Visualizzazione post con etichetta libri senza parole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta libri senza parole. Mostra tutti i post

venerdì 20 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOLO DI NOTTE

Solo una notte, Andrea Antinori 
Corraini Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Grazie anche a Manuel Marsol e Maria Chiara Di Giorgio, i cui libri sono stati indispensabili per realizzare il mio" 

Queste sono le poche parole che compaiono in questo libro e sono una dedica affettuosa a due grandi illustratori e amici. Magari inconsapevolmente (anche se quella torcia noturna...) ma un debito lo contrae anche con Flashlight di Lizi Boyd del 2014 (poi tradotto in Italia, Terre di mezzo, come Giochi di luce nel 2016)
La storia raccontata solo per immagini è presto detta: si tratta di un'escursione che un ometto fa nell'arco di 24 ore, o giù di lì. 
Parte con il suo zaino e il suo bastone una mattina. Il sole rosso splende nel cielo. Lui si incammina lungo un sentiero di montagna tra boschi e fungaie. Attraversa un fiume su un lungo ponte sospeso. Sotto di lui i salmoni saltano e gli orsi si procacciano il cibo. 


Arriva in vetta che il sole sta calando, continua sul suo sentiero in discesa e quando arriva l'imbrunire, si accampa. Monta la sua tenda canadese - una tenda rossa - in una radura. Fa un fuoco, mangia un panino e quando il fuoco si è consumato si infila in tenda per dormire... 
Quello che succede intorno a questa tenda da questo momento in poi ha dell'incredibile... 

Il libro vince nel 2023 il Premio Internazionale di Illustrazione Bologna Children's Book Fair e Fundación SM e quindi dalla stessa Fundación viene pubblicato in Spagna nel 2024. 
In Italia arriva nel 2026 ed è pubblicato da Corraini che è uno degli editori di riferimento di Andrea Antinori. 
Se c'è una bella distanza tra il modo di disegnare di Mariachiara Di Giorgio e Antinori, per quanto concerne Marsol i punti di contatto a livello visivo sembrano più facili a trovarsi. 
Primo fra tutti è l'omino.


Per chi ricorda Yokai (Fulgencio Pimentel, 2017, Manuel Marsol e Manuela Chica ai testi e Marsol da solo alle matite), libro geniale che ha avuto tante edizioni per il mondo - dalla Francia alla Corea del Sud, passando per l'Olanda - ma che in Italia non è stato pubblicato, sarà facile imbastire un legame tra l'omino in cima al monte e quello di Yokai, così come anche i due giganti, quello di Antinori e quello di Marsol (O tempo do gigante, Orfeu Negro 2015, Manuel Marsol e Manuela Chica) condividono la tenerezza, ma anche un po' l'iconografia 'pelosa' e soprattutto l'habitat, in mezzo agli abeti, come li potrebbero disegnare dei bambini. 


Ma a parte tutta questa fitta rete di legami, il libro di Antinori, come spesso quelli di Marsol o di Di Giorgio, dimostra quella magnifica capacità nel cavalcare l'immaginazione e darle tutta la briglia e tutto lo spazio di cui ha bisogno per correre e scatenarsi. Essere capaci di far vedere con tanta naturalezza l'impossibile, senza mai perdere il controllo non è da tutti. 
Andrea Antinori qui si diverte parecchio. 


Come vuole il canone di storie di questo genere - solo per citare due cardini, Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak oppure La notte di Wolf Erlbruch, si parte da un dato di realtà a cui si resta di fatto agganciati fino alla fine, ma a un certo punto da questa realtà ci si stacca e si decolla. E solo a fine libro si riatterra non lontano da dove si era partiti: di nuovo nella realtà. 
Felicemente e sani e salvi si torna a casa tra le cose conosciute. In questo senso anche MVSEUM - di nuovo Marsol su sceneggiatura di Javier Sáez-Castán, è emblematico. 
La notte, nella maggior parte dei casi, è l'habitat naturale per dar spazio all'immaginazione. A patto che non si cada nel tranello del sogno: vero spauracchio di tutti i buoni scrittori di storie per bambini... 
Così come non sognava il Max di Sendak, altrettanto non dormiva il Fons di Erlbruch. 
Anche se l'omino di Antinori si ritira nella sua canadese rossa (esce solo in mezzo alla notte per una pipì urgente) e quindi non può dirsi obiettivamente testimone di ciò che gli accade intorno, tuttavia neanche per un secondo siamo portati a credere che la fantasmagoria che avviene là intorno non sia reale.
 

Quel tempo e quello spazio non appartengono alla realtà, ma sono comunque lì a testimoniare la loro presenza. E la loro verità. E il divertimento sta proprio in questo. 
Come in un film di Hitchcock o comunque in un film di suspense, i lettori sono i testimoni consapevoli di quello che sta capitando a un protagonista inconsapevole. 
In un thriller si trema, in un libro per bambini si ride a crepapelle. 


Ed è esattamente quello che accade in questo bel libro. 

Carla

venerdì 28 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN'AGENTE SEGRETO

Niente di straordinario, Fabrizio Silei 
Il Castoro 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 
 
"A te, che non te l'aspettavi." 
F. S. 

Di schiena, alla scrivania, risponde al telefono che squilla nella sua agenzia di spedizioni internazionali. Segnata su un foglietto la prossima destinazione, non resta che attrezzarsi del minimo indispensabile e partire: cappello, lunga sciarpa, maschera per mantenere l'anonimato e nella tasca del cappottone un bel po' di biscottini saporiti per felini, probabilmente quelli del gatto che sta dormendo sul divano della sala d'attesa. 


Sulle sue tracce si mettono tre loschi individui: bassi goffi e decisamente poco atletici. Sebbene a fatica, non perdono mai di vista l'agente in missione. 
Moto, mongolfiera, paracadute, giungla - utilissimi i biscotti da gatto... Quindi canoa, ruspa per raggiungere il picco, al secondo bradipo a destra, in America latina, a giudicare dal condor irritato per la ruspa pericolosamente vicina alle sue uova. 
E quei tre ometti, sempre dietro. Ma sempre più affaticati. 
Sul picco c'è il villaggio di una bambinetta, quella che ha richiesto il servizio, che consegna il suo pacchetto all'agente della società di spedizioni. 
Metà della missione è compiuta! 


