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lunedì 13 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I - CONICO! 

Cose perse, Paolo Valsecchi, Guridi 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Mi sono perso 
Dimmi di più 
Ho perso la strada 
Punta alla meta 
Ho perso la bussola 
Segui le stelle 
Ho perso gli occhiali 
Ti guido io 
Ho perso tempo 
Hai fatto bene 
Ho perso la testa 
Bello, vero?" 

Perdere la pazienza, perdere la ragione, perdere il filo del discorso, perdere le parole, la voce, il sonno...E anche il treno. 
Questo è quello che racconta una delle due voci. Alla quale risponde, in una sorta di controcanto, una seconda. Al malessere della prima si offre un secondo punto di vista, che ogni volta risponde, rassicurante, suggerendo con garbo un diverso modo possibile di attraversare la situazione e lasciarsi alle spalle la pesantezza. Un diverso modo di vivere il distacco: un'opportunità differente di vedere le cose. Nella quarta di copertina, c'è la risposta a ogni lamento per essersi smarriti, per essersi persi per strada gli altri o anche pezzi di noi stessi. 

Perdere, qualcuno qualcosa, e perdere anche sé stessi crea smarrimento, mancanza, disagio, dolore. Non mi riesce proprio di vederla diversamente. Dipenderà, personalmente, dal fatto che perdo malvolentieri.


Perdere qualcosa e qualcuno in linea di principio e nell'accezione comune della parola è un'esperienza negativa, ma non si potrà non essere d'accordo con la seconda voce che ha il merito di spostare sempre un po' la prospettiva. E tutto sommato, se le si dà ascolto, l'orizzonte si potrà aprire in modo che possa diventare qualcosa di diverso. Quello che poteva ridursi a essere una sottrazione, una mancanza, un vuoto diventa una speranza, un'occasione, una possibilità. 
Un nuovo inizio. 
In questa chiave, un mucchio di anni addietro, faceva bene Antonella Abbatiello a consolarmi perché avevo perso qualcosa di mio, perché mi si era rotto qualcosa - neanche più ricordo che cosa - e avevo dovuto per forza separarmene. 
Le sue parole di allora - quelle sì, mai dimenticate - mi ricordano quelle di Valsecchi ora. 

Per vedere quanto un libro con le figure valga veramente, si può fare la prova di come testo e figura dialoghino (o battibecchino) tra loro. E per farlo, può avere senso "leggerli" in modo separato. 
Valsecchi, è chiaro fin da subito, crea un dialogo serrato tra due voci: una scoraggiata e l'altra piena di fiducia. Una delle due voci, pare di sentirla, è sommessa, l'altra è solida. Uno dei due protagonisti guarda in basso, l'altro spazia lontano. 
E cosa fa Guridi per dare forma a questo difficilissimo dialogo? 
Sceglie un oggetto i-conico (!), ossia un imbuto.



Anzi due, anzi tanti. E li colora di arancione. Ancora una volta, l'arancione. 
E li sposta sulla pagina. E li mostra da angolazioni ogni volta diverse. E li moltiplica e poi li nasconde. Li rimpicciolisce e li rende enormi. 


Ma soprattutto li mette in dialogo con uno, anzi con entrambi i personaggi. Due uomini. E anche loro, li colora. Ma di nero e di grigio. Ancora di nero e di grigio. Spesso è uno solo ad occupare il foglio. Ed è lì che si flette, si sdraia, si accuccia, si siede, si guarda l'ombelico. 
Ma con gli imbuti fa anche di più. Ci gioca, ovvero se ne serve. Guridi, come potrebbe fare un bambino, di quell'oggetto ne studia la forma, il profilo e ne riconosce molte altre letture: diventano occhiali, diventano amplificatori, diventano megafoni, diventano clessidre, diventano grandi e poi piccoli, diventano tanti da uno che era. Si capovolgono, si orientano nelle mani di quegli uomini in nero. 
E il lettore è chiamato a ogni giro di pagina ad aspettarsi qualcosa di inatteso, è chiamato a leggere l'oggetto messo in relazione con il testo, il suo gioco di forma poliedrica che può essere capita in molti modi diversi. 


Ma nei risguardi, ovvero nella loro sequenza, nel loro segnare un prima e un dopo, nella loro differenza sulla quale è necessario tacere, c'è il senso che Guridi parrebbe voler cogliere, dopo aver ascoltato quei due dialogare. Una sorta di sua morale della favola... 
Come sempre, lui è il gigante che è! 

Carla

mercoledì 18 febbraio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SE TI PRENDI CURA DI UN ANGELO 


