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venerdì 10 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON APRITE QUELLE PORTE!

Siv dorme fuori
, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Il barbagianni editore 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Cerisia vive in un'altra casa. Non ci sono mai stata, ma oggi faremo un pigiama party da lei. Io e Cerisia siamo pazze di gioia. Sarà meraviglioso. 
Abbraccio papà così può tornarsene a casa, ma lui non fa che parlare con la mamma di Cerisia. 'Bla bla bla!' strilliamo noi. 
Adesso papà se n'è andato. 
Nel corridoio c'è odore di formaggio. La mamma di Cerisia sa di profumo. 
Ci sono tantissime porte, ma quella d'ingresso ha i vetri. 
Almeno so da dove si torna a casa." 

Tutto è pronto per il pigiama party, compreso quel pochino di ansietta...
Nella casa ci sono i genitori di Cerisia con le loro regole - non ci sono biscotti per chi non finisce la cena - e con le loro gentilezze nei confronti dell'ospite - il letto più comodo è per Siv. Poi c'è l'immancabile fratello maggiore, scontroso, invadente e soprattutto gigantesco. Poi c'è anche la bisnonna che, al contrario del fratello, è piccola piccola, ma con un'abilità non indifferente: sa togliersi i denti. Gli animali di casa sono un cane bitorzoluto e non proprio nel fiore degli anni e due porcellini d'India piuttosto rumorosi e, pare, puzzolenti. E poi c'è lei, Cerisia, adorabile amica del cuore che, però essendo a casa sua si sente in diritto di dettare lei la tabella di marcia e di mangiarsi un ghiacciolo in più. E per ultima c'è lei, la casa: grande, piena di porte e soprattutto sconosciuta... 
Che notte aspetta la biondissima Siv? 

Pija Lindenbaum è una buona raccontatrice di infanzie perché è capace di vederne tanto forza quanto la fragilità, sa dare voce alla loro immaginazione, ossia a quel senso di magia che pervade ogni giorno o notte normale che però un bambino è capace di vivere a mille. E nello stesso tempo sa raccontare il senso pratico che sempre i bambini dimostrano di avere nel cercare di togliersi d'impaccio, soprattutto quando sono i grandi a metterli nei guai. 
Ma soprattutto di quella strepitosa età sa apprezzare autonomia di pensiero e alterità assoluta nei confronti del mondo dei grandi. Non è facilissimo ammettere con tanta determinazione entrambe le qualità per chi è ormai adulto... 
Per capirci: i sette papà in miniatura della piccola Else-Marie sono il risultato di una bella proiezione di bambina, ma anche una bella scocciatura da risolvere e lo stesso può dirsi per quanto riguarda la grande ingiustizia che si rinnova ogni giorno nell'orfanotrofio tra Giralisi e Fiordasoli (!), la crudeltà pura dell'unica adulta, Lacapa, e la relativa fuga di tutti quei poveri piccoletti. E ancora la fragilità di Zlatan di fronte alla comparsa di un potenziale competitor nei confronti dello zio Tommy, il prediletto del suo cuore. Alla crisi, peraltro superata con destrezza, di Zlatan corrisponde la noncuranza di Frike che perde in una notte la sua scarpa nuova e il piede che c'è dentro... 


Dunque la prima notte fuori casa è l'humus più adatto per far accadere una sequenza fitta fitta di assurdità che nascono dallo scompiglio della normalità di una casa. 
Con precisione millimetrica la Lindenbaum ci mostra in un'unica carrellata, un lunghissimo piano sequenza con inquadratura rigorosamente sempre dall'alto, una serie di personaggi, ritraendoli nella loro quotidianità diurna o al più crepuscolare: il fratellone, i due genitori e la vecchia bisnonna, cane e porcellini d'India. 
Poi arriva la notte con il buio e il silenzio e tutto si mischia, si scuote come se fosse in uno shaker da drink. 
E nulla è più come prima. E tutto assume la parvenza di un piccolo horror ad uso e consumo di quella ragazzina alla sua prima notte fuori casa. 


Due le grandi idee: assecondare emotivamente questa esperienza nell'uso di colori dominanti e in secondo luogo decidere, tavola dopo tavola, di non scendere mai dal soffitto come punto di ripresa. 
In onore di Cerisia sono costruite le prime tavole e non potrà sfuggire la deformazione degli ambienti, il primo fra tutti il corridoio su cui affacciano le porte che nascondono le diverse stanze. 


Ogni pagina ha una sua dominante e tanto più cresce il pathos tanto più la scelta si radicalizza intorno a colori precisi: il gioco spensierato dei cavernicoli è pieno di un giallo luminoso, l'impatto con il fratello maggiore si avvolge di ottanio e fucsia, mentre l'inizio dell'incubo è avvolto in un grigio diffuso. 
E dopo può solo peggiorare, si fa per dire... 

Carla

venerdì 7 novembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CI SONO COSE CHE FANNO PAURA

Cinque minuti prima dell'estate. E altre storie horror
Davide Calì, Isadora Bucciarelli 
Biancoenero 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"Antonio suonò e qualcuno aprì. Entrò. Cercò subito l'ascensore della scala C, ma era guasto. Sarebbe dovuto salire per le scale...
Antonio inspirò profondamente, poi cominciò la scalata. Primo piano, secondo, terzo, quarto, quinto, ed ecco il sesto. Antonio riprese fiato poi vide che c'erano due corridoi: uno a destra e uno a sinistra. Si diresse verso il corridoio di sinistra ma era quello sbagliato. Da quel lato c'erano le porte dispari, 21 e 23. Andò dall'altra parte ma... qual era il numero? Ah sì, 36. Ma non c'era una porta numero 36. C'erano soltanto 22 e 24. 
Aveva sbagliato piano." 

