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lunedì 20 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA COSA IMPORTANTE DI UN CUCCHIAIO...

Un cucchiaio pieno di storie, Sandra Siemens, Bea Lozano (trad. Yuri Garret)
Caissa Italia 2025 


ALBI ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Una volta ho scavato una buca con quel cucchiaio. Jaime, il fruttivendolo, mi aveva regalato dei semi di zucca. Mi aveva detto che dovevo piantarli in cinque buche profonde tanto così e che in estate sarebbero nate le mie zucche. 
Avevo fatto due sole buche quando arrivò mia nonna: 'Quel cucchiaio non si usa per le buche'. Lo rimise nel cassetto delle posate e, in cambio, mi diede una paletta verde per finire di piantare i tre semi. Ma non è la stessa cosa: le palette non scavano altrettanto bene." 

E come volevasi dimostrare di quei cinque semi, solo i primi due attecchiscono, e solo due zucche nascono... 
"Quel cucchiaio" evidentemente non è un cucchiaio qualsiasi, visto che - oltre a nonna che non vuole sia usato per scavare, anche mamma non vuole sia usato per mangiarci la minestra, né papà le permette di suonarci Topolino Topoletto sul fondo di una pentola... 
"Quel cucchiaio" arriva da molto lontano. Molto lontano nel tempo. Ha attraversato indenne quattro generazioni per approdare in quel cassetto dove, in mezzo agli altri, ha un peso e un'importanza particolare. Tutta sua. 
Questa è la sua lunga storia. 
Ma è anche la storia di una bambina che con la Storia di quell'oggetto deve farci i conti per poi decidere come condividerla, nel futuro, con chi verrà dopo di lei. 

Di nuovo la storia di un oggetto. Evviva. 
Di nuovo la storia che si confronta con la Storia. Ari-evviva. 


Il primo grande merito di Sandra Siemens, in questo libro, mi pare sia quello di saper cogliere, con la stessa prospettiva che hanno i bambini, l'importanza degli oggetti.  
Per loro sono essenzialmente utensili. 
Per loro conta essenzialmente la forma, ragione per la quale qui un cucchiaio è per mangiare la minestra, per scavare una buca, per suonare una pentola. 
Mi vengono in mente due libri che - è garantito dalla biografia documentata delle due autrici Krauss e Wise Brown - di certo dei bambini riportano la voce autentica. 
Loro li hanno interrogati, li hanno ascoltati e hanno saputo riportarne il pensiero con assoluta onestà. 
Se si conoscono questi due titoli - La cosa più importante, di Margaret Wise Brown e Leonard Weisgard e Un buco è per scavare di Ruth Krauss e Maurice Sendak - si converrà che Ruth Krauss e Margaret Wise Brown, intorno agli anni Quaranta e Cinquanta e Sessanta del Novecento, hanno davvero rivoluzionato i libri per l'infanzia e il pensiero che li generava. 
Entrambe lo hanno fatto, usando la strada più dritta: sono risalite dirette verso la fonte. 
Entrambe, infatti, hanno frequentato con assiduità i bambini e le bambine della Bank Street School, baluardo di assoluta avanguardia pedagogica per l'epoca, guidata da Lucy Sprague Mitchell. Loro parlavano con quei bambinetti, ma anche con i loro vicini di casa cinqueenni, o con bambini incontrati sulla spiaggia... Quest'ultimo, per esempio, era un vero bambino che su una vera spiaggia stava scavando una vera gran buca. Quando Ruth Krauss gli rivolse la parola e gli chiese a cosa servisse... Lui le rispose: quello che è poi diventato il titolo del libro illustrato da un Sendak prima maniera. 
Il loro merito è stato quello di chiedere, ascoltare, non dimenticare e restituire voce. 


Mi pare che qui Sandra Siemens (e Bea Lozano le va dietro) abbia fatto lo stesso: dalla paletta verde che non funziona fino all'ultima riga del testo. Terzo evviva! 
Ma a parte questo, che non è per niente poco, anzi è il valore del libro, farei due altri ragionamenti su di lei. 
Visto il suo cognome e vista l'Argentina come suo luogo di nascita, mi viene da pensare che questa storia, se non proprio sua personale, tuttavia ne ripercorra alcune tappe. 
E così si arriva alla seconda grande questione che meritatamente il libro pone: la Storia più grande che si infila nella storia più piccola di un singolo oggetto. E lo fa attraverso il ricordo, che ha un suo portato affettivo maggiore, rispetto al concetto di memoria... 
Quindi tutto comincia da un servizio di posate che viaggia e non sopravvive alla guerra se non per un cucchiaio, che immediatamente diventa importante 'parte per il tutto', oramai andato perduto. Da quel momento in poi il cucchiaio diventa ricordo e, come tale, va conservato e passato di generazione in generazione. 
E anche la bambina piantatrice/suonatrice lo riceverà in dono - qualcosa di simile a una vera e propria dote di famiglia. 


Ma qui avviene un'ulteriore sterzata che non era così scontata, ma si allinea con quanto riconoscevamo a Margaret Wise Brown e a Ruth Krauss (ma anche a tanti altri dopo di loro).
Da bambina quale è, va da sé che il suo progetto futuro per l'utilizzo del cucchiaio sia diametralmente opposto rispetto a quello 'museale' che madre, padre e nonna hanno praticato finora e che le suggeriscono di continuare. 
E questo scarto rispetto al pensiero adulto fa la differenza. 
Lei va per la sua strada!


