Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scuola. Mostra tutti i post

lunedì 14 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RIVOLUZIONE IN CANTINA

Che ci importa di re Cetriolo
, Christine Nöstlinger (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Noi abbiamo tutti chiesto cosa ci fosse in cucina, ma lei non ha saputo dirlo. 
Allora il nonno si è alzato e si è diretto alla porta della cucina. Anch'io, Martina e Nik lo abbiamo seguito. Abbiamo pensato che magari si fosse rotto un tubo dell'acqua o ci fosse un topo dietro la stufa a gas o un ragno molto grande. Di tutto ciò la mamma ha paura. Però non si era rotto nessun tubo e non c'era un topo, né un ragno e siamo rimasti tutti esterrefatti. Anche papà che ci era venuto dietro. Sul tavolo della cucina era seduto infatti un tipo grande all'incirca mezzo metro." 

Un tipo alto circa mezzo metro, con occhi naso e bocca, braccia e gambe regolamentari ma con la pelle (la buccia) e la consistenza, un po' gelatinosa, di un grosso cetriolo o di una zucca media: insomma una cucurbitacea che porta una corona in testa, guantini bianchi alle mani e parla una lingua comprensibile ma difettosa. 
Non è un semplice cetriolo, si fa per dire, ma è un re cetriolo, Kumi-Ori II della stirpe degli Scaligeri, che è stato cacciato dal suo regno, la cantina inferiore, ossia quella più umida e profonda, dai sudditi in rivolta. Ora è nella loro cucina, spocchioso come capita spesso ai sovrani, ma in cerca di asilo. Fino al momento in cui i suoi sudditi non verranno a riprenderselo, implorando il di lui perdono... 
Va da sé che un fatto del genere porta scompiglio nella routine di una famiglia normale: risveglia nel nonno il suo credo politico, da vecchio comunista, schierato contro ogni governo che non sia del popolo, nel piccolo Nik e nel padre una totale e assoluta infatuazione per il sovrano, asserviti entrambi a ogni sua richiesta e volere. La madre, la figlia quindicenne Martina e l'io narrante, il giovane Wolfgang, mantengono invece un sano distacco (se non addirittura ribrezzo, all'idea di tenerselo in braccio) nei confronti dell'intruso. 
Questo il racconto di quei giorni intorno a pasqua in cui una famiglia rischia di smontarsi, ma poi è capace anche di recuperare i pezzi perduti e ricomporsi, alla faccia di ogni monarchia assoluta! 

Christine Nöstlinger fino all'ultimo ha guardato nell'obiettivo di chi la stava fotografando con la sua faccetta monella. Monella sempre. 
Agli sgoccioli degli anni Ottanta fin ai primi anni del Duemila i suoi libri hanno circolato e sono stati sulla breccia. Il bambino sottovuoto, un libro che ha segnato una svolta e anche un'epoca e una generazione. 
Poi i suoi libri sono lentamente usciti dal cono di luce e solo da qualche anno sono riemersi nelle varie collane dei diversi che li avevano pubblicati all'epoca. Accanto a questi, La Nuova Frontiera Junior sta ritraducendo alcuni di questi titoli. 
Funziona così: l'agente per l'Italia di Beltz&Gelberg, Anna Patrucco Becchi, ne cura l'acquisizione dei diritti con l'editore italiano e poi li traduce anche. Essere capace a fare più cose, ha i suoi lati positivi... 
Che ci importa del re Cetriolo, all'epoca, 1989, fu pubblicato da Salani. 
In Germania, invece, fu pubblicato ben prima, nel 1972 e l'anno successivo vinse il Deutschen Jugendliteraturpreis, il premio tedesco più prestigioso che ci sia. E ancora nel 2013 fu oggetto di una bella polemica sulla scelta di chiamare il re cetriolo Kumi-Ori, un versetto di Isaia (peraltro ripreso in molti altri contesti, compresa una poesia di Celan che Nöstlinger cita come sua fonte originale) che significa letteralmente "sorgi e splendi" e che allude a Gerusalemme... 
Vabbè. 
Il libro, anche se non direi lo si possa accusare di essere un manifesto antisemita, ha però, a mio avviso, un' asperità al suo interno ed è meno semplice di come potrebbe voler apparire. Dietro la comicità di un cetriolo che è contemporaneamente anche re, c'è ben di più. 
L'asperità sta nel suo essere figlio di un'epoca ben diversa dall'attuale. Il politicamente corretto non è evidentemente stato un problema della Nöstlinger mentre lo scriveva, per cui volano ceffoni tra padre e figlio, come pure ci sono allusioni al canone di bellezza femminile che potrebbero essere discussi.  Per contro, per chi abbia più di 50 anni, si trovano invece citati meravigliosi reperti di archeologia materiale: dal nastro verde della macchina da scrivere in poi... Resta da capire che effetto fanno a dei ragazzini di oggi. 
E anche di archeologia politica si potrebbero dire cose. 
Ma anche per questo, vabbè: si storicizzi e si vada oltre. 
Seconda questione: la illusoria comicità della situazione che nasconde roba complessa. Al lettore viene chiesto uno sforzo di interpretazione non così scontato. Se da un lato la storia del cetriolo è comica e surreale quel tanto che basterebbe a un ragazzino di otto anni per poterci ridere sopra allegramente, dall'altra mette giù una questione ben più complessa, ossia lo smontaggio di una famiglia, la crisi delle loro relazioni reciproche, che avviene in nome della comparsa di un cetriolo sul tavolo di cucina. 
La Nöstlinger ha sempre giocato duro in questo senso. Con Il bambino sottovuoto, ossia un ragazzino liofilizzato arrivato per posta alla donna sbagliata (?) si mette giù in realtà un temone bello peso. 
Qui succede una cosa analoga. 
Paradossalmente, da quando il cetriolo scompare dietro la porta della camera del padre che lo asseconda, lo nutre e protegge, con solo il piccolo Nik dalla sua parte, di lui si smette di parlare in chiave comica, mentre invece a venire in superficie è la difficoltà che sta attraversando la famiglia Hogelmann, la grande distanza che tiene lontani i genitori tra loro e il padre con i due figli più grandi. 
Per tutto il tempo della lettura ho pensato questo: Kumi-Ori è in definitiva un granello, un corpicino estraneo, che fa inceppare i meccanismi di ragionamento di un brav'uomo e lo spinge in una direzione fasulla. Nella vita vera non ci sarebbe un cetriolo a farlo deragliare, ma magari ci potrebbe essere comunque una circostanza o un incontro che potrebbe far deviare verso una direzione sbagliata il percorso che il brav'uomo aveva scelto per sé e che condivideva con il resto della famiglia. 
Ma siccome la Nöstlinger è la Nöstlinger anche in questo libro, intorno alla questione principale, bella pesa, se ne intrecciano varie altre che hanno il compito alleggerire e dare brio alla lettura e nel contempo, senza parere, dare spessore ai protagonisti: una scolastica, quella di Wolfgang, una amorosa, quella di Martina, una politica, quella del nonno, una sociale.... e soprattutto, ancora una volta, il mondo dei grandi viene salvato dai ragazzini! 

Carla

martedì 22 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VARCARE LA PORTA

Max e Nigel
, Antonio Manzini
Sellerio 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Non ho seguito una parola della lezione di matematica, e neanche quella dopo di inglese. La ricreazione la passiamo seduti al banco controllati da Italia, che è la collaboratrice scolastica del piano. Cinque settimane così e diventiamo pazzi. A malapena si può chiacchierare col vicino di banco. Me lo sogno di scambiare due parole con Roberto Tardioli o Wheng Chen che stanno due file dopo di me. Di guardare Tiziana, Lorella e sperare...ma sperare che? Se solo provano a parlarmi divento rosso e non riesco più a spiccicare parola. È già successo e hanno riso di me. Guardo Cecere e Marinelli. Cecere scarabocchia fogli. Marinelli fa il duro, ha un coltellino e ci incide il piano del banco. Solo perché ha un fratello di 14 anni. Altrimenti varrebbe poco o niente." 