Yaya ha 17 anni e sta vivendo la sua personalissima apocalisse: ha perso la madre da pochi mesi e la ragazza che ama è scomparsa senza dirle nulla. E non basta. Intorno a lei è tutto il pianeta a vivere come se si fosse vicini alla fine del mondo. Quello che succede è che da qualche mese (una decina di giorni dopo la morte della mamma), dal cielo cadono esseri alati che si schiantano al suolo senza vita. I media, e quindi tutti, li chiamano le Creature: ne sono cadute già più di ottanta. Precipitano in tutti gli angoli del pianeta, hanno fattezze umane e la pelle e il sangue color oro o bronzo. 
È il caos totale, tutti sembrano impazziti e dopo i primi tempi in cui il panico collettivo manda all’aria ogni organizzazione sociale, la vita riprende il suo corso, ma il delirio rimane. Gli scienziati sezionano le Creature nei laboratori, i Cacciapiume si scapicollano per accaparrarsi i loro resti e venderli a un improvvisato mercato di reliquie, i video delle cadute girano virali nella rete. Gli sconti nei magazzini diventano “paradisiaci” e non mancano i ristoranti con menù che propongono “Aureola di cipolla”, “Patatine cherubine” o “Ali fritte”. La setta dei Caduti Risorti spinge gli adepti ad arrampicarsi sui luoghi più alti delle città mettendo in scena performance mozzafiato per recitare il loro penitenziagite! di medievale memoria. 
Quando anche suo padre e sua sorella si lasciano prendere dalla caccia alle Creature tutto diventa troppo per Yaya: si sente in conflitto con tutto e tutti e si chiude in una solitudine scettica e insofferente. 
Ma proprio lei che non ne voleva sapere di angeli e di Creature si ritrova con un angelo che le precipita davanti, ferito, ma vivo. Yaya se ne prende cura proteggendola (è femmina) dal delirio collettivo. 
La storia che ne segue si svilupperà intrecciando diverse questioni: l’elaborazione del lutto, il senso di colpa per non essere riuscita a salvare la madre, il conflitto e gli affetti, la famiglia, l’amicizia, la malattia, un nuovo innamoramento, ma anche uno sguardo lucido su una società caotica che delira di fronte all’ignoto. 
Out of the blue comincia come una distopia ma presto ci restituisce a una dimensione assolutamente reale, a una quotidianità dentro cui lo straordinario trova posto nella vita concreta dei protagonisti, pur mantenendo la sua radicale estraneità. L’angela non porta alcun messaggio di salvezza, non ha richieste o prescrizioni, non domanda e non risponde; è semplicemente lì e ha bisogno di essere curata e liberata. Non c’è da chiedere “chi sei” o “perché” o “a cosa mi puoi servire”. Neanche all’autrice interessa raccontarci il perché e il per come di queste creature, e anche chi legge dovrà fare i conti con questa presenza inspiegabile. Sarà proprio la capacita di riconoscere questa alterità che consentirà a Yaya e agli altri protagonisti di questa storia, di fare pace con la vita. E con la morte. E accogliere, “mettere in salvo” il mistero, l’insondabile, la possibilità di vedere oltre. 
Realismo magico, si potrebbe dire, ma ben piantato in uno sguardo interessato a raccontare la vita concreta di una ragazza concreta che sta facendo i conti con la morte. E con l’amore. 
Particolarmente riuscita è la maniera in cui l’autrice fa parlare la Creatura. L’angela infatti non parla alcuna lingua umana e la sua capacità comunicativa è piuttosto emotiva ma è in grado di memorizzare e ripetere intere frasi ascoltate alla radio. La comunicazione con Yaya e i due gemelli (Allie e Calum che si uniranno ben presto all’impresa) passa attraverso parole della stessa (nostra) lingua, ma quando le utilizza la Creatura assumono una capacità comunicativa davvero bizzarra. Le parole e le frasi che utilizza nei dialoghi con i giovani protagonisti sono mere ripetizioni di previsioni meteo o interviste ascoltate in radio; parole svuotate di significato contingente che, oltre a far sorridere, suonano in un certo qual modo anche intellegibili. Infatti si comprendono alla perfezione. La loro intesa funziona come una semplice (straordinaria) amicizia. 
Tra le pagine di questa storia aleggia certamente un altro angelo, un certo angelo da garage. Quell’ineguagliabile Skellig pare affacciarsi da lassù, dalla schiera degli angeli salvati dal coraggio di ragazzi e ragazze intente a crescere. E da lassù mi immagino che continui a sussurrarci: Se ti prendi cura di un angelo… Se ti prendi cura di un angelo… 

Patrizia 

“Out of the blue. Dal cielo all’improvviso”, Sophie Cameron, (trad. di Luigi Cojazzi), 
Terre di Mezzo 2026 

lunedì 17 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTO QUI!

Il piede di Freki, Pija Lindenbaum (trad. Samanta K. Milton Knowles) 
Terre di Mezzo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Quando Freki è andato a letto, quella sera, aveva le scarpe ai piedi. 
Erano nuovissime. Molto veloci, ma anche belle.Proprio quelle che desiderava. 
Di notte, Freki ha sognato di correre e riuscire a scappare da Ove, il cane del vicino. 
La mattina dopo Freki scopre che una delle scarpe è scomparsa. 
A guardare meglio, vede che è svanito anche il piede." 

La ricerca della scarpa comincia subito, ancora con il pigiama addosso, nel bidone, sotto il letto, nell'armadietto del bagno o dietro il water. 
In verità una sua logica questa fuga ce l'ha: la scarpa, annoiata da un'intera notte sotto le coperte, ha deciso di fuggire. Certo, ragiona tra sé Freki, non deve essersi ricordata che con lei, ossia dentro di lei, c'era anche il piede...
 

