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venerdì 12 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL RE FILOSOFO

Il re e il mare
, Heinz Janisch, Wolf Erlbruch (trad. Angela Ricci) 
Gallucci editore 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

Il re e le nuvole 

" 'Ah, eccovi!' disse il re alle nuvole. 'Di nuovo in viaggio! Non c'è niente che possa dire per farvi restare? Il mio regno è bellissimo, in lungo e in largo. C'è un verde rigoglioso, e prati e campi di terra scura. Ci sono torri alte come...' 
Ma le nuvole erano già passate oltre. 
'Capisco' disse il re sottovoce. Poi sospirò." 


Stesso atteggiamento ebbe quando disse al mare che lui era il re e il mare mormorò la sua risposta alla quale non poté che saggiamente replicare lo so. E poi si mise lì ad ascoltare il mormorio dell'acqua. 
Per non parlare di ciò che fece quando, dopo aver annunciato al gatto che lui era il re, il micio sdraiato comodo al sole lo informò che per oggi il suo re era il sole caldo, altro che omino con la corona... 
Al re, di nuovo saggiamente, non restò che fare tesoro di quelle parole e, dopo essersi tolto la camicia, si sdraiò al sole accanto al gatto. 


Anche con la stella il re provò a imporsi e a farsene beffa, millantando di non averne alcun bisogno. Ma quando la stella sparì e si fece un gran buio, il re dovette tornare indietro e fare ammenda e così la stella tornò, dicendo un lapidario 'Ah, ecco'. 
Solo una volta il re ebbe l'impressione che qualcuno gli ubbidisse: quando chiese con gentilezza al cielo una coperta: la voleva subito e che fosse bella. 
E così nevicò. E questa neve, questa bella coperta, stupì per la prima volta il re. 

Si contano sulle dita di una mano i libri di Janisch tradotti in Italia. 
Pubblicati tutti più o meno vent'anni fa, sono rimasti lì a galleggiare per poi inabissarsi nel silenzio generale e uscire silenziosi dai cataloghi di Arka, Nord-Sud o Donzelli, per esempio. 
Sebbene non si possa non notare che una qualche differenza l'hanno fatta i diversi illustratori che hanno messo le immagini accanto alle sue parole, tuttavia di questo grande autore abbiamo fatto a meno per anni.


Poi, finalmente, nel 2024 vince l'Hans Christian Andersen Award per la narrativa e si accende un faro che illumina il suo catalogo pregresso affinché qualcuno decida di pubblicarlo e dargli il merito dovuto. Parte Gallucci, a ruota orecchio acerbo e poi si vedrà. Rispettivamente con Wolf Erlbruch (bel botto, vederlo libero dal suo giogo editoriale italiano...) e con Helga Bansch. 
In questo libretto quasi quadrato succedono cose meravigliose seppure con poco frastuono. La voce del libro, tanto nelle 21 storielline di Janisch quanto nelle 21 illustrazioni a collage di Erlbruch, è volutamente sommessa (anche se talvolta il re caccia un urlo), pur essendo molto ferma. 
Le immagini sono ridotte al minimo, si riconosce il beige delle sue carte porose, colorate con i pastelli. Si ritrovano i pastrani lunghi a quadri, i pigiami a righe, gli spartiti, le tende a fiorellini, la giusta quantità di nero e di grigio e blu cobalto, il rosso e il colore solo negli uccelli che svolazzano tra le foglie di una finta o vera incisione quattro-cinquecentesca (esattamente come nell'albero di L'anatra, la morte e il tulipano). 
Il libro che nasce in Germania nel 2008 è perfettamente in linea con gli altri grandi libri di Erlbruch, e con quella cifra illustrativa, quella degli anni Duemila che arriva fino a L'orso che non c'era. 


Pochi segni sulla faccia del re per dargli forte espressione e ribadirla con la postura del corpo: occhioni sgranati, pochi segnetti su naso orecchie e guance e un tratto sicuro per la bocca e per gli occhi quando sono chiusi in estasi o in riflessioni. E su tutti questi re, la necessaria corona, a tre punte. Né piccola, né grande. 
I 21 incontri che il re fa con mare, gatto, ombra, pioggia, albero o scoiattolo ecc. ecc. sono delle pietre preziose che prendono luce dal loro essere molate alla perfezione. Sono dialoghi brevi, talvolta brevissimi, intorno a cui si costruisce il contesto che è ridotto all'osso. 
Non ci sono parole superflue, descrizioni inutili, aggettivi accessori. Si va dritti al finale che contiene in sé il nocciolo di senso. E ognuno troverà il proprio. 
Parrebbe che la chiave di tutto stia proprio in quella corona e in quel sentirsi re. 
Re del mondo. 
Ma al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, questo sovrano regna sul nulla, in tutta serenità. A ogni incontro prova ad esercitare un potere, ma essendo pieno di saggezza (cosa insolita nei potenti) è anche molto capace di saper trovare il giusto modo per entrare in contatto con ciò che ha davanti: spesso e volentieri è il silenzio ad aiutarlo, oppure l'accoglienza del punto di vista altrui, in altri divertenti casi è lì a testimoniare la propria inettitudine o peggio la propria sconfitta.


Tanto nitore di pensiero lo si vede nel cerchio che si chiude intorno al mare: da imponente, incombente e verticale si appiana e si fa accogliente. A corona tolta. 
Libro necessario.

Carla

venerdì 21 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DOPPIO AH!

L'ometto a cui non piaceva nulla, Pépito Matéo, Irène Bonacina 
(trad. Eleonora Armaroli) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Lo si sentiva mormorare il suo solito ritornello: 
che fastidio questo mondo, ha toccato proprio il fondo 
giran tutti come bestie, il tempo non è di mio interesse 
per non parlare poi del resto, che di certo io detesto 
che schifo qua, che schifo là, mamma mia che follia e così via! 
Quel giorno, a forza di borbottare e camminare - cosa che comunque non gli piaceva -, sempre con il naso all'ingiù, era uscito senza volerlo dalla città." 