Breve antefatto. 
In quella I media è appena successa una cosa: sul lato posteriore della lavagna qualcuno ha disegnato un maiale e sotto ha aggiunto Corini maiale. Corini Anna, colpevole di avere un naso schiacciato, diventa per questo bersaglio dei peggiori. La prof si arrabbia, chiama il preside e lui chiede al colpevole di uscire allo scoperto: silenzio in aula. Sentenza emessa: 5 settimane senza ricreazione.
Fine dell'antefatto. 
A raccontare è Max Pagani, di nonno irlandese, amico per la pelle di Nigel, keniota, con la testa piena di dred. 
La famiglia di Max è piccolissima: vive con sua madre, che fa la segretaria e si ammazza di lavoro. C'è saltuariamente anche un padre, separato, che si affaccia ogni 2 o 3 settimane. Non è proprio la sua passione, al momento. 
La famiglia di Nigel al contrario è numerosissima: 5 fratelli e 2 sorelle più madre e padre: tutti arrivano dal Kenya. 
Loro due sono inseparabili, cosa che gli fa vincere il soprannome di Maxibon. 
Con loro, in tutte le loro chiacchiere e spesso anche nelle loro uscite, ci sono anche Roberto e Wheng, cosa che gli fa vincere un altro soprannome: i 4 desperados. In perenne adorazione delle ragazzine della classe e non solo, perennemente respinti, questi quattro fanno squadra di fronte alle durezze di quell'età. E soprattutto passano parecchio tempo assieme, perché il resto del mondo pare ignorarli o, peggio, prenderli di mira. 
Queste le loro avventure, talune investigative, almeno un paio, e altre con fini diversi. 
Un pugnetto di undicenni in azione. 

La cosa strana dentro cui mi è capitato di inciampare alla fiera di Bologna è stata questa: con una mia amica non riuscivamo a trovarci nel grande padiglione 29, così alzo lo sguardo e le dico: sono davanti allo stand di Sellerio, 1 B/4. Lì per lì non ci penso e poi mi dico: che cosa ci fa Sellerio alla BCBF? 
La risposta è questo libro, numero uno di una nuova collana (il numero 2 è di Andrea Camilleri: Guardie e ladri, ma non l'ho letto), che si intitola La memoria dei ragazzi
Anche Sellerio, il magnifico Sellerio, sente la necessità di entrare nel rutilante mondo dell'editoria per ragazzi. 
La porta è sempre aperta, o forse sarebbe più giusto dire, spalancata, vista l'espansione del settore... 
E l'accesso attraverso quella porta, non lo si nega a nessuno. Men che meno a un editore così tanto interessante, così tanto raffinato, così tanto... tanto. 
In perfetto stile Sellerio escono piccoli libri - il formato è identico ai piccoli Sellerio blu, che costituiscono l'immaginario di ciascuno di noi, quando sentiamo il nome Sellerio, e occupano interi ripiani di librerie. Persino la carta ha la medesima qualità dei libri che appartengono a genitori e nonni. 
La grafica non cambia di molto, ma si movimenta e colora, tenendo conto che si rivolge appunto ai figli e ai nipoti di quelli che hanno comprato e letto i magnifici libri blu. Dei piccoli disegni in bianco e nero qui e lì, che non spostano nulla, ma stanno lì a dimostrare che non si sta tenendo in mano un Sellerio da grandi. 
L'altra costante sembrerebbero essere gli autori, almeno le prime due uscite pescano nel loro catalogo: Manzini e Camilleri. 
Il nome della collana, La memoria dei ragazzi, anch'essa si congiunge in modo diretto con il nome della collana dei libri blu, La memoria
Ecco. Ed è proprio questa parola "ragazzi" che mi fa riflettere. 
Scrivere per ragazzi. Scrivere per adulti. 
Col tempo e la militanza e con l'aiuto di altre belle teste che hanno scritto libri illuminanti in proposito, sono arrivata a concludere che scrivere buone storie per bambini non sia diverso, e men che meno più facile, che scrivere buone storie per adulti. 
Non è detto che se hai scritto buone storie da grandi, tu sappia farlo con eguale efficacia, scrivendo per bambini. 
Senza lungaggini, rimanderei ai 10 punti + 1 che emergono dalla lettura di un libro che di questo si occupa, La porta segreta
Tuttavia, in estrema sintesi, mi sentirei di ribadire che l'impegno e lo sforzo, la cura, l'onestà, il rispetto dell'intelligenza di chi ci legge dovranno essere spesi in egual misura. 
E qui, nella fattispecie, tali impegno e sforzo ecc ecc. andrebbero pretesi per la collana Memoria, tanto quanto per quella Memoria dei ragazzi
Anzi, possibilmente, lo sforzo dovrebbe essere maggiore perché un grande che scrive per un grande sa a chi si rivolge, mentre un grande che si rivolge a un piccolo, non può saperlo. 
Almeno non fino in fondo. 
E poi arrivano le domande sull'adulto che scrive per ragazzi: sarà capace, nel farlo, di silenziarsi e, in quanto adulto, astenersi dal dare ai suoi piccoli lettori buoni consigli sulla vita e su come viverla? 
Sarà capace di scegliere di mettere nelle sue storie quegli argomenti, quelle questioni che sono di fatto universali, e lo sono a tal punto da non lasciarci mai, neanche da grandi o da vecchi? 
Sarà capace di non cadere negli stereotipi o in una sua idea preconcetta di cosa sia essere piccoli in crescita? 
Sarà capace di non scimmiottare infanzie e adolescenze solo per blandire i propri lettori? 
O altrimenti, sarà capace di scriverne con cognizione di causa, ovvero premurandosi di verificare la propria onestà nell'attingere alla propria di infanzia/adolescenza e quindi volerne raccontare un po'? 
Ecco. Sarà capace? 
E dunque: è condizione sufficiente essere scrittore di fama per intraprendere, così come ha fatto con i grandi, una serie di racconti per ragazzi, che abbiano un vago gusto di quello che tanto era piaciuto alle madri e ai padri di detti ragazzi? 
No, non lo è. 

Carla

mercoledì 9 aprile 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DI NASCITE, MAESTRE E GUFI 