Circostanza non irrilevante per fare di un libro, che poteva essere retorico nel finale, un buon libro! 
Su che fine farà quel cucchiaio, non è dato fare ipotesi.
L'unica cosa che auguro a quella ragazzina è quella di non smarrirlo! 

Carla  

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbe Bea Lozano che fa un lavoro davvero interessante. Non so se sia successo veramente, ma dentro i suoi disegni si sente il palpito di Arnal Ballester che, se non è stato suo diretto maestro, lei conosce e guarda con devozione. O Wagenbreth? Brava a usare la doppia pagina senza paure, brava a ingrandire e rimpicciolire dove necessario. Brava a sentirsi così libera rispetto al testo. Brava brava. 
E, visto che è un esordio qui in Italia, sarebbe bello poterla rivedere presto. 

Seconda noterella al margine. Per puro spirito di completezza, qui il testo relativo alla definizione di cucchiaio dal libro La cosa più importante:

La cosa importante 
di un cucchiaio 
è che lo usi per mangiare. 
È come una piccola pala, 
lo stringi nella tua mano, 
puoi metterlo in bocca, 
non è piatto, 
è incavato 
e raccoglie le cose. 
Ma la cosa più importante 
di un cucchiaio 
è che lo usi per mangiare.

Terza noterella al margine. Avrei da ridire sul titolo dell'edizione italiana... ma vabbè. Chi mi conosce lo sa che sono severissima.

venerdì 19 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

COME RICONOSCERE UNA BUONA IDEA

Come riconoscere una forchetta e molti altri oggetti di casa
Silvia Borando (a cura di) 
Minibombo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Come riconoscere una forchetta? 
Facile! 
Ha i denti; porta il cibo alla bocca; di solito è di colore grigio. 
Come riconoscere, invece, una caffettiera? 
Molto facile! 
Ha un beccuccio; fischia tutte le mattine; spesso è accanto ai biscotti." 

La scoperta di molti oggetti di uso comune attraverso i diversi ambienti della casa. 
Dalla cucina, dove impariamo a riconoscere la forchetta e la caffettiera e infine il frigorifero, si passa al bagno dove conosciamo lo spazzolino, lo specchio e naturalmente la sgusciante e viscida saponetta. 
Poi si prosegue per la camera dove si dorme e poi per quella dove si sta: il salotto. 
Per ognuna di queste, ci sono tre oggetti che la "abitano". E per ognuno di loro tre indizi per imparare a riconoscerlo. Dalla sveglia che ogni mattina si spegne, lì sul comodino al tappeto, non importa se col pelo corto o lungo, di certo con la sua immancabile frangia... 

Detto così, questo libro potrebbe essere ben poca cosa. 
Una pagina dedicata all'oggetto di cui si dà la definizione e poi la sua immagine - contestualizzata - nella pagina successiva e per concludere l'intero ambiente, ossia cucina salotto ecc ecc in cui tutti insieme i tre oggetti, insieme a molti altri, stanno lì a fare bella mostra di sé. 


Ma non è affatto così. 
Non è un libro per piccolissimi in cui accanto all'oggetto citato c'è di norma una sua immagine fotografata oppure molto ben disegnata... 
Non è un libro in cui gli oggetti siano così numerosi che lo si possa considerare un imagier... 
Non è un libro costruito per imparare a scrivere dette parole: da forchetta a quadro, troppo esiguo il loro numero, quindi non è neanche un abecedario. 
Ma allora che cos'è?
Si tratta di un libro esilarante, pur nella sua veste di libro non-fiction! Addirittura, per confermare che non si tratta di una storia ma di un libro pieno di informazioni, l'autrice preferisce citarsi come curatrice... 
C'era da aspettarselo da Silvia Borando. 
Di rado le sue idee passano inosservate e di norma sono buone e cattivelle allo stesso tempo. E questa non fa eccezione. 
La chiave per capire come funziona veramente il libro, la si capisce dalla seconda definizione in poi, a patto che si voglia ribaltare il punto di vista. 
Mi spiego, senza spiegare troppo, per non mandare a zampe all'aria la sorpresa nel leggerlo. 


Il cambio di prospettiva lo si deve mettere in essere a partire dalla definizione. 
Per esempio, la forchetta è vero che ha i denti (in realtà i colti li chiamano rebbi), è anche vero che porta il cibo alla bocca (forse sarebbe più corretto dire che serve per portare il cibo alla bocca, ma salterebbe tutto!) ed è anche vero che di solito il suo colore è il grigio, essendo di metallo. 
Ma Silvia Borando si deve essere anche chiesta se questa definizione non sarebbe stata calzante anche per qualche altra cosa... E così è nato il gioco. 
A questo punto, concepire il testo di questo libro si è rivelato un vero e proprio gioco di cesello lessicale, una sorta di zigzag tra i doppi sensi, i doppi significati e cose così. 
Il resto è stata tutta discesa, perché raffigurare "la cosa" che con la forchetta condivide la definizione e contestualizzarla in un ambiente tipico da forchette, genera la risata.  Perché non credo di svelare molto, dicendo che l'essere "fuori luogo" è davvero molto evidente. 
In totale il libro si compone (4 stanze e 3 oggetti per stanza) quindi di una dozzina di scherzi ossia di colpi di scena, ossia di capriole di senso, che sfruttano al meglio il giro di pagina per creare il giusto tempo per il rullare di tamburi nella suspense. 
Che si tratti effettivamente di un libro per piccoli non so dire. 