Ora bisogna solo portarlo a destino: giù dal picco, abissi, deserto, un tratto sul tetto dell'Orient-Express, biplano, paracadute , la solita moto chopper KTM e poi su fino al sessantesimo piano con l'ascensore guasto. 
Ed è lì che avviene la consegna: a un bimbetto occhialuto, molto contento di ricevere il suo regalo di compleanno da parte di Piccola Felce. 
Ora l'intera missione è compiuta! 
E quei tre ometti, sempre dietro. Beh, non proprio, ormai parecchio fuori uso, come l'ascensore, arrancano per le scale. 
Conclusa così la giornata di lavoro dell'agente, non resta che tornarsene a casa, al solito tran tran. Non prima di aver fatto un po' di spesa, però.
Ecco: questo è il racconto della sua giornata tipo. 

Quasi un silent book.
Uniche eccezioni: frase finale da non svelare neanche sotto tortura e un gentile "Buonasera" sussurrato, scendendo per le scale. 
Per chi è arrivato a leggere fino a qui, senza aver avuto in mano il libro, rimane da sciogliere un bel mistero su chi sia veramente quest'agente. 
Chi invece il libro lo ha sfogliato, saprà - beninteso solo alla venticinquesima tavola - la vera identità di un'agente (occhio all'apostrofo) che in giornata è in grado di compiere una missione di tale portata. 
E come se non bastasse, chiuso l'ufficio, va al supermercato, riempie un carrello di roba, si carica le due buste, prende un autobus, dimostra la propria disponibilità e generosità verso una vecchietta e verso un mendicante e finalmente arriva a casa, dove c'è la sua famiglia che l'aspetta con la cena in forno (almeno quella). 
La dedica del libro, dettaglio che ai bambini poco interessa mentre i grandi se non altro la notano, parrebbe illuminante. 
Siamo davanti a un omaggio sperticato e grato nei confronti di una persona (che non se l'aspettava?) unica, ma anche di una categoria umana: le donne, e in particolare quelle che lavorano! 
E se poi, visto che sono anche mamme, il cerchio diventa perfetto e si chiude. 
Detto questo, che non è poco, fin qui si è parlato di ciò che ha il fine di coinvolgere emotivamente in particolare gli adulti lettori e lettrici. 
Sì vabbè, ma ai bambini cosa resta? 


Parecchio: il lato comico della vicenda. Ossia il crescendo delle difficoltà del viaggio, i diversi modi di uscire illesa dalle situazioni sempre più complicate e, per converso, la goffaggine dei tre inseguitori maschi (!) che, messi uno sull'altro, non raggiungono neanche l'altezza della gagliarda protagonista. I bambini rideranno dei loro impacciati e dolorosi atterraggi di fortuna, rideranno sulla scena degli alligatori o delle peste in cui finiscono al momento del condor e, come se non bastasse, saranno loro debitori dell'aver smascherato, nel senso più letterale del termine, la vera identità della protagonista assoluta dell'intera vicenda.
 

Ma c'è un ulteriore piccolo seme che potrebbe e dovrebbe aver attecchito nelle loro testoline: una mamma che lavora, in casa o in ufficio, anche senza dover andare e tornare in giornata in Amazzonia o sulle Ande, ha alcuni tratti che la rendono speciale: nel suo essere sempre pronta, sempre capace di soddisfare desideri, di dare risposte, di diffondere gioia e amore, e di fornire servizi essenziali e superflui alla piccola comunità familiare, gatto compreso. 
E di farlo, considerandolo niente di straordinario. 

Carla

Noterella al margine. Silei, senza parere, nel disegno imprime un ritmo da fumetto più che da albo e lo rende allegramente indisciplinato - con oggetti che escono dalle rigide cornici oppure concede molta liberà all'acqua e i rampicanti che, come accade nella vita vera, quando decidono di andare, vanno.

lunedì 23 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SGRANARE GLI OCCHI

Ö
, Guridi 
Kite edizioni 2024 


ILLUSTRATI  

"Per i miei figli, 
i figli dei miei figli 
e tutti quelli che verranno... 
Non c’è un pianeta B." 

Guridi 

Queste sono le uniche parole di un libro senza parole. 
Fa eccezione questa dedica, appunto, e la breve frase della quarta di copertina. Neanche il titolo è una parola vera e propria: è un segno grafico che, se capito a dovere, non è quello che sembra, ovvero non è (solo) una o con la dieresi... 
In bianco e nero, a parte la palina segna neve - bianca e rossa - e un sacchetto di plastica giallognolo abbandonato e pieno di scarti di un picnic. Forse. 
Il resto è neve e un orso che ci passeggia dentro e fa cose in un inverno senza ibernazione per lui. Si dirige verso le rocce. Annusa e scruta un ramo su cui c'è una spruzzata di neve, scuote l'albero perché la neve gli cada addosso. 
Gioca a far il cervo. 
Fa le nuvole col fiato. 
Si specchia nell'acqua. E più in là vede il ghiaccio incrinato. 
Si sdraia e fa il gioco dell'angelo nella neve... e poi raccoglie il sacchetto abbandonato per buttarlo nell'apposito cestino. 


Quindi si dirige verso la sua caverna invernale. Ma... 

Guridi è una fortuna che esista e che faccia così il mestiere che fa. 
I suoi libri italiani non sono poi moltissimi, lui ne ha pubblicati una sessantina, tuttavia non ce n'è neanche uno che non lasci una traccia forte dopo il suo passaggio editoriale. 
Quando lavora in solitario si percepisce con ancora più chiarezza la potenza del suo disegno. 
E nel silenzio e da solo come qui, ovviamente, dà il meglio, ovvero può essere Guridi fin nel midollo. 
Per esempio, da grafico, lui sa bene che il silenzio gli permette di essere ambiguo, quel tanto necessario perché il lettore si trovi spaesato, si guardi intorno, si interroghi, si attivi e cerchi punti di riferimento per ancorarsi e capire quel che c'è da capire. 


