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lunedì 6 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RICAMO INTORNO AD ANDERSEN 

Il rospo. E altre storie di Hans Christian Andersen, 
Valentina Pellizzoni, Silvia Molteni 
Topipittori 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Andersen racconta in un modo che ai suoi tempi era più vicino al parlato che allo scritto: ricorre a modi di dire, costruisce le frasi in modo strano, usa parole quasi dialettali. 
Per questo le sue fiabe cambiano molto da una traduzione all’altra. 
Un’altra grande scrittrice ha molto amato Andersen: Rumer Godden. Era certa che Andersen, prima che uno scrittore di storie, fosse un poeta e che le sue fiabe siano le sue poesie. Per questo, dice, “a volte potrebbe succedere che ai bambini sfugga il significato complessivo”. Quando leggiamo delle poesie, in effetti, non sempre capiamo proprio tutto, ci lasciamo catturare dall’atmosfera che creano con le parole, dal ritmo, le facciamo depositare dentro di noi, per poi farle riaffiorare pian piano. Questo cercava di fare Andersen con le sue fiabe, scritte in modo poetico, quasi cantando: che tutti i bambini le amassero. «Presto, crescendo, avrebbero capito; fermarsi per spiegare – come fanno le madri coscienziose – significa rovinare il ritmo, l’intera emozione» ha scritto Godden. 
Ho cercato di riportare questa musicalità nelle mie riscritture, di adeguare il linguaggio più a quello parlato che allo scritto, ho anche tolto là dove Hans aggiungeva, perché oggi i racconti sono più veloci che alla sua epoca, più lenta della nostra." 

In queste tre ultime righe c'è l'intento di questo libro. 
L'antefatto invece contiene in sé tre cose. 
La prima: una passione di Valentina Pellizzoni per le fiabe di Andersen. 
La seconda: una sapiente propensione di Valentina Pellizzoni al racconto orale, al far diventare storia degli accadimenti, detta a voce.
La terza: un pugnetto di buone amiche intorno a Valentina Pellizzoni. La prima, Giovanna Zoboli, stima giustamente Valentina Pellizzoni per molte cose, ma anche e soprattutto, per quella sapiente propensione di cui sopra. La seconda, Silvia Molteni, con Valentina Pellizzoni condivide gli stessi prati, gli stessi boschi, la stessa amata terra e la natura intorno a casa. 


A Giovanna Zoboli che incidentalmente pubblica libri spetta invece il merito di aver offerto ai due fili di questo ricamo intorno ad Andersen, la Vale e la Silvia, la possibilità di unirsi e chiudersi in un centrino perfetto. 
Così accade che Valentina Pellizzoni scelga fra le più di centocinquanta fiabe quelle sei che possono stare meglio di altre nelle orecchie dei bambini di oggi e che siano adatte alle matite e ai pennelli di Silvia Molteni. Lei, da biologa appassionata, disegna di preferenza la natura circostante e dà il meglio di sé: piante e piccoli animali, come topolini e convolvoli, galli e galline, rospi e rane, cavolfiori ed esili piselli odorosi, chiocciole, bruchi che si fanno poi farfalle, convolvoli e farfaraccio. Tanto farfaraccio.
Se si torna all'intento, ossia ridare ad Andersen quel che è di Andersen, si può dire con una certa sicurezza che l'obiettivo sia stato raggiunto. 
Andersen e la sua scrittura, i suoi temi e i suoi ascoltatori. Le tre cose viaggiano di concerto. 
Andersen era ben consapevole di avventurarsi in un terreno instabile: la fiaba è per antonomasia orale, quindi metterla su carta prevedeva di farlo attraverso una scrittura che fosse scorrevole, consueta e riconoscibile, piena di dialoghi ripresi dal parlato popolare, addirittura dialettale. Solo in questo modo, Andersen lo aveva ben chiaro, avrebbe potuto raggiungere il suo pubblico, i suoi ascoltatori. Ma fa anche un'altra cosa che lo distingue dalla tradizione precedente: i suoi racconti lasciano indietro maghi e fate e streghe, ma hanno invece tanta vita comune, tanti personaggi presi a prestito dal mondo circostante: dagli oggetti agli animali da cortile. 


Se si conosce un po' Andersen, si saprà bene che i bambini rappresentano solo una porzione del suo pubblico ideale. Ed è per questo che, spesso e volentieri, non si risparmiano crudezze e finali drammatici, ma anche lezioni di morale (in questo parrebbero più favole che fiabe...), così come ironiche prese in giro della società sua contemporanea. 
Ed ecco il contemporaneo che ritorna. 
Era stata un'esigenza di Andersen e oggi diventa esigenza anche di Valentina Pellizzoni: rendere quei racconti - non credo sia un caso quella parola 'storie' nel sottotitolo - di nuovo attuali, svecchiare le sue ottocentate (e con esse tutto il lato religioso è saltato via) e mettere di nuovo in circolazione altro materiale che attesta una volta di più la potenza di un autore 'scomodo' agli occhi di un pubblico che ha cercato di fare di tutto per travisarlo. A partire dallo scempio fatto alla Sirenetta e al suo finale autentico, e alla scelta di selezionare solo ciò che non avrebbe urtato troppo i pensieri dei più piccoli: I vestiti nuovi dell'imperatore, Il brutto anatroccolo, Il soldatino di stagno, La piccola fiammiferaia. 
In tutte queste è chiara la morale, ma non fa loro mai troppo male. 
Valentina Pellizzoni ci dice che la sua scelta è stata dettata dal desiderio di sintonia con l'immaginario di Silvia Molteni, ma non è solo questo. 
Il motivo dell'ottima scelta di queste sei fiabe sta anche nel loro essere così sorprendentemente attuali e leggibili, a chi se la sentisse, da diventare fondanti moniti riguardo a questioni giganti.
Pur raccontando di maggiolini, formiche o moschini, baccelli maturi o giocattoli vecchi. E rospi.


