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martedì 30 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

...TUTTO LO SPAZIO CHE C'È 

Blanche sceglie la danza come suo destino. Sceglie la scuola migliore che c’è, affronta la selezione e riesce a rompere il confine protettivo che i genitori hanno disegnato attorno a lei, teso tra il timore per l’estremo rigore richiesto dalla danza classica e l’accettazione della bruciante passione della figlia. Blanche approda al liceo coreutico di Marsiglia così, un po’ rigida ma senza dubbio rigorosa, per adempiere a un sogno che è anche un compito che si è autoassegnata.



Il romanzo inizia con una poesia, o meglio, con delle parole che, per come sono disposte, ricordano una poesia. Un lettore un po’ curioso e frettoloso come sono a volte io potrebbe a questo punto sospendere la lettura, sfogliare rapidamente il testo e scoprire che in effetti sì, il romanzo procede così: parole libere, che disegnano, che plasmano, tratteggiano, corrono dritte verso il margine per tornare a capo quando vogliono, una sopra l’altra e poi di nuovo in fila prima di spargersi nuovamente qui e là. Tuttavia, il fraseggio, l’accostamento di immagini, il susseguirsi di verbo, soggetto e oggetto non è troppo lontano dalla prosa. Poche le rime, molti i versi liberi che a una lettura silenziosa non assumono per forza un andamento ritmico e cadenzato. Eppure, il gioco dei pieni e dei vuoti, i numerosi a capo, la libertà… pare quasi che dal linguaggio poetico l’autrice abbia mutuato soprattutto la gestione dello spazio, della superficie, la possibilità di muoversi a piacimento tra i margini, stabilendo in questo modo un nesso profondo e significativo tra distribuzione del testo sulla pagina e la presenza di un corpo in movimento in un ambiente, aula, palco o marciapiede che sia. Caratteristica tutta, quest’ultima, dell’arte della danza. Scongiurato quindi l’accostamento che spesso viene fatto tra poesia ed elementi sonori della lingua, Balavoine spalanca il campo all’analogia più desueta ma altrettanto potente tra poesia e danza.
Sovrapponendo la narrazione che Blanche fa di sé a elementi testuali rilevabili con l’occhio ci si approssima alla grammatica dell’albo illustrato: le poesie come immagini, infatti, si susseguono raccontando non solo a parole la vicenda di una ragazza alle prese con la propria ambizione, con i propri limiti, con una scuola di danza che la sottopone alle dovute pressioni ma che le permette anche di conoscere meglio sé stessa e il mondo, dentro e fuori. 
Un testo giustificato al centro assomiglia a una ballerina che ruota in solitaria sul proprio asse per eseguire una piroetta. L’allineamento del capoverso lungo il margine sinistro ricorda la regolarità pedissequa degli esercizi alla sbarra, braccia e gambe libere di flettersi ed estendersi solo da un lato, mentre per rimanere dritto, si appoggia alla parete della sala prove. Oppure, un testo pieno, senza spazi, racconta il ritmo serrato e senza respiro di un’ossessione. 
Al liceo coreutico Blanche ha modo di mettere in pratica tutta la sua dedizione. L’estenuante e disorientante alternarsi di lezioni di classico e hip-hop, storia e anatomia mette alla prova la sua determinazione, il suo talento, la stessa idea di danza. Sarà però l’incontro con Ada a destabilizzarla davvero. Ada, che rappresenta tutto quello che Blanche non è: presenza, ardore, dinamismo. Imprevedibilità. Ada e Blanche intrecciano un’amicizia profonda e misteriosa di cui è difficile cogliere la sostanza a parole. Tuttavia, la disposizione dei versi arriva in aiuto, descrivendo quel qualcosa che manca alla definizione ma che ugualmente avviene nella storia…gli elementi della danza – una spaccata, un flow, una improvvisazione - ispirano la disposizione del testo poetico che diviene raffigurazione di uno stato d’animo non ancora pienamente alfabetizzato, e anticipano la verbalizzazione di pulsioni, desideri e sentimenti di cui Blanche, e noi con lei, non abbiamo piena consapevolezza. 
L’acquisizione più raffinata che è possibile fare è forse proprio questa, l’idea che il corpo possieda un’eloquenza primigenia e primitiva che precede la parola e passando attraverso l’occhio, la rende quasi superflua. Lo dice Blanche quando arriva a Marsiglia, lo sappiamo anche noi quando osserviamo i movimenti degli altri, lo si capisce leggendo il romanzo: non c’è sempre bisogno di nominare, definire, precisare, perché i corpi parlano per noi e a noi: non solo i corpi dei danzatori, ma anche il corpo del testo, soprattutto se svincolato dalle regole e giustificazioni proprie della prosa. 
Grumi di parole materializzano lungo il bordo del foglio i bisbigli delle chiacchiere in un corridoio, liste serrate ricordano gli esercizi ripetuti allo sfinimento per inculcare un movimento, spargimenti di sillabe sembrano visioni dall’alto di teste che si muovono su un palco. 
Quasi fossimo di fronte a uno strano ibrido a cavallo tra romanzo e albo si impara a farsi accompagnare nella storia di Blanche dalla superficie della pagina, con la stessa trepidazione di una ragazza che per la prima volta si muove al centro di una sala, quasi traducendo coreografie silenti in informazioni e contrappunti di vuoti e pieni, che integrano e completano quello che Blanche ancora non sa dire, ma che non per questo smette di provare: il primo amore, la mancanza feroce dell’approvazione di Ada, il desiderio bruciante di lasciarsi tutto alle spalle per compiere un passo ancora più grande e audace. 
E se uscire di casa è stato un gran jeté che richiede tutto il coraggio e la disponibilità muscolare di una ballerina in divenire, vincere un’audizione, accaparrarsi un palco e una carriera da professionista sarà un’avventura possibile solo per chi, in possesso di una tecnica superiore, sarà capace di liberarsi definitivamente da dettami e vincoli e paure per abbracciare l’intera gamma di possibilità di movimento e di vita. 
E così bruciamo è un romanzo di formazione scritto sulla pelle del testo e intendo: sulla parte visibile che, poeticamente, anticipa le vibrazioni messe in moto poi, in seconda battuta, dal significato esplicito delle parole che danzano sul foglio. Una rappresentazione impalpabile dell’adolescenza, età che non ha tempo per riflessioni e ponzamenti approfonditi, ma in cui si risponde, come in un passo a due, alle sollecitazioni per una sperimentazione libera di tutto lo spazio che c’è… 

