Visualizzazione post con etichetta primi amori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta primi amori. Mostra tutti i post

lunedì 8 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL CITOFONO  

Il citofono. Sono Alice e amo una voce, Sara Piazza, dido 
Biancoenero 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"A un certo punto alzo gli occhi e vedo il citofono. Il citofono! 
Perché mi ci è voluto tutto questo tempo per arrivarci? Il citofono è esattamente quello che fa per me. Eccolo, il ponte nascosto verso l'esterno, una specie di buco per la serratura, per ascoltare senza essere visti né sentiti. 
Corro alla cornetta e con grande emozione la sgancio, curiosa di decifrare i suoni confusi che vengono da giù. 
Ogni rumore è interessante, come un indizio." 

Bloccata a casa dalla mononucleosi, Alice - che era in procinto di partire per il campeggio della parrocchia con la sua amica Lucrezia - vede sbriciolarsi la sua vacanza estiva. Finché c'è la febbre, deve restare chiusa in casa. Questa è la sentenza del medico. 
Il campeggio saltato, ma anche le successive due settimane al mare con i genitori sono in serio pericolo, e come se non bastasse, è stata affidata - dalle 9 alle 13 di ogni santo giorno - alla custodia della scontrosissima sorella maggiore diciottenne, Chiara. 
Alice cerca di dare un ritmo alle sue mattinate, ma obiettivamente il tempo non passa mai. Fino al momento in cui capisce che forse una soluzione alla sua noia potrebbe essere proprio il citofono: l'unico canale di comunicazione aperto verso l'esterno. Comincia così una sua esplorazione sonora dell'esterno, ma anche quella, dopo un paio di giorni, esaurisce il suo appeal, così Alice - ragazzina parecchio timida, ma determinata a far scorrere le sue giornate in modo dignitoso - decide di usare la sua voce come gancio che la tenga collegata con l'esterno che le è temporaneamente precluso. L'idea iniziale di recitare poesie a loop dà insperati frutti, tanto che davanti al suo portone si forma nel giro di pochissimo un piccolo ma entusiasta uditorio di vecchietti e vecchiette che ogni giorno dalle ore 9.30 alle ore 10, con puntualità assoluta, si riunisce intorno al suo citofono per ascoltare una o due delle Favole al telefono di Rodari, che con grande maestria Alice legge a voce alta. 
Al gruppo, improvvisamente e inaspettatamente, si aggiunge un uditore 'anomalo', ma altrettanto appassionato che, a lettura terminata e a vecchietti ormai andati, chiacchiera con lei: Tommaso un ragazzino suo coetaneo, la cui voce caratterizzata da una esse blesa, diventa per Alice come un bicchierone d'acqua quando si ha sete. 
Questa è l'estate indimenticabile di una ragazzina schiva che si innamora di una voce... 

Chissà se davvero a Sara Piazza l'idea è venuta pensando di giocare con il titolo di Rodari, Favole al telefono, e riconvertirlo in un più insolito Favole al citofono... E poi costruirci questa bella storia intorno... 
Una serie di cose mi paiono molto divertenti e, soprattutto, piacevolmente insolite. 
La prima è proprio il citofono: strumento ormai desueto che però in modo ostinato continua ad avere una sua residuale funzione e quindi a esistere - per i più ansiosi nella sua forma televisiva di videocitofono - accanto alle porte delle case di ciascuno. Sono rari quelli che ti passano a prendere e ti dicono, ti citofono e tu scendi. Molto più spesso ti senti dire: ti faccio uno squillo e tu scendi. 
La seconda è l'idea di passare del tempo ad ascoltare il mondo fuori, in un modo molto discreto, e nel contempo di provare a leggerlo con le orecchie. Altra esperienza insolita, quanto utile: imparare a leggere i suoni che ci circondano e che di solito tendiamo a ignorare. 
La terza è il passaggio successivo, ovvero quello di dare vita a delle letture condivise e di farlo in un modo del tutto imprevisto: attraverso un gracchiante citofono. 


La quarta è quella di mettere una ragazzina che ha del tempo a disposizione al servizio di una piccola comunità, ossia il gruppetto di vecchietti che gironzolano nel quartiere. E l'idea di metterla lì a leggere storie - seppure solo attraverso un citofono - mi pare vincente. Intendo dire, vincente in assoluto, nonostante l'insolito assortimento delle età dei partecipanti. Ho sempre pensato che mettersi a leggere ad alta voce da una panchina di un parco avrebbe avuto un effetto catalizzante e aggregante per quella popolazione che non ha grande premura e che fa dell'attenzione verso le piccolezze del quotidiano una necessaria occupazione: gli umarel della letteratura. 
La quinta è la deriva tenera che la storia a un certo punto prende. Sulla quale tacerei... 
Ma non posso esimermi dal dire, in assoluto accordo con Sara Piazza, che la voce rappresenta l'ottanta per cento del fascino di una persona (insieme alle mani, ma questo lo dico solo io).