O meglio, i piccoli si divertiranno comunque dei colpi di scena, ma i più grandi - e penso a bambini tra i nove e i dieci anni, ma anche liceali, che si scelgono oggetti di uso comune e, guardandoli con attenzione, ne individuino dei caratteri che possono essere condivisi da molte altre cose... 
Per esempio un bambino potrebbe dare indicazioni su come riconoscere il forno in una cucina? 
Sì che potrebbe, magari con l'aiuto della sorella alle soglie della maturità: il forno lo riconosci perché ha una bocca grande, se intorno è caldo dà il meglio di sé, quindi è consigliabile non metterci una mano dentro... 
Provare per credere, ma non con il forno! 

Carla

lunedì 21 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DA COSA NASCE COSA [seconda e ultima parte] 


"Con un coltellino qualsiasi possiamo tagliare, aprire, dividere, sbucciare, perforare, separare, affilare, radere, incidere, modellare scuoiare, tagliarci (attenzione!) e fare del male (molta attenzione!). Non bisogna dimenticare che il coltello a serramanico è un'arma. 
Per questo molti adulti preferiscono che non sia alla portata dei bambini. Pensano che sia pericoloso. E in effetti può esserlo. Ma se impariamo a usarlo con cautela (senza fare sciocchezze), quante cose ci permette di fare!" 

Se non siete d'accordo con quanto esposto nelle righe sovrastanti, questo post e questo libro non fa per voi. Mollate subito e andate a farvi un giro. 
In caso diverso, sedetevi perché continuo a non essere breve. 
Ricordo distintamente quando, ero madre da poco più di un anno, vidi il figlio di amici di poco meno di tre anni con un cacciavite in mano e, alla mia perplessità se fosse prudente, mi venne risposto: certo, gli abbiamo insegnato come usarlo. 
Ecco. 


Questo libro va in quella direzione, senza paura. Ragione per la quale la scelta degli oggetti (che poi è il modo migliore per capire il pensiero di chi l'ha scritto) mi pare davvero attenta al pubblico di riferimento, ovvero i bambini curiosi e bellamente ignora i possibili timori di genitori benpensanti. 
Senza nessuna censura si parla di come uccidere le mosche e si discute di coltelli. 
Ci sono oggetti che fanno parte del loro parco giochi - la palla, il frisbee e forse il dado. Gli altri, che comunque appartengono al loro universo visivo, sono dentro per due ragioni diverse: da una parte è proprio molto interessante e utile capire come funzionano - il volante, il bottone - dall'altra sono così tanto apparentemente semplici da lasciare basiti nell'apprendere quanto in realtà complessi siano, fisica e chimica per capirne di più - il mattone, il liquido, e l'imbuto. 
Credo che se un ragazzino (come pure un adulto) finora non abbia dimostrato interesse per come lavora una tazza del gabinetto, vada preso per le orecchie e gli vada spiegato per benino. 


Sapere come funzionano le cose è un atto politico. 
Prevede, innanzi tutto, concentrazione e osservazione per essere capaci di valutare di quel determinato oggetto l'importanza, il suo valore sociale e tenere sempre a mente lo sforzo che ha richiesto inventarlo, costruirlo, manutenerlo. 
Se fossimo più consapevoli di come funziona la spazzatura, non avremmo i cassonetti che abbiamo... 
Lo stesso criterio va applicato sempre, o quasi sempre. 
Ma questa attitudine è poco praticata: la distrazione, il dare per scontato, il non curarsi e, più in generale, la fretta e la superficialità sono diffuse e remano contro. 
Chi ha voglia di soffermare lo sguardo e quindi il pensiero sul cestino del pane, ammesso che sia di giunco e non di plastica a stampo? 
Chi si soffermerebbe sul tragitto che si fa fare al filo per attaccare un bottone, se non colui che detto bottone sta attaccando? 


Chi si mette a ragionare sul fluire "innato" di un liquido? E sulla sua ferma volontà a non rimanere mai fermo? Leggere per credere: un trattatello di fisica che brilla per chiarezza. 
Non a caso nel prologo Gustavo Puerta Leisse sottolineava che "condividere le scoperte nel modo più accattivante possibile" forse è la chiave vincente di questo strano libro. 
Piccole pillole di saggezza si colgono qua e là sul significato della parola cosa, sulle onomatopee, sul calcolo delle probabilità, la distinzione, appunto, tra cosa e oggetto (si legga il mattone), tra attrezzo e strumento, il concetto di meccanismo, il concetto di contenitore... 


E quindi si arriva al gran finale: l'imbuto, che è anche il nome della casa editrice che i due autori un giorno di qualche anno fa hanno fondato: Ediciones Modernas El Embudo, ma è anche un simbolo! L'imbuto non è un contenitore, ma un elemento che è necessario al passaggio da un contenitore più grosso a tanti più piccoli. Quindi un imbuto, è un po' come l'uguale in matematica. 
L'imbuto ha anche fare con la fisica, con l'arte ed è nascosto dove meno te lo aspetti e anche noi nel nostro corpo ne abbiamo un certo numero... 
Mi debbo fermare. 
Questo è per dire che se questo libro invece di contenere quattordici diversi oggetti, ne avesse contenuto uno solo, l'imbuto, ripetuto quattordici volte, io lo avrei bevuto come un bicchiere d'acqua quando si ha sete! [fine]

Carla 

"Lezioni di cose. Un universo a portata di mano", Gustavo Puerta Leisse, Elena Odriozola (trad. Maura Romeo), Quinto Quarto 2025  "La sicurezza degli oggetti", in Cose spiegate bene, AA.VV. Iperborea 2025  "Toilet How it works" , David Macaulay, Sheila Keenan, Roaring Brook Press 2013  "Dieci splendidi oggetti morti", Massimo Mantellini, Einaudi 2020

venerdì 18 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DA COSA NASCE COSA [parte prima] 


"Una cosa è vedere e un'altra è osservare. Una cosa è sentire e un'altra è ascoltare. Una cosa è odorare e un'altra è annusare. Una cosa è toccare e un'altra è tastare. Una cosa è mangiare e un'altra è assaporare. La differenza tra le une e le altre sta nell'attenzione che vi poniamo." 

