Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leggende. Mostra tutti i post

mercoledì 22 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DELL'INQUIETUDINE

Storie quasi di paura, Kotryna Zilė (trad. Adriano Cerri) 
Emons Edizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 9 anni)

"Avanzava lentamente, con la testa sollevata. Le corna era due tronchi ripartiti in tanti rami sui quali gli uccelli stavano appollaiati. Sembrava enorme. E in effetti lo era. Sulla fronte, lo spazio tra le corna risplendeva d'una luce accecante, come se vi avessero piazzato la lampada di un faro. O il potente fanale di una jeep. 
'Elzè?' 
'Lo vedo.' 
Si fermarono entrambe. Parlavano con gli occhi piantati su quel superbo Cervo. Dovevano proteggersi gli occhi dalla luce emanata dalla fronte dell'animale. 
'Cos'è quello?' 
'Che ne so?' 
'Caspita, però, quant'è grande!' 
'Già'." 

Elzè, tredici anni e sua sorella Greta, otto, da sole, stanno facendo quello che una tradizione lituana della vigilia di Natale richiede: girare per tre volte, sempre a sinistra, intorno alla propria casetta. La loro non è propriamente una casetta, ma un palazzone di dodici piani. E mentre son lì che girano in tondo, al freddo e allo scuro, incrociano questo grande animale che cammina, altero. Enorme a tal punto da finire con le sue corna a toccare fili dell'alta tensione dei filobus. L'elettricità dei due cavi fulmina il grande cervo che prima si ferma e poi stramazza al suolo in un sussulto. Gli uccelli restano lì. Le due bambine si avvicinano con cautela per vedere se sia morto. E mentre si avvicinano e sembra loro di vederlo respirare, sentono anche una voce: un uomo sta correndo verso di loro e verso il cervo a terra. E' il guardiano del deposito, Barnardas... 
Questa è la loro storia: natalizia e magica quanto basta. Quella di due bambine che, sole alla vigilia di Natale, trascorrono un Natale diverso e magnifico, insieme a quel guardiano premuroso e abile riparatore di molte cose oltre ai filobus, e a un cervo che potrebbe star meglio. E forse ci riesce. 

Il deposito dei filobus è una delle dieci storie, ammantate di scuro e attraversate da un brivido gelato. Tutti e dieci i racconti sono tenuti insieme da un nesso che li lega alla tradizione lituana, tra mito e leggenda, tra fiabe popolari e racconti favolosi. 


Tutti e dieci i racconti sono scritti e tradotti con sapienza e grazia. 
Tutti e dieci racconti toccano questioni ancestrali. 
Ciascuna storia parte da un nucleo originario rappresentato dai racconti che il padre di Kotryna, un signore dai lunghi baffi spioventi, le faceva quando lei era piccola. Presumibilmente, turbandola quel tanto da renderne il ricordo indelebile. 
E infatti, a distanza di anni, ciascun racconto paterno è poi diventato a sua volta qualcosa d'altro: una storia del tutto diversa, spesso ambientata nel contemporaneo ma che con il nocciolo originario condivide l'atmosfera ombrosa, misteriosa, magica. Continuando a turbare e a rimanere altrettanto indelebile. 
Insomma, quel "quasi" che anticipa la parola paura, non rilassi nessuno. Anzi, abbia il compito di accentuare il senso di incertezza che, a ben vedere, è quello che si rivela più perturbante di qualsiasi orrendo mostro o strega crudele. 


Qui siamo in quella dimensione ambigua, dell'inquietudine, in cui tutto potrebbe accadere. La trepidazione, il turbamento, nelle narrazioni, spesso e volentieri, si genera camminando su un sottile filo tagliente che segna il confine tra la realtà e il possibile. E' una cosa diversa dalla paura, che tutto sommato, funziona come un interruttore 'salvavita' che mette un persona nella condizione di autoconservarsi. O almeno nel tentare di farlo. 
E per rimanere ancora un momento sulla questione del filo, non si può non dire due cose sulle illustrazioni del lato 'grafico' della medesima Kotryna. 
Rigorosamente in bianco e nero, va da sé, sono disegni in cui, con un preciso programma, nulla appare con chiarezza e precisione: un segno tremante, un filo appunto, a prima vista poco più che uno scarabocchio che si muove come il volo di un insetto, spesso punta verso una direzione per poi sterzare brusco e prenderne tutt'altra. Ma è quanto di più lontano ci sia da uno scarabocchio, perché nel frattempo crea magicamente profondità di campo e nessi di senso. E non solo. 
Figurine mai troppo regolari che sembrano uscite da una mano incerta di bambina di talento, per poi invece mostrarsi in tutta la loro sapiente resa tridimensionale: le mani, le caviglie ossute, le planimetrie di un appartamento o la profondità degli armadietti in una palestra... 


