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mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

mercoledì 31 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDEZZA DELLE PICCOLE COSE

Scarpa, dove sei? Tomi Ungerer 
Biancoenero edizioni 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)  

"Uno, due 
che strano tiro 
la mia scarpa 
è andata in giro." 

Questo è quello che capita a un bambino, giacca, cravattino e cappellino della scuola, che all'improvviso si trova senza la scarpa destra e il suo calzettone a righe con un filo tirato in cima fa bella mostra di sé. Forse del suo mocassino marrone ne sa qualcosa il cane seduto lì accanto che guarda altrove? 
Comincia così una carrellata di personaggi, animali e oggetti - dalla locomotiva al transatlantico - che nella loro forma ne nascondono almeno un'altra. 
In particolare, vista la situazione del bambino al principio, la forma di cui mettersi in cerca e quella della scarpa: di una o più scarpe. E non ci si illuda, come sarebbe facile pensare, che la soluzione si trova guardando in basso verso i piedi. 
Aguzzare la vista tra musi, becchi e corna. E divertirsi. 

Tomi Ungerer nel 1964 faceva questo. Oltre a molto altro. 
Tomi Ungerer non primissima maniera, per intendersi i Mellops o Crictor, con la linea sottile. 
Ma il Tomi Ungerer dell'epoca de I tre briganti. Il periodo in cui, a distanza di pochi anni dal suo arrivo in USA con pochi dollari in tasca e la cartella dei disegni, è un autore ormai ben noto che ha da dire molto sia con i suoi libri, sia con i suoi poster. Con la sua arte, più in generale. 
La grandezza si vede anche nelle piccole cose. 


Così in un libro tutto sommato semplice si riconoscono tre caratteri fondamentali della poetica di uno dei più grandi. Per alcuni, il più grande. 
Il primo di questi caratteri ha a che fare con l'idea che una forma ne può nascondere molte altre, basta saperle vedere. 
Non credo sia necessario approfondire il discorso che dietro questa lettura che solo apparentemente sembra circoscritta alla forma, Ungerer la applichi al suo modo di interpretare la realtà molto più articolato. Chi ha un minimo di dimestichezza con questo autore segue il ragionamento. 
Di questa sua attitudine si ritrovano radici anche più antiche nella sua arte. 
Basta pensare al suo libro Horrible/Weltschmerz, intorno al 1960 in cui il suo lavoro è quello di creare, attraverso il collage di oggetti di uso comune e una linea sottile e un po' tremolante, a inchiostro di china, che tanto ricorda quella di Saul Steinberg, una forma ulteriore: due forconi fotografati diventano le zampe di un uccellone, un televisore diventa il corpo di un pesce.

Tomi Ungerer Sans titre, dessin pour Horrible 1960 ca

Questo gioco ha un suo esito tridimensionale in una serie di sculture frutto dell'assemblaggio di materiali di recupero. Senza contare che su questa scia ancora negli anni Ottanta Ungerer firmava con lo pseudonimo KOK (Kunst ohne Künstler) una serie di oggetti, trovati nella spazzatura, poi esposti e venduti all'asta per beneficenza. Oggetti che potevano essere letti da una persona con una buona sensibilità e gusto, come espressione di una sorta di arte naturale. 
Senza Duchamp e Beyus nessuno forse avrebbe messo a fuoco la "banalità celestiale dell'oggetto spazzatura", così come si legge in Tomi Unger, il catalogo della mostra che si tenne nel 1991 al Palazzo delle Esposizioni, curata da Paola Vassalli.

 
Ma se si torna alla forma di uno stivale nel corpo di un'oca, si palesa la seconda costante dell'arte di Ungerer: l'ironia. Che lui dispensa a livello universale: in questo caso particolare, un bambino non deve coglierla necessariamente, ma a un adulto questo plusvalore non dovrebbe sfuggire. 
Quindi, attraverso la forma passa il suo acuto senso dell'ironia con cui chiama dentro i suoi lettori, piccoli e grandi. 
Un bambino, aiutato anche dall'uso del colore, riderà dei decolleté di sua madre che diventano corna di una mucca o teste di serpenti. O sarà contento di vedere babbucce arabe che diventano baffi in perfetta simmetria con quelle ai piedi di un pascià. 


Ai grandi sono riservate altre sottigliezze, come le scarpe di coccodrillo che sono il coccodrillo stesso, lo sgomento del maiale e altri stivali che diventano canne di cannone. 
D'altronde Ungerer non si è mai negato la possibilità di costellare di nessi di senso, spesso urticanti, ma maledettamente veri e quindi necessari, le sue storie e le sue figure. 
E l'ironia è sempre stata il suo mezzo di trasporto privilegiato.
 