Se questa differenza non siete in grado di coglierla, se nell'arco delle 24 ore di un giorno sono più le volte che vedete-sentite-odorate-toccate-mangiate di quelle in cui osservate-ascoltate-annusate-tastate-assaporate questo post e questi libri non fanno per voi. Mollate subito e andate a farvi un giro. 
In caso diverso, sedetevi perché non sarò breve. 
Tre premesse. 
La prima. Personalmente nutro un vero culto per le cose, gli oggetti (che diventa mania quando si tratti di contenitori). Ne apprezzo la forma, la funzione, ne riesco a immaginare ulteriori usi, se si rompono mi dispero e lo stesso accade se le perdo (lì partono immediatamente le novene a Sant'antonio, così ho imparato da mia madre. Sant'antonio mi ha fatto ritrovare un orecchino del Settecento smaltato incastrato tra due sanpietrini...). 
La seconda. Trovo fondamentale coltivare nei piccoli la curiosità per ciò che li circonda. Compresi gli oggetti, di cui loro (al pari della sottoscritta) amano circondarsi e amano raccogliere e collezionare. Molto spesso i bambini sono degli animisti laici, ovvero agli oggetti conferiscono nomi, caratteri, poteri. Ma questo ci porterebbe lontano. Insomma è un fatto che bambini e cose di norma vadano tra loro d'accordo (ad adulti piacendo). E quindi mi pare che il "mondo delle cose" possa essere un'ottima palestra per esercitare in loro giorno dopo giorno la curiosità, motore del mondo. I bambini, almeno un tempo, erano già per loro indole degli abili smontatori di oggetti, proprio per capirne i meccanismi. Vederli all'opera con la gente di Smonting (Tuttestorie 2023) è stato illuminante. 
La terza premessa è che io Elena Odriozola, basca classe 1967, la trovo proprio interessante. 
I suoi libri In Italia, se non ci fosse Lupo Guido, sarebbero inesistenti. 
Dunque, se esce un libro da lei illustrato che parla di cose, o meglio che racconta come queste funzionano oppure altre informazioni, frutto di quell'attenzione a cui alludeva l'autore nelle prime righe, non posso proprio fermarmi. 
Il libro in questione si intitola Lezioni di cose. Condivisibile anche l'impostazione: sono lezioni, senza paura di farsi maestri, da parte dell'autore che è Gustavo Puerta Leisse. In Italia esce per la casa editrice Quinto Quarto, che nel suo dna ha un altro elemento per me importante: parla ai bambini come potrebbe parlare agli adulti. Cosa che spesso rende i loro libri più interessanti e più sfidanti di altri, nel dare per assodato che la complessità è roba da bambini come da grandi. 
Si potranno forse limare qui e lì i lessici, si potranno scomporre più a fondo i concetti, ma la sostanza non deve cambiare. 
Lezioni di cose accende una serie di connessioni interessanti. 


La prima: c'è un libro che me lo ricorda moltissimo: nella collana Cose spiegate bene, edito da Iperborea con il Post, compare il titolo La sicurezza degli oggetti
I due libri condividono - grossomodo - l'impianto generale. 
Entrambi sparano in mille direzioni diverse altre suggestioni da seguire. Entrambi lavorano in modo monografico su alcuni oggetti, alcuni dei quali, evidentemente più iconici di altri, si trovano in entrambi: il coltellino svizzero, le monete. 


E siccome tra gli oggetti c'è anche il bidet e la sua controversa storia, non posso non andare alla seconda connessione: i meravigliosi libri di David Macaulay, il mio preferito: Toilet: how it works e gli altri dedicati all'occhio, all'aereo e poi all'ultimo The Way Things Work (Come funzionano le cose, nelle sue varie edizioni). Il suo pennino a china, la sua capacità di zoomare sugli oggetti, la sua rara ironia che gioca con la scala degli oggetti, tutto concorre a rendere i suoi libri veri e propri piccoli capolavori.


E ancora, terza connessione, visto che in La sicurezza degli oggetti si cita la scomparsa quasi totale delle cartoline, non posso non pensare al libro di Massimo Mantellini, Dieci splendidi oggetti morti, uno dei quali è proprio la lettera, la sorella maggiore della suddetta cartolina, accanto alle carte stradali, al telefono fisso... 


