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venerdì 27 febbraio 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confornto)

ACCADDE DOMANI


"L’UOMO HA SEMPRE SUDDIVISO IL TEMPO SEGUENDO I CICLI NATURALI. IL GIORNO È SCANDITO DAL SORGERE E TRAMONTARE DEL SOLE, LE SETTIMANE DALLE FASI LUNARI, CHE SONO QUATTRO E CHE, TUTTE INSIEME, SCANDISCONO I MESI. LE QUATTRO STAGIONI, CHE CORRISPONDONO A UNA RIVOLUZIONE COMPLETA DELLA TERRA INTORNO AL SOLE, SCANDISCONO INVECE L’ANNO. DETTO QUESTO, NEL TEMPO I POPOLI HANNO ADOTTATO DIVERSI CALENDARI. 
QUELLO UTILIZZATO NEL MONDO OCCIDENTALE È IL CALENDARIO GREGORIANO, INTRODOTTO DA PAPA GREGORIO XIII NEL 1582." 

Con queste poche righe che raccontano come sono nati i calendari, si inaugura una collana che ha per titolo I libri dei mesi e che conterà, facile prevederlo, 12 volumi. 
Si tratta di grandi libri, rilegati, che al loro interno condividono la struttura. A ogni giorno del mese è dedicata la doppia pagina che ospita una grande tavola centrale con sopra una piccola fascia con la numerazione dei giorni e in neretto compare quello cui è dedicata la pagina. Al di sotto dell'immagine corre invece un testo che racconta ciò che in quel preciso giorno del mese è successo, introdotto da un titolo accattivante e un anno di riferimento. Questa fascia di testo ospita anche, nella parte destra, altri due fatti, accaduti sempre in quel preciso giorno, ma raccontati in modo ben più telegrafico. 
A fine corsa, come è saggio che sia, ciascun fatto viene riordinato cronologicamente, non prima però di aver creato una sorta di indice visivo, che si intitola: il mese in un colpo d'occhio. 
La collana è diretta da Davide Calì. 


A lui il merito di portare in porto questa magnifica idea e a lui l'onore di esordire, ossia di lanciare la collana stessa. Suo è infatti il primo volume dedicato a dicembre e suoi saranno anche altri mesi... 
Su questo schema prestabilito che si ripete, d'altronde si parla di tempo e di calendari, le uniche variabili sono i nomi di chi ha curato i testi e di chi ha realizzato le immagini. 
E qui arriva la seconda bellezza: alle "tastiere" per adesso hanno messo la loro firma oltre a Calì, Ivan Canu e tra breve Chiara Lorenzoni mentre alle figure si sono succedute Francesca Gastone e, per marzo, Maria Lucia Carbone. Per il mese di giugno si aspetta con trepidazione Luogo Comune. 
Questa tipologia di libri contiene due caratteri che, nel mio caso, e spero anche in quello di molti bambini e bambine curiosi, funzionano come miele per gli orsi. 
Incitano alla collezione e sono dei gustosissimi cataloghi: di storie e di immagini. Non semplici liste, ma ragionatissimi repertori, cataloghi! 
Per paradosso, il tempo che scorre è la cosa meno importante: funziona da pretesto per collezionare secondo un ordine prestabilito, per l'appunto un catalogo di fatti di interesse che vanno in direzioni ogni volta differenti. 
Come in tutti gli almanacchi contemporanei, il concetto di "accadde domani" è il vero fulcro dell'interesse. 
Ma quale potrebbe essere il criterio di lettura di un libro del genere? 
Si può scegliere di essere sistematici e partire dal 1 dicembre e leggere tutto per bene per poi arrivare fino al 31. Nel caso si scelga questa lettura sistematica, va da sé che gioca un ruolo importante la scelta dei fatti da raccontare, come in ogni catalogo, d'altronde, è lei a fare la differenza.
Ed è qui che in trasparenza si vede la caratura di chi scrive e sta selezionando, fior da fiore, cose da raccontare. Argomenti che incuriosiscano, che abbiano qualcosa di insolito, oppure facciano riferimento a qualcosa di cui si presume di conoscere già un bel po'. 


Per esempio, scoprire quali sono le tre leggi della robotica e che le scrisse Asimov, il papà della fantascienza, nei suoi nove racconti dal titolo Io, robot può essere una curiosità. Oppure scoprire un po' di preistoria del cellulare e apprendere che solo una trentina di anni fa fu mandato il primo SMS della storia e che i caratteri a disposizione erano solo 160... 


O ancora commuoversi una volta di più con la storia del cane Hachikō o apprendere quella del ballerino Nureyev o la scoperta dell'esercito di terracotta in Cina. 


Oppure si può scegliere di affidarsi alle immagini e da loro farsi prendere per mano e farsi condurre.


E anche in questo secondo caso è il calibro di chi disegna che fa la differenza. 
E allora penso a quanto brave siano state le prime due illustratrici. E aspetto al varco il terzo. 
Il fatto di avere un'unica possibilità di illustrazione, per una narrazione seppure brevissima, è la grande sfida per tutti loro. 
Per Dicembre e Marzo, mi pare evidente che tutte e due abbiano ampiamente dimostrato di saper catturare in un amen lo sguardo del lettore. 


Per il mese di marzo Maria Lucia Carbone mette in campo il suo digitale. Mentre a dicembre erano i collage fotografici digitali di Francesca Gastone a togliere il fiato: uno più bello dell'altro. 
Due linguaggi differenti, ma entrambi di grande efficacia. 


Il lessico di Francesca Gastone è fatto di un uso sapiente dei pattern e dei colori, di foto di oggetti con scale dimensionali inattese. Come inaspettate sono spesso le prospettive delle sue composizioni. Gioca, da architetto, con i volumi e le forme: li asciuga fino a renderli delle icone. 
Entrambe sanno essere magnificamente efficaci e nello stesso tempo allusive.


E questo, ancora una volta, può fare la differenza.
Dunque, libri imperdibili.  

