminanti. 
Per esempio: cosa vuol dire artificiale? Il mondo potrebbe funzionare senza i soldi? Pesiamo di più quando pensiamo a un cervo piuttosto che a un gatto? Ecco, cose così. 
Le domande, che sono state raccolte per 7 anni nelle pagine della rivista Philosophie Magazine, sono dei giganteschi inneschi per la creazione di mondi a sé stanti che possono essere brevemente esplorati per andare nella direzione di una possibile risposta. 
Fa bene Maura Gancitano, la filosofa cui è stata affidata la prefazione, a intitolarla Piccoli teatri dell'immaginazione perché Ponti - così ho imparato - per tutta la sua vita di autore di libri per l'infanzia non ha fatto altro che creare mondi. Mondi immaginari che si spalancano una volta superata una fatidica soglia. 
Qui, ancora una volta, questa sua modalità di raccontare storie si ritrova quasi tale e quale. 
Il quasi dipende proprio dal respiro più affannato di dover rispondere in una sola pagina alla singola questione posta. Il grande respiro dei suoi libri più famosi - da Biagio a La mia valle, passando per il Catalogo dei genitori - qui non ci può essere. 
Rimane intonsa invece la sua capacità di offrire scenari - da cui i piccoli teatri, cui allude Maura Gancitano, che mettono in scena spazi sconosciuti da andare a esplorare. Ecco, forse la chiave è proprio questa: quella di non voler dare una risposta 'chiusa' a domande così tanto ariose, ma invece mettersi in gioco e provare a rilanciare. 


Mettersi in gioco e rilanciare prevedono due condizioni necessarie da parte di un adulto: da un lato mettersi lì ad ascoltare con attenzione la domanda per poterne cogliere per intero la grandezza e dall'altro lato dimostrare di avere la capacità di spingere il ragionamento nella direzione dell'immaginazione, ossia del possibile. Ma sono pochi gli adulti che lo fanno di default quando dialogano con i bambini... 
Ma Ponti sì. Lui lo fa.
Per questo, alla bambina che chiede se Babbo Natale crede in Dio, lui risponde con la chiarezza inoppugnabile che suona come un sillogismo, seppur folle. 
E ancora, a Shilo, che pone una questione apparentemente facile e logica, Ponti gli dà una risposta che fa davvero saltare sulla sedia per quanto trasversale e inafferabile si dimostra! 
Sono certa che tanto la filosofia (o se preferite le grandi domande) quanto autori come Ponti siano cibo necessario all'infanzia per crescere bene! 
Qui, insieme! 

 Carla

lunedì 3 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non ho fame! Violette Vaїsse (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Va tutto bene Léon? 
'Non ho fame!' 
Ma quel piatto sembra proprio delizioso! 
'Blerk! La minestra non è buona per niente!' 
Ma ti fa diventare grande! 
'No! La minestra di carote va bene per i conigli!' 
La mamma dice che la minestra fa diventare simpatici... 
'Allora, in questo caso, io non ne ho bisogno di sicuro!'
Ah! Ah! Ma senti questa! Ma dov'è la mamma?" 

Interno cucina. Camera fissa sul tavolo da pranzo apparecchiato. Léon, una volpetta, sta dialogando con qualcuno. 
Voce fuori campo? 
L'argomento è il passato di carote che sua madre vuole lui mangi, anzi finisca, nel tempo in cui lei è al telefono con la vicina. Lui non ci pensa neanche e, con la scusa di non aver fame, fa di tutto per liberarsi della suddetta zuppa. Addirittura mette il piatto sul bordo del tavolo in modo che inavvertitamente con una gomitatina cada, ma il piatto resiste, purtroppo. 


E allora prende la decisione: riversa il contenuto della sua scodella nel pentolone. E, nonostante avesse dichiarato di non aver fame, si allestisce un super panino con tutto quello che il frigorifero contiene. Cocomero, formaggio, una fetta di torta alle pere, ketchup, marmellata, cetriolini, cioccolato e via andare. Il panino, una baguette naturalmente, riesce miracolosamente a contenere tutto. 


E Léon lo mangia di gusto. Ora è sazio e sua madre ha finito la sua telefonata. 
In men che non si dica, deve sbaraccare tutto quello che ora è sul tavolo e stiparlo altrove prima dell'arrivo di sua madre. E sperare che lei non si accorga anche che la baguette ora sul tavolo non c'è più. 
Miracolosamente Léon ci riesce: tutto in un sacco dell'immondizia dietro al frigo, ma a una madre volpe non puoi chiedere di essere stupida come una gallina... 

