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venerdì 5 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRIMINI DI GHIACCIO

Pia, Pepe e i ladri di biciclette, Marie Hüttner (trad. Valentina Freschi) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni) 

" 'Santo cielo, avrò chiamato Lore sul cellulare almeno dieci volte, ma non risponde. E cinque volte sul numero di casa. Hai idea di quanto fossimo preoccupati? State bene? È successo qualcosa? Perché hai risposto tu al telefono e non Lore?' 
Era una buona domanda. Un'ottima domanda. Dovevo dire la verità? Ovvero che nonna Lore era sparita senza lasciare traccia? Cosa sarebbe successo? Papà e Tanja avrebbero fatto subito dietrofront e sarebbero sfrecciati dalle Alpi fino a Klein Funkenwalde e, quando sarebbero arrivati, probabilmente la nonna sarebbe saltata fuori già da un pezzo. Ma ormai sarebbe stato troppo tardi e io avrei dovuto ripartire con loro e salutare nonna Lore dal lunotto posteriore e guardarla diventare sempre più piccola davanti alla sua bellissima casetta gialla." 

Breve antefatto: Pia, undici anni, è appena arrivata nel paesino dove vive sua nonna per trascorrere con lei un po' della sua estate. Sua madre è irraggiungibile in una delle sue settimane di digital detox (da cellulari e altri device). Suo padre è in vacanza con la sua nuova fidanzata che Pia detesta. 
Il problema è che alla stazione non c'è nessuna nonna Lore ad aspettarla, e anche a casa sembra non esserci. 
Così Pia, dopo quattro lunghe ore di attesa nella sala d'aspetto, si fa coraggio e cerca di arrivare da sola alla casa della nonna. Con un po' di scaltrezza, entra e l'unico ad accoglierla è il gatto Sbaffo. Della nonna, appunto, nessuna traccia. Scatta in questa ragazzina la sindrome da detective (della serie Crimini di ghiaccio lei non si perde neanche un episodio) e, con il taccuino e una buona dose di capacità deduttive, ma soprattutto facendosi coraggio da sé, prova a trovare una logica per quella insolita situazione. 
E - ancor di più - cerca di salvare la sua idea di vacanza lontano da mamma e papà e addentelati, mentendo alla grande. E anche un po' rubando.
Questa è la sua rocambolesca, avventurosissima e bugiardissima settimana, in cerca di sua nonna. Ma è anche una storia gialla, in cui lei, con il pedante ragazzino vicino di casa, prova a risolvere l'intricato caso delle bici rubate, che con ogni probabilità è alla base di tutta questa inarrestabile baraonda. 

Il punto di partenza di questa storia contiene in sé tutti gli ingredienti di una buona storia avventurosa: l'imprevisto, ossia qualcosa che non accade come pianificato; l'età della protagonista, undici anni è età perfetta;  il suo essere da sola in un luogo conosciuto, ma non del tutto, e neanche tanto grande; la agognata lontananza dei genitori e soprattutto la grande difficoltà a essere raggiunta da uno di loro nell'immediato; l'impossibilità di fare marcia indietro e tornare al punto di partenza. 
Su questo intreccio di fattori si appoggia l'intraprendenza della protagonista. 
"So che posso farlo" è il motto di Harusha Mikaro, una famosa scalatrice, uno dei miti indiscussi di Pia. Così, vista la situazione, lo fa diventare all'istante anche il suo (e di sua nonna), di motto: spegni la paura, accendi il coraggio! 
Come da canone, a Pia si affianca dopo poche pagine un socio, e come da copione si tratta di un suo coetaneo, maschio e lievemente pedante, che altri non è che il vicino di casa della nonna. Con lui, sebbene non goda - almeno non subito - della fiducia della ragazzina, Pia condivide la passione per risolvere i misteri. Ma, come da canone, se al principio i due si guardano con sospetto, dopo un altro po' di pagine si alleano, pur non smettendo mai del tutto di battibeccare tra loro. 
Altrettanto canonico è l'animale, il gatto della nonna, Sbaffo, che funziona come una sorta di transfert nei confronti della signora, assente ingiustificata. 
Intorno a tutto questo ruotano come satelliti due fattori. 
Il primo: un'evidente passione da parte della protagonista per gli stereotipi da kolossal cinematografico, cui lei attinge appena può per immaginarsi finali della sua storia pieni di pathos: tramonti indimenticabili, addii lacrimevoli... cose così. 
Il secondo: una certa tendenza a sfociare nell'inverosimile quando entriamo in contatto con l'immaginazione di Pia, per esempio per spiegarsi l'assenza della nonna. 
Se al principio si potrebbe rimanere basiti delle ipotesi che lei formula per dare un senso a questa inspiegabile assenza - nonna Lore è chiusa nel bagno del parrucchiere perché non le piace il taglio; si è dimenticata del mio arrivo ed è partita per i Caraibi; è caduta dal ciliegio e, con la mano rotta, va dal medico e rimane bloccata nello studio, dopo la chiusura... Ebbene, con l'andare avanti ci si fa l'abitudine e nulla o quasi ci sembra più tanto inverosimile. 
In questo alternarsi di realtà vera e fantasie spinte, fanno capolino un paio di cose interessanti.  
La prima: nonna Lore compare solo intorno a pagina 200, ma noi di lei sappiamo tutto grazie ai racconti di Pia. Divertente conoscere un personaggio attraverso gli occhi di un altro... 
La seconda: la lettura intelligente che detta nipote fa di ciò che la circonda. È una ragazzina nel contempo visionaria, ma anche molto attenta a leggere i dettagli e interpretarli: uno su tutti, le saponette asciutte nel bagno che per lei sono, giustamente, sintomo di qualcosa… 
La storia gialla, che si intreccia con la settimana 'in solitario' di Pia, è, in sé, poca cosa ed è lì solo come strumento per mettere alla prova i semplici ragionamenti e le successive deduzioni di due ragazzini piuttosto svegli, ma soprattutto è lì per far succedere ciò che succede e per dare modo alla tensione di non mollare mai del tutto. 
Ecco perché un libro fatto praticamente solo di cose che accadono sarà una lettura riposante da fare d'estate.

