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venerdì 30 agosto 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A VOLER CONTARE LE COSE INTERESSANTI

Una storia troppo corta, Davide Calì, Marianna Balducci 
Edt Giralangolo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"C’erano una volta 3 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro se li mangiò. FINE 
Che storia corta. La voglio più lunga! 
C’erano una volta 4 porcellini. 
Venne un lupo e uno dopo l’altro mangiò i primi tre. Poi mangiò anche il quarto, ma per quello ci mise un po’ di più perché era più grasso. FINE. 
Ma è sempre corta! Devono capitare delle cose!" 


I porcellini diventano 5, ma il lupo se li mangia, con dedizione, uno dopo l'altro. L'unica variante è la festa di carnevale che ha luogo nel bosco accanto. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve disappunto per questa intrusione carnascialesca. Quando i porcellini diventano 6 si scoprono le loro singole attitudini: ce n'è persino uno che sa andare sullo skate, circostanza che però non lo salva dalle fauci del lupo. 
Protesta formale da parte dell'ascoltatore e lieve perplessità sulla questione skate che in verità avrebbe dovuto metterlo al sicuro. 
I porcellini diventano 7 e prendono i colori dell'arcobaleno, ma nonostante questo il finale è tetro: nero, addirittura. 
Solita protesta formale. 
Quando diventano 8... no non diventano otto, ma direttamente 11: quanti ne servono per formare una squadra di calcio. Finale della partita 0 a 0 e lupo a pancia piena. 
Protesta formale. 
I porcellini aumentano: diventano quante sono le lettere dell'alfabeto della tastiera: quello completo di j,k,w,x e y! Ma niente. 
E così, si va avanti di decine e di centinaia e di cifre a tre zeri, tra una protesta formale e l'altra perché le storie che la misteriosa voce fuori campo racconta non superano mai le quattro righe di testo. Oltre a finire tutte immancabilmente in una gran carneficina. 
Finale a sorpresa. 

In questo libro, che si appoggia comodamente su una trama che tutti conoscono, succedono diverse cose interessanti.
A prescindere dal fatto che si rende necessaria lettura condivisa tra un grande e un piccolo.
A prescindere dalla scelta vincente di Calì di far ridere tutti, con il meccanismo di rilanciare sempre un po' di più, creando un crescendo sempre più esagerato che decolla verso assurdo. E di farlo chiamando dentro il bambino ascoltatore, che protesta dopo protesta, può fraternizzare con la voce che pretende di essere accontentata.


Le cose più interessanti io le trovo nelle pieghe. 
La prima è di nuovo nel testo: ovvero la capacità di chi scrive di mettere a disposizione di chi poi sarà lì a illustrare un bel po' di spazi di silenzio e nel contempo un bel po' di ganci a cui eventualmente appendersi con le proprie figure. In questo senso le cifre che Calì snocciola hanno tutte un preciso senso che serve a lui per costruire la pur esile trama, ma nello stesso tempo alludono a contesti che Balducci potrebbe, se vuole, seguire come sentierini da percorrere. 
I numeri 26 con allusione all'alfabeto, il numero 29 con riferimento a un calendario, il 101 con il suo collegamento cinematografico, sono esempi di questo bel modo di costruire la storia. 
L'altro fatto interessante è nel disegno, che compete altrettanto allegramente con il testo. 
La cifra della Balducci qui si riconferma. La commistione di fotografia di oggetti e il disegno che si aggiunge, sono l'espressione di quel suo sguardo originale sulla forma delle cose. Lei le reinterpreta spesso e volentieri attraverso un segno o una pennellata che si aggiunge, e questo rende la risultante finale inaspettata, e spesso divertente. 
In questo suo modo di lavorare, non so quanto consapevolmente, Balducci sa farsi apprezzare - altra cosa nelle pieghe - da tutti gli osservatori attenti, adulti compresi. L'aver capito che la qualità di un albo illustrato la si ottiene anche e soprattutto sapendo parlare, ovvero avendo cose da dire, a grandi o piccoli, è quindi siamo a tre cose interessanti. 
Altro motivo degno di nota è il fatto che Balducci sappia prendersi il suo spazio, quello dell'illustrazione, senza cederne neanche un cincino di troppo al testo. 


