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mercoledì 19 agosto 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LO SPAZIO PER QUELLO CHE NON C’È 

Il no è una delle parole più enigmatiche che esistano. Nega, esclude, chiude. Eppure due albi capitati nel mio raggio di attenzione in questa calda estate mi hanno fatto riflettere. Forse il no — e più in generale la negazione — può fare anche esattamente il contrario: aprire, evocare, lasciare spazio a quello che non c'è.


Il primo albo è un coloratissimo compendio di immagini organizzato sotto il cappello del titolo Hai mai pensato. È questa la storia di una ragazzina che passa in rassegna molte delle cose a cui non ha mai prestato attenzione: i tramonti mai visti, i sogni rimasti a metà, i minuti svaniti con il cambio dell’ora. L’albo è il tentativo di elencare quelle cose mai raggiunte dall’immaginazione, e l’estensione della disamina serve a conferire peso al fatto che la ragazzina non ha mai pensato a nessuna di queste cose perché impegnata a pensare a qualcuno – un innamorato, un amico - che è tutto il suo mondo. 


Che siano i pennarelli vuoti che nessuno butta o le pagine mai lette dei libri lasciati a metà, le tavole danno forma e sostanza alla possibilità di immaginare quello che non è. Anche se nulla di quello che è stato elencato è mai stato davvero pensato, la capriola della doppia negazione finale assieme alle grandi dimensioni delle illustrazioni, il tratto energico, i colori materici, la loro stessa ridondanza costringono ad accorgersi di un luogo dell’immaginario difficile da evocare.
A rigor di logica, infatti, se tutto quello che è stato elencato non è mai stato pensato dalla protagonista, allora abbiamo avuto la possibilità di toccare quello che non è stato pensato, quello che non è stato visto, quello che non è stato immaginato. 


Si tratta di un albo imperfetto, e mi permetto di definirlo così perché talvolta è proprio nelle narrazioni traballanti che riesce a scoccare quella scintilla imprevista che azioni narrative più organiche ed esaurienti rischierebbero di soffocare. 
Se è vero che il registro non è centratissimo, è altrettanto lampante che il meccanismo utilizzato lascia il segno, aprendo la strada alla possibilità di concepire non tanto l’immaginabile, ma anche e soprattutto quello che non si sa nemmeno di poter immaginare, che si trova appena oltre il bordo delle cose già immaginate. 


Il secondo albo prende forma attorno a un no di opposta natura, e si organizza in una narrazione più compiuta, quasi classica. In No, no e poi no il ragno racconta di non riuscire a dimenticare la rana. Gli capita di pensarla nei momenti più imprevisti, mentre si lava i denti, o fa colazione, o legge un libro. Ma non è tanto la rana a tornare, quanto i suoi infiniti, inspiegabili e imperscrutabili no. Siamo di fronte ad un accumulo di negazioni che si susseguono implacabili: quando piove la rana non vuole l’ombrello, non accetta l’offerta di calzini per i piedi infreddoliti, dice no al gelato e alla pizza. I suoi no sono misteriosi e sempre diversi, alcuni piccoli e tascabili, altri talmente grossi da dover essere trasportati con un montacarichi. Sono talmente tanti da occupare ogni spazio possibile e poi granitici, al punto da non poter essere trasformati in nient'altro. 


Si intravede nelle illustrazioni giocose e dal tratto solo apparentemente infantile, la trasfigurazione di un’esperienza adulta, sublimata al punto da divenire una riflessione fruibile trasversalmente, così come l’autrice è solita fare. Quella che viene raccontata, infatti, è l’influenza persistente di una doppia assenza. La rana non c’è, ma quello che lei negava è ancora presente. I no della rana sono consistenti e ingombranti, i veri protagonisti della relazione con la rana. Il ragno li ha collezionati, accumulati, studiati e interpretati. Sono i suoi no a renderla indimenticabile. Attraversando le tavole si respira in pieno l’accumularsi di una tensione che, per quanto risieda nel passato, è pienamente presente, così come una scottatura pulsa a fior di pelle anche se il fuoco che l’ha provocata è spento. 


In Hai mai pensato le cose che la protagonista non ha mai pensato sono visibili, ne abbiamo fatto esperienza diretta. A dispetto del sorriso con cui lei ci avverte di non averle mai pensate, è proprio il no che lei pronuncia a trasformarle in una rampa di lancio per l’immaginazione dei lettori. In No, no e poi no i no pronunciati dalla rana non perdono la loro natura ostativa. Serve una tempesta per decretare la fine della storia, un vento impetuoso capace di fare quello che serve: spazzare via tutte le negazioni inutili di rana per lasciare il ragno libero di volare sulle ali di una farfalla che il vento ha scaraventato nella ragnatela. 
È bastato chiederle se voleva una pizza, e lei ha detto sì. 
E abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo. 


