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martedì 19 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FOTOGRAFIE D’ESTATE 


La prima evidenza che colpisce immediatamente nel nuovo romanzo di Chiara Carminati è che è un romanzo di Chiara Carminati e di Massimiliano Tappari. 
Carminati-Tappari hanno già alle spalle una bella storia editoriale congiunta: da A fior di pelle del 2018 a Segui la stella del 2025, tutti editi da Lapis, i due autori hanno proposto libri per bambini molto piccoli dove le parole poetiche di Carminati accompagnano e sono accompagnate dalle fotografie di Tappari. 
In Mare mosso la sfida si alza di età e di livello: un romanzo per ragazzi, corredato da fotografie. Ogni capitolo, infatti,  inizia con una foto a cui più o meno implicitamente il testo tende. 
La protagonista del romanzo è la giovane Salicornia, Sal per gli amici, che con la madre e le due sorelle Tamerice e Posidonia, approda a San Gaudenzio, isola piccina e spersa del Mediterraneo. Sal non è felice di questo suo sbarco, tant’è che il capitolo si apre con questa immagine


Per Sal sull’isola c’è troppo caldo, troppa sabbia, troppo mare. Lei vorrebbe solo leggere fumetti di Lucky Luke e ripassare francese, ma pare che tutto congiuri contro queste due ipotesi. Non bastasse il caldo, l’isola è attanagliata dalla mancanza di acqua, motivo per cui saltuariamente si è costretti a fare la doccia con le bottiglie comprate nell’unico alimentari del paese. Il sindaco provvede in qualche modo ad accertarsi che tutti gli ospiti siano a loro agio, mantenendo i contatti con la nave cisterna che approda, se il mare lo permette. 
Sal è una ragazzina che sta bene con sé stessa, non cerca agganci con l’isola, ma è l’isola che gliene procura continuamente. Conosce così Glauco, un ragazzino con cui si scontra, è proprio il caso di dirlo, lungo un sentiero. Glauco ha al collo una macchina fotografica e inquadra pezzi di realtà incomprensibili agli occhi di Sal: delle rocce, il cielo, il mare. Cosa cerca Glauco? 
Dal mare appare anche la dottoressa Angela, che viene chiamata d’urgenza mentre prende il sole, per soccorrere la povera Tam caduta dagli scogli. 
Quello che pare un romanzo di formazione su un’estate inaspettata, piano piano diventa anche un romanzo sulla cura delle persone e dei luoghi. Succedono incendi improvvisi, la dottoressa denuncia il degrado sanitario, l’orizzonte del libro si annuvola piano piano. 


Come si riuscirà a comprendere la realtà dell’isola? Come si capirà cosa è successo? 
Guardando. Osservando, magari attraverso un obiettivo.
Il primo aspetto interessante del libro è il lavoro sulle immagini. Le fotografie di Tappari non sono mero strumento al servizio delle parole di Carminati (tutti i loro libri precedenti si basano sulla fusione creativa di parole e foto), ma aprono all’esplorazione del mondo. 
La mamma delle tre ragazze dipinge tutto il giorno: osserva, prepara i colori, disegna. Glauco fotografa. Sal legge fumetti che del rapporto simbiotico e creativo con le parole sono i capostipiti. Le domande che nascono dalle inquadrature, siano esse quelle di Tappari o quelle dei personaggi del libro, sono tante e profonde: cosa vuol dire rappresentare una porzione di realtà? Quanto cambia la percezione della realtà? La fotografia è solo una rappresentazione? Quanto posso cambiare osservando attraverso un mirino? 
Le fotografie lavorano su un doppio binario (come la nuotata citata dei ragazzi!): arricchendo la trama del libro facendo immaginare luoghi, suoni, profumi, ma anche aprendo il testo a mille significati.
Le fotografie a inizio capitolo allargano le possibilità della scrittura, arrivano dove le parole finiscono, o forse cominciano dando loro possibilità di dire. 


Il secondo aspetto che ho molto amato del libro è quello della lentezza. Non c’è un’esatta collocazione temporale nel libro, ma riconosco gli anni della mia giovinezza, gli anni ’80. Le foto di Glauco sono su pellicola, niente telefoni. Le giornate sono scandite da routine lente. Le fotografie non le vedi subito e per non sprecare pellicola, prima di scattare, ci pensi bene, poi le mandi a sviluppare e tornano giorni dopo. La fotografia analogica offriva uno spazio più lento nel suo rapporto con la realtà. 
Alla questa lentezza si aggiunge il fascino travolgente delle isole, soprattutto quelle piccole, in cui la natura talvolta decide al posto nostro. Se c’è mare mosso, tutto si ferma: non sbarcano turisti, non c’è acqua, non puoi andartene. Anche di questo parla il libro, del sottile confine tra noi e la natura, dell’imparare ad accogliere ciò che offre e, se non lo trovi, a cercarlo, perché da qualche parte un dono c’è. 
Ultime due considerazioni. La prima è che il personaggio della dottoressa Angela è ispirato alla storia vera della dottoressa Caterina Arena che nel 1975 aveva segnalato le scarse condizioni igieniche dei serbatoi comunali di Salina, motivo per cui era stata sollevata dall’incarico. La seconda riguarda la parte finale del romanzo, intitolata Album di fototraduzioni. È un gioco nel gioco. Io l’ho vissuto come un regalo al lettore e poi ho pensato che Glauco esiste. 

Valentina 

 Mare mosso di Chiara Carminati e Massimiliano Tappari, Mondadori

mercoledì 8 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’ECO LONTANA DI UNA DOMANDA


Prendete uno degli scrittori per ragazzi oggi più apprezzati in Italia e un mistero tra i più noti, materia di centinaia di scritti e di numerose trasposizioni cinematografiche. A questo aggiungete il desiderio di quello scrittore di cimentarsi con un genere finora non sperimentato nella sua forma canonica, ma solo lambito in alcuni suoi aspetti. Otterrete le premesse di questo romanzo scritto da Davide Morosinotto e appena pubblicato da Mondadori: Il mistero di Kaspar Hauser
Morosinotto è un collaudato autore di romanzi di ambientazione storica, le sue ricostruzioni sono sempre frutto di lunghe e dettagliate ricerche e anche in questo caso ha attinto a numerose fonti, si è recato in loco, ossia a Norimberga (la prima edizione del romanzo è tedesca) e qui ha incontrato e consultato persone che hanno contribuito a comprendere in che modo questa storia sia entrata a far parte della cultura nazionale. 
Kaspar Hauser è un uomo giovane che, nel maggio del 1828, completamente smarrito e disorientato, viene trovato nella principale piazza di Norimberga in possesso di due lettere dai contenuti contraddittori. Stando a quanto riportato e a quel poco che il giovane riesce a riferire, sarebbe stato solo in quel momento liberato dopo aver trascorso la sua intera esistenza in una cella, senza mai incontrare altro uomo e senza mai uscire. Il suo aguzzino, prima di liberarsi di lui, gli avrebbe insegnato a scrivere il suo nome e quelle poche parole che è in grado di pronunciare. 
Il mistero che circonda questo personaggio è molto fitto, qualcuno ipotizza che si tratti un uomo segregato da chi voleva prendere il suo legittimo posto di successore al trono, qualcun altro sostiene che si tratti semplicemente di un malato di mente o addirittura di un impostore. 
Kaspar viene minacciato di morte e per scoprire chi attenti alla sua vita viene convocato un noto medico italiano, Grimaldi, conosciuto soprattutto per le sue abilità di investigatore. L’uomo viaggia in compagnia della sua giovane figlia, Greta, che narra in prima persona l’intera vicenda. Loro e un gruppo di non secondari personaggi costituiscono il contributo originale di Morosinotto alla storia di Kaspar. 
Certo, la materia prima era affascinante e molto ricca, ma occorreva che tutto avesse anche un percorso lineare, un punto di vista privilegiato che conferisse senso ad un groviglio di situazioni che sarebbe stato difficile dipanare. Morosinotto, come uno scultore, rimodella la storia secondo lo schema del giallo classico, tanto da potervi riconoscere i tradizionali aspetti: 
 • Un delitto e/o una minaccia di delitto. 
 • Un investigatore che si muove osservando, raccogliendo indizi e che raggiunge, per mezzo del pensiero logico, la soluzione del caso. 
 • Un più o meno nutrito numero di sospettati, ognuno dei quali dotato di una sorta di alibi. 
 • Uno scenario circoscritto all’interno del quale tutti si muovono. 
Eppure in questa griglia che non presenta sbavature di sorta e che finisce per soddisfare la curiosità del lettore, una domanda riecheggia, ossia chi sia veramente Kaspar Hauser; Morosinotto non offre risposta, poiché l’unicità di quella storia ha interrogato tutti, allora come nei tempi successivi, sulla natura umana nel complesso: che cos’è l’uomo se viene privato dell’esperienza sociale, se non incontra da subito un viso nel quale rispecchiarsi e riconoscersi? La sorte originale di Kaspar viene rispettata, ma a quella vita Morosinotto ne ha associate altre, che hanno rappresentato il ponte con il nostro presente. In particolare, di Greta e della sua relazione con il padre, Morosinotto non rinuncia a descrivere dettagli che possano connotarla come fanciulla del diciannovesimo secolo, eppure nella sensibilità di cui è dotata per alcuni aspetti dell’animo umano sembra di scorgere un segno dei nostri tempi e qualcosa che può accostarla a un'adolescente di oggi. Greta dimostra da subito una grande perspicacia, una notevole abilità di osservatrice e al contempo una grande discrezione che oltre a essere qualità richiesta alle signorine per bene dell’epoca, è una sorta di sipario dietro cui nascondersi e agire inosservata. Pegno che paga lei, donna del diciannovesimo secolo, e obbligo che uno scrittore deve assolvere se vuole che il suo caso venga praticamente condotto e poi svelato da una giovane fanciulla, anziché da un attempato e serioso investigatore. 
Rispetto ad altre prove di Morosinotto, si percepisce in questa una maggiore fatica a restare nei vincoli che la vicenda storica impone. In diverse altre occasioni la scrittura e l’invenzione narrativa non sembravano patire i dettami del periodo di riferimento: mai dimenticati o sottovalutati, non risultavano però nemmeno stringenti e in qualche modo limitativi. A cospetto di una vicenda reale così imponente, il contributo inventivo qui appare in alcuni casi timoroso e privo di autentico slancio. 
Dobbiamo probabilmente accettare che questa sia stata una prova allo scopo di testare il genere, per poi guadagnare audacia in un'esperienza successiva. Francamente è quello che mi auguro. 