Finita la scuola, Antonio deve restituire a una sua compagna di classe un libro che lei gli ha prestato: l'indirizzo è Palazzina A, portone B, scala C, sesto piano, porta 36. 
Facile. Difficile perdersi. 
Eppure. 
Una volta capito di aver sbagliato piano, Antonio sale a quello successivo, ma no: lì ci sono solo le porte dal 25 al 28 e a quello ancora successivo non ci sono più porte di appartamento, ma un'unica porta di metallo che porta forse sul terrazzo del condominio. 
Forse è la scala quella che ha sbagliato. Ridiscende, ma controllando le cassette della posta capisce che anche tutte le altre scale si fermano prima del 36. 
Risale e comincia a suonare ai campanelli delle case, ma nessuno risponde. 
Forse è la palazzina che ha sbagliato. Ridiscende, ma i piani che fa sono ben più numerosi di quelli fatti in salita. Forse è arrivato nei sotterranei? Risale, ma i piani che fa sono uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette... 
Possibile? 

Un piccolo quanto perfetto incubo. Attraversare in lungo e in largo, in su e in giù, un luogo che non si conosce e vederlo trasformarsi, modificarsi attraverso la percezione che proviamo. Scale che non finiscono, corridoi che si allungano, porte che si moltiplicano. Unico scopo dell'incubo: non farci arrivare all'obiettivo. E mentre questo accade avere la netta sensazione che il tempo passi mentre ti arrabatti e annaspi senza esito. Quindi l'incubo può raddoppiare: non solo non raggiungere l'obiettivo, ma invecchiarci dietro e ritrovarti solo e pieno di rughe... 
Questo è l'esordio della piccola raccolta di racconti horror. 
Tutto sommato, un avvio soffice. 
Inequivocabile il fatto che le storie che seguono sono di paura. Ma anche la paura può prendere direzioni diverse. 


L'inquietudine che si genera nel momento in cui si capisce di non avere più la situazione chiara sotto gli occhi, quando si capisce che ci sta sfuggendo di mano ciò che pensavamo di essere capaci di dominare... Cose del genere le ho lette in uno dei più bei libri che mi siano capitati tra le mani e che si intitola: Ci sono cose che fanno paura ed è scritto e illustrato da due geni, Florence Parry Heide e Jules Feiffer. 
La cosa che mi aveva colpito all'epoca era questa: le paure che venivano messe in elenco non alludevano a mostri a molte teste, ma al contrario andava a pescare piuttosto nel grande pentolone delle piccole e sottili inquietudini che ci riguardano tutti e che quotidianamente sono in agguato: vedere un cartellone con un avviso importante e non capire cosa c'è scritto; essere l'ultimo rimasto quando nessuno ti ha ancora scelto per la sua squadra; tenere la mano di qualcuno pensando che sia tua mamma e invece non lo è; giocare a nascondino e non trovare nessuno; cercare le tue scarpe sotto al letto e toccare qualcosa che non sai cos'è... 
Calì, nei suoi otto racconti, questo fa.


A parte un omaggio finale alla preistoria dove i ragazzini amanti del genere potrebbero apprezzare l'attraversamento dei vari habitat ricostruiti nel museo da parte di un loro coetaneo sempre più atterrito da triceratopi e da maestre arrabbiate, Calì va a pescare anche lui nel torbido, nell'ambiguo, perfino nel politicamente scorretto. 
Evviva! 
Gioca su questioni importanti e nel racconto ne tende, estremizzandole, a tal punto le possibilità che al lettore non resta altro che saltare sulla sedia e dire: ah, però, fino a qua si può arrivare! 


Come si suol dire: Calì non fa prigionieri, ovvero i protagonisti delle sue storie vanno diritti per la loro strada, hanno nel mirino il loro obiettivo finale e se questo prevede che loro si facciano spazio a spese di qualcuno, beh, lo faranno! 
Evviva! 

Carla 

Noterella al margine. Isadora Bucciarelli alle illustrazioni si inventa ancora un nuovo percorso di ricerca, che si va ad aggiungere a quelli già intrapresi finora. Qui direi che si tratta di immagini fotografiche in bianco e nero, rielaborate e quasi bruciate, tese ed estremizzate al pari dei racconti, per arrivare a quell'effetto di straniamento assolutamente necessario in chi guarda. Non vorremmo mica tranquillizzare il lettore, attraverso le immagini, vero? Evviva!

mercoledì 22 ottobre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA QUIETA CHIOCCIOLINA 