Quello che Guridi vuole succeda è che il lettore nel silenzio di parole-guida - che se ci fossero privilegerebbero un senso e uno solo - da solo debba trovarsi una strada, e fino alla fine non sappia mai se ha imboccato il sentiero giusto. Ammesso che ce ne sia uno solo. 
Il gioco che Guridi mette in atto è quello di "parlare" figura dopo figura con la dovuta lentezza perché il lettore abbia il tempo di percorrere a ritroso la strada fatta fin lì e confermare a sé stesso di non essersi sbagliato. 
L'esempio del titolo è dirimente: lo si capisce solo a libro letto. E solo a quel punto che si smette di vedere la O con la dieresi. Guridi qui si è preso tutto lo spazio necessario: bravo! 
Neanche la quarta di copertina viene in aiuto con una freccia di segnalazione - per di qua o per di là - è mistero puro. Dalla parte del lettore c'è solo quella dedica di cuore. Che non è poco. 
Se si procede nella lettura si incontra la palina nella neve, primo elemento a colori a comparire con lo scopo di accendere i sensori... 
Non è lì a caso. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
La nostra testa attenta ha comunque registrato l'informazione , ovverosia l'incertezza resta, ma quando si segue l'orso nel suo incedere lo si osserva con uno sguardo lievemente più consapevole. 


L'orso si ferma davanti a un ramo e guarda verso l'alto. Perché? 
Silenzio. Pausa. La pagina gira. 
Scrolla il tronco e si fa cadere addosso la neve che si è posata sui rami. 
La palina segna neve, l'orso che si fa la doccia con la neve scossa... L'orso poi si traveste da cervo... 
E pensare che credevo di procedere nella giusta direzione... Si va da un'altra parte? O serve solo a dare un cuore pulsante a quell'orso insonne?
E' uno dei molti gesti espressivi di quella silhouette nera. Che si impara a conoscere. Inevitabile l'empatia.


Insomma la lettura è un incedere cadenzato tra molte domande e ancora più numerose possibili risposte. Si procede con circospezione e sempre maggiore affezione. 
Si tiene conto di tutto, e bisogna essere disponibili anche a tornare indietro e ritrattare. 


La cosa che va fatta è osservare. Esattamente come fa l'orso. 
Poi bisogna partecipare. Esattamente come fa l'orso. 
E solo alla fine, sgranare gli occhi. Esattamente come fa l'orso. 
Per questo motivo forse val la pena fermarsi qui per non mettere parole dove Guridi non vuole ce ne siano. 
Però una cosa va assolutamente detta: l'editore francese, Cot Cot Cot, l'editore coreano, Namumalmi, l'editore italiano, Kite, e modestamente Lettura candita, hanno annotato lungo il cammino dettagli diversi e quindi hanno deciso di prendere sentieri distinti per arrivare sulla vetta di questo gran libro. 
Sgranare gli occhi per credere! 

Carla
 
Noterella al margine."No quiero que mis imágenes hablen por mi, sólo que acompañen mis pensamientos, mis palabras, para dejar que los demás encuentren los suyos". Guridi

venerdì 12 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ISTINTO DI NARRARE 

La prima storia che abbiamo raccontato, Rafael Yockyeng, Jairo Buitrago 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Trattenne nella memoria gli animali che avvistava fugacemente lungo il cammino. Si macchiò le mani, prima con il carbone, quindi con minerali, rossi, ocra; approfittava della superficie liscia o ruvida delle pareti. Usò minerali triturati, petali, pollini e bacche. 
Lasciò trasudare la roccia, trasformò la caverna in una cattedrale. Osservò la luce, si perse nella luce, disegnò la luce. Con il passare del tempo, quando il freddo crebbe e poi si calmò di nuovo, loro, i sopravvissuti di ogni notte, cercavano rifugio lì per riconoscersi, per cantare, per raccontarsi storie, per tornare a essere sé stessi." 

Lei è una bambina preistorica, del Pleistocene. Con la sua famiglia e con il suo piccolo clan e qualche animale che lungo il percorso si aggiunge allo sparuto gruppo, attraversa luoghi e tempi di un mondo nuovo nuovo. Per tutti loro, ma soprattutto per lei, è pieno di scoperte.
 

Per gli altri anche di incognite e di pericoli. La lotta per poter sopravvivere in condizioni così primordiali è davvero dura. Alcuni di loro non ce la fanno a sopravvivere, ma per quelli che restano, la scoperta di quella grotta, segna davvero un punto di svolta. 
E per lei diventa il primo grande spazio naturale per narrare tutto quello che il suo sguardo (al pari di bambini e animali), ben più attento di quello degli adulti a cui mancano del tutto gli occhi, la sua immaginazione più fervida, il suo pensiero più acuto di quello degli altri, nell'atto di farsi memoria, diventa immagine. 
Tutto si trasforma in figura che, a sua volta, dà l'avvio al primo racconto dell'umanità. 
 
Un libro senza parole per raccontare di come le prime storie che l'uomo ha raccontato a se stesso e ai suoi simili siano state quelle per immagini. 
Il grande silenzio del testo - fatta eccezione per la nota conclusiva - trova nelle grandi tavole a doppia pagina, in bianco e nero, il segno della grafite, un suo preciso significato. 
Il fatto che il libro sia senza parole non significa affatto che la storia che contiene possa variare di molto da lettore a lettore. Ciascun lettore, piccolo a grande che sia, avrà agio di mettere secondo una personale e quindi diversa sequenza i dettagli, i particolari, potrà seguire i singoli rametti narrativi, ma il nocciolo di senso intorno a cui ruotare, la radice da cui tutto si sviluppa, non cambierà di molto. 