Intendo dire che quel pallottoliere, fino a che l'oggetto in sé glielo permette e poi solo le sue palline, che lei non lo fa mai uscire di scena e che diventa appunto il suo personale palcoscenico in cui muovere i porcellini, è tutta farina del suo sacco. 
Con questa sicurezza che compare fin dalla prima illustrazione Balducci fa la quarta cosa interessante, ovvero decide di volta in volta a quale gancio di Calì appendersi e a quale no. Per esempio i 101 porcellini non risentono del riferimento alla ben più nota Carica, ma offrono un divertente repertorio di comparse in attesa di scrittura. Quindi lei sa perfettamente di poter decidere di raccontare tutto quello su cui sapientemente Calì tace. E lo fa. Con molto gusto, si direbbe. 
A questo proposito i dettagli diventano la chiave di lettura di molte tavole. Dal ritratto di Calì nei risguardi in poi. Per esempio le singole soluzioni che trova quando si parla di arcobaleni o quando si gioca sui mesi di febbraio negli anni bisestili oppure ancora quando decide di 'interpretare' la lista di nomi dalla A alla Zeta che Calì mette giù.


O ancora quando, lasciandoci nel dubbio su quello che stiamo vedendo, racconta a modo suo la raggiunta sazietà del lupo. Siamo di fronte a un estremo atto di gentilezza del maialino azzurro o a uno di assoluta perfidia? 


Mi augurerei si tratti di sana vendetta, di certo è la quinta cosa interessante!

Carla

Noterella al margine. Come in ogni buona somma, se le cose dovessero essere andate tutte al contrario, ovvero essere stato Calì ad aver scritto il suo testo sulle immagini della Balducci, il risultato finale non cambierebbe. 

mercoledì 17 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTI DRITTI A UNA FESTA!

Una coda per Nisse, Eva Jacobson (trad. Giola Spairani) 
Iperborea 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Gli è caduta la coda, dice Hasse. 
Dove? chiede il dottore. 
Non lo sa, dice Hasse, Quindi ne vorrebbe una nuova. Lei che code ha? 
Eh, dice il dottore, io di code non ne ho. 
Sì, ma, dice Hasse, qualcosa ce l'avrà pure! 
Della corda? Un calzino? Una cravatta? chiede il dottore. 
Ma sì, tu cosa dici, Nisse? chiede Hasse. 
Che cos'è una cravatta? vuole sapere Nisse. 
Una cosa che ci mettiamo per essere eleganti, dice il dottore. 
Allora prendiamo la cravatta, dice Hasse." 

Con ogni evidenza Hasse e Nisse sono amici (qualcuno potrebbe pensare anche fratelli). E insieme hanno in progetto di andare a una festa. E mentre ci stanno andando Hasse si accorge che Nisse ha perso la coda. 


La cercano un po' in giro senza successo quindi vanno dal dottore che attacca al fondo schiena di Nisse una elegante cravatta. Sulla via per la festa, ostentando la bella cravatta che adesso sembra addirittura uno strascico, incontrano la maialina che, seduta sotto un albero, 'indossa' la coda di Nisse. L'ha trovata e quindi adesso la considera sua. Si litiga un po' - in verità solo Hasse e lei - fino a che la maialina la restituisce in cambio di un po' di sensi di colpa che cerca di far venire a quei due. 
Cambio per cambio, loro non si fanno venire i sensi di colpa ma le regalano la cravatta che lei prontamente indossa come fosse una bandana. 
E tutti e tre vanno alla festa per mano: chi con la coda riconquistata, chi con una cravatta in testa e chi convinto di essere il capo e di aver saputo gestire la difficoltà al meglio... 

Se letta con testa svagata, Una coda per Nisse, potrebbe sembrare quello che proprio non è: poca cosa. Che cosa c'è di tanto straordinario in una storia che racconta di perdere una coda, metterne una posticcia e poi ritrovarla e ripartire da qui per andare a una festa? 
Almeno tre cose: 
1) i protagonisti 
2) il precipizio dell'assurdo 
3) la velocità con cui ci si cade dentro 
Partiamo dai protagonisti. 
Sono quattro di cui due, maialina e dottore, li si potrebbe definire caratteristi, poco più che comparse. 
Il dottore è un pragmatico, onnisciente, risolutivo ed economico. Quattro doti che tutti noi vorremmo avessero i medici che frequentiamo.
 