Giorgia

“E così bruciamo” Lisa Balavoine, (traduzione di Eleonora Armaroli), 
Terre di Mezzo Editore 2025 

mercoledì 3 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SAPPIAMO TUTTI COSA È UN CERCHIO
 
Mio padre è stato un insegnante di educazione artistica. Mi era chiaro che fosse un grande insegnante, molto amato, perché succede ancora spesso che mi chiedano se io sia figlia del professor Mosna. Tuttavia, a parte il breve periodo in cui mi portava con sé in classe e di cui ho un ricordo molto vago, ho assistito personalmente a una sua sola lezione. 
Stava davanti alla lavagna, plastico e autorevole: con un gesso in mano bandiva la paura dell’errore, e chiedeva a tutti di avventurarsi fiduciosi nello spazio bianco concesso dal foglio per andare a cercare il cerchio. Non sarebbe stato il primo segno, ma sarebbe venuto a furia di tentativi. Non sarebbe stato frutto della volontà, muscolo sopravvalutato che rendeva il braccio fragile e indeciso, ma sarebbe emerso da una consapevolezza lontana, quasi rabdomantica, a cui bisognava solo facilitare la strada. 
Nel silenzio del sottotetto ampio in cui avveniva la lezione, si sentiva solo il rumore di mio padre che girava e girava il braccio, energico, lieve. Poi, piano piano, lo vedevi: il cerchio. L’occhio lo individuava tra tutte le altre linee fragili e imperfette. Allora la mano si faceva più decisa, escludeva ciò che non doveva essere considerato e il segno diventava più fermo. 
Poi lui si girava, e diceva a tutti: e ora, provate. Sapete tutti cosa è un cerchio. 