Accanto a tutte queste divagazioni, Lezioni di cose diventa il perno necessario per far ruotare tutto. 
In elenco ci sono quattordici piccole monografie su oggetti che sono nel contempo armi, attrezzi, strumenti, che al loro interno hanno meccanismi che li fanno funzionare. 
Sono tutti solidi, tranne uno che prende la forma del suo contenitore. L'ultimo, che chiude magnificamente un libro magnifico, è un oggetto simbolo per eccellenza. Ma se ne parlerà poi. 
Molti, si apprende durante la lettura, sono restati fuori: la matita, l'ombrello... 
Tra quelli in elenco, lascerei fuori il frisbee, perché lo odio avendolo preso sul labbro quando avevo quindici anni e il vaso da fiori che non mi dice granché. 
La rimanente dozzina me la sono bevuta come un bicchiere di acqua quando si ha sete. 
La cosa che più rende convincente il lavoro di Gustavo Puerta Leisse ed Elena Odriozola è il continuo variare percorso. 


Spesso, ma non sempre, si raccontano le diverse tipologie: la palla, oppure i bottoni e le diverse metodologie per attaccarli. Altre volte si gioca: con il dado si sono inventati un bel modo di divertire e ragionare sul concetto di probabilità e possibilità. 
Allo stesso tempo portano il lettore a osservare come i numeri disegnati su ogni faccia del dado sono disposti diversamente: per intenderci i sei pallini non riprendono i tre o i due ma si dispongono in coppie serrate, niente assimila il quattro a due volte il due... 
Altre volte si fa della grande ironia, si gioca con l'assurdo, con lo scacciamosche per esempio o con i volanti impossibili.
 

Di certo il pensiero e l'illustrazione si muovono di concerto: bella l'idea di elencare le diverse prese dei cucchiai di legno per girare la zuppa o per servire in tavola o per raschiare il fondo della pentola, accanto ai disegni di Odriozola che giocano facendoci vedere come un cucchiaio, per forma, sia anche una chitarra o un remo o forse uno specchio [continua] 

Carla

"Lezioni di cose. Un universo a portata di mano", Gustavo Puerta Leisse, Elena Odriozola (trad. Maura Romeo), Quinto Quarto 2025 
"La sicurezza degli oggetti", in Cose spiegate bene, AA.VV. Iperborea 2025 
"Toilet How it works" , David Macaulay, Sheila Keenan, Roaring Brook Press 2013 
"Dieci splendidi oggetti morti", Massimo Mantellini, Einaudi 2020

mercoledì 18 settembre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COME FANNO LE COSE A SPARIRE, 
COME FANNO A TORNARE... 

Qualche giorno fa dovevo travasare l’olio. 
Dopo aver predisposto sul piano da lavoro tanica e bottiglia ho allungato la mano per afferrare l’imbuto. Mi aspettavo fosse dove normalmente avrebbe dovuto essere. Invece, con mio grande disappunto, lui non c’era. Al suo posto, un mestolo, un colino e una grattugia, e un imbuto, sì, ma per le marmellate, con l’imboccatura bella larga e inservibile ai miei scopi. Dove era l’imbuto per i colli stretti? Ho cercato nel cassetto degli arnesi per la cucina, in quello delle posate, nello scolapiatti, nella lavastoviglie, negli armadietti dei piatti e dei bicchieri, ho chiesto a mio figlio che non lo aveva visto, e nemmeno gli altri della famiglia sapevano nulla della sparizione. Alla fine ci siamo ritrovati tutti in cucina, davanti all’asta di metallo da cui penzolano in bell’ordine mestoli, passini, fruste e pelapatate, attoniti e pure un po’ indispettiti. 
Ma come diamine fanno, certi oggetti, a sparire? 
Questo dovevano esprimere le nostre mandibole sganciate. 
Eppure, dovremmo saperlo: si smette di vedere così, per abitudine, quando la mente smette di sorprendersi e dà per assodato che una cosa sia fatta come è fatta, che un oggetto sia lì dove deve stare, che certe premesse debbano condurre prevedibilmente e logicamente a certi risultati. Si smette di vedere quando l’occhio, prese le sufficienti misure, dismette la sua esplorazione per passare a una sintesi (apparentemente?) superiore, scambiando quel frammento di meraviglia che riverbera in ogni filo d’erba per il concetto più esteso di prato, e per praticità si profonde in un’astrazione che fagocita il dettaglio a vantaggio della generalità. 
È lo sguardo adulto, bellezza. Così si smette di vedere. 
Ma come si fa a tornare indietro? 
Un’idea potrebbe essere camminare, come succede nel romanzo “L’occhio della montagna.” 


La storia inizia così: una giovane coppia si trasferisce nella campagna irlandese con l’idea di lasciarsi alle spalle città, frenesia, le rispettive famiglie, le incomprensioni, i dissapori. Protetti dal reciproco amore, Sigh e Bell cominciano una nuova vita e pongono al centro dei loro desideri il proposito di salire, prima o poi, sulla vetta del monte che vedono quotidianamente dalla loro finestra. Per questo iniziano a camminare, accompagnati dai loro fedelissimi cani Pip e Voss: per conoscere i dintorni, per allargare lo spazio conosciuto dai loro passi, per trovare in tanta ampiezza il sentiero… 


Le frasi descrittive procedono tambureggiando con la precisione di un radar, e restituiscono al lettore non solo il territorio e la casa, il mutare delle stagioni, delle luci, degli odori, l’acquisizione di gesti consueti e rituali, ma anche il minuzioso brulicare tutt’intorno… 


L’elencazione indefessa di erbe, oggetti, temperature e percorsi assume curiosamente la forma di una contemplazione che procede per ingrandimenti, come se la fatidica camminata in cima al monte non fosse tanto un’ascesa, quanto un ingrandimento, una digestione concentrica e discendente verso un centro focale possibile unicamente per ripetizione e prossimità. Un risveglio dello sguardo, dunque, un ritorno della capacità di vedere e quindi un ribadire delle entità esterne e reali che ci circondano. 