C’è una piccola collana che si coltiva un posticino molto particolare sugli scaffali delle librerie. Si chiama I notturni, è edito da Edizioni Piuma e no, non sono i notturni di Chopin, gli amabili brani cantabili, quelli che raccoglie. Questi notturni prendono il lato appunto ‘oscuro’ della notte e lo allargano con il solo potere delle parole, immaginando storie paurose, ambientandole in luoghi tenebrosi, con personaggi insoliti. 
Sono piccoli perché occorre leggerli in solitudine, lasciarsi trasportare da fantasmi, maledizioni, oscure morti. Sono neri, come la notte, le copertine hanno nella parte bassa un occhio che ti scruta, muto. Ancora più in basso due triangoli trafitti da una linea: nella simbologia alchemica il triangolo che ha il vertice in alto significa Aria, mentre l’altro rappresentato, col vertice verso il basso, rappresenta la Terra. È dunque subito chiaro l’ambito in cui si muovono i testi proposti: quello del romanzo gotico, che si spinge fino all’horror, che ha come grandi vati Edgar Allan Poe e Lovecraft. I libri sono avvolti in un cofanetto a tre ante, che abbraccia il libro: sotto il libro che pare diventare ancora più piccolo una volta spogliato, un taccuino nero anch’esso, ma da riempire con parole immagini suggestioni. 
La quarta di copertina è nel cofanetto. 
Nel caso di Eppur si muove, scritto da Laura Marinelli e illustrato da Giulia Ferla, la storia che si narra è quella di Mariano, un bambino di otto anni nato con una minuscola malformazione della mano destra: il bambino, infatti, ha sei dita in quella mano, undici in tutto. Che numero strano, dispari. Il mignolo è fonte di vergogna per il piccolo protagonista, che vive con la madre, donna di servizio presso un conte, a Napoli. Mariano e la madre convivono con questo mignolo strano, che pare viva di vita propria, che anticipa gli stati d’animo del bambino dimenandosi, sfuggendo al controllo. Lo tengono nascosto, consolati solo dal fatto che non sia la sinistra, la mano del diavolo, a essere malformata. Mariano gironzola tra la cucina del conte e la grande sala dove si accolgono gli ospiti e lì conosce Clementina, nipote del conte, sua coetanea, che diventerà grande amica del bambino. Intorno a Mariano aleggia il pregiudizio fin dalla nascita che percepiamo pagina dopo pagina e che esplode nel momento in cui Clementina scompare. 
Capro espiatorio per eccellenza, Mariano ha nel proprio corpo le prove di appartenere al Male. 
Il piccolo romanzo in realtà è scritto su un doppio binario: solo dopo i primi capitoli si capisce che il racconto è scritto di proprio pugno da un Mariano ventenne, disperato ancora dalla scomparsa misteriosa di Clementina. 
La scrittura di Laura Marinelli non è piana: è come l’andamento del libro, che passa dalla lingua italiana al dialetto napoletano, che cambia piani temporali, che saltella nelle menti dei personaggi. Piano piano tesse una narrazione che inevitabilmente porta al momento catartico, in cui tutto esploderà? In cui tutto sarà chiaro? In cui finalmente si saprà? Di certo le caratteristiche gotiche del romanzo sono quasi da manuale: fantasmi, prelati oscuri, vecchi castelli, crocefissi capovolti improvvisamente. 
In tutto questo un solo animale abita i luoghi con saggia postura: le chiocciole, che portano una casa su di sé, che paiono così inermi, così vulnerabili e lente, ma. 
Il libro è abilmente illustrato da Giulia Ferla, le cui illustrazioni accompagnano in modo composto il testo, emergendo solo a fine capitolo e aggiungendo quel giusto all’atmosfera orrorifica del racconto. 
Era da tanto tempo che non leggevo un horror e nel farlo ho pensato che è bello leggere sul bordo tra vita, morte, passaggi, superstizioni. Che è proprio vero quello che si dice che tanta morte chiama tanta vita, come alla fine scopre Mariano. 
Ho anche pensato che occorra ridare vita a questo genere amato e richiesto da ragazzini e ragazzine, qui i lettori ideali sono gli undicenni,  e questa piccola collana ha questo grande obiettivo e merita tutto lo spazio possibile. 
Nel centro della custodia, se si tolgono completamente il libro e il taccuino, c’è una curiosa annotazione sull’origine della chiocciola che usiamo quotidianamente quando mandiamo le mail. 
È una quieta e tenera chiocciola? O nasconde dell’altro? 
Forse occorre sfogliare i codici miniati del Trecento per capirlo. 

Valentina 

"Eppur si muove", di Laura Marinelli, ill. Giulia Ferla, Edizioni Piuma 


mercoledì 15 gennaio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

MANO NELLA MANO


Io guardo ad Heidelbach come a una divinità mentre a Könnecke come a un vicino di casa, per questo mi sembra perfetto questo quattro mani con Carla, che Heidelbach me l’ha fatto conoscere lei. 
Questo libro inizia come un film horror coi fiocchi con la leggiadra mano di Ole: una famigliola felice, mamma e papà che stanno per uscire e i due pargoli, Boris e Celeste che, mano nella mano, sulla porta di casa li salutano felici. 
Boris è pettinato bene, Celeste è a piedi nudi. 


I piedi nudi non fanno mai presagire quiete e calma. La prima battuta di papà è rivolta al nostro fratellone: “Fai il bravo con tua sorella, Boris” 
Perché papà dice a Boris di fare il bravo, mi chiedo. Ma ha visto i piedi nudi di Celeste? Ha visto? Forse Boris si vuole vendicare di tutte le malefatte di Celeste? 
La mamma aggiunge: “Sul tavolo in cucina ci sono sogliola e spinaci.” 
Sogliola e spinaci? Ma io dico questi due conoscono i loro figli? Temo di no. 
Giriamo pagina e infatti.


