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mercoledì 13 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NESSUNO E' PERFETTO

L'indovinello della tigre, Fabian Negrin 
Edizioni Corsare 2022


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

" 'Guardate i miei occhi può uno così bello essere cattivo?' chiese la tigre. 
'Suvvia candide pecorelle, vi sporcherete tutte lì dentro.' 
La pecora più vicina all'entrata guardando gli occhi della belva le domandò: 'Ma se noi usciamo, bellissima tigre, non è che poi ci mangi?' 
'Mangiarvi? Io? Come potete pensare una cosa simile?' 'A chi mai può venire in mente una tale cattiveria?' si lamentò la tigre offesa. 
Commossa, la pecora uscì per consolarla ma appena fuori la tigre la divorò." 

Un gregge di pecore è nascosto all'interno di una miniera di carbone. All'entrata, troppo angusta per permetterle di entrare, c'è una tigre affamata. Il solo modo che ha per arrivare alle pecore è quello di convincerle a uscire da lì. Le pecore, seppure molto impaurite dalla presenza della belva, credono sempre alle sue parole, alle sue lusinghe. Il terrore sembra coglierle solo nel momento in cui la tigre le divora, una dopo l'altra: dal buio della miniera vedono quello che accade alla luce del sole. Ma sembra non essere sufficiente. 


Se la prima volta, a sentire la tigre, si è trattato di un malaugurato errore, la seconda morte è stata piuttosto un'illusione ottica, un miraggio. 
Poi arriva l'indovinello. 
In tutta onestà sono davvero pochi coloro che a un indovinello riescono a resistere. Le pecore non fanno eccezione. 
Un indovinello un po' in rima e un po' no che parla di sassolini, di lumache chiuse in casa, di cagnolini di guardia e di un topo con un sacco, di aragoste, di insalata e anche di un'amatissima crostata. 


Via via le pecore tentano con le loro risposte, ma i continui errori costano loro molto caro. Fino al momento in cui la più sagace del gregge dà la risposta esatta. 
Il fatto è che la tigre ancora una volta non sa resistere e la mangia in un amen, salvo poi scusarsi per essersi distratta. La sequenza di abboccamenti della tigre non ha fine fino a sera, l'ora dell'ultima vittima. Satolla, a fine giornata, nell'abbeverarsi allo stagno, trova il suo destino. Fatale. 

Gli occhi della tigre e lo sguardo di Negrin. Ammalianti i primi, leale il secondo. 
Tanto la tigre è determinata ad arrivare con ogni mezzo possibile, quindi anche la più bieca disonestà, a ottenere il suo scopo, tanto Fabian Negrin si dimostra determinato a essere onesto nel raccontare la natura delle cose.
 

A costo di apparire scomodo, posizione per lui spesso confortevole, racconta qui - secondo il canone della favola - la natura di un animale, ma nello stesso tempo la natura di certa umanità. Sull'istinto di una tigre affamata non c'è bisogno di aggiungere molto. Nessuna commozione nei confronti del suo pranzo. Lo dice bene il 'proverbio islandese' che apre il libro: La tigre non ha un interruttore per spegnerla quando ci fa comodo... 
La tigre è tigre e fa la tigre. La sua furbizia è nella sua fame. Non ci sono distinguo da fare. 
Tuttavia, come in ogni favola, dietro quella tigre, dietro quelle parole seducenti e spesso bugiarde, si nasconde il potere, ossia la protervia di tutta quell'umanità scaltra che la esercita nei confronti dei più deboli, dei più ingenui, degli inermi. 
La furbizia, il ricorrere all'inganno, l'eloquio che confonde, sono tutti strumenti per arrivare al proprio obiettivo senza tenere conto di una complessità maggiore, senza considerare l'altro da sé. In sostanza, la furbizia della tigre sta nel cercare di soddisfare il suo più impellente e primario bisogno, senza curarsi troppo delle conseguenze.
 