Giorgia

“Hai mai pensato”, Marco Fabbri, Chiara Nasi, Lavieri 2026 
“No, no e no”, Noemi Vola, Corraini 2024 

lunedì 23 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SABATO NEL VILLAGGIO

Piedras Negras
, María José Ferrada, Pep Carrió
(trad. Giuseppe Sofo) 
Raum Italic 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

"Pedro 
 quello del bar 

Era il proprietario del bar. 
Originario di Santes e annoiato dalla vita, aveva chiesto all'autista di lasciarlo all'ultima fermata del tragitto. E del mondo, se possibile, E così era arrivato a Piedras Negras. In valigia aveva messo due abiti (che qui non gli sarebbero serviti a nulla), una foto di Estela (di cui non voleva ricordarsi) e una borsa con le mazzette di banconote che aveva ereditato dopo la morte di suo zio Rigoberto, farmacista, vedovo e senza figli. E anche un libro di Lesta de Lemito. 
La distanza, come era prevedibile, non curò il mal d'amore...." 

La sua seconda opzione erano i superalcolici. 
Ed essendo lui uno molto generoso di indole, appena arrivato in paese invitò tutti a bere. L'ubriacatura generale durò parecchio. E quando finì, accadde quello che succede sempre in questi casi: tutti si volevano reciprocamente un gran bene: persino il prete, Efraín fu visto avvinghiarsi un po' troppo alla signora Fernández. 
Quando poi fu il momento di tornare a casa, Pedro si rese conto di due cose molto importanti. La prima: ora aveva un sacco di nuovi amici e la seconda: capì con molta chiarezza di avere una vera e propria vocazione per il bene comune. Entrambe le circostanze fecero sì che - con i pochi soldi rimasti dell'eredità - costruisse lui stesso un bar a Piedras Negras che chiamò Il tempo. 


Questa è la sua storia che si intreccia con quella del fantasma Rigoberto, del prete Efraín, di Gael il falegname, segretamente innamorato di Lina, la triste che la signora Pirita un tempo ascoltava con rassegnata pazienza. Ma adesso non più. 


Quarantadue pagine che racchiudono in sé un intero villaggio, ovvero i suoi abitanti. Si tratta di una ventina di ritratti, tra cui quello dei gemelli Marcos e Mateo e dei fratelli non gemelli, Igor e Juan che come obiettivo hanno solo quello di uccidere la loro sorella Pirita che gli ha fregato l'eredità della zia milionaria Esmeralda, con un pretesto che non sta in piedi. 
Questa ventina di ritratti sono stati scritti magistralmente da María José Ferrada, ascoltando le voci della ventina di facce di sasso che Pep Carrió ha composto nel tempo e che, un bel giorno, hanno cominciato a parlagli... 
Piedras Negras è un piccolo oggetto perfetto in ogni sua parte. 
Dalla bellezza del testo, alla bellezza delle figure, passando alla bellezza di come insieme queste due parti sono state composte per arrivare a una bella forma di libro. 
Sta in una tasca, lo si legge in un'ora e mezza senza avere mai voglia di alzare lo sguardo per pensare ad altro. Al contrario, la cosa che succede è proprio quella di pensarci e ripensarci in continuazione e di tessere legami, di cogliere nessi, di partecipare, seppure come testimoni muti, delle vite degli altri. Di quegli altri. E di godere di quello status mentale che solo la buona letteratura ti dà: farti essere lì, in mezzo a loro, in mezzo al racconto. 
Probabilmente l'alchimia che lo fa succedere sta proprio nell'idea di creare un micro mondo, una minuscola comunità che agisce in senso sociale. Una cellula dalle dimensioni talmente ridotte che la visione totale è possibile. Si conoscono i ventuno personaggi, si apprendono i loro ruoli all'interno del villaggio e quindi è quasi naturale seguirli, spiarli, nelle loro reciproche relazioni, nelle loro idiosincrasie, difetti o pregi. 
Di ognuno si conosce l'aspetto, attraverso la magnifica galleria di facce realizzate da quel genio di Carrió e anche i tratti principali del carattere, che - è ovvio - hanno una loro precisa corrispondenza fisionomica. Rigoberto, il fantasma del defunto farmacista, ha un volto scheletrico, così come i due gemelli si rassomigliano quasi come due gocce d'acqua. 


Lina ha il volto scavato dalle tristezze al contrario della rubizza panettiera Pola, donna che aveva la capacità di coniugare la saggezza popolare alla psicologia e all'attualità: insomma, una panettiera che sa i fatti di tutti e che li smercia insieme alle pagnotte di segale. 


Il prete Efraín è pallido, uno dei pochi sassi bianchi i cui occhi con grandi occhiaie grigie sovrastano un naso di sasso altrettanto slavato. 
Gran finale. Prima dei due sassi ritratto di Pep e María José, c'è quello dell'ultimo a entrare in scena: un outsider. Si tratta di Teodoro, il regista che, nel finale appunto, sta lì a tirare le fila di tutto. Lui, per professione, fa quel che sa fare, ossia mette tutti questi singoli personaggi assieme, li fa agire, ognuno nel proprio ruolo e, sotto un cielo con tutte le sue stelle quel che ne esce fuori è un film, che, tutti sono concordi, non "è niente male". 
Gran libro, davvero. 