Nelle due pagine successive niente Heidelbach, nemmeno un segnetto piccolino, tutto Könnecke col suo tratto magistralmente pulito e precisamente espressivo. 
La tensione sale per noi lettori, perché se arriverà Heildelbach, e arriverà, chissà come la prenderanno i due frugoletti. 
La serata dei due fratelli rotola velocemente verso la storia della buona notte che sarà, eccerto, una storia da brividi. Ci siamo. 
Da questo momento in poi il libro ha una tavola a sinistra di Heidelbach e una a destra di Könnecke. Boris racconta storie sempre diverse, ma Celeste non sembra per niente toccata, anzi. Lo scambio di battute tra fratello e sorella è veloce, lampante, sbalorditivo. 
Tanto a sinistra il tempo pare fermo e fiabesco, così a destra il ritmo è incalzante e imprevedibile. 
Con pochi dialoghi Könnecke riesce a raccontarci esattamente come sono Boris e Celeste e qual è il loro rapporto: Boris è al bivio che lo porterà nel giro di poco nel mondo degli adulti, è agli sgoccioli dell’infanzia, Celeste invece è nel pieno dell’esplosione bambina: pare ascolti Boris e invece va a chiedergli di un particolare (apparentemente?) insignificante, improvvisamente si mette a saltare, a urlare, a giocare, piange, ride a crepapelle, si intenerisce è incontenibile nella sua imprevedibilità. 


Boris ha un obiettivo chiaro e preciso, Celeste sguscia via ogni secondo: due infanzie ben diverse raccontate in modo magistrale e divertente. 
Boris alza sempre più il tiro delle sue storie, lasciandosi alle spalle la paura di non far addormentare la sorella, ma raccogliendone la sfida (questo fanno i fratelli!). Tanto più lui diventa davvero il maestro dell’horror, tanto più lei si stacca dalla realtà per entrare in pieno nel mondo della sua fantasia. Boris e Celeste lottano a colpi di storie e alla fine Celeste avrà l’ultima parola: si sono divertiti in questa lotta. 
Continuo a pensare, Carla, che Boris e Celeste siano un po’ come Könnecke e Heidelbach e che anche loro si siano divertiti. 
Ma ci siamo divertite anche noi. Vorrà dire qualcosa? 

La genesi di questo libro nasce nella testa di Nikolaus Heidelbach e nasce dalla constatazione di una rivalità, un po' simile a quella tra Boris e Celeste, che di fatto esiste tra i due autori. 
Si conoscono e si stimano da più di vent'anni, ma le loro storie, i loro libri sono in qualche modo in competizione. Sempre. 
Condividono un genere - il libro illustrato - e un pubblico - i bambini. 
Così un giorno Heidelbach ragiona sul fatto che sarebbe divertente mettere sulle pagine di uno stesso libro la loro competizione. Suggerisce un soggetto all'amico Ole: un fratello maggiore racconta storie a una sorellina, che però si annoia. A questo punto Ole corregge di poco il tiro, suggerendo all'amico che le storie raccontate dal fratello maggiore siano tutte storie di paura. I due si mettono a lavorare in parallelo: Heidelbach aveva già un testo, ma quando gli arriva quello di Könnecke il suo si accartoccia e si butta da solo nel cestino. 
La cosa che convince entrambi a mettersi vicini sulla pagina è il senso finale dell'intera storia, ossia l'innegabile piacere che si prova nell'aver paura. Sensazione che i grandi sembrano voler negare, ma che invece i ragazzini cercano come l'aria. 
Se questo è lo scheletro, è inevitabile che a uno tocchi l'aspetto perturbante e all'altro la comicità della situazione. In questo senso, Heidelbach, ha dichiarato, si sente molto riconoscente nei confronti dell'amico e del suo testo così ricco, per il materiale così vario che gli mette a disposizione: fantasmi, animali giganti, figure deformi, creature che stanno nell'ombra, piante carnivore, draghi figure di pietra inquietanti, dame senza testa. E via andare... 
Così come si è creato uno felice scambio tra Colonia e Amburgo, così altrettanto naturalmente ne è nato uno tra Cantù e Roma. Io, per storia personale e affinità elettive, scrivo di Heidelbach e delle sue creature ad acquerello, ossia guardo solo le pagine di sinistra che, già solo a vederle affiancate, stridono un bel po' con il fumetto che occupa quelle di destra. A destra, un costante cicaleccio, a sinistra invece incombe il silenzio, un silenzio pieno di presagi. 
Si susseguono le tipiche immagini 'frizzate' di Heidelbach nell'istante prima che qualcosa succeda. 


La bambina sul ponte di corda ha davanti un fantasma, ma la cosa che più terrorizza, ovviamente non è il fantasma, ma è quella lama di coltello luccicante che la ragazzina brandisce volitiva. Cosa potrebbe tagliare? Le corde del ponte o il tessuto bianco del fantasma? 
Ecco, l'Heidelbach che conosciamo e amiamo e che tanto solletica i ragazzi e tanto destabilizza i grandi. Quel suo dono innato di saper essere, con un segno serissimo e sapientissimo, ironico, addirittura comico, ma nel contempo inquietante. Indubitabilmente attraente. 
Se Könnecke gli offre con il testo un rospo gigante, Heidelbach se lo immagina incombente e silente alle spalle di una ragazzina, così piccola che ha bisogno di uno sgabello per cuocere la sua padellata di zampe di rana... ignara. 
Per ogni tavola, si rinnova il perturbante, molto più che la paura pura, che si percepisce nell'immagine nel suo complesso, ma che spesso trova conferma negli sguardi in tralice dei protagonisti in scena: uno su tutti quello della principessa in posa che di quel bel fiore rosa, citato nel testo, avverte la potenziale e imminente pericolosità. 
Ah, Heidelbach e questa sua straordinaria capacità di lavorare sul dettaglio, su quell'angolino che nessuno aveva notato, per creare il brivido: un cubetto di ghiaccio lungo la spina dorsale, qualsiasi cosa disegni. Altro che i racconti di Boris che non incantano neanche Celeste... 
Quella bambina che nuota ignara di ciò che la profondità dell'acqua nasconde, è lui stesso a raccontarlo, ha qualcosa di orrorifico ma anche di molto sensuale: il modello ispiratore, per questa immagine in particolare, ci dice Heidelbach, è stato un film degli anni Cinquanta che in Italia è uscito con il titolo Il mostro della laguna nera. Va da sé che l'autore tedesco ne consiglia caldamente la visione... 