Carla 

Dicembre, Davide Calì, Francesca Gastone, Nomos 2025 
Marzo, Ivan Canu, Maria Lucia Carbone, Nomos 2026

venerdì 16 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"UNA FORMA NUOVA"

127 giorni, Andrea Rivola 
(adattamento e collaborazione ai testi di Federico Appel) 
Parapiglia 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 
 
"GIORNO 1 
Riolo dei Bagni sorge lungo il fiume Senio, sulle prime colline della Romagna, a metà strada fra l'Appennino e la via Emilia. 
Un paese tranquillo, orgoglioso delle proprie acque termali, abitato da gente sincera e laboriosa. Anche ora, nell'autunno del 1944, la guerra ha intaccato solo parzialmente la tranquillità di Riolo. Se si esclude l'assenza di uomini in età di leva, impegnati al fronte o chissà dove, qualche famiglia ebrea nascosta da qualche parte, qualche sfortunato incappato nei rastrellamenti nazifascisti. Ma le cose stanno per cambiare." 

Se da una parte la popolazione di Riolo dorme tutto sommato sonni tranquilli perché gli alleati stanno arrivando, dall'altra i tedeschi decidono di bloccare l'avanzata degli inglesi in arrivo da sud e lo fanno concentrandosi su un ponte che attraversa il Senio e vogliono anche sfruttare le montagne intorno a Riolo come postazioni difensive. 
Quindi Riolo, che fino a quel giorno era stata ai margini della battaglia ne diventa il centro. La prima conseguenza ricade sulle donne, sui bambini e sui vecchi che cercano rifugio in un paese che non è preparato e non è attrezzato. Veramente anche le persone non sono preparate: per loro in qualche modo la vita di tutti i giorni, quella fatta finora, deve continuare. Il signor Galli continua imperterrito nella sua passeggiata quotidiana, e pazienza per le bombe. Le esplosioni distanti sono i fuochi d'artificio per Battista. Ognuno di loro sembra diviso a metà tra la consapevolezza della guerra e la necessità di continuare la vita di sempre. Nessuno di loro dimentica del tutto, nessuno di loro annichilisce la propria indole: e quindi le ragazze insidiate dagli ufficiali fascisti non si fanno scrupolo del pericolo e li prendono a male parole, costi quel che costi, e il vecchio Maciulì riesce nell'intento di consegnare un gruppo di soldati tedeschi senza che nessuno si faccia male... 
Questa è la storia di un pugno di persone coraggiose, di un piccolo paese di collina romagnolo che per 127 giorni è diventato il bersaglio degli ultimi colpi di quella guerra insensata. 


E ha saputo resistere, nonostante tutto, fedele al proprio ideale di libertà.  

Il perché Andrea Rivola abbia risposto con entusiasmo alla richiesta del Comune di Riolo di celebrare gli ottant'anni della Liberazione con un libro illustrato è facile da capire: lui vive lì. 
La storia di Riolo è la sua storia. 
Nelle poche righe che questo spiegano prima che il libro cominci si legge: provare a raccontare, in una forma nuova, eventi tanto importanti. 
A prescindere dall'importanza dei fatti, dalla bellezza delle persone che questa storia l'hanno vissuta, di fatto l'hanno creata, la cosa che colpisce è davvero quella "forma nuova". 
Intendo dire il modo in cui Rivola, con il supporto ai testi di Federico Appel, ha deciso di raccontarla. 


Il materiale da cui gli autori hanno attinto è un altro libro, scritto da Leonida Costa - Le 127 giornate di Riolo - che risale al 1962. Già in quella fase la storia viene ricostruita attraverso le testimonianze orali. Ma Rivola e Appel hanno fatto un passo ulteriore, integrando il racconto attraverso anche i diari fondamentali di due testimoni riolesi, Vincenzo Cavara, all'epoca sedicenne, e Clara Zanotti, diventata staffetta partigiana. 
Questa diversità di voci trova un suo corrispettivo nella concezione del libro. 
Non lo si può chiamare un fumetto, e non è neanche un diario illustrato. Non è neppure un albo o una storia con le figure, come siamo abituati a vedere. 


C'è un calendario che segna i giorni, ci sono i panel, le vignette, che arrivano dal fumetto, e del fumetto ci sono anche i balloon, ma ci sono anche consistenti blocchetti di testo. Ci sono tavole a doppia pagina, ma ci sono anche sequenze di tavole più piccole che hanno il compito di dare velocità maggiorata rispetto a un respiro più lento e cadenzato. 


Insomma, è una polifonia di voci, di ritmi e anche di spessore dei fatti, che - mi pare evidente - corrisponde alla pluralità delle fonti e delle voci narranti. Su tutto si espande il disegno di Rivola che, fedele alla consegna, tiene tutto assieme e mantiene un suo tono ben preciso, pur diversificandosi in molti e diversi rivoli (!) con l'esito rassicurante di essere sempre un piacere vederlo. 

Carla

mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

lunedì 20 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA COSA IMPORTANTE DI UN CUCCHIAIO...

Un cucchiaio pieno di storie, Sandra Siemens, Bea Lozano (trad. Yuri Garret)
Caissa Italia 2025 


ALBI ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Una volta ho scavato una buca con quel cucchiaio. Jaime, il fruttivendolo, mi aveva regalato dei semi di zucca. Mi aveva detto che dovevo piantarli in cinque buche profonde tanto così e che in estate sarebbero nate le mie zucche. 
Avevo fatto due sole buche quando arrivò mia nonna: 'Quel cucchiaio non si usa per le buche'. Lo rimise nel cassetto delle posate e, in cambio, mi diede una paletta verde per finire di piantare i tre semi. Ma non è la stessa cosa: le palette non scavano altrettanto bene." 

E come volevasi dimostrare di quei cinque semi, solo i primi due attecchiscono, e solo due zucche nascono... 
"Quel cucchiaio" evidentemente non è un cucchiaio qualsiasi, visto che - oltre a nonna che non vuole sia usato per scavare, anche mamma non vuole sia usato per mangiarci la minestra, né papà le permette di suonarci Topolino Topoletto sul fondo di una pentola... 
"Quel cucchiaio" arriva da molto lontano. Molto lontano nel tempo. Ha attraversato indenne quattro generazioni per approdare in quel cassetto dove, in mezzo agli altri, ha un peso e un'importanza particolare. Tutta sua. 
Questa è la sua lunga storia. 
Ma è anche la storia di una bambina che con la Storia di quell'oggetto deve farci i conti per poi decidere come condividerla, nel futuro, con chi verrà dopo di lei. 