Inizierei a scrivere del nuovo romanzo di Rob Buyea, già autore dell’acclamato Il maestro nuovo (Bur), descrivendo e proponendo un gioco che la nuova maestra di quarta elementare di Carter Avery propone la prima volta che incontra i suoi alunni, alla fine della terza: ognuno di loro deve scrivere tre cose su di sé, ma due devono essere vere e una deve essere falsa. Chiaramente l’ordine delle frasi deve essere casuale, in modo da rendere più difficile per gli altri capire quale sia la falsità. 
Ms. Krane, la maestra, dopo aver ascoltato i propri alunni, legge le sue tre frasi: 
 1. Amo i libri 
 2. Sono incinta 
 3. Non mi piacciano i bambini 
Essendo Ms Krane magra e con due occhi da gufo, Carter si convince che non le piacciano i bambini, come d’altro canto già sospettava. 
Devo dire che questo gioco l’ho trovato molto divertente, e ho cominciato a praticarlo anch’io. Il libro prometteva molto bene, ed ero solo a pagina 20. La maestra di Carter non trascina dietro di sé solo la maldicenza di essere cattiva, ma ha pure una grande voglia sul volto davanti alla quale Carter non frena la lingua, chiedendole subito che cosa le sia successo. Ms Krane spiega di essere nata così, con quel ‘nevo vinoso’ stampato sul viso, e si spinge un po’ più in là, spiegando ai bambini che questa cicatrice viola che si è ritrovata alla nascita, le ha reso la vita difficile. 
Carter capisce subito cosa intende la maestra, perché anche lui da quando è piccolo piccolo non riesce a stare fermo e per concentrarsi deve impiegare molte energie, motivo per cui tutte le insegnanti del passato lo hanno rilegato per ore e ore nel corridoio, fuori dall’aula, incapaci di gestirlo. 
Questa è la prima caratteristica che accomuna i due personaggi cardine del libro, Carter e Ms. Krane, entrambi si sono ritrovati a gestire una parte di sé che in qualche modo infastidisce gli altri. 
La seconda è la solitudine. La maestra è in realtà stata cacciata dalla scuola per aver deciso di avere un figlio senza un padre – sì, ok, adesso sapete che la falsità su di lei era che non le piacessero i bambini – e così si ritrova in una scuola nuova, in una nuova città, senza nessun amico né parente. 
Carter vive con la sorella maggiore e la nonna da quando i genitori sono morti in un incidente. Lui non è precisamente solo, perché il suo mondo fuori dalla scuola è colmo di adulti amorevoli, dall’autista del bus, al fattore dove con la nonna va a comprare le uova. Carter è però solo a scuola, dove la sua iperattività e la fatica che fa a contenere le parole e le frasi che pensa, lo isolano sempre più, soprattutto dai suoi compagni. 
Ms. Krane capisce subito Carter, entra in sintonia riuscendo a contenerlo e allo stesso tempo dandogli la parola, senza bloccarlo, ma indirizzando la sua sprizzante energia: gli permette di sedersi vicino alle finestre, per guardare fuori e per stare vicino alla teca della raganella Mimo, gli dà una sedia girevole, gli offre uno strumento tecnologico per scrivere dettando. 
Carter riconosce in Ms. Krane un’alleata e per la prima volta è contento di andare a scuola. La maestra legge albi illustrati e romanzi, usa parole nuove su cui Carter e Mr. Wilson, l’autista, si arrovellano. Tutto procede a gonfie vele fino al giorno in cui arriva il supplente dell’amata maestra. 
Rob Buyea torna a raccontare, come pochi sanno fare, le dinamiche di classe e in particolar modo entra nella testa di un novenne che deve gestire non poche difficoltà relazionali. Carter è una pallina instancabile che corre tra un adulto e l’altro a tessere relazioni perché è lì nel mondo adulto che lui, finalmente, si sente bene. E quello che davvero fa di rivoluzionario Ms. Krane, è agevolare in Carter la relazione coi suoi compagni, in particolar modo con Missy, sua saputella nemica, perché per quanto il mondo adulto possa proteggerti, poi un giorno te la dovrai vedere da solo coi tuoi pari. 
Il libro, adatto a lettori dai 9 anni, ha molti piani di lettura accattivanti, dal piano lessicale – Ms. Krane ha in grembo un bambino avuto in modo ‘artificiale’, ma se artificiale vuol dire fatto dall’uomo, allora tutti nasciamo in modo artificiale, pensa Carter – a quello narrativo con tutti gli agganci che i libri letti in classe dalla maestra permettono di fare. 
E’ anche un libro proprio sul concetto di nascita e crescita. Ms. Krane sta per mettere al mondo un bambino, e perché non prendere spunto da questo evento reale e un po’ misterioso per studiarlo? E così arrivano a scuola delle uova fecondate e delle incubatrici e guarda caso nella fattoria dove la classe va in gita, una mucca mette al mondo un vitellino. Dalla nascita come evento forte, sanguinoso, alla nascita come cura delicata e amorevole – voi lo sapevate che le galline girano le uova da covare tre volte al giorno per scaldarle in modo uniforme? 
Sarà che io ho anche il debole per le galline, ma tutta questa riflessione sulla nascita, sull’origine e sulla crescita, dona al libro uno sguardo ampio che va al di là della relazione tra Carter e Ms. Krane. 
Buyea ama molto la scuola, e ama moltissimo gli insegnanti, categoria di cui ha fatto orgogliosamente parte prima di dedicarsi in modo esclusivo alla scrittura. Questo amore per l’insegnamento e per gli alunni trasuda da ogni riga, ed è un’altra meraviglia da assaporare. 

Valentina

 "Io e la mia maestra Gufo", Rob Buyea, trad. Beatrice Masini, Rizzoli, 2025

mercoledì 22 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL TELEFONO  

La cabina telefonica di Yuan Huan, Miyase Sertbarut, di Zülal Öztürktrad. 
(trad. Maria Chiara Cantelmo) 
Emons Edizioni 2024 



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Qualcuno ha letto un libro durante il fine settimana?' Ilhami alzò immediatamente la mano. Caner e Zümrüt quasi si cacciarono sotto il banco per nascondere le risate. Credevano che da lì a poco avrebbero ascoltato la storia di una bambina morta di freddo mentre vendeva fiammiferi in strada. Ovviamente una storia del genere era triste, ma era divertente il fatto che il libro non fosse adatto alla loro età. Con quella fiaba Ilhami sarebbe diventato lo zimbello non solo della classe, ma di tutta la scuola." 

Le cose non andarono così, perché Ilhami non raccontò La piccola fiammiferaia, il libro preso a caso in biblioteca, ma un'altra storia: La vendetta delle lettere. Storia, questa che, non si sa come, aveva ascoltato in un rottame di cabina telefonica abbandonata nel parco. Il circo che aveva dovuto lasciare la città anzitempo l'aveva lasciata lì in mezzo, insieme a tanti altri altri rifiuti che nel giro di pochi giorni sarebbero stati portati via. 
La cosa assurda che succede è la seguente: quel ragazzino entra nella cabina, tiene in mano la cornetta, scollegata da qualsiasi filo, e ascolta ogni volta una storia diversa che lui, puntualmente, racconta in classe il giorno dopo per espressa richiesta della prof di turco che vuole che i suoi alunni leggano e raccontino quello che hanno letto al resto della classe. 
Ilhami, che non legge e non vuole cominciare proprio ora. Il suo ragionamento non fa una piega perché tra il leggere una storia e ascoltare una storia è molto meno faticoso ascoltarla. Il risultato finale, in fondo, non cambia: avere una storia da raccontare in classe e fare bella figura con la prof e prendere un bel voto. E questo è quello che succede, all'insaputa dei suoi due amici del cuore che di lui sospettano, ma non capiscono fino all'ultimo cosa stia veramente accadendo. 
 Storia dopo storia, ascoltata furtivamente nella vecchia cabina telefonica, quel ragazzino si appassiona e, oltre a collezionare buoni voti a scuola, capisce una grande verità: le storie sono come l'aria, necessarie. 