E dunque Valentina cara, mi pare così inaspettato e nello stesso tempo divertente essere qui a scrivere a quattro mani con te di uno dei miei autori preferiti che si è messo in coppia con un altrettanto amato autore, che qui, solo apparentemente, fa la parte di quello "lieve" e "scanzonato", ma al contrario si dimostra ancora una volta un profondo conoscitore delle emozioni che attraversano l'infanzia. E non solo. 
Dunque: divertimento e sorpresa, per questo pezzo di strada che facciamo assieme, credo abbiano guidato anche quei due. Così diversi nei loro linguaggi figurativi, così diversi nei loro testi eppure felicissimi di essere assieme. Un po' come capita a quei due fratelli così agli antipodi, eppure imprescindibili l'uno per l'altra e viceversa. Così come il "mio" Heidelbach, si sente riconoscente nei confronti di Könnecke per quel testo così stimolante e divertente, e per quei disegni così pieni di tenerezza e attenzione per l'infanzia, così io ti sono grata di aver accettato, in quel giorno di metà novembre in cui mi whatsappavi Heidelbach secondo me è tuo, di scrivere questa recensione a 4 mani. 
Chiuderei così: Könnecke e Heidelbach han dichiarato che se non fossero stati assieme mai ce l'avrebbero fatta. Possiamo pensare lo stesso di noi? 

Valentina & Carla 

"Niente draghi per Celeste", Nikolaus Heidelbach, Ole Könnecke
trad. Chiara Belliti, Beisler editore 2024

lunedì 1 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA SPIAGGIA

Storie da spiaggia
, Edward Marshall, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2024 


NARRATIVA  ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 
 
“'Volete sentire una storia?' chiese Lolly. 
'Ho portato il mio libro di lettura.' 
'Ottima idea' risposero i suoi amici. 
Il ratto vide il gatto e il cane. 'Io li vedo' disse il ratto. 
'Io vedo il gatto e il cane.' 
Il cane e il gatto videro il ratto. 'Noi vediamo il ratto' dissero. 
E questo è tutto. 
'E questa sarebbe una storia?' chiese Sam. 'Tutto qua?' chiese Spider.  'Tutto qua' rispose Lolly. 
'Non mi è piaciuta per niente' disse Sam. 
'Banale' disse Spider. 
'Io potrei inventare una storia molto più bella!' affermò Sam. 
'Figurati!' disse Lolly." 

Parte la sfida! In tre sulla spiaggia dove hanno appena fatto un lauto picnic a base di hot dog e limonata, non possono ancora fare il bagno. L'alternativa potrebbe essere quella di fare un pisolino, ma è verosimile che tre ragazzini, Lolly, Sam e Spider, apparentemente soli sulla spiaggia possano diligentemente riposare all'ombra aspettando l'ora canonica? L'idea di far correre il tempo, leggendo una storia viene a Lolly che in spiaggia si è portata il suo libro di lettura. 
Peccato che la storia sia quella storia! 


Così Sam lancia la sfida e racconta la sua di storia, a patto che essa contenga esattamente gli stessi personaggi di quella di Lolly: ratto, gatto e cane. Facile. 
La storia è più lunga, più avvincente, piena di suspense, mentre quella di Spider, il terzo sfidante, è un vero e proprio horror. 
Come è naturale che sia, corte o lunghe, banali o piene di sorprese, tutte e tre vengono presto dimenticate, sorpassate dal gioco successivo. 
E questo è tutto. 

Che cosa fa di una storia, una buona storia? Le teorie sono moltissime e ruotano intorno a ingredienti tra loro molto differenti. 
Niente pistolotti, qui. Dico solo che per me la storia, perché io la consideri buona, deve essere soda a tal punto che mi diventi impossibile non sbatterci contro e, dopo l'impatto, farmi deviare, magari anche di un nientino, rispetto a quella che era la mia traiettoria originaria, ossia quella lungo la quale navigavo, prima di incontrarla, leggerla, ascoltarla. 
Insomma, in estrema sintesi, una buona storia mi dovrebbe portare dove non sapevo di voler (poter, saper ecc.ecc) andare. Come arrivarci e cosa farmi vedere durante il cammino lo faccio scegliere a chi scrive. Mi fido. 
In questo librino che negli Usa consigliano come 'palestra di allenamento' per primi lettori, Marshall - da Edward e da James -si toglie il gusto di raccontare - un po' come se fossero suoi 'esercizi di stile' tre diverse versioni di come un gatto,  un topo,  un cane si trovino a passare una porzione del loro tempo insieme. 
Curiosamente, sullo sfondo fa esattamente la medesima cosa: racconta, in una sorta di storia cornice, con la sua consueta andatura scanzonata, tre tipi da spiaggia, in balìa di se stessi che si trovano a passare, anche loro, una porzione del loro tempo insieme. Chi con gli occhiali da sole, chi con la paglietta, chi con un improbabile palloncino... E gli sguardi di Marshall fanno il resto.