Teodosia 

Il mistero di Kaspar Hauser di Davide Morosinotto, Mondadori 2026 

mercoledì 18 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL SOGNO ECOLOGISTA DI TIMOTHÉE


La prima volta che mi ha abbracciato eravamo sospesi a centoventi metri da terra e avevamo quindici uomini armati alle calcagna. Forse è per questo che per molto tempo non ho potuto avvicinarmi a lei senza avere un senso di vertigine. Oggi scrivo il suo nome in cima a quest'ultimo quadernetto stropicciato che mi resta. Fa freddo. Il fuoco non migliora la situazione. Non so come faccia a non gelare l'inchiostro della mia penna stilo. Quanto a questa storia, non ho abbastanza pagine per farne un romanzo. Bastano giusto per lasciare una traccia, la traccia blu di chi ha cambiato la mia vita e avrebbe potuto cambiare il mondo. Celeste. 

Un incipit laconico e secco dal tono definitivo, che ci dà la sensazione che il tempo, come le pagine di quell’ultimo quaderno, stia per finire. Un incipit che ci fa entrare nella storia dalla fine (o quasi) per poi, con un flashback lungo quanto tutto il racconto, riportarci al presente. 
Dello scrivano narratore non sapremo mai il nome ma sapremo presto che ha 14 anni, che già a sei anni e mezzo aveva giurato a se stesso di non innamorarsi mai più (!) e che da allora, a parte andare a scuola, se ne sta a casa a disegnare carte geografiche del mondo intero sulle pareti della sua immensa casa. Niente altro. 
Nel frattempo si va a definire il contesto: una casa gigantesca e vuota, una madre che lavora ai piani alti di !ndustry – la più grande fabbrica del Paese – e che il ragazzo vede solo ogni 14 giorni nella sala d'aspetto del suo ufficio. 
Poi la città: torri di vetro di centinaia di piani per i ricchi e torri di mattoni di centinaia di piani per i poveri. La circolazione all'aria aperta è riservata al traffico motorizzato. Ascensori, corridoi e immensi centri commerciali dal nome !ntencity tra un palazzo e l'altro sono lo spazio di movimento per i pedoni. Benvenuti nel mondo di domani. 
Luogo e tempo sono sospesi in un mondo grigio e super inquinato abitato da vite isolate. A parte i pochi dialoghi con l’amico Bris, quello che si sente è un gran silenzio rotto solo dal monologo del narratore: una sorta di costante nostalgia aleggia tra le pagine. 
Succede però che la promessa di non cedere mai più ai travagli dell’amore non sarà mantenuta quando un giorno arriverà Celeste, una ragazzina che si presenta in classe per restarci un solo giorno e non tornarvi mai più. L’impellente desiderio di ritrovarla spingerà il ragazzo a cercarla seguendo l’unica traccia che lei ha lasciato: l'indirizzo della sua abitazione, all'ultimo piano di una torre-garage. Una volta ritrovata Celeste però, cominciano i guai e la storia prende un ritmo diverso: la ragazza è affetta da una strana malattia, una malattia che ha a che fare con l’inquinamento del pianeta e che deve rimanere nascosta al resto del mondo poiché metterebbe in questione l’intero sistema sociale. Una squadra di solerti medici farà sparire la ragazza nelle stanze di un ospedale super controllato. L’unica soluzione sarà quella di rapire Celeste e fuggire lontano affidando all’amico Bris il compito di svelare a tutti la causa di quella strana infermità. 
Se il nostro eroe riuscirà nell’impresa, non sarà qui svelato per lasciare a chi leggerà questa breve storia il gusto di un’avventura dall’esito inatteso. 
Possiamo dire però che vi ritroviamo un elemento di continuità con le altre storie di De Fombelle: la ricerca e la fuga. In un'intervista ai ragazzi e alle ragazze del festiva Mare di Libri, l’autore afferma: "Io utilizzo due motori: un motore posteriore, la fuga, e un motore anteriore, la conquista. Con questi due motori, io mi sento in sella ad una Lamborghini."
A parer mio però, nel caso di questa storia, non si tratta della migliore Lamborghini sulla quale De Fombelle ci abbia fatto viaggiare: l’esigenza di affrontare una precisa tematica, in questo caso quella ambientale, segna pesantemente l'esito della storia. In qualche modo lo riconosce lo stesso autore che nella citata intervista afferma: "L’idea che ha portato a questo libro è una piccolissima idea, un’idea minuscola, che diceva semplicemente: se il pianeta fosse una persona, avremmo voglia di salvarla? Tante volte le storie cominciano così, con un’idea infinitesimale, che poi si ispessisce, si sviluppa, fino a diventare un romanzo. È vero che nel romanzo di cui si parla, il messaggio era un po’ più pesante da portare, era preminente: ho creato, poi, la storia per trasmettere quel messaggio. Realizzo ora, rispondendovi, che è la sola volta che per me è andata così: con un messaggio e il problema di come trasmetterlo, con quale busta inviarlo ai lettori." 
Céleste, ma planète è stato pubblicato in Francia nel 2009 e arriva in Italia prima con l’edizione di San Paolo nel 2010 con il titolo Tu sei il mio mondo e ora, con Mondadori per la collana Ossigeno, con il titolo Il mio mondo è Celeste. 

Patrizia 

"Il mio mondo è Celeste", Timothée De Fombelle, trad. di Maria Bastanzetti, Mondadori 2026 
"Elevarsi vertiginosamente al di sopra del quotidiano: questa è la letteratura", intervista a Timothée De Fombelle, Rimini, Mare di Libri 2015 

mercoledì 19 novembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CAPPUCCETTO VIVE A COPENAGHEN 