Terzo elemento: il gioco. Questo è il suo modo di chiamare dentro i suoi lettori e far loro passare del buon tempo con un libro in mano. Divertirli attraverso lo sguardo che si deve fare acuto in cerca di una propria soddisfazione, che ha il pregio di potersi riproporre tutte le volte che si ricomincia. 
Per questa ragione, ancora prima che One, two where is my shoe? che esce per Harper nel 1964, esce nel 1962 Snail, where are you? che adesso viaggia in coppia, ancora per Biancoenero, con il titolo Lumaca, dove sei? Il meccanismo è il medesimo. Ma qui senza neanche una parola di introduzione al gioco, che parte con il titolo. 
Ursula Nordstrom, a cui il libro è dedicato, editor dal grande fiuto, che per anni ha reso grande il catalogo Harper, di Tomi Ungerer aveva già pubblicato i Mellops nel 1957 e poi quasi tutto il resto.


Lei aveva ben capito che testa e che mano aveva questo trentenne irriverente e rivoluzionario, arrivato in nave dall'Europa, che dichiarava "J'ai toujours voulu faire des livres d'enfants qui ne plasient pas aux parents". 
Lei, lo aveva capito e amato già allora. Lei. 

Carla

lunedì 2 ottobre 2017

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


LA MIGLIORE INFANZIA

Triangle, Mac Barnett & Jon Klassen
Candlewick Press 2017


ILLUSTRATI

"This is Triangle.
This is Triangle's house.
This is Triangle in his house.
And this is Triangle's door."


Non credo di dover tradurre. Triangle è un triangolo che vive in una casa, tra molte, a triangolo. Ha un quadro alla parete con un triangolo ritratto, e la porta della sua casa è a triangolo. Un giorno Triangolo esce di casa per andare a fare uno scherzetto 'serpeggiante' a Quadrato. Per raggiungerlo deve fare molta strada, un sentiero pericoloso, che diventa via via misterioso: ai triangoli si succedono strane forme e poi lentamente arrivano i quadrati. 



A destinazione mette in atto il suo piano: sibila fuori dalla porta in modo da spaventare a morte Quadrato che teme sopra ogni cosa proprio i serpenti.
Lo scherzo riesce quasi del tutto se Triangolo non scoppiasse a ridere sul più bello del terzo sibilo. Quadrato non la prende bene e decide di vendicarsi, lo insegue per tutta la strada all'indietro (dove l'ho già visto...) fino ad arrivare alla casa dove però, la geometria non è un'opinione, non riesce a passare, ah ti sei incartato, sogghigna ancora Triangolo, ma il solo tappare quasi del tutto il varco, crea un gran buio nella sua stanza. E lui odia il buio...gli fa paura!
Son pari?


I libri di Mac Barnett e di Jon Klassen non sono mai fatti di poco. Eppure questo sembra una storia così esile...La contrapposizione di Triangolo e Quadrato non è la prima volta che la vediamo e il bosco da attraversare con la successione delle forme non sembra il primo nel mondo delle storie.
Eppure eppure eppure se si va poco sotto questa superficie ci sono un mucchio di cose interessanti da scoprire. E non credo che sia pigrizia mentale dei due autori il ricorso a un immaginario un po' trito, ma piuttosto una dimostrazione che con elementi tutto sommato 'banali' si può raccontare un mondo del tutto inaspettato.
Laddove il nitore delle forme geometriche dei due protagonisti, la chiarezza paratattica della storia, sembrano portare a un esito scontato ecco proprio sul più bello, all'ultimo giro di pagina si rimane nella perplessità assoluta con in mano una sola domanda, la cui risposta è nel vento...


Ma a ben vedere tutto il percorso che il lettore deve fare, dal primo momento che prende il libro in mano fino all'ultimo giro di pagina, è intessuto di piccole preziosità.
In primo luogo il formato: in una storia piena di angoli, che sugli angoli 'impenetrabili' basa l'intero senso della narrazione, abbiamo tra le mani un libro dagli spigoli inesistenti, come se fosse un libriccino da bebè.
In secondo luogo la pulizia assoluta del testo senza sbavature che si permette addirittura un raffinato gioco di parole tra sneaky e sneake (quando arriva in Italia, il traduttore avrà il suo bel pensare...)
In terzo luogo, e questo lo si deve a quel genio di Klassen, il gioco di sguardi tra i due personaggi fin troppo inespressivi sotto il profilo corporeo, ma eloquentissimi con gli occhi. E a proposito di sguardi, vorrei menzionare, tra le preziosità, la copertina, anch'essa da aggiudicare a Klassen, totalmente muta ma molto enigmatica e quindi promettente.
Quarta preziosità: un gusto per le scelte cromatiche del tutto 'controcorrente': neri, bruni, grigi - solo i risguardi di un verdolino chiaro.