Dietro come al solito ci siamo noi. 

Carla 

Noterelle al margine. Non ferire troppo i piccoli lettori sembra aver lasciato una lieve traccia anche nella riscrittura di Valentina Pellizzoni, visto che sceglie di addolcire con parole studiate una 'crudezza' di Andersen nei confronti del suo rospo. Cuore di mamma. 
E poi c'è quella "questione  del picchio", nella fiaba I fidanzati.


Il 'picchio' che compare in diverse traduzioni mi sono persuasa che potrebbe aver creato qualche problema. Mi immagino un rovello per trovare una parola maschile - la traduzione perfetta, trottola, è femminile quindi sarebbe stata foriera di altri guai, visto che cerca di fidanzarsi con una palla... - che traducesse il termine toppen. 
La parola 'picchio' però in italiano ha un doppio significato, altrettanto pericoloso. Forse valeva la pena di scegliere il rischio di un impatto con un vezzeggiativo 'musicalpopolare', e chiamare quindi il vecchio giocattolo nel cassetto, 'trottolino', confidando nel fatto che il dududu dadadà sia ormai retaggio solo dei più anziani. Oppure strummolo, alla napoletana? 
Si fa per gioco.

lunedì 16 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DIETRO LA STUFA DI MAIOLICA 

Il piccolo troll e la grande pioggia, Tove Jansson (trad. Alessandro Storti) 
Salani 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mamma Mumin raccontava storie. Parlò di quando era piccola, all'epoca in cui i Mumin non dovevano attraversare spaventose foreste e acquitrini per trovare un posto in cui abitare. A quei tempi abitavano insieme ai troll domestici, nella case degli esserei umani, generalmente sul retro della stufa di maiolica. 
 'Qualcuno di noi è ancora là' disse Mamma Mumin. 'Cioè nei paesi in cui la gente usa ancora la stufa di maiolica, dico. Con i riscaldamenti centralizzati non ci troviamo bene,' 'A quell'epoca gli esseri umani sapevano della nostra esistenza?' le chiese il troll Mumin. 'Alcuni sì' rispose la sua mamma. 'Di solito ci percepivano come uno spiffero freddo sul collo, quando erano soli in casa'." 

Mamma Mumin e il piccolo troll Mumin sono in viaggio da un bel po'. Stanno attraversando una foresta fitta e buia, in cui spesso si sono formati profondi acquitrini dopo la grande alluvione, perché Mamma Mumin sta cercando un posto adatto per costruire la loro nuova casa. 


Papà Mumin è partito prima della tempesta al seguito di un gruppo di Fungarelli e di lui si sono perse le tracce. In compenso con mamma a figlio, ora sono in cammino anche Tulippa, una bambina dai capelli turchini, uscita dalla corolla di un tulipano, e un animaletto piuttosto fifone e con un grande desiderio di compagnia. 
Mamma Mumin e il piccolo Troll Mumin non hanno moltissimo tempo perché la casa deve essere necessariamente pronta per l'inizio dell'inverno, dato che i Mumin non sopportano il freddo e vanno in letargo. In questa fase del loro viaggio verso un luogo soleggiato e asciutto sono a casa di un anziano signore, il cui giardino pensile è davvero uno splendore, una sorta di Eden in cui da gli alberi pendono caramelle e negli alvei dei torrenti scorrono succhi di frutta o latte. Sarebbe il posto ideale dove mettere radici, ma purtroppo essendo illuminato da un sole artificiale che il vecchio signore si è costruito da solo, la squadra guidata da Mamma Mumin prosegue, non prima però di aver fatto scorpacciata di leccornie. 


Il viaggio va avanti, di luogo in luogo, di incontro in incontro. 
C'è chi decide di aver trovato il proprio luogo perfetto e si ferma, c'è chi invece continua a camminare. Tanta acqua, troppa acqua rende il loro spostarsi sempre pieno di insidie e sorprese, tra queste ce n'è una bellissima, anzi due! 