Ora come ora, mi parrebbe davvero difficile scegliere quale delle tre piccole storie sia la migliore. La prima, quella di Lolly, è un meraviglioso nonsense. E, nonostante Spider la bolli come banale, non lo è affatto. E meno male che è scritta nel suo libro di lettura, perché a inventarla dal nulla e poi recitarla agli altri ce ne sarebbe voluto. E senza incepparsi. Provare per credere. 
Allora il nonsense ci porta in una direzione molto amata dai più piccoli che tanto più le cose sono strambe, tanto meglio è. I ragazzini maneggiano la follia e l'assurdo molto meglio di qualsiasi adulto e soprattutto non si spaventano, anzi prediligono, la stringatezza dei fatti, che mi consta essere peculiarità del ragionamento 'naturale' dell'infanzia. Almeno di quella dei tempi di Marshall. Seconda storia, quella di Sam. Una perfetta costruzione per accendere la curiosità di un lettore: la suspense. Mille volte ho scritto di come alcuni - per esempio Klassen in Questo non è il mio cappello - lavori come Hitchcock. 


Qui accade lo stesso: tutti sanno - tutti tranne il ratto - che il cibo preferito di un gatto è appunto un ratto. Per tutto il racconto di Sam fremiamo all'idea che quel gatto prima o poi lo inghiotta. Ma... il colpo di scena finale spariglia tutto e tutti - tranne Spider che avrebbe preferito un finale sanguinario - ridono rilassati. 
Il lieto fine, ci insegna Marshall nella sua lezione sulle buone storie, può andare bene per alcuni, ma va detto che se tutto invece finisse in tragedia sarebbe ancora meglio... 
Che tipo sia Spider è intuibile e quindi la storia che esce dal suo immaginario e dalla sua bocca è perfettamente in linea con il personaggio: un crescendo per gente dura dai nervi saldi... 


E questo è tutto. 


 Carla

venerdì 6 ottobre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


INQUIETANTI STORIE DI PAURA


Biancoenero editore, casa editrice specializzata per l’utilizzo del font ad alta leggibilità, ha inaugurato una nuova interessante collana dal titolo Fifa Blu, storie di paura indirizzata a lettrici e lettori sopra i dieci anni. Doppiamente meritorio, perché amplia l’offerta editoriale in quello che ingiustamente viene considerato un ‘genere’ minore, il thriller o l’horror; e poi perché risponde alla domanda di letture ‘facilitate’, che non viene solo da lettrici e lettori dislessici, ma anche semplicemente lettori ancora alle prime armi, per vari motivi, a prescindere dall’età.
Ne ho scelti due, entrambi abbastanza paurosi e per la medesima fascia d’età, sopra i dodici anni: ‘Così imparate a uscire di notte’ di François Gravel e Martine Latulippe, e ‘Uccelli del malaugurio’, di Jocelyn Boisvert; gli autori sono franco-canadesi e propongono testi non troppo lunghi, ma ad alta intensità di paura.


In breve, le trame: ‘Così imparate a uscire di notte’, tradotto da Gabriella Baldanzi, vede come protagonisti Olivier e la sua amica Matilde, che una sera, mentre gironzolano indecisi se andare ad un festa oppure no, capitano in un cantiere, nella cui recinzione è stato praticato un foro. La curiosità è grande e i due non resistono alla tentazione di dare un’occhiata; in una buca spunta uno zainetto giallo, che contiene diversi oggetti, fra cui una bussola che sembra rotta e una maglietta verde a fiori. Il tutto sembra appartenere a una bambina, ma non una bambina qualunque: potrebbero essere oggetti appartenuti ad Iris, una bimba scomparsa anni prima. Interrompe le loro ricerche un uomo, all’apparenza un guardiano, che li avvicina tenendo al guinzaglio un temibile rottweiler. I due ragazzi, intimoriti, se la danno a gambe, lasciando lì lo zainetto, ma portandosi dietro la maglietta e la bussola.
L’uomo misterioso, di cui apprendiamo da subito le terribili propensioni omicide, segue Matilde fino a casa sua e sembra avere le peggiori intenzioni, che il lettore scopre nelle pagine, a fondo nero, a lui dedicate. Per fortuna arriva il lunedì e prima Olivier, poi Matilde, parlano con la polizia, che viene messa sulle tracce del colpevole di un caso irrisolto.
Naturalmente la storia non finisce qui e tiene incollato alle pagine anche il lettore o la lettrice più distratti; le pagine hanno l’aspetto di un dossier della polizia, riportando le deposizioni dei due ragazzi. Ci sono diagrammi, foto, ricostruzioni più o meno recenti, pagine di deposizioni e del diario di Matilde.


L’altro, ‘Uccelli del malaugurio’, tradotto da Flavio Sorrentino, rimanda chiaramente al capolavoro cinematografico di Alfed Hitchcock, ‘Gli Uccelli’. Qui, abbiamo una famiglia in vacanza, che si sta dirigendo verso un selvaggio Parco Naturale, naturalmente in Canada. La strada che percorrono, lontana dall’autostrada, è pressoché deserta, mentre all’orizzonte compaiono nubi tempestose. La singolarità è rappresentata dal fatto che alcuni uccelli, grigi e neri, sembrano seguirli. Appena decidono di fare una breve sosta, Dan viene spiato da un uccello e, successivamente, si scatena un vero e proprio attacco nei confronti della macchina, che nel frattempo ha finito la benzina. Gli uccelli si sono radunati e in questo caso, lo stormo di storni non evoca riflessioni fisico-filosofiche, ma una grande paura. Dan, il più piccolo, Dafne, la sorella maggiore quattordicenne e i genitori sono chiusi in macchina, mentre si avvicina la tempesta. Non si può davvero svelare lo sviluppo della narrazione, che scorre veloce e intensa. Qui la Natura, ben lungi dall’essere idilliaca, mostra il suo lato più inquietante e misterioso, quello che alimenta leggende e storie di paura, come questa.