Non ho fame! arriva a circa un anno di distanza da Mi annoio! e con questo condivide l'autrice, Violette Vaїsse, una giovane e gagliarda fumettista francese, e il traduttore, altrettanto gagliardo, Federico Appel. Condivide l'impostazione generale, compreso lo stampato maiuscolo e il fumetto (!) per la voce di Léon. 
Gagliarda anche la casa editrice.


Qui e lì il titolo è una dichiarazione di intenti da parte del medesimo protagonista. 
Qui e lì al protagonista piace esagerare. 
Qui e lì c'è una voce fuori campo, pacata e ragionevole, con cui dialoga, cercando di essergli d'aiuto o di supporto. Il testo è di fatto solo un serrato botta e risposta a due voci.
Qui e lì c'è la camera fissa che tutt'al più si permette delle zoomate. 
Qui e lì c'è una madre da far fessa... 
Questo e quello avevano attirato la mia attenzione. 
Le ragioni. 
La prima è il disegno: colori piatti linea di contorno grossa, data a pennello. Buon gusto nella composizione, grande espressività dei corpi. Mancinismo del protagonista. 
La seconda è la comicità in crescendo, che attraversa le storie. Pur nella loro semplicità, colgono nel segno entrambe le volte e mi è parsa davvero divertente la capacità e la velocità del protagonista nel mettersi nei guai da solo, nella rapida sequenza di scemenze che mette in atto. 
In entrambi, il ritmo è quello del comico: a passo svelto.
Trovo sottilmente ironico il fatto che lui dichiari una cosa, salvo poi smentirsi nei fatti. Non ho fame! urla il titolo di un libro in cui il protagonista sbrana una baguette con tutto dentro, Mi annoio! è il titolo di una storia in cui il protagonista battaglia nella sua stanza come Napoleone contro eserciti interi di nemici inesistenti. 


La terza è la sua irresistibile la faccia tosta. 
La quarta è la voce fuori campo. Onestamente non so dire se ho sovrainterpretato, ma mi viene da pensare che nel caso di Non ho fame! a parlare con Léon sia il frigorifero in persona. Mi piacerebbe fosse davvero così, la considererei proprio una bella idea. Per cui, per trovare conferma plausibile mi sono detta che se, almeno per metà libro, il blocchetto di testo è fisicamente vicino al frigo qualcosa vorrà pur dire... 
Se davvero così fosse in Mi annoio! sarebbe la scansia dei libri a dialogare con Léon. E prova ne sarebbe il fatto che a un certo punto proponga all'annoiata volpetta un dei libri che contiene. 
Il suo ruolo, quello della voce fuori campo, frigorifero o no, è quello di essere contemporaneamente voce della coscienza, compagna di gioco, ma anche di farsi 'paracadute' a un niente dall'impatto con la madre. 


La quinta ha un po' a che fare con la terza. Dietro la faccia tosta di Léon si nasconde un modello di infanzia un po' ingenua, un bel po' bugiarda, un tantino monella, piuttosto coraggiosa nello sfidare le regole adulte. 
Insomma, un'infanzia resistente. 

Carla

venerdì 1 dicembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VACHE QUI RIT 

Vita segreta degli animali, Benjamin Rabier (trad. Verba manent) 
Pulce Edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Per tutta la sua carriera, durata oltre quarant’anni, Rabier conserva uno stile semplice, spontaneo, eppure immediatamente riconoscibile, operando una vera e propria rivoluzione nel mondo del libro illustrato. È uno dei primi artisti a scegliere come protagonisti degli animali, rendendoli sorprendentemente umani e dotandoli della più vasta gamma di emozioni ed espressioni. Ci piace pensare che ci sia un po’ di Benjamin in ogni animale che sorride tra le pagine di un albo illustrato." 

Ed è questa effettivamente uno dei motivi per cui si parte a ragionare su Vita segreta degli animali. 
E, a voler essere più precisi e puntuali, a muovere queste riflessioni è una sana curiosità verso quella che fu - si sa - una lettura assidua di un bambino francese di nome Gilles. Cognome, Bachelet. 
Credo possa essere di interesse comune conoscere un po' meglio una delle più importanti fonti di ispirazione di uno dei più interessanti autori francesi contemporanei. 
A dire il vero, le sue letture preferite, quelle che lo hanno fatto ridere tanto tanto da bambino e che non ha mai dimenticato, sono le storie di Gédéon, un incontenibile papero giallo che imperversa e arriva in qualsiasi angolo della terra (e che forse anche Walt Disney non deve aver ignorato...). 
Ma, preferenze di Bachelet a parte, Rabier va amato anche per tutto il resto. 
E quindi, evviva Rabier tout court! 
Perché ha davvero rappresentato uno dei punti di partenza fondamentali per tutto il fumetto, almeno per quello francese. E non è poca cosa. Ed è stato uno dei primi a giocare seriamente con il disegno e con le sue cornici...