Carla

lunedì 20 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A DOMANI!

Via da qui, Tamara Bach (trad. Claudia Valentini) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 
 
"Solo quando mamma bussa allo stipite della porta, Kaija si rende conto di essere rimasta lì a guardare il soffitto per un'eternità. 
'Ehi' le dice mamma. 
Si avvicina al letto, le si siede accanto e le chiede di farsi un po' più in là. 
Poi si sdraia di fianco a lei. 'Hai trovato la cassettiera' dice. 
Annuisce. 
'Tutto ok?' chiede. 
'Mmh' fa Kaija. 
'E tu?' 
'Mmh'. 
Se ne restano sdraiate lì per un po', fuori il brulichio della natura, dentro il loro silenzio. 
Restano lì un altro po'. 
Finché mamma non si tira su e guarda Kaija. 
'A domani' dice. 'A domani' dice Kaija."

Da pochi giorni, con il resto della famiglia - madre, padre e la zia della madre - Kaija è andata ad abitare nella vecchia casa materna. In una cittadina di provincia, dove a lei tutto è estraneo. Nuova scuola, nuove persone intorno, nuovi luoghi, nuovi percorsi e - giocoforza - nuove abitudini. 
Si sta lasciando alle spalle la vita precedente, con un bel po' di nostalgia e un vuoto e silenzio intorno che non si aspettava. I suoi vecchi amici tacciono e la chat - ultimo filo che la lega a loro - si interrompe all'improvviso. 
Ora è davvero sola, ossia gli unici punti di riferimento sono la sua famiglia: una vecchia zia bisbetica e non proprio in salute, un padre affettuoso e spesso ai fornelli, una madre molto occupata che in qualche modo di quel 'ritorno a casa' patisce in silenzio i possibili esiti. 
Questa è la loro storia, o forse sarebbe più giusto dire le loro tre storie, quella di Kaija, quella della madre Ruth e quella della vecchia zia Josepha, che si intrecciano reciprocamente in un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro. Tutte e tre le donne di questo romanzo devono fare i conti con le loro scelte e confrontarsi, anche a distanza, con il difficile guado cui l'adolescenza ti sottopone. 

Se si superano le prime venti pagine in cui la protagonista piomba nella sua nuova classe e viene fatta oggetto di scherno da parte di alcuni compagni, e si supera quindi l'idea di avere per le mani l'ennesimo libro, un po' stereotipato, sul bullismo, si atterra in una letteratura di altissima qualità: densa, intelligente, sensibile, sofisticata e sottile, costruita con grande sapienza. 
Le cose che colpiscono sono molteplici. 
Innanzi tutto la scrittura (ed evidentemente anche la felice traduzione), che scorre piacevolmente per 180 pagine, senza mai perdere la sua energia, la sua coerenza: profonda, brillante, ironica, esatta e capace di raccontare anche il dettaglio senza mai diventare pedante. 
Spesso e volentieri si potrebbe pensare di avere davanti una sceneggiatura in cui ogni minimo gesto o movimento dei protagonisti viene descritto, per poi diventare guida per gli attori. L'effetto che ne sortisce è davvero visivo: noi siamo lì, come davanti a un film, e vediamo questa famiglia che si muove principalmente nello spazio della vecchia casa e del giardino: li guardiamo mentre tacciono o mentre si scambiano veloci battute. E, come succede al cinema davanti a un buon film, partecipiamo anche noi  all'azione. 
Ah, come è vero il suggerimento di Saunders: show don't tell! 
Colpisce altrettanto la sapiente costruzione dei personaggi che si approfondisce cammin facendo. 
La metà di ogni buona storia sta in questo: a parte il plot in sé, che sicuramente deve essere ben architettato, risiede nella convincente credibilità dei singoli personaggi. 
Nessuno di quelli che qui compaiono - saranno in tutto una decina tra comprimari e comparse - passa inosservato. 
Di ciascuno si percepisce il carattere, l'indole: le forze e le debolezze, i pregi e i difetti, simpatie e antipatie e su tutto la complicità reciproca, fatta di non detti. Fino all'ultimo rigo il lettore è chiamato in prima persona a capire chi sia veramente Kaija, il suo buffo papà americano, oppure Ruth, sua madre,o la zia Josepha, oppure Emily o sua madre Sina. 
Il plot, in qualche modo è stato già detto, non ha nulla di avventuroso e rocambolesco, pur tuttavia tiene il lettore incollato alle pagine, a seguire le varie e diverse voci che il racconto mette a fuoco di volta in volta, attraversando con noncuranza ben tre generazioni di ragazzine, tenute insieme dalla sola genealogia. 
Ultimo ma non ultimo è il grande e complesso ragionamento su quello che è il senso dell'andarsene via e del tornare, il senso ultimo di ogni essere umano nel riconoscere un luogo e chiamarlo casa. 
E ancora, la ricchezza emotiva di una squadra che si può chiamare famiglia. Magnifiche le tantissime pagine costruite sui sottintesi tra loro, fatte delle loro tacite complicità. 
Attraverso le tre età delle protagoniste, il loro presente, ma anche e soprattutto il loro passato, siamo davanti a un perpetuo movimento in avanti o indietro negli anni. Le loro storie si costruiscono intorno a quello che è la delicatezza e l'intensità della vita quando si è adolescenti: le aspettative, i progetti, le fragilità di vedere legami che si spezzano, e l'insopprimibile bisogno di costruirne altri e nuovi. 
Finalmente un gran bel libro: da non perdere, per nessuna ragione al mondo!