Qui si sta dicendo una cosa molto ben chiara: il nostro essere umanità ci distingue dagli altri viventi per la capacità che abbiamo di narrare storie. Capacità che - in accordo con Jonathan Gottschall - ha tutte le caratteristiche dell'istinto (L'istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014). E come tale è necessario al pari di respirare. Capacità che ci dovrebbe rendere comunità: vedi la penultima e l'ultima immagine, per capire cosa si intende. 
Il secondo grande nodo intorno a cui tutto ruota ha appunto a che fare con la lingua delle immagini. Che detto da due che di mestiere fanno libri illustrati per bambini, sembra piuttosto prevedibile e comprensibile. 
Calvino, nella sua lezione sulla Visibilità, metteva in guardia dal pericolo di non saper più mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, perdere la capacità di raccontare per immagini. La questione è anche un po' questa. 
Lui, che è stato maestro assoluto del racconto fantastico, ha dichiarato che ogni racconto partiva da una immagine visuale: un uomo tagliato in due, un'armatura vuota, un ragazzino che sale su un albero e continua viverci sopra per sempre, fino al decollo definitivo in mongolfiera verso chissà dove: a proposito di immaginazione... 


In qualche modo anche Rafael Yockyeng e Jairo Buitrago ci stanno dicendo la stessa cosa: se voglio raccontare una storia, sarà una figura il mio primo punto di partenza. Come dargli torto? 
La parola arriverà dopo. Non è forse questo il processo della nascita del mito? Un'immagine con della storia intorno. 
E la storia senza parole che abbiamo davanti non ricalca in qualche modo il senso del mito che - ci hanno raccontato - è all'origine di chi siamo? 
A mio avviso si può fare qui anche un ulteriore passo nella direzione del ragionamento di Calvino. Alludo al punto in cui lui dà dell'immaginazione la definizione seguente: essa è il 'repertorio del potenziale, del possibile'.


Se è pur vero che quella bambina fa il primo passo mettendo in connessione la memoria, anche quella collettiva, la memoria del reale appunto (la caccia, la morte, le fughe sugli alberi, gli incontri con animali feroci e con animali che invece sono in cerca di domesticazione in cambio di cibo e protezione) con le sue mani e i pigmenti che si inventa, e sulle pareti di roccia rappresenta ciò che ha visto, è altrettanto vero che su quelle stesse pareti di fatto il racconto che lei fa, o meglio decide di fare, è solo una delle tante storie possibili che avrebbe potuto raccontare. 

Nessuna illusione: in questo gran bel libro ci sono comunque almeno tre cose che non mi convincono. 
La prima riguarda il titolo che, a quel che vedo, ha mandato in confusione tutti gli editori non ispanici che di Ugh! Un relato del Pleistoceno, ossia Uff! una storia del pleistocene, hanno dato versioni diverse. TdM, come è tradizione, ci ha tenuto a spiegare tutto in anticipo, gli anglosassoni hanno puntato invece sul fattore tempo: Afterward, Everything was Different
La seconda riguarda la spiega finale che pecca di retorica oltre che essere ridondante rispetto alle figure. Più apprezzabile sarebbe stato invece sottolineare che, non è solo per un fatto di parità di genere l'aver messo una ragazzina ai pigmenti, ma dipenderebbe -stando a quanto si legge negli studi per esempio di Dean Snow- da una nuova acquisizione scientifica: spetterebbe effettivamente soprattutto alle donne la gran parte delle pitture rupestri. 
La terza. Un verbo che si sarebbe potuto tradurre con più estro: "Lei aveva capito come approcciarsi alla roccia..." 

Carla

lunedì 24 luglio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ESTACIO FRAMANDI

Altroquando, Sandro Bassi 
Kite 2023 


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni)

Stazione della metropolitana, grande e centrale, all'ora di punta: il grande atrio è un viavai di persone diverse. Ognuno si dirige verso il proprio treno, la propria linea. Ognuno ha lo sguardo puntato sul proprio smartphone, compresi i bambini, e procede spedito e a testa china, senza prendere in considerazione gli altri. 


Lo stesso accade lungo il binario in attesa del treno, e lo stesso accade nella vettura della linea 1, una volta saliti: compressi tra loro, seduti o in piedi, tutti continuano a 'spippolare' sul loro touchscreen. Nessun incrocio di sguardi, nessuna connessione reciproca. Su uno dei sedili, inspiegabilmente vuoto, è appoggiato un telefono portatile di molto tempo fa: grande pesante, con l'antenna, qualcosa che sembra più una ricetrasmittente che un cellulare. 
Oggetto esotico, attira l'attenzione di un bimbetto in passeggino che, mollato il suo giochino elettronico, allunga la manina e lo afferra. 


Nell'attimo in cui comincia a schiacciare i tasti a caso, inconsapevole di quello che potrebbe accadere, qualcosa per l'appunto accade: tutti gli smartphone dei viaggiatori vanno in tilt, perdono la connessione e così facendo mandano in crisi i loro proprietari. 
In una sorta di blackout generale le loro complicate teste aliene, prismi poliedrici, occhi tentacolari e multipli, si smontano e tutte le singole componenti fluttuano per un tempo, mescolandosi le une con le altre, nel disorientamento generale. 
Ma dura ben poco. Tutto torna magicamente a ricomporsi: dalle teste alle connessioni. 
Il telefono portatile di altri tempi è di nuovo lì sul sedile. Abbandonato. 

In un libro di sole immagini, quando sono le parole a trasformarsi in figura: la rete delle stazioni della metro, le targhe della stazione, i manifesti pubblicitari, il display sulla prima vettura della linea 1, l'epigrafe in latino lungo la cornice dell'arco Itineribus prefecti recapitulare populis, si può essere abbastanza sicuri che sono lì come le mollichine di Hansel, qualcosa di utile che segni o riconfermi il lettore di essere sulla giusta strada. 
In Altroquando - nell'edizione originale di Alboroto, Messico, La Nacionalien per ribadire con un buon gioco di parole di che si parla - si assiste a un continuo rimando, una sorta di eco che allo straniamento manda e rimanda e ancora rimanda. 
Bello e divertente nel suo essere vario. 


