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mercoledì 19 agosto 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LO SPAZIO PER QUELLO CHE NON C’È 

Il no è una delle parole più enigmatiche che esistano. Nega, esclude, chiude. Eppure due albi capitati nel mio raggio di attenzione in questa calda estate mi hanno fatto riflettere. Forse il no — e più in generale la negazione — può fare anche esattamente il contrario: aprire, evocare, lasciare spazio a quello che non c'è.


Il primo albo è un coloratissimo compendio di immagini organizzato sotto il cappello del titolo Hai mai pensato. È questa la storia di una ragazzina che passa in rassegna molte delle cose a cui non ha mai prestato attenzione: i tramonti mai visti, i sogni rimasti a metà, i minuti svaniti con il cambio dell’ora. L’albo è il tentativo di elencare quelle cose mai raggiunte dall’immaginazione, e l’estensione della disamina serve a conferire peso al fatto che la ragazzina non ha mai pensato a nessuna di queste cose perché impegnata a pensare a qualcuno – un innamorato, un amico - che è tutto il suo mondo. 


Che siano i pennarelli vuoti che nessuno butta o le pagine mai lette dei libri lasciati a metà, le tavole danno forma e sostanza alla possibilità di immaginare quello che non è. Anche se nulla di quello che è stato elencato è mai stato davvero pensato, la capriola della doppia negazione finale assieme alle grandi dimensioni delle illustrazioni, il tratto energico, i colori materici, la loro stessa ridondanza costringono ad accorgersi di un luogo dell’immaginario difficile da evocare.
A rigor di logica, infatti, se tutto quello che è stato elencato non è mai stato pensato dalla protagonista, allora abbiamo avuto la possibilità di toccare quello che non è stato pensato, quello che non è stato visto, quello che non è stato immaginato. 


Si tratta di un albo imperfetto, e mi permetto di definirlo così perché talvolta è proprio nelle narrazioni traballanti che riesce a scoccare quella scintilla imprevista che azioni narrative più organiche ed esaurienti rischierebbero di soffocare. 
Se è vero che il registro non è centratissimo, è altrettanto lampante che il meccanismo utilizzato lascia il segno, aprendo la strada alla possibilità di concepire non tanto l’immaginabile, ma anche e soprattutto quello che non si sa nemmeno di poter immaginare, che si trova appena oltre il bordo delle cose già immaginate. 


Il secondo albo prende forma attorno a un no di opposta natura, e si organizza in una narrazione più compiuta, quasi classica. In No, no e poi no il ragno racconta di non riuscire a dimenticare la rana. Gli capita di pensarla nei momenti più imprevisti, mentre si lava i denti, o fa colazione, o legge un libro. Ma non è tanto la rana a tornare, quanto i suoi infiniti, inspiegabili e imperscrutabili no. Siamo di fronte ad un accumulo di negazioni che si susseguono implacabili: quando piove la rana non vuole l’ombrello, non accetta l’offerta di calzini per i piedi infreddoliti, dice no al gelato e alla pizza. I suoi no sono misteriosi e sempre diversi, alcuni piccoli e tascabili, altri talmente grossi da dover essere trasportati con un montacarichi. Sono talmente tanti da occupare ogni spazio possibile e poi granitici, al punto da non poter essere trasformati in nient'altro. 


Si intravede nelle illustrazioni giocose e dal tratto solo apparentemente infantile, la trasfigurazione di un’esperienza adulta, sublimata al punto da divenire una riflessione fruibile trasversalmente, così come l’autrice è solita fare. Quella che viene raccontata, infatti, è l’influenza persistente di una doppia assenza. La rana non c’è, ma quello che lei negava è ancora presente. I no della rana sono consistenti e ingombranti, i veri protagonisti della relazione con la rana. Il ragno li ha collezionati, accumulati, studiati e interpretati. Sono i suoi no a renderla indimenticabile. Attraversando le tavole si respira in pieno l’accumularsi di una tensione che, per quanto risieda nel passato, è pienamente presente, così come una scottatura pulsa a fior di pelle anche se il fuoco che l’ha provocata è spento. 


In Hai mai pensato le cose che la protagonista non ha mai pensato sono visibili, ne abbiamo fatto esperienza diretta. A dispetto del sorriso con cui lei ci avverte di non averle mai pensate, è proprio il no che lei pronuncia a trasformarle in una rampa di lancio per l’immaginazione dei lettori. In No, no e poi no i no pronunciati dalla rana non perdono la loro natura ostativa. Serve una tempesta per decretare la fine della storia, un vento impetuoso capace di fare quello che serve: spazzare via tutte le negazioni inutili di rana per lasciare il ragno libero di volare sulle ali di una farfalla che il vento ha scaraventato nella ragnatela. 
È bastato chiederle se voleva una pizza, e lei ha detto sì. 
E abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo. 