Carla

mercoledì 18 febbraio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SE TI PRENDI CURA DI UN ANGELO 


Yaya ha 17 anni e sta vivendo la sua personalissima apocalisse: ha perso la madre da pochi mesi e la ragazza che ama è scomparsa senza dirle nulla. E non basta. Intorno a lei è tutto il pianeta a vivere come se si fosse vicini alla fine del mondo. Quello che succede è che da qualche mese (una decina di giorni dopo la morte della mamma), dal cielo cadono esseri alati che si schiantano al suolo senza vita. I media, e quindi tutti, li chiamano le Creature: ne sono cadute già più di ottanta. Precipitano in tutti gli angoli del pianeta, hanno fattezze umane e la pelle e il sangue color oro o bronzo. 
È il caos totale, tutti sembrano impazziti e dopo i primi tempi in cui il panico collettivo manda all’aria ogni organizzazione sociale, la vita riprende il suo corso, ma il delirio rimane. Gli scienziati sezionano le Creature nei laboratori, i Cacciapiume si scapicollano per accaparrarsi i loro resti e venderli a un improvvisato mercato di reliquie, i video delle cadute girano virali nella rete. Gli sconti nei magazzini diventano “paradisiaci” e non mancano i ristoranti con menù che propongono “Aureola di cipolla”, “Patatine cherubine” o “Ali fritte”. La setta dei Caduti Risorti spinge gli adepti ad arrampicarsi sui luoghi più alti delle città mettendo in scena performance mozzafiato per recitare il loro penitenziagite! di medievale memoria. 
Quando anche suo padre e sua sorella si lasciano prendere dalla caccia alle Creature tutto diventa troppo per Yaya: si sente in conflitto con tutto e tutti e si chiude in una solitudine scettica e insofferente. 
Ma proprio lei che non ne voleva sapere di angeli e di Creature si ritrova con un angelo che le precipita davanti, ferito, ma vivo. Yaya se ne prende cura proteggendola (è femmina) dal delirio collettivo. 
La storia che ne segue si svilupperà intrecciando diverse questioni: l’elaborazione del lutto, il senso di colpa per non essere riuscita a salvare la madre, il conflitto e gli affetti, la famiglia, l’amicizia, la malattia, un nuovo innamoramento, ma anche uno sguardo lucido su una società caotica che delira di fronte all’ignoto. 
Out of the blue comincia come una distopia ma presto ci restituisce a una dimensione assolutamente reale, a una quotidianità dentro cui lo straordinario trova posto nella vita concreta dei protagonisti, pur mantenendo la sua radicale estraneità. L’angela non porta alcun messaggio di salvezza, non ha richieste o prescrizioni, non domanda e non risponde; è semplicemente lì e ha bisogno di essere curata e liberata. Non c’è da chiedere “chi sei” o “perché” o “a cosa mi puoi servire”. Neanche all’autrice interessa raccontarci il perché e il per come di queste creature, e anche chi legge dovrà fare i conti con questa presenza inspiegabile. Sarà proprio la capacita di riconoscere questa alterità che consentirà a Yaya e agli altri protagonisti di questa storia, di fare pace con la vita. E con la morte. E accogliere, “mettere in salvo” il mistero, l’insondabile, la possibilità di vedere oltre. 
Realismo magico, si potrebbe dire, ma ben piantato in uno sguardo interessato a raccontare la vita concreta di una ragazza concreta che sta facendo i conti con la morte. E con l’amore. 
Particolarmente riuscita è la maniera in cui l’autrice fa parlare la Creatura. L’angela infatti non parla alcuna lingua umana e la sua capacità comunicativa è piuttosto emotiva ma è in grado di memorizzare e ripetere intere frasi ascoltate alla radio. La comunicazione con Yaya e i due gemelli (Allie e Calum che si uniranno ben presto all’impresa) passa attraverso parole della stessa (nostra) lingua, ma quando le utilizza la Creatura assumono una capacità comunicativa davvero bizzarra. Le parole e le frasi che utilizza nei dialoghi con i giovani protagonisti sono mere ripetizioni di previsioni meteo o interviste ascoltate in radio; parole svuotate di significato contingente che, oltre a far sorridere, suonano in un certo qual modo anche intellegibili. Infatti si comprendono alla perfezione. La loro intesa funziona come una semplice (straordinaria) amicizia. 
Tra le pagine di questa storia aleggia certamente un altro angelo, un certo angelo da garage. Quell’ineguagliabile Skellig pare affacciarsi da lassù, dalla schiera degli angeli salvati dal coraggio di ragazzi e ragazze intente a crescere. E da lassù mi immagino che continui a sussurrarci: Se ti prendi cura di un angelo… Se ti prendi cura di un angelo… 