Pieno di possibili espansioni da mettere in condivisione con altri lettori e lettrici. Lingue coinvolte, dal danese di Fremmed al bengali di Bicchinna, dall'islandese di framandi al nostrano... strano. Le pubblicità che alludono a vacanze tropicanu, con le k al contrario. L'insegna ripresa da quella della metro di Madrid, ma leggermente diversa nella dicitura. 
Insomma quello che Sandro Bassi fa per tutto il libro è disorientare lo sguardo e la testa per poi far convergere di nuovo tutto in un pensiero che però, a fine corsa, appare più complesso che alla partenza. 
Per ottenere ciò, accanto a una variegata scelta di parole dal mondo, affianca un altrettanto estroso catalogo di teste aliene che colloca su personaggi del tutto comuni: ragazzotti in jeans e felpe, impiegati in abito scuro, signore uscite a fare shopping, e donne con le buste della spesa, gente con la valigia, con lo zaino, con la sciarpa, il cappello di lana o il giubbotto, mamme grintose di bambini curiosi. 
Un vero e proprio repertorio di realtà umana - scenario quotidiano riconoscibile come tale anche nei gesti e negli atteggiamenti e nelle posture - cui Bassi conferisce teste che attingono all'immaginario più variegato dell'iconografia aliena. Nulla di mostruoso, ma pur sempre molto diverso dalla fisionomia di E.T., così tanto vicino a un cucciolo con i suoi grandi occhi azzurri. 


Qui invece c'è tanta geometria solida, che torna utile nella fase di scomposizione, parecchi tentacoli e bitorzoli e forme tondeggianti, dal fiore di zucchina/finocchio alla mina navale, ma nulla di spaventoso. Beh, sarebbe bello ricostruirne le radici. Comunque sia, stanno lì a dimostrare una molteplicità. 
A parte la grande questione che questo albo mette nero su bianco e di cui tanti hanno già scritto, sembrerebbe interessante andare a leggere nelle pieghe di tutto questo corredo visibile in secondo piano e ragionarci un po' su. 
È un caso che il deus-ex-machina sia un bambino? 
È un caso che il granello che inceppa il passo generale segni l'origine di tutta quella tecnologia che teniamo in tasca e che ci scandisce la vita? 
È un caso che durante la scomposizione delle teste aliene i singoli elementi si toccano ma non si legano tra loro e tornano nel loro assetto originale, senza nessun margine di ibridazione? 


E ancora: è un caso che la lingua parlata da Bassi al suo primo albo - che sembra non essere la sua consueta di artista amante del colore - alluda per contesto, per stile e voce, proprio a quella di Selznick? Perché cerca questo legame? 
E di conseguenza, verrebbe da chiedersi, tutti presi dalla grande questione, come mai siano solo in pochi a notare la scelta, ancora fin troppo controcorrente, di concepire un libro illustrato senza parole (si è ben dimostrato che non è poi così vero) anche e soprattutto per lettori già più robusti? 
E ancora e ancora: perché non abboccare, per espandere il pensiero, ai mille ami che Bassi nasconde sullo sfondo di una storia che se fosse solo quella dell'alienante iperconnessione h24, sarebbe fin troppo chiara e al limite della didascalia? 


In conclusione, la comprensione di un buon albo illustrato, e Altroquando lo è per certo, visto che di cose ne dice un bel po', merita una lettura che tenga conto di tutto quello che c'è sulla pagina, una lettura che sia capace di andare in molte direzioni, compresa quella tortuosa verso la complessità. 
Solo così, mi pare, si arriva al giusto riconoscimento. 

Carla

lunedì 1 agosto 2022

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo. Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. Come esattamente due anni fa, prendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi, Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 


Flutti, David Wiesner 
Orecchio acerbo 2022 



ILLUSTRATI 

Non credo che sia necessario soffermarsi sulla trama di questo libro (la conoscono anche i pesci).
Ma sulla sua storia, forse sì.
Su David Wiesner (Uisner) è piuttosto complicato essere brevi, essere esaustivi, essere meno che meticolosi. 
Partiamo dalla brevità e dalla completezza di informazione: Wiesner ha al suo attivo diciassette libri di cui è solo illustratore: sono quelli che hanno segnato l'inizio della sua carriera, ma sono anche quelli di cui non parla volentieri, salvo rare eccezioni (Honest Andrew) e sono quelli che, sullo scorcio degli anni Ottanta, lo hanno fatto decidere per una carriera diversa, di autore unico dei propri libri. Per chi volesse indagare la ragioni per cui, si rimanda ad alcuni esilaranti post in cui lui racconta le difficoltà degli inizi. A questo punto comincia la sua attività di autore unico (a parte la graphic novel Fish Girl, con Jo Napoli ai testi) e al suo attivo ha 13 libri, di cui tre premiati con la Caldecott (uno è Flutti, nel 2006), altri con la Caldecott honor (ossia il secondo posto) e via discorrendo, vari Horn Book, vari NYT Best picture book e via andare. 
Per quanto uno possa impegnarsi, è piuttosto difficile non farsi sfuggire qualcosa. Quindi non resta che puntare sulla meticolosità, perché sappiamo per certo che è una dote che lui apprezza e che pratica da quando era un ragazzino. 


D'altronde sua madre è stata capace di collezionare tutti i disegni del piccolo David, almeno finché hanno vissuto sotto lo stesso tetto. 
Buon sangue... 
Che David Wiesner sia un genio e un talento unico non credo vada dimostrato qui, ma che queste sue doti siano anche il frutto di tanto lavoro puntiglioso di indagine, di riflessione, di ricerca, di studio che anticipa il lavoro creativo in sé, credo vada detto con chiarezza. 
E questa accuratezza e scrupolosità non si vede solo nel tipo di disegno che mette su carta (acquerello a successive velature), ma anche nell'attenzione narrativa, secondo cui tutto deve sempre tornare alla perfezione, avere un proprio senso. 


Come a dire che dietro i voli della sua immaginazione, c'è sempre una logica maledettamente stringente. Logica che gli permette - ed è qui la chiave - di poter raccontare tutto e di essere creduto.