Il problema viene posto anche alla madre, nella consueta sequenza: scarpa fuggita, con piede dentro. Lei, che è in cucina a dar la pappa al fratellino di Freki, non pare scomporsi più del necessario. Tuttavia, mentre finisce di asciugarsi i capelli, dà al suo figlio maggiore due cose importanti: la merenda e il consiglio di guardarsi dal cane Ove. 
Comincia così la passeggiata claudicante di Freki attraverso la città in cerca della sua scarpa e, incidentalmente, del suo piede sinistro. Attacca i cartelli che ha preparato e fa incontri illuminanti. Ma della scarpa ancora nessuna traccia. Che sia stato l'accalappiascarpe a trovarla per primo? Ma esiste poi? Oppure potrebbe essere caduta in acqua o finita all'amo di quel pescatore. Ma no. 
Neanche lungo il sentiero che attraversa il bosco c'è la sua scarpa fuggita. Men che meno il piede. In compenso c'è una ragazzina con il berretto rosso che lo rassicura che l'accalappiascarpe è tutta un'invenzione dei grandi... 
Palestra, calzolaio, sotto le auto parcheggiate: niente da fare scarpa e piede sembrano essersi volatilizzati... 

Ancora e ancora e ancora Pija Lindenbaum! Non ce n'è mai abbastanza
La cosa che succede qui non è poi molto dissimile da quello che avevamo visto succedere in Else-Marie e i suoi sette papà. In un contesto di assoluta normalità, nella vita quotidiana di un bambino o di una bambina si incista qualcosa di assolutamente distante dalla realtà e quindi totalmente assurdo. 
Lì c'erano sette papà alti come un birillo, che in squadra si comportavano come veri e propri padri, qui invece ci sono una scarpa con relativo piede calzante che spariscono dalla circolazione. Dopo essersi staccati dalla caviglia di un ragazzino, entusiasta delle sue scarpe nuove. Qui come lì, allora come oggi, si fa buon viso a cattivo gioco e il guaio magicamente si dissolve nel nulla. 


Là la piccola Else-Marie in trepidazione per i possibili commenti dei suoi compagni di classe che hanno un solo papà a grandezza naturale, nel vedere lei circondata da ben sette papà ma bonsai, decide di dormirci sopra. 
Qui Frike, visto che della scarpa e del piede non se ne vede neanche l'ombra, decide che forse il tempo possa essere impiegato meglio che inseguire qualcosa o qualcuno che non vuole farsi trovare e prendere... 
Meglio andare al bosco e giocare a legnetti con la bambina dal berretto rosso! 
Beh, i bambini sono economici. Me lo diceva sempre il pediatra di mia figlia ogni volta che mettevo sul fuoco un'ansia diversa e lui provava a rassicurarmi sul fatto che i bambini sanno molto bene trovare in autonomia la loro strada. Che di solito è la più dritta, quindi la più economica, in termini di sforzo. 
Le cose belle che accadono in questo libro, a parte il colpo di genio di averla concepita, una storia del genere: così tanto assurda quanto autentica nei suoi risvolti umani, sono nelle pieghe, ma non solo. 
Provo a metterne una decina in elenco, così come entrano in scena, poi ognuno giudicherà per sé. 
La prima: la passione universale che tutti i bambini del pianeta dimostrano nei confronti delle scarpe. Possibilmente nuove.
La seconda: la stanza buia di Frike, vista dall'alto. 


Quel gran nero attraversato dai profili di mobilio e suppellettili fatti a matita azzurra. 
La terza: l'ordine di priorità dei fatti. Mi manca una scarpa, ah mi manca anche il piede che c'era dentro. Non fa una grinza, soprattutto se è vera la prima delle cose belle. 
La quarta: tale ordine è lo stesso che applica la madre di Frike. 
La quinta: la scena di vita casalinga, in cui si vede una signora lievemente 'sformata' dalla vita che tenta invano di far mangiare un piccoletto che esprime tutto il suo disgusto di fronte al pappone che ha nel piatto davanti. Un piccolo capolavoro, quell'asciugamano sulle spalle per non inzupparsi la vestaglia, a doccia fatta. Asciugamano che poi diventa protagonista assoluto nella tavola successiva.


La sesta: l'incontro con un signore con gli stivali con gli speroni e un cordino di cuoio al collo e un orologio da polso al polso e il carrello della spesa: peccato sia un tasso. Un gentiluomo, tasso cow-boy? 
La settima: il piccolo Freki nel grande bosco. 
L'ottava: l'argomentazione inoppugnabile della poliziotta in partenza per le ferie: te la devi cavare da solo! 
La nona: come risolvere, senza dannarsi, il problema di piede e scarpa mancanti. 
Tutto qui? Tutto qui!

Carla

mercoledì 17 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTI DRITTI A UNA FESTA!

Una coda per Nisse, Eva Jacobson (trad. Giola Spairani) 
Iperborea 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Gli è caduta la coda, dice Hasse. 
Dove? chiede il dottore. 
Non lo sa, dice Hasse, Quindi ne vorrebbe una nuova. Lei che code ha? 
Eh, dice il dottore, io di code non ne ho. 
Sì, ma, dice Hasse, qualcosa ce l'avrà pure! 
Della corda? Un calzino? Una cravatta? chiede il dottore. 
Ma sì, tu cosa dici, Nisse? chiede Hasse. 
Che cos'è una cravatta? vuole sapere Nisse. 
Una cosa che ci mettiamo per essere eleganti, dice il dottore. 
Allora prendiamo la cravatta, dice Hasse." 

Con ogni evidenza Hasse e Nisse sono amici (qualcuno potrebbe pensare anche fratelli). E insieme hanno in progetto di andare a una festa. E mentre ci stanno andando Hasse si accorge che Nisse ha perso la coda. 