Punto a punto il paesaggio che circonda Bell e Sigh oltrepassa i confini puramente concreti del sentire e tramuta quello che è fuori in una questione intima. Le piante, l’orto, lo stato dei muri, la presenza del contadino: tutto è una alfabetizzazione ad opera del territorio che a furia di essere rilevato e impresso dalla retina, dall’olfatto, dalla pelle, prende e tiene Sigh e Bell, saldamente, nell’esperimento della realtà, e noi con loro, attraverso l’artificio della nominazione, nella parola. 
 

Non partiamo da un albo illustrato, questa volta, e nemmeno siamo di fronte a un’opera per l’infanzia. Eppure, quello che succede in queste pagine è una esperienza di oggetti, entità e accadimenti molto simile a quella condotta dallo sguardo dei bambini, dal loro sperimentare pronto ad accogliere per la prima volta tutto quello che li circonda e metterlo in relazione. Guarda caso, succede così anche nella raccolta divulgativa "Il mondo intorno a me" che Topipittori dedica ai piccolissimi.




Una bambina apre gli occhi e si dischiude al mondo, permettendo alla vastità del mondo di entrare, passando per i sensi aperti e capienti, e per le relazioni intessute in loro presenza; i quattro elementi vengono circoscritti nei riquadri minuscoli, e pagina dopo pagina divengono familiari per analogie e differenze, per rilevazione, assimilazione e concettualizzazione… 
Attraverso una mano dischiusa a percepire il calore passa l’esperienza del fuoco, attraverso un occhio aperto alla luce sua dorata, attraverso il suono di un fiammifero e il crepitare di fiamma, o addomesticato e azzurro sotto la pentola del latte, così delicato da spegnersi sotto la spinta del fiato…


 

Passa così anche il cielo, dall’azzurro onnipresente e mutevole, dalla luce che lo attraversa, tanto diversa del mattino e della sera, rosso e scuro e poi ancora diverso, così grigio e pauroso se lampeggia, se tuona…

 
Passa nel naso il mondo, dal fuori al dentro, attraverso la terra stretta nelle mani, e il suo odore, racimolato nella memoria e poi restituito nell’accumulo di immagini della sua mutevolezza.


Così anche l’acqua, tutta intorno nelle sue fattezze diverse, berla e averla nella pancia o averla tutta intorno quando si nuota, ascoltarla infrangersi sugli scogli, sgorgare dal rubinetto, addirittura uscire dagli occhi come se fossero fontane… 


 

In questo modo, attraversandoci, quello che è fuori ci riempie e riempiendoci scompare. Ma vi è un margine, tra vedere e non vedere, tanto labile quanto resistente, e scavalcarlo richiede solo la disposizione a un’epifania che ha come oggetto ciò che è manifesto, conosciuto, esplosivamente ovvio. 
Come diceva Margareth Wise Brown: 
“La cosa più importante dell’erba è che è VERDE. 
Cresce, ed è morbida, con un dolce profumo erboso. 
Ma la cosa più importante dell’erba, è che è verde."
La cosa più importante dell’erba è che è verde… 


P.S.: è stato proprio quando sei paia di occhi erano sospesi davanti a lui, che l’imbuto è ricomparso. Stava appeso lì, esattamente dove doveva stare e dove ovviamente era sempre stato, tra il suo largo parente e lo schiacciapatate. E anche se con tutta evidenza nessuno lo aveva toccato, lui era leggermente inclinato, come se avesse voluto nascondersi, e credetemi se vi dico che mi guardava pure lui. 
E sotto sotto, rideva. 

Giorgia

“L’occhio della montagna”, S. Baume, (trad. A. Arduini), Enne Enne Editore 2022 
“Il fuoco”, C.Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“Il cielo”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“L’acqua”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2024 
“Terra ”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi) Topipittori 2024 
“La cosa più importante”, M. Wise Brown, L. Weisgard, (trad. L. Spatocco), 
orecchio acerbo 2018

lunedì 10 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VIVERE LEGGERI

Quella mattina sono partito, Barroux (trad. Maria Pia Secciani)
Edizioni Clichy 2021 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Mi sono detto: 'Ho bisogno di cambiare aria! Forza facciamo i bagagli!' Tre paia di calzini, un coltello svizzero, una scatola di fiammiferi, un kit di pronto soccorso, una macchina fotografica, due rotoli di carta igienica, una mappa, uno spray antizanzare, una racchetta da tennis, un guanto da doccia, un asciugamano, una forchetta, una borsa termica, la crema solare, un cappello, un taccuino e una penna, un paio di occhiali da sole, una tazza, due bottiglie di acqua minerale, un sacco a pelo, un ombrello, un fucile per proteggermi dagli orsi, una saponetta, una tenda un telefono, una sveglia, un maglione pesante, un costume da bagno, tre paia di mutande, un paio di guanti, una sciarpa di lana, una zanzariera, due paia di pantaloni, una corda, un pettine, le pinne, dentifricio e spazzolino. Ho messo la chiave sotto lo zerbino e, senza voltarmi, sono partito, guardando sempre dritto davanti a me." 