Sul valore pedagogico dell’errore e del clima psicologico favorevole al suo utilizzo mi limito a una prosaica riflessione, ovvero che se al tempo dei primi passi avessimo ricevuto facce scure e giudizi severi al posto di sorrisi e incoraggiamenti e gioia incondizionata a ogni caduta per terra, beh…con difficoltà ci saremmo alzati nuovamente e avremmo imparato a camminare. Per tale motivo, questa raccolta di poesie mi pare particolarmente interessante: per come distoglie l’attenzione dalla correttezza formale, procedendo nella salvifica direzione di legittimare tutte quelle azioni che ognuno di noi può fare sulla lingua, spingendo per leggera emulazione verso il gioco di sbagliare apposta, verso la libertà di scardinare le regole, o meglio ancora di cavalcare quegli errori involontari e quegli scavallamenti divergenti del senso che accadono quando un meccanismo sbiellato si mostra nei suoi meccanismi interni. 


Invece che correre ai ripari, correggere e aggiustare, pare che a Iñigo Astriz piaccia piuttosto accogliere il deragliamento del senso sancendo per sé e per gli altri il diritto di fare con la lingua un po’ quello che ci pare, delimitando in tal modo un territorio sicuro, un laboratorio poetico-pedagogico in cui si disattivano i freni della norma per restituire alla lingua il suo potere originario: evocare, deviare, creare, sbagliare. 
La mente, salvata dal terrore delle conseguenze per una doppia di troppo o una lettera mancante, può (finalmente) perdere il controllo per dirigersi dove crede, esplorare, sperimentare, costruire attraverso la propria autonomia di pensiero una più intima relazione con la lingua. 
 

Il poeta non si preclude nessuna delle strade che la poesia concede: gli sbandamenti, le onomatopee, l’utilizzo funzionale dello spazio fisico della pagina, l’interazione tra parola e segno grafico, il gioco del surreale. Trovano spazio nella raccolta un indice letterario che stimola l’indice della mano a seguire gli arzigogoli che uniscono il titolo delle poesie alla pagina in cui dovrebbero stare, ci sono parole scomparse per la troppa neve, l’apparizione enigmatica dei numeri scritti in cifra, ma anche un incidente tra un canguro e una pulce che si incontrano in centro alla pagina… 


Questa poesia non era scritta male si pone nel territorio divertito e divertente della sperimentazione divergente vera e propria, bandendo quelle inibizioni di carattere pedagogico che a volte imbrigliano la lingua, quel timore che sia meglio imparare tutto e bene e subito, quelle precauzioni che finiscono per irrigidire la relazione con la materia linguistica che invece qui appare, pagina dopo pagina, come una meravigliosa scatola di costruzioni fatta di pezzi tanto inossidabili quanto versatili. 


Parole scritte da destra a sinistra, versi bucherellati da gragnuole di punti che paiono proiettili, sparizioni di intere parti del testo oppure, anche, suoni e lettere che si ripetono al punto da non lasciare più spazio al senso. In un'atmosfera che ricorda un po’ Palazzeschi, un po’ Scialoja, il lettore viene spinto verso una felice anarchia riguardo a quello che lo circonda, ed esortato, come ben si conviene a un volume appartenente a una collana di poesia chiamata “Poesia a vela” ad accogliere e mutuare un po’ di questa libertà. Componimento dopo componimento, il meccanismo linguistico viene mostrato come un marchingegno da adoperare senza imbarazzo, senza paura che esploda nelle nostre mani o meglio: che è doveroso poter maneggiare in modo divertente e divertito fino a farlo effettivamente deflagrare, confidando per la salvezza non tanto sulla competenza manifesta, coerente e misurabile di grammatica e tempi verbali, ma piuttosto su qualcosa di più profondo, depositato in ognuno dal momento in cui nascendo veniamo immersi in un preciso contesto linguistico di cui sperimentiamo l’essenza ben prima della comprensione. 