Carla

venerdì 20 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SOLO DI NOTTE

Solo una notte, Andrea Antinori 
Corraini Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Grazie anche a Manuel Marsol e Maria Chiara Di Giorgio, i cui libri sono stati indispensabili per realizzare il mio" 

Queste sono le poche parole che compaiono in questo libro e sono una dedica affettuosa a due grandi illustratori e amici. Magari inconsapevolmente (anche se quella torcia noturna...) ma un debito lo contrae anche con Flashlight di Lizi Boyd del 2014 (poi tradotto in Italia, Terre di mezzo, come Giochi di luce nel 2016)
La storia raccontata solo per immagini è presto detta: si tratta di un'escursione che un ometto fa nell'arco di 24 ore, o giù di lì. 
Parte con il suo zaino e il suo bastone una mattina. Il sole rosso splende nel cielo. Lui si incammina lungo un sentiero di montagna tra boschi e fungaie. Attraversa un fiume su un lungo ponte sospeso. Sotto di lui i salmoni saltano e gli orsi si procacciano il cibo. 


Arriva in vetta che il sole sta calando, continua sul suo sentiero in discesa e quando arriva l'imbrunire, si accampa. Monta la sua tenda canadese - una tenda rossa - in una radura. Fa un fuoco, mangia un panino e quando il fuoco si è consumato si infila in tenda per dormire... 
Quello che succede intorno a questa tenda da questo momento in poi ha dell'incredibile... 

Il libro vince nel 2023 il Premio Internazionale di Illustrazione Bologna Children's Book Fair e Fundación SM e quindi dalla stessa Fundación viene pubblicato in Spagna nel 2024. 
In Italia arriva nel 2026 ed è pubblicato da Corraini che è uno degli editori di riferimento di Andrea Antinori. 
Se c'è una bella distanza tra il modo di disegnare di Mariachiara Di Giorgio e Antinori, per quanto concerne Marsol i punti di contatto a livello visivo sembrano più facili a trovarsi. 
Primo fra tutti è l'omino.


Per chi ricorda Yokai (Fulgencio Pimentel, 2017, Manuel Marsol e Manuela Chica ai testi e Marsol da solo alle matite), libro geniale che ha avuto tante edizioni per il mondo - dalla Francia alla Corea del Sud, passando per l'Olanda - ma che in Italia non è stato pubblicato, sarà facile imbastire un legame tra l'omino in cima al monte e quello di Yokai, così come anche i due giganti, quello di Antinori e quello di Marsol (O tempo do gigante, Orfeu Negro 2015, Manuel Marsol e Manuela Chica) condividono la tenerezza, ma anche un po' l'iconografia 'pelosa' e soprattutto l'habitat, in mezzo agli abeti, come li potrebbero disegnare dei bambini. 


Ma a parte tutta questa fitta rete di legami, il libro di Antinori, come spesso quelli di Marsol o di Di Giorgio, dimostra quella magnifica capacità nel cavalcare l'immaginazione e darle tutta la briglia e tutto lo spazio di cui ha bisogno per correre e scatenarsi. Essere capaci di far vedere con tanta naturalezza l'impossibile, senza mai perdere il controllo non è da tutti. 
Andrea Antinori qui si diverte parecchio. 


Come vuole il canone di storie di questo genere - solo per citare due cardini, Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak oppure La notte di Wolf Erlbruch, si parte da un dato di realtà a cui si resta di fatto agganciati fino alla fine, ma a un certo punto da questa realtà ci si stacca e si decolla. E solo a fine libro si riatterra non lontano da dove si era partiti: di nuovo nella realtà. 
Felicemente e sani e salvi si torna a casa tra le cose conosciute. In questo senso anche MVSEUM - di nuovo Marsol su sceneggiatura di Javier Sáez-Castán, è emblematico. 
La notte, nella maggior parte dei casi, è l'habitat naturale per dar spazio all'immaginazione. A patto che non si cada nel tranello del sogno: vero spauracchio di tutti i buoni scrittori di storie per bambini... 
Così come non sognava il Max di Sendak, altrettanto non dormiva il Fons di Erlbruch. 
Anche se l'omino di Antinori si ritira nella sua canadese rossa (esce solo in mezzo alla notte per una pipì urgente) e quindi non può dirsi obiettivamente testimone di ciò che gli accade intorno, tuttavia neanche per un secondo siamo portati a credere che la fantasmagoria che avviene là intorno non sia reale.
 

Quel tempo e quello spazio non appartengono alla realtà, ma sono comunque lì a testimoniare la loro presenza. E la loro verità. E il divertimento sta proprio in questo. 
Come in un film di Hitchcock o comunque in un film di suspense, i lettori sono i testimoni consapevoli di quello che sta capitando a un protagonista inconsapevole. 
In un thriller si trema, in un libro per bambini si ride a crepapelle. 