Una vera goduria, i tagli prospettici. 
Bell'intreccio, bel ricamo con il testo, bello davvero. 
E se al testo infine si torna, va detto forte e chiaro che nei dieci racconti di Kotryna Zilė questo gusto per il non detto fino in fondo, questo senso di magico e di mistero sempre latente fanno la differenza. E costituiscono un buon gancio per il lettore che con difficoltà deciderà di chiudere il libro anzi tempo. Non prima di aver cercato di capire ben bene cosa gli è stato appena raccontato. In questo dimostra una bella dimestichezza nel costruire l'architettura del racconto senza dire, se non sul finale, come stanno davvero le cose. 
Un po' come capita quando si svela la sembianza di un nuovo monumento cittadino: un grande telo lo copre, poi qualcuno ne prende una cocca e con un gesto plateale lo mostra a tutti. E partono gli applausi del pubblico stupefatto e pieno di meraviglia. Ecco, qualcosa del genere accade spesso anche qui. 
Così succede in Latte, La piscina, Prossima fermata, per citarne tre, tra i miei preferiti. 


Poi arrivano i racconti ispiratori, quelli del papà e allora, come per incanto, tutto va a comporsi in un quadro chiaro, anche se spesso ben pieno di magia. 
Essi hanno il dono di fare luce, appunto, hanno il tono della chiacchiera tra amici e l'obiettivo non dichiarato di stemperare tutta la tensione. Per poi riaccenderla al racconto successivo. 
Gran finale: in qualsiasi sequenza di racconti nasce spontanea la gara per il preferito. E anche questa volta è andata così. 
Su tutti ce n'è uno che mi sembra brillare più di ogni altro, per profondità di sguardo e per umanità, parola da intendersi qui nella sua doppia accezione: L'armadio. 


Su questo, per altrettanto profonda disumanità, tacerò. 

Carla

venerdì 26 agosto 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PONTE DEL DIAVOLO