Lui è fatto così: nulla gli piace. E di tutto si lamenta. Ma da quando? Che importanza può avere... 
Non ama alzarsi dal letto, né uscire di casa. Detesta i tombini grigiolini, l'immondizia e la sporcizia (come dargli torto?!). Non ama neanche gli animali e persino il sole lo infastidisce, al punto che con il dito inquisitore e il naso stranamente all'insù ha il coraggio di gridargli contro che lui della sua luce proprio non sa che farsene. 


E così il sole in punta di piedi esce dalla vita dell'ometto. Lo stesso fanno le nuvole, i monti, la terra e gli alberi: insomma, tutto quello che gli si para davanti in quella passeggiata in campagna piano piano sparisce dalla sua visuale. 
Togli questo e togli quello alla fine intorno a lui non rimane nulla: solo un gran silenzio. Un gran gran silenzio. Ma si sa che troppo silenzio, e anche troppo vuoto intorno, schiaccia sempre un po' e l'ometto comincia a preoccuparsi, e poi ad arrabbiarsi fino a davvero spaventarsi... 
"Che ti succede, ometto?"..."Vorrei vedere una stella brillare". 
Clic! 

Non è dato sapere se Irène Bonacina venga scritturata dai suoi editori per illustrare solo storie magnifiche, oppure se dipenda dal suo 'naso' nel scegliere di illustrare questa o quella, ma è un fatto che quando arrivano i suoi disegnini lievi, dietro c'è sempre un grande racconto. 
Anche in questo caso la sua presenza alle figure conferma che la storia di Pépito Matéo è molto ben concepita e scritta e, fortunatamente, anche molto ben tradotta. 
La scintilla che ha fatto venire in mente a Pépito Matéo di raccontare, e lui lo fa così bene, ai bambini la storia dell'ometto perennemente scontento è una signora scintilla, che viene da lontano, nel tempo e nei luoghi. 
Lui stesso lo racconta in poche righe nei risguardi: un cantastorie amerindo, incontrato in Luisiana durante un suo viaggio, gli racconta una storia che suo padre gli aveva raccontato perché a sua volta l'aveva sentita dal suo. 
E la storia diceva così: "tutte le mattine i nativi ringraziavano ogni cosa necessaria all'esistenza, in modo che nulla scomparisse sulla Terra." 
Come sempre dai nativi non possiamo fare altro che imparare. Sembrerebbe quasi che loro siano i depositari della memoria del mondo e resistano - quei pochi che non abbiamo sterminato - per testimoniare. 
La questione parrebbe bella grossa e può essere affrontata da vari lati. 


Senza voler fare un pippone filosofico, mi sembra che dietro alcune parole si possa comunque scavare un bel po' e arrivare a mettere in piedi bei discorsi: parole come ringraziare, cose necessarie, scomparire, nominare... 
Altrettanto interessanti sembrano essere i modi in cui tutto questo si è fatto libro. 
Il racconto di Pépito Matéo, ovvero il suo modo di scrivere, è figlio del suo mestiere di narratore, attore, appassionato autore di scrittura orale: lo hanno definito un 'maestro di parole'. E accipicchia se lo è! 
La lettura di questa storia la si potrebbe paragonare a una giovane pattinatrice che fa scorrere veloce le lame dei suoi pattini, si muove con sicurezza, accelera verso il centro del suo esercizio, e quando è lì fa salti e piroette in aria. E poi riatterra per chiudere in bellezza con un inchino. 
Se il testo, così pieno di poesia (con un sacco di rime) e di filosofia, letteralmente canta nel leggerlo ad alta voce, dimostra tutta la sua difficoltà nell'essere illustrato. 


Un paio di esempi di come anche la Bonacina pattini leggera con i suoi pennelli e la sua china: far sparire le singole cose che mette in elenco, senza mai diventare ridondante con il testo, senza farlo diventare didascalia. Ah! 
Per converso non cade nella trappola di costruire un catalogo visivo di oggetti che il testo nomina per vederli ricomparire. Ah! 
Ma soprattutto, dimostra un grande talento per aver saputo creare visivamente il vuoto, il nulla e il relativo silenzio. E di averlo creato nel suo divenire. Doppio ah! 
Ma lei è Irène Bonacina. 

Carla

lunedì 29 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

 

L'EPICA DELLA MARMOTTA

Lotte Pelomatto, Lena Frölander-Ulf (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Lotte apre gli occhi cautamente. Intorno a lei i massi scuri ruotano in una strana danza. In alto il sole lancia i suoi raggi appuntiti che le si conficcano nella testa dolorante. Sente i sassolini sotto la pelliccia della schiena. I massi si muovono sempre più piano, ma si rifiutano di fermarsi del tutto. Massi alti con ripide pareti lisce su tutti i lati. Come un orribile luogo sacrificale, un recinto di pietra per prigionieri disgraziati, pensa Lotte coprendosi il muso con le zampe. Forse mi sono spaccata la testa. Se è così, ben mi sta. 
'Pssst! Ehi, tu!' 
Lotte tira su la testa e si guarda intorno, ma non vede nessuno. 
'Ehi, marmotta. Mi serve aiuto'" 

Lotte è una marmotta giovane, che ha pensato di avere davanti la sua ultima estate da marmottina libera, ossia non ancora soggetta all'obbligo di dare una mano nei lavori di gestione della tana di famiglia. Quando suo fratello maggiore, Morris, partirà per il bosco come tutti i maschi adolescenti e adulti a lei toccherà aiutare la mamma. Lotte però è uno spirito libero e quando sente che le temute vipere hanno ulteriormente vessato la tribù delle marmotte, obbligandole a una ulteriore tassazione e una ulteriore riduzione della loro parte di pietraia, prende una decisione: la fuga. Si separa - a fatica e con un pugno sul naso - dal suo prudente e fedele amico Pigno, abbandona la tana e si avventura. Per caso origlia qualcosa di oscuro e intuisce che trame segrete si tessono ai vertici del governo militare delle vipere e altrettanto per caso si trova coinvolta in un gioco pericoloso pieno di serpenti e soprattutto quello che pensava non le sarebbe mai capitato, invece le accade! 
Questa è la storia molto avventurosa di una marmotta curiosa quanto coraggiosa che un giorno decide per la libertà, per poter combattere l'ingiustizia che tiene sotto scacco la sua gente, per poter superare il pregiudizio, indagare nel passato e magari anche ritrovare il suo papà. 