La sua storia e la sua vita, per certi versi paradossale, è ben riassunta in fondo a Vita segreta degli animali, e qui basterà sapere che nasce nel 1864 e che per mantenersi lavora soprattutto di notte, per vent'anni almeno come ispettore ai mercati di Les Halles, e di giorno disegna, disegna e ancora disegna. Soprattutto animali. E inventa cose bellissime e geniali e discretamente folli. L'esatto contrario della serietà e rigore che dovette avere in qualità di ispettore. 
Guardiamo dunque Rabier attraverso gli occhi di un contemporaneo, Bachelet.
Quali sono le cose che ha preso da Rabier? 
Sono tre, principalmente. 
La prima è la linea chiara. Infatti è proprio Rabier che ne fa un uso sistematico. Diffusa principalmente in area francofona, tra Francia e Belgio, è utilizzata nell'ambito del fumetto: da Tintin in poi (Hergé proprio da Tintin-Lutin di Rabier/Usly prende le mosse per il suo fumetto). La linea chiara, con quel suo modo morbido, ma assolutamente preciso e pulito di definire il contorno sottile delle figure, che risultano immediatamente leggibili, è innegabilmente, a distanza di tanti anni, uno dei tratti caratteristici dell'arte di Gilles Bachelet.
La seconda cosa che li accomuna, ispiratore e ispirato, è il casting dei loro personaggi.
Entrambi privilegiano di gran lunga la volontà di raccontare le loro storie attraverso attori presi dal bosco, dalla fattoria, dai campi: animali. O meglio, animali espressivi. Entrambi di questa espressività ne hanno fatto un valore in sé.


Dunque, disegnare quasi solo animali. Perché?
Le ragioni che sono dietro a questa scelta sono di certo culturali, ma anche personali.
Da una parte prediligono entrambi lavorare attraverso la 'favolosa' metafora di un animale che agisce, mimando pregi e difetti che non sono propri della sua natura, ma che invece corrispondono alla perfezione a quella umana. 
Mettere in scena animali significa 'mettere in sicurezza' il racconto da ogni riferimento diretto. 
Poi, chi vuole capisce e chi ne è capace si riconosce. 
Entrambi, Rabier e Bachelet, come molti altri grandi autori, hanno preferito prendere la strada della favola per raccontare delle grandi verità, altrimenti potenzialmente scomode. 
Dall'altra, le ragioni personali dei due risiedono nella loro naturale attitudine e maestria nel saper disegnare quadrupedi e consimili.
Bachelet, rispetto a Rabier, fa un ulteriore passo, ossia gioca anche sulla forma (e sulla nomenclatura) degli oggetti e quindi nelle sue storie capita che uno champignon per ironia (della sorte) diventi Napoleon. 
Ecco, l'ironia. 


Lei è la terza grande cosa che il bambino Gilles potenzia dopo le sue letture di Benjamin Rabier. Enorme e diffusa, tanto nell'ispiratore quanto nell'ispirato. 
Condividono quello sguardo che è nello stesso tempo bonario e maledettamente autentico, fino a diventare, questo sì un po' scomodo. Senza mai sconfinare nel sarcasmo, usano l'ironia per mettere in ridicolo - con la dovuta delicatezza - i personaggi delle loro storie e anche, con un bel salto mortale, quelli che essi sulla pagina stanno a rappresentare.
Entrambi sanno essere visionari e giocare sul filo dell'assurdo ogni volta che possono. 


Se i libri e i fumetti di Rabier, e Rabier stesso, in Francia fanno parte dell'immaginario collettivo, ragione per cui i bambini mangiano tuttora i formaggini de La Vache qui rit, da lui disegnata, e i suoi libri pieni di animali continuano a essere pubblicati con successo, al di qua delle Alpi le cose sono andate diversamente.