La cosa che mi pare stia succedendo è che i Mumin stanno vivendo una loro seconda primavera, o forse si dovrebbe dire una loro nuova Mezza Estate. 
Ci sono estimatori della piccola famiglia di troll che non li hanno mai persi di vista, hanno fatto di Tove Jansson (la loro mamma) un'icona della letteratura del Nord e hanno continuato a leggere i romanzi, i fumetti, ce li hanno attaccati al loro portachiavi, hanno tazze che li raffigurano, borse di tela in cui compaiono in effigie. E da poco hanno gioito anche una loro riscrittura sotto forma di albo illustrato. Salani, con questo breve racconto, si mette finalmente in pari e completa la pubblicazione in italiano di tutte e otto le storie della Jansson. 
E con l'occasione mi par di capire che voglia ripubblicare anche i sette titoli che già esistevano e che Donatella Ziliotto all'epoca aveva voluto fermamente nel catalogo, visto che sono già in circolazione Caccia alla cometa e Magia d'inverno. 
Resta anche in questa nuova edizione, come una sorta di sigillo di ceralacca che ne attesta l'autenticità, la pagina in cui Ziliotto racconta ai suoi lettori chi siano i Mumin, nel caso ce ne sia bisogno. 
Speculare alla brevissima introduzione "storica" di Ziliotto, c'è una sorta di appendice finale in cui sono riportati gli appunti della stessa Tove Jansson, scritti probabilmente in occasione della realizzazione dei film di animazione, tra gli anni Cinquanta e Settanta - scrive così chi li ha tradotti, ossia Francesco Spagnol. 
Sono dei buffi profili "antropologici" dei singoli protagonisti: il libertario Tabacco, il socievole troll Mumin. Papà Mumin corrisponde a quella tipologia di adulto cresciuto suo malgrado: lui conosce le sue responsabilità ma un po' le patisce e quindi appena può ricomincia a vivere senza pensieri. In questo senso la fuga dietro ai Fungarelli e il relativo abbandono del tetto di famiglia parla chiaro, salvo poi impegnarsi a costruire per loro una magnifica casa azzurra. Lui è così. Infatti se lo può permettere perché ha sposato Mamma Mumin che è forse il personaggio con meno difetti di tutti: accogliente, affidabile (lei), tollerante, paziente, un'educatrice magnifica (mai autoritaria, ma sempre autorevole) che lavora perché tutti possano trovare la propria strada verso la felicità. Sa dedicarsi agli altri per senza mai dimenticare di coltivare la proprie passioni. Nella sua borsetta c'è sempre l'occorrente per ogni evenienza. La piccola Mi, bisbetica e libera da ogni regola del vivere comune. Grugnina è un po' svampita, capace di grandi affetti, ma sempre molto interessata a ogni piccolezza che potrebbe possedere. E poi c'è Sniff, che in questa prima storia non ha ancora questo nome, è solo l'animaletto, ma che già denuncia un personalità spiccata: piuttosto egocentrico, ma senza mai esagerare, sa anche adeguarsi alle situazioni per convenienza. 
Qui, per esempio, fraternizza con il piccolo troll Mumin, ma quando c'è da andare dietro a Mamma Mumin lo fa, e zitto. Ha una passione insopprimibile per cercare e trovare tesori, possibilmente luccicanti. 
La cosa che colpisce in questo primo racconto è l'energia e il passo più accelerato della Jansson nello scriverlo. È buffo ma parrebbe che lei la stia considerando una sorta di prova generale. 
Scritto nel 1939 con l'idea di farne una fiaba - il suo primo lieto fine -, per allontanare quello che stava succedendo in Finlandia, ma una fiaba senza principi e principesse, è stato poi pubblicato nel 1945, su suggerimento di un amico che in questo materiale era stato capace di vederne la grande potenzialità. 
Però Il Piccolo Troll e la grande pioggia per noi che lo leggiamo per la prima volta, pur sapendo già moltissimo dei Mumin, oltre a essere un racconto magnifico in sé, ha davvero il valore inestimabile del preludio. Il preludio di una sinfonia.


In trasparenza si vedono infatti i segni, i temi, del processo di creazione, le ragioni che Tove Jansson vuole alla base del mondo dei Mumin: sono i segni, i suoni, di quello che verrà: la natura prorompente, la bellezza e la pace della valle, di quella unica valle soleggiata, i primi quattro personaggi e soprattutto lei, quella stufa di maiolica.... 

Carla

mercoledì 10 maggio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'AVIATORE E IL BAMBINO BIONDO

Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry, Chris Riddell 
(trad. Chiara Carminati) 
Il Castoro 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

"Rimasi a guardare quell'apparizione con gli occhi tondi per lo stupore. Non dovete dimenticare che mi trovavo a mille miglia da ogni terra abitata. E quell'ometto non sembrava smarrito, né morto di fatica, né morto di fame, né morto di sete, né morto di paura. Non sembrava affatto un bambino disperso in mezzo al deserto, a mille miglia da ogni terra abitata. Quando finalmente riuscii a parlare, gli dissi: 
'Ma... cosa ci fai qui?' 
E lui mi ripeté, adagio adagio, come fosse una cosa molto importante: 
'Per favore... disegnami una pecora...'" 

Il resto è cosa nota. 
Più che una pecora, sarà una cassa quella che l'aviatore in panne disegnerà per il bambino, su un pezzetto di carta con la sua stilo. E da questo sboccerà lentamente il loro reciproco affetto: si conosceranno, o per meglio dire, il bambino con la sciarpa gialla e i capelli biondo oro racconterà all'aviatore del suo piccolo pianeta, stella, di partenza e il lungo viaggio che ha fatto attraverso numerosi altri piccoli asteroidi fino al suo arrivo sulla terra. 
Ed è a quel punto che le loro storie convergeranno in mezzo a un deserto. 
Il bambino racconterà di sé, dei segni che hanno lasciato in lui gli incontri fatti nel suo passato. Farà un certo numero di domande di cui pretenderà sempre una risposta, spesso non risponderà a quelle che gli porrà l'aviatore, faranno della strada insieme e alcune grandi verità si stamperanno nella loro testa e nella nostra. 

Leggere, almeno una volta nella vita, il Piccolo Principe, è un obbligo morale se nasci in questo spicchio di mondo. Quando farlo, invece, è argomento controverso. Tenderei a escludere la pratica di metterlo in mano ai bambini come regalo per la promozione in quarta elementare, a meno che nel biglietto di accompagno non si specifichi con chiarezza, di leggerlo solo dopo un po' di anni. Prima è uno spreco. Non mi pare, così come è stato concepito nel 1943, appartenga alla categoria dei libri che parlano a tutti, perché il senso più profondo ricorda quello di una verità rivelata: dietro la parabola, dietro la storia, c'è la filosofia. Manca un po' del naturale incedere fluido di un racconto e ha invece certe legnosità nella struttura che rendono lo scorrimento talvolta accidentato. 
Legnosità anche visive, che però hanno attraversato i decenni e sono entrate nell'immaginario collettivo. A parte il colpo di genio del boa e dell'elefante, di fronte al quale ancora oggi ci si deve solo inchinare con rispetto, di tutte le altre illustrazioni è possibile apprezzare il valore, storicizzandole. Ma di più non saprei fare. 
Per tornare al testo, invece, per entrarci per bene bisogna essere già buoni lettori e bisogna aver imparato a capire al volo cosa si nasconda dietro i fatti. 


