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mercoledì 24 febbraio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

VARCARE LA SOGLIA


Era il 14 settembre 2018 quando del libro inglese The tunnel si scriveva diffusamente.
Il libro non era ancora stato pubblicato in Italia e quindi tutti i riferimenti erano all'edizione originale del 1989 e poi a quella di Walker del 1992.
Ora The Tunnel è diventato Il tunnel: è stato pubblicato anche in Italia quindi si può festeggiare e tornare sul libro.
Forse è più utile concentrarsi su un confronto fatto all'epoca, che, per ragioni di economia di spazio, allora non aveva avuto modo di espandersi. E siccome il tempo passa, a quel confronto se ne potrebbe aggiungere anche un altro.
 

Il primo. Si tratta di un libro nodale per quel che riguarda la concezione del picturebook: The Garden of Abdul Gasazi, di Chris Van Allsburg, che anticipa di un decennio quello di Browne. Un libro e un autore che dovrebbero essere presi, così come andrebbe fatto per Browne, a canone da tutti coloro che si cimentano con la creazione di questi oggetti. Il confronto si concretizza su un particolare narrativo che ha una fortissima valenza simbolica: l'atto di varcare una soglia e di trovarsi di fronte a un mondo diverso, inaspettato.
Tanto Van Allsburg quanto Browne, va detto, su questa questione hanno ragionato più volte nel corso della loro carriera.
Ma in questi due libri i loro ragionamenti vengono espressi con una chiarezza adamantina. Sono davvero due libri chiave.
Con ciò non si cerca di dimostrare che sia una loro originale invenzione, visto che in letteratura gli esempi sono innumerevoli, a partire dalla caduta nel precipizio di Alice o il suo attraversare lo specchio (altro tema che Browne declina a suo modo nel suo primo libro Through the magic mirror), tuttavia, il farlo attraverso un preciso gesto fisico, ovvero l'attraversamento di un passaggio angusto poco accessibile, sia esso un cancello indurito dalla ruggine, un tunnel, un uscio pieno di ragnatele, un cespuglio spinoso, assume una valenza ulteriore e una dichiarazione di intenti ancora più perentoria.
Va da sé che su questa strada si sono posti, successivamente, molti altri autori e autrici di calibro. Ne hanno capito il senso e l'enorme portata e così è apparsa nella letteratura illustrata una schiera di personaggi che si sono chinati, fatti piccoli per poter attraversare cancelli, passaggi stretti oppure hanno aperto con estrema cautela porte che nella storia avevano la precisa funzione di segnare un confine.
 

Solo per dare una manciata di punti di riferimento penso per esempio a cosa si trova davanti la Leslie di Kitty Crowther nel suo L'enfant racine del 2003 quando si mette carponi e si infila nel tunnel, che chiamerei dentro come secondo confronto, o il bimbo silenzioso Ji Hyeon Lee nel libro La porta (2018) o i due ragazzini di Julie Fogliano e Lane Smith nella Casa che un tempo del 2019 o anche un po' l'Arianna che Felicita Sala mette in ginocchio per attraversare l'intrico di rovi (Il posto segreto, Susanna Mattiangeli, Lupoguido 2019).
Torniamo ai tunnel e ai viali ombrosi.
 

Al gesto di percorrerli. La caratteristica che tiene insieme i passaggi immaginati e illustrati da Van Allsburg, Browne e Crowther sta nel fatto che sono passaggi ombrosi e scuri. Incombenti e perturbanti.

 

Il tunnel era buio e umido, e viscido, e spaventoso.

Il piccolo Alan, sulle tracce del cane Fritz che sta portando a passeggio e che gli scappa, percorre un ombrosissimo viale alberato e sa perfettamente di essere dove non dovrebbe. Un bel cartello vieta in modo assoluto e ultimativo l'accesso ai cani nel giardino privato del mago Abdul Gasazi. 

 
Ma il cane si inoltra e Alan è costretto a seguirlo, un po' come la piccola Rose di Browne è obbligata ad andare in cerca del fratello Jack, anche lui infilatosi in un tunnel. Anche la Leslie di Crowther sta seguendo qualcuno, una volpe che vorrebbe cacciare. Ma Leslie, al contrario, è del tutto ignara di quello che le sta per accadere, mettendosi a carponi, per seguire le tracce della sua preda. Non sa che il cerchio di funghi che Kitty puntuale disegna all'entrata della galleria segnala la presenza di un varco a un mondo differente dal suo...