La cercano un po' in giro senza successo quindi vanno dal dottore che attacca al fondo schiena di Nisse una elegante cravatta. Sulla via per la festa, ostentando la bella cravatta che adesso sembra addirittura uno strascico, incontrano la maialina che, seduta sotto un albero, 'indossa' la coda di Nisse. L'ha trovata e quindi adesso la considera sua. Si litiga un po' - in verità solo Hasse e lei - fino a che la maialina la restituisce in cambio di un po' di sensi di colpa che cerca di far venire a quei due. 
Cambio per cambio, loro non si fanno venire i sensi di colpa ma le regalano la cravatta che lei prontamente indossa come fosse una bandana. 
E tutti e tre vanno alla festa per mano: chi con la coda riconquistata, chi con una cravatta in testa e chi convinto di essere il capo e di aver saputo gestire la difficoltà al meglio... 

Se letta con testa svagata, Una coda per Nisse, potrebbe sembrare quello che proprio non è: poca cosa. Che cosa c'è di tanto straordinario in una storia che racconta di perdere una coda, metterne una posticcia e poi ritrovarla e ripartire da qui per andare a una festa? 
Almeno tre cose: 
1) i protagonisti 
2) il precipizio dell'assurdo 
3) la velocità con cui ci si cade dentro 
Partiamo dai protagonisti. 
Sono quattro di cui due, maialina e dottore, li si potrebbe definire caratteristi, poco più che comparse. 
Il dottore è un pragmatico, onnisciente, risolutivo ed economico. Quattro doti che tutti noi vorremmo avessero i medici che frequentiamo.
 

La maialina è anche lei piuttosto tipica: una di quelle creature che hanno il dono di far sentire gli altri colpevoli, ancora prima di aver mosso un dito. Sanno piangere su se stessi, per distogliere gli interlocutori dal nocciolo della questione (ne ho incontrate diverse di maialine così). 
Nella fattispecie, lei dimostra di avere una concezione della proprietà piuttosto estesa, per cui se trova una coda perduta, non pensa di cercare il legittimo proprietario per riportargliela, al contrario la indossa e la considera cosa sua. E quando viene scoperta e non ha argomenti di difesa decide di contrattaccare e, spiagnucolando, far venire i sensi di colpa al legittimo proprietario della coda medesima, Nisse appunto, e al suo 'manager', Hasse. 
Ecco, Hasse. L'assoluto mattatore di questa storia: quello che dice, fa, briga, gestisce la vita del suo incerto amico. A tal punto Hasse è la mente della coppia che parrebbe che con Nisse ci sia una qualche parentela: fratello maggiore dal grande carisma? Il che spiegherebbe la lieve, quasi impercettibile, differenza di altezza e robustezza tra i due...


Di fatto è lui che muove tutte le sfere celesti: si accorge della coda sparita, si preoccupa, cerca di ritrovarla, cerca un rimedio migliore, argomenta con il dottore, detta i tempi e il ritmo dell'incedere per arrivare alla festa, discute con la maialina, la contrasta, la blandisce e con lei parrebbe stabilire forse anche termini dello scambio... 
Nel suo cono d'ombra c'è Nisse che è l'incertezza fatta e finita. Vive in una dimensione sempre un po' nebulosa, si fa consigliare e non sa mai bene cosa gli riservi il futuro: Come faccio a saperlo? 
Secondo aspetto: il precipizio dell'assurdo è lì davanti agli occhi di tutti. 
Perdere la coda, come se niente fosse, non accorgersene nemmeno. Gironzolare a cercarla e pensare che possa essere quel tronco d'albero o il gambo di un fungo o una piuma strappata a un uccello (che non ha gradito) e quindi decidere di andare dal dottore per trovare la soluzione, che a sua volta è altrettanto inverosimile: corda, calzino o cravatta? Riaverla in un batter d'occhio - attaccata con ago e filo, come potrebbe accadere a un pupazzo? Ma Eva Jacobson che mondo ci sta facendo vedere, in questa sua prospettiva spesso a volo d'uccello? 
E ultima ma non ultima arriva la terza bellezza che è la velocità con cui tutto procede. 
Lettura ad alta voce per eccellenza: una festa!


Si va di gran fretta: praticamente solo dialoghi (in un bell'italiano parlato), un fraseggiare che lascia indietro addirittura le virgolette. Non c'è il tempo per prendere fiato e ogni cosa accade in modalità accelerata. Unica accortezza è quella di dire chi dice cosa. 
Veloce è anche il disegno, matita per dare espressioni, per costruire piccoli gesti significativi, fare scarpette, fiorellini tutti uguali, fili d'erba, sassolini e 'occhi' sui tronchi di betulla. I contesti sono ridotti all'essenziale e gli oggetti si adeguano. 
Bumburubumbumbum si attraversa rotolando una allegra sequenza di assurdità, tipica modalità di pensiero di un bambino o di una bambina nella media: vietato fermarsi, o rallentare a pensare o a obiettare.


Stiamo andando tutti dritti a una festa! 

Carla

venerdì 6 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


AD ALTEZZA BAMBINA

Il cuore e la bottiglia, Oliver Jeffers
Zoolibri 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"C'era una volta una ragazza, più o meno come tante altre.
Aveva la testa piena di tutte le curiosità del mondo.
Faceva domande sulle stelle...
e si meravigliava del mare.
Ogni nuova scoperta la incantava..."

Nella sua meravigliosa scoperta del mondo questa ragazzina non è mai sola. Ad accompagnarla compare sempre un signore elegante nei modi e nel vestire, con i baffetti grigi e non tanti capelli in testa. È con lei a passeggio nel bosco d'inverno, d'estate sdraiato a guardare le stelle, in barca mentre lei nuota nel mare e tener l'aquilone lungo la spiaggia e sulla poltrona a leggerle di botanica, astronomia, fisiologia e di fisica. 