C’è un tipo di scrittura che io amo moltissimo ed è quella che raccontando fatti, trascrivendo dialoghi, stando sulla superficie delle storie che racconta, scende in profondità e te ne accorgi man mano procede e non solo quando il libro è finito. Quando torni alla realtà hai un tassello in più da utilizzare oppure no, da conservare senz’altro. 
Lois Lowry è una scrittrice maestra in questa scorrevolezza. Conta le stelle è un libro che ha scritto nel 1989, già tradotto in Italia e ripubblicato oggi per Mondadori. 
Nel 1943 a Copenaghen la popolazione comincia a sentire la presenza tedesca in modo sempre più pressante: la Danimarca si era arresa ai tedeschi immediatamente nel 1940, non avrebbe mai potuto resistere all’assedio. Annemarie vive nella capitale danese, tranquilla e allegra, come lo può essere una bambina di dieci anni per cui le strade sono il luogo per eccellenza del gioco. Certo lei non ama particolarmente quei soldati tedeschi appostati in ogni svincolo strategico, che fanno paura con quel loro accento tutto strano, che urlano ordini e impongono regole (tipo non correre sul marciapiede). La loro presenza si fa però via via più ingombrante man mano che vede sparire dentro casa la sua migliore amica Ellen e la sua famiglia, la famiglia Rosen. 
Annemarie è curiosa: ascolta parole strane di cui non capisce bene il significato (come “Resistenza”), fa i conti con la morte della sorella maggiore, addormenta la sorellina minore da cui imparerà una lezione che le salverà la vita e che accompagna ogni sera attraverso le porte della veglia raccontandole fiabe di ogni tipo. 
Proprio sull'impianto fiabesco questo libro mi ha rubato il cuore. 
Annemarie è nata e cresciuta a pane e fiabe, ogni sera tenta invano di raccontare alla piccola Kristi la storia dell’arcinota sirenetta, ma la sorella le nega sempre e in modo deciso questa possibilità. 
I momenti più intensi del libro sono di due tipi: il primo fa riferimento a tutto il quotidiano di tre bambine (Annemarie, Kristi e Ellen) che giocano, si spaventano, si aiutano vicendevolmente apprendendo anche l’una dall’altra in modo automatico, osservando i comportamenti con precisione. In questo la Lowry è assoluta maestra: dettaglia minuziosamente i micro movimenti tipici dell’infanzia, quelli che all'apparenza appaiono come casuali posture e che poi si trasformano in elementi fondamentali per quelle piccole persone e di conseguenza per la storia. 
Il secondo è quello della tragica storia degli ebrei danesi, costretti all’esilio in Svezia, esilio progettato e messo in atto dalla Resistenza: anche in questo frangente Annemarie e Lowry si affidano alle fiabe, prendendo in prestito dalla tradizione, e giocando proprio sul sottile limite che fa sfumare la realtà nella fantasia. 
Quanto le fiabe raccontano di soprusi, di prepotenze, di salvezze all’ultimo momento, di catarsi, di bambine perdute, di cani che diventano buoni? Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’impalcatura della storia e rimangono gli alleati perfetti in primis di Annemarie ma anche del lettore, che come lei partecipa al tentativo di salvare Ellen. Il libro contiene due scritti della Lowry, una prefazione e una postfazione nella quale la scrittrice rimette un po’ il limite al suo posto, raccontando come abbia attinto dalle storie ascoltate e dalla realtà. Con il suo consueto amore per i dettagli, nelle ultime pagine unisce magistralmente la Storia alle storie. Lo consiglierei a lettori oltre i dieci anni.

Valentina

Conta le stelle, di Lois Lowry, trad. Simona Broglia, Mondadori 2025


lunedì 13 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NOMEN OMEN: LA SOLITUDINE DEI NUMERI ULTIMI 

Adelmo che voleva essere Settimo, Daniele Mencarelli 
Mondadori 2025 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"Adelmo vorrebbe correre coi fratelli, ma il fiatone gli spezza il respiro, ha le gambe troppo corte per andare allo stesso passo degli altri, è uno scricciolo di bambino, perso dentro pantaloni tanto più grandi della sua taglia. Quei pantaloni hanno camminato assieme alle gambe di tutti e sette i fratelli, da Primo a lui. Consumati e rattoppati, allungati e poi riaccorciati, ne avrebbero di corse e di avventure da raccontare! 
Col mento che trema per il pianto trattenuto a fatica, con passo da soldatino arrabbiato, Adelmo rientra in casa. 
'Sempre la stessa storia'." 

La storia è questa: Settimo figlio di Evelina ed Ernesto, il piccolo Adelmo viene sempre lasciato indietro dai suoi fratelli: Primo, Secondo, Terzo, Quarto, Quinto e Sesto. Ogni due anni un figlio e solo all'ultimo Evelina decide di dare un nome che è un nome più che un numero al neonato. Forse è questo che lo rende diverso agli occhi dei suoi fratelli che come possono lo prendono in giro, lo lasciano solo e lo accusano di essere il cocco di mamma, perché è quello che ha bisogno di più cure degli altri. 
Nella casa di Ernesto, valente muratore, e di Evelina, valente madre e massaia, non si naviga certo nell'oro, ma anche di fronte a qualche digiuno i due genitori sono bravi a non far mai perdere il buon umore a quella masnada di ragazzini. E anche quando la crisi si diffonde nel Regno della Pianura Piccola dove loro abitano, Ernesto riesce a stare a galla onorevolmente con il suo mestiere. A tal punto da potersi permettere qualche anno di scuola per il piccolo Adelmo. 
La morte improvvisa di Ernesto, però, cambia tutto. Una morte sul lavoro. 
I sei figli partono per cercare, ognuno, il proprio posto nel mondo e a casa restano solo Evelina, consumata dal dolore e dagli anni, e il giovane Adelmo che, oltre a prendersi cura della madre, lavora in campagna dal sor Fiorenzo, si prende cura dei suoi animali. 
Questa è la sua storia, la storia del suo viaggio alla ricerca dei sei fratelli da riportare a casa, perché la vecchia Evelina non vorrebbe proprio dover morire senza riabbracciarli tutti almeno un'ultima volta... 
Ma è anche la storia di Adelmo che parte ragazzo e torna uomo. 
Ma è anche e ancora la storia di uno che combatte contro la solitudine e la sconfigge! 