Alan di Van Allsburg e Rose di Browne condividono la consapevolezza di fare una cosa 'pericolosa', hanno in qualche modo sentore che andare avanti potrebbe fare la differenza, ovvero passare da una condizione conosciuta e tutto sommato sicura a una totalmente ignota e quindi incerta, misteriosa, inesplicabile.
L'attraversamento di un tunnel ha implicazioni direi ancestrali, primigenie e non credo di doverlo qui chiarire ulteriormente. Altrettanto simbolico è il fatto che questo passaggio avvenga nell'oscurità, abbia una sua calcolabile durata nel tempo, e come conclusione abbia un chiarore sul fondo.
Il gesto di attraversare una soglia, in questo preciso contesto, ma anche nel mito e nella leggenda, ha come ineludibile conseguenza narrativa di segnare un passaggio da uno stato a un altro, da un mondo a un altro.
 
 
Alan finisce in un giardino proibito che apparentemente non ha nulla di anomalo, apparentemente. Nessuna traccia del cane. Leslie sbuca in un contesto notturno, ma a guidarla è il suono del pianto di un bambino radice... e al principio niente di ciò che illumina con la sua lanterna le sembra anomalo. Le sembra. Nessuna traccia della volpe. E in ultimo anche Rose alla fine del tunnel trova un bosco silenzioso. Nessuna traccia del fratello, tuttavia. 
 


In tutti e tre i casi i protagonisti sono avvolti nella natura rigogliosa e potente: alberi, fiori, un giardino. Circostanza questa che nel libro di Browne ha una serie di ridondanze, veri e propri echi in molti dettagli: dalla carta da parati, alla copertina del libro di Rose, il rampicante che circonda l'accesso (citazione quasi puntuale da Van Allsburg).
Ma, per l'appunto, anche in Van Allsburg e Crowther i richiami si fanno percepire. Il gusto sarà scovarli.
In tutti e tre i casi i protagonisti devono ancora fare un po' di strada prima di arrivare alla 'radura' luminosa.
Ed è in questa seconda frazione del percorso, fatto al di là, che si materializza la conferma di essere in un altrove. Nella storia di Van Allsburg tutto continua a muoversi in una apparente normalità, a parte la latente tensione di essere in un luogo interdetto. Lo scatto nella precisa direzione surreale lo si avverte quando il bambino incontra il padrone di casa, un mago in pensione. Da qui in poi, per Alan ma soprattutto per il lettore, tutto quello che gli occhi vedono smette di essere una certezza, per diventare potenzialmente gioco di illusione. Nel libro di Anthony Browne questo passaggio viene preso in carico, con molta più evidenza rispetto a Van Allsburg, dall'illustrazione: gli alberi del bosco subiscono una lenta metamorfosi che dà corpo all'incubo che la piccola Rose avrebbe tanto voluto evitare. I tronchi si popolano di mille personaggi di fiabe, la lettura consueta dalla bambina. Ma questa è anche la firma di Browne che è sempre stato attirato dalla trasformazione di un profilo disegnato, dall'illusione ottica. Fin da quando disegnava tavole di anatomia...
 

Nella storia della Crowther l'obiettivo si sposta leggermente, perché l'incontro con la creaturina ctonia venuta su dalle viscere della terra - altro interessante filone che affonda nel mito - è dirimente. Ciò nonostante, il contesto in cui agisce Leslie è un mondo dichiaratamente di fate e folletti (chissà la Rose di Browne come sarebbe stata contenta di conoscerle e parlare loro) che con grande chiarezza le dicono di averle permesso di entrare, ma con altrettanta fermezza le proibiscono di poterci tornare, una volta ripresa la strada per l'al di qua. A questo punto la sua storia prende una direzione un po' diversa da quella di Alan e di Rose. E lasciamola andare...
Ma per quanto riguarda gli altri due, volendo correre verso il finale, si potrebbe notare uno scarto ulteriore: da un lato Van Allsburg fino all'ultima tavola continua nel suo gioco illusorio, per poi farci letteralmente saltare sulla sedia, lasciandoci con un grande punto di domanda stampato in faccia. Si rimane lì a chiedersi cosa abbia veramente messo in scena, cosa ci abbia voluto mostrare e far credere, quel mago illusionista. 
 