Per far capire il livello altissimo di logica nel concepire un disegno, nel caso di Flutti, si può prendere ad esempio la tavola con la piovra seduta in poltrona. E' una delle foto emerse dal rullino della macchina fotografica a pozzetto subacquea Melville: si vede una enorme piovra sul fondale marino che è seduta su una vecchia poltrona  mentre legge un libro, circondata da pesci su un divano (e, su una poltrona quasi di spalle, c'è un'altra piovra). Tutti la ascoltano e poi pesci lanterna che illuminano l'ambiente sotto i portalampade. 
Ecco: questi sono i salti della sua immaginazione che però trovano la loro ragion d'essere in quel container ammaccato che si vede sullo sfondo. Quel container è caduto da una nave cargo che lo trasportava, è finito in mare, si è squarciato e dalla sua pancia è uscito tutto quel meraviglioso arredo che costituisce il set di quella fotografia. 
O ancora. Una piccola tavola nella sequenza dei panel - vera e propria appropriazione del codice narrativo del fumetto a cui Wiesner fa spesso ricorso - in cui si vede la mano della signorina prendere il rullino da sviluppare e darne uno nuovo al ragazzo perché ricarichi la suddetta Melville. Questo per rispondere a tutti coloro che superficialmente individuano un vulnus in quel preciso punto della narrazione... 

O ancora nel pin sulla borsa da mare con la sigla LBI, Long Beach Island, il luogo dove tutto si svolge e dove si sono svolte tutte le estati del piccolo David. 
O ancora. Nella precisione assoluta del racconto che nella sua testa doveva essere un inno alla curiosità e nello stesso tempo una riflessione sull'essere parte di una storia più grande di noi. 
E' lui stesso a raccontare quanto abbia ronzato intorno a questi due fuochi - i flotsam/relitti lasciati dal mare e un legame forte fra ragazzini/e di mondi diversi, lontani nello spazio e nel tempo. 
Sapeva, almeno fin da principio, che in questa storia ci sarebbe stata una macchina fotografica, ma sulla sua funzione non trovava una quadra e ha speso tanto ragionamento (e tanto ha fatto sudare freddo la sua editor parlando di una chatti-camera, una macchiana fotografica parlante...) - fino ad arrivare ad avere l'idea finale e vincente della extraordinary photo che crea il famoso aha moment (parole sue), ovvero quella fotografia che fa sgranare gli occhi al protagonista e gli accende una curiosità enorme, la fotografia della ragazzina con in mano una foto che ne contiene altre nove (se non erro), sempre più piccole e sempre meno a colori: da esplorare al microscopio (sempre la logica che vince su tutto). 
Se tanta meticolosità attraversa questo come molti altri suoi libri, sarà interessante dire solo due parole finali sulla scelta della palette di colori. 


Wiesner è talmente ossessivo nei suoi processi creativi che mette sempre i suoi pennelli in un preciso punto del tavolo, secondo una precisa sequenza, per non avere sorprese. Tuttavia sulla scelta del colore, fino all'ultimo non prende decisioni, non stabilisce nulla a priori. 
E' l'unico ambito dove è lui stesso a volersi stupire. Martedì era una storia notturna quindi fu il blu cobalto a essere il colore guida. 
Qui le prime due tavole (detto fra parentesi, un vero omaggio alla visione e allo sguardo visto che si contano sette occhi, di cui uno ingrandito, una lente, un microscopio, un binocolo) sono piene di luce perché è una splendida mattina su una spiaggia di LBI. 
E luce sia, colori forti accesi (anche un po' contro il suo gusto) fino ad arrivare a quel dentice in primissimo piano, caldmio, che ci guarda - anche lui - come Hal 9000 in 2001 Odissea nello spazio. 
Ma questa è un'altra storia. 

Carla 

Noterella al margine. Per amore di meticolosità, sappiate che tutto nasce da qui, da un paio di versi di una poesia di Odgen Nash intitolata The germ, letta alle elementari dalla sua maestra. 

Does anybody want any flotsam? 
I've gotsam. 
Does anybody want any jetsam? 
I can getsam. 

Una parola, flotsam, e un ragionamento che hanno fluttuato nella sua testa per almeno quarant'anni...

venerdì 13 maggio 2022

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

SPEECHLESS! 
L'arte di raccontare senza parole


Ancora una volta lo spunto arriva da uno degli incontri di Foto di gruppo con autore
Questa volta si tratta di un incontro per raccontare la carriera di un gigante dell'albo illustrato, e in particolare di quello senza parole, David Wiesner (Devid Uisnɚ)  
Le tre ore dell'incontro so già che faticheremo a farle bastare per andare in esplorazione, quindi di ciò che è rimasto fuori dal sacco - chi ci sarà saprà cosa ci sia dentro - si parlerà qui. 


I got it! è in effetti il penultimo libro di David Wiesner ed è stato pubblicato nel 2018. 
L'ultimo in ordine di tempo è Robobaby (del 2020) di cui qui non si parlerà perché è pieno di divertentissimi dialoghi, qualcosa di molto simile a un fumetto, genere con il quale Wiesner ha peraltro sempre dimostrato grande dimestichezza. 
Scriverne qui dell'arrivo di questo piccolo tutto meccanico di nome Flange sembra inutile, visto che a farlo in rete c'è lo stesso Wiesner, in modo esilarante, per di più.  
I got it! è allo stato attuale delle cose il suo ultimo libro senza parole e come tale si può utilizzare come guida per mettere in evidenza una serie di punti chiave nella poetica di questo autore. 
Rispetto alle sue storie passate, con poche o del tutto senza parole, questa appartiene alla categoria in cui sono gli esseri umani gli unici protagonisti, se si fa eccezione per uno stormo di uccellini che attraversa le pagine, della vicenda. 
Siamo ai bordi di un campo da baseball, precisamente dietro la recinzione, e un ragazzino di spalle guarda verso il campo e vorrebbe giocare con gli altri: ha un guantone che tiene nascosto dietro la schiena. Quelli che sono nel campo, forse una decina tra maschi e femmine, piccoli e più grandi, stanno decidendo le squadre: lo fanno entrare e lo mandano in base per verificare il suo livello di gioco. 
Per lui è una grande prova. 