Ed è esattamente quello che accade in questo bel libro. 

Carla

mercoledì 8 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

UNO SPAZIO CHE PRIMA NON C’ERA 

Da persona indecisa e poco propensa alla sintesi quale sono, quando mi trovo di fronte a un problema che non offre una immediata soluzione affido le mie valutazioni al tempo. Lo lascio scorrere come si farebbe con un fiume, costruendo a valle le mie domande a forma di diga. Poi, sto seduta lì, paziente, a osservare cosa arriva: suggerimenti, indizi, ripetizioni. 
È osservando sparsi sul palmo i pezzetti di ciò che si accumula a ridosso dell’ostacolo che intuisco: la natura del problema, la precisa domanda. 
Spesso pure la risposta. 
Qualcosa di simile succede in questi due albi, abbastanza diversi, capaci di generare domande cogenti sull’infanzia, sul potere e l’autorità, sugli spazi interiori, senza tuttavia cadere mai nella tentazione di fornire risposte, forti proprio dell’eloquenza del materiale messo in movimento e in virtù del movimento stesso. 

 

In Di qui non si passa un generale generalissimo si proclama l’eroe della storia e mette un soldato di guardia alla linea di attaccatura delle pagine, stabilendo a gran voce che da lì nessuno potrà passare: la pagina di destra è riservata a lui! La guardia blocca diligentemente il passaggio a tutte le persone che non tardano ad arrivare, ognuna spinta da un proposito, un’urgenza personale, un desiderio. 
Tra le numerose lamentele e il sempre più chiassoso sconcerto passano ignari due bambini impegnatissimi a non lasciarsi sfuggire la palla con cui stanno giocando. Costretti anche loro a fermarsi, mancano un tiro, e allora è solo una questione di attimi: giusto il tempo che la pallina si fermi al centro della pagina di destra e anche i bambini sono dall’altra parte, seguiti a ruota da tutti gli altri. A nulla servirà l’arrivo del generale e dell’esercito: persino il cavallo si lascerà contagiare dall’anarchia e, disarcionato il proprio stesso padrone, se ne andrà con tutti gli altri, lasciando il sedicente eroe della storia solo e sconsolato a riordinare i resti colorati che, come seconde pelli, rimangono a terra dopo che tutti sono passati. 
Tutte quelle cose che non ci stanno più, invece, mette in scena una situazione più intima. 


È questa la storia di bambino che si trova ad avere a che fare con misteriose palline arancioni che cominciano inspiegabilmente ad apparirgli in numero sempre crescente. In assenza di una figura di riferimento e di validi suggerimenti, il piccolo tenta in tutti i modi di trovare uno spazio e uno scopo a questi inspiegabili oggetti. Tuttavia né la borsa della palestra del papà, né la cuccia del cane, l’autobus o il carrello della spesa sembrano adatti a contenerle, e al bambino, sovrastato dallo sforzo, non rimarrà che arrendersi alla loro presenza. Sarà dopo questa resa che vedrà qualcuno simile a lui, un altro bambino che, sgattaiolando tra le gambe degli adulti indifferenti, lo condurrà oltre una porta in un giardino dove le palline troveranno il loro posto. 
I due dispositivi narrativi presentano certo notevoli differenze: 
- Da una parte abbiamo un protagonista adulto, dotato di autorità, che agisce per proprio esclusivo interesse contrapponendosi a una molteplicità di persone libere, ognuna dotata di nome, relazioni amici, e di una direzione ben specifica che le spinge ad affrontare il divieto di non attraversare un dato confine; dall’altra ecco un bambino solitario (o lasciato solo?) alle prese con l’apparizione apparentemente insensata di palline arancioni di cui non è chiaro lo scopo… 


- Da una parte i colori squillanti e il tratto nitido dei lampostil danno vita a personaggi dinamici, quasi ritmici, dall’altra una palette di grigi sfumati: delineano con campiture sfumate una serie di ambienti estranei e respingenti in cui l’unico colore concesso è quello delle palline, arancioni e luminose, e il giacchino del bambino, anche questo arancione, come da programma… 
- Da una parte l’azione avviene in spazi indefiniti, candidi, e viene interrotta dal bordo della carta, come a suggerire un campo d’azione che supera la struttura del libro per estendersi ben oltre il margine; dall’altra, ecco susseguirsi scenari domestici e urbani di un quotidiano vivere comune che pare ripiegarsi su sé stesso.
- La chiara identificazione del limite e del divieto con l’attribuzione di funzione scenografica alla linea di attaccatura tra le due pagine de Di qui non si passa! si contrappone al confine psicologico che si sostanzia pagina dopo pagina in Tutte quelle cose che non ci stanno più separando gli ambienti esterni dallo spazio interno – attonito e lievemente angosciato - del piccolo protagonista, ma anche gli adulti dall’infanzia. 