Ed è proprio quella stessa poltrona che a un certo punto rimane vuota. Quel signore non c'è più e il cuore della ragazza ne soffre. Per non star tanto male forse è meglio mettere per un po' il cuore al riparo: chiuso in una bottiglia. Ma niente è più come prima. Spariscono le curiosità e rimane solo il ricordo di quella poltrona vuota una certa pesantezza nel portare sempre al collo quella bottiglia per tenere il cuore al sicuro. 


La vita però è sorprendente e sulla strada di quella ragazzina ormai grande si avvicina una bambinetta che tanto la ricorda, per curiosità e interessi. Per dialogare con lei occorre liberare il cuore dalla bottiglia...

Oliver Jeffers ha diversi talenti, oltre a quello di saper disegnare assai bene (i risguardi ne sono l'ennesima prova): ha belle storie da raccontare, trova le parole e i disegni giusti per metterle insieme, con un punto di vista ad altezza bambina, che, a ben vedere, è una dote ben rara.
Salvo rarissime eccezioni, i suoi libri colpiscono per uguale dose di incanto, leggerezza e profondità di sguardo. Quello stesso stupore, quella stessa leggerezza e profondità che a mio parere distinguono il pensiero dell'infanzia da quello degli adulti.
In altre parole, spesso e volentieri Jeffers sa raccontare il mondo come lo potrebbe fare un bambino o una bambina.
Se si parte dallo stupore, non è possibile non connetterlo con questa ragazzina che guarda il mondo piena di domande e di curiosità su come le balene respirino con i polmoni, su come sia possibile 'leggere' la forma delle costellazioni come si fa con quella delle nuvole. Non ultimo lo stupore, di fronte alla poltrona vuota. Uno stupore che, al contrario degli altri, non trova rapida risposta.
Lo stupore e la meraviglia che contraddistingue lo sguardo di un piccolo, si potenzia nel modo che Jeffers ha di disegnare i bambini: sempre minuscoli rispetto a ciò che li circonda, sempre su gambette sottili, apparentemente fragili, con teste a pera sempre un po' più grandi del necessario (per contenere le belle idee che di solito hanno).


 Il loro essere piccoli in un mondo grande e per giunta abitato in prevalenza da grandi, il loro essere disegnati con bella sintesi attraverso pochi tratti significativi (come potrebbe fare un quattrenne alle prese con il suo autoritratto) rende giustizia alla corretta idea di infanzia che si dovrebbe avere. Gente piccola e nuova che si guarda intorno per prendere le misure del mondo.
Va da sé che in questo atto di 'prendere le misure' entrano in gioco due altri caratteri distintivi del modo di raccontare di Jeffers, che ancora una volta sono peculiari del pensiero infantile: l'invenzione/immaginazione, o forse dovrei dire meglio la divergenza, e la leggerezza, applicate entrambe all'insopprimibile istinto di sopravvivenza che caratterizza l'uomo, piccolo o grande che sia.
I bambini e le bambine usano metà del loro tempo di veglia per difendersi dai grandi e l'altra metà del tempo inventano modi, si arrangiano, per raggiungere la felicità. 


Per intenderci, si guardino in questo libro i modi cui la ragazza ricorre per rompere la bottiglia, i modi di Leo per recuperare l'aquilone impigliato nella chioma dell'albero (Zoolibri 2012), i modi di Alfredo per tenersi l'alce (2013), i modi del bambino che vuol riportare a casa il pinguino (2010), ecc. ecc. Non sembra fare eccezione l'idea di chiudere in bottiglia il proprio cuore.
Terzo talento: la profondità di sguardo. Anche qui, salvo rare eccezioni, Jeffers non racconta mai una storia sola. La buona letteratura ci ha insegnato ad apprezzare storie che siano oggetti complessi e stratificati e ramificati e ci dovrebbe aver insegnato a diffidare di storie che non dimostrino di esserlo.
Le questioni che solleva Il cuore e la bottiglia sono diverse e tra loro intrecciate.
Se le si guarda come risalendo una scala che dal profondo ci riporta in superficie, la prima cosa che colpisce è il fatto che si tratti di una girl che si interessa di scienza (c'è da augurarsi che nel mondo anglosassone questa non sia ancora questione da dibattere, come in Italia, dove invece è necessario rimarcarla ogni volta con l'intento di farla diventare, prima o poi, consuetudine, ovvero normalità).
La seconda questione è proprio l'inestinguibile sete di conoscere che si ha quando si è piccoli e quando - così sembra voler dire Jeffers - quando si ha qualcuno con cui condividerla. in questo senso Jeffers racconta di una 'rimozione' degli interessi passati, per mancanza di entusiasmo e curiosità, spenti entrambi dalla sofferenza di una perdita. 
 

Quindi dal gradino successivo si può ragionare di felicità e di tristezza, laddove l'una è caratterizzata dalla relazione e l'altra dalla chiusura (in bottiglia) è la relazione tra grandi e piccoli (declinata con voci differenti: un nonno e una nipote, una adulta con una bambina).
Se si sale ancora si arriva alla questione della trasmissione, ovvero della capacità di fare tesoro della propria esperienza e di attingervi come patrimonio interiore. In questo senso è paradigmatico il ripetersi della storia tra nipote e nonno, tra ragazza e bambina (o madre e figlia, chissà). E qui si potrebbe anche ragionare e interrogarsi sul concetto di reciprocità...
Un gradino sotto la superficie Jeffers mette sul piatto una serie di grandi domande: che cosa succede quando si perde la gioia? come ci si difende dal dolore? come ci si cura dalla mancanza di qualcuno importante? come si può far vivere serenamente il ricordo?
Può bastare.