La partitella ha inizio e il ragazzino si allunga per prendere la palla. Si allunga e si sbraccia ed è a un passo dall'averla nel guantone che grida l'unica frase che c'è in tutto il libro: I got it! Ce l'ho! ed è proprio in quello stesso istante che il suo bel gesto atletico si trasforma in un vero e proprio incubo - quello stesso genere di incubo notturno che sogni di correre e non ce la fai a muovere un passo. Qui se possibile è anche peggiore, perché lui inciampa in una radice perde una scarpa e finisce a terra e tutti i compagni di squadra lo guardano delusi. 
Ma qualcosa cambia: ora lo rivediamo in piedi, ancora più vicino all'atto di avere la palla nel guanto, forse ce la fa! No, ora alla radice si sostituisce un tronco di albero che gli ferma la corsa. Di nuovo un incubo. 


Ma ancora qualcosa cambia: la palla adesso è davvero a pochi centimetri dal cuoio, ma di nuovo il suo gesto per prenderla si trasforma nell'ennesimo incubo: la palla ora è gigante rispetto a lui. 
Ma di nuovo qualcosa è successo lui è di nuovo in piedi ed è lì per afferrarla quando un nuovo orrore gli si para davanti: tutta la sua squadra lo scavalca e lui è minuscolo rispetto a loro. 
Cerca di raggiungerli ma sono dei giganti, riesce ad attaccarsi ai loro vestiti e piano piano risale con dei salti all'altezza delle loro teste ed è proprio grazie a loro che anche nel suo peggiore sogno ad occhi aperti prende quella palla! 
Ed è proprio così che lo vediamo, in una immagine che sogno non è di certo: con la palla nel guanto e con i suoi compagni di gioco che esultano. Due tavole dopo, a fine libro, lo vediamo seduto con gli altri a riposarsi dopo la bella prova: è definitivamente in squadra e forse, d'ora in poi, anche un po' amico. 
La storia è semplice, ma è perfettamente doppia: da una parte c'è un racconto visivo della sua partita e dall'altro c'è la raffigurazione parimenti visiva di quello che è il suo stato d'animo, di tutto quello che è il portato della sua immaginazione in un momento di così forte tensione: la paura di non farcela, di deludere le aspettative di quelli che lo hanno chiamato in squadra. 
Tutto il peggio che potrebbe capitargli si para davanti a suoi occhi ma anche ai nostri. 


La coerenza millimetrica che caratterizza i libri di Wiesner (la sua volontà di trasmettere in modo non dichiarato un codice di lettura) qui ha una sua forma esatta, come sempre: la cornice delle tavole segna l'esperienza vissuta da questo ragazzino nella realtà, il suo incubo è disegnato, invece, al vivo. 
E ancora: la luce della realtà è quella di una giornata di sole su un campetto da baseball di una qualsiasi cittadina americana, la luce dell'incubo è quella sfumata che attenua anche i contorni e i colori. Lo sfondo della realtà è il cielo azzurro, lo sfondo del sogno è bianco (quel bianco della pagina che tanto lo intriga), ovvero non esiste, se non per il fatto che è occupato da tronchi e soprattutto da uccellini che lo attraversano volando con il merito di dare profondità a uno spazio virtuale, oltre che sostegno psicologico a uno stress vero, e nello stesso tempo essere capaci di attraversare l'immaginario per irrompere nella realtà, per attestare la permeabilità dei due stati e anche festeggiare con i ragazzini.
I got it! è la realizzazione concreta di quello che è uno dei temi portanti di tutta la poetica di Wiesner: la domanda che è sempre alla base di ogni suo lavoro: what if
Ancora una volta a lui spetta il merito di averlo saputo raccontare in assoluto silenzio, in modo che il libro abbia agio di entrare da sé nella testa del lettore, secondo un numero di possibilità pari a al numero di chi lo starà leggendo. 
La voce di Wiesner tace e lascia spazio a quella degli altri. In questo modo il ruolo del lettore è quello di stretto collaboratore dell'autore stesso. 
 I got it! è anche specchio di un'altra questione nodale che ha segnato l'inizio della carriera di Wiesner e che ancora oggi è per lui fondamentale: quella di raccontare storie e di farlo attraverso un mezzo espressivo particolare: l'immagine, molto più che non la parola. 
Per farlo, ne è molto consapevole, occorre che la storia sia così potente - ovvero coerente, logica e autoportante - da poter tenere sulle proprie spalle le divagazioni, vere e proprie finestre che si aprono sull'immaginario. La storia deve essere così convincente per il lettore che qualsiasi salto nell'immaginario le poi faccia, il lettore la seguirà!
Qui nella semplicità tutta diversa dalle complessità di libri come Flotsam, The three pigs, June 29 1999 è tutto molto chiaro ed evidente: Wiesner vuole raccontare un piccolo fatto: un ragazzino che ha voglia di farsi una partitella a baseball e magari fare anche amicizia. 


Su questa base costruisce il lato onirico, ovvero l'aspetto della narrazione che attiene all'immaginazione, e così, accanto alla partita vera e propria, disegna e dà forma anche lo stress di un incubo bello e buono. In libri come Tuesday che di fatto raccontano una storia semplice, ossia una notte brava, partono invece da un evento straordinario, che con assoluta logica e coerenza, attraversano la realtà, lasciando dietro di sé oltre alle foglie di ninfea, un perdurante senso di meraviglia. E noi rimaniamo come sempre senzaparole, Speachless!! 

Carla

Domenica 15 maggio dalle ore 10 presso la libreria Svoltastorie di Bari tutto il resto che so su David Wiesner.

venerdì 28 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

(DON'T) LOOK UP! 