Entrambi i romanzi, brevi il giusto, hanno una struttura lineare e una narrazione diretta, semplice, senza complessità linguistiche e strutturali. Oltre al font, hanno un’impaginazione vivace, arricchita dalle illustrazioni. Rappresentano una bella novità, che incontrerà sicuramente il favore di un pubblico finora poco ascoltato.
Consiglio la lettura a chi, a partire dai dodici anni, non teme orchi e uccelli neri, che almeno nei libri possono essere facilmente sconfitti.

Eleonora


“Così imparate a uscire di notte”, F. Gravel e M. Latulippe, trad. G. Baldanzi, Biancoenero edizioni 2023
“Uccelli del malaugurio”, J. Boisvert, trad. F. Sorrentino, Biancoenero edizioni 2023



lunedì 23 gennaio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL BENE E IL SUO DOPPIO


Francesco Carofiglio, non nuovo alle incursioni nella letteratura per ragazzi, inaugura una nuova serie dedicata ai Cattivi con un romanzo di difficile collocazione, ‘Mister H.’, pubblicato nella collana Up di Feltrinelli.
Tutta la narrazione è un esplicito omaggio a romanzi e autori del genere gotico, o horror: richiamato esplicitamente ‘Lo strano caso del dottor Jekyll e del Signor Hyde’, di Stevenson, fra le pagine compaiono citazioni di Poe, di Lovecraft, personaggi tratti dai romanzi di Conan Doyle e di Stoker, come se Carofiglio volesse richiamarsi idealmente a questa corposa e importante eredità nell’indagare il confine fra il Bene e il Male.
Il protagonista di questa storia, Leonardo Byron Palamides, è un giovane londinese di ritorno, nel 1929, in patria dopo un soggiorno negli Stati uniti, dove ha avuto modo di frequentare il maestro Houdini; a Londra invece, ritorna agli studi di medicina e di quella nuova corrente di pensiero analitico che risale a Jung. Il giovane è affascinato dal mondo dei sogni, e degli incubi, e in qualche modo attratto da quello che chiameremmo paranormale. A trascinarlo nel mondo al di là della realtà è una giovane paziente, Lilith, che pare essere in connessione con il mondo dei morti.
Quello che viene volontariamente o meno evocato è qualcosa che attiene al caso di Jekyll e Hyde, la coesistenza nello stesso corpo di due personalità, di cui una votata felicemente al Male.
Lo stesso protagonista si sente travolto da forze interiori che lui stesso pensava di ignorare: siamo a pieno nel territorio del perturbante, in cui è difficile distinguere sogni, incubi e realtà, proiezioni e azioni, impulsi e scelte razionali e, ovviamente , il Bene dal Male.
‘Cattivi. Mister H.’ è una storia gotica, densa di apparizioni, segnali ambigui, personaggi che alludono a mondi paralleli; e come tale andrebbe letta da lettrici e lettori giovani, probabilmente non in grado di raccogliere le molliche di pane, i segnali che qui e là richiamano altre storie, a una tradizione letteraria che ancora non hanno avuto il modo di esplorare, se non in parte.
Nello stesso tempo è una lettura intrigante per chi quelle letture le ha fatte, le ha sedimentate, sono entrate a far parte anche del lessico quotidiano.
Il tema è inquietante, andando a esplorare quell’ambiguità che è propria di ciascun essere umano, in cui convivono pulsioni e tendenze contraddittorie; così come è inquietante il mondo onirico, altrettanto è la realtà in cui si muovono persone crudeli e senza scrupoli.
Dicevo all’inizio che si tratta di un romanzo di difficile collocazione, proprio per i diversi livelli di lettura che lo contraddistinguono; un passaggio nel genere horror, un invito a esplorare la letteratura che questo genere ha nutrito, per i lettori più giovani; una interessante rivisitazione di un genere per il lettore o la lettrice più esperti.
Attualizzare Mister Hyde e portarlo nella Londra degli anni ‘30 è uno spunto interessante che piacerà a lettrici e lettori di almeno quattordici anni.

Eleonora

“Cattivi. Mister H.”, F. Carofiglio, ill. di D. Fachechi, Feltrinelli 2022



venerdì 26 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PONTE DEL DIAVOLO