Browne, invece, preferisce creare una sorta di tacito accordo, un'intesa profonda, fra i due fratelli in cui anche il lettore è in qualche modo coinvolto da un gioco preciso di sguardi. Nel sorriso sornione di Rose che vediamo e in quello di Jack di spalle c'è tutto quello che è accaduto fin lì e nel loro silenzio eloquente alla domanda della madre che li vede finalmente calmi e silenziosi, c'è spirito di appartenenza alla stessa categoria umana (la medesima dei lettori), c'è una magnifica connivenza.
 

E noi siamo con loro, perché per quanto immaginifico possa essere stato quel passaggio, quel percorso, noi eravamo lì con quella bambina dal montgomery rosso, con il regolamentare cappuccio.
Ma questa è già un'altra storia.


Carla
 
Il tunnel,  Anthony Browne (trad. Sara Saorin), Camelozampa 2021
The Garden of Abdul Gasazi, Chris Van Allsburg, Houghton&Mifflin 1979
L'enfant racine, Kitty Crowther, Pastel 2003


venerdì 14 settembre 2018

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)


I MAGNIFICI CINQUE
The Tunnel, Anthony Browne
Julia Mac Rae Books 1989 (Walker Books 1992)


ILLUSTRATI

"Once upon a time there lived a sister and a brother who were not at all alike.
In every way they were different. The sister stayed inside on her own, reading and dreaming. The brother played outside with his friends, laughing and shouting, throwing and kicking, roughing and tumbling."

Sono diversi in tutto e sempre, anche di notte. Mentre lui dorme saporitamente lei rimane sveglia a sentire i rumori del buio. Qualche volta lui sgattaiola nella camera di lei per farle paura, perché sa che la poverina ha fifa del buio.


Due fatti così, per di più fratelli, a metterli insieme è guerra fissa. Finché un giorno la madre li obbliga a uscire e a fare qualcosa insieme e -soprattutto- a essere gentili l'un con l'altra. Camminano per strada, lei con il suo libro in mano, lui con il pallone al piede. Lui è il più grande e quindi decide: per far due tiri si ferma in un angolo più tranquillo, accanto a un mucchio di spazzatura. Lei si siede e legge, ma è spaventata da quel posto, lui si annoia da solo con il pallone. Non gli resta che esplorare i dintorni. Ed ecco che sul fondo di un muretto coperto di erba si apre la bocca di un tunnel.
Andiamo a vedere cosa c'è al di là! No, è pericoloso, non dovremmo farlo!


Il tunnel costituisce per antonomasia l'icona del passaggio. Un passaggio non solo in senso fisico, ma anche e soprattutto un passaggio iniziatico verso un altrove o verso una condizione diversa. E anche questo libro magnifico non fa eccezione: il tunnel è un luogo fisico angusto e buio da attraversare con un misto di curiosità e di paura. Curioso Jack, timorosa Rose. È lo stesso Anthony Browne a scrivere che quei due, così diversi, rappresentano le facce di una stessa medaglia; sono le due espressioni opposte di un unico sentire.
Nello stesso tempo, quel medesimo tunnel è elemento di raccordo tra un prima e un dopo. Di norma ciò che accade, attraversato il corridoio buio, ha a che fare poco con la realtà, lasciata all'entrata, ma moltissimo con l'immaginazione, il mistero. Addirittura con la magia; in questo senso non è un vezzo che l'incipit del libro sia preso a prestito dalle fiabe: once upon a time...
Davanti al Tunnel di Browne è impossibile non pensare alla porta seminascosta tra le foglie in un altro libro nodale The Garden of Abdul Gasazi scritto e illustrato da Chris Van Allsburg con dieci anni di anticipo rispetto a The Tunnel.
Per ragioni diverse, proprio in questi giorni i miei ragionamenti si stanno concentrando su questo tema: il passaggio, l'attraversamento di una immaginaria linea di confine che tiene separata la realtà da 'il resto'. E fino a questo momento mi pare che siano tutte degne di interesse le declinazioni che gli autori, a partire dal tunnel di Carroll all'armadio di Lewis, al giardino segreto di Burnett, fino a quello di Sendak che a Max chiede di varcare la soglia delle pareti di camera sua, hanno dato sull'argomento.
Nel medesimo tempo e nella medesima testa, la mia, si sta cercando di organizzare una quadra su Anthony Browne, in vista del Festival Tuttestorie a Cagliari, dove di lui si discuterà.
In sequenza ecco alcuni i nodi di interesse.