Tutti, ma proprio tutti, parlano di questo libro di Daniele Mencarelli come del suo esordio nel panorama dell'editoria per ragazzi. 
Le cose non stanno esattamente così. 
Più o meno un anno fa, a Natale, usciva il primo testo di Daniele Mencarelli per ragazzi: C'era questa donna. Un testo breve, illustrato magnificamente da Beatrice Bandiera, che quindi è diventato un albo illustrato. 
In quell'occasione Daniele Mencarelli, su suggerimento di Goffredo Fofi se non erro, aveva scritto e proposto un testo a orecchio acerbo. In quel caso, una natività di una donna africana in un bagno di un'area di servizio, sola e spaventata. Una santissima nascita annunciata - come quella ben più nota - non da angeli, ma da un uomo, anche lui di pelle scura che tutti considerano un matto, ma che non si è risparmiato di correre ai quattro angoli del mondo ad annunciare la lieta novella: è nato un bambino... Decisamente nelle corde di Mencarelli, se si conoscono i suoi magnifici romanzi con storie di persone che vivono, per ragioni diverse, sempre ai margini. Altri due 'invisibili' di Mencarelli. 
Se è pur vero che non si tratta di un esordio in piena regola, è pur vero che Adelmo che voleva essere Settimo è il primo romanzo di Mencarelli e quindi Mondadori che lo pubblica, lo annuncia come un grande evento. 
A parte queste spigolature, qui Mencarelli si cimenta effettivamente in un ambito che non è il suo: ossia decide di scrivere una storia che ha il passo della fiaba. 
Non esordisce con il consueto "C'era una volta", ma decide di cancellare ogni punto di riferimento cronologico, ambientando le vicende in un passato indefinibile con certezza, dove ci sono regni rivali, dove arrivano le carestie, dove si va a dorso di mulo, dove a raccontare è una giovane cantastorie. 
Come nel canone della fiaba anche qui c'è l'eroe (o l'antieroe, visto che a scrivere è Mencarelli) che ha una precisa missione da compiere, e per questo deve attraversare territori e superare prove per poi tornare al punto di partenza vittorioso e, naturalmente, cambiato! 
Quasi del tutto assente è l'aspetto magico: non ci sono fate o streghe, non ci sono oggetti fatati, c'è solo un fiume che si personifica per aiutarlo. Il magico, come sostiene la piccola Evelina, è proprio lui, Adelmo. 
Robusto è l'impianto: con uno schema che si ripete per quattro volte, sostanzialmente senza grandi variazioni: ricerca del fratello, incontro con il fratello, partenza con il fratello in cerca dell'altro fratello, prova diversa da superare, prova superata senza troppa fatica. 
E chiusura perfettamente rotonda tra inizio e finale. 
A onor del vero, va detto che tutto decolla e diventa meno routinario proprio a un terzo dalla fine, quando smettono i fratelli e arriva una prova di coraggio che ad Adelmo lo stende per bene. 
Forte è soprattutto il lato 'umano' della vicenda. Il protagonista, il piccolo Adelmo, che fin dalla nascita è segnato da un gesto di affetto materno, quel nome diverso dagli altri gli si ritorce contro come uno stigma. Lo rende, suo malgrado, un estraneo, tenuto lontano dai suoi fratelli maggiori, cui lui invece tende sempre le braccia. 
Io l'ho visto accadere e d'istinto ho preso le parti del più fragile: i più piccoli di un gruppo, gli ultimi in ordine di età e di altezza, sono sempre lasciati indietro dai più grandi. Devono sgomitare per farsi accettare. E qui il canone è perfettamente rispettato: snobbato dai fratelli, protetto dalla madre. 
Adelmo combatte la solitudine. Questo è il punto di partenza. Ma ha bisogno di armi per arrivare in fondo e vincerla. Così Mencarelli lo dota, per contraltare la sua apparente debolezza, di una serie di qualità, veri 'attrezzi' del mestiere, che lui - talvolta inconsapevolmente - usa per andare avanti nel mondo. 
In primo luogo è parecchio intelligente ed è più istruito degli altri. Ha in dotazione una forte dose di empatia, in particolare con gli animali (altri subalterni come lui), di cui capisce al volo i pensieri e che riempie di attenzioni, ricambiato nel momento del bisogno. E possiede un senso del dovere più alto di lui: più e più volte capita di vederlo farsi carico del peso del mondo o, quanto meno, del rischio in cui lui ha messo i suoi fratelli che decidono di seguirlo. 
Il senso del dovere e l'intelligenza gli offrono su un piatto d'argento la terza sua dote: il coraggio. Non è esattamente vero che lui parta fifone e torni coraggioso, perché già il solo fatto di decidere di incamminarsi verso l'ignoto a dorso d'asino in cerca di ben sei fratelli di cui non sa più nulla da tempo, lo si può considerare già una bella prova di coraggio.
Allora se da una parte sono la struttura e la costruzione psicologica del personaggio a convincermi, dall'altra ci sono invece un pugno di cose che mi hanno lasciata perplessa. 
E tutte hanno in qualche modo a che fare con la prudenza. 
Troppo a freno è tenuta la possibilità di 'sterzare' da un sentiero sicuro e benevolo. 
Sulla ragione per cui questo accada, provo dopo a fare un'ipotesi. Ma alla fine. 
Torno al colpo di sterzo: credo che lo scrivere debba muoversi in molte direzioni diverse e lo debba fare per costruire spessore, complessità e quindi senso. Una trama robusta che si riempie di eventi inaspettati, di prospettive differenti, di molteplicità di letture dei fatti sono elementi che tengono alta l'aspettativa e l'attesa, la curiosità e lo stupore, l'emozione e quindi l'attenzione nel lettore. 
Nel momento in cui Mencarelli decide di farlo accadere, uscendo dal sentiero, creando problemi seri all'eroe, oppure facendo entrare in scena qualcuno che un fratello non è, puntualmente il racconto lievita e si gonfia. 
Prudenza nei confronti dei personaggi: in particolare i fratelli che, a parte i diversi mestieri che svolgono, a parte la loro storia personale, sono agli occhi di chi legge quasi interscambiabili. E tutti molto - troppo - condiscendenti. È vero che loro - nell'economia della morale della storia - sono un blocco unico, ossia il tesoro da riportare a casa, tuttavia Mencarelli è uno che sa scrivere, sa osare e sa raccontare molto bene la complessità umana, quindi perché negarselo in questa occasione? Sarebbe stato bello vederli interagire tra loro nella diversità: giocare, litigare, prendersi in giro, volersi bene, discutere. Insomma, vedere un pugno di fratelli un po' più autentici e un po' meno ingessati nel loro ruolo di stazioni di passaggio lungo il percorso di maturazione del piccolo Adelmo. 
E adesso l'ipotesi sul possibile perché questo sia successo. 
Non è che per caso, tutto è dipeso dall'aver pensato troppo al lettore finale? 
Come se qualcuno, più avvezzo di Mencarelli a conquistare il pubblico dei più piccoli, gli avesse suggerito di non perderlo mai di vista il suo lettore bambino. Suggerendogli che forse i bambini è meglio tenerli lontani, un po' all'oscuro, dalla complessità del mondo e dalla difficoltà dei rapporti interpersonali, dalle troppe cattiverie, dalle troppe ingiustizie, da troppi inciampi, cercando invece di fargli solo vedere, come in una fiaba (!), dove sia il Bene, per farlo trionfare, per pacificare gli animi in cerca della tanto anelata morale della storia?
Forse.

Carla

mercoledì 27 agosto 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CONNESSIONI AUTOMATICHE LIBERE 


" 'Lo sai che ci sono otto milioni di persone in città?' disse Magnolia. 'Come ti aspetti che troviamo quelle giuste?' 
'Vedila così: ogni calzino è uno scorcio sulla personalità di qualcuno' disse Iris."

Estate, New York. Magnolia ha nove anni e vorrebbe averne dieci per sfidare il mondo… in realtà le basterebbe anche solo qualcosa di diverso dalla prospettiva di un tempo prossimo da trascorrere in solitudine nella lavanderia di famiglia. I suoi genitori sono arrivati anni prima dalla Cina e si guadagnano da vivere con questa attività che gli assorbe completamente. 
Magnolia non ha amici. Raccoglie i calzini dimenticati, che spesso finiscono sotto la lavatrice, e li appende a una bacheca, nella speranza che i loro legittimi proprietari tornino a riprenderli. Ma questo non accade mai. 
Poi arriva Iris, bambina di origini vietnamite che si è appena trasferita dalla California. Dopo l’iniziale diffidenza, tra le due nasce una salda amicizia e insieme decidono di dedicarsi alla ricerca dei proprietari di quei calzini. 
Magnolia è nata a New York, conosce bene almeno il suo quartiere e le persone che frequentano regolarmente la lavanderia, ma non immagina come si possa risalire ai proprietari dei calzini, ma qui interviene Iris che suggerisce il metodo CAL, ossia connessioni automatiche libere, in pratica di fronte al calzino ognuna lascia libero spazio a pensieri ed elementi che le caratteristiche dell’oggetto stimolano. Ovvio che nessuna delle deduzioni alle quali arrivano si dimostra immediatamente esatta, ma consente loro di ottenere l’indicazione di un punto dal quale partire.  
E di calzino in calzino le due bambine risalgono in primis alle storie che ognuno di questi cela, perché nelle fantasie, nelle tessiture, si nascondono vicende umane non sempre note. 


Magnolia e Iris imparano ad avvicinare i ragazzi che fanno battere il loro cuore, come quelli che invece sono solitamente evitati a causa del loro comportamento scorretto. E sia l’uno che l’altro rivelano loro desideri, aspirazioni, ma anche dolori non confessati. Chi l’avrebbe mai detto che il calzino con i fenicotteri rosa potesse appartenere ad Aspen, bullo che perseguita Magnolia? Si scopre che si rifugia abitualmente in biblioteca e che nei fenicotteri ha scoperto una chiave di resistenza alle brutture che si consumano nelle mura domestiche, ma soprattutto si scopre che la sua aggressività nei confronti di Magnolia è dettata solo da paura. 
Come questo, anche gli altri calzini di cui le due protagoniste riescono a rintracciare il legittimo proprietario rivelano qualcosa di assolutamente insospettato. A un piccolo pezzo di stoffa indossato quotidianamente, in maniera forse inconscia ognuno di loro consegna una porzione importante della propria vita. L’abilità deduttiva, e non meno la fortuna, permettono a Magnolia e Iris di accedere anche a sogni e desideri serbati per timore di non essere accettati. Ma una volta venuti alla luce acquistano legittimità e diritto di essere coltivati. La maniera poi in cui le due piccole investigatrici arrivano alla soluzione diventa ogni volta parte fondamentale del processo di svelamento ma anche di consapevolezza: è grazie al calzino fatto ai ferri e riconsegnato ad Alan che il ragazzino troverà il coraggio di confessare la sua segretissima passione, così come è grazie a un calzino dal forte profumo di cocco che il custode racconterà della sua passione per il pattinaggio e la danza. 


Ma ovviamente cercare il proprietario di un oggetto partendo dai suoi gusti e abitudini significa anche affinare una pratica di empatia con la principale conseguenza di mettersi in gioco fino al punto di rivelare la propria parte nascosta. E questo sarà vero sia per Magnolia che chiederà conto per la prima volta a sua madre di come riesca a gestire i numerosi episodi di avversione, sia per Iris che nasconde una ferita profonda e che trova nell’altra ragazzina e nell’impresa che hanno messo in piedi la maniera per riuscire a sanarla. 
E a chiudere il cerchio in questo modo Chanel Miller ci arriva confezionando una storia non banale, che manovra argomenti anche scivolosi come quello della discriminazione verso gli immigrati. La famiglia di Magnolia e quella di Iris hanno una storia molto diversa, ma entrambe sono testimonianza di tenacia. Le bambine elaborano personali strategie di sopravvivenza in un mondo non sempre facile. Eppure imparano presto che sì, è vero in quanto immigrate partono da una condizione di svantaggio, ma non sono le uniche a vivere condizioni di disagio. 
Otto milioni di abitanti sono tantissimi, ma anche le più grandi realtà urbane sono costituite di porzioni più piccole in cui le persone riescono a ritagliarsi momenti e occasioni di sostegno reciproco. E in fondo, se le due ragazzine camminano da sole per le strade della Grande Mela, è perché possono contare sulla presenza di una comunità di individui che si conosce e si supporta. 
Non è difficile intravedere, nei modi in cui questa umanità e questa brulicante realtà metropolitana viene descritta uno sguardo ironico dell’autrice, nutrito non meno di profondo affetto. 
Un romanzo per giovani lettori a partire dai 9 anni. 