Carla 

Noterella al margine: io, il libro che si 'beve' in un'ora, l'ho letto due volte, ma continua a rimanermi oscura la fine che fa la esse (effe) blesa di Tommafo...

mercoledì 3 giugno 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

KLINGE REGALA ALL’UMANITÀ DOMANDE DAVVERO INTRIGANTI 


La follia è quella condizione mentale che si può incontrare in alcune fasi della vita, magari si supera e si torna a una sana normalità, magari invece si conservano alcuni aspetti di quella modalità stramba di guardare le cose e le persone che possono risultare utili. Forse le fasi della vita in cui si è maggiormente disposti ad accettarla di buon grado sono l’adolescenza e la terza età, in modo certamente diverso: nel primo caso, la follia è uno stratagemma che può essere necessario al fine di distanziare un mondo (quello adulto) che non si vuole accettare come approdo inevitabile; nel secondo caso, per rimarcare una presunta superiorità a quello stesso mondo dal quale ci si sente esclusi e rifiutati. 
L’adolescente e l’anziano condividono uno spazio a latere, marginale, rispetto al quale inventano, progettano soluzioni e forme d’essere originali. Il primo rincorre un corpo che vorrebbe adulto e che fatica invece ancora a riconoscere; il secondo quel corpo cerca di superarlo in tutti i modi, cercando di dimenticarne i limiti di forza e di decoro. 


Sono tanti i libri per ragazzi che raccontano della spontanea complicità tra nonni e bambini, più rari sono quelli in cui l’affinità si instaura tra un anziano e un adolescente. Forse perché una relazione di questo tipo prevede la costruzione di una zona di convivenza decisamente più problematica, i due soggetti, infatti, mettono in campo forze ed energie che si sviluppano in direzioni imprevedibili. 
La scrittura allora deve fare leva su alcune qualità come il senso dell’ironia e dell’assurdo, portare all’estremo elementi comuni ma che, esasperati, diventano decisamente interessanti e aiutano a fare luce sulla quotidianità dall’aspetto altrimenti sbiadito. 


Il romanzo di Dita Zipfel, autrice tedesca molto amata in patria, mette in campo una ragazza quasi adolescente e un anziano con qualche rotella fuori posto. La giovane Lucie conosce l’uomo grazie a un suo annuncio in cui cercherebbe un dogsitter. Lucie sta cercando disperatamente di racimolare i soldi che le consentirebbero di andare a Berlino. Questa offerta di lavoro sembra perfetta e quindi si reca a casa dell’uomo per proporsi. Peccato che poi questo cane a cui l’annuncio faceva riferimento in realtà non esista e che l’uomo anziano abbia cercato solo qualcuno disposto a trascrivere le sue ricette. 
Klinge, così si chiama l’uomo, appare da subito una persona fuori dal comune, tratta Lucie in maniera sgarbata, si ostina a chiamarla “ragazzina” e non con il suo nome, perché lei dovrebbe sceglierne un altro e non accontentarsi di quello che i genitori hanno deciso per lei. È convinto che ci sia qualcuno lo stia segretamente seguendo e spiando per rubargli quelle ricette; lui ritiene in realtà pozioni magiche. 


Lucie, dopo un’iniziale perplessità, accetta l’incarico (non fosse altro perché non ha un’alternativa); è certa di trovarsi di fronte una persona che lei deve semplicemente assecondare e accontentare nelle richieste a volte bizzarre. Ma sebbene dimostri di essere una ragazza assolutamente giudiziosa e che procede cercando di comprendere tutto della vita riducendo ogni situazione a uno schema chiaro e inoppugnabile, le follie di Klinge finiscono per coinvolgerla realmente. Così, messa a conoscenza delle proprietà di quello che sembra essere un pomodoro in barattolo, ma che Klinge sostiene trattarsi di un cuore di drago, Lucie deciderà di sottrarlo all’uomo e di utilizzarlo come base per una pozione magica che faccia innamorare di sé il ragazzo più corteggiato della classe. 
Ovviamente le cose prenderanno un’altra piega e di qui in avanti gli eventi ai quali assistiamo hanno dell’assurdo e vengono raccontati in prima persona da Lucie in modo da risultare comunque plausibili e giustificabili. Lucie abita alternativamente il mondo di Klinge fatto di draghi e fenici, di cospirazioni e inseguimenti segreti, e quello della sua famiglia sulla quale si infrange tutta la sua fragilità e rabbia. 
Ha una madre gentile e premurosa che ha però compiuto agli occhi di sua figlia l’errore di unirsi a un uomo insopportabile che non riesce in nessun modo a collimare con il resto della famiglia. C’è poi un fratello che sta crescendo e con il quale Lucie non riesce più a trovare la stessa complicità di un tempo. Rispetto al contesto familiare, quello del folle creatore di pozioni magiche, appare un mondo non solo più divertente, ma sicuramente più facile da accogliere, nonostante conservi margini oscuri e indecifrabili. 
Ed è qui il nocciolo della questione: per capire il mondo cosa occorre in fondo? Un approccio analitico e deduttivo, che è quello di cui Lucie è naturalmente dotata (costruisce facilmente griglie ed elenchi che sintetizzano pregi e difetti di ognuno) e che sicuramente rappresenta un approdo rassicurante; o piuttosto qualcosa che dal reale invece è completamente sganciato e che soprattutto non ha alcuna pretesa di esaurirlo in una descrizione o in precise soluzioni? 