Il primo e il più significativo: le trasformazioni. Anthony Browne in molte occasioni ha dichiarato di essere sempre molto affascinato dalla trasformazione degli oggetti sotto gli occhi di un osservatore. In questo libro, che non è il più emblematico in tal senso, la trasformazione avviene massimamente, passato il tunnel, nel bosco che attraversa Rose. Senza voler contare la trasformazione che subisce Jack e la stessa Rose che da paurosa si trasforma in eroina. Il finale stesso si incardina su una metamorfosi.
La trasformazione in atto ha a che fare con il secondo nodo, ovvero con l'ambiguità di senso, o per meglio dire, di lettura.
A prescindere da ciò che avviene nel testo, è soprattutto nel disegno che la forma, trasformandosi, modificando i suoi contorni, assume un profilo che allo sguardo si rivela ambiguo. Questo genera nel lettore un interesse rinnovato (Milton Glaser, su questo ha incardinato la sua opera) e un'attenzione attiva. In The Tunnel gli alberi celano all'interno della loro silhouette figure di animali e parti del corpo umano, occhi occhieggianti e citazioni nonché molti altri profili di cui l'occhio in all'erta va in cerca. Trasformazione e ambiguità traggono origine da una passione innata di Browne: il gioco delle forme. Lo faceva da piccolo e non ha mai più smesso di girarci attorno: partire da un profilo di un oggetto e quindi trasformarlo per farlo diventare qualcos'altro. Può funzionare per similitudine oppure per addizione, ma il risultato non cambia. 


Che il gioco sia il registro prediletto di Browne lo testimoniano molti libri. A quello delle forme si deve aggiungere la ricerca delle differenze o delle analogie: immagini che differiscono tra loro solo per qualche dettaglio. Spesso, come per esempio in The Tunnel, si tratta di immagini che aprono o chiudono il libro, si pensi per esempio al gioco che fa con i risguardi.
Questi ultimi peraltro introducono il quarto argomento, ovvero la simbologia.
Rose ha dietro le spalle una carta da parati un po' vezzosa, come i ricami sul suo pullover, mentre Jack ha un duro muretto di mattoni (tema molto ricorrente nei suoi disegni). Oppure si pensi ai nomi dei protagonisti e alla loro allusività. Allusivo è il tessuto fitto di piccoli dettagli che come obiettivo ha quello di creare un'eco, una ridondanza su aspetti specifici. 


Per pura curiosità si contino i 'richiami' alla fiaba di Cappuccetto rosso.
Ed è qui che si arriva al quinto nodo: la relazione con i classici. In The Tunnel il riferimento, o addirittura l'omaggio a Carroll è sotto gli occhi di tutti, ma è con Cappuccetto rosso in particolare e con le fiabe in generale che Browne si sta confrontando, volutamente tacendolo nel testo. 


Riassumendo per punti, per chi abbia avuto la tenacia di leggere fino a qui e voglia verificare anche su altri libri di Browne la presenza dei 'magnifici' cinque, eccoli in sequenza
1) le trasformazioni
2) l'ambiguità
3) il gioco delle forme e il gioco di cercare le differenze
4) raccontar per simboli
5) il confronto con i classici

Altrimenti se ne riparla assieme a Tuttestorie....

Carla



mercoledì 10 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA VITA È PREPOTENTE

Lungo il cammino, Isabella Labate
Orecchio acerbo 2015


ILLUSTRATI PER GRANDI (dagli 11 anni)

"Quel giorno, quando si avviò verso casa, Rachele non sentì da lontano le solite voci e le sembrò strano, quel silenzio. Il paese era deserto. Andò subito a cercare sua madre, ma non la trovò, così come non trovò le vicine.
Non c'era nessuno.
Rachele ancora non capiva, ma presto si rese conto che, per la prima volta in vita sua, era sola. Semplicemente erano spariti tutti.
Andò a casa e attese attonita, in lacrime."

A Rachele piace camminare da sola nel bosco. Le piace farlo quando piove perché la pioggia accentua gli odori. Passeggiare tra gli alberi, immersa nella natura, le dà la sensazione di esserne parte. Quel giorno però ad aspettarla in paese non c'era sua madre, non c'erano le vicine che tante volte l'avevano messa in guardia dai pericoli del bosco. 