Con uno zaino che, come era prevedibile, è molto più grande di lui, si mette in viaggio. Arriva davanti all'oceano e l'acqua è tempestosa e scura, il vento fortissimo gli strappa di mano la mappa. Il primo incontro avviene con un uomo che è seduto all'ombra di un albero e che lo rassicura di essere sulla strada giusta per andare da quella parte. A lui regala la tenda e anche la macchina fotografica non riesce a rimetterla nel bagaglio. Il viaggio continua. 
Il secondo incontro - si guardano dritto negli occhi - è con un orso nella foresta scura attraversata da un fiume. Il fucile che ha tolto dallo zaino, però non lo punta contro l'orso, ma lo dimentica ai piedi di un albero. Il viaggio prosegue. 
E anche nel villaggio assolato scambia tre pezzi del suo bagaglio per un succoso grappolo d'uva. Giorno dopo giorno, passo dopo passo, attraversa il mondo e via via dimentica, regala, scambia tutti gli oggetti che rendevano pesante il suo zaino. Poi, come ha fatto anche Forrest Gump dopo aver corso per 3 anni, 2 mesi, 14 giorni e 16 ore, anche lui si ferma e decide che è arrivato il momento di tornare a casa. Sul fondo del suo zaino, da condividere una manciata di semi e un bel po' di cose da raccontare... 

Breve premessa: Barroux non è uno dei miei autori prediletti, da qui il silenzio sui suoi libri pubblicati in Italia, soprattutto da Clichy. Il tipo di disegno, l'uso del colore, ma soprattutto una qualche subordinazione delle storie raccontate nei confronti dei temi trattati, circostanza questa che più di una volta mi è parso di percepire, sono in sostanza le ragioni che mi hanno tenuta lontano da un autore, che, al contrario, è amatissimo in patria e in ambito internazionale. 
Qui le cose sono andate diversamente. 
Complice forse il tema che mi è particolarmente caro, oppure è dipeso dalla circostanza che personalmente ho sempre sulle spalle uno zaino di ragguardevoli dimensioni che contiene la maggior parte delle cose che potrebbero essermi utili nel corso della giornata: dallo spray contro le zanzare (estate e inverno) al power bank da un chilo, dall'Opinel francese con la punta tonda al coprisella impermeabile, fatto sta che questo libro l'ho guardato e riguardato per mesi, senza mai lasciarlo andare. 


La cosa che colpisce subito è il segno nero, largo, dato con grandi pennellate veloci e il colore dato a rapide campiture di acquerello; mi sembrano, a livello espressivo, molto più efficaci del consueto tratto a china che, come il bagaglio, svanisce strada facendo. Sembra quasi una contaminazione con il Barroux che illustra per i grandi, che lascia dietro i dettagli e la palette di colori consueta. 


Qui c'è una dominante, anzi due, in perfetto contrasto visivo fra loro: il verde che va dal petrolio del mare in tempesta al quasi nero del cielo di New York cui si contrappongono mille diverse varianti di arancione, delle montagne, del deserto, dei grattacieli.


Ma non solo. 
Il tema trattato, ovvero la relazione che abbiamo con gli oggetti e il loro spesso patologico desiderio di possederli e di averli sempre a disposizione, mi è parso altrettanto interessante e in qualche modo più originale e più intrigante rispetto ad argomenti come il peluche per vincere la paura o l'accoglienza di chi è diverso da te. 
Non che queste questioni non abbiano la loro rilevanza, ma è più difficile distinguersi dagli altri millemila libri che ne parlano e affrontare in 32 pagine la complessità della paura e dell'accettazione dell'altro senza cadere in troppo facili soluzioni e stereotipi. 
La questione che Barroux sottopone qui ai suoi lettori in realtà si sdoppia: da una parte c'è la partenza, il viaggio, l'andarsene con il comprensibile desiderio di 'cambiare aria', ma nello stesso tempo si delinea un sentimento molto comune che è quello di portarsi dietro 'la casa'. 


La questione, posta in questi termini, sembra dividere l'intera umanità in due parti, bambini compresi: da un lato coloro che vivono il viaggio come un salutare salto in leggerezza verso l'ignoto, e dall'altro coloro che invece, nonostante la bellezza della novità, patiscono il distacco dall'abitudine e dalla propria comfort zone. 
In passato, mi è capitato di discutere di questo anche con ragazzi e ragazze delle scuole medie e le risposte che mi arrivavano circa la programmazione di un ipotetico viaggio erano le più varie. 
Ma l'acme - che ha avuto anche un esito nei fatti - è stato raggiunto quando ho chiesto loro di preparare una valigia ipotetica e di portarla fisicamente a scuola. 
Si sono visti soprattutto zaini come quelli che Barroux mette sulle spalle del protagonista, e in alcuni sporadici casi bagagli poco più grandi di un beauty-case. 
Nessuno di loro aveva lasciato a casa il cellulare e solo due o tre il loro pupazzo dell'infanzia, o il loro talismano. 
Il tema, dunque, è caldo. 
Barroux si schiera e dà anche qui una sua proposta di soluzione, che vede il protagonista lasciare, cammin facendo, tutto quello che lui considera superfluo, anche se si fa fatica ad ammettere che una macchina fotografica e una tenda possano davvero considerarsi tali. 
Vero è che viaggiare leggeri, ma io direi meglio: vivere leggeri, è più stimolante e vivace che appesantirsi e faticare sotto il peso e il vincolo delle cose che possediamo e che ci rallentano nel cammino. Ne parlo con cognizione di causa.