Diciamo che Emons è la casa editrice elettiva per pubblicare questa storia che arriva dalla Turchia. Miyase Sertbarut, autrice di successo in patria, ci sta dicendo proprio questo: le storie possono arrivare sotto forme diverse. Possono essere lette da una pagina di libro, ma possono anche essere ascoltate con qualcuno che le legge per te ad alta voce. Il fatto importante è che arrivino. Come dice Benni "non c'è rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro". 
Che una storia sia solo ben scritta oppure che sia ben scritta e poi letta altrettanto bene ad alta voce per tutti quelli che vogliono ascoltarla, resta comunque un bell'incanto
Il tempo dell'ascolto non esclude quello della lettura, anzi spesso è prodromico. Almeno questo è quello che pensa la prof di turco, ma anche molte altre persone. 
Certo è che una sola cosa è imprescindibile: la storia deve essere una buona storia. E quella, anzi quelle, che Miyase Sertbarut imbastisce - secondo lo schema della storia cornice che al suo interno ne contiene quattro, quasi cinque - colpiscono per originalità di sguardo. 
Già la storia cornice in sé, in particolare la sua conclusione in cui si trova un senso a tutto il mistero iniziale, è un piccolo congegno piuttosto interessante. Ma la vera piacevolezza arriva nelle storie che la voce misteriosa racconta al ragazzino attraverso la cornetta del telefono. 
Sono racconti autoconclusi che per la necessità di stare nella ventina di pagine diventano blocchetti narrativi belli densi e con una prospettiva di osservazione sempre originale. Brevi sguardi sulla vita quotidiana in Turchia con personaggi sempre molto credibili e riconoscibili anche per il nostro vissuto. Non ci sono maghi e streghe, ma fornai, editori, librai, scrittrici e un consistente numero di ragazzini. I vari pizzichi di magia che l'autrice dispensa qui e là servono a non spiegare proprio tutto, con il risultato di chiamare dentro il lettore che vuole a tutti i costi capire. Insomma si tratta di quel po' di mistero che, anche nella vita vera, rende alcune giornate leggermente diverse dalle solite routine. 
Ma la cosa ancora più interessante è un'altra, ossia la riflessione più generale su cosa nasconda una narrazione fatta di parole e messa nero su bianco su una pagina di libro. 
Non pochi illustratori hanno costruito storie che hanno ragionato sul bianco della pagina, considerandolo uno spazio vero e proprio (pensiamo a cosa è stato disegnato intorno alla cucitura centrale delle pagine), oppure su quale sia il mondo che si nasconde dietro la pagina bianca, uno su tutti David Wiesner con I tre porcellini
Ecco. Altrettanto fa Miyase Sertbarut, ragionando - attraverso le storie raccontate al piccolo Ilhami -su quello che, con la giusta dose d'immaginazione, le parole, i luoghi, i personaggi possono fare: cancellarsi, scavare un buco tra un qui e un altrove, abitare una zona di mezzo tra l'una e l'altra, o ancora rimanere bloccati - come intorno al castello di Rosaspina - ma non per un incantesimo, ma molto più realmente perché l'editore li tiene fermi immobili nel racconto, semplicemente perché non vuole pubblicare il libro di cui sono i protagonisti. 
In questa prospettiva, tutta la metalettura che attraversa La cabina telefonica di Yuan Huan richiede un piccolo sforzo in più da parte dei lettori, un po' di sassolini in tasca perché, dopo essersi persi camminando in diverse direzioni e dimensioni, tornino finalmente a casa. Magari a leggere un libro, anche se con ogni probabilità la loro consapevolezza sarà diversa. 

Carla

mercoledì 8 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BAD BOYS!

La maestra è scomparsa!
Harry Allard, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Il mattino dopo, la maestra Dolcini non venne a scuola. 'Evviva!' urlarono i bambini. 
'Ora si che possiamo comportarci veramente male!' 
Si misero a fare palline da sputare e gli aeroplanini di carta. 
'Oggi saremo più terribili che mai!' 'Non credo proprio!' sibilò una voce molto sgradevole. 
Una donna con un orribile vestito nero apparve all'improvviso.
 'Sono la vostra nuova maestra, la signorina Acquamarcia.' E batté con violenza il righello sulla cattedra." 

Breve antefatto. La classe della maestra Dolcini è davvero molto indisciplinata: i bambini non fanno mai i bravi nemmeno per sbaglio. Fanno palline di carta che poi ciucciano e sputano sul soffitto e aeroplanini di carta e chiacchiere e risatine, smorfie e mai stanno fermi. Neanche nell'ora di lettura... Per non parlare dei compiti. Fine dell'antefatto. 


E quindi la cosa che succede è che la maestra Dolcini smette di andare a scuola. 
Al suo posto, nell'aula 207, arriva l'Acquamarcia che è davvero tremenda. Di sgradevole non ha solo la voce, ma tutto il suo modo di comportarsi è orribile. Una vera strega che li sommerge di compiti e li fa rigare dritti. E così, tutti i giorni. 
La maestra Dolcini ora manca loro più di ogni altra cosa al mondo. Tanto da spingere l'intera classe ad andare al commissariato di polizia per denunciarne la scomparsa. Ma il baffuto ispettore Smog non si dimostra risolutivo e anche l'ispezione a casa Dolcini non porta a niente. Tutte le ipotesi fatte dai bambini disperati, dagli squali divoratori alle farfalle rapitrici, si rivelano infondate. 
La signorina Dolcini si è davvero dissolta nel nulla. Possibile? 

Se uno dovesse leggere i segni, faticherebbe a non accorgersi che Lupoguido sta portando in Italia James Marshall sotto varie forme. Da una parte siamo già al secondo libro di George e Martha, George e Martha bis! e ora arriva anche La maestra è scomparsa, che è stato scritto da un altro grande calibro statunitense: Harry Allard, uno dei più amati e contemporaneamente contestati autori americani degli anni Settanta e Ottanta. 
Evviva, per almeno due ragioni. 
La prima: James Marshall è un portento dell'illustrazione. 
La seconda: Harry Allard ha scritto libri così originali da aver spaccato in due l'America. 


Da una parte ci sono i detrattori di storie geniali come quelle sulla famiglia degli Stupids o come Bumps in the night, ovviamente tutti illustrati da Marshall (tanto gli uni quanto l'altro fino al 2009 sono all'indice secondo i criteri della potentissima ALA, l'associazione dei bibliotecari americani), dall'altra ci sono invece i suoi estimatori che a quegli stessi libri hanno assegnato premi molto prestigiosi. 
Ah, che grande paese, l'America... 
Il primo evviva dunque è per la diffusione di Marshall. 
Sensibile, spiritoso, capace di una grande semplicità e immediatezza di segno e nello stesso tempo capace di comunicare moltissimo attraverso piccoli gesti ed impercettibili espressioni dei suoi personaggi. Punteggia le sue tavole di particolari esilaranti che sono in grado di dire ancora molto, oltre le parole del testo. 
Stimatissimo da Sendak che lo definì l'ultimo di una stirpe di maestri - da Caldecott a Ungerer. 
E a proposito di Ungerer forse si possono fare due ulteriori riflessioni.
 

E qui arriva il secondo evviva. 
Tanto Marshall, come illustratore preferito di Allard, quanto soprattutto Allard, in quanto scrittore d'elezione di Marshall, con Ungerer hanno condiviso la stessa visione di un'infanzia che sa essere anche molto scorretta, con Ungerer hanno condiviso il coraggio di non fermarsi in nome del politicamente corretto, ma di proseguire per la propria strada, raccontando e disegnando adulti stupidi che fanno cose stupide, oppure brutti e severi, oppure ancora carini, ma bugiardi e lievemente disonesti e anche un filino omertosi...


Le loro storie si modellano intorno ad altri valori che non sono necessariamente edificanti e men che meno mainstream, anzi. 
A parte la 'rivoluzionaria' gentilezza, di cui si è già parlato a proposito di George e Martha, lasciano indietro la correttezza per privilegiare l'assurdo, al posto dell'onestà si manifesta l'imbroglio, le buone maniere soppiantate da pessime abitudini, la cattiveria al posto della bontà, salvo poi concludersi sempre in gloria, ossia con la grande vittoria di chi se la è meritata sul campo! 
O in cattedra! 


E chi è senza peccato... 

Carla 

NOTERELLA AL MARGINE.
Non una, ma tre. 
La prima è un encomio a Sergio Ruzzier che ha trasformato Viola Swamp nella signorina Acquamarcia e una troppo anonima signorina Nelson in una indimenticabile maestra Dolcini. 
La seconda è un altro encomio ai risguardi che sono una galleria di facce niente male.
La terza è un augurio che altri libri di Allard sbarchino da noi. A parte la serie della signorina Nelson, aspettiamo con trepidazione Bumps in the night per goderci una seduta spiritica in piena regola. 
Certi che invece la famiglia degli Stupidi, che tanto ci farebbe bene, non ce la possiamo proprio permettere qui, alla periferia dell'impero. Sperando di sbagliarmi.

giovedì 2 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A CHE PENSI?