La maialina è anche lei piuttosto tipica: una di quelle creature che hanno il dono di far sentire gli altri colpevoli, ancora prima di aver mosso un dito. Sanno piangere su se stessi, per distogliere gli interlocutori dal nocciolo della questione (ne ho incontrate diverse di maialine così). 
Nella fattispecie, lei dimostra di avere una concezione della proprietà piuttosto estesa, per cui se trova una coda perduta, non pensa di cercare il legittimo proprietario per riportargliela, al contrario la indossa e la considera cosa sua. E quando viene scoperta e non ha argomenti di difesa decide di contrattaccare e, spiagnucolando, far venire i sensi di colpa al legittimo proprietario della coda medesima, Nisse appunto, e al suo 'manager', Hasse. 
Ecco, Hasse. L'assoluto mattatore di questa storia: quello che dice, fa, briga, gestisce la vita del suo incerto amico. A tal punto Hasse è la mente della coppia che parrebbe che con Nisse ci sia una qualche parentela: fratello maggiore dal grande carisma? Il che spiegherebbe la lieve, quasi impercettibile, differenza di altezza e robustezza tra i due...


Di fatto è lui che muove tutte le sfere celesti: si accorge della coda sparita, si preoccupa, cerca di ritrovarla, cerca un rimedio migliore, argomenta con il dottore, detta i tempi e il ritmo dell'incedere per arrivare alla festa, discute con la maialina, la contrasta, la blandisce e con lei parrebbe stabilire forse anche termini dello scambio... 
Nel suo cono d'ombra c'è Nisse che è l'incertezza fatta e finita. Vive in una dimensione sempre un po' nebulosa, si fa consigliare e non sa mai bene cosa gli riservi il futuro: Come faccio a saperlo? 
Secondo aspetto: il precipizio dell'assurdo è lì davanti agli occhi di tutti. 
Perdere la coda, come se niente fosse, non accorgersene nemmeno. Gironzolare a cercarla e pensare che possa essere quel tronco d'albero o il gambo di un fungo o una piuma strappata a un uccello (che non ha gradito) e quindi decidere di andare dal dottore per trovare la soluzione, che a sua volta è altrettanto inverosimile: corda, calzino o cravatta? Riaverla in un batter d'occhio - attaccata con ago e filo, come potrebbe accadere a un pupazzo? Ma Eva Jacobson che mondo ci sta facendo vedere, in questa sua prospettiva spesso a volo d'uccello? 
E ultima ma non ultima arriva la terza bellezza che è la velocità con cui tutto procede. 
Lettura ad alta voce per eccellenza: una festa!


Si va di gran fretta: praticamente solo dialoghi (in un bell'italiano parlato), un fraseggiare che lascia indietro addirittura le virgolette. Non c'è il tempo per prendere fiato e ogni cosa accade in modalità accelerata. Unica accortezza è quella di dire chi dice cosa. 
Veloce è anche il disegno, matita per dare espressioni, per costruire piccoli gesti significativi, fare scarpette, fiorellini tutti uguali, fili d'erba, sassolini e 'occhi' sui tronchi di betulla. I contesti sono ridotti all'essenziale e gli oggetti si adeguano. 
Bumburubumbumbum si attraversa rotolando una allegra sequenza di assurdità, tipica modalità di pensiero di un bambino o di una bambina nella media: vietato fermarsi, o rallentare a pensare o a obiettare.


Stiamo andando tutti dritti a una festa! 

Carla

lunedì 11 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

WELTANSCHAUUNG SUINA

Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, Tatjana Hauptmann (trad.***)
Lupo Guido 2018

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Nel 1978 questo libro usciva in lingua tedesca per la casa editrice svizzera Diogenes con il titolo: 'Ein Tag im Leben des Dorothea Wutz'. Nello stesso anno lo pubblicava in Italia Rosellina Archinto per la Emme editrice, dandogli, con un guizzo felice, l'inarrivabile titolo Un giorno nella vita di Cecilia Lardò. Oggi viene ripubblicato da Lupo Guido e vince subito l'Andersen a Genova, come miglior libro mai premiato. Si potrebbe dire per l'ennesima volta che Rosellina ci aveva visto lungo (anche perché un altro libro sfidante Dorotea era nel suo catalogo: Gorilla di Anthony Browne). Ma questa è storia."