Carla

Noterella al margine. Una manciata di dubbi di traduzione, il maggiore riguarda l'originale girl che in giro per il mondo è stato declinato come niña, Mädchen, petit fille, menina. Il genere non è in discussione, è evidente, ma dietro quel 'ragazza' italiano si nasconde la perplessità possa essere uscito da una traduzione non troppo meticolosa, o al contrario, auspicabilmente da una molto ragionata che nell'uso di quella parola voglia un po' strizzare l'occhio in cerca di una complicità tra adulto e bambino lettore, suggerendo una patina di maggiore 'spregiudicatezza' e 'consapevolezza' al personaggio.
Come a dire, prendendo a prestito il titolo di un altro bel libro, Io sono soltanto una bambina? Ma no, io sono una ragazza! 
Ah, beh!

mercoledì 17 ottobre 2018

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALBO DISTOPICO, O FORSE NO.


‘Domani farà bello’, di Rosie Eve, pubblicato da L’Ippocampo, è un albo illustrato originale, che racconta con grande semplicità il dramma del cambiamento climatico, con un finale che rappresenta una prospettiva diversa e interessante.
Il protagonista è un giovane orso polare che con la sua mamma affronta le giornate belle e quelle brutte, le tempeste e le giornate di sole. Solo che le tempeste sono sempre più violente e il sole è troppo caldo, tanto da sciogliere i ghiacci della banchisa. 


Così, a un certo punto, mamma e cucciolo sono separati dal crollo di un pezzo di iceberg, su cui l’orsetto si troverà a vagare da solo, in mezzo al mare. 


Ci sarà il momento di doversi tuffare e cominciare a nuotare e continuare a farlo per giorni; per fortuna, quando si è stanchi, viene in soccorso un amico e il viaggio può continuare. E’ la mamma che parla e incoraggia ad avere sempre fiducia, perché lei sarà sempre lì ad attendere il ritorno del piccolo.
Qui c’è il brusco cambiamento di prospettiva. La mamma aspetta il suo cucciolo non più sulla banchisa, ma in un territorio nuovo, disegnato dalle città sommerse; come dire che noi, la nostra civiltà fatta di consumo compulsivo delle risorse, costi quel che costi, verrà letteralmente ricoperta dall’innalzamento dei mari, dovuto allo scioglimento dei ghiacci. Loro, gli orsi, in qualche modo se la caveranno, come hanno sempre fatto, certi del loro futuro e attenti a conservare il loro ambiente.


Dunque, convivono due registri di narrazione: da una parte l’esperienza drammatica della perdita, la ricerca e poi il sollievo di ritrovarsi insieme, con il ruolo di mamma orsa che, conducendo il racconto, incoraggia a non perdere mai la speranza; dall’altra lo sfondo dei cambiamenti climatici, la visione, apocalittica, ma realistica, di quello che potrebbe essere lo scenario futuro, a fronte del comportamento autodistruttivo che la specie umana sta mettendo in campo. E’ come se l’autrice volesse mettere in guardia, sottolineasse quanto, in una favola, può esserci di realismo, una prospettiva remota, ma non troppo, che può coinvolgere tutti noi. Non a caso il titolo inglese è ‘The bear and the change’, mentre in quella francese e in questa italiana, tradotta dal francese, si sottolinea il messaggio rassicurante: Domani sarà bello.


Se la linearità del linguaggio, la chiarezza delle immagini rendono la storia fruibile anche dai cinque anni, in realtà il centro narrativo di questo albo apre la porta a molte riflessioni e a molti approfondimenti che ha senso fare con bambine e bambini un po’ più grandi, direi dalla terza elementare in poi. Sarebbe bello ragionare con loro sull’idea di futuro che hanno, come se lo immaginano e cosa farebbero per renderlo migliore.

Rosie Eve è una poliedrica artista inglese, che ha grande familiarità con le tecniche tradizionali dell’illustrazione e con quelle digitali, nonché con il linguaggio del fumetto. L’albo, dunque, alterna tavole a tutta pagina o a pagina doppia, a pagine in cui il racconto accelera con sequenze di immagini che descrivono le azioni. L’autrice sottolinea la propria poliedricità, l’utilizzo di linguaggi diversi, ma sottolinea anche di prediligere un linguaggio chiaro e immediatamente comprensibile, che non a caso si presta perfettamente ad una storia che ha tanti contenuti diversi. La storia dell’orsetto che ha perso la mamma, la sua solitudine in mezzo al mare è resa con intuitiva evidenza, sollecitando la partecipazione emotiva del giovane lettore o lettrice. La visione del mondo futuro ha una limpida chiarezza, che esprime un indiretto grido d’allarme.
Bella sperimentazione, che evidenzia ancora una volta la capacità dell’editore, L’Ippocampo, di individuare novità interessanti del panorama editoriale europeo.