La vita comincia alle medie 1.Caterina
, Alice Butaud, Lisa Chetteau, 
(trad. Silvia Turato) 
La nuova Frontiera Junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"A lasciare le elementari ci sono anche dei vantaggi come quello della mensa. Prima avevi il tuo piatto e basta. Se non ti piaceva qualcosa, peggio per te, ti attaccavi e ti tenevi la fame per il resto della giornata. Adesso quelli della mensa ci lasciano scegliere, possiamo prendere più di questo e niente di quello. E' una cosa che ti cambia la vita. La prima media è come entrare in un mondo dove spetta a te la scelta. Non è che sia proprio la rivoluzione, è solo l'anticamera, una specie di sala d'attesa. Hai un assaggio di cosa significa essere una persona ed essere considerata come tale, con libero arbitrio sulle patatine fritte o i fagioli." 

L'altra grande novità è l'estinzione della cartella. Alle medie, solo zaini. 
Le medie sono un'altra cosa. 
A Caterina, appena arrivata nella nuova scuola, con i suoi amici - la Banda dei Tonni - e tra questi Esther, la sua miglior amica da sempre, la vita sta cambiando parecchio. Non ultimo per il fatto che le è appena nato un fratello, Jonas che, come tutti i neonati, conosce bene come catalizzare su di sé tutta l'attenzione in casa. Madre e padre sono sfiniti dalle molte notti insonni, dalle pappe, dai rigurgiti, dai cambi di pannolino andati male e dai molti pianti inspiegabili del bebè. I due non hanno molte energie residue da dedicare alla primogenita, Cat, tuttavia a con quel fil di voce che ancora dimostrano di avere, non smettono di chiederle "a che pensi?" e soprattutto le ribadiscono che per lei l'autonomia, e una sua vita privata, arriverà solo a quindici anni: fino a quel momento saranno loro a vegliare su di lei, senza darle la password per poter usare il computer. 
Ma tutto questo è prima. Prima di scoprire che nella nuova scuola c'è Azamat, che nella vita può essere utile mentire ma soprattutto prima di ricevere in regalo dalla signora More, ospite della casa di riposo Gli Amaranti, dove da due mesi anche i suoi nonni soggiornano felicemente, un brutto cappello piuttosto dotato. E solo per essersi finta sua nipote Yolanda con il fine di salvarla da una noiosa lezione di tango... 

George Saunders ha elaborato una interessante teoria riguardo a quello che succede nella nostra testa quando leggiamo. 
Detto in parole molto povere, la nostra mente mentre scorriamo una storia sulle pagine di un libro si barcamena in un continuo trattare tra il nostro esserci dentro e il nostro sentirci fuori, tra l'essere coinvolti e l'essere espulsi. Ossia, più e più volte capita di leggere un frammento di un testo che ci convince a tal punto dal venire percepito come una acquisizione (vuoi per immedesimazione, vuoi perché dice meglio ciò che noi abbiamo in mente ma in una forma più confusa, vuoi...) e altrettanto può capitare di leggere parti in cui siamo noi a sentirci respinti (vuoi perché lo troviamo quel prevedibile, vuoi retorico, vuoi...). Insomma, siamo sempre lì in questo curioso meccanismo per cui durante la lettura non facciamo altro che riempire una borsa ideale di crediti e poi la svuotiamo in nome di debiti che l'autore contrae con noi. 
Alla fine della lettura, se ci siamo sentiti coinvolti e convinti, succede che quel libro entra nel nostro cuore o quanto meno nella nostra biblioteca ideale. Ma a ben vedere in questa continua trattativa la cosa che si scopre è il nostro profilo personale di lettori. Guardando quello che ci convince, capiamo chi siamo. Ma questa è un'altra questione. 
Invece, a proposito di convincimento, mi vengono in mente le parole di Gottschall nel suo ultimo libro Il lato oscuro delle storie, dove tutto converge su un unico punto: noi scriviamo e raccontiamo storie per convincere gli altri. Come al solito, per me il suo pensiero è inoppugnabile. 
Tutto questo pippone teorico è per dire che La vita comincia alle medie mi ha convinto e coinvolto, ovvero nel leggerlo ho guadagnato più di quanto invece io possa aver perso. Infatti ne scrivo. 
Volendo dare concretezza al ragionamento di Saunders e un po' anche a quello di Gottschall forse sarebbe utile mettere in elenco i punti in cui mi sono detta: sì, mi hai convinto, è proprio così. Insomma annotare qui di seguito ciò che mi è piaciuto e che quindi vorrei sostenere. Per convincere gli altri. 
Il primo su tutti: l'elogio della bugia. Se ne trovano di vario tipo e anche i mentitori sono di diverso genere. Per esempio, la signora More è una mentitrice professionista: per non partecipare alle attività sociali della casa di riposo, si inventa una nipote fittizia, Yolanda. Di conseguenza mente anche Cat, impersonando Yolanda. Lei stessa ammette, a proposito: "Personalmente non ho nessun problema con le bugie. Sono come il lievito in una torta. Ne metti un po' per far gonfiare la pasta. Senza bugie la vita sarebbe piatta." Mentono, complici, anche i suoi nonni, alla grandissima. 
 Il secondo: l'elogio del candore, ovvero quella dote che hanno quelle poche persone che credono, a prescindere. Una "ingenuità" che non dubiterebbe mai di un mago o di una veggente o ancora, aggiungo io, che "sa" che i pupazzi sono creature viventi (cfr. il teorema del peluche di Chiara Valerio). 
Appartiene allo stesso candore dell'infanzia (e non solo) quel gioco che Cat fa con se stessa in cerca della prova provata che Azamat la ama: "Se papà si sta lavando i denti quando entro in bagno, allora Azamat mi ama. Se mamma è ancora in pigiama, allora Azamat mi ama. Se Jonas ha sporcato il pannolino, allora Azamat mi ama..." E via andare. 
Il terzo: il lessico famigliare. Per esempio, il gioco che padre e figlia fanno in macchina: "E se non tornassimo a casa?" risposta "E per andare dove?" O ancora, la "carezza colpevole": un genitore dice qualcosa di poco carino a un figlio e poi lo accarezza per farsi perdonare. O ancora, la domanda di una madre, che dovrebbe funzionare come passepartout: "A che pensi?" 
Il quarto: la teoria estetica secondo cui "il bello è già stato di moda. Adesso va il brutto". Secondo detta teoria tutto è molto più comodo perché qualcosa di brutto lo riconosci all'istante. Sul brutto non ci si arrovella nel dubbio, sul bello, sì. Moltissimo. 
Il quinto, complice Baudelaire: "La bellezza è sempre strana". "Non c'è bellezza banale, altrimenti non è vera bellezza." E per rimanere nello stesso ambito, per disegnare, bisogna "guardare tanto prima". 
Il sesto, quello in cui si vede con chiarezza quanto un piccolo che sta diventando grande abbia tutti gli strumenti per mandare a zampe all'aria un genitore. Questo succede per esempio a p. 124... 
Il settimo: come montare un muso nei confronti di un amico e come cercare di uscirne, annaspando. 
A parte questi sette motivi, per convincervi ancora di più, segnalo un piccolo gioiello dell'assurdo, che luccica nel dialogo delirante tra un lattante e sua sorella, a proposito della parola nessuno... 
Degno del miglior Ionesco. 

Carla

mercoledì 8 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BINOMI FELICI

Strider, Beverly Cleary (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2023 
 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 


"Strider sembra contento quando rido. Qualche volta penso che il mio miglior amico sia Strider, non Barry. Sarò contento di rivedere Barry ma mi dispiacerà di... beh, non si può avere tutto. Metà di un cane è meglio di niente, come si dice. 
Strider ha una nuova abitudine. Quando ci fermiamo, mi mette una zampa su un piede. Non è un caso perché lo fa tutte le volte. Mi piace pensare che non voglia lasciarmi andare." 