Il prologo di questo libro è un gancio fantastico. 
Va dritto su alcune verità incontrovertibili che sono legge in natura: è così e basta. 
Bene bene. 
Due indizi mi portano a capire che siamo in qualcosa di simile a una saga. Il primo indizio è la cartina che separa la storia dal potente prologo. L'ho imparato con l'esperienza: se c'è una mappa dei luoghi vuol dire che sarà utile al lettore per orientarsi in una storia complessa in cui i luoghi sono importanti. 
Il secondo indizio è diametralmente opposto: alludo all'ultima riga in cui si legge: 
Domani è un nuovo inizio. Domani inizia l'avventura.
A parte quella ripetizione che, vista la traduttrice, non credo sia una svista, parrebbe evidente che si è di fronte a una storia che non ha nessuna intenzione di finire. 
Bene. Siamo in una saga dal sapore fantasy? 
Non direi, almeno non in apparenza, anche se dello scontro tra bene e male si occupa, ma non c'è nessuna magia! 
Siamo in una saga epica. 
Nel senso che siamo in una storia dove un eroe - qui in realtà un'eroina in uno scenario molto femminile - combatte l'ingiustizia e i soprusi subiti dal suo popolo. Una saga epica in cui si scontrano due mondi, due popoli tra loro apparentemente incompatibili se non addirittura avversari: le marmotte tonde, femmine e grandi lavoratrici e i serpenti, le vipere, infide, sottili, bugiarde, assetate di potere e soprattutto velenose. 
In mezzo c'è Lotte che ha il coraggio di andare a vedere chi sia il suo avversario.
Ne ha bisogno, soprattutto per capire. Lotte, lontana da ogni pregiudizio, è una che sceglie di attraversare il confine. Per questo diventa, inevitabilmente, una predestinata a svolgere il ruolo di mediatrice: lei fugge da un mondo per finire dritta dritta nell'altro. Lo fa senza un preciso piano, che non sia quello di dimostrare al mondo la sua libertà conquistata. La cosa che ottiene è proprio quella di trasformarsi in anello di congiunzione, tra due mondi che fino a quel momento erano agli antipodi.
Quelle che sembravano sfere impermeabili, grazie a lei, non lo sono. 
Quelli che siamo abituati a tenere separati - il bene e il male - sono sempre molto più connessi di quanto possa sembrare.
E tutto questo è di agghiacciante attualità.
Tra le crudeli e spietate vipere c'è qualcuno che dirazza e dall'altra tra le prudenti e sottomesse marmotte c'è qualcuno che dirazza altrettanto. 
È quindi nelle cose che i due si incontrino e facciano strada assieme. 
E noi siamo lì con loro...

Carla

lunedì 28 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRAZIA

Il compleanno dello scoiattolo
, Toon Tellegen, Kitty Crowther 
(trad. Laura Draghi Salvadori) 
Feltrinelli Kids 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un po' più in là, in un angolo dove lo scoiattolo non andava quasi mai, c'era attaccato un altro biglietto, ma era così distante che lo scoiattolo lo leggeva solo una volta l'anno. Sopra c'era scritto: 'Il mio compleanno' . 
Una mattina, dopo aver letto per due volte il biglietto con la scritta 'Ghiande di faggio' e meditato davanti a quello con la scritta 'Essere allegro', lo scoiattolo rivide il terzo biglietto. 'Il mio compleanno' lesse. Allora si batté la fronte, strinse gli occhi e disse: - È vero! me n'ero quasi scordato! Il mio compleanno... Il cuore gli batteva forte. 
 Era quasi il suo compleanno." 

Per non dimenticarsi le cose Scoiattolo si appunta dei bigliettini sulle pareti di casa. Su uno c'era scritto La formica su un altro Ghiande di faggio...


Quello su cui era scritto Il mio compleanno gli fece venire in mente di organizzare una grande festa. Tutti invitati. Proprio tutti ricevettero la succinta lettera di invito scritta sulla corteccia di betulla. E tutti risposero entusiasti all'invito con un bel sì. 
A questo punto lo scoiattolo cominciò a curare l'organizzazione: preparò torte a non finire. Ognuna pensata in base ai gusti degli invitati. E lavorò alacremente e finì solo quando la festa era in procinto di iniziare. 
Nel frattempo gli invitati dalla loro parte preparavano regali: ognuno il proprio. Grandi o piccoli o minuscoli era tutti confezionati con cura. Poi passarono a pensare cosa indossare. A una festa non si può andare vestiti con ciò che si indossa ogni giorno... Tutt'al più lo si mette al rovescio! 
Poi si misero in cammino, uno dietro l'altro. 
Il primo ad arrivare (e meno male che arrivò perché lo scoiattolo era già lì che temeva di restar solo) fu l'orso che si informò delle torte... 
A ruota arrivarono tutti gli altri. 


Tutti, felici, consegnato il regalo e fatti gli auguri, mangiarono allegri e poi ballarono fino ad essere esausti, ma proprio in uno stato di grazia. 
Proprio una gran bella festa, nessuno avrebbe potuto dire il contrario. Quando si fece l'ora di tornare a casa, tutti, con i piedi stanchi, si rimisero in cammino, non prima di aver ringraziato e salutato con affetto sincero lo scoiattolo. Seduto nel silenzio sotto il faggio, sotto la luna si guardò intorno e concluse che era stata proprio una bella giornata... Poi si arrampicò sul faggio con tutti i regali che erano una pila. E poi si sedette sul tavolo con le gambe a penzoloni. Ed è proprio in questo momento, quando la notte arriva, dopo una giornata così importante, che nel cuore dello scoiattolo nasce un nuovo sentimento... 
E intanto la notte prosegue nel suo cammino. 