- Infine, tra i personaggi della folla del primo albo serpeggia un elettrico senso di energia e si aprono variopinti fumetti che sostanziano all’occhio il rumoreggiare delle voci dei molti, rappresentando anche a livello sonoro il crescendo di un attrito tutto esterno tra il generale e la folla. Nelle grigie ambientazioni dove si muove il bambino alle prese con le palline invece, rimbomba in silenzio un conflitto intimo e personale, vissuto in una solitudine sottolineata con puntualità dagli sguardi infastiditi o indifferenti degli adulti.
 



Tuttavia, la scelta di procedere nella narrazione attraverso il dispositivo dell’accumulo stabilisce una sotterranea comunanza tra questi due albi: entrambi presentano fin dal titolo una negazione, un divieto, una linea di demarcazione, ovvero dispongono un ostacolo contro cui è necessario scontrarsi, e ovviamente entrambi procedono con l’accumulo progressivo di elementi formali proprio contro il margine stabilito dalla negazione; entrambi utilizzano espressivamente la distribuzione del peso dell’immagine nelle pagine, spostandola nel corso della narrazione da sinistra a destra quasi che l’intera struttura fosse un bilanciere e la storia una questione di stabilizzazione di forze fisiche…


Infatti, è fatto grande affidamento sul tempo necessario allo sviluppo della massa critica ed è prevista, alla fine di questo processo, l’apparizione di una soglia funzionale allo scioglimento della tensione creata dall’accumulo stesso. 



In questo modo, autori e autrici vanno costruire una efficace metafora delle modalità con cui si sviluppa e sostanzia nella mente un pensiero nuovo, un’idea o una consapevolezza per cui non era previsto uno spazio che tuttavia, da un certo momento in poi, incredibilmente si crea.


L’accumulo funziona ottimamente come dispositivo narrativo: fa nella narrazione quello che tempo e peso fanno alla roccia: strato dopo strato, millennio dopo millennio il depositarsi di materia, riordina i significati, stabilizza i legami, mette in quadratura i conflitti e i rapporti. Così, nasce la lucentezza della malachite, il verde dello smeraldo, la stabilissima trasparenza del diamante. 
Ecco allora la critica all’autorità e al rigore, ecco la negazione dello spazio dell’infanzia, ecco un inno alla vitalità dei desideri e all’individualità genuina che nell’infanzia prova a trovare la sua prima legittimazione. 


La questione saliente è la fiducia. Saper confidare nel gesto ripetitivo di voltare pagina dopo pagina dopo pagina, rimanendo tuttavia in attesa del mutamento della situazione: che l’equazione si sviluppi, che il processo si compia, che il significato si riveli. Che i materiali – persone, palline pensieri e sentimenti e domande - rivelino attraverso la loro persistenza il proprio messaggio.


Più che logico è inevitabile: l’accumulo è un arrendersi che affida alla natura stessa delle cose la parola, e che accoglie il significato evidenziato dalla ripetizione per restituirlo finalmente intero e visibile alla singolarità. Recuperando l’immagine della diga, è inutile pensare di ostacolare il libero e pulsante fluire di palline, persone, sentimenti e pensieri, stabilire a tavolino che non sia possibile passare: ciò che si accumula è destinato presto o tardi a tracimare, e per tutte le cose che sembrano inizialmente non avere collocazione, per la novità o l’urgenza del loro messaggio, si creerà un nuovo spazio: uno spazio che prima non c’era. 


Giorgia 


“Di qui non si passa!”, Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, Topipittori 2015 “Tutte quelle cose che non ci stanno più” Marta Lonardi, Corraini 2024

venerdì 20 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON VEDERE NON ESSERE?

Il museo del niente, Steven Guarnaccia (trad. Eugenia Durante) 
Corraini Editore 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Ottavia e Otto vanno al museo. Vogliono visitarne uno dove non sono mai stati. 
Sono stati al Museo dei quadri grandissimi e al Museo delle invenzioni importantissime. 
Arrivano in una strada che non hanno mai visto. In fondo c'è una grande porta su cui c'è scritto... MUSEO DEL NIENTE. 
Entrano." 

Il Museo è pieno di niente. Vuoto, o per meglio dire, senza nessun oggetto esposto: solo bacheche vuote, piedistalli sgombri, oblò che si aprono nei muri al di là dei quali non c'è nessun oggetto. E, come se non bastasse, nessuno in giro. 
A mancare sono anche i colori. 
Le uniche cose che sembrano contenere qualcosa sono i cartelli che - seppure un po' sgrammaticati - indicano dove trovare il niente. Il fatto è che il niente è fatto di niente, per cui i cartelli stessi alludono a qualcosa che l'occhio non vede... 
Galleria delle sculture, detta Galleria Nisba, è piena di piedistalli che alludono a opere che con il nulla hanno molto a che fare: il busto del Milite Ignoto, La bolla scoppiata, senza contare le numerose bottigliette contenti l'aria di qui e di lì. 
Nella Sala di nessuno, fanno la conoscenza con l'Uomo invisibile, leggono il verso iniziale di una poesia di Emily Dickinson, Io sono nessuno. Tu chi sei? 
Il giro prosegue nella Libreria del nulla, dove fanno bella mostra di sé i libri di Calvino, di Sartre. Ma la visita si fa davvero interessante quando, nell'Ala zero, scoprono interessanti cose sullo zero. 
Anche la sala dei buchi non è male, anche se il pericoloso buco nero si risucchia il povero Otto. La sorella attraversa correndo la pinacoteca dove il bianco imperversa - da Melevich a Munari passando per Rauschenberg - e poi i due si ritrovano per finire insieme la visita nel bookshop del museo dove fa bella mostra un cartello che contiene una grande verità: se compri zero zero paghi! 
 