Solo un grande silenzio, le case vuote e gli animali incustoditi. Rachele capisce che qualcosa di terribile deve essere accaduto se neanche sua madre è rimasta lì ad aspettarla. Più dell'attesa può il desiderio di trovare qualcuno e Rachele mette in un sacco del cibo, un po' d'acqua e, avvolta nello scialle di sua madre, si mette in cammino. 
Non ha direzione certa. 
 

Lungo la strada incontra un cavallo e insieme proseguono lungo un sentiero in salita. La notte in una grotta e, il giorno dopo, tanta strada nelle scarpe. L'incontro con un lupo le fa temere la fine, ma un po' della sua carne secca lo tiene lontano da lei. Se ora ha imparato a riconoscere l'odore di un animale selvatico, i rumori che sente alle sue spalle l'atterriscono sempre di più. Rachele prosegue, piangendo e urlando, fino ad arrivare ai piedi di una rupe.Ed è qui che sente finalmente un suono conosciuto: passi e piccole voci. 


Un vecchio pastore con il suo gregge l'accoglie nella sua grotta. Al racconto di Rachele il vecchio replica con la sua storia: da molto tempo ritiratosi in cima al monte in solitudine, ricorda il mondo prima della grande devastazione, quando le persone abitavano i palazzi altissimi, il cielo era attraversato da macchine volanti, e tutto il sapere era racchiuso in scatole magiche. E ricorda anche come tutto questo, all'improvviso, sparì.
Il viaggio di Rachele però non può fermarsi in quella grotta, le suggerisce il vecchio. 'Vedi, la vita è prepotente, ritorna...' Dopo ogni inverno torna la primavera e anche lei deve andare avanti per trovarsi il proprio posto nel mondo.
Rachele riparte, ma questa volta il sentiero è in discesa...
Alla fine del suo percorso, tra le mura di un'antica chiesa, vedendo nel suo volto riflesso, la somiglianza con quello di sua madre, Rachele capisce che la vita va avanti, nonostante tutto.
Scompare la paura e appare qualcuno con cui condividere un nuovo cammino.


Lungo il cammino ha il flusso di una fiaba, di un ininterrotto racconto orale, narrato a bassa voce (non credo sia casuale la mancanza di maiuscole in copertina).
Le parole, lette in un soffio, denunciano una raffinata musicalità interna. Le stesse parole, scritte, scorrono lungo le pagine, quasi senza margine, interrotte talvolta solo da una piccola croce che segna le pause più lunghe. 


Tutto questo ci porta ad un mondo remoto, di libri antichi. Di mondi passati. E grazie alla sensibile e raffinata mise en page di Orecchio acerbo.
La storia, invece, porta in sé elementi che alludono al futuro. Contiene tutti gli elementi che lo rendono narrazione di un rito di passaggio. Un percorso di crescita tra l'adolescenza e l'età adulta. D'altronde cosa sono spesso le fiabe se non metafore di percorsi di crescita di fanciulle e giovanotti?
Un libro dunque che contiene in sé, in un intreccio solido ed equilibrato tra forma e contenuto, il passato e il futuro.
Il passato e il futuro di questa ragazza che conosciamo, ancora prima di poter leggere la sua storia.
Il volto di Rachele, seminascosto da uno scialle che lo avvolge, in copertina già racconta molto di sé. È spaventata, ma ci invita al contempo ad entrare nella sua storia, nel grigio diffuso, sfumato di un mondo brumoso, vuoto e silenzioso. Frammenti della natura che la circonda, sotto forma di lumache, uccelli, pigne o castagne, accompagnano il racconto, che poi prende forma in tavole a piena pagina, autentiche testimonianze di perfezione nel dominio della matita. Lo sguardo si bea nell'illusoria percezione di essere di fronte ad una fotografia e si affina nel cercare la conferma di essere di fronte a un disegno fatto a mano libera.


Un talento, quello di Isabella Labate, tenuto sotto la cenere per troppo tempo.
Illustratrice timida, come timida è Rachele, ma piena di forza, come forte è Rachele in cammino, quando prende la matita in mano e comincia a disegnare (e a scrivere).