Undicesimo comandamento, Davide Calì, Tommaso Carozzi 
Kite Edizioni 2022 


 ILLUSTRATI 

 "Non sfidare la natura" 
 
Nei cieli di una metropoli, tra i grattacieli si fa largo, fluttuante nell'aria fumosa, il muso di una balena. La sua grande ombra si riflette al suolo su un tappeto di macchine intasate nel traffico. La gente per strada alza gli occhi al cielo, per questa oscurità improvvisa e inaspettata. Quello che i loro occhi vedono ha dell'incredibile: decine di grandi cetacei silenziosissimi attraversano il cielo, nuotano nell'aria, sgusciando tra i palazzi. Arrivano rasente i tetti delle auto, dalle finestre degli uffici li si possono guardare in quei loro occhietti sempre troppo piccoli. 
Un bambino dal finestrino della sua macchina le guarda affascinato. E al principio sono proprio queste le due emozioni che si diffondono tra la gente per strada con in mano il proprio cellulare per fotografare: meraviglia e terrore. Con lo scorrere del tempo, la notizia delle balene nel cielo di Melville, città dell'Australia, finisce sugli schermi delle televisioni. Allora non si tratta di un sogno collettivo - se lo dice anche la tv, deve essere vero! 


Mentre dietro i vetri, i cetacei continuano, imperterriti e pacifici, la loro invasione dello spazio aereo sulla città, le più alte cariche dello stato, compresi i vertici militari, studiano un piano per porre fine a questo assedio silenzioso. Scortato dai carri armati, un esercito di robusti balenieri marcia per le strade alla conquista di postazioni adatte per arpionare i cetacei e ucciderli. I colpi vanno a segno e hanno l'esito di far crollare i grandi mammiferi del mare su quello che c'è sotto: ora giacciono inanimati sui tetti dei palazzi, nei parcheggi affollati di macchine schiacciate, lungo le rive del ruscello nel giardino pubblico. 
Onore al merito, il generale a capo delle operazioni ha la sua medaglia e Melville parrebbe in salvo. Parrebbe... 

Quando si concepiscono storie di questo genere, di portata così archetipica e allo stesso visionaria, in qualche modo distopica, e lo si fa in assoluta assenza di parole guida (a parte il titolo e le quattro parole della quarta di copertina, che ci portano in una direzione precisa) si offre al lettore una occasione ghiotta per costruire subito una rete di riferimenti e per darne una propria e personale lettura. 
L'intento dal tono biblico di Calì, alias Cornelius per l'edizione francese, sembra dichiarato e ha a che fare con il rapporto malato tra uomo e natura. 
I termini, in qualche modo la lingua utilizzata, in cui la questione viene posta suonano perentori: come lo sono i comandamenti, legge fondante per il Cristianesimo. In qualche modo si sfiora l'apocalisse.


Il nocciolo della questione, ossia l'approccio violento e rapace che l'umanità dimostra di avere nei confronti del pianeta su cui vive, è un tema molto caro a Davide Calì che da tempo crea occasioni, e quindi concepisce e racconta storie, mosso evidentemente dall'urgenza di porre la questione nelle mani e nelle orecchie di chi ha il merito di volerle ascoltare. 
Lo ha fatto per esempio, anche in una chiave decisamente più ironica di questo Undicesimo comandamento, con L'isola delle ombre. Mi piacerebbe non considerare una coincidenza il fatto che i riferimenti all'Australia, nella città di Melville, siano tanto in quel libro, quanto in questo. Molto più certa è, invece, la sua profonda riflessione sull'impatto dell'uomo nei confronti della natura, in particolare il mondo animale, riflessione maturata, è lui a raccontarlo, tornato da un lungo soggiorno in l'Australia qualche anno fa. 
Intorno a tutto questo non si può non cogliere il piacere e la volontà di avere uno sguardo visionario, che sposta tutto su un registro 'letterario' che ne smussa le inevitabili asperità e il rischio di diventare didascalico e troppo prescrittivo.
 

La scelta di raccontare questa storia senza parole, come si diceva, lascia aperta la porta a tutta una serie di fecondi ragionamenti, ognuno con radici e riferimenti diversi. 
Primo fra tutti, spicca quello di Tommaso Carozzi, che qui giganteggia (oltre a molto altro, per tecnica, per capacità di restituire la luce, per sensibilità nei tagli prospettici e nella composizione) al suo primo albo. 
A parte il dichiarato intento di connettersi a doppio filo con Herman Melville e il suo Moby Dick, citato qui e lì, nei balenieri come nei cingolati, c'è chi ha colto affinità con la storia per eccellenza del kolossal americano, King Kong del 1933; si può vedere un omaggio all'America di Hopper, al Surrealismo degli oggetti in volo di Magritte, oppure cogliere legami con l'immaginario di David Wiesner, nel concepire un attacco silenzioso quanto incredibile, dal cielo a una umanità che resta, almeno in un primo momento, inebetita. Per non parlare del finale... 
Si ispira anche a certa letteratura di fantascienza, fino a diventare profetico nei confronti del soggetto del film Don't look up! : in fondo il grido d'allarme, l'atmosfera di stupore misto a terrore, e il tipo di reazione messa in campo per risolvere il problema non sembrano tra loro molto distanti.
 

Ma questo voluto silenzio, al pari di quel tipo di bianco e nero dato dalla grafite, porta con sé anche molto altro. In primo luogo riflette la condizione umana nei confronti della natura. Lo dice molto chiaramente Davide Calì, affermando che la natura non usa parole per esprimersi e per colpirci. 
Inoltre il silenzio e il volo (l'alternanza di visione dall'alto e dal basso), in questo libro, non fanno che sottolineare la potenza di quei cetacei in aria e la pochezza delle prime razioni scomposte degli uomini, minuscoli al suolo. 
Fino a un preciso momento, ossia a quello della reazione violenta e prevaricatrice che, almeno temporaneamente, fa pensare a una vittoria schiacciante dell'uomo. 
Le balene, enormi ma di fatto inermi, planano morbide nei loro profili, sulla città senza evidenti intenti bellicosi, ma immediatamente accendono nell'immaginario delle persone che disegna Carozzi e in noi che le vediamo, finita l'incredulità,  lo stesso terrore negli occhi che dovettero generare i bombardieri in guerra o quei due aerei di linea che sono entrati, in una bella giornata di sole, dentro un paio di grattacieli di New York. 


Libri così ben concepiti e realizzati sono necessari. 

Carla