Daniele Nicastro, nel suo inquietante ‘Il ponte dei cani suicidi’, pubblicato da Pelledoca editore, compie un’eccellente operazione di sincretismo, mettendo insieme due leggende, entrambe basate su tradizioni antiche, per dare vita ad un’autentica storia di paura.
La prima è legata ad uno dei tanti ponti ‘del Diavolo’, in questo caso quello sul fiume Lys, in Val d’Aosta. Qui c’è una bella leggenda riguardante la contesa fra San Martino e il Diavolo, che pretendeva vittime per concedere il passaggio sul ponte; Diavolo che naturalmente viene gabbato dal Santo, grazie al sacrificio di un cane. L’altra è invece di origine scozzese e riguarda un ponte da cui si sarebbero lanciati numerosi animali, fra cui parecchi cani.
Nel paese in cui è ambientata la nostra storia, in effetti i cani spariscono. Ad indagare su questo mistero sono una ragazza, Serena, ambientalista in erba, e Martino, nomen omen, un undicenne ipo udente con un meraviglioso meticcio al guinzaglio, Rumo.
Martino è un personaggio particolarmente interessante, una sorta di anti-eroe, che spesso si sottrae alle prove che il destino gli riserva, ma nello stesso tempo è determinato a risolvere l’enigma dei cani scomparsi. Martino non sente bene, ha gli apparecchi acustici e si aiuta leggendo le labbra delle persone, ma sente la voce della Bestia che emerge dalle oscurità del ponte quando gli si avvicina con il suo cane. La Bestia vuole proprio lui e fino a che non potrà averlo si prenderà i cani del paese.
I due ragazzi brancolano nel buio, non sanno spiegarsi le sparizioni di cani, i salti nel vuoto di alcuni di loro e quindi cercano consiglio prima nel folklore, con la leggenda del ponte del Diavolo, poi nella scienza, ma non riescono a trovare una soluzione. Non resta per Martino, se vuole salvare almeno Rumo, che affrontare le sue stesse paure, combattendo quella Bestia oscura che simboleggia tutto ciò che non conosciamo o non comprendiamo.
Può far conto sulla sua amica Serena, che quanto a coraggio e determinazione lo sovrasta decisamente, e su un amuleto per affrontare lo scontro finale.
Gli adulti in questa storia sono personaggi di contorno, che assistono, il più delle volte, senza capire. Ma, d’altra parte, questa dell’undicenne Martino, è una storia di formazione, di crescita, in cui il perno narrativo è rappresentato dalla necessità di affrontare le proprie paure per poter affrontare poi le prove che la vita sottopone.
L’ambientazione invernale, il buio, la pioggia rendono ancor più cupa la storia che sembra avvolgere i personaggi in un gelido abbraccio.
Questa è una storia di paura e l’autore lo dichiara, a partire dall’incipit; è una storia in cui non tutto si risolve, non tutto viene chiarito, proprio perché si muove in una zona d’ombra al confine fra il razionale e l’irrazionale. E questo è sicuramente un suo pregio, lasciando a lettrici e lettori il compito di interpretare il testo; un altro punto di forza sta proprio nel protagonista, nella sua fragilità e nei suoi dubbi.
La lettura è consigliata a ragazze e ragazzi capaci di specchiarsi nelle proprie paure, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Il ponte dei cani suicidi”, D. Nicastro, Pelledoca editore 2022



lunedì 19 luglio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FANTASMI GIAPPONESI


Alla nuova, avvolgente ondata di amore per il mondo giapponese appartiene di diritto ‘Storie di fantasmi del Giappone’, tratto dal testo di Lafcadio Hearn con le immagini di Benjamin Lacombe. L’editore italiano, L’Ippocampo, grazie alla traduzione dal francese di Ottavio Fatica, ci regala la versione coniata da Editions Soleil.
Si tratta di un libro illustrato curato in ogni dettaglio, impreziosito dal lavoro di Lacombe che non si limita alle grandi tavole, che prendono una o due pagine, ma anche nelle piccole immagini a piè di pagina, i capolettera, come un contrappunto visivo alla narrazione evocativa e misteriosa di Hearn.
La biografia dello scrittore è singolare: irlandese, nato in Grecia nel 1850 e poi vissuto in Irlanda e negli Stati Uniti, dove iniziò la sua attività di giornalista. Viaggiò molto anche per lavoro e così approdò in Giappone, dove mise definitivamente radici, sposando la figlia di un samurai e naturalizzandosi con il nome di Yakumo Koizumi. Il rapporto con il Giappone e le sue tradizioni non fu affatto superficiale e quindi i suoi testi dedicati alle leggende nipponiche hanno un grande valore, tanto da ispirare anche film e opere teatrali.
 

I racconti raccolti in questo volume sono abbastanza eterogenei: si parla di fantasmi, di vampiri le cui teste si separano dal corpo, nottetempo, per andare a caccia di vittime, di folletti feroci, di anime perdute che richiedono l’adeguata sepoltura, di amori che attraversano i secoli, inseguendo le successive reincarnazioni.
Si tratta, in generale, di racconti tradizionali, alcuni dei quali hanno delle consonanze nelle nostre fiabe o in alcuni miti.
Ho trovato particolarmente originale ‘Il ragazzo che dipingeva gatti’, il cui protagonista sconfigge, del tutto inconsapevolmente, un folletto, in realtà ferocissimo, grazie ai suoi gatti dipinti, che nottetempo prendono vita e si trasformano in predatori ancora più feroci.
 