Di nuovo la storia di un oggetto. Evviva. 
Di nuovo la storia che si confronta con la Storia. Ari-evviva. 


Il primo grande merito di Sandra Siemens, in questo libro, mi pare sia quello di saper cogliere, con la stessa prospettiva che hanno i bambini, l'importanza degli oggetti.  
Per loro sono essenzialmente utensili. 
Per loro conta essenzialmente la forma, ragione per la quale qui un cucchiaio è per mangiare la minestra, per scavare una buca, per suonare una pentola. 
Mi vengono in mente due libri che - è garantito dalla biografia documentata delle due autrici Krauss e Wise Brown - di certo dei bambini riportano la voce autentica. 
Loro li hanno interrogati, li hanno ascoltati e hanno saputo riportarne il pensiero con assoluta onestà. 
Se si conoscono questi due titoli - La cosa più importante, di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard e Un buco è per scavare di Ruth Krauss e Maurice Sendak - si converrà che Ruth Krauss e Margaret Wise Brown, intorno agli anni Quaranta e Cinquanta e Sessanta del Novecento, hanno davvero rivoluzionato i libri per l'infanzia e il pensiero che li generava. 
Entrambe lo hanno fatto, usando la strada più dritta: sono risalite dirette verso la fonte. 
Entrambe, infatti, hanno frequentato con assiduità i bambini e le bambine della Bank Street School, baluardo di assoluta avanguardia pedagogica per l'epoca, guidata da Lucy Sprague Mitchell. Loro parlavano con quei bambinetti, ma anche con i loro vicini di casa cinqueenni, o con bambini incontrati sulla spiaggia... Quest'ultimo, per esempio, era un vero bambino che su una vera spiaggia stava scavando una vera gran buca. Quando Ruth Krauss gli rivolse la parola e gli chiese a cosa servisse... Lui le rispose: quello che è poi diventato il titolo del libro illustrato da un Sendak prima maniera. 
Il loro merito è stato quello di chiedere, ascoltare, non dimenticare e restituire voce. 


Mi pare che qui Sandra Siemens (e Bea Lozano le va dietro) abbia fatto lo stesso: dalla paletta verde che non funziona fino all'ultima riga del testo. Terzo evviva! 
Ma a parte questo, che non è per niente poco, anzi è il valore del libro, farei due altri ragionamenti su di lei. 
Visto il suo cognome e vista l'Argentina come suo luogo di nascita, mi viene da pensare che questa storia, se non proprio sua personale, tuttavia ne ripercorra alcune tappe. 
E così si arriva alla seconda grande questione che meritatamente il libro pone: la Storia più grande che si infila nella storia più piccola di un singolo oggetto. E lo fa attraverso il ricordo, che ha un suo portato affettivo maggiore, rispetto al concetto di memoria... 
Quindi tutto comincia da un servizio di posate che viaggia e non sopravvive alla guerra se non per un cucchiaio, che immediatamente diventa importante 'parte per il tutto', oramai andato perduto. Da quel momento in poi il cucchiaio diventa ricordo e, come tale, va conservato e passato di generazione in generazione. 
E anche la bambina piantatrice/suonatrice lo riceverà in dono - qualcosa di simile a una vera e propria dote di famiglia. 


Ma qui avviene un'ulteriore sterzata che non era così scontata, ma si allinea con quanto riconoscevamo a Margaret Wise Brown e a Ruth Krauss (ma anche a tanti altri dopo di loro).
Da bambina quale è, va da sé che il suo progetto futuro per l'utilizzo del cucchiaio sia diametralmente opposto rispetto a quello 'museale' che madre, padre e nonna hanno praticato finora e che le suggeriscono di continuare. 
E questo scarto rispetto al pensiero adulto fa la differenza. 
Lei va per la sua strada!


Circostanza non irrilevante per fare di un libro, che poteva essere retorico nel finale, un buon libro! 
Su che fine farà quel cucchiaio, non è dato fare ipotesi.
L'unica cosa che auguro a quella ragazzina è quella di non smarrirlo! 

Carla  

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbe Bea Lozano che fa un lavoro davvero interessante. Non so se sia successo veramente, ma dentro i suoi disegni si sente il palpito di Arnal Ballester che, se non è stato suo diretto maestro, lei conosce e guarda con devozione. O Wagenbreth? Brava a usare la doppia pagina senza paure, brava a ingrandire e rimpicciolire dove necessario. Brava a sentirsi così libera rispetto al testo. Brava brava. 
E, visto che è un esordio qui in Italia, sarebbe bello poterla rivedere presto. 

Seconda noterella al margine. Per puro spirito di completezza, qui il testo relativo alla definizione di cucchiaio dal libro La cosa più importante:

La cosa importante 
di un cucchiaio 
è che lo usi per mangiare. 
È come una piccola pala, 
lo stringi nella tua mano, 
puoi metterlo in bocca, 
non è piatto, 
è incavato 
e raccoglie le cose. 
Ma la cosa più importante 
di un cucchiaio 
è che lo usi per mangiare.

Terza noterella al margine. Avrei da ridire sul titolo dell'edizione italiana... ma vabbè. Chi mi conosce lo sa che sono severissima.

lunedì 8 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA DONNA POI!

La Regina delle Niagara Falls
, Chris Van Allsburg (trad. Valentina Vignoli) 
#logosedizioni 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)

"Immaginate di essere piccoli come una pulce, in piedi sul marciapiede accanto a un idrante aperto. È così che si sentono i visitatori delle cascate del Niagara. L'acqua scroscia da un'altezza pari a un edificio di diciassette piani rombando come una locomotiva, e produce una nube di vapore perenne schiantandosi sulle rocce e sull'acqua sottostanti. 
Dabbasso la terra trema, spaventando ed elettrizzando i presenti. 
Chi, nel lontano 1901, avesse scelto di visitare la zona, avrebbe visto cittadine costruite sui due lati delle cascate, con tanti alberghi per ospitare le vagonate di persone che vi si riversavano ogni giorno. Normalmente, marciapiedi, ristoranti e carrozze erano gremiti di turisti. Eppure, a mezzogiorno del 24 ottobre di quell'anno, in giro non si vedeva nessuno..." 