Il suo nome e la sua arte sono molto meno noti; fa eccezione un'edizione di Castelvecchi, Il gatto curioso e altre storie, un'antologia di suoi racconti, pubblicata nel 2015. 
Però ora arriva Pulce, un editore che ha fatto della riscoperta di libri magnifici e dimenticati la spina dorsale del proprio catalogo, che pubblica questo piccolo gioiello, che c'è da augurarsi non passi di nuovo inosservato.
Nell'edizione italiana, due cose, non proprio dettagli, vengono modificate rispetto all'edizione del 1909 di Garnier Frères.
Spariscono del tutto i testi che Rabier aveva scritto come didascalie alle sue tavole a fumetto. A ben vedere, il più delle volte non se ne sente la mancanza, anzi le singole vignette mute, a parte il titolo, sono un buono sprone per stimolare l'arguzia sopita, ma altre volte la loro presenza avrebbe aiutato o addirittura avrebbe aumentato l'ironia interna (la gallina con le tre uova colorate, in Tutto fa uovo, per esempio, o ancora, nella sequenza intitolata L'invidia è una brutta bestia, arrivare alla morale avrebbe avuto un suo perché). 


Altra cosa che si modifica è il numero delle tavole: ossia ne mancano circa una dozzina, pagina più pagina meno. A parte le ragioni legate a una esigenza editoriale precisa - vogliamo stampare un libro di 48 pagine - che hanno una loro legittimità, azzarderei a pensare che ci fosse anche qualcosa d'altro a guidare la scelta del "questo sì, questo no". 
Un libro del 1909 parla una lingua diversa da quella attuale, ha parlato a lettori diversi da quelli di oggi, racconta un mondo differente. E quindi, forse per non turbare troppo le piccole sensibilità, spariscono i maiali con l'anello nel naso, sparisce la famiglia di leoni, cacciati dall'Africa che cercano un lavoro alla cassa di un circo equestre, spariscono gli anatroccoli mangiati dalla volpe, o i conigli prelevati per la futura cena dalla cuoca schifiltosa... 
Purtroppo con loro è sparito anche quel gatto geniale e socialmente schierato, che, alla finestra, tira un petardo nella ciotola piena del panciuto cane di casa, perché il cibo finisca sparato nella bocca del magro randagio che, a debita distanza, sbava d'invidia. E di fame. 
Vabbè avremmo riso volentieri anche di quello. 

Carla

lunedì 23 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA STORIA 'SOVRANA'

In fuga con la flebo, Josephine Mark
(trad. Melani Traini) 
Valentina Edizioni, 2023 




FUMETTO  (dai 7 anni) 

" 'Prima con quel coso della flebo mi hai salvato la vita. Perciò ora io devo salvare la vita a te.' 
'Cosa?!' 
'Niente domande. Codice dei Lupi.' 'Non abbiamo molte regole, ma questa è SACRA!' 
'Ma problema: io devo darmela a zampe. Non è un posto per lupi, come di certo avrai notato. 
Ma TU sei chiaramente incapace di cavartela da solo con tutta questa roba. Che hai lì in mano?'" 

Breve antefatto: ospedale nel bosco. Un coniglio è attaccato alla flebo e sta aspettando che la rana infermiera gli somministri la terapia. Dietro un paravento c'è un altro paziente, molto poco paziente che spara in orbita l'infermiera quando cerca di medicarlo. Il paziente poco paziente è un lupo che quando gli viene somministrato come piccolo premio un pasticcino, cerca qualcosa di più commestibile di un muffin. Aperta la tenda che li separa, vede il coniglio che farebbe al caso suo se non emanasse un odore sgradevolissimo: di medicinale! 
Il fatto che tutto avvenga in un bosco implica che ci siano dei cacciatori in transito ed è appunto uno di essi che mira al lupo per ucciderlo. Ma il proiettile viene per l'appunto deviato dal bastone della flebo del coniglio... 


Lupo con la vita salva e in debito con il coniglio che effettivamente con tutti quei tubicini e con quella lunghissima terapia non si orienta poi troppo bene. 
Qui comincia la loro strada insieme, in una continua alternanza tra rocambolesche avventure e terapie da seguire, in una caparbia ricerca di un po' di pace e tranquillità e verso una sempre maggiore indipendenza dagli effetti collaterali, come per esempio l'epistassi o un cane mordace. 
Un esilarante percorso dalla solitudine all'affetto, dalla malattia alla guarigione. 
IMPERDIBILE. 