In questo senso, la tigre della favola che Negrin inventa dimostra a tutti la sua furbizia, ma non la sua intelligenza. 
Nessuno è perfetto.
Ci sta quindi che lui per lei progetti quel finale senza scampo. E a ulteriore conferma porta in salvo, in extremis, anche le pecore che come unica colpa hanno avuto quella di essersi fidate. E dalla favola si arriva a un finale da fiaba. Ma questa è un'altra questione. 
Negrin ha molte espressioni, che si riconoscono diverse nei suoi tanti libri. Ma su una cosa dimostra di essere fortunatamente uguale a se stesso: coraggioso nel dire la verità. In questo senso, ha saputo mettere in crisi intere schiere di adulti disegnando le loro debolezze, i loro limiti e la loro estraneità patente nei confronti dell'infanzia. Di questa, invece, ha saputo vedere il coraggio e l'intraprendenza e la capacità immaginativa e una salvifica, quando consapevolmente esercitata, estraneità al mondo dei grandi. 
Di un genere a lui congeniale, la fiaba, ha sempre saputo e voluto rappresentare il lato 'oscuro', spesso inquietante, affilato e tagliente, proprio quell'aspetto che dall'inizio dei tempi ce l'ha resa necessaria. Negrin fa una scelta molto netta di campo. 
Altrettanto si può dire che faccia sul versante visivo. Un sottile ma tenace filo sembra tenere insieme questo libro a un altro di qualche anno fa, apprezzato mai abbastanza, La lingua in fiamme (2014) poesie e nonsense che sarebbero piaciuti ad Edward Lear. 
Qui come lì parrebbero vicine le scelte compositive, la tecnica (forse), la sintesi del tratto, la scelta di un colore guida, qui qualcosa come un pantone blu petrolio (mentre all'indovinello e ai risguardi è la carta a diventare verde e il disegno bianco) là invece le fiamme pretendevano il rosso. 
La grande qualità del disegno è evidente, in quella tigre che prende mille pose diverse, in perenne movimento, che quasi scompare o esce di scena e poi ritorna in primo piano senza mai perdere la sua forza corporea di grande e possente felino, compresa l'eleganza nel giorno delle ipotetiche nozze.
 

Ma il suo talento irriverente è anche nella resa del vello delle spaurite pecore, linea ondivaga, ghirigoro continuo, un po' confuso, tremebondo ed esitante che si distingue dalle righe sicure e nette della spregiudicata tigre. 

Carla 

mercoledì 25 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


UN PASSO IN AVANTI...
 
Che tonto, signor Lupo! Tony Ross (trad. Valentina Vignoli)
Gallucci 2019

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)



"Quando voleva una bella pecora grassottella per cena, si infilava un sacchetto in testa in modo da non farsi riconoscere e si presentava con un nome falso. 'Salve, sono il signor Rossi' disse una volta a una pecora che ai suoi occhi aveva la parola 'cena' scritta in fronte.' Ti andrebbe di fare due passi con me?'
Com'è ovvio, nessuno ebbe più notizie di quella pecora. Alle compagne non ci volle molto per capire cos'era successo, così cominciarono a temere sia il signor Lupo sia il signor Rossi."

Le mamme pecore mettono sull'avviso i loro piccoli che entrambi quei signori sono pericolosi. A loro passaggio, tutti gli agnellini si nascondono dietro le rocce e il signor Lupo resta a bocca asciutta. Il sistema del sacchetto in testa sembra non funzionare, a meno che il sacchetto non sia più grande e anche l'abito sia di altra foggia. 


In tal modo, le pecore cadono nuovamente nel tranello teso loro dal signor Bianchi. Le pecore più sagge, tuttavia, intuiscono che anche il signor Bianchi è da evitare. Ogni volta che le pecore si scaltriscono, il signor Lupo cambia abito e ingrandisce il sacchetto. Al signor Rossi e al signor Bianchi si aggiunge il signor Verde (perché non blu, visto l'abito?).
Ora sono davvero troppi per essere sconfitti: quattro lupi sono un numero invincibile agli occhi di qualsiasi gregge. Non resta che darsela a gambe e liberare il campo.
Ma la dabbenaggine rende 'ciechi' e per di più girare con un sacchetto in testa non è mai una grande idea...

La comicità spesso nasce nel constatare negli altri certa ingenuità di azione. Platone diceva che il senso del comico nasceva per l'appunto dalla consapevolezza della supremazia di chi osserva nell'altro il difetto.
I grandi comici - da Buster Keaton a Stan Laurel e Oliver Hardy passando per Be Beep - hanno messo in scena proprio questa goffaggine di azione, questo difetto nell'agire. Hanno inciampato milioni di volte, hanno frainteso le parole degli altri, hanno preso grandi cantonate e sono precipitati in numerosi burroni.
Il comico però si genera anche dal capovolgimento delle convenzioni e delle regole. Tra cui anche le regole elementari del buon senso.
Qui Tony Ross, in veste di autore unico, costruisce la sua storia percorrendo entrambe le strade: da un lato c'è comico platonico, quello del lupo che inciampa e cade, del lupo 'mascherato', ma dall'altra c'è il comico 'tragico' di Baudelaire che viene impersonificato dalle pecore che fanno sorridere per la loro reiterata dabbenaggine. 