Giorgia

“Hai mai pensato”, Marco Fabbri, Chiara Nasi, Lavieri 2026 
“No, no e no”, Noemi Vola, Corraini 2024 

mercoledì 3 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DI ANATROCCOLI BELLI (II)

Brutto Anatroccolo, Daniela Pareschi
(testo di Biagio Russo, liberamente ispirato alla fiaba di H. Ch. Andersen)
Lavieri 2019


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)

"Che bella l'estate in campagna! Le spighe altissime avevano il colore dell'oro, l'avena era di un verde intenso e nei prati si ergevano cumuli di fieno, intorno ai quali passeggiava un'elegante cicogna, originaria del Nilo. Oltre i campi le fitte chiome dei boschi nascondevano laghetti che sfumavano nell'azzurro e l'indaco. Una natura maestosa. Sotto il sole, in prossimità di un vecchio rudere circondato da un fossato, crescevano grandi piante di farfaraccio, così alte da nascondere un bambino. E proprio in quel luogo così selvaggio, un'anatra aveva costruito il suo nido. La cova era iniziata da tempo e avvertiva un po' di stanchezza."

Ancora una volta la fiaba del Brutto Anatroccolo. Ancora una volta un adattamento di buona qualità: sebbene io abbia gioito per il ritorno della cicogna, continuo a rammaricarmi che non biascichi più egiziano... E a questo punto, due casi su due, temo di intuire il perché. Ma meglio non divagare.

Se si legge il ragionamento fatto per l'anatroccolo precedente, si può proseguire la riflessione e constatare ancora una volta che la materia fiabesca è terreno fertile per l'invenzione e l'interpretazione.
L'anatroccolo di Daniela Pareschi prende una strada precisa sin dal principio, perdendo l'articolo determinativo originale. Senza quel Il che lo circoscrive a quella fiaba, ci spiega con un pizzico di pedanteria Biagio Russo, che nei panni di brutti anatroccoli ci si può trovare senza necessariamente essere nati da una covata di anatre danesi. 


È storia nota che Andersen l'ha scritta pensando a sé stesso, ma è altrettanto storia nota il fatto che le fiabe hanno la missione di raccontare l'umanità. Con l'articolo o senza, è storia nota che quell'anatroccolo è il simbolo di tutti coloro che cercano un posto nel mondo, verso l'affermazione di una propria identità, come testimoniano i dialoghi con gallina e gatto, un proprio affrancamento dal giudizio della società, che Andersen restituisce nel cicaleccio nell'aia di quella fattoria.
Le fiabe, che al contrario della favola fortunatamente ci dispensano dalla morale scritta in coda, questo fanno. Da sempre.
Se si torna all'argomento iniziale, ovvero all'invenzione e all'interpretazione, si nota come Daniela Pareschi organizzi la narrazione con un taglio originale, sostanzialmente dividendola in tre capitoli, con titoli emblematici sotto il profilo interpretativo: Io, Chi, Sono. Non credo sia necessario spiegare il perché. Ma piuttosto complimentarci con lei per la capacità di sintesi nell'arrivare al nocciolo della questione che sta alla base di questa fiaba. Dal punto di vista iconografico, si assiste all'evoluzione della schiusa di un uovo: prima tondo, poi fratturato, quindi rotto e vuoto. Anche qui sta alla sensibilità del lettore creare i giusti nessi. E secondo questa chiave interpretativa, Daniela Pareschi gioca tanto di invenzione che diventa interpretazione: si nota subito il lavoro che fa sull'oggetto uovo, ovvero sul guscio, che non abbandona mai l'anatroccolo, ma piuttosto rimpicciolendosi e diventando un elmetto, ne segna la crescita e quindi anche la determinazione alla resistenza. 


L'oggetto uovo è formalmente simbolo di perfezione e di mistero, ma anche di crescita ed evoluzione e Daniela Pareschi nell'illustrazione esplora in tutte queste direzioni.
E ancora. Costruisce e regala ai lettori, attraverso alcuni dettagli della figura (per esempio quella del cigno che si specchia) un percorso interpretativo che non è banale, ma anzi ha il merito di accendere la riflessione che nasce dall'osservazione di una evidente anomalia.


Ulteriormente, offre personali chiavi interpretative, decidendo di allontanare i pochi personaggi raccontati da Andersen che rimangono ovviamente nel testo, ma non nei disegni.


Si prende la libertà di costruire un libro di altri tempi con l'incorniciatura della pagina, di inserire piccoli intermezzi 'giocosi', vere e proprie digressioni, riguardo alle tipologie dell'uovo e della sua cottura, degli stili di tuffo e nuoto, riguardo all'immaginazione degli animali dell'aia, riguardo al risultato finale di guazzabuglio tra burro farina e latte che ha per esito un ciambellone con l'anatroccolo imprigionato. Gioca con i simboli, gioca con il suo immaginario, gioca con ironia, ma soprattutto disegna e colora così bene, che è sempre una gioia avere un suo libro in mano.