Io di fumetto non so nulla. Quindi nulla dirò in proposito. Ma di storie e di flebo di chemio qualcosina la potrei dire. Un po' di anni passati a leggere storie nelle poche stanze di oncologia pediatrica al BG con l'unico intento di portare le loro teste pelate fuori dai soliti pensieri, hanno fatto risuonare un campanellino sopito da un bel po' di tempo e in qualche modo anche il desiderio di farlo tintinnare di nuovo. 
Inciampata, è proprio il caso di dirlo, in questo libro di Valentina Edizioni, l'ho letto d'un fiato e la conclusione che ne ho tratto è la seguente: ecco, tutte così dovrebbero essere le buone storie. 
Questa sì che la si può annoverare, per usare la definizione di Armin Greder, tra le storie sovrane. 
Storie che hanno un bel nocciolo al loro interno. Un nocciolo che abbia in sé onestà e urgenza. Una storia che sappia raccontare lo spessore, la complessità della vita. Una storia che sappia raccontare diversi punti di vista. Una storia che sappia raccontare senza spiegare, ma semplicemente facendo vedere. Una storia che non abbia la pretesa di risolvere nulla, ma semmai quella più saggia di saper guardare dentro le cose. Una storia che, proprio perché onesta, sappia creare autentica emozione. 


E che faccia tutto questo con la necessaria leggerezza, ossia attraverso quella sottrazione di peso che per esempio di ottiene spesso e volentieri con l'ironia o attraverso la metafora. 
Lupo e coniglio leggerissimi nella loro struttura, così come leggerissimo è il loro linguaggio (a tal proposito un encomio andrebbe fatto a chi lo ha così tradotto con tanta levità). 
Alla faccia di tutti quei libri che si appesantiscono e si arrovellano per cercare di 'curare' la malattia e la paura che essa porta con sé con storie cucite intorno alla retorica, quella sì davvero insopportabilmente pesante, del tema. 
 La questione malattia, e più nello specifico, tumore, è una bella gatta da pelare (ops!) Nessun dubbio in merito. Quindi è un fatto che sia difficile parlarne, trovare il tono giusto per metterla nero su bianco. Presumo che sia più semplice farlo con una certa cognizione di causa, fatto che implica che a scriverla sia qualcuno che ci è passato in mezzo o ci è passato accanto e l'ha vista quindi molto da vicino. Josephine Mark, lei ci è passata in mezzo. E ha molto ben chiaro cosa le frullava nella testa in quel periodo. Stava male e dentro sentiva due voci molto precise: una piena di paura e una invece che la spronava ad andare avanti senza tema: ecco rispettivamente coniglio e lupo. 
E tutto il resto è venuto da sé con una certa naturalezza. 


Ecco, la naturalezza. 
Ricordo quanto fosse apprezzato tra quei bambini pelati questa naturalezza nel prenderli un po' in giro, nel trattarli con assoluta normalità, nel non farli vincere sempre a carte, nello scuoterli un po', con il sorriso per farli respirare aria fresca, fuori dall'asfittico alone di commiserazione e misericordia (dal dolore e la fifa di madri e padri) che permeava la loro quotidianità. 
Preferivano di gran lunga le infermiere scherzose, ma ferme, e amavano circondarsi di persone che li facessero soprattutto ridere e li trattassero come persone normali. Ma nello stesso tempo si accorgevano, in assoluto silenzio, di ogni gesto di cura che si faceva nei loro confronti: dalla scelta del libro da leggere assieme, dal fatto di salutarli promettendo loro - con grande lealtà - di tornare il tal giorno alla tal ora. E poi di farlo.
Si accorgevano, o forse anche no, che nel protocollo di cura c'era anche una grande empatia che rendeva superflue molte parole. Via la retorica che avrebbe reso tutto inutilmente pesante. 


Ecco, il lupo è esattamente questo: un compagno di strada leale. Un amico. 
Uno che quando c'è da correre, corre, e quando c'è da voler bene, vuole bene. Sa essere affettuoso, premuroso, utile, sa correggere il tiro quando diventa necessario, sa essere duro, sa alzare la voce, sa prendere il timone e navigare, sa ridere e scherzare. E lo fa senza mai esplicitare nulla a parole. 
Mente Coniglio perde pelo, sangue dal naso e svomitazza qui e là, dorme sodo, mentre Coniglio si sente meglio e riprende vigore, il lupo, lui fa, disfa, si arrabbia, si calma, si preoccupa, corre, rallenta, se lo carica in groppa, si interroga, sceglie, decide e fa tutto, per quasi duecento pagine, senza mai far cadere neanche una goccia di retorica sulla situazione e sul rapporto con il suo amico pelato... 
Mai, ma proprio mai. 
Libro necessario. 