Assolutamente spiazzante, invece, ‘Sulla montagna di crani umani’, che racconta di una scalata raccapricciante sulle pendici di un monte fatto di teschi umani; un maestro buddhista mostra al suo allievo quell’infinità di crani, che non sono altro che l’espressione dei desideri, dei fallimenti, delle imprese delle sue vite precedenti.
Più familiari le storie d’amore impossibili fra umani e creature misteriose, rigorosamente femminili, che incarnano anime in pena in attesa del loro amato, che per raggiungerle non può che varcare la soglia del tempo.
Lacombe si trova a suo agio in questo immaginario, fra l’horror e l’amore romantico; asseconda il racconto, adattando il suo stile ad alcuni stilemi della pittura giapponese.
Dunque suggestioni molto diverse, che qua o là ricordano alcuni aspetti delle storie di fantasmi, di cui la letteratura anglosassone è così ricca: anime in pena, vendicative, ossessive, che entrano ed escono dalla vita dei comuni mortali, sono sicuramente atmosfere che riscuotono un grande interesse nei lettori più accorti di manga, nuovamente in grandissima crescita.
 

Credo che ad apprezzare questo libro saranno soprattutto i ragazzi e le ragazze che si sono maggiormente calati nella cultura giapponese, e non sono pochi. Ma ne consiglio la lettura anche a chi voglia farsene un’idea, attraverso un libro di grande pregio.
 
Eleonora


“Storie di fantasmi del Giappone”, L. Hearn, ill. di B. Lacombe, L’ippocampo 2021





mercoledì 21 settembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA SECONDA POSSIBILITÀ


Il mostro di Jacob, Eric A. Kimmel, Jon J. Muth (trad. Rosanella Volponi)
La Giuntina 2016

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Jacob non si comportava sempre bene. È vero: le sue colpe non erano gravi. Si trattava di piccole, comuni trasgressioni: una promessa non mantenuta,il perdere la pazienza senza alcun motivo, qualche piccola bugia qua e là.Ma diversamente dalle altre persone Jacob non si pentiva mai di ciò che faceva. Non si scusava mai e non chiedeva perdono a nessuno. "

Ma Jacob aveva un altro cruccio. Lui e la sua brava moglie non avevano figli. Così decisero di farsi aiutare da un rabbino, un saggio, un uomo giusto. 


Il fatto è che Jacob si comportò senza la minima gentilezza anche con il vecchio. D'altronde Jacob non si faceva troppi scrupoli di coscienza: si liberava ogni venerdì senza alcun rimorso dei suoi errori, spazzandoli via nella sua cantina, e poi una volta all'anno, in occasione del Capodanno, li riuniva tutti in un grande sacco e li trascinava al mare, per poi abbandonarli nell'acqua.


Il saggio, nonostante i modi rudi di Jacob, decise di assecondare il desiderio della moglie e dopo un anno arrivarono due gemelli. Ma come sempre accade, mise sull'avviso Jacob che se avesse continuato a comportarsi così, sarebbe avvenuto il peggio. Il mare non avrebbe più sopportato e allo scadere dei cinque anni si sarebbe vendicato...


La seconda possibilità Jacob la seppe cogliere, fortunatamente. Seppe, anche se in extremis, provare un vero dispiacere per tutte le piccole cattiverie accumulate negli anni e buttate nel mare. E seppe essere generoso. Seppe strofinare la sua anima fino in fondo, lavandola da ogni vecchia e cattiva abitudine. La pulì così come la pioggia lava l'acqua del mare.


Migliorare si può. Magari se ne è capaci solo di fronte al disastro che sta per investirci, ma anche solo a un minuto prima della fine, possiamo decidere di cambiare strada.
Leggenda della tradizione chassidica, Il mostro di Jacob, come si apprende leggendo la nota dell'autore che chiude il libro, affonda le sue radici in diverse tradizioni ebraiche, prima fra tutte quella di riunirsi sulla riva del mare per recitare versetti che riguardano il pentimento e il perdono.
Se da un lato a questo racconto vanno riconosciuti alcuni caratteri precipui delle narrazioni ebraiche, prima fra tutte l'ironia, dall'altro il tema trattato valica questi confini e diventa universale, nella sua saggezza.
Ed è in questo che riconosco il suo più grande merito. Jacob è specchio di una porzione di umanità. E la sua storia appare 'trasparente' per chiarezza e semplicità di esposizione. 
Chiarezza e trasparenza, così come sottile ironia, le riconosco allo stesso modo nelle tavole ad acquerello di un grandissimo talento dell'illustrazione, per la prima volta qui pubblicato in Italia.
Artista statunitense, Jon J. Muth, ha collezionato finora una valanga di prestigiosi premi, tra cui anche il Caldecott Honor per il suo Zen Shorts. Musicista, scultore e pittore, si guadagnava da vivere come fumettista, ma alla nascita dei suoi figli, dichiara di aver avuto d'improvviso una diversa visione del mondo che negli albi illustrati ha trovato esito naturale e felicissimo.