Quinta preziosità: quel che sa fare Klassen con il suo segno minimalista lo fa altrettanto efficacemente Barnett con le parole: colpire in profondità e diventare riconoscibile anche dalla luna.
Sesta preziosità, forse la più importante: la capacità del testo di raccontare pensieri e azioni di due piccoletti, così come li penserebbero e agirebbero due piccoletti in carne e ossa. Il finale, che non vorrei qui svelare, porta in sé tutto il candore della migliore infanzia.


Il desiderio di Barnett & Klassen di tener agganciato fino all'ultimo secondo chi legge, presumibilmente un piccoletto o una piccoletta anche questi, è un modo corretto di utilizzare la letteratura, ma soprattutto un bel sistema per tenere accese le menti.


Signore e signori, ancora una volta questi due bravi ragazzi mi sono piaciuti.

Carla

mercoledì 31 maggio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RICETTA

La mia fabbrica, Chihiro Takeuchi
Sinnos, 2016




ALBI ILLUSTRATI (dai 3 anni)

" È un nuovo giorno di lavoro...
Si accendono le macchine.
Bastoncini di zucchero, calzini colorati, caramelle e foglie. Cosa fanno?
Serpenti!
Mele, bastoncini di zucchero, banane e ciambelle. Cosa fanno?
Scimmiette!"



La fabbrica continua a produrre nella sua catena di montaggio. E a ogni ingrediente che si somma ad altri corrispondono ogni volta ricette diversissime. Per fare un leone occorrono insospettabilmente gomitoli di lana, biscotti, scope, arance e spazzole.


La fabbrica non produce solo animali ma anche bambini, nella fattispecie il fratello della piccola protagonista che ci ha introdotto alla grande fabbrica e qualcun altro di piuttosto importante.

Un complesso e articolato ingranaggio nero, con stantuffi, ruote, manopole, snodi, rubinetti occupa per intero la copertina che preannuncia allo sguardo qualcosa di davvero insolito. Una sorta di trina asimmetrica nera su cui si muovono elementi colorati, pochi e piccoli, riconoscibili questi, per forma: mela, macchinina, dinosauro...bambino.
La mia fabbrica, il titolo, allude a una fabbrica che appartiene a un bambino o a un fabbrica che ha prodotto un bambino? Se dovessimo valutare dalla copertina penseremmo che il bimbetto che occupa l'angolo in basso sia il prodotto di tutti quegli ingranaggi...ma la certezza non c'è. Che la produzione della suddetta sia improntata a generare infanti, parrebbe però dimostrato dai risguardi in cui si avvicenda un multicolore repertorio di bambine e bambini, messi in bell'ordine e in fila.


Ed è proprio l'ordine il criterio che attraversa le inconsuete immagini costruite da questa giovane illustratrice giapponese. Mai simmetriche, le singole fabbriche di creature viventi sono frutto del certosino lavoro di paper cut che caratterizza la sua, seppur acerba, produzione editoriale.
In entrambi i titoli che vanta al suo attivo (a questo si aggiunge Can you find my robot's arm?) domina sempre il gusto per la meccanica. E ulteriormente il gusto per la forma, potrebbe dirsi per la silhouette, degli ingranaggi, ma ancor di più delle forme geometriche in sé. Anche nel suo primo titolo in lingua inglese si gioca sulla forma del braccio perduto del suo robot. E di ogni oggetto che si incontra la prima cosa che ci sia abitua a notare è proprio il profilo.
Il gioco e il valore di questo strano libro sta proprio nel tentativo di far mettere testa al lettore sulla forma degli oggetti, che può alludere - ed è qui il colpo di genio - a una loro composizione multipla e ulteriore che dia risultati terzi. 


In questa prospettiva i gomitoli di lana, se disposti simmetrici sulla testa, diventano grandi orecchie, mentre scope e spazzole possono alludere alla criniera. Le arance, ovvio, sono un richiamo e una allusione cromatici: ed ecco la ragione degli ingredienti per creare un leone. Così come i lecca lecca e le ciliegie sono necessari nella coda a ruota di un pavone.
Scoperto questo primo criterio, il libro diventa miccia per accendere innumerevoli altre possibilità di creazioni zoologiche. Tuttavia nelle ultime due pagine il libro sterza ancora una volta e da esercizio di costruzione per inventori di animali, diventa libro per la costruzione di sé. Ulteriore fattore interessante. La scelta degli ingredienti non è più solo connessa ad aspetti formali, ma si muove - se così si può dire - nella direzione della consapevolezza di ciò che ognuno di noi è o sarà, o vuole o vorrebbe essere. 