Daniele Nicastro, nel suo inquietante ‘Il ponte dei cani suicidi’, pubblicato da Pelledoca editore, compie un’eccellente operazione di sincretismo, mettendo insieme due leggende, entrambe basate su tradizioni antiche, per dare vita ad un’autentica storia di paura.
La prima è legata ad uno dei tanti ponti ‘del Diavolo’, in questo caso quello sul fiume Lys, in Val d’Aosta. Qui c’è una bella leggenda riguardante la contesa fra San Martino e il Diavolo, che pretendeva vittime per concedere il passaggio sul ponte; Diavolo che naturalmente viene gabbato dal Santo, grazie al sacrificio di un cane. L’altra è invece di origine scozzese e riguarda un ponte da cui si sarebbero lanciati numerosi animali, fra cui parecchi cani.
Nel paese in cui è ambientata la nostra storia, in effetti i cani spariscono. Ad indagare su questo mistero sono una ragazza, Serena, ambientalista in erba, e Martino, nomen omen, un undicenne ipo udente con un meraviglioso meticcio al guinzaglio, Rumo.
Martino è un personaggio particolarmente interessante, una sorta di anti-eroe, che spesso si sottrae alle prove che il destino gli riserva, ma nello stesso tempo è determinato a risolvere l’enigma dei cani scomparsi. Martino non sente bene, ha gli apparecchi acustici e si aiuta leggendo le labbra delle persone, ma sente la voce della Bestia che emerge dalle oscurità del ponte quando gli si avvicina con il suo cane. La Bestia vuole proprio lui e fino a che non potrà averlo si prenderà i cani del paese.
I due ragazzi brancolano nel buio, non sanno spiegarsi le sparizioni di cani, i salti nel vuoto di alcuni di loro e quindi cercano consiglio prima nel folklore, con la leggenda del ponte del Diavolo, poi nella scienza, ma non riescono a trovare una soluzione. Non resta per Martino, se vuole salvare almeno Rumo, che affrontare le sue stesse paure, combattendo quella Bestia oscura che simboleggia tutto ciò che non conosciamo o non comprendiamo.
Può far conto sulla sua amica Serena, che quanto a coraggio e determinazione lo sovrasta decisamente, e su un amuleto per affrontare lo scontro finale.
Gli adulti in questa storia sono personaggi di contorno, che assistono, il più delle volte, senza capire. Ma, d’altra parte, questa dell’undicenne Martino, è una storia di formazione, di crescita, in cui il perno narrativo è rappresentato dalla necessità di affrontare le proprie paure per poter affrontare poi le prove che la vita sottopone.
L’ambientazione invernale, il buio, la pioggia rendono ancor più cupa la storia che sembra avvolgere i personaggi in un gelido abbraccio.
Questa è una storia di paura e l’autore lo dichiara, a partire dall’incipit; è una storia in cui non tutto si risolve, non tutto viene chiarito, proprio perché si muove in una zona d’ombra al confine fra il razionale e l’irrazionale. E questo è sicuramente un suo pregio, lasciando a lettrici e lettori il compito di interpretare il testo; un altro punto di forza sta proprio nel protagonista, nella sua fragilità e nei suoi dubbi.
La lettura è consigliata a ragazze e ragazzi capaci di specchiarsi nelle proprie paure, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Il ponte dei cani suicidi”, D. Nicastro, Pelledoca editore 2022



mercoledì 3 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SEGRETI INQUIETANTI


Il romanzo breve di Thórarinn Leifsson, ‘Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici’, pubblicato da Salani, è improntato a quello che comunemente chiamiamo humor nero: la storia che racconta, infatti, potrebbe essere in chiave horror, se non avesse un impianto nettamente umoristico.
Sidda e suo fratello nascondono un terribile segreto, anche se la loro più grande aspirazione sarebbe vivere una vita normale, normalissima: il loro papà, Björn, non è solo stravagante, alieno a qualsiasi forma di igiene, dotato di un ventre prominente, esibito in ogni occasione; lui è un cannibale, un vero cannibale che sfrutta ogni occasione per mangiarsi qualche essere umano.
I due ragazzini sono molto combattuti fra l’affetto e l’orrore, ma direi più il disappunto per le abitudini alimentari del genitore. La mamma lavora tutto il giorno, come venditrice telefonica di qualsiasi prodotto, e annega nel super lavoro la frustrazione di non essere riuscita a far cambiare abitudini alimentari al marito.
Sul conto di Björn indaga un investigatore, chiamato da tutti, e per ovvi motivi, Viddi Nicotina, che inutilmente cerca prove relative alla sparizione di numerose persone, fra cui il coordinatore scolastico dei ragazzi.
Ma alla fine arriva la goccia che fa traboccare il vaso della pazienza familiare: Björn cerca di infilare nel forno il grasso, appetitoso amico dei figli, Bjössi. A quel punto, cade qualsiasi complicità e i figli denunciano il padre, che viene processato e condannato a morte. Inutile dire che escogiterà una fuga degna del suo stile, preparata mangiando fagioli e verdure marce in quantità industriale.
Lo stile di Leifsson, apprezzato scrittore e illustratore islandese, è volutamente grottesco, intriso di sottolineature dei caratteri dei personaggi volte all’assurdo; d’altra parte fornisce una galleria di personaggi tutti votati all’eccesso, con l’eccezione dei due protagonisti, che tanto aspirano alla normalità.
Se per certi versi può ricordare Roald Dahl, personalmente mi ha ricordato tanto la famiglia Dalverme del romanzo ‘Matilde’, mi sembra in realtà più vicino a Walliams, per esempio  ‘Zia malefica’ o ‘Polpette di topo’: con l’autore inglese condivide la sottolineatura caricaturale dei personaggi e delle situazioni, con ampio uso di situazioni repellenti e disgustose, che peraltro fanno tanto ridere ragazzini e ragazzine intorno ai dieci, undici anni.
Il sottotesto viene esplicitato dall’autore più o meno a metà romanzo, in un passaggio in cui accenna a tutti quei segreti inconfessabili che i genitori nascondono ai propri figli: senza pensare agli eccessi, è sufficiente pensare alle bugie, alle ipocrisie, ai piccoli delitti quotidiani che contraddicono l’immagine dei genitori come persone irreprensibili.
In ogni famiglia ci sono segreti, piccoli e grandi, e in genere non è piacevole per i figli scoprirli. Meglio, quindi, riderci su, pensando a situazioni davvero imbarazzanti.
La lettura è divertente, scorrevole e breve, indicata per questi giorni di vacanza che non vogliono troppo impegno per lettrici e lettori di almeno dieci anni.

Eleonora


“Il segreto di papà. Romanzo per ragazzi con genitori problematici”, T. Leifsson, trad. S. Cosimini, Salani 2022