Patrizia 

“Out of the blue. Dal cielo all’improvviso”, Sophie Cameron, (trad. di Luigi Cojazzi), 
Terre di Mezzo 2026 

lunedì 16 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VERTIGINE DELLA LISTA

La lista di Violetta,
David Vlietstra, ill. Yoko Heiligers (trad. Olga Amagliani) 
La nuova Frontiera Junior 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per ogni incontro, Ingeborg voleva che scrivessi che cosa mi preoccupava prima che avesse luogo e se, a posteriori, era davvero capitato ciò che temevo. A me un resoconto simile pareva piuttosto stringato e, perdipiù, non proprio esaltante. Per cui ho deciso di non pormi dei limiti nelle descrizioni degli incontri che facevo. In questo quaderno avrei scritto tutto, nei minimi dettagli. 
Cosa succedeva, cosa veniva detto e che gesti venivano fatti e come mi sentivo durante quegli incontri. Doveva diventare una specie di diario. Un diario di incontri." 

I quaderni sono cinque e nei primi quattro effettivamente questa ragazzina annota con grande dovizia di particolari i primi dieci incontri. 
La cosa funziona così: Violetta ha stilato la lista di tutti e venti i suoi compagni di classe, lei è in quinta. E uno dopo l'altro ha in mente di passarci un pomeriggio assieme, giocandoci. 
L'ordine che segue per decidere il sorteggiato o la sorteggiata del giorno è piuttosto variabile, ma la procedura di coinvolgimento è sostanzialmente identica. Violetta chiede a ciascuno di loro se abbiano voglia di giocare con lei. E, visto che tutti accettano di buon grado, capita che lei passi a casa di ciascuno di loro un pomeriggio intero, facendo ogni volta cose molto diverse. 
A casa propria, diligentemente e nella penombra della sua stanza, Violetta di questi pomeriggi ne stila una cronaca ricca di dettagli e considerazioni. E ogni volta ne viene fuori l'originalità delle esperienze: dal ritrovamento della fede nuziale nell'orto delle carote, al pomeriggio passato con la sua compagna alla moda, la cui casa era stata il set di una famosa serie in tv, passando per il pomeriggio passato lungo i binari del treno a schiacciare monetine e a liberare tricicli incastrati.


Ogni volta, la storia che Violetta scrive nel suo diario ha qualcosa di davvero meraviglioso. Così tanto meraviglioso da non sembrare neanche vero... 

Meccanismo a orologeria che come tale deflagra tra le mani del lettore a tre quarti del libro. 
Sebbene qui non sia possibile dire di più, tuttavia c'è da parte mia l'assicurazione che alla fine del libro nessuno si sarà fatto male. Anzi. 
A fine corsa, saremo lì stupiti, a ragionare di cosa significhi davvero la solitudine e di quanto sia complicato per dei ragazzini in crescita uscire allo scoperto: alle volte la sola pelle non sembra bastare. 
E allora è possibile che da parte loro si rimugini e lavori in silenzio alla costruzione di una propria corazza. E se questa corazza fosse fatta di sole parole? 
E allora occorrerà interrogarsi anche sul senso che la scrittura può avere. 
Interessante quesito: per chi e perché si sente talvolta il bisogno di scrivere? 


Violetta conosce bene il suo problema e riesce a vederne i contorni, ragione per la quale una volta a settimana va a fare due chiacchiere con una psicologa. 
Sa che la solitudine dentro cui è asserragliata può giocarle dei brutti scherzi, ma sembra sapere altrettanto bene di avere gli strumenti per potersela lasciare alle spalle. Uno di questi è proprio l'esercizio cui Ingeborg la sottopone. Anzi, lei si sente così sicura di potercela fare che va al di là del compito stesso: nessun breve report paraclinico e asettico, quanto piuttosto un fluente e coinvolgente diario dettagliato dei suoi pomeriggi. 
Questo è ciò che vuole portare in regalo a Ingeborg. Un giorno, a incontri ultimati. 
Scrivere è il suo modo di esporsi. È il suo modo di trovare un senso. Almeno per adesso, il racconto di dieci pomeriggi di gioco è quello che lei può mettere sul piatto. La sfida la diverte, le prende la mano, le dà gusto, le dà fiducia... 
Noi assistiamo a tutto questo e ci caschiamo dentro con tutte le scarpe. 
Noi siamo gli interlocutori di Violetta. 
Noi siamo i primi lettori di questo diario così particolare. 
Lei scrive i singoli incontri per chi - come Ingeborg - un giorno li leggerà. 
Qui e ora è il nostro turno. 
La seguiamo mentre, con una certa determinazione, sta facendo 'i compiti' che per l'appunto Ingeborg, la sua psicologa che l'aiuta a combattere il suo irrefrenabile bisogno di isolarsi dagli altri, le ha assegnato. 
Violetta, va detto, ha metodo: ha stilato una lista di nomi, che è sulla prima pagina del libro e tutti questi personaggi, stando a quanto scrive, sono i suoi compagni. Con ciascuno di loro lei ha in mente di passare un pomeriggio di gioco. 
E infatti è con il racconto di tutto questo che riempie pagine e pagine. 
Sempre più avvincenti, sempre più inverosimili... 