Questa è la storia di una ex insegnante di buone maniere e di danza di Bay City, nel Michigan. 
Ormai disoccupata, perché anche l'ultimo suo allievo, un rampollo di buona famiglia che era lì per imparare come comportarsi in società, se ne era andato, Annie Edson Taylor - una signora per bene di poco più di sessant'anni, rimasta vedova, leggendo sul giornale delle folle che confluivano a vedere le Cascate del Niagara, prese una storica quanto temeraria decisione per risolvere i suoi problemi economici.
Lei si sarebbe tuffata, chiusa in barile costruito ad hoc, dalle cascate del Niagara.

© Chris Van Allsburg


La gente sarebbe andata ad assistere all'impresa. E se fosse sopravvissuta - e lei ne era assolutamente certa - sarebbe diventata ricca e famosa. Avrebbe quindi girato il paese in lungo e in largo con il suo impresario, e il suo inseparabile barile. 
Le cose non andarono esattamente così. 
Alla sua impresa effettivamente assistettero in molti (alcuni vedendola così in là con gli anni, dubitarono anche), sui giornali se ne scrisse parecchio, lei in giro per il paese andò, ma la gente pareva più interessata al suo barile che al suo coraggio e piano piano, complice anche il fatto che lei non avesse il piglio di un'eroina, che fosse una signora attempata, tutti si dimenticarono di lei. E come se non bastasse il suo impresario la mollò, portandosi via anche il barile. 
Ma ancora una volta non si diede per vinta e si mise dietro un suo banchetto di cartoline a 5 centesimi e accanto al nuovo barile e, nel parco dove la gente andava ad ammirare le cascate - come aveva fatto lei da piccola, continuò per anni a sostentarsi. 
Ricca non lo diventò mai, ma convinta di aver compiuto la più grande impresa mai tentata lo fu per tutta la vita. A buon diritto. 

I libri di Van Allsburg sono sempre esperienze importanti. Difficile ignorarle. 
Principalmente per due ragioni: per le storie che raccontano e per i disegni che le illustrano. 
Partiamo dalle storie. 
Qui siamo in un campo, all'epoca dell'edizione orginale, per lui inesplorato: una storia vera. 
Dopo aver lavorato sempre su creazioni di assoluta fantasia, spesso e volentieri andando a pescare nel surreale, è lui stesso a dichiarare di essere stato in quel periodo della sua vita alla ricerca di qualcosa di realmente accaduto. Una storia che avesse a che fare con la Storia degli Stati Uniti era il suo campo di azione. E siccome si tratta di Van Allsburg la storia doveva necessariamente avere dell'incredibile. E così è stato. Molti anni prima aveva letto qualcosa a proposito dei Daredevils del Niagara, impavidi e intrepidi personaggi che in modi differenti si erano messi a confronto con le cascate del Niagara. Tra questi veniva citata Annie Edson Taylor, una vedova sessantaduenne che aveva sfidato le cascate, lanciandosi all'interno di un barile imbottito per fare un salto nelle sue acque per più di cinquanta metri, quanto un palazzo di 17 piani... ed era sopravvissuta.
 La storia, per i canoni di Van Allsburg, aveva la giusta percentuale di meraviglioso ed era una storia vincente, almeno in parte. E soprattutto gli dava modo di raccontare, senza parere, della condizioni sociali nell'America dei primi del Novecento, e in particolare quella delle donne. Lo aveva già fatto nel bellissimo La scopa della vedova. Ancora una volta, tra le righe, Van Allsburg si schiera dalla parte dei subalterni, che spesso sono donne (Il fico più dolce è un ulteriore esempio).
Così leggiamo di disoccupazione, di case di riposo misere, di pensioncine che erano topaie, di lavori umilianti...E soprattutto capiamo, con un semplice inciso in una frase, quanto le donne fossero considerate poco più che nulla nella scala sociale: 
"La sua storia apparve sui giornali da New York a San Francisco. Il popolo americano non sarebbe rimasto tanto sbalordito nemmeno se un cavallo avesse battuto un fuori campo o se un neonato fosse stato eletto un presidente. Come era possibile che qualcuno - una donna poi! - sopravvivesse a un salto delle cascate del Niagara?" 
E ancora. Interessante per dei ragazzini capire come effettivamente fosse il progetto e che fosse frutto della creatività della vedova, povera, di una non esperta - perdente -, e che lei ci credesse a tal punto da sfidare invece la perplessità degli esperti: la struttura, la scelta dei materiali, le imbottiture fatte di cuscini. 
Tutto questo, come sempre in Van Allsburg, contribuisce a dare spessore alla storia. 
Finiamo con le immagini. 
Nella sua ricerca documentaria Van Allsburg aveva trovato solo un paio di immagini in cui lei era ritratta e sulla base di quelle  - un po' poco in effetti - aveva cercato di dare una fisionomia al suo personaggio.

© Chris Van Allsburg


Così per arrivare a un risultato soddisfacente aveva chiesto all'insegnante di algebra di sua figlia  - che per età e corporatura ricordava molto la protagonista - se si sarebbe prestata a posare come modello. A tale proposito non vanno dimenticate due cose: Van Allsburg, come molti altri grandi dell'illustrazione, lavora su modelli tridimensionali (lui nasce come scultore) e in secondo luogo lavora moltissimo sull'espressione dei personaggi per veicolare precise emozioni. 
Infatti, qui come altrove, la carrellata delle espressioni della vedova, ma ancora prima della bambina al principio, sono un valore aggiunto. 
E ancora. Attraverso le immagini trasmette tutta la sua prospettiva surreale, per una vicenda che seppur vera ha molto del fantastico. In questo il grattacielo che disegna in prima pagina ne è l'espressione chiara. 

© Chris Van Allsburg


E a proposito di fantastico, mi sembra che un'altra cosa fantastica sia la sua capacità di creare visivamente - come in un film - la giusta attesa per gli eventi a venire. Nelle righe di testo, ma ancora di più nelle immagini - tutti gli astanti con il capo chino - è in grado di generare una suspense palpabile, che tocca il suo apice nella grande tavola con la sola frase Oh, Signore, e poi cadde! e riprende per poi risolversi due pagine dopo. 
Ma quant'è bravo? 