Un po' come la questione della cassa e della pecora: devi essere in grado di vederla dentro la sua cassa. Concorderei, in estrema sintesi, stando a quanto mi dice una delle più accanite e competenti giovani lettrici che conosca, che il Piccolo Principe così come Siddartha non si possono ignorare, ma rappresentano solo una tappa nel percorso evolutivo di ogni lettore. 
Dopo si cresce e si va in cerca di altra scrittura. 
Tuttavia, è altrettanto incontrovertibile che nelle occasioni in cui si crea l'opportunità di rileggerlo, anche a distanza di anni, il Piccolo Principe abbia la capacità di fissarsi nel cuore e nella testa e stazionare per il giusto tempo. 
Ora però sono successi due fatti nuovi su un libro vecchio. Con competenze molto diverse, ma con il medesimo rispetto, da un lato Chiara Carminati alla traduzione e dall'altro Chris Riddell all'illustrazione ne hanno fatto un libro, che è nello stesso tempo il medesimo, ma è anche qualcosa di molto diverso. 
Cerco di chiarire. 
Chiara Carminati, penna felice, pur avendo vincoli ben maggiori rispetto a quelli di Riddell che illustra, è stata capace di limare il più possibile le asperità date dalla lingua che invecchia, per arrivare a ottenere una scorrevolezza nuova. Brava. Adesso tutto va molto meglio. E questo è il primo fatto. 
Chris Riddell, per ovvie ragioni, fa invece una scelta ben più radicale. Lo spiega con chiarezza al principio, mettendo subito in ballo il rapporto affettivo che lo lega a questa storia e soprattutto decidendo, in nome della propria libertà (che il piccolo principe in persona avrebbe tanto apprezzato), di guardare tutto da un punto di vista terzo e soprattutto esterno, ossia quello che vede accadere - come su un palcoscenico o forse meglio dire dal buco di una serratura o dal mirino di un cannocchiale (vista la sovracoperta) - la storia di quell'aviatore e di quel bambino biondo.


Usa entrambi i suoi registri: il bianco e il nero e il colore, le tavole intere e quelle articolate per accogliere le cornici che contengono i testi. 
Si insinua laddove Saint-Exupéry ha taciuto, e quindi per esempio immagina e disegna tutti gli astereoidi, dal B612 al 330, e li mette in sequenza, ancora prima che tutto inizi. 
Il Castello dei Pirenei di Magritte e in qualche modo anche l'immaginazione calviniana delle Città invisibili tornano. 
Rende omaggio alla questione del cappello-boa-elefante in tutti i modi possibili - se ne contano almeno quattro - e al principio punteggia le pagine con alcune piccole citazioni del piccolo principe e delle pecore di Saint-Exupéry come per accompagnare il lettore nel difficile passaggio da una iconografia consolidata a una tutta da scoprire. 
Poi decolla (!). E questo è il secondo fatto, cui si alludeva in principio.
Fa quello che sa fare meglio: guarda dall'alto e costruisce mondi e personaggi indimenticabili. 


Il primo dei quali è ovviamente il bambino stesso, cui dà un'aria gracilina dentro abiti troppo abbondanti, occhi azzurri spalancati, e capelli folti e gialli. Imprescindibile, la sciarpa. Già dal principio, abitua il lettore a questa nuova figura che dell'originale, mantiene carattere e anima. 
Lo disegna un numero di volte infinito, ritraendolo da ogni angolazione, intingendolo nel colore dell'atmosfera che attraversa, o mostrandolo in bianco e nero, che si nasconde nelle belle 'architetture' grafiche che crea per tenere insieme, ma separati testo e immagine. 
L'essere osservatore esterno gli permette una serie di piccoli capolavori nei ritratti dei due protagonisti assieme, quindi esplorando l'inesplorato. 


Di schiena seduti, in braccio nel cammino verso il pozzo. Meraviglia. 
Ma il grande volo avviene altrove. La sequenza delle tappe del viaggio del piccolo principe, fin troppo rapida nell'originale, qui respira a pieni polmoni. 


A parte i magnifici ritratti di tutti loro: dall'astronomo turco al mercante di pillole perfezionate per calmare la sete, le pillole del dottor Camel (!), a ciascuno dedica ben più di una singola tavola, così come non perde occasione di mettere a colori e riempire di dettagli i loro singoli asteroidi. Ambienti e fisionomie diverse, arredi e abiti sontuosi e perfetti per i singoli contesti, tutto questo genera spessore e dà concretezza al racconto, crea spazio ulteriore: dalle 115 originali le pagine raddoppiano in una fantasmagoria continua. 
Tutto prende forma, tutto acquista un volto - compreso il serpente e soprattutto la rosa, ossia le rose.


Dulcis in fundo: la volpe. Insieme alla rosa, uno snodo fondamentale nel ragionamento di Saint-Exupéry che con Riddell diventa anche qualcos'altro: lo spirito profondo, attento, giocoso ed affettuoso e soprattutto indipendente che lo ha guidato in questa meravigliosa avventura editoriale che ha reso luminoso e brillante un libro che si stava ingobbendo sotto il peso degli anni. 
Quindi da regalare anche alla prossima promozione in quarta, con un biglietto d'accompagno in cui si specifichi con chiarezza: goditelo anche adesso! 

 Carla

mercoledì 30 marzo 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SALE SALE SALE

Attenti ai ragazzi, Tony Blundell (trad. Laura Bernaschi) 
Il Barbagianni Editore 2022 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

 "Il lupo si leccò i baffi e rispose: 'Che domande! Mangiarti ovviamente!' 'Crudo?' domandò il ragazzino. Il lupo ringhiò.'Voglio dire, non vuoi nemmeno cuocermi prima?' Il lupo ci pensò su. 'E va bene allora... cosa suggerisci?' 'Neanche a farlo apposta conosco una ricetta per preparare un'ottima Zuppa di Bambino'. Il lupo che era tanto affamato quanto ingordo, non stava nella pelle. Con l'acquolina in bocca rispose: 'Mmmmmmm! E dimmi... cosa mi occorre?' Così il ragazzino prese a spiegare..." 