Il mondo di Klinge e quello di Michi, compagno della madre, mieloso, sdolcinato, appiccicoso, falsamente accogliente, sono entrambi agli antipodi di quello al quale Lucie è ancorata. Lei compirà il grande passo di riuscire a guardarli da lontano, godendo dell’eredità di cui ognuno di loro riesce a farle dono, quando ammetterà che possa esserci anche nel secondo un po’ della follia presente nel primo. E dunque quando riconoscerà che esistono le sfumature e non solo i bianchi e neri. È quello che la maggior parte degli adolescenti fatica a vedere. 
Il racconto di questa crescita è affidato a una scrittura sempre molto misurata che fa dell’ironia la sua nota più evidente, supportata non poco dalle felici illustrazioni di Rán Flygenring: bicromatiche, dal forte gusto grafico, anch’esse sintetiche e sicuramente divertenti, non costituiscono solo un rinforzo, ma spesso accolgono parti di testo, come fossero pagine di un diario della protagonista. La scrittura in prima persona e le illustrazioni proposte come disegni della stessa protagonista contribuiscono a conferire a questo romanzo il sapore di una confessione leggera ma mai banale, di una confidenza sincera e in alcuni casi timorosa, come quella di chi fatica a riconoscersi ma non per questo rinuncia a prendersi anche un po’ in giro. 
Una storia che ragazze e ragazzi a partire dai 10 anni troveranno divertente e stimolante. 

Teodosia 

Come la follia mi ha spiegato il mondo, Dita Zipfel, Rán Flygenring, (trad. Claudia Valentini), Rizzoli 2026 


mercoledì 11 marzo 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL MOSTRO E LA STELLA
 