Un altro libro meraviglioso di Toon Tellegen, qui illustrato da Kitty Crowther. 
Si potrebbe chiedere di più? 
Pochi giorni fa, parlando con una amica, ho detto: a mio parere, tutto quello che è stato scritto finora, potrebbe essere assolutamente sufficiente per soddisfare l'intera umanità dei lettori. Per millenni si potrebbe campare di rendita. 
E lo penso davvero: a me, in tutta sincerità, basterebbero una trentina di libri del genere, di autori e autrici come questi due, per potermi sentire appagata come lettrice. Fino all'ultimo mio giorno, non credo di aver bisogno di altro. 
Forse non sono l'unica a pensarla così, visto che Feltrinelli adesso lo ripubblica, dopo averlo fatto uscire per la prima volta nel 2003. 
Toon Tellegen e Kitty Crowther, chi mi conosce lo sa, sono due stelle che hanno illuminato e guidato e ancora oggi fanno una bella luce nel mio firmamento personale. E mi indicano la rotta. 
In queste nove storie che hanno a che fare con il festeggiare e che sono abitate dai suoi magnifici animali del bosco si ritrovano i toni propri di tutti gli altri racconti di questo straordinario autore. 
Nel suo piccolo mondo brulicante di animali tra loro anche molto diversi - in cui il grande assente è l'uomo, mentre molto presenti sono i suoi sentimenti - c'è la consueta atmosfera piena di grazia. 
Ciascuno di loro ha caratteristiche proprie: ci sono i golosi, ci sono i timidi, ci sono gli affettuosi, ci sono i curiosi, ci sono i quieti e i festaioli, ci sono quelli che abitano sotto terra e quelli che si illuminano, volando. 
Ma tutti proprio tutti vivono in armonia, perché tra loro c'è comprensione e rispetto reciproco. 


Tutti sanno godere della propria gioia come di quella degli altri. 
E chi legge avverte chiara e forte la loro voglia di essere lì con gli altri, in quel preciso momento. 
Scoiattolo, uno dei personaggi di punta dell'immaginario di Tellegen, è pieno d'affetto per i suoi amici e li vuole tutti intorno a sé, prepara torte per tutti, conoscendo e assecondando i gusti di tutti. E tutti contraccambiano il piacere di stare con lui. Ognuno a modo proprio. Ed è in questo che Tellegen dà il meglio di sé: nel portare il proprio lettore in giro a vedere cosa significhi vivere bene, in una comunità, tra tanti e così diversi: una gioia leggere i differenti tipi delle torte - quelle pesanti che sprofondino all'occorrenza nel terreno, quelle di miele, quelle di erba, quelle color sangue per la zanzara. 
E ancora le varie mise che ciascun invitato sceglie per sé - dalle giacchettine rosse agli spolverini, dai berrettini lilla o verdi ai papillon gialli del tricheco. 
E ancora il confezionamento dei regali - grandi piccoli, rossi caldi o freddissimi. 
Una gioia profonda andargli dietro, pagina dopo pagina, nella costruzione di un mondo di pace e armonia... Un mondo di creaturine e creaturone, un mondo luminoso ma anche nero come la pece, di notte, un mondo assolutamente ideale per Kitty Crowther che le corrisponde fin nel profondo.
 

Insieme sono uno dei rari casi di binomio felice, oppure di assoluta perfezione raggiunta nella vicinanza: come pane e burro... 
E questa era solo la prima delle nove... 

Carla

Noterella al margine. Per saperne di più circa la mia passione per Tellegen e Crowther si può fare anche solo una ricerca qui in Lettura candita...

mercoledì 23 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ELOGIO DELLA CADUTA 

Una figura malinconica dalle guance smagrite, avvolta in una coperta variopinta, segue un gruppo eterogeneo di animali: un leone, un coniglio, un lupo, un tucano, un rospo. Quando li raggiunge porge loro una valigia trovata per strada, forse dimenticata proprio da qualcuno di loro.  

© Issa Watanabe #logosedizioni



Un coccodrillo, un formichiere, un rinoceronte e una giraffa sono accampati in una radura. Pentole, coperte e fagotti giacciono ai loro piedi. Un senso di sospensione e di precarietà aleggia attorno ai corpi che cercano di riposare. Nel sonno, i volti sono contriti. Chi è sveglio guarda lontano, nell’oscurità che incombe. 
Tra la figura allampanata e un enorme orso bianco ha luogo una conversazione, qualcosa che pare una contrattazione, un mercanteggiare necessario che lega a doppia mandata il rischio e la salvezza, il tentativo e il fallimento. 
Poi, si arriva al mare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



La cosa più difficile per i grandi temi, ancor più quando sentiti come urgenti e attuali, è essere raccontati interi e vivi senza diventare dettami. È difficilissimo, specie quando gli interlocutori sono bambini, mantenere intatto il bisogno di dire senza dimenticare che l’ascolto, quello vero, non può essere forzato. Arduo, sempre, arrivare ai lettori senza che il grande tema venga colonizzato dall’opportunità, dall’ufficialità del messaggio, dall’opinione comune di ciò che va detto e sentito. Infine, rarissimo che il grande tema venga raccontato in modo sufficientemente ampio e poroso, affinché permanga, nell’ascoltatore, quella libertà di raccogliere in autonomia ciò che può ovvero: quella parte di messaggio che, per età, sensibilità ed esperienza di vita, egli può contenere. 
Issa Watanabe ha la misura e la sensibilità di porgere il racconto della migrazione forzata e della ferita – sentito come urgente, personale, intimo – senza dimenticare mai la presenza dell’ascoltatore, concependolo anzi nella sua interezza. L’illustratrice predispone tutto il meccanismo narrativo affinché chi si affaccia all’albo lo possa fare in modo libero, e lo fa allestendo una sorta di camera di scambio, dove il mistero non viene sacrificato e il messaggio rimane potente e cristallino, sospeso e a disposizione di una lettura personale.