Carla

venerdì 20 ottobre 2023

FAMMI UNA DOMANDA!



LUPI PER PASSIONE


Il fascino dei lupi è fuori discussione, così come la loro presenza nel nostro immaginario; ma, proprio il lato simbolico, immaginifico che rivestono implica molti fraintendimenti e disinformazione sul loro reale comportamento.
Niente di meglio, per riportare le cose alla loro giusta dimensione, che far raccontare i lupi a chi li conosce veramente bene e combatte per proteggerli.
A raccontarceli, nel bel libro ‘Lupi. Storie vere’, pubblicato recentemente da L’Ippocampo, è Michał Figura, naturalista polacco specializzato nel monitoraggio della situazione di lupi e linci selvatici. I questo libro sono raccontate le ricerche svolte insieme ai biologi Sabina Novak e Robert Mysłajek.
Questo fa sì che il racconto abbia un taglio di assoluto rigore scientifico, ma, nello stesso tempo, grazie ai contributi ai testi e alle immagini di Alexandra Mizielinska e Daniel Mizielinski, abbia anche il fascino di un racconto avventuroso ed emozionante.
Il linguaggio scelto è quello del fumetto, in cui le minuziose tavole dei due autori polacchi ospitano i testi, sempre precisi, ma sintetici.


La struttura del libro prevede l’esposizione delle storie di otto lupi, o famiglie di lupi, in diverse parti dei parchi naturali polacchi. Ciascuna storia diventa l’occasione per parlare del comportamento di questi splendidi animali, sfatando numerosi luoghi comuni che li riguardano; delle tecniche utilizzate per rintracciarli; degli strumenti usati per monitorarli, dai radiocollari alle foto trappole. Viene esposta una vasta casistica, dall’animale che ha subito un incidente al cucciolo ritrovato, per seguirne gli sviluppi e mostrare quanto sia duro e difficile il lavoro di chi si dedica alla salvaguardia degli animali selvatici.
Da questi racconti, che in parte si potrebbero sovrapporre a quelli di chi svolge lo stesso lavoro in Italia, emergono secondo me due due aspetti: da una parte la consapevolezza che la salvaguardia della natura richiede persone dotate di altissima professionalità, ma anche animate da una passione così grande da far dimenticare i sacrifici, la fatica e la frustrazione di un lavoro difficile e poco riconosciuto. Dall’altra, si vede con chiarezza quanto una filosofia di rispetto e conoscenza della natura sia ancora minoritaria rispetto a chi vorrebbe continuare nel distruttivo sfruttamento di ogni forma vivente; sfruttamento o distruzione, come nel caso dei lupi, ma anche degli orsi. Facile fare spot pubblicitari che parlano di natura incontaminata, altra cosa è saperla preservare. Poi c’è l’indistruttibile lobby dei cacciatori, che vorrebbe eliminare qualsiasi limite all’attività venatoria. E poi, c’è chi vive di sensazionalismo e inventa false notizie per ottenere popolarità sui social.


Per fortuna, in questa nebbia di cattive intenzioni, c’è chi si muove per fare luce e lo fa con grande professionalità.
Questo libro va esattamente in questa direzione: precisione dei contenuti, ma anche delle immagini, alcune delle quali tratte direttamente dalle immagini delle foto trappole; documentazione minuziosa, anche nell’esposizione delle fonti scientifiche; ma anche una grande passione che traspare nella preoccupazione, nella cura, nell’attenzione rivolta al benessere degli animali.


Le immagini prodotte dagli artisti polacchi Mizielinski e Mizielinska sono come sempre attente al dettaglio, minuziose, suggestive, la cornice perfetta per un racconto di questo tipo.
A mio avviso questo è un libro che può piacere a molti: a bambine e bambini dai dieci anni in poi, ma anche ai più grandi che siano appassionati ai temi della salvaguardia della natura e che qui possono trovare un approccio che unisce il fascino dell’avventura all’amore per la natura.
Lo consiglio caldamente a tutti i giovani naturalisti che cerchino serietà e attendibilità, questo libro è davvero un esempio di quanto al divulgazione possa dare ai giovani lettori.