Provare, prima di tutto, a fare l'esegesi di un titolo: il punto di partenza è un originale tedesco, in cui il nome della protagonista è Dorothea Wutz. Il tedesco riconferma pensiero e lingua analitici e filologici: Wutz significa propriamente scrofa. Poi si potrebbero declinare le nove diverse edizioni in altre lingue - Galantine Petitgroin, in francese, Petronella Pig, in inglese e quindi il nostrano Cecilia Lardò. Decisamente più votati a un immaginario vivace che riguarda il maiale nelle sue diverse declinazioni, anche alimentari. Poi arriva la seconda edizione italiana, che recupera il nome Dorotea e gli aggiunge un cognome con poco stile, da cartone animato.
Dorothea (al secolo Cecilia, o Petronella o ancora di più Galantine - che buona ultima gioca meravigliosamente sul doppio senso) sono signore maiale, o maiale signore, ovvero sono personaggi pieni di stile e di charme, che fanno il baciamano ma sgrunf non lo sanno proprio dire.
Dorotea di stile ne ha molto, al pari della sua ideatrice Tatjana Hauptmann. Tedesca, figlia di un barone russo (Tatjana Nikolainewja von Sass) e di una ballerina di teatro, oggi è una bellissima signora dai capelli candidi che continua a dimostrare una grande eleganza e un grande gusto per le cose belle. E soprattutto un grande talento nell'illustrare libri, al di là di ogni moda, con una sapienza interpretativa del canone classico.


Il libro Un giorno nella vita di Dorotea Sgrunf, scritto e illustrato all'età di soli 28 anni, è un concentrato di bellezza che si distilla in raffinatezza. A partire dall'idea di base, ovvero pagina dopo pagina, una visita guidata nella sua casa che si mostra in tutta la sua eleganza.
Ancora prima di aprire il libro, la vediamo tornare dal mercato con la spesa fatta nel cestino e al seguito il suo marmocchio con un cono gelato in mano. Poi con lo sguardo, dalla finestra nel frontespizio ci invita a entrare nella storia, ma soprattutto nella sua casa e nella sua vita.
Senza nemmeno una parola, con le pagine fustellate, in un gioco perfetto (tranne in un caso) di scorci di ambienti e personaggi seguiamo la sua giornata e quella del suo piccolo.


E da subito è chiaro che i protagonisti non sono solo i maiali, Dorotea e il suo bambino monello e i tre ospiti invitati per un tè con la torta, ma anche e soprattutto la scatola scenica in cui agiscono. Piena di oggetti, di dettagli, di elementi che creano lo spessore del contesto e dell'azione. Una vera quinta teatrale, che esattamente come una scenografia si costruisce in una sovrapposizione per strati. E da una quinta teatrale così ben disegnata è possibile ricostruire appunto l'azione in scena, ma anche la Weltanshauung di quella signora maiale nella sua dimora così piena di calore e di vita quotidiana. E a questo si connette la seconda grande bellezza del libro: la sottile ambiguità di fondo. In un contesto decisamente formale e tradizionale, Dorotea vive allegramente da single, o da vedova (con i maiali purtroppo spesso la famiglie si decimano. Soprattutto a Natale), e si spoglia nuda senza pudori, offrendo allo sguardo il suo didietro.


La sua maternità 'in solitario' non è subito percepibile, essendo il libro senza una parola, ma arriva a una seconda e più attenta lettura.


Bello, no?
Non c'è nessuno che la spiega, non c'è nessuno che dica come stanno le cose veramente. Da qui partirà nel lettore una personale ricerca di senso che, c'è da augurarselo, andrà nella direzione della complessità, piuttosto che non in quella dell'omologazione e dello stereotipo. 
Si dovrà temere il bando del titolo dalle biblioteche scolastiche e pubbliche di Venezia in nome e in ossequio della unica famiglia possibile: mamma, papà e giovane erede? Vedremo.