Carla

lunedì 12 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RADICE UNICA

Cromosomi
, Fabian Negrin, Kalina Muhova 
Edizioni Corsare 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"2025 - Mi chiamo Lucia e, mamma mia, come sono diventata vecchia... 
1963 - Sembra ieri che con Giorgio andavamo a ballare ogni sabato sera. Due fan scatenati dei Beatles. E tutte le domeniche burraco con l'allegra compagnia di amici. Quante risate! 
1951 - Giorgio l'ho conosciuto a Ischia. Mi ricordo l'emozione la prima volta che lo vidi. L'incontro avvenne sulla spiaggia dell'albergo Vittorio. Quello dove, da quando ho memoria, passavo ogni estate con i miei genitori..." 

La sua mamma era molto ansiosa e quindi il tempo che Lucia poteva passare al sole facendo castelli di sabbia, nonostante il cappellino, era limitato. Il suo babbo invece le lasciava fare molte più cose, compresi i tuffi di testa. 


Di mestiere lui era fotografo ed era sempre in viaggio, sua madre invece era nata a Londra ed è lì che si erano conosciuti... 
Il nonno di Lucia che di professione era capitano di lungo corso e viaggiava con la sua nave lungo la rotta Londra - Hong Kong si era innamorato di una giovane cinese e l'aveva sposata contro il volere della famiglia (un Pinkerton controcorrente). E quindi non è un caso che la Lucia di partenza abbia un po' gli occhi a mandorla... 

Ed ecco che i cromosomi fanno la loro entrata in questa storia. 


Fabian Negrin costruisce un'esile architettura narrativa che sulla genetica poggia le fondamenta. In altre parole, i cromosomi che riempiono i risguardi sono lì a testimoniare un fatto importante: noi siamo la nostra storia. 
Loro sono la nostra storia trascorsa (e indiscutibilmente anche la nostra storia futura), scritta piccola piccola: contenitori preziosi di DNA, sono la biblioteca del codice genetico che ci appartiene e che ci distingue da chiunque altro. 
Detto questo, Fabian Negrin prova a dare nomi e a costruire a ritroso una storia fatta di tanti episodi di altrettante piccole storie, quelle di chi ci ha preceduto. 
La novantenne Lucia ripercorre così il suo albero genealogico: genitori, nonni e poi bisnonni e poi indietro fino all'epoca delle Crociate, attraverso quell'anello che la bisnonna di Lucia aveva a sua volta ereditato e che aveva attraversato la genealogia della sua famiglia. 
Si va sempre più indietro, fino ad arrivare a Nefertiti. E prima di lei? 
Una sequenza di altri uomini e donne che hanno depositato piccole tracce di sé in chi è venuto dopo. 
Ma un punto di partenza di questo lunghissimo percorso ci deve essere stato - di certo in Africa, dove l'umanità ha avuto origine, e di cui Lucia è esemplare. 
È intrigante l'idea di dare forma al percorso genetico che distingue ognuno di noi, ossia di rendere tangibile e visibile un concetto complesso in cui il tempo, lo spazio, la biologia sono i piloni necessari, accanto a quell'altro concetto che non è proprio facile raccontare e che fino a Mendel non aveva neanche un nome... 
A prescindere dalla capacità di superare una difficoltà oggettiva nel creare una struttura che si dimostri leggera e soprattutto maneggevole per chiunque, in questo libro mi pare di cogliere una questione altrettanto importante: noi siamo tutti molto mischiati e tanto più andiamo indietro, tanto più ci avviciniamo alla radice che è - con buona pace di molti - unica.
 

Il seme del nostro albero genealogico, parrebbe sottolineare Negrin, è uno. Qualcosa di simile all'albero Pando, con una differenza: lui, essendo albero, con il crescere è diventato bosco, noi, crescendo, siamo diventati umanità. 
Bell'idea, bella storia. E come sempre con Fabian Negrin, bel finale. 
Ma come rendere visivamente questo viaggio attraverso spazio e tempo senza renderlo una noiosa galleria di personaggi? 
E quindi la seconda architettura è quella che si è inventata Kalina Muhova. 
Lavora sulla pagina come se fosse un suo blocco di appunti. Una sorta di taccuino di schizzi, di appunti che poi "pulisce" per renderlo leggibile a tutti. 
Mi ricorda quella sensazione di imbarazzo quando in università qualcuno ti chiedeva gli appunti della lezione... L'ordine, o per meglio dire il disordine, personale non è facile da condividere, quindi Muhova mette in pulito i suoi "appunti" e il testo di Cromosomi assume una sua iconografia, trova un suo ritmo visivo. 
La prima cosa necessaria da fare è fissare le tappe del tempo. E Muhova lo fa con quel rettangolino in alto che diventa l'orologio di questa lunghissima storia. 
La seconda cosa da fare è dare facce ai personaggi. E Muhova lo fa e li fotografa entro boxini quadrati: le foto tessera di ciascuno disegnate. Non tutti ma quasi hanno la loro. 
Terza cosa da fare è creare i legami, le connessioni. E Muhova si inventa un bel sistema, immediato quanto visibile: una linea tratteggiata che collega Lucia alla sua casa, oppure Lucia e Giorgio a diciott'anni, Charles e Mei attraverso i continenti, un anello con il quadro che lo ritrae al dito di qualcuno. 
Quarta cosa da fare è creare gli scenari, i contesti per rendere tutto meno scheletrico. Così Muhova, sullo sfondo delle foto tessera, disegna uno sfumato di una battaglia di crociati, come pure rinomate spiagge campane, anni Cinquanta. 
Quinta cosa da fare è non seguire sempre detto schema. E Muhova gioca su formati di immagini piuttosto diversi e movimentati. Nefertiti vince una pagina intera, così come l'abbraccio d'amore tra Charles e la sua sposa cinese... 


Sesta cosa da fare è quella di rendere otticamente tutto molto interconnesso. E Muhova si inventa l'uso di un pantone magnifico (che mette a dura prova la grafica dell'editrice e ora lo scanner che no gli rende giustizia) che è un faro illuminato sugli scaffali delle librerie. Non puoi non vederlo.
Settima cosa da fare è quella di dare spessore iconografico a questa carrellata di esseri umani. E Muhova cura, magari non proprio sempre sempre, pettinature e abbigliamento e fisionomie. 
Il risultato, un libro interessante. 