Carla





mercoledì 21 novembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


RARO COME UNA BRAMEA

Aiaccio, Biagio Russo, Daniela Pareschi
Lavieri 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)


"Aiaccio, questo il suo nome d'arte, non era più giovanissimo. Non era nato per far ridere. Aveva iniziato come giocoliere, quindi funambolo, poi trapezista. Non era un semplice acrobata, ma un angelo a cui mancavano solo le ali. Con la rete o senza rete. Era davvero bravo. Anzi di più."

Il suo vero nome era Angel. Adesso invece, Aiaccio il pagliaccio. Manca poco alla fine del suo numero in pista, sotto il tendone del circo Aladin. Uno schiaffo del vento, un tappeto messo male e Aiaccio finisce a terra: tutto il pubblico, a vederlo steso a gambe e braccia divaricate da una ventata atterrare con il faccione sulla cacca dell'elefante Menelik, ride così tanto da far gonfiare il tetto spiovente.


Che cosa aveva trasformato il bravissimo acrobata Angel in un pagliaccio goffo per le scarpe grandi? Un incontro. Era arrivata in un giorno di giugno ed era bella, scura e gitana. Gli aveva messo il volto nell'incavo del collo e non lo aveva più tolto fino al momento del bacio. Quella mattina all'alba, Gipsy aveva volteggiato al trapezio più alto, leggera come una rara bramea. Angel, sulla pista, la ammirava. E poi la vide precipitare. 


Angel va in mille pezzi e quando finalmente ritrova la forza di rimettere assieme le parti della sua vita, di Gipsy non sa più nulla. Con lei se ne è andata la leggerezza del volo e la felicità. Angel dimentica il trapezio e finisce in pista con il naso rosso di spugna: un pagliaccio triste. Il tempo passa. Spettacolo dopo spettacolo il pagliaccio Aiaccio fa ridere il pubblico. E oggi, con quella caduta, ancora di più. Solo una persona non si unisce al coro di risa. E ora è lì, a terra, a pulirgli il viso rugoso imbrattato di cacca di Menelik e a offrirgli un braccio per rialzarsi. Quando i loro sguardi si incrociano, il cuore stanco di Aiaccio parte a martello. Li hanno visti allontanarsi e sparire per non tornare più.
C'è chi dice che questa storia non sia vera, ma sarebbe una sciocchezza non crederci.

È la storia di una caduta di creature bellissime e fragili. Una caduta che ha una sua nemesi.


È anche una storia di circo che racconta se stesso, un mondo a parte in cui a gioia e meraviglia si alternano malinconia e solitudine. Dal più piccolo circo familiare itinerante che si sposta a dorso di asinello per la Francia del sud al grande spettacolo del Cirque du soleil, il circo è un luogo altro, un tempo e uno spazio sospesi. E anche il circo Aladin non fa eccezione.
Se così è, nascoste sotto la superficie di una bella e struggente storia d'amore nata in un carrozzone, in questo libro è possibile cogliere anche altre verità sotterranee, espresse attraverso la lingua universale della metafora. Esse emergono lentamente e attraverso parole e immagini: il cuore diventa catino che si riempie di acqua, ma anche batte a martello come una campana; la panchina è lo sgangherato luogo di incontro e di partenza di solitudini per antonomasia; la bramea è icona di fragile e raro e la mangusta di istinto selvatico. L'elefante, alla testa degli altri animali del circo, muti testimoni, incarna la consapevolezza di chi sa di sapere. E ancora il volo, con la sua fase aerea e la sua caduta e la sua ripartenza, è archetipo per eccellenza dell'esistenza. 


Massimamente le ali, quelle che Daniela Pareschi disegna ovunque, sono contemporaneamente simbolo di leggerezza, ma anche malinconico resto di una vita trascorsa, nel costume di scena di Aiaccio.
Usare la metafora per raccontare storie è cosa buona e giusta, ma non è cosa semplice che tutti sanno praticare. Quello che si verifica qui però è qualcosa di ulteriore: che ha a che fare con la rarità della bellezza.


Almeno tre sono le cose belle: la lingua parlata, la lingua illustrata, e il loro dialogo armonico. Biagio Russo ha il coraggio di alzare il tiro e di attingere a un vocabolario oscuro ai più piccoli ed evocativo per i più grandi. Forse è consapevole del fatto che non sempre tutto deve essere spiegato e che le parole possono essere terreno di scoperta e poi di conquista, pagina dopo pagina, libro dopo libro. Daniela Pareschi costruisce le sue architetture leggere dentro cui il lettore si infila a guardare. Tende che si alzano, ombre che si muovono, che creano suggestioni molto forti. Gioca sapientemente con il testo, amplificando le metafore, dando loro forma concreta. Gioca sulle scale dimensionali così come su prospettive e inquadrature sempre diverse, in un'ottica vicina a quella cinematografica. La testa del clown a terra ne è un eloquente esempio.


La terza bellezza sta nel dialogo tra testo e immagini. Laddove il primo tace, si insinua il secondo e comincia a raccontare, ma lo fa - ed è qui la rarità - con lo stesso tono di voce: quello poetico.

Carla