Per intenderci: per costruire un fratello occorrono dinosauri, trenini e navi, perché con quelli lui gioca, coleotteri perché quelli li osserva e li studia, le caramelle semplicemente perché è un bambino...
La mia fabbrica costringe al ragionamento, all'attenzione alla sensibilità.
Il libro quindi si conferma bello sotto il profilo strettamente estetico, con quella pagina tanto bianca su cui scarrellano ordinati i vagoncini di ingredienti e con quei colori accesi degli ingredienti; insolito per il tipo di tecnica utilizzata, un traforo sapiente; ma soprattutto efficace per il 'fattore ricetta', che tanto ci appassiona.
Solo, si fa per dire, cinque mesi fa ho visto come un libro del genere possa 'funzionare': ho sentito chiedere a bambini e bambine di forme ed età anche molto diverse, cosa sarebbe stato necessario loro per costruire se stessi e ho visto bambini e bambine accendere la propria miccia dell'immaginazione per ragionare in modo così trasversale su se stessi.*
E' stato emozionante. E lo portà essere ancora, volendo, tutte le volte che lo si riaprirà per leggere e ragionare.

Carla

*A cura di Laboratorio d’arte–Palazzo delle Esposizioni

martedì 26 maggio 2015


IL PIFFERAIO FILOSOFO

Archì, Roberto Piumini, Emmanuelle Bastien
Topipittori 2015


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Sebbene gli somigli Archì non è arlecchino
Chi sia non si sa. Si sa che è allegro e strano.
Nemmeno lui sa di essere Archì.
Sa solo che una cosa se ha le ali va..."

Archì, come tutti, è fatto di molti pezzi. E come tutti, camminando, li semina per strada. Forse fan rumore, i pezzi, rotolando sul selciato e lui sa bene che li sta lasciando. Se dietro di sé lascia cose che dopo cresceranno, davanti a sé ha solo cose da imparare: quando da lui si stacca un uccellino, Archì capisce che quello vola, quando dal suo corpaccione colorato esce anche una tromba lui sa che se ci soffia dentro quella suona, e sa che, per inseguire una farfalla, si può anche ruzzolare sulla terra dura. 

Ridotto a pochi pezzi: una testa, un cappello, due mani e due scarpe, Archì capisce che ogni inizio porta in sé la fine, che il vento può mischiare tutto, e che per saper le cose bisogna solo andare.

Archì, come il Giovannino di Rodari, semina parti di sé lungo il cammino. Ma se Giovannino era un distratto, Archì sembra essere un uomo molto saggio, che pensa di non sapere molto: un uomo saggio, di una saggezza quasi inconsapevole. Una saggezza naturale.
Fatto di tante cose, Archì cammina e lascia parti di sé: potrebbero essere pensieri, oggetti, parole, idee o suggestioni. E tutto ciò che lascia dietro le sue spalle, al principio semplici frammenti di colore, con il tempo radica e si costruisce, si struttura. Non è forse questa la missione che ogni uomo dovrebbe avere su questa terra? Quella di seminare e lasciar crescere qualcosa dietro di sé? La sua traccia di pezzetti gialli, rossi e azzurri fiorisce lentamente e cresce fino a diventare un microcosmo di oggetti, persone e creaturine. Di Archì è rimasto ben poco. Lui sa che nulla è mai per sempre.  


Ora si muove leggero e va dove lo porta la punta del naso.
Un albo quasi quadrato che per forma leggermente verticale smentisce l'andamento orizzontale dell'interno, scandito dalla passeggiata di Archì che con regolarità attraversa da sinistra a destra la pagina bianca, seminando cose. 


Un libro che si scopre con lentezza, laddove il sottile gioco che Emmanuelle Bastien ha creato con le forme esce e si rivela solo nell'atto di sfogliare e risfogliare. Lentamente vengono a galla le nuove composizioni: i triangoli si associano con i semicerchi e vengon fuori tavoli e poltrone, lampade, fiori e quando il vento rimischia tutto, le stesse forme si ricompongono in una allegra brigata di bambini e animaletti che marciano in parata. Archì sembra voler accelerare il passo ed esce dalla pagina: lui il suo lavoro l'ha fatto, generoso pifferaio di Hamelin, riparte per un'altra parte di mondo da scoprire.