Steven Guarnaccia opta, ça va sans dire, per la versione pop della parola nulla, che per l'appunto è niente. E al niente ci gira intorno come nel Dopoguerra fece la famosa caramella alla menta che è conosciuta in tutto il mondo come "un buco con la menta intorno". 
Guarnaccia fa un po' la stessa cosa che fece all'epoca quel drago di George Harris e del suo staff. Harris, con l'intento di rendere necessaria una caramella (poi diventata di culto in UK) nell'immediato dopoguerra, ha semplicemente guardato le cose secondo una prospettiva diversa: è partito dal buco e poi ci ha messo la menta intorno. 
Da quel momento, nessuno ha più dimenticato le Polo. 


Ecco Guarnaccia anche qui fa la stessa cosa. D'altronde, il cambio di visuale sembra essere una delle tante magnifiche capacità che dimostra di avere. Per capirlo basta guardare i suoi libri per bambini più famosi qui da noi: quattro fiabe che vengono rivoltate letteralmente in nome della moda (Cenerentola e I vestiti nuovi dell'imperatore, e quali altre altrimenti?), dell'architettura (ovviamente, I tre porcellini) e del design (Riccioli d'oro che dell'arredamento della casa dei Tre orsi ha avuto molto da ridire). 
Qui la questione è ancora più scabrosa: il niente o il nulla non sono roba da poco, ovviamente. Lo stesso scultore Isamu Noguchi scrive che "qualcosa dovrebbe essere più niente del niente stesso." 
Guarnaccia non è certo il primo, nell'ambito dei libri per bambini, a riflettere sul concetto e a provare a metterlo davanti ai loro occhi: la cosa che lui fa però è costruirci una trama sottilissima che comunque sia almeno funzionale a tener su tutta l'interessante casistica da indagare e su cui ragionare. 
Tallec con Il re e il niente, al contrario gioca molto di più sul lato narrativo, e addirittura filosofico e sociologico, della questione. Bravo, lui, che così si toglie d'impaccio. 
Sta di fatto che entrambi devono ampiamente passeggiare nei territori dell'assurdo per poterne uscire fuori a testa alta. E soprattutto entrambi si scontrano con una realtà incontrovertibile: il Nulla in natura non esiste, se non, appunto, nell'ambito della pura teoria. 


Però, c'è un però. Guarnaccia, più che di niente, sembra voler parlare di assenza. 
Un po' la stessa cosa che hanno fatto due artisti - il loro nome Benandsebastian li tiene assieme- che nel 2014 allestiscono a Copenhagen un museo omonimo a quello di Steve Guarnaccia: The Museum of Nothing (museo che viene allestito di volta in volta in luoghi diversi accanto a musei "normali" con l'intento di riportare in equilibrio la dominanza della presenza rispetto a quella dell'assenza). 
Mission del loro museo: focalizzarsi sui vuoti tra opera d'arte, cornice, descrizione e rappresentazione, in modo da attivare le innumerevoli relazioni tra le cose e spingere i meccanismi fisici e linguistici usati per fissarle sul posto. 


Insomma, il loro obiettivo è quello di esporre la presenza dell'assenza: "Il lavoro di benandsebastian si interroga su come le lacune nella conoscenza plasmino l'identità e su come particolari assenze, ad esempio sotto forma di oggetti perduti, artefatti incompleti o narrazioni escluse, agiscano sull'immaginazione". 
Geniali architetti di formazione, ma soprattutto esploratori di pensiero puro. 
Non so se Guarnaccia conosca la loro arte e la teoria che c'è dietro, ma a me pare un fatto incontrovertibile che nel suo buffo libro le parti meglio riuscite non siano quelle che ruotano intorno al concetto del nulla, ma quelle che ragionano sullo zero, sul nessuno, sui buchi (la mia preferita), sulle mancanze, sulle assenze, appunto. 