Il loro essere comiche è, come pure per il lupo, loro malgrado, tuttavia nel guardarle sparire una dopo l'altra nelle fauci del signor Lupo si avverte inevitabilmente un senso di tragedia. E ogni qualvolta parrebbe che le loro testoline abbiano cominciato a funzionare, ci si rende conto della loro ineffabilità a essere furbe almeno per un minuto della loro vita.
Chi legge e guarda le figure, a sentire i loro ragionamenti, si fa cadere le braccia e poi esclama: 'ma nooo, dai!'
A questi due aspetti della comicità si aggiunge l'ironia di fondo che vede comunque trionfare, e in modo del tutto improvvisato e in assenza di qualsiasi strategia, il debole nei confronti del forte.


L'ironia, come spesso accade, si trova molto più nel segno che nel testo. A partire dai risguardi con il plotone di pecore che volta le spalle a eccezione di quell'una che sembra essersi accorta del pericolo in arrivo. L'ironia è nello sguardo seducente del lupo, nei suoi abiti, uno più bello dell'altro, comprese le snickers con il cappottone e le cravatte regimental con il tight con il panciotto e i pantaloni rigati grigi.
Ironico è lo sguardo sulla sedia vuota, ironica è l'erba nei piatti sulla tavola apparecchiata. Ironico è il gioco del sacchetto che cresce, ironico è l'atteggiamento affabile del lupo...


Un libro che è bello quasi solo grazie al suo essere 'semplicemente' divertente. 

 
Evviva, una boccata d'aria.

Carla




martedì 3 novembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GIOCARE D'ANTICIPO 
Eneide, Carola Susani, Rita Petruccioli, 
La Nuova Frontiera, 2015


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni)

"Vi racconto di un povero eroe coraggioso e stanco, Enea, che da Troia era sul punto di approdare sulle coste d'Italia, come dal cielo gli era stato detto, non fosse che la regina degli dei Giunone voleva farlo a pezzi e gli metteva continuamente bastoni fra le ruote."

Così inizia il racconto che fa Carola Susani dell'Eneide, poema epico in dodici libri che Virgilio ha scritto tra il 31 e il 19 a.C. e che i ragazzi e le ragazze italiane fino ad oggi leggono e talvolta traducono tra le mura delle loro scuole superiori.
Pochi saranno quelli che lo leggeranno nelle diverse traduzioni e ancor meno saranno quelli che leggeranno gli esametri originali di Virgilio.
Se così è, mi pare abbastanza alto il rischio di rendere l'Eneide, o per meglio dire la storia che l'Eneide contiene, lettera morta per le generazioni future.
In questo senso, l'intento di questa operazione editoriale, piuttosto felice in molti dei suoi esiti, è quello di mettere sulle tracce di grandi classici i lettori più giovani. E di farlo in un momento del loro 'cursus honorum' di lettori leggermente anticipato rispetto all'incontro ufficiale che avverrà nella scuola. Il racconto è pensato infatti per ragazzini che di Virgilio non hanno ancora sentito parlare, né avuto a che fare con il suo latino.
Ed è qui la scommessa vincente. 

Giocare d'anticipo. In altre parole, raccontare il bello che c'è in storie che hanno attraversato secoli, senza per questo appesantirne la percezione.
Rispetto ai classici della letteratura usciti qualche anno fa nella collana curata da Alessandro Baricco, dal titolo Save the story, qui il tiro si è alzato un bel po'. A settembre è stata pubblicata La Divina Commedia, raccontata da Paolo di Paolo e ora l'Eneide, raccontata da Carola Susani. Se Paolo di Paolo non mi era parso convincente, forse perché l'obiettivo prefisso era effettivamente troppo ambizioso per lui (ma io direi che lo sarebbe stato anche per moltissimi altri autori) ora l'Eneide della Susani mi pare decisamente più apprezzabile.
Rispettata con rigore la sequenza virgiliana in dodici libri, il testo della Susani corre e scorre con leggerezza. Con sapienza calibra il ritmo, alternando il racconto al dialogo. È leggera in certe soluzioni di lessico che, occorre dirlo, non sono ammiccanti nei confronti dei ragazzi e delle ragazze che leggono, ma di diretta efficacia. Non si cade mai nel macchiettistico o nel colloquiale, ma, al contrario, il testo in prosa è così ben cadenzato che, non so come, riesce comunque a dare un'idea della metrica latina dell'originale.