Sirio è una ragazzina di 12 anni, ha un nome da maschio il cui significato ha ignorato fino ad ora. Il mistero di questo nome è tutt’uno con quello di un padre mai incontrato, del quale sente rabbiosamente la mancanza, un padre che viene continuamente evocato, ogni volta immaginato con un’identità diversa. Sì, perché Sirio ha una grande inventiva, diciamo pure che ha una particolare abilità nel confezionare bugie, il più delle volte utilizzate per raggiungere scopi precisi. Ha un carattere deciso, tanto che nella banda costituita da una manciata di ragazzetti, lei è indiscutibilmente il capo! Le bande si compongono e si fronteggiano tra di loro, e le ragioni per cui una banda si costituisce è perché ti permette di fare esattamente le cose che faresti, ma in compagnia, ha una forza maggiore e le contese diventano spesso lo scopo di lunghe e vuote giornate in un piccolo paese quale è Fiesole. 
Ma questo è vero fino a quando, il 3 settembre del 1943, non viene firmato l’armistizio. Fino a quel momento la guerra è stata un racconto o una serie di notizie che hanno scalfito solo in minima parte la spensieratezza di questi ragazzi, ma lo scenario cambia completamente e anche Fiesole smette di essere un luogo sicuro e tranquillo, per essere raggiunto dai fatti e dalle persone direttamente collegate al conflitto. Si apre così una cesura importante, tra un tempo che aveva tutte le caratteristiche e la leggerezza dell’infanzia, e un altro in cui anche ai più piccoli viene di fatto imposto di crescere, di guardare il presente e soprattutto di cominciare a farsi delle domande. 
Un incontro decisivo sembra mostrare ai ragazzi l’impossibilità di essere ancora bambini e soprattutto di credere che ci siano dei valori eterni e non negoziabili. La storia, con le sue contraddizioni laceranti, si presenta con le vesti di un soldato gravemente ferito, che Sirio e Giovacchino (suo piccolo e fedele compare) trovano in un castello situato nel folto di un bosco. 
Sono convinti che si tratti di un soldato inglese e, come tale, amico. Sirio scopre in un secondo momento che si tratta invece di un tedesco e questo la pone di fronte a un grande dilemma: continuare a prendersi cura di lui o abbandonarlo ad un destino di morte certa? È lecito anche solo porsi una domanda del genere o la vita umana va custodita e preservata in ogni caso? Sirio è naturalmente e spontaneamente convinta di quest’ultimo assunto, soprattutto non comprende (ancora) perché la guerra, che sta travolgendo ogni aspetto della vita, debba insinuare dubbi di questa natura e impedirle di prendere una decisione che lei reputa inevitabile. 
Il soldato ferito viene chiamato Il mostro, perché nel momento in cui viene ritrovato le sue condizioni sono molto critiche, vittima di un pesante pestaggio, l’uomo viene scambiato da Giovacchino per una creatura mostruosa e tale rimarrà nei racconti e nei riferimenti, anche quando sarà guarito e avrà ritrovato un aspetto umano. 
La scelta di non attribuirgli un nome diverso da quello di mostro conferisce un tono spaventoso alla relazione che Sirio costruisce pian piano con lui e l’esposizione dei fatti non manca mai di generare nel lettore uno stato di inquietudine mai sedata, come se fossimo sempre in attesa che la natura non umana di questa creatura venga prima o poi a galla. Oltretutto l’uomo non pronuncia alcuna parola, né in italiano, né nella sua lingua d’origine, e non sembra compiere alcuno sforzo per comunicare, tanto che sorge il sospetto che oltre che la parola, abbia perso la memoria. 
Il nodo del romanzo è tutto in questa questione che Nicoletta Verna non risolve nel modo più scontato, apparecchiando la tavola con valori chiari e facilitando così lo schieramento del lettore. Neanche la scelta della vita è la più scontata in tempo di guerra, semplicemente perché le tracce di umanità si fanno sempre più rare e il modo in cui occorre guardare al presente è tutto cambiato. La presa di coscienza del mondo, ma soprattutto del contributo determinante che si può fornire perché cambi in una direzione piuttosto che in un’altra, segna la svolta più importante nella vita di Sirio e di tutti i suoi giovani amici. Non più gruppo unico di vite che attendono la fine della giornata come un dono certo e dovuto, ma soggetti distinti e in grado di assumersi la responsabilità di una scelta, anche quando questa provoca delle conseguenze dolorose. 
L’impegno che Sirio, sola, decide di riservare alla guarigione dell’uomo le permette di rivendicare una sua autonomia e differenza rispetto a Dante, ragazzo più grande di lei, appartenente a una famiglia esposta politicamente e che ha nutrito l’educazione del ragazzo di una serie di valori che hanno poi determinato la sua naturale scelta di campo. Sirio è molto attratta da lui, ma la loro relazione è burrascosa, perché la costruzione di un’identità per la ragazza è il frutto di un percorso molto più difficile; lei parte da un contesto aspro e rude. L’approdo a un pensiero, a una convinzione, per lei sarà scelta totale e priva di compromessi: si dedicherà interamente e da sola alla salvezza del soldato, così come sarà completamente presa dalla realizzazione di una vendetta che, sola, può riscattare il suo errore. In uno scenario fosco e drammatico come quello di una guerra la luce non scompare del tutto, ma viene cercata con grande desiderio e trovata in piccoli ma preziosi momenti. La luce è quella delle stelle (Sirio scopre le stelle grazie al casuale incontro con una giovanissima Margherita Hack) che mute e imperturbabili in cielo assistono allo scempio umano e nutrono i sogni di pace. La luce è anche quella degli affetti sinceri, degli abbracci rassicuranti di una madre e di quelli forti come un terremoto di un nuovo amore. 
Nicoletta Vera ha costruito con questo romanzo una storia avvincente e un personaggio che difficilmente sarà dimenticato. 

Teodosia 

L’inverno delle stelle di Nicoletta Verna, Rizzoli 2025 


mercoledì 9 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’AMICA MIGLIORE DI TUTTE


“Non ci saremmo mai dimenticate l’una dell’altra ovvio, ma la mancanza si sarebbe affievolita e le cose non sarebbero mai tornate come prima, perché quel periodo era finito.” 