Compresa quella della policromia (che peraltro Otto e Ottavia si portano dietro) o ancora sugli esiti artistici dell'invisibile, come per esempio L'aria di Parigi di Duchamp, che sul non vedere/non essere hanno giocato e illuso lo sguardo. 
Però, c'è un altro però. Su questa questione ultima del non vedere/non essere. 
Mettiamo il caso che un genitore illuminato, oltre ad aver letto Il Museo del niente abbia fatto leggere al suo bambino anche un libro che si intitola Ludwig e il rinoceronte.... 
E mettiamo che quello stesso bambino colleghi le due storie e l'idea che c'è dietro... 


Ecco che allora si sentirà forte e chiaro un ruminare di pensieri in quella piccola testa. Evviva!  

Carla 

Noterella al margine. A parte qualche piccola distrazione - qui e là (con l'accento) - e qualche imprecisione - i musei direi che hanno sale più che stanze e scaffali con libri dalle pagine vuote, resta un altro mistero che farà ruminare i pensieri dei ragazzini più attenti e curiosi (i miei preferiti): ma perché Ottavia ha sempre lo stesso vestitino pieno di zeri (o di O maiuscole?) mentre il fratello Otto cambia maglietta a ogni piè sospinto? 
I grandi che hanno avuto la felice occasione di incontrare Guarnaccia se lo spiegheranno, ma un bambino puntiglioso resta là ancora lì a ruminare...

lunedì 27 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA VICINO L'EFFETTO CHE FA

Se fossi Ugo, Sergio Olivotti, Giulia Pastorino 
Corraini 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Successe così. 
Una mattina Ugo si svegliò e... non era più Ugo. 
O almeno... non era più lo stesso Ugo di prima. 
Ora era tutto uno scarabocchio. 
Non era solo uno scarabocchio fuori. Anche dentro tutti i suoi pensieri sembravano una matassa disordinata... 
La giornata andò come andò." 

Ugo confida in domani. Ma le cose non cambiano, o meglio cambiano fin troppo, perché il giorno dopo è tratteggiato, quindi a puntini. Cosa questa, che gli provoca qualche guaio con la maestra. A seguire, ghirigoro e poi nebuloso. 
Tutto questo continuo cambiare è piuttosto faticoso e destabilizzante per il povero Ugo e marginalmente anche per tutti quelli che gli ruotano attorno, amici e familiari. A stargli accanto ti poteva venire il mal di mare, nel giorno in cui Ugo era mosso. Oppure poteva succedere che i compagni lo considerassero un rompiscatole nel giorno in cui, essendo geometrico, aveva messo tutti in riga. La cosa però può avere anche i suoi vantaggi, perché quando è concentrico gli pare di avere in mente finalmente un obiettivo, anche se gli sfugge quale. 
L'essere sempre diverso gli confonde la personalità e la percezione di sé, ma gli altri sembrano non curarsene poi troppo. Finché un giorno si sveglia e... 

Sulla metamorfosi, anche temporanea, non mancano libri. L'argomento è decisamente caldo. 
A parte la questione di fondo che si può riassumere così: ogni passaggio di stato lascia traccia di sé e tutti, un giorno sì e l'altro pure, si sentono un po' diversi dal giorno prima, qui accade anche qualcos'altro. 
Non c'è il solito bambino che immagina di essere uccello o fiore, e che quindi vediamo con la sua testolina dentro una corolla o con un becco al posto del naso. 
Qui c'è un bambino che, suo malgrado, attraversa una serie di condizioni che sono piuttosto insolite, anche per l'immaginario comune. E sono tutte legate a un ambito comune, quello della grafica, del segno (si badi non del disegno, dunque): dallo scarabocchio al ghirigoro, passando per il geometrico e il tratteggiato. 


Dal labirintico al puntiforme con un passaggio attraverso lo zig zag. 
E infatti l'idea esce da Olivotti e Pastorino ed è Corraini che la pubblica. 
Se da un lato questo indirizza inevitabilmente la creatività di chi illustra, dall'altra suggerisce un significativo e poco retorico salto di specie tra l'essere una figura disegnata e una sua possibile corrispondenza nella sfera emotiva. 
Cerco di spiegarmi: l'essere a zig zag sulla pagina diventa una bella sequenza di linee di matita nera tutte spezzate a formare angoli acuti che si orientano in tutte le direzioni. Una pagina al limite dell'astrazione in cui si intravedono gambette e occhietti e nasi - anche questi a zig zag. 
Ma che cosa significa, nell'indole del povero Ugo essere così? 
Significa essere in grado di fare cose tra loro anche molto diverse, significa essere multitasking, ossia essere in grado di palleggiare e chiacchierare con un amico, significa andare in bagno e allo stesso tempo stendere una maglietta. 
Laddove il segno grafico si avvicina al nostro immaginario emotivo, le cose si semplificano un po' e quindi essere pungente non vuole dire essere solo raffigurato come un riccio di mare sulla difensiva, ma significa anche essere sgarbato e sarcastico con il resto del mondo. Facile. 