Eleonora


“Lupi. Storie vere”, M. Figura, A, Mizielinska, D. Mizielinski, L’Ippocampo 2023



venerdì 1 luglio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (storie per incantare)

IL NOCCIOLO DI VERITA'

Nel bosco, Charline Collette (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Un giorno, sono andato nel bosco per raccogliere un po’ di aglio orsino. 
Ci facciamo il pesto ed è super buono! Non so perché si chiami aglio orsino, visto che qui non ci sono orsi. Avevo quasi finito di riempire il mio cestino quando ho sentito uno strano canto. E saltava da un albero all’altro. 
Veniva dall’alto e faceva più o meno così: cucù, cucù, cucù. 
Allora ho alzato la testa e l’ho visto!" 

Sono partiti in tre, due adulti e un bambino, per andare a raccogliere l'aglio ursino, che si chiama così perché gli orsi usciti dal letargo amano cibarsene. Siamo in primavera, lui fiorisce e l'orso si risveglia e con il suo naso lo scova per farne scorpacciate per purificarsi lo stomaco dopo il lungo periodo di digiuno. 
Anche se lì di orsi non ce ne sono, il nome di questo agli selvatico e molto aromatico non cambia. Ma quando si va nel bosco per raccogliere qualcosa e quindi si cammina tutti concentrati con lo sguardo a terra, può sfuggire quello che succede in alto, tra le chiome degli alberi. Può sfuggire ai grandi, ma a quel bambino no. Riconosce quel verso e allora, alzando lo sguardo lo vede, anche se solo per un attimo. 


Vede dove abita e capisce quanto sia piccolo e quanto la sua proverbiale timidezza lo aiuti a tenersi lontano dagli sguardi indiscreti che potrebbero turbare la sua pace e la sua intimità... 

Questa è solo una delle storie della primavera. Per ciascuna stagione, tre diverse storie, con personaggi ogni volta differenti, in epoche tra loro anche lontane, per raccontare le cose che possono succedere, anzi che sono successe, in un bosco. Ma anche per ragionare sul rapporto che esiste tra noi e un luogo che è contemporaneamente tante cose: l'habitat delle fiabe, ma anche delle linci, il luogo di lavoro di un taglialegna, la riserva per il legnatico di chi abita ai margini della foresta. 
Attraverso una dozzina di racconti diversi, che Charline Collette ha raccolto nel tempo, si gironzola intorno alla zona che lo delimita, per poter essere testimoni degli sconfinamenti, o ci si addentra per appropriarsi di parti rilevanti, altro che quattro foglie di aglio ursino o due ceste di finferli (non sono trombette di morto!), interi appezzamenti di alberi che vengono tagliati, che nel migliore dei casi diventano zone di rimboschimento. Il bosco come luogo di scoperta: una grotta trovata con gli amici durante l'infanzia con stalagmiti e stalattiti e famiglie di pipistrelli, che disperatamente, a distanza di molti anni, una nonna cerca di ritrovare per farla vedere al proprio nipotino... Forse anche le grotte scoperte nell'infanzia, solo a essa appartengono. Quando si diventa grandi, il bosco e i suoi misteri diventano un'altra cosa. 


Nel bosco è un libro che contiene buoni disegni, alcuni faticano a uscirti dalla memoria; contiene buone storie, forse per il loro nocciolo di verità; è piacevole anche il ritmo con cui sono raccontate; e soprattutto si dimostrano lontane da ogni retorica e leziosità: anche su chi detesta la caccia, esercita un certo fascino vedere cacciatori che vanno e vengono attraverso l'erba alta, esattamente come capita nella vita vera. 
In queste storie, in questa loro veste che ricorda il fumetto, nel loro essere così diverse, anche nelle voci che le narrano, prende spessore la complessità del rapporto che tiene insieme l'umanità e la natura dentro cui abita. 
Emblematico, forse uno dei più belli tra la dozzina, è il racconto dedicato agli occhi della lince. Nell'incontro notturno e inaspettato tra due ragazze in macchina e una lince abitante del bosco si può vedere 'in trasparenza' la linea di confine che esiste tra 'la civiltà' e la natura, un confine che noi nella nostra prevaricante posizione valichiamo facendo spesso invasione di campo.
 