Carla

martedì 8 maggio 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'OMBRA E IL BAGLIORE

JANET LA STORTA, R. L. Stevenson, M. A.C. Quarello
SALTO, L. Tolstoj, M. Celija
Orecchio acerbo, 2012

ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 12 anni)


Pieno di ombre, di mistero, di nero profondo è il meraviglioso racconto di Stevenson. In una Scozia remota,un giovane reverendo, spronato da grande ardore religioso, decide di non dare retta alle voci che corrono nel paese sulla vecchia Janet e la assume come sua governante. Non si cura delle dicerie che la definiscono una strega, una posseduta dal diavolo. La povera Janet, attaccata a parole e percossa violentemente dalle comari del villaggio, giura e spergiura di non aver nulla da nascondere. Ma quel 17 agosto, giorno in cui neanche l'aria è più respirabile per quanto opprimente, tutto cambia. Per Janet e per il reverendo Soulis, l'apparizione di quell'uomo nero, un'ombra diabolica, scheletrica appollaiata sul muro del cimitero, significa la fine della pace. Con una travolgente sequenza di fatti prodigiosi di cui è difficile cancellare memoria, Janet va verso una fine definitiva mentre il reverendo, un po' come noi atterriti lettori, non trova più quiete per la sua anima. Il suo sguardo a la sua solitudine ce lo ricordano ogni giorno.


Tanto sono evocativamente pieni di ombre, di lati oscuri, di neri e di blu abissali i disegni che Quarello fa per questo cupo racconto di Stevenson, tanto solari e pieni di bagliori sono invece le illustrazioni di Maja Celija per il secondo titolo di cui scrivo.


Di Lev Tolstoj Orecchio acerbo pubblica un brevissimo racconto, quasi un apologo, dal titolo secco, una sola breve parola, come un colpo di fucile, come un ordine perentorio. Ed è proprio un ordine, urlato all'improvviso, la chiave di tutta la storia. Un ragazzino, il figlio del capitano della nave, è sul ponte quando una scimmia che è a bordo, per gioco lo provoca rubandogli il cappello di paglia. Il bambino non ci sta, ne va del suo onore perché tutti, scimmia per prima, si stanno prendendo gioco di lui. La scimmia è veloce ad arrampicarsi sul più alto pennone e il piccolo la insegue senza pensare alle pericolose conseguenze. Praticamente sospeso nel vuoto ad un'altezza che non lascia scampo, così lo vede suo padre.


Nessun indugio; imbraccia il fucile, lo punta sul ragazzo e urla: Salta o sparo! Il salto in acqua per evitare il colpo è ineludibile. Un salto che diventa, metaforicamente, il suo rito di passaggio dalla vita di ragazzo a una consapevolezza oramai adulta.
Asciutto, diretto, luminoso nel suo significato profondo, questo racconto prende ulteriore luce dalle tavole di Maja Celija che ne dà, come al solito, una sua personalissima lettura.
Dunque ombre e bagliori e non a caso per questo post, ho rubato un titolo di un racconto di Jack London che nel 2010 Orecchio acerbo pubblicò nella stessa collana, come libro illustrato dalle preziose e stupefacenti tavole di Fabian Negrin, per l'occasione particolarmente ispirato.
Sebbene per dimensioni, L'ombra e il bagliore uscì, come libro extravagans, all'interno della collana Lampi light, come contenuti calzava a pennello.
I Lampi Light sono racconti presi tra i grandi classici della letteratura e riproposti in una versione illustrata ad un pubblico di adolescenti o di adulti. Una grande sfida. Tutta racchiusa in due idee strepitose e, a mio giudizio, vincenti. Da un lato proporre (andandole a scovare tra le pieghe della grande letteratura) preziosi racconti che traghettino i più piccoli verso una loro propria maturità di lettori e i più grandi a riscoprire lati meno noti di autori che noti lo sono. Dall'altro -e qui la sfida raddoppia- di non voler abbandonare l'illustrazione di qualità a nessun costo perché la si considera un medium irrinunciabile per raccontare storie, grandi storie, anche per chi bambino non è più.

Carla

Noterella al margine. Un valore ulteriore questi libri lo trovano nelle due postfazioni di Goffredo Fofi, sempre lettore attento e sapiente della letteratura e quindi, in qualche misura, di tutta l'umanità.