Che Migranti sia un capolavoro non tocca certo a me dirlo. Il racconto del gruppo di animali che dopo essere partiti affrontano una traversata in mare e approdano – non tutti, non indenni – sulla desiderata sponda opposta è scarno ed essenziale. Diretto eppure sensibilissimo. Il proposito di raccontare ai bambini il fenomeno della migrazione forzata con i rischi, il dolore e la morte che essa comporta viene centrato al punto da poter essere fruito non solo da chi una migrazione non l’ha mai affrontata, ma anche da chi ha vissuto sulla propria pelle la terribile esperienza e cerca parole e immagini per concretizzare qualcosa che va al di là del raccontabile. 
Ma lo scavo fatto da Watanabe è ben più di questo. La questione dei migranti, emblematica e purificata, diventa il fenomeno macroscopico e visibile attraverso cui è possibile toccare, in quel modo specifico che accade nelle storie e negli albi, un moto interiore ed essenziale, arrivando a simboleggiare il processo vitale e sconvolgente del cambiamento e della crescita. Se questo rimane timido e sotteso in Migranti, emerge invece con precisa intenzionalità in Kintsugi.


Il titolo è già una dichiarazione di intenti, un chiaro riferimento alla tecnica giapponese di ricomporre i cocci del vasellame spezzato con l’oro. La pratica del kintsugi fa della ferita e della guarigione una occasione di esperienza, compattando in un atto di riparazione dall’esito estetico e poetico un percorso che, nella realtà, passa attraverso la fatica della caduta, della sopportazione e della ricostruzione. 
Un coniglio vestito di tutto punto si accosta a una tavola riccamente imbandita per bere una tazza di tè, quando un biancore di gesso irrompe tra i rami del suo commensale. Sconcertato dal cambiamento, il coniglio inciampa, perde fatalmente l’equilibrio, precipita in avanti senza rimedio fino a rovinare a terra; non per questo smette di cadere, anzi: oltrepassato il diaframma del suolo scende ancora più in basso, in cavità e antri sempre più misteriosi, in una oscurità senza rimedio che sembra annichilire ogni colore. E quando si arriva in fondo, ecco un altro confine, ecco l’acqua. Il coniglio si tuffa e con una lunghissima apnea affronta una discesa che richiede moltissimo coraggio e con questo si intenda la capacità di sostare nel disagio, nella scomodità, nell’incertezza dell’esito. 
Questo è forse il regalo di maggior caratura in questi due albi. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Nelle interviste rilasciate dall’uscita di Migranti e reperibili in rete si capisce che Issa Watanabe ha un’altissima idea di infanzia e, in suo nome, rifiuta ogni banalizzazione. Le immagini che ha elaborato scaturiscono non tanto dalla diretta volontà di intrappolare nelle figure un messaggio chiaro, quanto dal bisogno di non voler arretrare di fronte ai fatti e allo stesso tempo di non deturpare la naturale propensione alla speranza. Tuttavia, è nell’integrità di affidarsi al proprio medium senza compromessi, nella scelta di affidarsi esclusivamente al disegno rinunciando alla parola che si sostanzia l’atto di fiducia rivoluzionaria e generativa - mi viene da dire quasi politica - che emerge dalle tavole, quando le si lascia parlare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Il racconto di Watanabe può dire la speranza in quanto esso stesso è intriso di fiducia in ciò che deve ancora avvenire. Sta nel suo non volersi far imbrigliare, nella capacità di lasciare accadere le cose senza l’ansia della spiegazione, nella propensione ad arretrare per concedere spazio al lettore, assumendosi il rischio che qualcosa in questo scambio vada perduto. Nell'opera di Watanabe il messaggio stesso affronta la traversata che ogni pensiero azzarda dal momento in cui nasce, quando minuscolo e indefinito parte per essere formulato, trasformato, espresso e ascoltato. Possibilmente, compreso. 
Ogni pensiero, ogni idea, ogni parola, nel lungo percorso tra la sua comparsa e la sua espressione, affronta il rischio della censura, dello scoraggiamento, del silenziamento. Similmente al grande marlin pescato lontanissimo dalla costa dal proverbiale pescatore hemingwayano (ancora barche, ancora acqua) non è affatto detto che arrivi alla bocca, alla penna, alla carta intero; non per questo bisogna rinunciare.

© Issa Watanabe #logosedizioni

Dopo la contrizione per chi è perito nella traversata, il gruppo di animali si volge e, pur dolente, trova davanti a sé una radura fiorita. Dopo essere scampato alla profondità del mare, il coniglio risale in superficie e ritrova i pezzi con cui ricomporre nuovi oggetti, nuova realtà.

© Issa Watanabe #logosedizioni



L’atto stesso di pensare e parlare e creare è un atto di ricomposizione ed assemblamento che la lettura di questi albi celebra dal suo più radicale prodromo, che è la caduta, lo spezzarsi. Ed è forse qui che si sostanzia la necessità del nero delle illustrazioni, una oscurità che oltre a raccontare la disperazione veste efficacemente anche quel momento dell’esistenza in cui iniziano tutte le cose, l’oscurità che precede la luce, dove si affronta, senza certezza d’esito, la traversata prima dell’approdo. 

© Issa Watanabe #logosedizioni

Giorgia

“Migranti” Issa Watanabe, #logosedizioni 2020 
“Kintsugi” Issa Watanabe, #logosedizioni 2023 

mercoledì 3 luglio 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ALIENI O PIRATI? 