Una lettura che dà spazio agli aspetti avventurosi di quel lungo viaggio per mare e sotterraneo, e che mette in luce il curioso rapporto che nell'antichità gli uomini e le donne avevano con le divinità. E, a proposito di divinità, mi paiono raccontate con la giusta ironia le piccinerie delle dee in perenne combutta e i loro battibecchi, davanti ai quali anche il potente Giove deve deporre le armi.


E poi c'è lei, Camilla, eroina che senza paura combatte cavalcando come amazzone con frecce e lance, facendo strage di nemici. Tradita dalla lancia silenziosa di Arrunte, cade lei e cadono i Latini. Reliqua legendum est! 
Una bella perifrastica passiva non si nega a nessuno...

Carla

venerdì 11 ottobre 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


MAI FIDARSI DEI PRINCIPI AZZURRI!



Sul potere di seduzione esercitato dai 'cattivi ragazzi' nei confronti delle 'brave ragazze' si potrebbe parlare a lungo e fiumi d'inchiostro e chilometri di pellicola sono stati utilizzati per raccontare questo 'mistero'. Come raccontare anche questo a delle ragazzine? Ed ecco qua una storia che descrive molto bene la trappola di inganni che un giovane ed abile truffatore costruisce nei confronti di una altrettanto giovane madre e della figlia adolescente.
Le due sono vittime di una separazione e della precarietà economica, facili da abbindolare con l'illusione del benessere e dei soldi facili, col piccolo particolare che questi soldi sono ottenuti gabbando il prossimo.
Vincenzo corteggia la madre di Katia, la seduce, e, in modo diverso, conquista anche il cuore della ragazzina che ci racconta la vicenda in prima persona. Vince su tutti i dubbi e le, per altro scarse, remore morali, il desiderio di normalità, di sentirsi protette e accudite da questo grande attore che le circonda di attenzioni.
Per quanto riguarda Katia, le pesa di più doversi spostare continuamente che il modo in cui compaiono delle scarpe nuove. Fino a che la strana 'famiglia' non approda a Palermo, dove verrà messa in piedi la truffa più grande e più crudele. Come per tutte le ragazzine, anche per Katia sono importanti le amicizie e i primi amori, ma è complicato coltivare la propria vita di relazione se si vivono due vite in contemporanea, quella vera e la messinscena per abbindolare i polli di turno. Nell'ultimo 'colpo' Katia ha il ruolo principale, deve fingersi malata per estorcere denaro alle anime pie. Reggere questo ruolo è troppo duro, ma sfuggire ai tentacoli del truffatore non sarà facile, anzi Katia dovrà escogitare un trucco dei migliori. Ed è qui forse il punto più efficace della storia, sul filo dell'ambiguità: per sfuggire alla seduzione del male, si finisce per usarne le armi...
Questo libro, Katia viaggia leggera di Fabrizio Silei, racconta bene la difficoltà di un'adolescente ad orientarsi in un mondo privo di etica ed orientato all'ostentazione della ricchezza, mostrando un mondo adulto moralmente inconsistente e, attraverso la figura della fragile madre-sorella, ben lontano dal rappresentare un punto di riferimento. Ecco quindi, ancora una volta, la descrizione di una ragazzina che deve cavarsela da sola, con il solo aiuto dei suoi coetanei.
Se su questo si potrebbe ragionare a lungo, mi sembra che la descrizione del legame fra la madre e l'affascinante truffatore sia lasciato poco margine al dubbio, mostrando quali guai possa provocare farsi abbindolare da un giovane gentile ed affascinante.


Questo aspetto mi ha fatto ricordare un illustrato di qualche anno fa, Una principessa al bacio, pubblicato da Lemniscaat e illustrato mirabilmente da Martijn van der Linden: qui un principe ranocchio, aiutato da un astuto consigliere, invita tante belle principesse al castello, per scegliere fra loro, così dice, la propria sposa; e loro vi si recano, ben agghindate, convinte ciascuna di essere la prescelta e di poter trasformare il ranocchio in un proprio bellissimo compagno. Ma qui interviene l'inganno, il ranocchio le bacia tutte e le trasforma, tutte, in altrettante ranocchie.
A buon intenditor, anzi intedritrice, dovrebbero bastare queste poche parole.
Eleonora

“Katia viaggia leggera”, F.Silei, Edizioni San Paolo 2013
“Una principessa al bacio”, M. Rinck M., M.van der Linden, Lemniscaat 2007