Teodosia 

"Magnolia Wu e la missione dei calzini smarriti", Chanel Miller (trad. Loredana Baldinucci), Mondadori 2025 


mercoledì 30 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

OGGI ERA OGGI 


Se uno scrittore scrive un libro per ragazzi e ragazze dagli undici anni che proprio nel momento più determinante e spaventoso del racconto, proprio quando Hex, uno dei protagonisti, ha la possibilità di salvarsi la vita, se questo scrittore dicevo non gli fa trovare l’oggetto magico perché Hex lo ha dimenticato nei pantaloni e i pantaloni li ha buttati da lavare e sono lì puliti e profumati sulla sua scrivania e quindi addio oggetto magico, se uno scrittore scrive tutto questo, per me è già nell’empireo. 
Se inoltre tale scrittore, che ha già scritto un romanzo riuscito e piacevole, si affianca a un illustratore della caratura di Levi Pinfold, beh, allora il suo libro è sicuramente da leggere. 
Racconterò della trama solo l’inizio, perché una delle caratteristiche più piacevoli di questo romanzo sono senz’altro i colpi di scena.


Harrold racconta la storia di Hex e Tommo, due amici per la pelle, che un pomeriggio si vedono inseguiti dalla piccola Sasha che vuole giocare con loro. I giochi dei ragazzini sono turbolenti e pericolosi il giusto, sta di fatto che Sasha cade e si rompe malamente un braccio. Panico. I due amici chiamano i soccorsi e tutto rientra, ma il giorno successivo Hex le prende dalla sorella maggiore di Sasha; mentre scappa il ragazzino trova rifugio in un antico cottage, che non aveva mai notato, dove vive la vecchissima signora Missus con la sua gigantesca cagnolona Leafy. Missus offre a Hex una ghianda: se vorrà vendicarsi di Maria, la sorella di Sasha, dovrà soltanto romperla e così lei e Leafy faranno in modo che Maria non esista più, la faranno scomparire, nessuno avrà mai memoria di lei. 
Hex ammutolito prende la ghianda ma sul più bello si accorge appunto che è sparita col risciacquo della lavatrice. 
Non vado oltre nell’anticipare la trama di questo romanzo pieno di colpi di scena incredibili. Dico solo che non riuscirete a staccarvi e che il libro diventerà sempre più complesso e i personaggi sempre più interconnessi, raggiungendo la profondità delle fiabe antiche. 
D'altronde delle fiabe ha diverse caratteristiche: l’oggetto magico, come abbiamo visto. La strega e l’animale aiutante. Il bosco: piccolo, come ci viene spesso detto nel libro, eppure così vasto da poter cambiare il mondo. Il divieto e l’infrazione del divieto. La lotta. 
Harrold però aggiunge un passaggio esplicito, una riflessione nel romanzo che riecheggia in tutte le pagine: cos’è la vendetta? Siamo sicuri che sia univoca la colpa? Ci farà stare meglio vendicarci? Nomina la vendetta, la circoscrive. Non la lascia nell’indeterminatezza tipica delle fiabe, vuole che i lettori ci pensino: “Aveva archiviato la propria vergona e l’aveva sostituita con l’astio”, scrive Harrold dopo la consegna della ghianda. 
A.F. Harrold è un poeta e si vede, si sente mentre con profondità riflette attraverso i pensieri dei giovani protagonisti, sempre in biblico tra come si sentono loro e come li vedono gli adulti, si vede da come maneggia i pensieri dei due ragazzini protagonisti, Tommo e Hex. 
Che splendore. 


A tutto questo si aggiunge la maestria di Levi Pinfold, che deve avere un rapporto speciale con i cani neri, ma direi con gli animali maestosi di ogni genere. 
Le sue illustrazioni viaggiano proprio in una terra di mezzo che è quella che mi immagino esista tra il torrente dove Sasha si rompe il braccio, e il cottage che solo i ragazzini vedono. In questa terra del limite le sue illustrazioni nascono dal nero del bosco, tratteggiano i ragazzini spesso di spalle e in movimento, lasciando più spazio alla vecchia Missus e a Leafy, che tanta parte hanno nelle dinamiche del libro. I ragazzini e le due creature d’altro canto parlano una stessa lingua, perché le ghiande vengono messe nelle tasche dei jeans e non lasciate nel cottage. 
La cittadina scarna e desolata dove vivono fa da contraltare al bosco scuro e nodoso di alberi millenari, le macchine vecchie, le finestre che anticipano il dentro o che riflettono il fuori. Tutti temi di Pinfold rafforzati dalla trama. A tratti pare che Harrold abbia pensato proprio a Pinfold nello scrivere. 
Con molta maestria lo scrittore inglese intesse una trama solida e avvincente a una riflessione profonda, fino a portarci a un finale di quelli che piacciono a noi, quelli che finiscono con una domanda. Dopo tutto quel combattere e pensare e addolorarsi e dimenticare, come sarà la vita dopo? 
C’è una frase verso la fine che dovrei scrivere e tenere sulla mia scrivania: 
“Oggi era oggi, e l’unica cosa da fare con i giorni è viverli.” 

Valentina

"Era tutto il nostro mondo”, A. F. Harrold, ill. Levi Pinfold, trad. Manuela Salvi, Mondadori, 2025 

mercoledì 4 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALTRO CHE PARADISO TERRESTRE! LA CREATIVITÀ DELLA CREAZIONE 