Penseremo mai abbastanza all’attività esplorativa a cui deve essere disposto il cervello bambino? Quanta la fiducia necessaria per avere a che fare con il mistero? Ci siamo passati tutti, eppure è sempre bene ricordare l’ebrezza che accompagna la rilevazione della quotidiana meraviglia, specie perché crescendo, poi, è proprio quest’ultima quella che si tende a dimenticare. 
Infanzia non è solo, (come etimologia vuole), quel lasso di tempo che si contraddistingue per l’incapacità di produrre favella, ma anche, in dimensione più ampia e metaforica, la condizione di chi non conosce i termini e la nominazione del contesto: tutti quelli che arrivano sono nuovi e ignari, di sé, degli altri, del mondo, e devono procedere con una attività di misurazione che a pensarci ha dell’inverosimile. 
I bambini ce la fanno sempre. Ma come? 


In Niente è impossibile per noi, Eva Lindström decide di porre l’attenzione sul concetto di estraneità e di spaesamento, tenendosi ben stretto quello limitrofo di assenza. Del resto quando si arriva in un posto nuovo è naturale avere nostalgia di quello che si è lasciato…


Il fatto esplicito è un trasloco. Opportunamente dotati di uno stretto cappuccio, i due bambini che atterrano nel nuovo quartiere non paiono affatto turbati da tutta la novità che si dispiega davanti ai loro passi. La attraversano ben sapendo di non appartenere del tutto a questo (nuovo) mondo e anzi, ricavano proprio da questa consapevolezza la baldanza necessaria per mantenersi imperturbabili. 
Accompagnati dal fedelissimo cane King, i due fratelli attraversano stanze disadorne, cortili desolati, accumuli di pacchi semiaperti, nella convinzione di essere comunque perfetti. Tuttavia, mentre si ambientano, mantengono l’occhio vigile per individuare in mezzo agli altri la figura del papà. Questo rapporto con l’assenza, nel giro di poche tavole, assume la dimensione del sentore istintivo che i bambini possono avere del sacro: l’appartenenza a qualcosa di più grande e trascendentale.


Interessantissimo in questo senso è il registro linguistico scelto, capace di restituire quel sottile nonsense, non privo di effetti comici e stranianti, a cui si può assistere ascoltando un bambino impegnato nella propria personale attività di catalogazione del mondo. Queste pagine sono capaci di restituire il turbamento che si prova al cospetto del mistero che riverbera, talvolta, negli spazi sconosciuti e imperscrutabili del pensiero bambino. Luoghi in cui è l’adulto a essere estraneo pur non capacitandosene mai… 


 In direzione opposta ma non contraria si muove l’albo di ATAK.
 

Il fatto: una banda di pirati si intrufola nel giardino di casa e fa accidentalmente esplodere un palloncino. L’esplosione mette tutto a soqquadro. Il piccolo protagonista si mette alla ricerca della causa del botto: noi lo inseguiamo. Le immagini la fanno da padrone: chiassose, particolareggiate e pullulanti; i colori sono sgargianti, il tratto energico e tumultuoso, senza imbarazzi. 


Nonostante le grandi dimensioni dell’albo (o forse proprio per questo?), fin dalla copertina si ha la sensazione di venire risucchiati in un vortice, di dover avvicinare il naso alla illustrazione per vedere meglio, più da vicino, sempre di più. È come se l’autore volesse paragonare l’attività conoscitiva a un indiscriminato atto predatorio: tutte le informazioni, i concetti sperimentati, nominati e acquisiti sono tesori inestimabili; la molteplicità degli elementi, il dinamico alternarsi delle e la generale sovrabbondanza suggeriscono che il tesoro stia proprio dappertutto!
 

La narrazione verbale è ridotta all’osso, affidata alle abbinate cardine che si ritrovano negli albi per la primissima infanzia: dentro/fuori, sopra/sotto, tutto/niente, qui/li. Concetti basilari, spesso attinenti alle primissime esplorazioni delle forze fisiche e naturali che governano il mondo e l’universo, ma resi via via più complessi, nell’albo come nella vita, dallo stratificarsi delle umane, normali e straordinarie esperienze quotidiane. Ma la storia è tutta nell’esperienza visiva e sperimentale. 
Se il mistero c’è, esso viene colto procedendo in direzione diametralmente opposta all’albo precedente, entrando, approfondendo, guardando meglio, quasi a sentire riecheggiare il Richard Feynman: non nuoce al mistero, saperne di più. 
E siccome per qualche attività di sintesi noi grandi ci siamo dimenticati di vedere, il triplice inseguimento pirati-bambino-lettore prosegue in un crescendo di tavole: la ricerca si fa esperienziale, è necessario cercare per trovare, riordinare gli elementi, svolgere moltiplicazioni, controllare l’esattezza di quanto dichiarato in precedenza. L’autore non solo rimanda alle pagine precedenti (e quanto è sovversivo, in un dispositivo sequenziale tutto volto a procedere dall’inizio alla fine?) ma anche spinge lo sguardo oltre il confine dell’albo, con innumerevoli citazioni legate alla letteratura per l’infanzia, alle favole della tradizione, ai supereroi, cartoni animati, arte, giocattoli; una vertigine di riconoscimento che, ben lungi da voler essere consolatoria, ha il potere di coinvolgere i lettori grandi e bambini in quella indefessa, salvifica attività di esplorazione capace di condurre alla meraviglia.  


Se ricordassimo bene come era, all’inizio, capiremmo quanto è ingenerosa l’idea che il dialogo con il mistero sia appannaggio degli adulti. Esso è un cascame dell’attività conoscitiva dell’essere umano, e in ognuno può prendere essenzialmente due strade. La prima sta adiacente al sentimento della nostalgia e ha l’urgenza di mantenere il contatto con l’alterità che ci precede e la sua assenza; l’altra, diametralmente opposta, scava nel minuscolo e scende nella profondità per condurre alla conoscenza. Ma com’è, come non è può capitare, e spesso succede, che le due strade opposte conducano entrambe nel medesimo posto.