mercoledì 21 settembre 2011

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


L'AFRICA, I MASAI E IL CORAGGIO


Quando ho finito di leggere Il leone  di Joseph Kessel, già recensito da Carla, ero veramente perplessa, per la duplice impressione che mi provocava: da una parte un bel libro d’avventura, avvincente e scritto con abilità; dall’altra un approccio, un’atmosfera segnata, per me, da un modo folkloristico di descrivere l’Africa, considerato che è stato scritto alla fine degli anni Cinquanta. La protagonista, la ragazzina inglese, figlia del direttore del parco in cui si ambienta l’azione, vede uomini e animali che popolano l’Africa come pedine del suo gioco, anche crudele; e il giovane guerriero Masai, che osa aspirare al suo cuore, è descritto come un invasato, a mala pena vestito e tanto folle da farsi uccidere da King, il leone che Pat ha allevato e che comanda a bacchetta (tanto da essere gelosa della sua famiglia felina). Il padre, direttore del parco, che interviene per porre fine al duello mortale fra leone e Masai, per una frazione di secondo si chiede se è lecito sparare al leone (!) . Nello stesso tempo, il moran, cioè il giovane guerriero che deve affrontare ancora la prova di coraggio che lo farà entrare definitivamente nel mondo adulto, è talmente fuori di sé da farsi abbindolare da una ragazzina che lo manipola così come manipola il leone; è un selvaggio che si nutre di latte e di sangue, irretito dall’orgoglio e dall’esaltazione guerresca. Sarà stato perché questo personaggio femminile è ostico da digerire, incosciente in quanto ragazzina, ma sapiente nello sfruttare i sentimenti altrui, ho fatto fatica a prendere le distanze da una descrizione del genere, lontana, per fortuna, dalla sensibilità contemporanea verso le culture 'altre' (che nel frattempo, spesso, sono state omologate e inglobate)! E che filtro robusto bisogna fornire ai giovani lettori per scremare l’avventura, avvincente quanto si vuole, da questo approccio molto segnato storicamente.

I bellissimi, fieri e coraggiosi guerrieri, pastori transumanti, atleti formidabili, ornati da collane e bracciali ormai conosciuti in tutto il mondo, fanno parte del mito e in questo modo entrano in una storia di tutt’altro taglio, scritta e illustrata da Thierry Dedieu ed edita da L’Ippocampo junior (www.ippocampoedizioni.it) in due volumi: Yacouba e Kibwe (La storia di Yacouba).
  

Anche qui, col tono della leggenda e abbandonando la cifra del realismo, si affrontano un piccolo moran, Yakouba, e un leone, Kibwe. Il leone è stremato da uno scontro con un suo pari e si rivolge al ragazzo dicendogli che non c’è onore nel battere un avversario nelle sue condizioni. Ma non affrontarlo significherà per lui il discredito presso la sua tribù. Il ragazzo sceglie il coraggio di dire no, la morale individuale vince sull’etica collettiva; pagherà il suo prezzo, verrà posto ai margini del gruppo, a pascolare la mandria di vacche. Ma questa mandria non sarà più attaccata dai leoni. I due protagonisti si incontrano nuovamente nel secondo libro, in cui, fedeli alla propria amicizia, saranno costretti a separarsi per sempre.
Questa volta la figura del guerriero Masai è vista come metafora di quel passaggio all’età adulta che richiede scelte difficili e atti di coraggio non sempre prevedibili. Il coraggio si misura nel numero di leoni abbattuti (questa sì, è la logica del grande cacciatore bianco), o nel saper riconoscere nella vita dell’altro un valore e una dignità irriducibili? E’ auspicabile ricevere il consenso del proprio gruppo, anche a scapito di ciò che si ritiene giusto, o è preferibile conservare il rispetto di se stessi, magari a costo dell’isolamento, sia pure momentaneo? Sapere di essere nel giusto rende abbastanza forti da sopportare la distanza dal resto della comunità? Il libro ha un testo breve (è pur sempre un illustrato) e affida l’efficacia del racconto alle immagini, con la forza del tratto nero che sottolinea l’essenzialità della storia; è l’esempio di come si possa trattare con semplice evidenza anche discorsi difficili, che un ragazzino magari non è in grado di razionalizzare, ma che hanno molto a che fare con il diventare grandi all’interno di un gruppo di 'pari'.

(Sul tema del conflitto fra etica pubblica ed individuale, nonché sul tema del passaggio di tradizioni da una cultura all’altra, guardate anche il bellissimo Antigone, riduzione per i ragazzi indiani dell’omonima tragedia greca, realizzato da Gita Wolf e Sirish Rao per la Tara Books; il libro è tradotto in italiano dalle edizioni Lapis www.edizionilapis.it).

Eleonora

"Il leone”, J. Kessel, Salani 2011
"Kibwe“ T. Dedieu, L'ippocampo junior 2007
Yakouba”, T. Dedieu, L’ippocampo junior 2009