Carla

Noterella al margine. Tatjana Hauptmann, una illustratrice piena di talento che ha lo spirito di Ungerer e qui, visto che è il suo primo libro, un tratto che rende omaggio al tratto di Sendak, è ignorata al di qua delle Alpi. Un unico altro titolo, naturalmente fuori catalogo, è stato pubblicato nel 2003 da Fabbri e si tratta di un breve racconto di Irving (tratto da Vedova per un anno) che lei illustra magnificamente, senza mai venir meno alla suspense che lo innerva. Per i bibliofili: Un rumore come di uno che cerca di non fare rumore.

lunedì 10 giugno 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TUTTO È POSSIBILE, NELLE STORIE

Giovanna prende il treno, Kathrin Schärer,
LO Officina Libraria 2013


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"E' il principio di una storia? Gira la pagina, su,
così ti racconto di più. Un treno attraversa la campagna.
Un treno di vagoni pieno,
sulle rotaie senza freno,
e con cento scompartimenti almeno."

Nel primo scompartimento una mucca, nel secondo un cane e nel terzo una capretta e nel quarto?


Che sia pieno di viaggiatori un po' esotici lo si capisce subito. Quindi nessuno stupore se nel successivo scompartimento c'è un maialino, anzi una maialina. Appena disegnata dalla matita colorata dell'autrice. La storia fino a questo punto è ancora da terminare: i disegni sono schizzi e l'unica cosa colorata è la pelle rosa a macchie dell'insolita viaggiatrice. Ma appena si gira la pagina la storia decolla. La maialina ora è pronta per il suo viaggio. Si piazza davanti al finestrino e in sequenza cerca di sapere il suo nome, cerca di farsi disegnare un vestitino, cerca di non far succedere un guaio (e mandando indietro di una pagina il racconto si possono fare tali meraviglie), cerca di guardare nelle case lungo la ferrovia e cerca di fare amicizia con un dirimpettaio di treno...

Tutto è possibile, nelle storie. E ancor di più se la storia è ancora aperta, ovvero se la pagina è intesa come campo di scambio, di dialogo tra personaggio e autore.
In Giovanna va in treno la relazione tra chi scrive e disegna e chi agisce sul foglio è serratissima e anche piuttosto contrastata e vivace. Il divertimento di chi legge sta soprattutto nei dialoghi tra Giovanna, maialetta volitiva e la Schärer, scrittrice obbediente ma burlona.

I disegni della Schärer a me sono sempre piaciuti molto. Ne ho comprati parecchi di suoi libri nel corso delle diverse edizioni della Fiera di Bologna nello stand di Bajazzo. Sono libri e disegni molto tradizionali, colorati a pastello, ma li trovo spiritosi ed espressivi.

Sono storie di animali, trapiantati il più delle volte in ambiti tutti umani e comunque con problemi tutti umani. In particolare Giovanna va in treno appartiene alla categoria dei libri dialogati che sono piuttosto diffusi al momento: dialoghi tra personaggio e lettore, tra personaggio e autore/illustratore.
Rispetto al libro tedesco che comprai qualche anno fa, questa edizione italiana mostra una differenza che, a mio parere, si poteva anche evitare. Penso a quel gioco che attraversa tutti i dialoghi e che vede la maialina finire ogni frase con un sonoro Oink! Nell'edizione tedesca non c'è e io non ne ne sentivo la mancanza. Credo che il gioco sonoro abbia lo scopo di 'fare l'occhiolino' al lettore. Un'occasione per parlagli con una sorta di birignao che i bambini non si meritano. Ma in realtà quest'aggiunta ha il difetto di interrompere il serrato ritmo dei dialoghi che io trovo la cosa più divertente del libro. E, in qualità di lettrice ad alta voce, mi sarei voluta riservare il diritto di aggiungere eventuali suoni e versi; quando e dove a mia discrezione. E quindi, non se ne dispiacciano le traduttrici o l'editore, ma in direzione opposta e contraria, mi riservo il diritto di non leggerlo quel superflo OINK...

Carla

Noterella al margine. Un acuto osservatore potrebbe chiedersi perché Giovanna quando scrive sul finestrino il suo nome lo scriva in tedesco.La risposta la sapete...