Alla fine, dopo i venti incontri, forse solo diciannove perché il bambino Edzo non le sembra molto propenso a passare del tempo con lei, visto anche il sasso che un giorno le ha tirato, Ingeborg - e noi con lei - resteremo a bocca aperta. 
Perché la lista di Violetta è sul serio una bella storia di storie. 
E da lì sarà bene per tutti, Violetta inclusa, ricominciare. E forse, questa volta per davvero. 

Carla

venerdì 6 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI E NEMICI

Tre dita, Massimo Canuti 
Uovonero 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ci ho messo un po' prima di riuscire a trovare le parole giuste. Non sapevo se dargli del lei oppure del tu. Alla fine ho optato per il lei: era molto, molto, molto vecchio e mi sembrava la scelta più adeguata. Mi sono fatto il segno della croce (mi è venuto particolarmente bene, con tutte e dieci le dita), dopodiché ho fatto un piccolo inchino. 
'Salve. Come sta?' 
Credevo che interessarsi della sua salute fosse una buona cosa: del resto la prima impressione è sempre quella che conta, come diceva mamma. 
Dio però è rimasto zitto." 

Anno di grazia 1943.
Nado ha dodici anni e vive nel piccolo paese di Bettolle, in Valdichiana. Sua madre fa la sarta a domicilio e parla fitto fitto con Dio, tutti i giorni, più volte al giorno e sempre con un tono poco più che bisbigliato. Suo padre ha un piccolo laboratorio dove fa il sapone; lui al contrario parla pochissimo e mai con Dio. Ha una sorella minore, Vilma, che Nado cerca di evitare il più possibile, ma che gli viene affidata spesso e volentieri. Ha anche una piccola banda di amici e con loro passa gran parte del suo tempo, ci chiacchiera, ci gioca e molto di rado ci litiga: Civetta, Gambadoro, Neno e Tiritinfièri. Tutti loro si sono guadagnati sul campo il soprannome che portano, quello di Nado è Tre dita, per via di quell'ordigno che un giorno gli è esploso tra le mani... 
Questa è la sua storia tra l'alternarsi di piccole monellerie e grandi decisioni, tra le chiacchiere di paese e le chiacchiere col Padreterno, tra tedeschi nemici e tedeschi che ti salvano la vita, tra il giocare a fare i grandi e poi diventarlo davvero... 

Intrecciare pezzetti di vita vera, quella di Nado Canuti, suo padre, all'interno di un racconto inventato è quello che ha fatto Massimo Canuti, scrivendo Tre dita
Gli spunti presi dalla realtà dei fatti sono: il contesto, ossia Bettolle la cui gioventù si organizza per dare vita a una propria azione di Resistenza contro gli invasori tedeschi; ma soprattutto l'incidente in cui effettivamente il piccolo Nado perde una mano e due dita per aver maneggiato incautamente un ordigno inesploso e il relativo salvataggio da parte di un giovane soldato tedesco che lo porta di corsa in ospedale. Molto vera è anche la sua precoce passione per la scultura, che lo renderà da adulto un artista di grande talento. 
Ma in verità tutte le duecentocinquanta pagine trasudano autenticità, cosa che rende la lettura una vera gioia. 
Il tono di voce di questo ragazzino ti entra nelle orecchie e tu lo stai a sentire dall'inizio alla fine, senza mai annoiarti. 
Altrettanto si può dire per il suo sguardo sulla realtà. 
Da un lato colpisce, da parte di quel pugnetto di ragazzini, l'irrinunciabile ricerca del gioco, modalità attraverso la quale tutto viene filtrato: giocare alla Resistenza, giocare a fare gli eroi, giocare a far finta che... Al contrario, altri tra loro decidono di diventare grandi e di saltare il fosso, rinunciando, di fatto, alla loro condizione di bambini. 
E dall'altro colpisce la capacità di quegli stessi ragazzini di andare a leggere il mondo attraverso macrostrutture, proprio come capita a chi è piccolo e deve districarsi in un mondo complesso. 
Quindi per tutto il romanzo si parte sempre distinguendo tra i buoni e i cattivi, tra i grandi e i piccoli, tra i paurosi e coraggiosi, tra gli amici e i nemici, tra il sacro e il profano. 
Solo con il tempo vediamo il ragionamento affinarsi, accettare la sfumatura e quindi dal bianco assoluto o dal nero pece piano piano vengono in luce diversi toni di grigio, frutto del bianco che si mescola al nero. 
Questo bisogno naturale che porta alla semplificazione del pensiero, a una visione un po' facile e manichea, lascia il posto a un fare che, seppure scanzonato, ha il pregio di spostare il punto di osservazione, dando più spessore alle cose. 
In questo senso paiono esemplari i ragionamenti ironici e serissimi su e con Dio, ma soprattutto i pensieri che lentamente maturano nella testa di Nado riguardo all'invasore tedesco, che nel contempo è quello stesso nemico che gli ha salvato la pelle. 
A quel tedesco lui riconosce un'umanità che cozza con quello che è il pensiero comune. Con quel suo gesto istintivo di autentica umanità, il giovane soldato tedesco ha dimostrato di essere altro dal male assoluto. Su questa stessa lunghezza d'onda si mette anche sua madre, che decide di sdebitarsi con quel ragazzetto dalla divisa sbagliata, cercando di regalargli il vestito buono del padre. 
Pagine piene di risate e di profondità e di grandi domande. Bellissime, davvero. 