Giorgia

“Niente è impossibile per noi”, Eva Lindström, (trad. Laura Cangemi), Camelozampa 2024 
“Pirati in giardino”, ATAK – Georg Barber, Orecchio Acerbo 2022 
“Il piacere di scoprire”, R.P. Feynman, (trad. Grazia Gilberti), Adelphi 2020 


mercoledì 5 giugno 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

GUARIRE È UN PO’ SPARIRE 

Uno degli aspetti più interessanti della letteratura per l’infanzia è il fatto che essa sia rivolta a interlocutori diversi. Affacciati alle pagine non ci sono soltanto il grande e il bambino, ma anche: nel grande il bambino che è stato, e nel piccolo, l’adulto che diverrà. 
Di conseguenza, è possibile intravedere non solo una visione d’infanzia, ma anche una di adultità. In casi fortunati, istanze e interrogativi trasversalmente potenti. Pur narrando lo stesso accadimento, - una caduta, un’escoriazione, sangue, conseguenze varie - Io e Pepper e La ferita mostrano come sia possibile stabilire diversi gradi di coinvolgimento. 


La storia di Io e Pepper è presto detta: una bambina cade e si sbuccia il ginocchio. Al sangue fa seguito il cerotto, al cerotto una orrenda crosta. Alla crosta, l’attesa. 
"Quando si staccherà?" domanda la bambina.
"Tra qualche giorno" risponde la mamma. 
 La bambina affronta il misterioso tempo della guarigione stabilendo una relazione con l’entità che le è cresciuta addosso e che sembra non avere intenzione di staccarsi. Con un atteggiamento da perfetta filosofa, esplicitato da posture ribaltate e sbilenche, indaga la propria condizione: da un nome alla crosta (Pepper) la interroga, ci conversa con crescente confidenza. 

 

La caduta, la ferita e la guarigione sono gli accadimenti che vengono utilizzati per rendere tangibile lo sbigottimento della perdita di identità che ogni cambiamento comporta, andando a sfiorare per estrema estensione anche il tema del lutto. Tuttavia è nello scorrere del tempo che avviene la misurazione di questa sconcertante esperienza: nella ripetizione dei giorni e dei gesti, nei margini che rimpiccioliscono, nel riassorbimento che lascia spazio alla pelle nuova. Questo è il racconto della preoccupazione anche angosciosa che provocano le cose che cambiano, con tutto quel cascame di domande che non possono essere evase per sola forza di volontà, quasi a riecheggiare le raccomandazioni di Rilke al giovane poeta: “Lei è così giovane, così fresco di ogni inizio (…) vorrei pregarla di aver pazienza per quel che di irrisolto vi è nel suo cuore, e di cercare di aver care le domande stesse…” 
Serve tempo, dunque. Ma intanto? 
Un bel mattino Pepper scompare. Ma contrariamente a quanto la protagonista aveva sperato, non basta che la crosta caschi perché tutto torni come prima, perché nulla torna mai esattamente come prima. 
L’assenza della crosta diviene una nuova dimensione della ferita, una nuova apertura che necessita a sua volta di altro tempo e altra attesa per schiudersi in altra esperienza, ancora e ancora. Così è la vita. 
La bambina ritrova la crosta caduta tra le lenzuola, la deposita tra i papaveri, e rimane ad osservare quello che è rimasto: una cicatrice bianca, un segno per ricordare quello che è stato. 


La bellezza di questo albo, oltre che nelle illustrazioni illuminate, sta tutta nell’altezza delle domande e nella raffinatezza che Alemagna ha di rimanere costantemente disponibile a più livelli di lettura, con una cura che esprime sì l’idea di infanzia dell’autrice, ma anche una precisa idea di adulto che già era stata delineata in Cos’è un bambino? 
Ricordate? Certi bambini decidono che non cresceranno mai e si faranno portatori sani, nel mondo dei grandi, di quell’atteggiamento stuporoso e interrogante che è proprio dell’infanzia e che nella poetica di Alemagna diventa una modalità di relazione con l’esistenza. 



 Con La ferita siamo in un altro mondo. 



Tutto accade durante la pausa in cortile: il protagonista cade e si fa male. Dalla sua posizione supina con gli occhi affondati nel cielo ecco che succede una meraviglia: tutti accorrono: “Sono venuti quelli di prima, sono venuti quelli di seconda, sono venuti alcuni della materna e anche Niklas di quarta. Sono venuti quelli del coro, è venuta Anna alta di terza…”, anche un piccione arriva per l’occasione. 


Il sangue che prorompe dalla ferita non è tanto, tuttavia sembra moltiplicarsi e punteggiare all’infinito le pagine altrimenti grigie di una normale giornata di scuola: quello squarcio, proprio sul suo ginocchio sembra avere il potere di dar senso a tutte le attività della giornata e dei giorni a venire. Oggetto di una tale popolarità, il protagonista si ritrova ben presto a fare i conti con un dilemma di spaventosa cogenza: che ne sarà di lui quando la ferita guarirà? Quando il sangue si asciugherà e ognuno tornerà alle proprie occupazioni? 
L’albo mantiene per tutto il suo corso un linguaggio intonato all’età a cui è rivolto, affidando il racconto della guarigione a quella eccitazione minuta che correda la prima esperienza di ogni cosa, che non è faccenda privata, ma un vissuto di comunità. Vengono mostrati gli ambienti scolastici, le attività tipiche di una classe elementare, i cerotti, i disegni, i colori che finiscono, le imbranataggini degli insegnanti. 
Tuttavia, sotto queste mentite spoglie AdBåge scoperchia il malconfessato desiderio (o bisogno) di voler essere al centro dell’attenzione; un sentimento agrodolce che viene denudato delicatamente e che sembra essere anche un banco di prova offerto al lettore adulto, quasi a volerlo sfidare. 
Se in Io e Pepper il nodo era lasciare andare l’esperienza, in La ferita si tratta piuttosto di rinunciare alla condizione di visibilità che la ferita, con il suo marchio di eccezionalità, dischiude, e richiede ai grandi di sostare sul sottile confine del pudore. 
Adbåge mostra una visione d’infanzia reale, quotidiana, forse anche un po’ sgraziata ma non per questo meno piena, libera e indipendente, e ha la grinta di non risparmiare agli adulti l’occasione di una riflessione coraggiosa. Se infatti può essere semplice riconoscere come infantile il piacere di avere tutte le attenzioni su di sé, quanto è più impegnativo riconoscere come proprio quello strisciante piacere di distinguersi attraverso il racconto dei propri malanni? Quanto coraggio ci vuole per lasciar risuonare quegli interrogativi che scaturiscono attorno al languore di essere visti in quanto feriti? Soprattutto cosa significa esattamente accettare di guarire, se farlo significa anche un po’ sparire? 