Pieno di attenzione per i dettagli e allo stesso tempo sintetico -al pari del testo- Muth domina la tecnica dell'acquerello (e delle ecoline) come di rado si è visto. Meno fiabesco della Zwerger, ma almeno altrettanto talentuoso, dimostra una sensibilità per lo spazio scenico, per l'aria di cui circonda ogni figura e ogni ambiente che 'riempie di vuoto' luminoso (o forse di silenzio) lo sguardo dell'osservatore. La sua approfondita conoscenza e diretta relazione con certa arte giapponese mi pare abbia molto a che fare con questa rarefazione diffusa.
Constatato tutto ciò, non resta che rendere merito a Giuntina di aver 'importato' un autore di questo calibro al di qua delle Alpi.
Con la speranza che finalmente anche l'Italia si accorga di lui.

Carla

martedì 3 novembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GIOCARE D'ANTICIPO 
Eneide, Carola Susani, Rita Petruccioli, 
La Nuova Frontiera, 2015


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Vi racconto di un povero eroe coraggioso e stanco, Enea, che da Troia era sul punto di approdare sulle coste d'Italia, come dal cielo gli era stato detto, non fosse che la regina degli dei Giunone voleva farlo a pezzi e gli metteva continuamente bastoni fra le ruote."

Così inizia il racconto che fa Carola Susani dell'Eneide, poema epico in dodici libri che Virgilio ha scritto tra il 31 e il 19 a.C. e che i ragazzi e le ragazze italiane fino ad oggi leggono e talvolta traducono tra le mura delle loro scuole superiori.
Pochi saranno quelli che lo leggeranno nelle diverse traduzioni e ancor meno saranno quelli che leggeranno gli esametri originali di Virgilio.
Se così è, mi pare abbastanza alto il rischio di rendere l'Eneide, o per meglio dire la storia che l'Eneide contiene, lettera morta per le generazioni future.
In questo senso, l'intento di questa operazione editoriale, piuttosto felice in molti dei suoi esiti, è quello di mettere sulle tracce di grandi classici i lettori più giovani. E di farlo in un momento del loro 'cursus honorum' di lettori leggermente anticipato rispetto all'incontro ufficiale che avverrà nella scuola. Il racconto è pensato infatti per ragazzini che di Virgilio non hanno ancora sentito parlare, né avuto a che fare con il suo latino.
Ed è qui la scommessa vincente. 

Giocare d'anticipo. In altre parole, raccontare il bello che c'è in storie che hanno attraversato secoli, senza per questo appesantirne la percezione.
Rispetto ai classici della letteratura usciti qualche anno fa nella collana curata da Alessandro Baricco, dal titolo Save the story, qui il tiro si è alzato un bel po'. A settembre è stata pubblicata La Divina Commedia, raccontata da Paolo di Paolo e ora l'Eneide, raccontata da Carola Susani. Se Paolo di Paolo non mi era parso convincente, forse perché l'obiettivo prefisso era effettivamente troppo ambizioso per lui (ma io direi che lo sarebbe stato anche per moltissimi altri autori) ora l'Eneide della Susani mi pare decisamente più apprezzabile.
Rispettata con rigore la sequenza virgiliana in dodici libri, il testo della Susani corre e scorre con leggerezza. Con sapienza calibra il ritmo, alternando il racconto al dialogo. È leggera in certe soluzioni di lessico che, occorre dirlo, non sono ammiccanti nei confronti dei ragazzi e delle ragazze che leggono, ma di diretta efficacia. Non si cade mai nel macchiettistico o nel colloquiale, ma, al contrario, il testo in prosa è così ben cadenzato che, non so come, riesce comunque a dare un'idea della metrica latina dell'originale.