La questione è: quante sono le persone che davvero ci credono e lo praticano? In un emisfero in cui possedere è spesso sinonimo di esistere, una riflessione del genere va davvero in controtendenza. Per questo portare i bambini, fin da piccoli, a ragionarci sopra, è cosa buona e giusta. 
Dopo un viaggio, presentarsi al mondo solo con un pugnetto di semi e tanti bei ricordi da raccontare e nient'altro (neanche una foto!) è una rarità, ma parrebbe essere forse la scelta vincente. 


Soprattutto per chi crede nella fertili novità che può riservare il futuro. 

Carla

mercoledì 23 ottobre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DE AGRI COLTURA
ad adele che sa aspettare

Ancora niente? Christian Voltz (trad. Marta Bono)
Kalandraka 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (da 5 anni)

"Una mattina di buonora, il Signor Louis scavò un'enorme buca nella terra.
In questa enorme buca, il Signor Louis lasciò cadere un piccolo seme pieno di speranze (dal momento che i piccoli semi adorano lasciarsi cadere nella terra). Poi il signor Louis ricoprì l'enorme buca e, con tutte le sue forze, ci saltò sopra per schiacciare schiacciare schiacciare la terra (dal momento che i piccoli semi adorano lasciarsi cadere nella terra ben schiacciata)."

La mossa successiva del Signor Louis fu quella di innaffiare abbondantemente la terra e poi cominciò la lunga attesa. Come spesso accade, il seminatore già nutre grandi speranze nei confronti del seminato.
In agricoltura va così.


Infatti il giorno seguente il Signor Louis è di nuovo lì nel suo terreno a controllare se ci sono state evoluzioni. Nulla di rilevante. Solo un uccello muto lo osserva dall'alto e il terreno è più piatto di del giorno trascorso. E così va anche nel tempo a seguire: nessun segno di vita. Pazienza e comprensione stanno per finire e il Signor Louis decide che basta.


In agricoltura non dovrebbe andar così. Quando anche l'ultima speranza è appassita, ecco che la vita dimostra la sua potenza... e solo chi ha saputo aver pazienza, se la può godere in tutta la sua bellezza.

Correva l'anno 2002, una vita di letture fa, che circolavano in Italia i particolarissimi libri di Christian Voltz. Li pubblicava Arka ed erano piuttosto rari nel loro genere: costruiti visivamente attraverso l'assemblaggio di oggetti di uso comune, possibilmente un po' vecchi e malandati, che diventavano magicamente nasi, occhi, mani, piedi, cappelli, ali, becchi. Tanto fil di ferro usato con la stessa disinvoltura di un matita, frammenti, carte, cordini, stoffe disposti ad arte per dare corpo, nel senso letterale del termine, a omini e donnine e bestie di ogni sorta.
 

Libri che sono - nel contempo - fotografici e illustrati. 
Un'analoga sensibilità, e soprattutto il medesimo registro comico, sembra dimostrare più o meno negli stessi anni un altro grande autore, Gusti, che intorno al 2005 pubblica due piccoli capolavori: Medio Elefante e La mosca.
Amare Gusti è cosa buona e giusta, ma Voltz è un'altra cosa.
Lui riesce a mantenere molto più di qualsiasi altro la qualità 'grafica' di quei buffi assemblaggi di oggetti. Come Gusti e altri è abile nell'uso alternativo degli oggetti, fattore che già rende inevitabilmente comico l'effetto visivo, ma rispetto a loro dimostra una capacità ulteriore di rendere 'disegnati' gli oggetti. E in particolare, con quel fil di ferro, sempre un po' impreciso rispetto alla silhouette di cartoncino bianco con cui costruisce i faccioni, riesce a ottenere effetti esilaranti e inarrivabili per la caratterizzazione espressiva dei suoi personaggi. 
Diventa un marchio inconfondibile.


Tutto questo lavoro sulla materia appoggia su testi che fin dalla nascita denunciano la loro volontà di essere letti ad alta voce. E solo ad alta voce. Le ridondanze diventano ritornelli e in letture condivise, come per incanto, quella che era una voce sola può trasformarsi in coro (di ascoltatori che hanno mangiato la foglia...).
Ma ancora più in profondità, come il fagiolo piantato dal signor Louis, cresce il senso ultimo dell'intera vicenda che, come lui, produce qualcosa di inaspettato, di raro e bello. Sul finale.


Chi ha voglia di coglierlo, lo faccia per tempo.

Carla

Noterella (lunga) al margine. Inevitabili sono una manciata di riferimenti a libri molti diversi, ma che con Ancora niente? hanno analogie interne.
Uno ha a che fare con la medesima questione dell'attesa del trepidante agricoltore, tema interessante già di per sé, e si ritrova in E poi...è primavera, della poetessa Julie Fogliano, illustrato da Erin E. Stead (Babalibri 2013).
Gli altri due (Sam e Dave scavano una buca, Terre di Mezzo 2015 e Questo non è il mio cappello, Zoolibri 2013) invece condividono con il libro di Voltz la sottilissima ironia che lo attraversa per intero. Alimentata solo visivamente, dal gioco di suspense che si crea tra un lettore onnisciente e un protagonista ignaro, sotto il becco di un testimone muto


Espediente caro a Hitchcock per generare nello spettatore che tutto vede la necessaria tensione, mentre nei libri citati, quel che nasce sono risate a crepapelle.
Evviva Kalandraka che non dimentica Voltz e a poco a poco lo ripubblica con la dignità editoriale che merita.