Ma la vera forza, sembra voler dimostrare Charline Collette, non è quella dell'uomo, ma è quella che illumina gli occhi di quella lince, che -nascosta- non smette di tenerci d'occhio. 
C'è da augurarsi che ogni bambino abbia provato almeno una volta quella sensazione di stupore, misto a rispetto e timore, che si prova appunto nel momento in cui i nostri occhi 'vedono' la natura per quello che è: per esempio gli incontri notturni con volpi o cinghiali, o caprioli che rimangono abbagliati dai fari della macchina su cui si viaggia, oppure quelli che si possono fare camminando in silenzio attraverso una radura o in un bosco, nell'incrociare un animale selvatico che, per curiosità o per essere sopravento, non si sottrae al nostro sguardo.
Sono incontri 'rubati' - furtivi, che però si stampano nella memoria perché sono rari, se non unici. 


Quello stesso sguardo che riempie gli occhi, quando si scollina da una duna e dall'altra c'è solo il mare. Ecco, è quella roba lì. 
Come diceva il grande Charlie Brown, in piedi con il nado all'insù , guardando un cielo stellato: "l'universo mi schiaccia sempre un po'..." 

Carla

mercoledì 9 marzo 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DELLE FORME DELL’AMICIZIA



‘Una nuvola a forma di amico. Fox & Rabbit si divertono un mondo’ è il primo fumetto di una serie, firmata da Beth Ferry  e Gergely Dudás. Il titolo originale, ‘Fox & Rabbit’, dev’essere sembrato troppo sintetico all’editore italiano, Terre di mezzo. Devo dire che la scelta, in effetti, coglie un passaggio, nel primo capitolo: quello in cui si definisce che cos’è ‘frallo’, Fox + Rabbit + giallo, termine che si afferma mentre i due contemplano i fuochi di artificio e ne enumerano i colori: Fox, sfrontato, li nomina e Rabbit conferma. ‘Frallo’, dunque, è l’espressione sintetica della loro amicizia e diventa anche il nome del pupazzo felino che Fox vince, mentre Rabbit si deve accontentare di un palloncino sgonfio.


I due sono amici davvero inseparabili, diversi che di più non si può: Fox è fortunato, ottimista, pieno di iniziative tanto quanto Rabbit è pauroso, pessimista e sfortunato. Ma insieme sono Frallo, cioè fratellamici, un’unione perfetta che vive proprio dell’avvicendarsi dei loro stati d’animo. Nei diversi episodi raccontati in questo primo libro i due vanno prima al luna park, poi in spiaggia, dove trovano una mappa che li porta all’isola delle sorprese, dove trovano uno scrigno pieno di semi, che, piantati, daranno vita al loro primo orto. Rabbit, ahimè, non riesce a trattenersi e, nottetempo, si mangia tutta l’insalata e gli ortaggi. Si salva solo un semino, che crescendo diventa una splendida pianta di limoni: ecco la nuova attività dei due amici, un bel banchetto per vendere limonate.


Raccontata così la trama è molto semplice e lineare, la storia si tiene sulle relazioni fra i personaggi più che sugli eventi, che mettono alla prova ogni volta la visione solare di Fox e quella lunare di Rabbit. Fox si entusiasma e si consola facilmente, Rabbit invece si scoraggia, si ferma davanti alle proprie paure. Ma sono perfettamente complici e con loro i personaggi secondari: Sparrow, un passero molto combattivo e sempre presente nel dare suggerimenti ai nostri amici e una tartaruga che compare qua e là chiedendo ‘Che mi sono persa?’
Nell’assoluta, serena leggerezza, questo fumetto racconta anche il senso del volersi bene anche se diversi, l’importanza dell’amicizia nell’affrontare i problemi grandi e piccoli che ogni giorno ci si presentano; Fox non sarebbe pienamente Fox se non ci fosse Rabbit e il coniglietto resterebbe ancorato alle sue paure e ai suoi dubbi se non ci fosse Fox a spronarlo.


Gergely Dudás, nome d’arte Dudolf, è un illustratore ungherese che ama in particolare i rompicapo, delle immagini affollatissime di oggetti apparentemente tutti uguali in cui bisogna trovare le differenze, ma non disdegna i fumetti, in cui mette la stessa attenzione al dettaglio e la stessa ironia. Il suo disegno si intreccia alla storia, incentrata soprattutto sui velocissimi dialoghi, in cui le due polarità si accendono. Alterna tavole senza parole ad altre di dialogo fitto fitto.
In tempi come questi, proporre a bambine e bambini, dai sette anni in poi, un testo leggero, scorrevole, divertente e nello stesso tempo improntato all’ottimismo mi sembra quasi un farmaco, un elisir di piacevoli letture.

Eleonora


“Una nuvola a forma di amico. Fox & Rabbit si divertono un mondo’, B. Ferry e G. Dudás, Terre di mezzo 2022