Seduto sulla spiaggia e fermamente deciso a non muoversi di lì, salvo poi convincersi con un salsicciotto e una bella corsa di due ragazzini, Strider è un bel randagio che cammina a passo veloce, grandi falcate, da cui il nome che si guadagna su strada. I due ragazzini, Barry e Leigh, io narrante, sono amici. Alcune cose li distinguono altre li accomunano: hanno entrambi genitori separati. Barry vive con suo padre, le sue numerose e rumorose sorelline e la nuova moglie del padre. Un mese all'anno lo passa invece con sua madre in un posto che lui non ha difficoltà a definire Los Chifo. Leigh, invece, vive con sua madre, perché suo padre fa il camionista e non ha una casa vera e propria, se non la cabina del suo camion. Di rado si vedono, e quando accade non va sempre bene: ci sono silenzi, malinconia e rimpianto. Barry è sempre circondato da tanta gente e la sua è una casa spaziosa, Leigh è spesso da solo perché sua madre deve lavorare molto per riuscire a pagare tutto e vive in quella che lui non ha difficoltà a definire baracca. 
Alla vigilia dell'estate, in una delle loro passeggiate al mare, incontrano questo cane. Solo. Impossibile solo pensare di lasciarlo lì, quindi i due decidono di tenerlo con loro, ovvero applicano quello stesso principio che tiene insieme le loro famiglie: l'affido condiviso. 
Un cane, un po' per uno. 
Questo è un pezzetto della loro storia a tre. Dei cambiamenti che la attraversano, tra un'estate e una nuova scuola. Tra allontanamenti, tra paura e coraggio, tra nuove amicizie e vecchie sicurezze. Con in vista, finalmente, un po' di tranquillità. E molto correre. 

Lo avevamo lasciato che aveva una dozzina d'anni e lo ritroviamo a 14. Sulla soglia delle superiori. Continua a non digerire la sua situazione familiare, ma adesso ha decisamente più frecce al suo arco per imparare a conviverci. E soprattutto, complice un'ispezione sotto il suo letto, richiesta espressamente dalla madre che vorrebbe vedere la camera di Leigh un po' più in ordine, riemerge il suo vecchio diario, che riaccende in lui il desiderio di continuare a raccontarsi, nero su bianco. 
La indiscussa piacevolezza nel leggere le storie di questo ragazzino californiano, dipende da tre fattori, principalmente. 
Una, la scrittura che, forse anche complice la traduzione di Mattiangeli, scorre che è una bellezza. 
La seconda, invece, dipende dall'angolo visuale. Ossia va riconosciuto a Beverly Cleary una capacità evidente nel saper raccontare senza incursioni troppo adulte il mondo dei ragazzini. Merito che le viene riconosciuto dalla critica, che con Caro Mr. Henshaw l'ha premiata con la Newbery Medal. È indubbio il suo talento nel raccontare un undicenne alle prese con una serie di guai - quali la separazione dei genitori, il trasferimento, una scuola del tutto nuova e quindi piena di sconosciuti - nonostante non si possano considerarle come questioni nuove per la letteratura per ragazzi. Insomma, pur non montando un contesto e dei personaggi particolarmente originali, ciò nonostante riesce a dare loro la giusta profondità e complessità e non essere mai troppo didascalica.
La forma del diario le permette di 'sdoganare' il lato riflessivo di tutto il percorso e così risultano autentici i malumori di questo ragazzino, le sue paure, e altrettanto credibili sono gli adulti che lo circondano, con le loro fragilità o necessarie durezze. 
Come già in Caro Mr. Henshaw, anche qui a interrompere la quotidianità di Leigh, tra la scuola e un unico amico, tra le assenze del padre, e quelle della madre per motivi tra loro molto diversi, anche qui arriva un granello di sabbia che lo fa deviare dalla sua routine. 
E qui subentra il terzo elemento di interesse di Strider. Che è proprio Strider, ossia questo randagio che ha il pregio di riempire i vuoti che caratterizzano le giornate di Leigh. Ma non solo. 
Come spesso succede, cani e ragazzini sono binomi felici e costruttivi. E anche questa storia sembra dimostrarlo. 
Un po' per esperienza, un po' per teoria, mi sentirei di dire con una certa sicurezza che far crescere sotto lo stesso tetto dei ragazzini e dei cani (i gatti hanno altri pregi, ma non sono adatti allo scopo) è cosa buona e giusta. In estrema sintesi, credo dipenda dal fatto che da entrambe le parti ci si riconosca - al di là di ogni apparente differenza - come simili. Appartenenti entrambi a una sfera primigenia, a una stessa foresta originaria. 
Quindi l'intuizione della Cleary di mettere insieme cani e ragazzini è buona. Diventa addirittura ottima, dal punto di vista del plot e non solo, il fatto di metterne due e uno, ossia di creare in innesco naturale alla competizione, tra due amici e un unico cane. Con tutte le relative prove d'affetto del caso. 
E puntualmente, accade. E altrettanto puntualmente mette in moto una serie di interessanti riflessioni su ciascuno di loro, dandogli la possibilità di esprimere la complessità che li tiene insieme o li divide. 
E ancora, il cane Strider, come succede nella vita vera, con la sua semplice presenza mette in moto una serie di altre relazioni umane che altrimenti sarebbero rimaste sopite (quante sono le amicizie fatte al parco con il proprio cane?) e con la sua semplice presenza spinge verso piccole e grandi prove di coraggio, dall'indossare proprio quella camicia all'entrare nella squadra di atletica, dall'affrontare la padrona di casa all'invitare a un primo appuntamento quella ragazzina per raccogliere insieme le erbacce nel quartiere. Il coraggio, se si è in due viene fuori, e ancor di più se si percepisce forte e chiara la piacevole responsabilità verso l'altro da sé. 
E se poi questo "altro" è peloso e ha quattro zampe e una coda mozza, ancora meglio. 

Carla

lunedì 25 settembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ODE ALLA SCUOLA PUBBLICA

Anche le principesse vanno a scuola
, Susie Morgenstern, Serge Bloch 
(trad. Maria Bastanzetti) 
Babalibri 2023



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

"La vita della principessa Delfina non era divertente. Suo padre faceva avanti e indietro tutto il giorno da una stanza all’altra, e così macinava più o meno diecimila passi all’ora. 
Aggrottava le sopracciglia, corrugava la fronte, si schiariva la regale gola e ripeteva ogni cinque minuti alla sua unica figlia: «Non dimenticarti che sei una principessa!". 

Il dubbio le era sorto ben presto: a essere una principessa, lei non ci aveva guadagnato un bel niente. Viveva con i suoi genitori, monarchi in disarmo e totalmente fuori moda, in un palazzo decrepito in cui pioveva dai soffitti, freddo gelato. Ed era maledettamente sola: servitù andata, istitutrici scomparse: solo quel padre peripatetico e quella madre sempre a letto che non facevano che ripeterle che lei non doveva mai dimenticare di essere quello che era, ossia una principessa. Implicitamente le stavano dicendo che lei non si sarebbe dovuta mischiare con nessuno che fosse di lignaggio inferiore. 
Quindi, in altre parole, era votata alla solitudine e parole come amici, sport, risate, giochi a lei erano del tutto ignote. 


Fino al momento in cui una Rolls parcheggia davanti al palazzo... 
Questa è la storia di una bambina che, complice la decadenza della monarchia, dal balcone del palazzone in cui vive ora, nel suo nuovo appartamento trecamereecucina, assapora quella che può essere la vita "reale". 

Susie Morgenstern è simpatica a pelle. Lo posso testimoniare. 
Ironica il giusto, con una grande empatia nei confronti di chi ha davanti, decisamente una penna felice e una testa in cui le buone idee per imbastire storie non mancano. 
Diciamo che in lei fa la differenza proprio questo, ossia la capacità di costruire  storie belle e solide, credibili e complesse, che si tengano lontane da qualsiasi tentazione di diventare semplicemente e banalmente storie per dimostrare questo o quello. 
La sua lettura del mondo e della realtà ha un respiro più ampio, il suo è uno sguardo aperto e interrogativo che tiene conto di molti fattori. Il punto di vista, mai scontato. 