Eleonora

“Domani farà bello”, R. Eve, L’Ippocampo 2018





lunedì 16 ottobre 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL BUIO OLTRE LA SIEPE

Thornhill, Pam Smy (trad. Sante Bandirali)
Uovonero 2017



NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni)

"So che mentre scrivo queste cose al sicuro nella mia stanza, quando tutta la casa dorme in silenzio, lei tornerà quassù e il grattare, il graffiare, lo sbatacchiare, il bussare sulla mia porta ricominceranno. E so che resterò qui distesa facendomi piccola e tremando."

La data di questa pagina di diario di Mary, nell'orfanotrofio di Thornhill, è 30 aprile 1982. Da due mesi o poco meno nell'orfanotrofio è rientrata - in quella famiglia non l'hanno voluta - lei. Mary e lei per ironia della sorte si assomigliano, bionde con gli occhi chiari, ma Mary è silenziosa, mutismo selettivo, e vive le sue giornate isolata nella sua camera all'ultimo piano circondata dai meravigliosi pupazzi che costruisce per riempirsi le giornate piene di vuoto, mentre lei passa il suo tempo a comandare e a spargere carisma su un gruppetto di fedelissime coetanee. 
Mary e lei condividono tuttavia un destino all'interno di quel luogo tetro, dal nome tetro. Una al di qua e una al di là della porta: una terrorizza l'altra, la tiene in costante scacco, facendole scherzi atroci, mettendole contro l'intera comunità, atterrendola con agghiaccianti visite notturne... 
Talvolta c'è davvero un solo sottile diaframma di legno a tenerle separate. Due mondi di sofferenza che si toccano, che si respingono, che si cercano e si fuggono, due mondi in cui anche i pochi adulti di Thornhill non sanno penetrare.
Intrecciata alla storia piena di terrore della piccola orfana Mary, c'è quella di Ella, piena di inquietudine. Anche lei orfana, da poco si è trasferita con il padre in una nuova casa proprio di fronte al lugubre edificio di Thornhill, ormai vuoto e disabitato da anni.
Tra la storia di Mary e quella di Ella passano circa 35 anni, ma nonostante questo sembra che le loro solitudini si debbano incontrare. Tracce di una vita passata, quella di Mary, frammenti di oggetti che le sono appartenuti, affiorano qui e là e finiscono nelle mani di Ella che decide di andare al di là di quel filo spinato che nasconde il vecchio edificio cadente.
Segue le tracce lasciate da un'ombra.


Bang, che libro! Più di 500 pagine di un libro nero, nerissimo. Due storie distinte dal tempo che le tiene necessariamente lontane e che tuttavia possono intrecciarsi fin dalle prime pagine: la prima, quella di Mary, raccontata a parole, la seconda quella di Ella, raccontata per immagini.
Un paio di punti di contatto: la solitudine data dalla orfanezza di entrambe, e il luogo: Thornhill e le case che lo circondano.
Racchiusi da un filo spinato che sembra avvolgere, fin dai risguardi ma anche in senso metaforico, le due esistenze, i luoghi sono forse uno dei protagonisti chiave di questo romanzo di esordio di Pam Smy, importante figura dell'illustrazione anglosassone. Fin dalla copertina, in un lago di nero, appare una casa in una notte di luna piena che ne rende affilati (complice il leggero rilievo) i profili. Solo una finestra è illuminata e l'ombra di qualcuno guarda fuori.


Per l'appunto. In un loro continuo e ostinato dialogo tra dentro e fuori, i luoghi in Thornhill contribuiscono fortemente a dare spessore all'inquietudine che attraversa la narrazione: nella storia di Mary le porte sono davvero elementi chiave del racconto e in concreto rappresentano diaframmi di protezione o prigionia della sua fragilità nei confronti di lei. Analogamente le esplorazioni che Ella fa nel giardino incolto e che si spingono fin nell'edificio che, grazie a una chiave ritrovata, si apre svelando la camera di Mary, abitata dai suoi fantocci.

 
I pupazzi. Anch'essi costituiscono un elemento fondamentale intorno a cui Pam Smy costruisce il racconto. E, parimenti, sono anch'essi icona quasi imprescindibile dei buoni racconti del brivido.


Ad evidenza, la Smy sa il fatto suo anche in ambito narrativo. Tocca le corde giuste dell'immaginario collettivo e attraverso elementi concreti costruisce un pathos palpabile e dà spessore a una carrellata (ad eccezione forse delle figure degli adulti, tagliate un po' troppo grossolanamente) di personaggi da manuale. Mai, nemmeno per un momento Mary, lei o Ella (quest'ultima solo disegnata) perdono di credibilità e le loro dinamiche di relazione, che fornirebbero il fianco allo stereotipo e alla didascalia, sono sempre all'altezza di un romanzo di qualità. Sa essere spietata e dura nel raccontare gli scherzi e le trappole costruite per Mary, sa raccontare la fragilità che nasce dal bisogno dell'altro attraverso i toni intimi di un diario. Nel racconto per immagini, è abile nell'inserire indizi che permettano al giovane lettore di contestualizzare e di cogliere legami tra il presente e il passato, dissemina le tavole di dettagli che attraggono lo sguardo e che sono rivelatori di nessi altrimenti difficilmente ricostruibili.
E a parte tutto questo, due meriti ulteriori mi sento di ascriverle. Da un lato, una solida conoscenza della letteratura, anche e soprattutto classica (Il giardino segreto citato più volte), di questo genere. Svariate volte mi è parso di cogliere richiami più o meno espliciti ad altri romanzi, dalla Ruota degli elfi di Janet Taylor Lisle alla Casa delle vacanze di Clive Barker, solo per citarne due.
Dall'altro, il suo coraggio di confrontarsi con un modello narrativo ineguagliabile, quello di Selznick. Se nel tipo di immagine la diversità è immediatamente palpabile, nella tessitura tra testo e immagine il confronto non è così immediato. Anche in questo caso però Palm Smy decide per una via autonoma: laddove Selznick utilizzava i due registri lungo un unico vettore cronologico, la Smy se ne serve creando tra loro uno iato cronologico -quelle due pagine nere che ogni volta separano disegno da testo sono proprio una bella idea - che tuttavia lentamente ma inesorabilmente converge in un punto finale che, neanche sotto tortura, svelerò.