 Carla

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla

martedì 30 dicembre 2025

ECCEZION FATTA!

 I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
 CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE 
 PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 Il meglio di... un anno di libri, 
 un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
 (BUM!) 


gennaio 2025

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2024 

perché

"Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. "



I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 

perché

"Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! "

febbraio 2025 


Ascoltami quando sto zitto, Zornitsa Hristova, Kiril Zlatkov, trad. Neva Micheva, Orecchio Acerbo 2024 
“La visita”, Núria Figueras, Anna Font, trad. Francesco Ferrucci, Kalandraka, 2024 
“Solo con sé stesso”, Geoffrey Hayes, trad. a cura della redazione, Orecchio Acerbo 2025 
“Killiok”, Anne Brouillard, trad. Tangui Babled, Babalibri 2024 

perché

"Non è facile comunicare l’esperienza del silenzio. 
E le parole non sembrano esserne capaci. (...) Ma il silenzio apre spazi. Spazio al silenzio! 
È questo che ci raccontano con intelligenza queste storie di orsi, cani, gatti e volpi, che sapranno ben incontrare la lettura dei più piccoli ma, come sempre per i libri ben fatti, anche quella di lettori e lettrici di ogni altra età."


L'odissea dei semi, Cruschiform (trad. Giulia Olga Fasoli) L'ippocampo 2024

perché

"Cruschiform non lavora su criteri strettamente botanici: tipologia della pianta, forma, misura, provenienza, ma piuttosto sul tipo di sistema utilizzato per la diffusione. 
Con quella parola "odissea" lei di fatto orienta le scelte in base alla partenza e al viaggio pericoloso e ignoto, prendendo in esame il tipo di stratagemma che ogni pianta ha elaborato per non estinguersi e, possibilmente, per espandersi il più possibile, così da mettere al sicuro la specie. 
L'eco delle parole di Mancuso sul fatto che dalle piante si dovrebbe imparare come stare (e restare) al mondo... Ma vabbè. 
Dieci diversi macro sistemi che lei ha individuato e con i quali ha ordinato e messo a sistema 146 diverse piante. 
Ciascuna di loro è quella che è, ma è anche un po' Ulisse..."


marzo 2025 


L’angolo, Zo-O, (trad. Stephanie Barrouillet), Terre di Mezzo, 2025 

perché

 "Zo-O maneggia concetti opposti in una dialettica che sfugge ogni polarizzazione, e restituisce nel racconto la potenza del concetto rivoluzionario di interdipendenza. (...) L’angolo non è ridotto a una sterile chiusura da sfuggire ma diviene luogo protetto in cui è possibile prendere le misure, costruire, un luogo in stretta relazione con l’esterno, poiché presupposto imprescindibile per l’atto di apertura."



(trad. Laura Cangemi) , Lupoguido 2024 

perché

"non offende mai l'intelligenza dei suoi lettori, con l'essere didascalico o retorico: fa succedere, o non succedere, le cose, descrive luoghi e abitudini con la consueta grazia, ossia portando il lettore a percepire per deduzione certa serenità diffusa. Sottilmente ironico, largamente affettuoso, con pochi dettagli messi in elenco è in grado di creare il necessario spessore di caratteri e situazioni. 
Insomma, questa percezione piacevole che si prova nel ritrovarsi fra conoscenti si riverbera nelle illustrazioni di Gitta Spee. Le sue tinte pastello, i contorni morbidi, le sfumature ovunque, certa dolcezza che dedica alle rotondità di Gordon e certa esilità che distingue Buffy in camicia da notte oppure con l'ambito berretto in testa, contribuiscono a rendere tutto così tanto accogliente, da non voler mai chiudere il libro per andare a fare altro. "


aprile 2025 


Oggi la parola è meraviglia, Chiara Carminati, Vittoria Facchini, 
Bernard Friot, Susie Morgenstern Pension Lepic 2025 

perché

"È un libro piccolo, pieno di blu, in cui in 125 pagine si alternano trenta parole diverse, ognuna delle quali declinata in tre lingue da tre poeti in tre direzioni tra loro anche molto lontane. Tre voci che leggono novanta poesie e per ciascuna parola, almeno una tavola - a matita, penna e pennello intinto nel blu. A tenere tutto assieme, il lavoro della grafica che silenziosamente sceglie colori, forme, formati, corpi, font e restituisce un oggetto in cui al pregio si aggiunge pregio. Vedere per capire. D'altronde se festa deve essere, tutti devono contribuire alla buona riuscita e al piacere di festeggiare assieme." 