Non l'avesse mai fatto! 
Quella che sembrava una semplice ricetta si trasforma in un incubo, perché sebbene gli ingredienti per cucinare quel ragazzino catturato nel bosco non siano poi tanto rari - patate, rape cipolle, caramelle, mattoni, carote e l'indispensabile pentolone, lo costringono comunque a correre di qua e di là, avanti e indietro, di sopra e di sotto e quando, raccattato in giro tutto l'occorrente, si presenta davanti al ragazzino per il controllo finale, il lupo apprende che a mancare è proprio il sale.
Nonostante il deluso lupo provi a muovere le proprie rimostranze, perché effettivamente il sale non era stato messo in elenco, il ragazzino non se ne cura e suggerisce una nuova ricetta, in cui il sale non serve: la Focaccia di Bambino. L'elenco degli ingredienti, nonostante manchi il sale, è ben più lungo e sempre più esotico. Ma ormai per il lupo è una sfida personale, oltre al fatto che la fame è ancora aumentata e così pure l'acquolina in bocca. 
Ricominciano le corse e l'approvvigionamento, ma una volta rientrato sfinito e carico, il lupo si sente ripetere la solita storia. 
Veramente, non c'è pietà. 
Altra ricetta, altro fallimento perché è sempre il sale a mancare. Nel frattempo gli ingredienti sempre più insoliti per un uso gastronomico, ma utilissimi in edilizia, sia accumulano davanti alla sua tana... Saranno tempi bui per il lupo, mentre quel ragazzino pestifero, degno erede di Max, come vuole la migliore tradizione letteraria, ha una cena calda a casa che lo aspetta... 

Nonostante questo libro sia all'origine degli altri due Beware che Tony Blundell ha scritto, in Italia non era ancora mai arrivato. Il suo secondo, Attenti alle ragazze, invece vanta ben due edizioni, forse forte del fatto che da noi il tema del riscatto 'sociale' delle ragazze sia un tema più caldo di quello effettivamente marginale e già un po' trattato dei bambini furbi contro i lupi senza sale... in zucca. 
Occorre gioire che Barbagianni, in questa sua attenta politica editoriale volta al recupero di grandi classici da rimettere in circolazione - va ricordata la imperdibile saga di Nate - abbia deciso di pubblicare anche Attenti ai ragazzi.


Sebbene per entrambi lo spunto di partenza sia Cappuccetto Rosso, partono da due momenti diversi della fiaba: qui per il lupo è il bosco foriero del bocconcino, mentre in Attenti alle ragazze a lui era toccato mettersi in marcia per tentare disperatamente di introdursi a casa di Cappuccetto, sotto le mentite spoglie della nonna. I due libri si allineano invece sul carattere dei ragazzini e del lupo, furbi e senza scrupoli i primi, farlocco al limite della tenerezza il secondo. Condividono il maglione rosso con la greca, la passione per le caramelle, ma soprattutto il ritmo: un continuo crescendo, che all'ultima pagina lascia senza fiato. A mancare qui, purtroppo il sospettoso cane, Rexy, molto difficile da rendere inoffensivo e muto. 
Attenti ai ragazzi ha una sua maggiore regolarità compositiva, grandi tavole incorniciate cui si alternano alcuni primi piani esilaranti del lupo o del bambino, scontornati e con il testo intorno. La pagina delle ricette, rigorosamente sempre a destra, ricorda un vero libro di cucina con il procedimento in rima baciata (di là c'erano poche rime ma soprattutto piacevoli assonanze). 


Una certa compostezza e regolarità si nota anche nelle pagine in cui il lupo parte alla ricerca. Insomma i dieci anni che li separano si sentono e dal punto di vista della resa estetica, data da un disegno più accurato e da scelte cromatiche meno urlanti il più vecchio non ha nulla da invidiare al più giovane. Anzi. 


L'altro elemento da non sottovalutare è il divertimento che genera la briglia sciolta nell'elenco degli ingredienti, che solo apparentemente sembra dettato da un mente bizzarra e che solo sul finale trova un suo preciso senso compiuto e dimostra di essere il frutto di una mente davvero malvagia, anche vedendo il destino che è stato riservato al lupo. Ma anche in questo caso, gli anni in cui è stato concepito hanno giocato un loro peso. 


Nel 1991 murare un lupo, anche se con la tana circondata da ossetti rosicchiati, non è reato (magari un piccone glielo si può lasciare), nel 2002 è più politicamente corretto farlo decollare attaccato a dei palloncini e lasciargli una chance di sopravvivenza un pochino più ariosa. 
Va da sé che anche Attenti ai ragazzi sia libro da condividere e da leggere a voce alta, molto alta a più persone possibile.

Carla 

Noterella al margine. Questo libro contiene una piccola vendetta postuma: la c.d. vendetta del narciso, probabilmente organizzata dal lupo ora murato, nei confronti di Tony Blundell e dell'editore originale. 


Poca cosa, se non confondergli per un attimo le idee nel comporre la sequenza dei disegni, per cui quei fiori entrano ed escono dal vaso azzurro una volta di troppo. Lunga vita ai lupi!