In altri casi ancora la capriola che deve fare lo sguardo è più elaborata. Penso per esempio all'essere concentrico, in cui è già il testo ad alludere a una serie di oggetti concentrici: i cerchi nell'acqua o il tiro a segno per poi atterrare a piedi uniti e con stile sul fatto che l'essere concentrico abbia a che fare con l'avere un obiettivo (vabbè, non importa quale). 
Ma, presa una direzione ancora diversa, in altri casi la capriola la deve fare il pensiero ed è ancor più elaborata. Un esempio potrebbe essere il ghirigoro che è un segno arzigogolato e che, parlando in senso metaforico, richiama raffinatezza e ricercatezza, cose che la sorella di Ugo nota e associa immediatamente al suo essere, o quanto meno sentirsi, elegante e ammirato. 


E come tale, Ugo pensa di potersi atteggiare a bambino galante... 
Analogamente essere labirintico porta a un esito emotivo di disorientamento, di perdita della coordinazione: allacciarsi le scarpe diventa un problema per l'Ugo labirintico. 
E qui il testo fa un ulteriore saltino, quando accenna al fatto che se sei labirintico, difficilmente puoi vedere una via d'uscita. Ah, come è vero, sia in senso letterale sia metaforico. 
Analogamente quando sei a puntini, l'intera superficie della faccia di Ugo si fa a pois, ma anche le parole scompaiono per essere sostituite dai consueti tre puntini di sospensione che in qualsiasi testo alludono a un silenzio, spesso basito, di certo a una sospensione della parola, soprattutto quando sono a fine frase... Ecco. Ed è in questa situazione che Ugo diventa timido, incapace di portare a conclusione discorsi o pensieri. 


Divertente idea. E divertente eventualmente parlarne con altri ughi e ughe per vedere da vicino l'effetto che fa... 

Carla

lunedì 28 agosto 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FAVOLE ANTICHE


Quando li ho visti, alla Fiera di Bologna, nello stand di Corraini, sono rimasta di sasso: avevo davanti agli occhi un pezzo della mia infanzia, rappresentato dai libri dedicati alle favole di Esopo, Fedro e Apione, illustrati da Pirro Cuniberti.
Si tratta di quattro libretti, stampati in brossura, intitolati così: ‘Favole della Volpe’, da Esopo e Fedro; ‘Favole dell’Asino’, da Esopo; ‘Favole del Lupo’, da Esopo e Fedro; ‘Favole del Leone’, da Esopo, Fedro e Apione, tutte tradotte da Mario Ramous, fine letterato e latinista, dal 1950 direttore della casa editrice Cappelli, di Bologna.


Di Bologna era anche Pier Achille (Pirro) Cuniberti, artista poliedrico, cresciuto all’Accademia di belle Arti di Bologna, dove insegnava anche Giorgio Morandi. Maestro del disegno, ma esploratore di svariate tecniche artistiche, raggiunge il successo internazionale negli anni ‘80.
Del suo talento di illustratore si accorge Ramous, che lo convince ad illustrare i quattro libretti dedicate alle favole di animali.
Ed ecco queste tavole coloratissime, che accompagnano favole assai note, oggi molto meno di allora, che raccontano le vicende, a sfondo morale, di una serie di animali, furbi, ingenui, forti, astuti, ingegnosi, ambiziosi.


Anche la scelta di raggruppare le favole selezionate in base all’animale che ne è protagonista, è originale e consente di vedere ciascun personaggio nelle diverse vesti di scaltro profittatore o ingenua vittima di raggiri.
Il tratto caratteristico dei disegni di Cuniberti è l’ironia: non c’è tavola in cui gli animali protagonisti non coinvolgano il lettore con sguardi di sottecchi, languidi, furbi, annoiati; basta guardarli per capire qual’è la morale della favola, chi sarà il povero gabbato e chi il furbo vincitore, in una girandola di situazioni in cui, qualche volta, anche i buoni hanno la meglio.


Corraini ripropone la vecchia edizione del 1952, proprio di Cappelli, esattamente com’era ed esattamente come la ricordavo: protagonisti delle mie letture infantili, ho letto e riletto questi libri fino a consumarne le pagine. Anche l’editore Principi e principi ne aveva curato un’edizione nel 2011, raccogliendo le favole del Lupo e della Volpe.
L’estro creativo di Cuniberti ha incontrato la carta stampata anche in un’altra occasione: insieme a Stefano Benni, altro grande emiliano, ha firmato nel 1984 ‘Stranalandia’, pubblicato da Feltrinelli.
Riproporre questi piccoli straordinari libretti, espressione del fruttuoso sodalizio fra Ramous e Cuniberti, grazie alla sensibilità dell’editore Corraini, consente ai piccoli lettori di oggi di avere fra le mani un vero gioiello dell’editoria italiana per ragazzi.
Ne consiglio la lettura a tutti e a tutte, per la bellezza e l’originalità di queste pagine.

Eleonora


“Favole della Volpe”, Esopo e Fedro, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole dell’Asino”, Esopo, trad, M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole del Lupo”, Esopo e Fedro, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole del Leone”, Esopo, Fedro e Apione, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023