 Carla

mercoledì 11 dicembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COME SI SCRIVE UNA STORIA 


Sophia Henry Winslow, di anni undici compiuti il 22 luglio, ha già nel suo nome una storia. 
Si chiama anche Henry perché dopo la sua nascita sua madre non avrebbe più potuto avere bambini: dunque le danno anche questo nome maschile, che già era nato nelle menti dei suoi genitori. 
La migliore amica di Sophia è Sophie, ha ottantotto anni, di cognome fa Gershowitz ed è sua vicina di casa. 
Sophia si fa chiamare Sophie, e un giorno accade che ascolti una conversazione dei suoi genitori in cui i due, preoccupati, parlano delle sempre più assidue dimenticanze dell’anziana Sophie e del fatto che il suo unico figlio a breve andrà da lei per portarla via con sé. 
Alla piccola Sophie questa storia non piace per nulla, si fa così prestare da Ralphie, un suo coetaneo figlio di un dottore, un grande manuale medico dal quale prendere dei test per mettere alla prova la memoria dell’amica. Il test dei test è: ricordare tre parole a distanza di dieci minuti. Ce la farà l’anziana Sophie? 
la piccola Sophie si rivolge direttamente ai lettori e fin dalle prime righe anche noi abbiamo un compito, ossia ricordare tre parole: casa, ombrello, mela. Il libro si apre immediatamente a una riflessione su cosa sia una storia. 
A pagina 11 la giovane Sophie ci dice: “Sai una cosa? Non è così difficile scrivere una storia. Ci vogliono tutte quelle cose ovvie: personaggi, ambientazione, dettagli della trama (cosa è successo, perché è successo, cosa succederà dopo) e, ovvio, un finale. E’ tutto, grossomodo.” 
Il libro in realtà, dimostra che beh, non è proprio così semplice, e quella ragazzina lo imparerà con noi. 
Ma lasciamoci portare, e seguiamo le sue tracce, perché il libro ricalca esattamente le orme narrative che Sophie ha deciso. 
PERSONAGGI: se dovessi pensare a chi somiglia la piccola Sophie, penserei a Lisa Simpson. Sì proprio lei, la piccola saccente dolce sensibile Lisa. In fondo non è da tutti fare delle battaglie contro il cibo spazzatura in mensa a nove anni. E nemmeno prendere sempre 10 nei temi. E nemmeno fare riflessioni profonde sul valore dell’amicizia. 
L’ottantenne Sophie invece è una dolce nonnina di origine polacca, che non sa come si pronunciano alcune parole in inglese, che beve il tè nel pomeriggio, che accoglie la piccola Sophie in casa sua. 
AMBIENTAZIONE: siamo in una via, ben precisa, Chocorua Street, famosa per essere stata oggetto di una maledizione da parte di un nativo americano. In Chocorua Street abitano Sophie e Sophie, Ralphie e Oliver. Ossia gli amici migliori della voce narrante. 
DETTAGLI DELLA TRAMA: Sophie sottopone Sophie anziana a vari test. Ma quello delle tre parole rimane il cardine nella mente della piccola. Si accorge così che le tre parole vengono ricordate solo se attivano dei ricordi precisi nella mente della vecchietta. E i ricordi che lei narra sulle tre parole – albero, tavolo, libro – sono ricordi del suo passato di ebrea polacca in tempo di guerra. 
E’ sì questo un libro che parla della memoria, certo. Della memoria individuale e collettiva, ok. Ma se dovessi dire cosa lo caratterizza maggiormente, allora direi che è un libro sul potere e la forza delle storie, della Storia. 
Fin da subito, la piccola Sophie si interroga su questo: sta scrivendo per noi lettori una storia e nel farlo si pone delle domande. E’, di fatto, una metanarrazione. Le citazioni di libri e film e serie tv è continua, a dirci come la nostra narrazione sia la somma di ciò che leggiamo osserviamo sentiamo. Mentre lo leggevo pensavo, ma questo è un ottimo libro per chi abbia voglia di scrivere: sempre nelle prime pagine Sophie piccola racconta di un incontro con un’autrice, noiosissimo (“Quanti soldi guadagni?”, “Ce l’hai un animale domestico?” – ah Lowry, mi sa che ne sai qualcosa…), fino a quando si desta dal torpore di fronte alla domanda di un bambino su quale sia il modo migliore di far cominciare un libro: “Inizia dal giorno che è diverso” risponde l’autrice. E così la giovane Sophie riprende le fila, narrando del suo giorno diverso e riflettendo sulla diversità dei giorni che la vita ti mette davanti. E sono giorni diversi anche quelli che racconta Sophie anziana nei tre piccoli capolavori che narra sulle tre parole che deve ricordare.
Insomma, Lois Lowry ha bene in mente che potere abbiano le storie, anche per far rivivere la Storia, che di quelle è fatta. La scrittura della Lowry è fantastica: scorrevole, divertente, emozionante. Scrive questo libro alla veneranda età di 86 anni e fa diventare la sua voce quella di una bambina di 11 anni e quella voce è vera. Così parlano le undicenni. infatti è una lettura perfetta per chi abbia quell'età.
Ma quale magia fa in modo che la Lowry sia così capace di tenere dentro di sé quella voce viva? Ecco, io da grande vorrei diventare come Lois Lowry: scrivere così, pensare così, essere così divertente. 

Valentina

PS: Vi ricordate le tre parole che dovevate tenere a mente all’inizio? 

"Albero. Tavolo. Libro" Lois Lowry (trad. Dylan Rocknroll), 21lettere 2024 

lunedì 16 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VIAGGIO BEN FATTO 

Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini
Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió (trad. Federico Taibi) 
L'Ippocampo 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Il concetto diventa immagine. 
Ma c’è qualcosa di molto più importante che pulsa in loro: una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore. 
È così che le metafore filosofiche cancellano i margini delle astrazioni che le motivano per invitarci a una riflessione continua e a chiederci se, in fin dei conti, il nostro modo di intendere il mondo e noi stessi non sia di fatto modellato essenzialmente proprio da loro, dalle nostre metafore." 