Complice forse anche il fatto che ha sempre dimostrato un gran fiuto nel tenersi lontano dalla trappola dei libri che danno risposte, invece che porre domande. Troppo intelligente per cadere nel tranello. 
Questo è per dire che nei suoi libri mai 'il tema' brilla sulla superficie. A splendere è molto di più la storia raccontata nella sua complessità di fatti, relazioni e intrecci tra diversi personaggi. A ben setacciare ovviamente la questione viene fuori, ma si presenta in tutto il suo spessore, in tutte le sue diverse possibilità di essere interpretata. 
Vero è che certe questioni le sono più care di altre. Magari anche solo perché sono nel suo DNA. 
Anche le principesse vanno a scuola mette nero su bianco un bel po' di cose. E lo fa con il registro che le è consueto e congeniale: l'ironia e che condivide con Serge Bloch. 
Uno sguardo bonario, il loro, che non perdona. 
Con Bloch, Morgenstern condivide anche la leggerezza: nel disegno come nel racconto nulla si appesantisce o peggio annoia il lettore. Tutto però prende senso. 
quindi, dopo aver ben disegnato a parole e a china i tre personaggi principali, la famiglia reale e la vita di stenti che fanno in tutta nonchalance, arriva la svolta che cambia lo scenario. 


Niente palazzi reali, ma palazzoni brulicanti di gente comune: un bel condominio. 
Nuovo cambio di scena quando la principessa esce e pedina quelli come lei: bambini che tutti insieme si riuniscono in uno strano luogo per fare cose ancora più misteriose: in altre parole entrano a scuola. 
Ci siamo: qui il racconto spicca il volo e comincia una esilarante catena di equivoci, misteri che si chiariscono e divertenti situazioni in cui una principessa, pur con il suo scomodo abbigliamento di sempre, tra crinoline e coroncine, tenta ogni carta possibile per diventare finalmente 'solo' una bambina. Lo scatto di qualità è qui: Morgenstern mette in rotta di collisione la fiaba principesca con la realtà di un quartiere di una città, la vita in una fiaba con la vita vera di una piccola comunità cittadina. 
Continue 'incursioni' di una nell'altra.


Come possono i bambini lettori restare seri e non divertirsi di questo?
Ridere della contrapposizione tra la vita vera e le fiabe: un re che si toglie le regie pantofole e va a iscrivere sua figlia in una scuola pubblica. E un re che capisce di dover lavorare per guadagnare. Una regina che va in abito lungo per centri commerciali a comprare delle scarpe da ginnastica alla figlia e un re che, stanco a fine giornata, ronfa davanti al nuovo televisore in cui scorre il telegiornale. 
Che oltre alla risata ci sia anche un senso in tutto questo, credo di non doverlo dire.Ognuno se lo trovi da sé e nel frattempo si goda una storia piena di scintille e fuochi d'artificio. 
Morgenstern e Boch. Ancora e ancora. 

Carla

lunedì 11 settembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMO QUEL BAMBINO 

Amo quel cane. Odio quel gatto, Sharon Creech 
(trad. Andrea Molesini, Riccardo Duranti) 
Mondadori 2023

 
NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "AMO QUEL CANE 
(ISPIRATA A WALTER DEAN MYERS) 
DI JACK

Amo quel cane 
come un uccello ama volare 
dico che amo quel cane 
come un uccello ama volare 
amo chiamarlo al mattino 
amo chiamarlo 'Ehi tu, Sky!'" 

Questa è la poesia che Jack, un ragazzino che fino a poco tempo fa pensava che scrivere o leggere versi fosse roba da ragazze, ha scritto sul suo cane. Il suo cane giallo. Jack è arrivato alla poesia per due ragioni: la prima e la più importante è la sua maestra, miss Stretchberry, che ogni giorno arriva in classe e legge, legge poesia. Lenta, ma sicura conquista la testa e il cuore di quel ragazzino restio e triste. Lui di lei in qualche modo si fida anche perché le poesie che legge in classe non lo lasciano indifferente. In particolare quelle di Walter Dean Meyers, e ancora più in particolare quella che si intitola Amo quel bambino. 
Jack comincia a scrivere in versi, ma è convinto che le sue parole non siano vera poesia. Il fatto che la maestra le apprezzi (anche se rispetta il suo desiderio di restare anonimo) e le appenda in bacheca al principio lo imbarazza, ma poi lentamente gli infonde fiducia. Continua e attraverso le poesie e il dialogo poetico con la maestra si convince di una cosa fondamentale: la poesia è per tutti ed è di tutti. Così Jack trova il coraggio di scrivere a Walter Dean Myers per invitarlo a scuola, è felice nel leggere la risposta che il poeta gli invia, è pieno di emozione nel conoscerlo personalmente a scuola. Tutto questo, insieme alla seconda ragione, che si nasconde nel buon motivo che questo ragazzino ha per provare a tirare fuori e dare una forma al dolore che cova. 
E la forma è quella poetica. 
Il tempo scorre, passa qualche anno e la maestra Stretchberry non smette di coltivare i suoi giovani poeti e mette nelle loro mani strumenti sempre più raffinati... Ma questa è un'altra storia, che si intitola Odio quel gatto. 

Love That Dog la Creech lo scrive, in versi, nel 2001. Il tempo di reagire e nel 2004 lo pubblica Mondadori nella collana Junior Best Sellers con la illuminata traduzione di Molesini, che addirittura si premurava di cambiare Stretchberry con Strizzabacca. 
A mio modesto parere fin da allora ho sempre pensato fosse un libro fulminante. Per diversi motivi, non ultima la copertina che ancora a distanza di vent'anni mi commuove per la sua capacità di mettere insieme due tipi di creature che per natura dovrebbero convivere sempre e comunque: bambini e cani.


Il libro non so che successo editoriale abbia avuto, nonostante Sharon Creech sia una Newbery Medal, per Due lune, l'unico suo titolo che resiste nel tempo. Fatto sta che dopo qualche anno sparisce dai radar e diventa introvabile, insieme a molti altri titoli Mondadori. 
Ciò nonostante, per quei diversi motivi di cui sopra, non viene rimosso nella mia testa. Anzi. Ne regalo addirittura una copia trovata da un remainders a Giovanna Zoboli. Ovviamente non ricordo perché. 
Le cose che colpiscono, a parte la copertina, sono principalmente due: da un lato il tipo di scrittura che rende in modo inequivoco la poesia lingua della vita quotidiana, sfatando ancora una volta un luogo comune che la relega a letteratura per pochi, e dall'altro la costruzione di un personaggio complesso attraverso un delicatissimo lavoro di cesello, attraverso la scelta misurata di ogni parola messa sul foglio, esattamente come avrebbe potuto fare un poeta. Attraverso un percorso pieno di slanci in avanti e di ricordi del passato, pieno di parole personali di un bambino e altrettanto di poesia di grandi autori, la storia nella sua complessità si svela e cresce, in tutta la sua bellezza. 
Poi, nel 2008, Sharon Creech decide di scrivere un seguito e lo intitola, Hate That Cat. In questo caso Mondadori non reagisce e Odio quel gatto non esce, se non dopo quindici anni (in un unico libro con Amo quel cane per la collana Contemporanea in versi) con la felicissima traduzione di Riccardo Duranti, adattissimo a questo nuovo tipo di testo che rispetto al primo prende ancora più spessore e quindi peso, con particolare attenzione alla forma che la poesia può assumere. La maestra, che non ha mollato i suoi ragazzini, li sta allenando a raggiungere obiettivi sempre più alti. E quindi Jack e i suoi compagni van per similitudini, simboli e metafore, onomatopeizzano e allitterano, che è un piacere. E noi ne godiamo grazie alle valenti scelte di Duranti che se c'è da giocare con la lingua non si tira certo indietro. 
Su questo seguito si imparano altre cose sulla poesia, ovviamente, su Jack e sulla sua famiglia. Una in particolare apre una grande porta sulla questione della comunicazione e del linguaggio - e in particolare su quello poetico e sonoro - e dà un respiro, nel senso anche letterale del termine, pieno di ritmo - FORTE-piano FORTE- piano FORTE-piano - all'intera storia. 
Non una parola di più per non togliere il gusto a chi vorrà leggerli, uno dopo l'altro. 