venerdì 19 febbraio 2021

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LA FINESTRA SUL BRIVIDO


Nonostante sia stato definito l'Edgar Allan Poe del XX secolo, o l'Alfred Hitchcock della parola scritta, lui avrebbe voluto diventare un autore di romanzi mainstream, come Francis Scott Fitzgerald. Non ci riuscì e, pur diventando di fatto l'inventore di un preciso genere letterario - il noir - e pur essendo il migliore scrittore di storie di suspense di ogni tempo, Cornell Woolrich visse sempre con questo rammarico nel cuore.
I suoi moltissimi racconti e i suoi undici romanzi colpiscono il lettore con lo stesso impatto, la stessa eco di terrore, angoscia e solitudine e disperazione che si prova nel vedere uno dei film tenebrosi di Hitchcock.
Fu uno scrittore di enorme successo, ciò nonostante condusse una delle vite più misere di sempre: passò oltre 25 anni di fatto recluso in un hotel newyorkese, Il Marseilles di Broadway. Con la decadenza dell'albergo decadde anche lui con sua madre, che dal 1932 fino al giorno della sua morte, non abbandonò neanche per un giorno.
Nel 1943 in una lettera scritta a A.L. Furman, il curatore dell'antologia Mistery Companion, dichiara:
"Sono nato a New York nel 1906, ho frequentato la Columbia, il primo romanzo pubblicato è stato nel 1926 e nella mia vita non ho fatto altro che lo scrittore. Scrivevo già prima di laurearmi. Questo dimostra che non mi è successo poi molto. E questo rende la mia vita tra le meno intense o ricche di eventi da raccontare. Un giorno è uguale all'altro."
Da queste poche righe ne risultano due fatti incontrovertibili: in primo luogo Woolrich era un gran bugiardo, era infatti nato nel 1903 e non si laureò mai, e secondo fu un uomo estremamente solo e privo del tutto di stima per se stesso. Altrove descrisse la sua vita al Marseilles come quella di un insetto chiuso in un bicchiere capovolto: per quanto possa cercare di arrampicarsi sui lati del vetro, tanto ricadrà al suolo, prigioniero.
La sua infanzia, in Messico, un po' complicata a inseguire le attenzioni di un padre piuttosto distratto, la sua adolescenza, di nuovo a New York, con un nonno affettuoso, ma una madre possessiva, resero Woolrich un autore molto particolare e soprattutto un ottimo narratore di infanzie. Nella scrittura, nell'immaginario, costruì tutto quello che la vita sembrava avergli sottratto.
E ha inannelato una serie di perle letterarie tenute insieme da un unico filo: il brivido.
Chiuso nella sua camera d'albergo, senza mai rileggere o rivedere ciò che aveva scritto, lavorò come un matto: dal 1932 al 1948 dalla sua Remington portatile uscirono undici romanzi e più di duecento racconti. Dal 1948 in poi, anno della morte del padre, scrisse molto meno (non doveva dimostragli più la sua bravura) e soprattutto rielaborò e ricompose i materiali accumulati negli anni precedenti. Talvolta, anche spacciandoli per originali, a conferma di quel suo piccolo vizio di mentire.
Il cinema, Hollywood in particolare, si interessò a lui, ma lui anche in questo contesto non dimostrò grande interesse, anzi quasi un sottile astio. Furono proverbiali le sue lamentele perché non fu invitato da Alfred Hitchcock alla prima de La finestra sul cortile, presa dal suo racconto It had to be Murder del 1942.
Hitchcock, in particolare, si dimostrò il più affine di tutti alla poetica di Woolrich e con lui condivise l'insana passione per le storie di suspense.
Verrebbe da chiedersi se, nel girare Psyco, non abbia voluto in qualche modo mettere su pellicola, in grande sintonia con lo stile del suo alter ego, la complicata storia umana di Cornell Woolrich. Chissà.
Se dai suoi romanzi furono tratti molti film autoriali, primi fra tutti i due di Truffaut, invece, dagli anni Cinquanta, furono i suoi racconti, scritti compulsivamente per rivistucole di quart'ordine, a diventare soggetti per il cinema di genere. Lo stesso The boy cried murder del 1947, poi intitolato Fire Escape conta tre diverse versioni cinematografiche (1949, 1966, 1984).
Ora Fire escape, è diventato Scala antincendio. Da solo, o in un cofanetto che si intitola Bambini nella notte e lo vede affiancato a L'occhio di vetro (Through the dead man's eye, 1939), uscito nel 2019, rappresenta una finestra sulla letteratura noir, da cui anche i più giovani possono sbirciare nella letteratura pensata per i grandi.
 
 
Tanto L'occhio di vetro, quanto l'ancora più agghiacciante Scala antincendio sono racconti che hanno per protagonisti due ragazzini dodicenni.
Il protagonista del primo, Frankie, è il figlio di un detective della Omicidi che sta rischiando di essere retrocesso e di diventare un semplice poliziotto in divisa. Frankie decide di aiutarlo, cercando di offrirgli un 'caso scottante' da risolvere, per risollevare le sorti della sua carriera. Coincidenza vuole che in una sequenza di baratti tra ragazzini, nelle mani di Frankie arrivi un occhio di vetro in ottime condizioni. Si convince, non a torto, che quell'occhio di vetro che è stato trovato nel risvolto di un paio di pantaloni portati in lavanderia, sia appartenuto a una persona che è stata uccisa. Un occhio di vetro non è una cosa che si lascia in giro, il legittimo proprietario lo avrebbe cercato, reclamato indietro... Se non lo ha fatto è perché è morto.
 

Prima con un amico, poi da solo, Frankie decide di mettersi sulle tracce di quell'uomo piuttosto sospetto che ha ritarato quei pantaloni in lavanderia. Con il favore delle tenebre, pedina l'uomo, vede dove abita. Pensa di non essere stato visto, ma purtroppo per lui quell'uomo, dalla finestra del suo appartamento, lo vede mentre passeggia avanti e indietro sotto il suo portone. Ora Frankie è nei guai.
Una finestra è importante anche in Scala antincendio. Ed è il punto di osservazione di un delitto. Il protagonista della storia è Buddy, fervida immaginazione e inventore di grandi storie che ai genitori millanta come vere, ragione per cui non viene ormai più creduto, ma invece punito e suonato. In una bollente notte di luglio, Buddy decide di cercare sulla scala antincendio un po' di refrigerio per dormire. Esce dalla finestra della sua stanza dell'appartamento al quinto piano. 