Marie ha concluso la scuola primaria, l’aspetta un nuovo ciclo che coinciderà anche con un trasloco in un’altra città, sua madre infatti per ragioni lavorative si sposta con la famiglia in un paese in fase di costruzione e per l’esattezza in un quartiere in cui molti lotti di case sono ancora da realizzare e gli abitanti attendono anche la costruzione di un primo supermercato. 
La prospettiva di un cambiamento di vita così importante spaventa Marie soprattutto perché significa allontanarsi dalla sua migliore amica, Zoe, con la quale ha condiviso fino ad ora giochi e pensieri da quando erano alla scuola di infanzia. Zoe per lei è la migliore amica quasi sorella, per lei che non ne possiede una di sangue. 
Ma la frustrazione e la tristezza per questo distacco forzato sembrano essere presto dimenticati quando Marie conosce un’altra ragazzina poco più grande di lei, Yente, che abita a pochi passi dalla sua nuova abitazione e che dimostra sin da subito di possedere una personalità molto diversa da quella di Zoe; il rapporto che instaurerà con Marie sarà turbolento, laddove quello con l’altra amica era segnato da momenti soprattutto di condivisione e gioco sereno. D’altro canto tra le due ragazzine ci sono tre anni di differenza che in questo momento della vita possono essere davvero tanti: se da un lato si vive ancora molto forte il desiderio del gioco scanzonato e sfrenato, dall’altro l’affacciarsi di nuove inquietudini e curiosità possono compromettere la tenuta di un rapporto. 
Yente è intrepida e coinvolge Marie in situazioni e giochi spesso anche molto pericolosi, il suo rapporto con i genitori è burrascoso e gli adulti si trovano nella difficile situazione di contenere una ragazzina vulcanica che spesso è preda di crisi di rabbia e accetta mal volentieri qualsiasi tipo di regole e limitazioni. Marie di contro proviene da un contesto familiare completamente diverso, i suoi genitori non si sono mai arrabbiati, lei si è sempre dimostrata attenta e rispettosa. Eppure la ragazzina minuta e dallo sguardo tagliente esercita sulla protagonista una forte attrazione. La relazione che si instaura è tutt’altro che rassicurante, Marie è continuamente messa alla prova, tanto che in più di un’occasione si chiede se debba continuare ad incontrarla. Ma i pomeriggi trascorsi in giochi e corse a perdifiato hanno tramutato un’estate che si prevedeva noiosa e vuota in una vacanza entusiasmante, Marie non riesce ad allontanare quella che è diventata di fatto la sua nuova migliore amica. Ma fino a quando questo avviene nei limiti della loro relazione esclusiva Marie non ne assume consapevolezza e i turbamenti vissuti vengono presto dimenticati e soppiantati da altri di grande allegria. 
Tutto cambia quando il cerchio del gioco si allarga, quando non sono più due bambine a confrontarsi con i fumetti e le caramelle consumate in una buca di esclusiva conoscenza e frequentazione. I nascondigli, che in infanzia rappresentano il baluardo contro il mondo esterno e rispetto al quale delimitano i confini di un tempo e di una vita speciale e fantastica, perdono completamente la loro eccezionalità quando vengono violati e una buca allora torna a essere semplicemente una zona scavata nel terreno che può essere svelata e aperta a tutti. 
Il patto tra amici si rompe, il mondo esterno irrompe gli amici non bastano più a sé stessi. 
L’equilibrio perfetto del gioco si incrina e allora per la prima volta si soffre davanti a un tradimento e l’esclusività di una relazione non è più possibile. Yente è una ragazzina inquieta, per sua natura instabile e che ora si affaccia su un momento della vita che di per sé coincide con la riscrittura della propria persona. E così oscilla tra un mondo infantile rappresentato da Marie (i giochi, le confidenze ingenue) e uno in cui vorrebbe riconoscersi come grande e frequentare anche ragazzi che la considerino come tale.
La sua irruenza non le consente trapassi morbidi, ma solo strattoni improvvisi che creano subbuglio e sofferenza. Ha bisogno di rilanciare continuamente la sfida, non abbassa mai la guardia. 
Sebbene questo personaggio riesca a coinvolgere il lettore e a tenere alta la tensione rispetto a quello che deciderà di fare e o di dire, la qualità più alta della scrittura di Enne Koens mi pare si misuri proprio nell’escludere qualsiasi forma di psicologismo. In un altro tipo di romanzo probabilmente assisteremmo a descrizioni che prendendo per mano il lettore con l’esplicito intento di condurlo verso una riflessione (commiserata) delle inquietudini adolescenziali rispetto alle quali val bene godersi le spiegazioni che in qualche modo vanno per la maggiore al momento.
Niente di tutto questo invece in un romanzo nel quale lo sguardo e la valutazione di un adulto riesce a tenersi a debita distanza, accostandosi e misurandosi invece con quello della protagonista che è stata opportunamente pensata più giovane dell’altra di qualche anno, giusto quello che occorre per godere di una fascinazione inevitabile e al contempo di una complicità ancora possibile. 
L’argomento affrontato è delicato e non esclude nella sua narrazione anche aspetti meno superficiali, tuttavia sceglie di rimanere un passo indietro rispetto a qualsiasi discorso conclusivo e lasciando invece al lettore il grande piacere di assistere a una costruzione della storia lacunosa nel senso buono del termine. 
 