Origine, Nat Cardozo, testi a cura di María José Ferrada L'Ippocampo 2024

perché

"Una meraviglia dietro l'altra, viso dopo viso, luogo dopo luogo. 
Ed è proprio in questo modo di concepire l'immagine che non posso non pensare a tre cose. 
La prima, Tullio Pericoli e ai suoi paesaggi. La seconda, quello che ho visto accadere anni fa, durante uno dei festival cagliaritani di Tuttestorie, in cui Elena Iodice ha sussurrato nelle orecchie di frotte di bambine e bambine di immaginare i volti delle persone come fossero paesaggi ("Quaranta anziane/i sono stati fotografati per divenire volti/paesaggi, ispirati al lavoro dell’artista Tullio Pericoli, e poi “lavorati” dai piccoli con la loro fantasia e il loro sguardo unico. Ed ecco che le due età così diverse – infanzia e vecchiaia – assumono ognuna e entrambe un significato nuovo [...] per “entrare” nella grande poesia dell’incontro fra le due estremità del Tempo."Ma la chiave, geniale, è proprio lì: i volti delle persone sono paesaggi."


maggio 2025 


Martin lo scheletro
Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024

perché

"Potrebbe scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che sull’aspetto del tempo il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia."


Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare (trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) Iperborea 2025 

perché

"Alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie..."

giugno 2025 


Rosalie sogna... Nikolaus Heidelbach (trad. Valentina Vignoli)  #Logosedizioni 2025 

perché

"Per la qualità estetica. La capacità di costruire congegni esatti e perfetti e semplici. La qualità dalla sua ironia, a cui si lega il piacere del gioco visuale. Il suo gusto di indagare il lato oscuro del pensiero: è di raccontarlo per quello che è, con la sua consueta onestà, sogno dopo sogno. La sua capacità di mettere in dialogo immagine e testo per farli deflagrare. "


Enigmi a tutti i piani. Criminali allo sbaraglio, Paul Martin (trad. Serena Tardioli) Il Castoro 2025 

perché

"Con noncuranza, metterlo in mano a ragazzini e ragazzine perché passino una bella estate, facendo nel contempo un atto rivoluzionario: si facciano vedere con un libro in mano. 
E, magari, alla fine constatare con rammarico che sono stati più svegli di noi nel risolvere i casi." 

[continua]

mercoledì 3 dicembre 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

È UNA STORIA. È UN TERRITORIO. È UNA CASA 

Vi è un legame intrinseco tra le questioni legate alla narrazione e il nostro rapporto con lo spazio che ci circonda: può accadere di intravederlo muovendosi in profondità, scavando con andamento verticale nelle storie (vere o inventate che siano) ma anche ricercando una connessione più di superficie, quella che si sperimenta affrontandole come fossero territori in cui esplorare per orientarsi.


Prendiamo un trasloco, per esempio. Un’esperienza classicamente tra le più stressanti. Io del mio non ricordo tanto la fatica del cambiamento, quanto quella dovuta alla quantità di cose che, scomodate dai loro legittimi e silenziosi alloggiamenti, hanno sprigionato un’intollerabile quantità di quella impalpabile energia chiamata memoria. Non erano meri oggetti portatori di ricordi, ma accumulatori di cosmogonie legate a interi periodi di vita. In altre parole, radici denudate che mostravano in bella vista la loro intera estensione. 


Lo strambo trasloco della magione Miller racconta di un filone d’argento, della miniera Minnie Moore e relativa fortuna, dell’amore tra Henry Miller e Annie. E poi c’è la costruzione della villetta, la morte del marito, i rovesci di fortuna. È solo quando Annie, in cerca di nuova prosperità per sé e il figlio, decide di spostare l’intera costruzione per trasferirla sei chilometri più in là, in un luogo più adatto al suo nuovo progetto di vita (un allevamento di maiali) che si entra nel vivo della faccenda. Traslocare una casa intera, infatti, è un ossimoro: pensare lo spostamento in un unico blocco di tutta la struttura, a partire dai muri, per passare alle stanze, ai mobili, i letti, gli armadi, i tavoli, le sedie richiede non solo ingegno e forza muscolare, ma anche un considerevole sforzo immaginativo.


Che il fatto sia dichiaratamente una storia vera è da annoverare non tanto nell’ambito di quella crisi nei confronti dell’immaginario e del fantastico che tanto viene lamentata di questi tempi. Tutto al contrario. Eggers si riallaccia alla tradizione usando uno stratagemma da vecchi cantastorie, che questo dovevano saper fare per lasciare a bocca aperta il proprio uditorio: conoscere una struttura intimamente, interamente, dalle fondamenta alla soffitta, esattamente come muratori competenti capaci di smuovere solo quello che deve essere smosso, per lasciare intero tutto il resto. Il trasloco della magione, con la numerazione puntuale di tutti i mattoni delle fondamenta, funziona benissimo come similitudine per raccontare come si trasferisce tutta intera una narrazione dalla propria testa a quella di chi ascolta.