Prima che tutto cominci, su due colonne, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde trovano una definizione di metafora. Per meglio dire, di metafora filosofica, ossia di quel particolare tipo di metafora che è concettuale e che funziona da ponte tra una parola o una frase che appartiene al pensiero di un filosofo e una immagine. In estrema sintesi, la metafora filosofica trasforma i concetti in figure. Per farlo deve per forza sconfinare dal mondo dell'astrazione per andare nel mondo del sensibile e lì prender forma in qualcosa di tangibile. 
E poi tutto comincia. 


Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola. 
Sulla pagina di sinistra le parole e un simbolo grafico, ci torno, e su quella di destra la grande immagine, un quadro di Guim Tió. 
Il concetto del continuo movimento del mondo, panta rei, di Eraclito trova nella parola fiume, che poi diventa scorrere di un fiume, la sua rappresentazione tangibile. Oppure la ben nota caverna di Platone o il giardino di Epicuro dentro cui si coltivavano ortaggi, ma anche l'imperturbabilità e l'autosufficienza per arrivare alla felicità in un mondo che cambia...concetti che diventano luoghi. Sono due dozzine le immagini cardine che diventano icone di altrettante filosofie (e più precisamente dal fiume dei presocratici alla vita liquida di Bauman, chiudendo così una sorta di cerchio perfetto anche in senso visuale): tra le due immagini di Guim Tió, un minuscolo uomo che cammina non lontano dalla riva di un fiume e un altro uomo che si tuffa in uno specchio celeste non troppo dissimile. 


Tra questo principio e fine ci sono Hegel con la sua civetta, Marco Aurelio con la sua marionetta, Agostino con lo specchio, Hobbes e il lupo, Parmenide con la sfera, Arendt e il deserto, Benjamin con l'aura e Butler con la sua Matrix, matrice. 
E in mezzo noi, la nostra curiosità verso quel regolare quanto continuo passaggio da un linguaggio a un altro. E quando si arriva in fondo al percorso, senza essersene neanche accorti, abbiamo ascoltato una storia e l'abbiamo vista illustrata. 
Una storia unica che ci riguarda tutti. 

Questa è forse la ragione per cui, dopo lunghi tentennamenti, il libro Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini trova la sua posizione tra le varie rubriche di Lettura candita, non in quella più prevedibile, dedicata alla divulgazione - Fammi una domanda! - ma piuttosto tra i libri di narrativa. Ha prevalso il senso di unità - una unica grande e magnifica storia del pensiero - che ha, nonostante alcuni esiti da vero libro di divulgazione, una sua precisa volontà letteraria cui corrisponde una magnifica eco visuale. 


Pedro Alcalde, alla domanda sulla nascita di un libro del genere (liquido, nel suo genere?) ha risposto così: un viaje a lo largo de la historia de la filosofía que estuviera acompañado por imágenes que facilitaran su compresión. 
Ho voluto credergli e, dato che le storie di viaggi, sono letteratura, narrativa, eccoci qua. 
Padre e figlio condividono, almeno a vedere i loro cursus honorum,, una passione comune: la filosofia. Così hanno deciso di trovare assieme un filo rosso che tenesse assieme le singole storie dei singoli filosofi: la metafora era perfetta per il loro gioco. Insieme, come prima di ogni viaggio ben fatto, hanno individuato le tappe e il percorso tra partenza e arrivo. Poi si sono spartiti i compiti: ognuno ha approfondito la singola tappa scelta per poi ritrovarsi a condividerle e la soddisfazione, come dovrebbe essere alla fine di un viaggio ben fatto, è stata quella di riconoscere al proprio compagno il merito di aver portato un accrescimento all'esperienza in sé. 


A parte l'interesse che ha come sempre in una storia-catalogo la scelta dei due Alcalde, scelta che sta dietro ai nomi dei pensatori prescelti, ci sono un paio di cose che davvero colpiscono. 
Da una parte il grandissimo lavoro fatto da Guim Tió. che qua dimostra una maturità raggiunta a soli trentasette anni. 
Paesaggio come campo di colore, è lui stesso a definire così le sue tele. 
Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità. 
Bello, davvero.


Resta in ultimo da dire qualcosa su un elemento che non so in quanti valorizzeranno e che invece considero un piccolo capolavoro in un libro già bellissimo. 
Esiste una sorta di indice simbolico, che viaggia accanto a quello più classico di titolo e pagina corrispondente. Ognuno di questi simboli lo si ritrova poi in cima alle rispettive pagine ed è una sorta di icona della metafora stessa: uno spicchio grigio per la lama del rasoio di Occam, due cerchi rosa per la civetta di Hegel, quattro linee parallele per la marionetta di Marco Aurelio, un pentagono grigio con un vertice più chiaro per l'iceberg di Freud. 


Non so dire da quale testa sia uscita una idea e una sintesi del segno così efficace, tanto stupefacente. 
Parrebbe lontana anni luce dalla ricerca di atmosfere di Guim Tió, lontana dai suoi quadri che si fanno illustrazioni, diventando metafore esse stesse in un libro sulla metafora. Ma chissà. 
Forse la maternità spetta a quella grande grafica e designer che ha curato il progetto grafico e che è dietro la casa editrice català, Zahorí Books, Joana Casals? Forse. 

Carla

mercoledì 7 agosto 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

IN QUALI ALTRI MODI LA FOTOGRAFIA POTRA' SORPRENDERCI? 