Una consapevolezza non ancora acquisita, ma pronta a emergere, un senso della lingua che ci precede, che ci costituisce ben prima di quando lo consolidiamo sui libri, poiché si tratta di un patrimonio che ci tiene insieme così come i filamenti sottili di radici e miceli innervano e consolidano il terreno. Una conoscenza immisurabile, che permette di riconoscere il cerchio prima di conoscerne le leggi geometriche, che concede di tornare dritti a camminare dopo (quasi) ogni caduta senza conoscere la funzione del menisco. Perché prima di essere competenza, il sapere è in noi a ogni passo, riflesso di spiagge lontane, come suggerisce la poesia

 “Granello di sabbia”

C’è una spiaggia che mai più nessuno 
ha calpestato 
 sappiamo che esiste 
 perché nella scarpa 
 il suo granello di sabbia 
portiamo nascosto. 


Giorgia

“Questa poesia non era scritta male” Iñigo Astiz, Massimo Pastore (traduzione di Ilaria Rigoli), Edizioni La Linea 2025


giovedì 22 gennaio 2015

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


STORIA, DI GLORIA E DI RIBELLIONE


Un po' sottovalutata, forse anche per qualche limite nella presentazione, la collana Celacanto dell'editore Laterza continua a proporci testi interessanti dalla formula originale, che coniuga narrativa e divulgazione, ovvero racconti dal solidissimo sfondo storico, redatti con accuratezza e precisione.
Spartaco, scritto dalla brava Carola Susani sui testi dello storico Barry Strauss, racconta le gesta dello schiavo ribelle, simbolo di ogni successiva rivolta di plebi oppresse.


Spartaco è uno schiavo originario della Tracia, prima soldato nelle truppe ausiliarie, poi condannato a fare il gladiatore. Era in Campania, quando il vaticinio di una donna tracia, dedita al culto di Dioniso, gli predice un futuro glorioso. Fugge con i suoi compagni e così inizia una storia lunga ben due anni, in cui organizza scorribande nelle campagne italiche, mettendo in scacco il glorioso esercito romano. Roma, all'inizio, non dà credito a quel manipolo di straccioni, è questo l'incauto pensiero che guida le scelte del senato romano, convinto di poterlo sconfiggere in qualsiasi momento.


Non è così: Spartaco, con il suo esercito di schiavi traci, germani, celti, va verso sud, aumenta i suoi seguaci, fino ad avere migliaia di combattenti: combatte, vince, saccheggia, respinge gli attacchi delle legioni romane, ad ogni passaggio altri schiavi ingrossano le sue fila. Torna indietro, immaginando di scavalcare le Alpi e trovare rifugio in Gallia. Inspiegabilmente, quasi giunto alla meta e dopo essersi diviso da alcuni suoi seguaci, ritorna verso sud, fino a Reggio Calabria, ma viene fermato dal mare infido di Scilla e Cariddi. Nella valle del Sele affronta l'ultima definitiva battaglia, quella che lo vedrà sconfitto dall'ambizioso Crasso, l'unico capace di fermare quest'armata d'invincibili.


E' una storia epica, raccontata, nella finzione letteraria, da uno schiavo che presumibilmente ha partecipato a quell'incredibile impresa, repressa poi ferocemente nel sangue.
Il racconto rende bene l'idea della vita degli schiavi nella Roma repubblicana, siamo circa nel '70 a.c., quella dei gladiatori, solo apparentemente ammantati di gloria; rende ancor meglio la figura dell'eroe, figura tragica che porta in sé il segno della gloriosa sconfitta, che si trasforma in emblema, in simbolo eterno dell'anelito alla libertà, forte abbastanza da essere vivo ancora nel Novecento.
Potenti le immagini di Paolo d'Altan, che riprende l'iconografia classica che vuole i traci dotati di chiome ramate e di occhi blu: ci racconta le battaglie, la fierezza di genti mai completamente domate, il potere arrogante dei romani, la solitudine dell'eroe.