Vale la pena annotare anche una scelta non comune, quella cioè di inserire un breve componimento in versi a introdurre ognuna delle tre parti in cui il romanzo è diviso che, stampata su una pagina di colore giallo (unico colore oltre al grigio), apre il sipario sul racconto di un’estate della quale introduce gli aspetti salienti senza anticiparne alcuno. Romanzo che farà piacevolmente compagnia a lettrici e lettori a partire dai dieci anni. 

Teodosia 

"Quell’estate con Yente" Enne Koens, Maartje Kuiper, (trad. Olga Amagliani), Camelozampa 2025 

lunedì 29 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LESSICO FAMIGLIARE 

Quattro sorelle. Enid, Malika Ferdjoukh (trad. Chiara Carminati) 
Pension Lepic 2021 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Per legge, zia Lucrezia era la loro tutrice, insieme a Charlie. Era stata una decisione del giudice, alla morte dei loro genitori: aveva ritenuto che fosse una responsabilità troppo pesante da addossare solo alla sorella maggiore. In pratica, questo si traduceva in un assegno di zia Lucrezia una volta al mese e in una sua visita una volta ogni morte di papa. Una soluzione che andava bene a tutti. 
Quando Geneviève riattaccò, dopo numerosi ringraziamenti, scoppiarono tutte in una risata che sembrava un nitrito. Era, però, una risata forzata. Troppo esagerata per essere gioiosa, troppo forte per non nascondere un dolore più forte ancora." 

Le cinque sorelle Verdelaine, orfane dei genitori persi in un incidente d'auto diciannove mesi prima, vivono tutte insieme nella loro casa di famiglia, Vill'Hervé, un grande edificio isolato, a un passo da una falesia sull'Atlantico. 
Charlie, all'anagrafe Charlotte, ha ventitré anni ed è l'unica ad avere un lavoro presso un laboratorio farmaceutico. Ed è anche l'unica ad avere un fidanzato, Basile 29 anni, medico timido. Geneviève, per quanto i suoi impegni glielo permettono, dà il suo grande contributo nella gestione della casa, mentre le altre Hortense, quindici anni, Bettina tredici e Enid, appena nove passano le loro giornate tra la scuola, le amiche e i primi innamoramenti, la lettura e scrittura, gli scoiattoli e i pipistrelli. 
Sebbene diversissime tra loro per indole, tutte loro hanno un segreto che le accomuna: tutte chiacchierano con i fantasmi dei genitori. Poche battute ogni tanto, quando loro gli compaiono davanti... 
Questa è la loro magnifica storia che ruota inevitabilmente intorno a quelle potenti quattro mura che sono il loro baluardo di appartenenza: sono casa. 
Questa è la storia di cinque caratteri principali e vari comprimari, il loro lessico famigliare, le loro relazioni interpersonali. Qui basti sapere che è un vero piacere fare la loro conoscenza. 