È appena (ri)uscito per Mondadori questo volume che raccoglie trentadue racconti di Ted Hughes originariamente pubblicati in tre libri separati da Faber and Faber tra il 1963 e il 1995: How the Whale BecameTales of the Early World e The Dreamfighter e poi arrivati in Italia con Emme, nel 1981, e quindi con Mondadori nel 1992.
Si raccontano i giorni della creazione: quello che nella Genesi accade tra il quinto e il sesto giorno in maniera perfetta e definitiva, qui si dilata in una quotidianità brulicante di fatti e fatterelli che raccontano come ciascun essere vivente divenne ciò che oggi è; come è andata quando tutto cominciò. 
Gli esseri viventi “non avevano idea di cosa sarebbero diventati” e dio era impegnato a dare vita ad esseri di ogni sorta, dando prova di infinita ed ingovernabile creatività. Ingovernabile la sua creatività ed altrettanto ingovernabile il creato. Per esempio, la Balena. 
Lei spunta nell’orto di dio come un ortaggio sconosciuto allo stesso creatore che, curioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, lo lascerà crescere. Ma l’ortaggio cresce e cresce raddoppiando e triplicando ogni giorno le sue dimensioni. Sai dirmi che razza di creatura sei? Lo sai o no? le chiederà. E lei: Sono la Pianta Balenina. Avrai sentito nominare la Rosa Canina e l’Erba Viperina. Bene, io sono la Pianta Balenina. La pianta balenina rischiava di ricoprire tutta la terra così dio raduna gli animali e dopo tre giorni di consultazioni, tra i suggerimenti di tutti, e con una presa in giro bella e buona, la pianta balenina fu sradicata e gettata in mare contro la sua volontà, con la promessa che un giorno, forse, sarebbe riuscita a tornare nel suo orto. 
Se nella Genesi il soggetto è il creatore, in questi racconti lo spazio dell’azione è condiviso: il creatore e il creato interagiscono alla pari. Alcuni esseri viventi, come si è visto per la balena, arrivano al mondo in completa autonomia. Un interessante punto di partenza per raccontare un divenire piuttosto caotico e assai divertente. Nessuna idea di perfezione, né di compiutezza traspare da questi racconti: il creatore è piuttosto un artigiano puntiglioso ma anche distratto, saggio ma a tratti ingenuo, onnipotente e allo stesso tempo sopraffatto egli stesso dalla creatività del creato. Ne vengono fuori dei racconti parecchio fantasiosi in cui gli esseri viventi si affannano a trovare il loro posto nel mondo. 
C’è quello che sarebbe diventato un cane selvatico, che però voleva tanto essere un leopardo, e lo seguiva e lo imitava in modo da diventare come lui. Ma alla fine di un lungo ed inutile apprendistato, sempre alle calcagna del leopardo, riuscirà soltanto a diventare la iena, che del leopardo mangia solo gli avanzi. 
Oppure l’asino, che voleva diventare Ogni Animale, e si esercitava a diventare ora l’uno, ora l’altro, e pure quando l’uomo lo assume per tirare l’aratro, l’asino pensa di allenarsi mentalmente durante le ore di duro lavoro. Presto si accorse di essere molto bravo a fare ciò. Poteva immaginare per ore e ore di essere tutti gli animali che desiderava (uno Stambecco, per esempio, che spicca salti tra le nuvole di balza in balza, o un Salmone che risale l’impetuosa corrente dei fiumi) soltanto nella sua testa. Per poi adattarsi ad essere proprio e soltanto un asino. “Dopo un po’ che gli animali erano sulla Terra, cominciarono a stancarsi di ammirare gli alberi, i fiori e il Sole e presero ad ammirare se stessi. Ogni animale era sempre più desideroso di essere ammirato e impiegava ogni giorno una parte del suo tempo a farsi bello. 
Ben presto cominciarono a tenersi delle gare di bellezza. 
Qualche volta il primo premio lo vinceva la Tigre, qualche volta l’Aquila e qualche volta la Coccinella.” Furbizia, vanità, invidia, solidarietà, vanno a comporre un universo parecchio rassomigliante al mondo degli umani. 
Quando il Gufo divenne Gufo, la prima cosa che scoprì fu che riusciva a vedere di notte. La seconda cosa che scoprì fu che nessun altro uccello ci riusciva. La terza cosa fu che trovò presto un modo per gabbare i suoi simili e poterseli mangiare a piacimento variando la dieta di topi, ratti e scarafaggi che gli erano toccati fino ad allora. Certo il suo piano dopo un po’ fallì, ma lasceremo ai lettori i dettagli di questo struggente racconto. 
L’Uomo e la Donna, anche loro vengono creati: l’Uomo con estrema facilità: Dio si limitò a plasmare l’argilla, ci soffiò dentro la vita e oplà! l’Uomo ne è saltato fuori, bello che pronto. Dopodiché non gli restava che fare la sua migliore metà. Dio si impegnò molto e fu compiaciuto di averla creata perfetta. Ma, ecco il problema! Non riusciva a soffiarle dentro la vita. Lei era lì, ancora calda nelle mani di Dio, perfettamente plasmata. Molto più perfetta dell’Uomo. Ma ancora senza vita. Lo sconforto di dio era grande ma quello dell’uomo si era tramutato presto in una crisi isterica: come poteva vivere infatti senza la sua migliore metà? (hi! hi! hiI! ndr). L’operazione si rivelava davvero impossibile tanto che dio chiese aiuto con un proclama da pubblicità: Ricompense divine per chiunque riesca a far vivere la Donna! 
Sarà la mamma di dio a trovare la soluzione: con precise indicazioni che coinvolgeranno in primis la luna, verrà alla luce un bambino umano e a custodirlo sarà posta una terribile tigre che spaventerà lo stesso onnipotente, come se quel bambino umano che aveva preso vita senza il suo soffio vitale fosse troppo per lo stesso dio. Non mancano i buchi neri, un Poltergeist, un demone responsabile della nascita dell’ape e certi alieni che si mascherano da incubi e che si insinuano nell’orecchio di dio togliendogli il sonno. 
Siamo di fonte a un’opera complessa che presenta molteplici livelli di lettura utilizzando una lingua piana e ariosa, facilmente godibile da orecchie piccole e curiose. Una lingua capace di mostrare caratteri e paesaggi di un mondo che risulta allo stesso tempo primitivo ed attuale. Racconti di metamorfosi che hanno molto a che fare col mito e ben poco con la ricerca della perfezione. 

Patrizia 

 “Com’è nata la balena e altre storie”, Ted Hughes, trad. Riccardo Duranti, ill. Fabio Visintin, 
Mondadori 2025 
 

mercoledì 26 febbraio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

NON MALE PER UN PASSEROTTO DOMESTICO, NON MALE



“Esistono quarantanove tipi di passeri. Il passero domestico non è che uno dei tanti. Un uccellino insignificante. […] Fino a quando non lo guardi da vicino. Allora vedi che è anche particolare, che ha una striscia più scura sul petto, nella ali ha piume gialle, nere e marroni. […]
I passerotti volano via dal nido dopo diciassette giorni. Diciassette.
A Luvi quelle parole piacciono: volare via.”


Luvi è una bambina cresciuta insieme alla nonna, donna a servizio da sempre di due persone che non hanno mai dimostrato rispetto e affetto per lei. Così quando l'anziana muore, è naturale che Luvi prenda il suo posto e che continui a fare quello che la nonna ha fatto per un'intera vita: servire.
Ma Luvi decide di fuggire, senza un piano, senza alcuna prospettiva di miglioramento, lo fa solo sulla base di un forte istinto che la spinge ad allontanarsi da quella casa dove ormai non ha più nulla che la tenga legata. Conoscerà lungo il percorso una banda composta di tre bambini che come lei hanno compiuto questa scelta fuggendo da un orfanotrofio, incontrerà poi un maresciallo dal quale deve guardarsi e soprattutto conoscerà un barbiere gentile che l'accoglierà e sarà disposto ad accettare che si sveli pian piano a lui, come a se stessa prima di tutto, le sue doti speciali.
Il libro inizia dalla fine, ossia dal momento in cui si celebra il funerale della protagonista. In questo brevissimo primo capitolo che ha appunto il titolo Iniziamo dalla fine lo scrittore si rivolge direttamente al lettore svelandogli (parte) della conclusione della storia, ma soprattutto tranquillizzandolo sul fatto che non si tratta di una storia triste, come l'episodio in questione potrebbe far pensare. Ma se così non è, dunque viene da chiedersi cosa davvero accade e come Luvi giunga a inscenare (forse?) il suo funerale.
Comincia così la storia di una bambina che si pensa un passerotto domestico e come tale sa di essere assolutamente anonimo e privo di particolari talenti. Un passerotto che è cresciuto sempre in gabbia e che quindi non conosce i rischi, ma neanche i vantaggi, di una vita libera.
Come può pensare di affrontare una vita in autonomia una bambina di undici anni che ha conosciuto l'affetto solo di una persona e che ora può fare conto solo su stessa? Probabilmente saranno le privazioni e le frustrazioni trascorse che possono rappresentare la spinta a procedere. Luvi infatti impara ben presto a utilizzare nella pratica tutte quelle competenze domestiche acquisite, ma è soprattutto pensando a quello che non vuole più essere e a quello che non vuole più fare che troverà la forza per continuare. Quasi per caso Luvi (che continuamente si ripete di essere solo un uccellino domestico e una ladra per necessità) scopre di avere un grandissimo talento: salta così in alto che sembra volare. Il suo fisico esile le facilita l'impresa, ma la spinta importante le arriva dalla rabbia: Luvi ha bisogno di essere insultata, umiliata e quindi di alimentare una forza rabbiosa per poter spiccare il volo.
In questa prima esplorazione di sé e delle sue potenzialità la bambina conosce quelle parti che si fanno largo a furia di sgomitate, è ancora un uccellino che non è riuscito a spezzare completamente la corda che lo lega alla gabbia, ma le sta tentando tutte per poterci riuscire e le risorse arrivano proprio da dove non si crede, da quella parte deprecabile di noi alla quale non penseremmo.
Ci vuole tempo perchè Luvi comprenda che si può lavorare sui propri talenti, perché quello che ci viene concesso in dono va gestito e alimentato. Ma una persona, e un bambino in particolare, cresce e riesce a esprimersi al meglio se ha di fronte qualcuno disposto ad accoglierla e a lasciarle spazio. Persino l'identità sessuale viene negata, la fragilità che può derivare dal dichiararsi bambina viene nascosta, taciuta in attesa di un tempo in cui non generi più vergogna. Un tempo in cui i voli si possono tentare anche senza che la spinta provenga dalla rabbia, ma unicamente dalla capacità di attingere alle proprie forze.
Luvi è un romanzo lieve scritto in terza persona, ma con una focalizzazione interna, con un punto di vista cioè che corrisponde a quello del protagonista. I pensieri di Luvi, le sue riflessioni spesso tormentate, gli interrogativi che rivolge alla nonna, gli insulti al signor e alla signora Simmer responsabili della sua reclusione, sono sempre il fulcro attorno a cui si costruisce la narrazione. Così lo sguardo che la piccola posa sul mondo e sulle cose è da principio timido e timoroso, per poi aprirsi e diventare progressivamente più ampio, fino a includere persone, affetti e desideri che in origine temeva anche solo formulare.
Non stenteranno lettori a partire dai 10 anni a stringere un legame empatico con questa bambina, nonostante, anzi, in virtù proprio del fatto che le prove che affronta sono molto lontane da quelle che potrebbero incontrare loro. Stefan Boonom sceglie ambientazioni e tempi sospesi come quelli di una fiaba e dalla fiaba attinge anche topoi ed elementi fortemente evocativi: la stessa protagonista, orfana povera e vittima di individui crudeli, il bosco che lei attraversa durante la fuga e le permette di conoscere altri fanciulli come lei reietti dalla società, elementi magici che, pur non essendo centrali, contribuiscono a collocare l'intera vicenda in un contesto sempre sospeso tra il possibile e l'irreale, fino ad arrivare alle figure buone, nascoste come sempre tra i più umili (un barbiere, la figlia di un becchino).
Un romanzo da stringere forte al petto.