Eleonora

“Spartaco”, B. Strauss, C. Susani, P. D'Altan, Laterza 2014



sabato 12 maggio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


GALLINA IN FUGA [I]

LA GALLINELLA CHE VOLEVA VEDERE IL MARE,
Christian Jolibois, Christian Heinrich,
Nord-Sud, 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)



"Una sera, al momento di rientrare nel pollaio per andare a dormire, Carmela si blocca: 'Mi rifiuto di andarmene a dormire come le galline!' 'Io voglio vedere il mare!' 'Vedere il mare? E perché allora non viaggiare...già che ci sei!' Il padre di Carmela non ha mai sentito dire una cosa tanto stupida. 'Per caso mi vedi viaggiare? Ma lo sai Carmela, che il mare non è un luogo adatto alle galline come te? Forza, vai nel tuo nido!"

Va da sé che neanche 3 ore dopo Carmela è già in fuga verso il mare. Lascia tutti, il suo pollaio in perfetto silenzio nel cuore della notte. All'alba il lungo cammino viene premiato: una grande spiaggia con un bel mare verde. Comincia così la sua avventura acquatica con evoluzioni sul surf, terrore in mezzo al mare, incontro con tre caravelle, atterraggio sul ponte della Santa Maria, altissimo rischio di finire in padella, baratto della sua incolumità in cambio di un ovetto fresco per il capitano (che di uova se ne intendeva...), tentativo disperatissimo di produrre il suddetto uovo,

clicca sull'immagine per ingrandirla


arrivo insperato dell'uovo, scoperta del Nuovo Mondo.
E qui finisce l'avventura acquatica e incomincia la storia d'amore terrestre. Sulla spiaggia infatti c'è un bel gruppetto di pollastrelli rossi e una scintilla scocca subito tra Carmela e Piticok 


che intraprendono un romantico itinerario tra gran canyon e accampamenti indiani. Colombo però sta per partire e Carmela si imbarca. Ma questa volta non da sola, ma con Piticok che all'arrivo nel Vecchio Mondo viene accolto con affetto nel pollaio. Da lì a poco arriverà il primogenito: un polletto rosa di nome Carmelito che la sera non vuol dormire ma, guardando il cielo, decide di partire per lo spazio...buon sangue non mente!

Primo di una serie di quattro titoli (al momento) che vanno sotto il nome di Polli ribelli. Esilaranti! Libretti piccoli, con qualche pretesa editoriale che però nascondono al loro interno una vicenda piena di sano e autentico umorismo. Se nelle prime pagine la risatina è sommessa, quando la storia va avanti la risata si fa via via più sguaiata finché in fondo si arriva con le lacrime agli occhi. E' divertente l'idea, sono spiritosi i dialoghi, sono pieni di ironia i disegni. Alcune sottigliezze sono apprezzabili solo da un pubblico adulto -e penso alle varie citazioni di film, piuttosto che a scenari o quadri famosi- e credo siano il frutto di un voler essere 'a briglia sciolta' di autore e illustratore che per primi hanno voluto divertirsi tra loro. Questo mi fa pensare che i primi due polli ribelli non siano Carmela e Carmelito, ma i due Christian che si nascondono sotto mentite piume...


Carla
Noterella al margine. P'tites Poules, il nome francese della serie nata già 10 anni fa, deriva da uno spettacolo teatrale di Christian Jolibois per poi diventare libro con il fondamentale apporto di Christian Heinrich. I due lavorano separatamente su una traccia comune e poi, con il preciso intento di divertirsi per primi loro, si incontrano e mettono insieme i due immaginari. Ciò che ne scaturisce lo potete vedere da voi!

[continua]