Si può parlare di fotografia ai bambini in vari modi, ma ce ne vengono in mente soprattutto due: il manuale tecnico (e in commercio ce ne sono già) oppure il racconto della sua storia, dai primi tentativi agli ultimi straordinari esiti della tecnica. Cosa non facile quest’ultima, considerata la distanza siderale che intercorre tra le origini della fotografia e quello che oggi siamo abituati a maneggiare in grande quantità e con estrema disinvoltura, tanto che si fa fatica ad ammettere che si stia parlando della stessa cosa. 
Allora come colmare questo grande gap? 
Sarà sufficiente raccontare cosa hanno fatto F. Talbot e L. J. M. Daguerre nel diciannovesimo secolo e come questi tentativi siano stati di volta in volta elaborati? Evidentemente no, se ci sono dei bambini che potrebbero sapere poco di quello che nell’Ottocento in generale accadeva e soprattutto, potrebbero essere poco interessati a saperlo. 
Le autrici di questo libro, Elisa Lauzana e Irene Lazzarin, scelgono di fare entrare i bambini nel racconto storico, e non bambini in senso astratto, ma proprio quelli che hanno realmente contribuito alla realizzazione del libro, partecipando ai giochi che le due autrici hanno proposto e mettendo in scena un dialogo immaginato con i pionieri della fotografia. Aprendo le bandelle della copertina infatti si possono vedere i ritratti fotografici degli alunni della classe seconda con i quali le autrici hanno condotto questo divertente esperimento. 


I piani su cui la conversazione si sviluppa sono due: quello del dialogo tra i bambini che hanno partecipato a questo esperimento e le autrici, e quello aperto e mai concluso tra i protagonisti della storia della fotografia e i lettori di oggi. Ma non esiste una distinzione netta e i due piani, che si relazionano senza soluzione di continuità, contribuiscono a fornire a chi apre le pagine del libro la sensazione di prendere parte attiva alla costruzione dell’intreccio. 
Diversamente da quanto solitamente accade, il laboratorio non è stato progettato partendo dal contenuto del libro, ma è stato quest’ultimo a venire alla luce sulla scorta dalle suggestioni e stimoli provenienti dalle esperienze laboratoriali. 
Infatti le domande e i commenti riportati sono precisamente quelli che hanno formulato i giovani partecipanti, tanto che, come le autrici riportano nell’introduzione rivolta agli adulti, possono considerarsi a tutti gli effetti co-autori del libro. 
Il testo si snoda attraverso quattro capitoli: La camera oscura: dal disegno alla fotografia, Ritratti e costumi: dal dagherrotipo alla “carte de visite”, Raccontare la realtà: la fotografia come documento, Non solo realtà: la fotografia come arte. 
Nel primo, il racconto si svolge tutto a partire da una scatola dipinta di nero (la camera buisssima appunto) e sulle indicazioni precise di come costruirne una. Raccogliendo l’eredità rinascimentale degli studi sulla prospettiva e gli escamotage che Canaletto nel Settecento adottava per riprodurre fedelmente il paesaggio che vedeva dalla sua finestra, J. N. Niépce ha tentato i primi esperimenti di scrittura con la luce. I bambini hanno riprodotto quella situazione (utilizzando però della carta fotografica), i loro elaborati sono stati inseriti nelle pagine del libro e costituiscono, per ogni giovane lettore, degli esempi di stimolo per fare altrettanto. D’altro canto sfido chiunque a non provare meraviglia di fronte alla proiezione capovolta di un’immagine reale sulle pareti di una camera oscurata. Le suggestioni che possono nascere da una simile esperienza sono tantissime e vale davvero la pena provare insieme magari a un gruppo di piccoli curiosi. 
Il secondo capitolo mostra un passaggio importante. La fotografia si distacca dall’elaborato grafico e diviene mezzo autonomo di conservazione della memoria: il ritratto fotografico, così come lo è stato per secoli quello pittorico, rappresenta un nuovo incredibile mezzo per superare il tempo e consegnare ai posteri un’immagine realistica. Ma scoprire come venivano realizzati questi ritratti è altra cosa che semplicemente osservali. Perché, per esempio, le pose dei soggetti era tutte così somiglianti? Soprattutto come mai quelle persone assumevano atteggiamenti così rigidi e statici?


L’esposizione a quelli ingombranti apparecchi fotografici era estremamente lunga, si arrivava anche a venti minuti, durante i quali il soggetto doveva sforzarsi di rimanere immobile, pena una foto mossa. Quanto può essere bello allora proporre ai bambini di vestire i panni di uomini e donne vissuti più di un secolo fa e far provare loro a posare per una foto! Il gioco del travestimento non manca mai di suscitare entusiasmo, ma proposto in questo modo permette di riflettere anche su un aspetto della fotografia, il tempo di esposizione, che gli attuali sistemi per lo più regolano in automatico. 


Con la messa in scena dei bambini, la fotografia diventa già racconto; superare la staticità di una posa è già immaginare una situazione in divenire, una premessa e uno sviluppo. Le autrici hanno quindi invitato i bambini a scegliere degli scatti, ad accostarli con un criterio narrativo o espositivo e così facendo gli hanno coinvolti nella composizione di un racconto per immagini. E le storie possono essere quelle reali o possono essere quelle inventate che nascono semplicemente dalla suggestione di una immagine.


Gli ultimi due capitoli del libro narrano del grande salto compiuto dalla fotografia nel momento in cui la pratica è uscita dai limiti angusti dello studio ed è diventata portavoce di fatti ed eventi anche molto lontani. Diventata testimonianza e documentazione di popoli e luoghi sconosciuti, contribuisce ad allargare l’universo del conosciuto e di conseguenza dell’immaginato.


Nelle ultime pagine il racconto si sviluppa intorno a quel dialogo tuttora aperto tra un’immagine fedele alla realtà e una che allontanandosi prova a reinventarla. Si può facilmente intuire che il dibattito tra le autrici e i bambini sia stato molto acceso e a dimostrazione di questo ci sono le numerose riflessioni riportate in una conversazione intavolata, tra gli altri, con Julia Margaret Cameron, donna pioniera di una fotografia audace, di una sperimentazione impavida, che considera l’errore un’occasione più che un inciampo. Muovendo dai tentativi della Cameron il libro invita i bambini a sperimentare, a provare a utilizzare materiali diversi come vetri, plastiche imballaggi che possano modificare la visione degli oggetti, a lavorare sulla deformazione e sulla rielaborazione. 
La strada che si vuole indicare è quella della ricerca di uno sguardo differente e che si eserciti a trovare modi e sentieri non ancora battuti. 
Il libro può essere proposto a partire dai 6 anni.

Teodosia  

"La camera buisssima. Viaggio alle origini della fotografia tra storie, invenzioni ed esperimenti" E. Lauzana, I. Lazzarin, Quinto Quarto 2023