Una lettura che dà spazio agli aspetti avventurosi di quel lungo viaggio per mare e sotterraneo, e che mette in luce il curioso rapporto che nell'antichità gli uomini e le donne avevano con le divinità. E, a proposito di divinità, mi paiono raccontate con la giusta ironia le piccinerie delle dee in perenne combutta e i loro battibecchi, davanti ai quali anche il potente Giove deve deporre le armi.


E poi c'è lei, Camilla, eroina che senza paura combatte cavalcando come amazzone con frecce e lance, facendo strage di nemici. Tradita dalla lancia silenziosa di Arrunte, cade lei e cadono i Latini. Reliqua legendum est! 
Una bella perifrastica passiva non si nega a nessuno...

Carla

lunedì 29 dicembre 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


MALINCONICA SIOBHAN


Della ridotta produzione di Siobhan Dowd, morta prematuramente, l'editore Uovonero fa uscire Il riscatto di Dond, testo letterario intriso del suo amore per l'Irlanda.
Nata in Inghilterra da genitori irlandesi, la Dowd ha sempre mantenuto un legame profondo con la terra d'origine, come era evidente anche ne La bambina dimenticata dal tempo.
Qui non appare la contemporaneità, niente guerre e conflitti recenti, solo l'aura magica di una leggenda fatta di amore, di morte e di mare.
Nell'isola di smeraldo vige la legge di Dond, oscura divinità marina delle profondità abissali. In tempi remoti si è redatto un patto fra questa e gli uomini: se dovesse nascere un tredicesimo figlio o figlia, in qualsiasi famiglia, dovrà essere sacrificato alla divinità, che in cambio regalerà tredici anni di prosperità.


Darra, a quanto sembra, è una tredicesima figlia e nel giorno del suo tredicesimo compleanno l'aspetta la morte, in mare, con una pietra legata al piede. In realtà tredicesimo è il fratello gemello, che la madre ha voluto salvare, grazie alla complicità di una strega. Figlio maschio, pescatore straordinario, e per questo non sacrificabile.
La verità si rivela in sogno ai gemelli e il fratello di Darra, Bawn, vuole prenderne il posto.
Il villaggio, nel frattempo, ha già deciso, la figlia femmina, di per sé portatrice di sventura, deve comunque morire.


Se questo è il destino, dunque lo affronteranno insieme; ma il cuore impietrito di una madre di fronte a questo non può rimanere indifferente e la storia avrà un altro finale, mettendo fine all'osceno patto con Dond.
Atmosfere arcaiche, ben illustrate da Pam Smy, che riverberano i pregiudizi e le crudeltà del duro mondo dei pescatori, legati al mare dal doppio vincolo della vita e della morte.
Viene ben reso l'uso crudele di considerare le figlie femmine come un peso, mentre i maschi sono braccia da lavoro, in un mondo in cui la sopravvivenza non è scontata.
Lettura per i giorni di sole, adatta a ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.

Eleonora

Noterella al margine:   
Non capita spesso che di un libro se ne voglia scrivere in due. Qui è successo. Questo piccolo libro della Dowd, il suo ultimo, racconta con i toni propri della leggenda la storia di un destino, ma racconta anche delle possibilità che l'uomo ha di sopravvivere alla propria scomparsa. Questi due temi, a mio parere, conferiscono ad un libro già bello ed emozionante, un valore aggiunto che lo rende una sorta di 'testamento' dell'autrice. Viene spontaneo immaginarla, simile a Darra di fronte alla scogliera, segnata anche lei da un destino ineluttabile, mentre guarda avanti e non si rassegna all'oblio.
Ma è anche tanto simile a Deb, la madre di Darra, il cui sacrificio è valso a salvare le generazioni a venire. 
La Dowd, decisa a rimanere salda con noi, ma sotto altra forma, è oggi la Siobhan Dowd Trust. Là, accanto al progetto di sostegno della lettura per i ragazzi britannici che vivono in condizioni disagiate, vi accolgono i suoi bei libri e il suo viso sorridente "come una foca scivolosa...E, oh, la sua faccia, mentre Lug la prendeva! Sorrideva, Darra...Sorrideva".