Carla 

Noterella al margine. Come sempre i gatti, usurpatori dell'attenzione nei confronti dei cani, hanno fatto sì che la copertina cambiasse e l'abbraccio sparisse. Ma in cambio ci abbiamo guadagnato due disegnini di Steig, retaggio delle edizioni originali. Poteva andare peggio, dai.

lunedì 19 giugno 2023

ECCEZION FATTA!

I BAMBINI E L'ANGELO

I bambini si rompono facilmente
, Silvia Vecchini, Sualzo 
Bompiani 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Vogliono che non le manchi niente, le comprano le cose più costose, ha una bella libreria laccata bianca, un tavolo gigante dove può fare qualsiasi cosa le venga in mente. Può chiedere di cucinare, fare il tornio, costruire una capanna in salotto. Si sono dati un obiettivo, deve avere una lunga infanzia spensierata." 

La bambina delle fate ha tutto quello che può desiderare, compresa una stanza tutta rosa con le sue foto incorniciate. Sta crescendo e forse tutte queste attenzioni, ma ancora peggio il mondo di fatine dei denti e di gnomi, di befane che arrivano sul balcone la notte tra il 5 e il 6 gennaio, deve appartenere al passato. Lei è da un bel po' che ha scoperto essere suo padre a uscire per un finto impegno di lavoro, a travestirsi per poi rientrare in casa alla chetichella e mettere bastoncini di zucchero nella calza che le hanno chiesto anche quest'anno di appendere in cucina. Ma con sua madre l'unica cosa che può fare è reggere il gioco e andare a dormire con lei nel lettone. 
Lei lo sa che nella notte di Natale sono loro a mangiare i biscotti e a bere il latte che lasciano ogni anno sul tavolo in soggiorno. 
Lei vorrebbe tanto fare come fanno le sue amiche o i suoi compagni che tutto questo lo hanno ormai passato e forse anche un po' dimenticato. Vorrebbe che la loro vita facesse un passetto avanti, una "casellina" nuova nel loro avanzare sul grande gioco dell'oca che è la loro vita assieme. 
Ma ha paura di ferirli, di deluderli. Loro che rispettivamente si tingono i primi capelli bianchi con il pennellino in bagno e di tanto in tanto indossano l'abito da sposa e poi si guardano tra i due specchi delle ante dell'armadio. Così, per verificare che segno hanno lasciato gli anni su un corpo che sta infiacchendosi. Non ce la fanno proprio ad accettare all'idea di invecchiare e lei, la piccola di casa, deve rimanere tale, la piccola di mamma e papà. Così diventa suo malgrado la prova vivente che la vita in fondo forse ti dà modo di cristallizzarsi nell'attimo che si giudica il migliore. Basta crederci. O meglio basta illudersi.

Venti tra bambini e bambine che nello spazio di una o due pagine sono lì a raccontare la loro fragilità, le incrinature, talvolta i cocci in cui si rompono, ma nello stesso tempo la loro resistenza nella convinzione che la vita che pulsa in loro è più forte di qualsiasi mazzata che la vita gli riserva. 
Due parole sul libro e altre due sull'anomalia che se ne parli qui. 
Silvia Vecchini ha raccolto con la delicatezza e la cura che mette sempre nelle sue relazioni umane i racconti, le storie, frasi, disegni, allusioni di bambine e bambini che ha avuto "l'onore" di incontrare lungo la sua strada. Lo ha fatto perché ne ha avvertito la necessità e l'urgenza di non lasciare cadere nel silenzio racconti del genere. Li ha rimodellati, credo il minimo indispensabile, per renderli frecce da scoccare. Li ha messi insieme. 
Sualzo, con una lingua altrettanto lieve, per ognuno ha fatto un disegno a china, cui si aggiunge una copertina con il timido coniglio che ha il compito di raffigurare la fragilità dei bambini, ma anche quello di essere il protagonista dell'ultimo racconto. Ognuna di queste storie è una storia vera cui Silvia Vecchini dà voce e, alla fine di ciascuna, la distilla in versi che diventano il necessario seme di tarassaco da far volare ancora e ancora. 
Tutto questo diventa un libro necessario che Bompiani pubblica. 
È un libro di piccoli per i grandi. 
È un libro che dietro una voce poetica, rarefatta, riesce a dire tanta di quella dura verità che non poteva non essere scritto e aggiungerei non può non essere letto. 
Ed ecco la seconda cosa che ha a che fare con l'anomalia di mettere in questo blog pensieri su un libro che parla dei piccoli, ma è scritto perché lo leggano i grandi. 
Il caso vuole che io stia partendo per Cagliari per un progetto di formazione che ha come fulcro la questione dei legami di famiglia, in altri termini sono chiamata a elaborare un discorso sensato -spero - attraverso una bibliografia di libri che abbiano dentro principalmente genitori e figli, ma anche qualche zia e un certo numero di fratelli. Ma. C'è un ma. 
Il registro richiesto è quello comico. Insomma, storie che facciano ridere. Per come sono abituata a orientarmi, decido di partire dai libri perché come sempre vorrei che fossero a parlare al posto mio, elaboro una bibliografia e su questa costruisco un discorso, ma mi rendo conto che c'è una zoppia evidente. 
Come si fa a parlare di libri spassosi su genitori e figli letterari, quando su genitori e figli veri c'è ben poco da ridere? Come faccio a ignorare l'urgenza di rimboccarsi le maniche e prendere quanto meno coscienza del fatto che tra adulti e bambini - non tutti si intende, ma molti - c'è un problema grosso un bel po'? Come faccio a ignorare questa situazione? Come posso solo guardarne il lato ironico, comico, sarcastico, senza risalire alle radici di tutto questo? 
Ed ecco che le due giornate formative si sdoppiano e diventano un pomeriggio serissimo, quasi drammatico, e una mattina esilarante. 
E mentre sono lì che scrivo pagine di appunti sulla condizione di fragilità in cui si trovano bambini, adolescenti, giovani adulti e persino adulti giovani, mentre sono lì che leggo le riflessioni che molti specialisti registrano come segnali ben oltre l'allarme, intercetto I bambini si rompono facilmente. 
Bene. Sobbalzo e in silenzio gioisco a leggere le pagine iniziali di Silvia Vecchini a proposito di un angelo, perché so che a Cagliari farò vedere una tavola di Heidelbach con una bambina che l'angelo custode se lo è costruito da sola... 


Il libro si legge di un fiato, lo studio, e la prosa e i versi, e ne sottolineo a matita tutto ciò che conferma la mia griglia cagliaritana: "stare vicini ai bambini è stare accanto a un mistero" oppure "la cieca distrazione degli adulti" o ancora "la traccia che i bambini lasciano sempre indirizzati al bene, anche quando non si vede, la loro fedeltà alla vita anche se ferisce". 
Bambini fatti a pezzi. Bambine a cui si nega di poter crescere - e non a caso ho issato quel racconto come bandiera. Bambini inascoltati. Bambini che sanno salvare i grandi. Bambine sirene. Bambini in lutto. In trasparenza si vede bene anche il mondo degli adulti. 
Il libro viene a Cagliari con me. 

Carla