Lo strambo trasloco della magione Miller, nelle mani di Dave Eggers, è contemporaneamente una storia vera, la sua (re)invenzione e anche una riflessione sul narrare e sulla scrittura. Soprattutto è una riflessione su quella vena preziosa e segretamente lucente che ci attraversa, fatta di memorie e credenze e mitologie sotterranee che stanno, silenti, stipate, in attesa. Un patrimonio grezzo, spesso inconscio o addirittura sconosciuto, che rende però possibile il travaso di interi ecosistemi narrativi. La questione della miniera – fatto vero – così come il viaggio in Europa (se non vero, sicuramente molto probabile e verosimile), ma ancora di più: il fatto della numerazione delle componenti delle fondamenta sono in questo senso eloquenti: è dalle profondità che parte ogni racconto, dal frantumarsi degli accadimenti e delle esperienze, dallo stratificarsi dei significati e dalla successiva ricomposizione.


Perché dal momento che esiste, poi, ogni storia va attraversata, in modo simile a come si attraversa il territorio vero, quello fisico, quello che ci circonda e che in primo luogo sperimentiamo come superficie rilevabile con gli sguardi, con distanze immaginate e vissute. Le analogie sono tali per cui spesso raccontare il fuori diventa intrinsecamente raccontare quello che accade dentro. 


Prendiamo ad esempio un cow-boy. Immaginiamo che decida di seguire le orme del padre solo dopo averle verificate. Immaginiamolo così, alle prese con l’idea della mandria che dovrebbe gestire, ammansire e mungere, come da sempre fa la sua famiglia. Immaginiamolo come un punto circondato da un territorio che esiste, ma che lui vuole percorrere, vedere, rilevare e registrare in autonomia, prima ancora che esserne assorbito. Ecco Billy delle nuvole, il nuovo albo di Eva Offredo. Billy delle nuvole ha la pretesa e l’ardire di voler conoscere prima di accogliere. Anche Offredo si aggancia a una storia vera (o almeno lei così dice): ha incontrato Billy, tanto tempo fa, e questo albo è la sua testimonianza. Invece di scavare però, lei decide di percorrere le tracce in superficie. 


Billy abbandona il lazo e lo sostituisce con lo sguardo. Il movimento di questo utensile riassume efficacemente il funzionamento del nostro occhio in azione: l’energia del lancio, l’allontanamento dell’estremità e poi il ritorno, la deliberata volontà di afferrare qualcosa. 
Diversamente dalla fune, poi, l’occhio torna sempre con qualche informazione: e allora ecco le immagini di Billy tornare e fissarsi sulla pagina come se questa fosse non solo la retina, ma quel posto speciale dove quello che vediamo si deposita. Ecco la Pampa correre a perdita d’occhio, gli armadilli e le civette e poi mangrovie, doline marine e fiordi e renne… 


Pagina dopo pagina, paesaggio dopo paesaggio, pianta dopo pianta, roccia dopo roccia, ecco emergere – in Billy e in noi - una visione più ampia: le singole rilevazioni si approfondiscono e, accumulandosi si dispongono in mappe, le mappe diverse si aggregano in territorio, l’esplorazione narrata assume una consapevolezza spaziale più estesa, lo stupore attonito si traduce in indagine. L’esperienza viva si astrae, i passi si tramutano in rette, le soste si fanno simbolo. Il tesoro che Billy raccoglie camminando è impalpabile. È fatto di oggetti, di sguardi e sensazioni, sorrisi, suoni, versi di animali, temperature e luci. 
E poi c’è la fatica, la frustrazione al cospetto della strabordante molteplicità, la meraviglia. Il caldo, il freddo, la terra sulle mani, le nuvole che viaggiano e, sopra, il cielo.


Se esiste uno scrigno per questo tipo di cose, ha la forma di un quaderno. Nelle pagine straripanti di appunti, nella seconda parte dell’albo, avviene una prima appropriazione della molteplicità incontrata camminando. Ecco far capolino il tempo, le date, la durata effettiva degli spostamenti e dei giorni. Ecco il riordinare, attraverso numeri ed elenchi, quella messe di informazioni e immagini e reperti raccolti sul sentiero, in forma sparsa, estemporanea, accidentale. Ecco il sedimentare del territorio nel racconto personale, una soglia imprescindibile per il passo successivo. Al ritorno del viaggio, la prima lettura del territorio viene integrata con un approfondimento documentato su flora e fauna delle parti del mondo attraversate.


Billy delle nuvole è un incontro faccia a faccia con il mondo naturale per scoprire come farne parte. Forse proprio per questo contiene diversi sguardi. Il primo è narrativo, certo, ma poi, per contenere tutto, si trasforma, suggerendo un metodo di raccolta da praticare nel quotidiano e infine ancora, offrendo un inquadramento di carattere divulgativo. 


Questi due albi si parlano in modo sottile. Se il primo ragiona sulla profondità delle radici e sul trasferimento della memoria da una mente all’altra, il secondo si dispone come indagine geografica, di superficie, evocando inequivocabili analogie tra il camminare e il leggere. Entrambi però, prendono un punto nello spazio, un luogo conosciuto e familiare, e lo correlano a uno poco distante, in cui non siamo ancora stati: si apre davanti ai nostri occhi una distanza che vuole essere conosciuta. Che chiama, come una promessa. È una storia. È un territorio. Soprattutto: è una casa. 


Giorgia

 “Lo strambo trasloco della magione Miller”, Dave Eggers, Julia Sardà, (traduzione di Giulia Rizzo) L’ippocampo 2024 
“Billy delle nuvole”, Eva Offredo, (traduzione di Martina Arecco), Quinto Quarto 2025