Sale al sesto e mentre è lì sdraiato si accorge che la finestra che ha davanti non è chiusa del tutto e attraverso la tenda può vedere e sentire ciò che accade all'interno: un uomo e una donna litigano, all'improvviso irrompe un secondo uomo, evidentemente in relazione con la donna, e strangola il primo. La coppia decide di disfarsi del cadavere, così sentono le orecchie di Buddy, tagliandolo a pezzi con una lama di rasoio da barba. A quel punto il ragazzino non ce la fa più e decide di fuggire, ovvero di tornare nella sua stanza, ma purtroppo nello scendere a carponi si porta via inavvertitamente con i piedi la coperta, che la coppia aveva steso sul parapetto della scala antincendio. Quindi non è solo Buddy a spostarsi, ma anche la coperta... strano pensa la donna - quando se ne accorge e la vede al piano di sotto - in una notte completamente senza vento...
E qui comincia la grande corsa contro il tempo di Buddy, che dai suoi genitori non viene creduto, anzi chiuso a chiave nella sua stanza... non viene creduto neanche dai poliziotti del suo distretto che riesce a raggiungere fuggendo dalla stessa finestra. Ma in compenso è la madre stessa, inconsapevolmente, a denunciarlo alla donna del piano di sopra che è l'unica a credergli. Adesso lei ha la matematica certezza che nel mondo circola un testimone oculare di quel delitto. Ora anche Buddy, come Frankie, è davvero nei guai.
Fermarsi sull'orlo del precipizio, quello che in gergo è detto il kliffhanger, ovvero l'interruzione brusca di un racconto in corrispondenza di un momento di forte suspense, si rende qui doveroso nel rispetto di chi queste due belle storie avrà la bontà e l'ardire di leggerle.
La grande forza della scrittura di Woolrich sta nel ritmo, già all'epoca fu lo stesso Raymond Chandler a notarlo. I suoi racconti si possono definire turn pager, impossibile staccarsi dalla lettura fino al momento in cui si legge la parola fine. Abile costruttore di suspense, crea meccanismi perfetti in cui il lettore viene messo al corrente di fatti e circostanze che al contrario il protagonista ignora, in parte o del tutto. Il fiato si mozza nell'impossibilità di metterlo in guardia. La suspense si genera altresì quando è lo stesso lettore a trovarsi completamente all'oscuro degli eventi. Ciò genera una identificazione fortissima con il protagonista e il cervello del lettore si mette immediatamente a cercare come un matto per trovare il prima possibile una via di scampo per il protagonista. E quando la trova finalmente il suo cervello produce la meravigliosa dopamina che lo rilassa e lo mette di nuovo comodo sul divano.
E la vita vera di chi legge si separa da di finzione che è sulla pagina.
Woolrich maneggia questi meccanismi narrativi molto bene e non è un caso che spesso i protagonisti delle sue storie siano ragazzini, per convenzione i personaggi meno avvezzi a sapersi togliere dai guai.
Eppure Woolrich, in controtendenza, riconosce loro una dignità tutta diversa, una capacità di mettersi in gioco per altruismo, come nel caso di Frankie, o per puro amore della verità, come fa Buddy. I ragazzini di Woolrich fanno vite diverse e separate da quelle degli adulti e spesso e volentieri si trovano su posizioni di scontro. I grandi, a parte rare eccezioni, sono agli occhi di Woolrich pieni di sicurezze effimere e, alla resa dei conti, dei vigliacchi. La sua difficile infanzia glielo ha dimostrato in qualche modo.
Sullo sfondo di queste due storie, per esempio, ci sono adulti stanchi, strinati dal lavoro e dalle difficoltà della vita, oppure adulti senza scrupoli e assassini, oppure adulti distratti e falsamente sicuri del proprio ruolo.
Questa separatezza tra adulti e bambini, che all'epoca di Woolrich era la norma, è forse una delle ragioni per cui tanto L'occhio di vetro, quanto Scala antincendio sono entrati a far parte della serie di racconti di autori classici curata da Fabian Negrin, le Pulci nell'orecchio.
Si fanno compagnia con i bambini in cerca di risposte, sopravvissuti al disfacimento del pianeta, di Così semplice di Zenna Henderson. Condividono la solitudine e il senso di tradimento del piccolo Rudyard, di Bee bee pecora nera, spedito in Inghilterra dai genitori per studiare, o del povero Van'ka di Cechov. 
Buddy condivide la capacità di immaginazione con il bambino di Saroyan che in testa ha un nido di uccelli (Lo zio del barbiere e della tigre che gli mangiò la testa). La totale incomunicabilità di Buddy in famiglia è la stessa che provano i due fratellini che allevano il cane Rex, così come li racconta Lawrence. Lo sguardo attonito di fronte al disvelamento della crudeltà umana che è davanti agli occhi di Frankie e Buddy è la stessa che Matilde Serao dipinge sugli occhi di Canituccia. La caparbia ricerca della verità di quei due bambini americani è la medesima del bambino tedesco di Heirich Böll che scopre l'inganno della bilancia, ancora un imbroglio degli adulti.
 
 
Fabian Negrin li ha scelti e messi in fila, questi bambini e bambine, per dare loro un posto d'onore agli occhi del mondo. A tutti loro ha dedicato la copertina 'silenziosa' e lo ha fatto ogni volta declinando la propria arte espressiva dal trompe-l'oeil della tigre 'armena' alla colata di colore sul volto, che allude alla pittura di Richter, del bambino sopravvissuto al Tempo Dilaniato.
 
 
Dalla precisione fiamminga di Canituccia alla malinconica ironia della testa di pecora nera che mangia un sandwich d'erba, per Rudyard.
 

Fino allo slancio istintivo, potente, irrefrenabile, bestiale, nel salto di due bambini e di un cane. Fieri di esistere.
 
 
Carla
 
C. Woolrich,  Scala antincendio, illustrazioni Fabian Negrin 
(trad. Mauro Boncompagni), Orecchio acerbo 2021
C. Woolrich, L'occhio di vetro, illustrazioni Fabian Negrin
(trad. Mauro Boncompagni), Orecchio acerbo 2019

Noterella al margine. Per chi fosse incuriosito...


venerdì 13 dicembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ARTE 'NERO SU BIANCO'

Peter nella neve, Ezra Jack Keats (trad. Giulio Genovesi)
Terre di mezzo, 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (di 3 anni)

"Un mattino d'inverno Peter si svegliò e guardò fuori dalla finestra. Durante la notte aveva nevicato, la neve copriva ogni cosa, fin dove Peter riusciva a guardare.
Dopo aver fatto colazione, si mise la sua tutina e corse fuori. La neve era stata raccolta in grandi mucchi ai lati delle strade, per fare in modo che si potesse passare.
Crick crock crick crock...i piedi di Peter sprofondavano nella neve."