Nel 2003 Malika Ferdjoukh racconta una porzione della loro vita, dedicando il titolo dei 4 volumi in sequenza a ciascuna di loro: Enid, Hortense, Bettina e, ultima, Genèvieve. Per ognuna di loro una stagione (alla quinta sorella nessuna mezza stagione). 
A turno, capita che la sorella nel titolo si trovi quindi sotto una luce leggermente più intensa delle altre, ma è roba di poco. Come sarebbe anche nella vita vera, le cinque Verdelaine costituiscono un gruppo inscindibile, sotto molti punti di vista. Charlie è l'unica a non avere un volume che porti il suo nome, ma c'è sempre. Fortunatamente per loro e per noi. 
Ad arrivare in Italia i quattro romanzi impiegano quasi vent'anni, infatti Pension Lepic li pubblica tra il 2021 e il 2022, credendoci moltissimo. 
Cerca una traduzione che gli renda merito, e la trova nella penna felice di Chiara Carminati. E un bravo illustratore che fa centro con le quattro copertine. Al suo amato mare non rinuncia ma lo mette solo in quarta: davanti mette sempre lei, la Vill'Hervé, in quattro stagioni diverse, appunto. 
Luca Tagliafico molto saggiamente la considera come fulcro narrativo delle quattro storie. Tutto passa attraverso quelle porte, finestre e scale... 
A riscuotere successo, a giudicare dai timbri dei prestiti in biblioteca, parrebbe sopratutto Enid che ha la fortuna di essere la prima a comparire sulla scena editoriale. 
Le ragioni di Pension Lepic sono molto condivisibili. 
La prima: Malika Ferdjoukh, nonstante abbia scritto cose sempre molto convincenti, finora in Italia non aveva trovato un editore che l'avesse trattata come un personale fiore all'occhiello da mostrare nel catalogo dei titoli pubblicati. Pension Lepic decide di farlo. 
La seconda: la letteratura d'Oltralpe, Lepic scommette su quella francese, almeno la narrativa per i ragazzi, sta qualche passetto avanti rispetto alla nostra, che si districa tra alcuni grandi talenti ed eccellenze, ma anche tra tanto artigianato, talvolta un po' mediocre. 
La terza, invece, ha a che fare con questa storia in particolare. L'idea che una prospettiva del genere - un romanzo che racconti la storia di fratelli/sorelle orfani e soli al mondo - sia un plot vincente. Peraltro ne sono prova provata tanti altri fulgidi esempi. E forse Lepic questo lo sa.
Alcuni dei questi esempi, per certi versi, stupiscono per sovrapponibilità. 
in verità, quando uscì Quattro sorelle.Enid tutti pensarono alle sorelle March della Alcott. Facile, direi quasi banale, il confronto. 
Ma, a ben vedere, c'è ben di più che irrobustisce l'idea di partenza dei quattro romanzi della Ferdjoukh. 
Primo fra tutti, l'indimenticabile Oh, Boy! Anche lì (nel 2000) famiglia azzerata già in partenza e questi piccoli fratelli che al momento di chiaro hanno solo l'intento di non voler essere separati e cercano di fare squadra. La penna felicissima della Murail fece il resto. 
E, a onor del vero, va detto che le due scritture, quella di Murail e quella di Ferdjoukh (il discorso sulla narrativa d'Oltralpe non era dettato da una malcelata esterofilia), si assomigliano parecchio, in quel loro saper essere comiche e commoventi a distanza di poche battute. 
Entrambe sanno essere lievi nel racconto dei fatti e profondissime nelle riflessioni che nascono nelle teste dei loro personaggi. Entrambe sanno stare in silenzio, quando non c'è alcun bisogno di spiegare, entrambe sospendono i loro giudizi e non danno soluzioni. Entrambe sanno dare spessore ai loro personaggi attraverso la famosa regola: Don't tell, show. Infatti entrambe sono eccellenti creatrici di trame e costruttrici di intrecci. 
Orfanezza, fratelli o sorelle, la casa come perno: mi vengono in mente grandi romanzi: Nove braccia spalancate (ed. originale 2004), Hotel Grande A (ed. originale 2014), come pure La casa di Pine Island (ed. originale 2020), quest'ultimo con somiglianze belle forti, anche se non il migliore di Polly Horvath.
Fino a qui le affinità. Ma esistono anche due caratteri che mi paiono del tutto originali, e spettano alla sola Malika Ferdjoukh. 
Il primo: lei è una grande amante dei fantasmi. E l'argomento le è così congeniale che quando può ce ne infila qualcuno...
In Quattro sorelle. Enid  ce ne sono vari, ma i migliori sono quelli di mamma e papà. Malika Ferdjoukh ha saputo giocare, e rendere assolutamente normale, a tratti anche divertente, la relazione tra questi genitori e le loro figlie. Bella chiave per sdrammatizzare. La loro presenza 'fantasmatica', i brevi dialoghi e incontri con le figlie (nessuna delle cinque lo confessa alle altre e quindi pensa di essere l'unica a ricevere le loro visite) e genitori sono righe di pura bellezza. 
Leggere per credere. 
E secondo carattere peculiare: la sua abilità sottile nel non voler troppo definire un preciso momento storico in cui ambientare la storia. 
A tratti, davvero sembra di essere in un romanzo dell'Ottocento (complice anche il formato?) con personaggi che potrebbero essere ottocenteschi, che si muovono in un contesto che a tratti lo potrebbe essere e poi entrano in scena oggetti o situazioni che riattualizzano il tutto al contemporaneo. Ma questa sapiente nebbiolina da brughiera e da falesia che avvolge tutto ha il merito di rendere ancora più universali personaggi e storia in sé. 
Di nuovo, leggere per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Complice forse il tipo di lavoro che faccio, complice una mia attenzione maggiore quando si parla di cibo, sono inciampata in quella che a me parrebbe essere una bella svista. Ho verificato anche nell'edizione francese ed effettivamente compare fin dall'originale... Ma a quanto pare, tutti quelli che a vario titolo hanno lavorato sul testo, e quelli che l'hanno letto, non l'hanno notata o hanno preferito soprassedere...
Per me può anche partire un contest: tra pag. 66 a pag, 70, è lì.

giovedì 2 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A CHE PENSI?

La vita comincia alle medie 1.Caterina
, Alice Butaud, Lisa Chetteau, 
(trad. Silvia Turato) 
La nuova Frontiera Junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"A lasciare le elementari ci sono anche dei vantaggi come quello della mensa. Prima avevi il tuo piatto e basta. Se non ti piaceva qualcosa, peggio per te, ti attaccavi e ti tenevi la fame per il resto della giornata. Adesso quelli della mensa ci lasciano scegliere, possiamo prendere più di questo e niente di quello. E' una cosa che ti cambia la vita. La prima media è come entrare in un mondo dove spetta a te la scelta. Non è che sia proprio la rivoluzione, è solo l'anticamera, una specie di sala d'attesa. Hai un assaggio di cosa significa essere una persona ed essere considerata come tale, con libero arbitrio sulle patatine fritte o i fagioli." 