Teodosia

"Luvi. Storia di una ladra e di un uccellino" Stefan Boonen, illustrazioni di Dieter De Schutter (trad. di Laura Pignatti), Mondadori 2025





venerdì 21 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCE DELL'A MARE 

Era sirena, Alice Rohrwacher, Lida Ziruffo 
Mondadori 2025 




NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"'L'avevo detto' sbuffava allora zia Angelica 'che questo ragazzino è come sua madre!' E sospirava. 
Perché questa somiglianza non era una cosa bella o brutta, era solo una cosa storta a cui rassegnarsi, come un fenomeno della natura più maestoso della montagna, più profondo del mare, contro il quale neanche le preghiere possono fare molto. 
La madre di Giuseppe era sparita quando lui era piccolo, e non era più tornata: si chiamava Fortunata, che nel paese si diceva Nata, e da ciò derivava anche il nome di Giuseppe, Peppi'Nata. 
Qualcuno diceva che era caduta cercando di superare la scogliera che divideva il paese dal mondo. Altri bisbigliavano che si era messa a cantare sullo scoglio, e l'avevano rapita i saraceni. 
Peppi'Nata era certo che sua madre si era trasformata in una sirena..." 

Lui, nonostante fosse non più grande di una sogliola, quando lei se ne andò, ricorda molto bene di quando sua madre, entrando in casa con lui in braccio, non vedeva l'ora di affondare le mani in un bacile pieno d'acqua fresca. Il suo sguardo, a quel punto, si rasserenava e, dal movimento delle dita, l'acqua si riempiva di pescetti, conchiglie, alghe e stelle marine. 
Giuseppe cresce badato dalle sue zie e in paese tutti pensano che sia un ragazzino un po' suonato, un buono a niente, perché si incanta lì davanti al mare, in un gran silenzio di parole. Per ore, per giornate. Ma lui non è storto. 
Lui sa bene perché lo fa: è innamorato. Il suo amore è tutto per un'onda, la sua onda. 


La riconoscerebbe tra milioni: piccola, increspata e felice anche lei di vederlo lì piantato sul bagnasciuga. Tra loro giocano a rincorrersi: lui all'ultimo momento scarta sempre e lei lo può solo sfiorare... prima di ripartire. Perché le onde tornano sempre, ma non prima di aver fatto un'altra volta il giro del mondo. 
E così Peppi'Nata, giorno dopo giorno, si fa ragazzo. Alto come un remo piantato nella sabbia, aspetta che lei ritorni... Fino al giorno in cui la decisione è presa: cambiarsi il maglione per indossare un abito migliore. Al proprio matrimonio non ci si può presentare malvestiti. E tra le mani, una bacinella. 
La sposa arriva, si increspa e freme, emozionata. 
Questa è una storia d'amore. 

Come storia d'amore porta il marchio di Alice Rohrwacher. 
Si muove infatti in una direzione molto intima, ai confini del sogno, sussurrata e molto distante dal chiasso.
Nel marchio Rohrwacher naturalmente c'è tra i protagonisti principali, il paesaggio. 
Quel luogo, di cui io non so riconoscere le coordinate geografiche, che forse non esistono, ma ne posso leggere con grande chiarezza le coordinate emotive. 
Siamo lontani del mondo frenetico e brulicante di persone e cose e relativi rumori. 
Qui siamo in una piccola comunità, una famiglia costruita su legami forti. Qui siamo a Puntapicco o Dostradi o U pelo: i tre nomi di una geografia letta come se fosse disegnata. 


Credo di non dover spiegare Puntapicco se non con la parola promontorio alto e isolato, mentre Dostradi è il nome che prende per l'incrocio di due strade. Due in tutto: strada di sopra e strada a mare. E U pelo lo ha ricevuto perché, solo a guardarlo dal mare, il profilo del luogo ricorda una fanciulla sdraiata, con due colline al posto del seno. Il paese è steso proprio in quella parte che le donne nascondono tra le cosce... 
Descritto con una certa cura dalle parole di Alice Rohrwacher per farci arrivare odori e atmosfere del posto, nelle mani di Lida Ziruffo lo scenario si moltiplica e diventa vedute sui manifesti della proloco o in cartoline anni Sessanta. 
Intorno a Puntapicco c'è tanta acqua. Grande protagonista, anch'essa, delle tavole. All'alba al tramonto, blu profonda, chiusa in una insenatura. 


I protagonisti in carne e ossa sono pochi e non particolarmente descritti, seppure in una prosa che è anche un po' poesia, se non per i loro tratti di carattere. 
Il coro delle zie accudenti, meravigliose, il padre ruvido pescatore, e poi lui Peppi'Nata che entra a pieno titolo nella schiera dei personaggi che popolano i film di Alice Rohrwacher: da Arthur in giù, passando per Lazzaro e Gelsomina con le sue sorelle. Peppi'Nata è come loro: diverso da tutti. 
Delicato, ma sicuro.
Inevitabilmente attratto dal mare, in particolare da quell'onda che lui è sempre in grado di riconoscere tra mille e aspettare trepidante. Se ne innamora da bambino e continua ad amarla, senza ostacoli e ricambiato, anche dopo. 
Fino a qui la storia si muove nella sfera intima e personale ed emotiva di quel ragazzo - sta sempre lì davanti al mare a sognare? oppure è solo un po' suonato? questa è la vulgata su cui il mondo paesano blandamente si interroga. 
Ma da qui in poi tutto cambia: ciò che era sogno, ciò che era soffuso diventa magicamente affilato come sa essere solo la realtà. 
E c'è lo sposalizio e tutto il resto.
Realtà che adesso mostra le sue forme, le sue espressioni, che si possono vedere, toccare, sentire.


Faccio un paio di esempi: la bacinella per accogliere la liquida sposa, i petali di gelsomino e le roselline che le zie spargono sull'acqua increspata, il velo con cui avvolgono ciò che la contiene, il tragitto fino in chiesa e poi il prete-sindaco che riconosce in un sibilo con uno schiocco in fondo un sì convinto da parte della sposa. Tutto questo lo si vede, lo si sente e Lida Ziruffo lo disegna anche per i posteri. 
Della loro vita da sposi, finalmente soli, non diciamo nulla. 
Non sta bene sbirciare dal buco della serratura nelle case degli altri. 
Meno di venti righe che luccicano come madreperla. 
Ci basti sapere che si amano ancora. 
Bello e diverso. 

Carla

domenica 31 dicembre 2023

ECCEZION FATTA!

  

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   
un anno di recensioni su Lettura candita 
Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 


Luglio 2023




perché

"Molteplici le ragioni per apprezzare questo libro. 
In ordine sparso sono: testo pieno di profondità, pensato per pubblico di lettori più grandi cui non sottrarre l'illustrazione, plot molto robusto, illustrazioni mozzafiato, scrittura letteraria e, last but not least, felicissima sintonia tra due autori. Qui alla loro sesta collaborazione in cui la felice intesa si declina in modi espressivi anche tra loro molto diversi: un esempio per tutti il bellissimo La mer et lui
Il valore 'filosofico' di questo racconto lo si intuisce (nel libro italiano, fin dal titolo, a scanso di equivoci) ben presto. 
Da una parte la solitudine del pastore: di chi ha deciso di fermarsi a metà di un sentiero, che verso valle porta all'abisso, e verso l'alto verso l'ignoto. Di chi ha deciso di tenersi lontano da tutte le cose, belle o brutte che siano, perché questo è il modo che conosce per vivere. 
Dall'altra quella di chi questo isolamento lo ha rotto, cambiando di fatto l'esistenza di una persona, anche solo con la sua presenza lì. 
Dentro la testa del pastore si forma l'idea, una delle tante, che assume subito il suo valore universale: non posso far finta che tu non esista e quindi per me niente sarà più come prima e dovrò misurare me stesso con questo... "


perché

"Luisa Mattia coglie in questo romanzo, scritto con uno stile scorrevole e solo all’apparenza ‘oggettivo’, un punto che contraddistingue gli adolescenti di oggi: la solitudine. Apparentemente circondati dal benessere, e questo non vale certo per tutti, non hanno in realtà chi presti loro ascolto: spesso non la famiglia e nemmeno la scuola."