Carla



mercoledì 25 giugno 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL MURO È DA SCALARE
Le parole giuste, Silvia Vecchini
Giunti 2014


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni)

"Si voltano, cercano Fabio, un ragazzo di un'altra classe. Ridono, sono eccitate, si nascondono l'una dietro l'altra. Vittoria ha le guance rosse come mele e, anche se guarda dalla mia parte, praticamente non mi vede. 'Sono diventata trasparente' penso, mentre sento una puntura appena, un vaccino".

L'indifferenza degli altri, la solitudine, il sentirsi diversa, le oggettive difficoltà a scuola, il pensiero costante di un padre malato: questi sono i nemici di Emma, ragazzina di dodici anni che sta faticando un bel po' per trovare la felicità. E come li combatte, lei? Con costanti 'letture' di segni premonitori, primo fra tutti l'oroscopo della sua palla numero 8 che contiene però solo 26 risposte sulle innumerevoli domande che la vita le mette davanti.
La scuola, che costituisce gran parte del mondo di un adolescente, per Emma adesso rappresenta solo un problema: è un campo minato. La ragazza non si impegna, è distratta, è superficiale, è pigra... E come se non bastasse, le difficoltà che dimostra per stare al passo con gli altri vengono 'usate' dalle sue compagne come pretesto per metterla all'angolo e lì abbandonarla. Insegnanti e compagni la escludono ed Emma, che è una ragazzina timida che porta in sé la grande paura atavica, ovvero la perdita dei genitori, non riesce a imporsi. Goffi tentativi di rivalsa provocano più danno che altro, inasprendo ancora di più la sua emarginazione.
A scuola si sente sola e a casa le cose non vanno meglio, perché il padre di Emma, in dialisi da anni, è sempre più fiaccato dalla sua malattia che solo un trapianto potrebbe risolvere.
Ma anche se la vita di questa ragazzina sembra non lasciarle il fiato necessario per respirare, una serie di persone, inaspettate e silenziose, le stanno a fianco: Mathias, così alto, così bravo, così gentile e così bravo a cucinare e Alessandra, la professoressa che cura il RPS, Recupero Potenziamento Sostegno, 'una lampadina sempre accesa', e che prima di ogni altro legge le difficoltà di apprendimento di Emma e gli dà finalmente un nome: dislessia. Per un dislessico leggere è come arrampicarsi su un muro, le spiega, e adesso Emma è proprio lì appesa in cerca di appigli. Ma Alessandra la aiuterà ad arrivare in cima anche se non le negherà che il percorso sarà lungo e impegnativo.
La vita di questa ragazzina è davvero un gran groviglio che però lentamente sembra dipanarsi. E alla fine trionferà chi avrà avuto coraggio.

Due temi sullo sfondo di un percorso di crescita. La dislessia e il trapianto di organi sono i due argomenti che Silvia Vecchini, basandosi su autentiche esperienze conosciute personalmente, tratta con grande cura, precisione e rispetto. Ma davanti a questo c'è l'adolescenza di Emma, fatta di insicurezze, paure e solitudine. E mi vengono in mente altre parole che Silvia Vecchini ha scritto:

Quando fai finta di non sentirmi
quando te ne vai sulla bici
con qualcun altro sul portapacchi
quando dividi la merenda
ma non con me
allora si apre una botola sul pavimento
cado giù ma non sento niente,
non mi vedi più, sono trasparente.

Con una trasparenza abbiamo aperto e con una trasparenza chiudiamo.
Come si vede in questa poesia tratta da Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno (Topipittori 2014), Silvia Vecchini sa trovare parole giuste per raccontare la suddetta sofferta 'trasparenza' e con essa la complessa e tormentata sfera emotiva di un adolescente.
So che non si dovrebbe paragonare una poesia a un romanzo: lo faccio qui perché credo che nella diversità di toni, ritmi e spazi, la poesia sia ancora il registro più congeniale a Silvia Vecchini per raccontare il mondo.
Sebbene questo libro sia un davvero un buon libro, costellato di ottimi spunti, di pagine liriche, di soluzioni narrative intelligenti, di autenticità, tuttavia lo spazio dilatato di un romanzo costituisce, a mio avviso, un terreno ancora troppo rischioso per lei. Certi stereotipi, certe ingenuità o certe imprecisioni si sarebbero potute evitare, soprattutto se qualcuno dopo di lei, nella filiera produttiva del libro, ci avesse messo testa e cuore.
 

Carla

Noterella al margine. Ironia della sorte in un libro dal titolo Le parole giuste trovare parole 'sbagliate'; ma il senso ultimo dell'editing è proprio quello di metter cura laddove altri non l'hanno fatto... e allora attenti che un corvo non è un merlo, i capelli è più saggio ravviarli, piuttosto che riavviarli e una tendina canadese, purtroppo per noi, non si monta da sola come un igloo...