Carla 

“Il riscatto di Dond”, S. Dowd, Uovonero 2014




sabato 14 aprile 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BELLI SONO I CASTELLI

C'ERA , LASSU' AL CASTELLO, Roberto Piumini, Gianni De Conno
Carthusia, 2012

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Belli sono i castelli, e bellissimo quello d'Avio. Ma qualche volta, anzi spesso, i castelli erano abitati da uomini avidi, crudeli e prepotenti, che con forza d'armi e leggi ingiuste sfruttavano, tormentavano e derubavano la gente. Ai contadini prendevano frutti e frumenti, ai pastori caci e agnelli, ai boscaioli legna e carbone, e alle ragazze l'onore."

Il castello di Sabbionara, altrimenti detto il castello di Avio, lo si vede bene dall'autostrada, la A22, quella che va al Brennero. Arroccato, bianco e robusto, con la sua cinta e il suo mastio che spicca sul verde dei boschi del Trentino che lo circondano. E' bellissimo.
Le sei leggende e una ballata che compongono questo libro arrivan di lì.
Leggende, quasi fiabe, che si raccontano intorno ad Avio, alle pendici del monte Baldo, dove governarono i Castelbarco (nel testo, diventati i Castelbaldo, probabilmente perché non ci fanno una gran bella figura...) e dove ancora oggi si trova questo castello, che nel Medioevo gli appartenne.
Posto a difesa di quella zona di confine, in corrispondenza di un importante valico, passaggio di pellegrini, viaggiatori (noi compresi), mercanti e soldati, il castello e il borgo sottostante sono stati teatro di narrazioni di storie di dame e cavalieri, piuttosto che di pastori e di streghe.
Così, il bibliotecario di Avio e Carthusia hanno pensato fosse giusto non perderne la memoria e le hanno affidate a Roberto Piumini e a Gianni De Conno perché ne facessero un libro. Un bel libro.

Il castello stesso è protagonista muto di una delle sei leggende, Il vitello d'oro, in cui si racconta dell'avarizia e del sospetto che corrose l'animo di Brandone, signore del luogo. La generosità invece distingue il carattere del pastore che accolse nella caverna, dove teneva al riparo dal temporale le sue pecore, il gregge di un pastore sconosciuto e misterioso, o quello della principessa longobarda Teodolinda che sacrificò la sua dote per la salvezza di due bambini. Orgoglio e fede alla parola data sono le due parole chiave per definire il carattere della principessa, protagonista de La prigioniera muta. Rinchiusa senza colpa da un marito geloso e possessivo, Bercione, lei decise di non parlare più fino al giorno in cui fosse stata riconosciuta la sua innocenza. Neanche il pastore Matteo che con affetto e dedizione se ne curò riuscì ad addolcirne il proposito, salvo poi ottenere da lei, ormai riconosciuta la sua onestà, la desiderata ricompensa amorosa. L'amore, quello autentico e voluto, è anche il protagonista dell'ultima leggenda, quella de Le lettere d'amore. Mariana, che non voleva ancora trovare uno sposo, nonostante le insistenze del vecchio padre, decise così di stabilire come condizione per il matrimonio quella di mettere alla prova i pretendenti nell'indovinare alla cieca le lettere del suo nome, dipinte tra tante altre, sulle pareti di una sala del castello. Ironia della sorte, fu un cieco a indovinarle, a dire il vero spinto da un amore nascente più che dalla fortuna.
Gianni De Conno conferma per i bei testi elaborati da Piumini la stessa atmosfera quasi irreale, fiabesca e nebbiosa che ci porta in un mondo leggendario, scuro e silenzioso entro cui le figure sembrano cristallizzate nei loro gesti significativi.


Tanto sono ispirate ed evocative le parole di Piumini e le tavole di De Conno, tanto artificiose sono le soluzioni grafiche del libro, con titoli svolazzanti e composizioni o accostamenti di figure, inutilmente arditi.

Carla