Agosto 2023




perché

"Volendo sintetizzare al massimo si possono notare alcuni elementi di interesse solo in apparenza laterali. 
Il primo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla disegnare e concepire un albo in questo modo. l secondo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farle prendere le sembianze di una autrice di classici per l'infanzia. Chessò, una come Beatrix Potter, tanto per dirne una. 
Il terzo: Inga Moore è inglese per quel tanto che basta a farla essere così sottilmente ironica nel raccontare una storia che altrimenti rischierebbe di essere mielosa un bel po'...."



perché

"Il mondo delle periferie urbane degradate, controllate dalle gang e da ben più temibili organizzazioni malavitose, ci viene rappresentato così, come un mondo chiuso, regolato da leggi tribali, in cui non può sopravvivere l’innocenza."


Settembre 2023



Di corvi e cornacchie, Britta Teckentrup (trad. Mara Carla Dallavalle) 

perché

"Il tono discorsivo che si allontana dalla mera informazione e indaga verso altre direzioni - dalla tradizione letteraria con corvi come protagonisti, alla mitologia che li ha sempre circondati  - assume il tono più confidenziale della narrazione orale permette al lettore di bersi in un fiato tutti i suoi libri del genere, e quindi a lettura ultimata, di richiuderli soddisfatto per aver sentito molte storie e per aver imparato anche un bel po'. 
Questa particolare direzione che certa divulgazione ha preso pare davvero interessante e ricca di stimoli per riflettere e ragionare su quale sia la strada migliore da fare per imparare e far imparare. Affrontare un argomento e osservarlo girandogli intorno per coglierne la complessità e lo spessore, non può che essere efficace. Permettere a teste differenti di interessarsi ad aspetti differenti mi sembra una bella idea."



perché

"Dunque due storie, con un finale inevitabilmente segnato, raccontano la vita di due giovanissimi nell’ambiente ostile di una tribù germanica dell’età del ferro. La Lowry fornisce ai giovani lettori e lettrici un esempio calzante delle modalità con cui l’intuizione di una scrittrice rende vivida e presente l’esperienza di ragazzi vissuti quasi due millenni fa. Lo fa proiettando volutamente le aspirazioni che lei stessa ritiene insopprimibili: l’aspirazione alla libertà e alla conoscenza. Nello stesso tempo fornisce un esempio di rigore, raccontando, nelle introduzioni ai due racconti, come ha raccolto i dati, le fonti storiche, le ricostruzioni fornite via via da archeologi e antropologi."


Ottobre 2023


In fuga con la flebo, Josephine Mark

perché

"Storie che hanno un bel nocciolo al loro interno. Un nocciolo che abbia in sé onestà e urgenza. Una storia che sappia raccontare lo spessore, la complessità della vita. Una storia che sappia raccontare diversi punti di vista. Una storia che sappia raccontare senza spiegare, ma semplicemente facendo vedere. Una storia che non abbia la pretesa di risolvere nulla, ma semmai quella più saggia di saper guardare dentro le cose. Una storia che, proprio perché onesta, sappia creare autentica emozione. 
E che faccia tutto questo con la necessaria leggerezza, ossia attraverso quella sottrazione di peso che per esempio di ottiene spesso e volentieri con l'ironia o attraverso la metafora. 
Lupo e coniglio leggerissimi nella loro struttura, così come leggerissimo è il loro linguaggio (a tal proposito un encomio andrebbe fatto a chi lo ha così tradotto con tanta levità). 
Alla faccia di tutti quei libri che si appesantiscono e si arrovellano per cercare di 'curare' la malattia e la paura che essa porta con sé con storie cucite intorno alla retorica, quella sì davvero insopportabilmente pesante, del tema."




perché

"Quello che trovo più apprezzabile in questo libro illustrato è la capacità di mostrare l’intreccio, nel corso concreto della Storia, fra la scienza, le sue frontiere, i suoi limiti, la politica degli Stati, la coscienza delle persone. Storia delle idee, rivoluzioni che hanno attraversato in moltissimi ambiti la cultura e la vita reale di generazioni. La scienza, dunque, non solo come scontro e incontro di idee, rivoluzionarie o meno, ma anche come espressione di una rinnovata visione del mondo."

Novembre 2023



Storie quasi di paura, Kotryna Zilė (trad. Adriano Cerri) 

perché

"Tutti e dieci i racconti sono scritti e tradotti con sapienza e grazia. 
Tutti e dieci racconti toccano questioni ancestrali. 
Ciascuna storia parte da un nucleo originario rappresentato dai racconti che il padre di Kotryna, un signore dai lunghi baffi spioventi, le faceva quando lei era piccola. Presumibilmente, turbandola quel tanto da renderne il ricordo indelebile. 
E infatti, a distanza di anni, ciascun racconto paterno è poi diventato a sua volta qualcosa d'altro: una storia del tutto diversa, spesso ambientata nel contemporaneo ma che con il nocciolo originario condivide l'atmosfera ombrosa, misteriosa, magica. Continuando a turbare e a rimanere altrettanto indelebile. 
Insomma, quel "quasi" che anticipa la parola paura, non rilassi nessuno. Anzi, abbia il compito di accentuare il senso di incertezza che, a ben vedere, è quello che si rivela più perturbante di qualsiasi orrendo mostro o strega crudele."

exequo



perché

"La complessità delle relazioni interpersonali. Tutti ma proprio tutti i libri di cui è autore unico ruotano inevitabilmente intorno a i rapporti che tengono assieme le persone tra loro. Una varia gamma di legami interpersonali che ognuno di noi - dai bambini fino agli adulti - può facilmente riconoscere. Non c'è suo libro in cui - con ironia ma anche con grande onestà - non vengano fuori le fragilità o le nostre buone pratiche di comportamento. La cura, il rispetto, l'invidia, la vendetta, la gelosia, la menzogna: pesci ladri, granchi spia, lepri bugiarde, tartarughe redente e tartarughe in cerca di affetto, armadilli pazienti e accoglienti. 
E qui? Un teschio ospitale e rispettoso e una ragazzina coraggiosa, generosa e misteriosa si fanno compagnia e condividono un pezzo di strada assieme. Lo spessore umano di entrambi i personaggi esce dunque dalla dimensione della fiaba e irrompe in quella che è la sfera emotiva."
 



perché

"Come sempre un testo denso, anche se in questo libro espresso con un linguaggio semplice, corredato dal necessario glossario, comprensibile anche da lettori e lettrici più giovani; un viaggio sintetico ed essenziale attraverso tematiche scientifiche e antropologiche, con lo sguardo multidisciplinare tipico dell’autore francese. Una sfida non indifferente nel coniugare semplicità e correttezza dei temi trattati."

Dicembre 2023



perché

"Ancora una volta le loro due teste si sono messe a giocare, spedendo le loro idee all'altro come fossero palline da tennis durante una partita. Da una parte Barnett e dall'altra Klassen, nel vederle arrivare, hanno dovuto trovare la risposta adatta. Uno con il testo e l'altro con le immagini. Chi ha vinto tra i due? Il terzo, ossia il libro, la storia, ovviamente. 
Possiamo immaginarci Barnett e Klassen che, seduti uno di fronte all'altro, si lanciano idee reciprocamente. Non sarebbe la prima volta. Sam e Dave così è nato e così è diventato quel perfetto meccanismo narrativo che è. Quel perfetto dialogo tra figura e testo..."




perché

"La storia della scienza è percorsa dall’aspirazione a trovare la legge universale, la regolarità assoluta che plachi l’incertezza di noi umani, persi nell’immensità del cosmo; e tuttora i fisici, in modo particolare, inseguono questo obbiettivo.
Per fortuna, di tutti questi dubbi non c’è traccia nel testo, che invece sollecita a coniugare la ricerca del bello con la ricerca dei suoi modelli, che indubbiamente anche i bambini cercano nel mettere in relazione oggetti anche diversi."

[fine]