Giorgia

"Io e Pepper", Beatrice Alemagna, Topipittori 2023 
"Che cos’è un bambino?", Beatrice Alemagna, Topipittori 2008 
"La ferita", Emma AdBåge (trad. S. K. Milton Knowles), Camelozampa 2024 
“Lettere ad un giovane poeta”, Rainer Maria Rilke (trad. Silvia Albesano), Il Saggiatore 2021 

lunedì 13 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ELOGIO DEL QUASI E DEL SILENZIO

Papera, Coniglio e Grande Orso, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec 
(trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Vanno sempre dappertutto insieme! Dappertutto, ma... 
 ...ma non vanno mai insieme per il lungo e tortuoso sentiero. 
Papera dice che il sentiero sembra un po' stretto per tutti e tre. Grande Orso è d'accordo. 
Coniglio dice: 'Nessun problema! Ci sono un sacco di altri posti in cui andare.' 
 Ogni estate Papera, Coniglio e Grande Orso organizzano una festa. Preparano tutto insieme." 

I preparativi sono piuttosto laboriosi: costruiscono e poi appendono cose agli alberi. Festoni e lucine abbelliscono quella porzione di bosco, ma non si spingono con le loro decorazioni fino al lungo e tortuoso sentiero, sarebbe troppo faticoso, e sarebbe più saggio riposarsi un po' prima della festa e per di più le decorazioni non basterebbero mai per arrivare fin lì. 
Anche quando arriva l'autunno i loro giochi con le foglie si svolgono nel solito posto. Il lungo e tortuoso sentiero è pieno di fango e molto freddo. Stesso succede in inverno: le battaglie a palle di neve e le sciate e le pattinate sul ghiaccio le fanno tutti insieme, ovviamente lontano dal lungo e tortuoso sentiero. Sarebbe pericoloso. Oh sì sì, molto pericoloso. E lo sa bene Coniglio che, non sapendo frenare coi pattini, purtroppo lo imbocca a tutta velocità... Per poi fermarsi a quattro passi dal grande abete. Imponente, magnifico. Soprattutto per chi lo vede per la prima volta, come è per lui... Almeno per lui. 

Di nuovo insieme! Per una storia che, come già era successo in passato, va a toccare corde belle profonde. 
Tutto comincia con tre amici che, come tali, amano condividere tutto. O almeno così parrebbe. Festeggiano assieme, giocano, fanno sport e si aiutano a vicenda. 


Giorno dopo giorno, mese dopo mese, la loro amicizia, la loro gioia di stare assieme, attraversa lo spazio e il tempo: dalla primavera all'inverno questi tre - così diversi, ma così uniti - sembrano non desiderare altro che condividere spazi ed esperienze. Anche le scelte sembrano accomunarli. Sebbene ciascuno porti le proprie ragioni per giustificarle, il risultato è sempre il medesimo: sono una squadra compatta! 
Fino al momento in cui qualcosa si inceppa, o per meglio dire, qualcuno inciampa nella propria bugia. 
E allora quello che sembrava un gruppetto proprio solido, quella che sembrava un'amicizia senza veli, quello che sembrava un patto di assoluta trasparenza fra i tre, così non è. 
La grande verità che si dimostra, ridendo e scherzando tra orsi papere e conigli, è quella che ognuno di noi ha bisogno di un angolo, seppur piccolo, di un tempo, seppur breve, che non sia di nessun altro. Ma proprio di nessuno. Dev'essere solo per sé. 
Tanto Grande Orso quanto Papera quell'abete magnifico e imponente lo conoscevano già, ed entrambi per scelta avevano preso il lungo e tortuoso sentiero per andare in cerca di qualcosa che volevano solo per sé, appunto. 


Potrebbe sembrare, a giudicare dal attorcigliamento delle orecchie di Coniglio nell'apprendere la confessione degli altri due, che il magico equilibrio tra loro si sia incrinato o ingarbugliato. E invece no, quelle orecchie si ridistendono, così come pure si appianano e si ristabiliscono i vecchi meccanismi, ma con una consapevolezza tutta nuova. 
Insomma questo è per dire a Nadine Brun-Cosme e a Olivier Tallec se mi potessero sentire, ancora una volta bravi per come riuscite ad arrivare al punto, prendendo la strada più breve, altro che lungo e tortuoso sentiero! 


Dote rara, la loro, quella di saper cogliere il nocciolo di una questione, mai banale e mai trita, e di riassumerla in pochi segni, in poche parole che mettono in bocca a qualcuno che è terzo rispetto a noi lettori, ma che - proprio per questa sua apparente estraneità - può diventare emblematico. A quei due riesce facile come disegnare un lupo senza mai staccare la matita dal foglio in poco meno di due secondi, o come racchiudere in un puntino nell'occhio un'espressione inconfondibile, facile come definire il sentiero "lungo e tortuoso" o solleticare in una frase Se solo i miei amici potessero vederlo! il ricordo di quello che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha pensato, scoprendo in totale solitudine qualcosa di magnifico. 


Facile come concentrare in una sola parola finale, quasi, il senso della complessità del nostro essere. E quel po' di silenzio intorno.

Carla