A questo punto il piccolo Peter fa grossomodo tutte le cose che i bambini (e spesso anche i cani) fanno con la neve nuova: ci gioca. Lascia le impronte in così e in cosà, facendo singoli passi oppure lunghe linee che ottiene trascinando i piedi per terra, ci disegna sopra con un bastoncino, la fa crollare dai rami bassi di un albero, ci costruisce un pupazzo di neve, lascia l'impronta di un angelo, ci scivola sopra in discesa e ne raccoglie una manciata, la stringe forte e poi la mette in tasca. Per dopo, a casa.
Il caldo di una casa fa bene a un bambino, ma non tanto alla neve. Peter non smette di pensare al bianco là fuori e, scoperto che quel tepore si è portato via il suo tesoro dalla tasca, teme e sogna che il giorno seguente il sole caldo la la possa cancellare del tutto.
Ma a New York quando nevica, nevica!

Finalmente, a poco meno di sessant'anni dalla sua prima edizione in USA, anche in Italia arriva Peter, il bambino nero nella tutina rossa sulla neve bianca. E in tal modo si aggiunge una ulteriore stella nel firmamento dei classici per l'infanzia che non vanno dimenticati.



Accanto ai nomi di Ruth Krauss, Crockett Johnson, Margaret Wise Brown, Arthur Geisel (in arte Dr. Seuss), Maurice Sendak, Shel Silverstein, William Steig si va ad aggiungere anche quello di Ezra Jack Keats.
Con la maggior parte di loro condivide gli stessi decenni di attività, la stessa provenienza, la stessa povertà di partenza. Figlio di emigrati polacchi, cresce a Brooklyn, quartiere povero che però, anche nel suo caso, si rivela zona fertile per chi voglia cogliere la propria opportunità. A trent'anni cambia il suo nome per uno che abbia un suono più americano e da Ezra Jacob Katz, diventa Ezra Jack Keats. Un talento naturale per il disegno, comincia come vetrinista anche se la sua passione sarà la pittura. Pittura che è sempre presente in molti dei suoi magnifici libri e che conferisce loro un carattere inconfondibile.
I suoi libri sono tutti attraversati da una grandissima audacia che si esprime nel disegno, ma soprattutto nell'uso spregiudicato, quasi violento, del colore. Keats, per i suoi tempi, è davvero un rivoluzionario: disegna la propria città, anche nel suo degrado, senza edulcorare mai la visione di muri scrostati, oggetti abbandonati, poster strappati. E nonostante tutto, riesce a infondergli sempre una grazia particolare, una bellezza inaspettata. 


Rivoluzionario, a suo modo, è stato anche The Snowy Day per il fatto di aver ritratto un bambino afroamericano come indiscusso protagonista. All'epoca l'America si spaccò in due; tra quelli che ne criticarono la scelta (alcuni si chiesero che cosa ne poteva sapere un ebreo bianco di bambini neri) e quelli che gridarono 'Era ora!'. La critica benpensante non apprezzò la scelta, ma a un anno dalla pubblicazione con la storica e benemerita casa editrice Viking, il libro fu premiato con la Caldecott Medal. E tutti si acquietarono. O quasi. Ancora nel 1965 si discuteva se la raffigurazione della madre fosse o no uno stereotipo per esempio della 'mammy' di Via col vento. E si parlò a lungo di tokenismo da parte di Keats. 



Ma Peter sopravvisse a tutto questo e anzi si moltiplicò in molti altri titoli che lo videro come protagonista, accanto a Willie il suo bassotto, a Amy di cui è innamorato e ad Archie, il suo miglior amico.
Queste polemiche da un lato lasciarono interdetto Keats, d'altro canto però il premio conferitogli segnò per lui la conferma che cercava delle proprie capacità, anche in veste di autore dei testi.
Nato dalla sua impellente urgenza di mettere finalmente un bambino di pelle scura sul foglio bianco (è storia risaputa che nel suo studio pendessero già da anni le immagini ritagliate da Life in cui un bambino afroamericano era stato fotografato nell'atto di chiedere l'elemosina), Keats - che della sua arte aveva contezza, ma molto meno della sua scrittura - convocò tutti i suoi migliori amici perché contribuissero a tirare giù un testo che meritasse tale nome.
E così Peter diventò un bambino vero che faceva cose vere sulla pagina. Questo lo rese subito molto amato dai bambini. Da tutti. Ma per quelli afroamericani rappresentò anche un'autentica presa d'atto che fece posare loro la matita rosa e prendere al suo posto quella marrone per disegnarsi.


In The Snowy Day Keats optò per il collage di carte anche molto diverse tra loro (una tela di Fiandra per le lenzuola di Peter, una carta per foderare i mobili diventa il vestito della madre), a grandi campiture di colore, accentuandone così gli aspetti di design, ma utilizzò anche altre tecniche oltre alla consueta pittura: per esempio sbruffò a inchiostro di china con uno spazzolino le due pagine notturne, ottenendone un effetto del tutto originale.
Nei titoli successivi l'arte pittorica prese ancora più spazio e la sperimentazione lasciò indietro il collage per un uso molto originale della guache.
La sua grande umanità, la sua audacia in campo espressivo, il suo talento artistico, il suo valore estetico, il suo dominio assoluto della pagina rendono il corpus dei suoi titoli (un centinaio tra quelli illustrati e quelli in cui è autore unico) una tappa imprescindibile per chi voglia ragionare sull'eccellenza nell'illustrazione dei libri per l'infanzia.


Sentiti i ringraziamenti a Terre di Mezzo.