Che bella scoperta è per tutti Emmanuelle Bastien. Un po' Archì anche lei, lascia dietro di sé una scia di pensieri, idee e suggestioni che poi tutti quelli che le vorranno andare dietro, impiegheranno in modi diversi. Guardate ciò che fa e capirete.
Già il fatto che di Archì si sappia quasi nulla e che intorno a lui ci sia così tanto vuoto da riempire è uno stimolo irresistibile.
Brava lei, pifferaia geniale, e bravo Piumini che le va dietro, a lasciare libera ogni interpretazione, a lasciare tanto 'bianco' intorno: generoso omino un po' filosofo, per me, per altri bambino alla scoperta del mondo. 

Poco importa. Rivendico il mio ruolo di Lector in fabula perché dietro ad Archì ho fatto la mia passeggiata inferenziale e sono contenta così.

Carla

Noterella al margine. Ai Topipittori gli è presa così: fanno libri con le figure che si scompongono e si ricompongono. Dopo Archì, hanno fatto a fette le verdure. Chiara Armellini fece a pezzi con successo varie bestioline (Ti faccio a pezzetti, 2014) e ora affetta finocchi e zucchine...(Ti faccio a fettine, 2015)

venerdì 26 settembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'UNIONE FA LA FORMA

Forme in gioco, Silvia Borando
Minibombo 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'In marcia triangolini rossi...' 'Costruiamo triangoli sempre più grossi!'
'Quadratini gialli, tutti schierati...' 'Formiamo insieme grandi quadrati!'
Su, cerchi blu, facciamo un bel salto...' 'Così rimbalziamo sempre più in alto!'"

Partono, divisi in squadre di omologhi, i cerchi blu, i quadrati gialli e i triangoli rossi. Nella pagina successiva si scontrano e, senza farsi male, evviva, si mischiano. E così si generano cose sempre più grandi: case, castelli con relative bandiere, interi boschi...e via andare VERSO L'INFINITO ED OLTRE!


Fino ad arrivare su un altro pianeta abitato da rombi, pentagoni, e trapezi per poter giocare ancora.


Libri che si confrontano con la geometria ce ne sono e ce ne sono stati anche in passato.
A parte il capolavoro di David A. Carter, il raffinato e capostipite di una genia di pop up E un punto rosso... (Franco Cosimo Panini, 2004), ricordo tra i primi esempi, i fortunatissimi Il paese dei quadrati e Il paese dei cerchi (Orecchio acerbo, 2002; 2003) scritti e illustrati rispettivamente da Francesco e Simone Tonucci (sotto pseudonimo). In essi si ragiona sulla composizione di 'diversi'.
Lì come anche in quest'ultimo libro di Silvia Borando, si ragiona sul fatto che nel mettersi insieme ci si guadagna sempre. 


Analogo è il tema di fondo di un altro recente libro costruito sull'aggregazione di forme geometriche pure, Forse (Guido Van Genechten, La Margherita 2014). anche qui i colori scelti sono gli stessi, perché primari, gialli i triangoli, rossi i cerchi e azzurri i quadrati.
Il quid che però distingue il libro di Minibombo, curiosamente, sta nel testo piuttosto che nelle immagini. È una lunga filastrocca con rime baciate che meritano assolutamente di essere lette a voce alta. E questa loro interna musicalità accende in modo naturale anche la possibilità di muovercisi sopra.
Il fatto che i quadrati, i triangoli e i cerchi si rivolgano a vicenda sempre attraverso il discorso diretto con incitazioni REGGETEVI FORTE, RESTIAMO AGGRAPPATI!, oppure FACCIAMO UN BEL GIOCO? CHI SOTTO CHI SOPRA...CI VUOLE BEN POCO! fa pensare ad un gruppo di bambini che stia giocando in una palestra sotto la guida vigile di un maestro di acrobazia.


Come al solito i libri Minibombo sono oggetti di lettura, ma anche molto altro.
Se seguiamo le illustrazioni possiamo costruirci in proprio, insieme ai bambini, il nostro mondo fatto di figure geometriche semplici e scoprire -facendo- che il mondo di oggetti che ci circondano possono essere riassunti in poche forme essenziali.
Se seguiamo le parole abbiamo un libro in rima per poter cadenzare un ritmo e un movimento del corpo che segua il racconto.
Se leggiamo tra le righe possiamo veicolare nei piccoli ascoltatori il concetto che la diversità è un fatto e nello stesso tempo un valore. E che l'unione fa la forma!

Carla