L'altra grande novità è l'estinzione della cartella. Alle medie, solo zaini. 
Le medie sono un'altra cosa. 
A Caterina, appena arrivata nella nuova scuola, con i suoi amici - la Banda dei Tonni - e tra questi Esther, la sua miglior amica da sempre, la vita sta cambiando parecchio. Non ultimo per il fatto che le è appena nato un fratello, Jonas che, come tutti i neonati, conosce bene come catalizzare su di sé tutta l'attenzione in casa. Madre e padre sono sfiniti dalle molte notti insonni, dalle pappe, dai rigurgiti, dai cambi di pannolino andati male e dai molti pianti inspiegabili del bebè. I due non hanno molte energie residue da dedicare alla primogenita, Cat, tuttavia a con quel fil di voce che ancora dimostrano di avere, non smettono di chiederle "a che pensi?" e soprattutto le ribadiscono che per lei l'autonomia, e una sua vita privata, arriverà solo a quindici anni: fino a quel momento saranno loro a vegliare su di lei, senza darle la password per poter usare il computer. 
Ma tutto questo è prima. Prima di scoprire che nella nuova scuola c'è Azamat, che nella vita può essere utile mentire ma soprattutto prima di ricevere in regalo dalla signora More, ospite della casa di riposo Gli Amaranti, dove da due mesi anche i suoi nonni soggiornano felicemente, un brutto cappello piuttosto dotato. E solo per essersi finta sua nipote Yolanda con il fine di salvarla da una noiosa lezione di tango... 

George Saunders ha elaborato una interessante teoria riguardo a quello che succede nella nostra testa quando leggiamo. 
Detto in parole molto povere, la nostra mente mentre scorriamo una storia sulle pagine di un libro si barcamena in un continuo trattare tra il nostro esserci dentro e il nostro sentirci fuori, tra l'essere coinvolti e l'essere espulsi. Ossia, più e più volte capita di leggere un frammento di un testo che ci convince a tal punto dal venire percepito come una acquisizione (vuoi per immedesimazione, vuoi perché dice meglio ciò che noi abbiamo in mente ma in una forma più confusa, vuoi...) e altrettanto può capitare di leggere parti in cui siamo noi a sentirci respinti (vuoi perché lo troviamo quel prevedibile, vuoi retorico, vuoi...). Insomma, siamo sempre lì in questo curioso meccanismo per cui durante la lettura non facciamo altro che riempire una borsa ideale di crediti e poi la svuotiamo in nome di debiti che l'autore contrae con noi. 
Alla fine della lettura, se ci siamo sentiti coinvolti e convinti, succede che quel libro entra nel nostro cuore o quanto meno nella nostra biblioteca ideale. Ma a ben vedere in questa continua trattativa la cosa che si scopre è il nostro profilo personale di lettori. Guardando quello che ci convince, capiamo chi siamo. Ma questa è un'altra questione. 
Invece, a proposito di convincimento, mi vengono in mente le parole di Gottschall nel suo ultimo libro Il lato oscuro delle storie, dove tutto converge su un unico punto: noi scriviamo e raccontiamo storie per convincere gli altri. Come al solito, per me il suo pensiero è inoppugnabile. 
Tutto questo pippone teorico è per dire che La vita comincia alle medie mi ha convinto e coinvolto, ovvero nel leggerlo ho guadagnato più di quanto invece io possa aver perso. Infatti ne scrivo. 
Volendo dare concretezza al ragionamento di Saunders e un po' anche a quello di Gottschall forse sarebbe utile mettere in elenco i punti in cui mi sono detta: sì, mi hai convinto, è proprio così. Insomma annotare qui di seguito ciò che mi è piaciuto e che quindi vorrei sostenere. Per convincere gli altri. 
Il primo su tutti: l'elogio della bugia. Se ne trovano di vario tipo e anche i mentitori sono di diverso genere. Per esempio, la signora More è una mentitrice professionista: per non partecipare alle attività sociali della casa di riposo, si inventa una nipote fittizia, Yolanda. Di conseguenza mente anche Cat, impersonando Yolanda. Lei stessa ammette, a proposito: "Personalmente non ho nessun problema con le bugie. Sono come il lievito in una torta. Ne metti un po' per far gonfiare la pasta. Senza bugie la vita sarebbe piatta." Mentono, complici, anche i suoi nonni, alla grandissima. 
 Il secondo: l'elogio del candore, ovvero quella dote che hanno quelle poche persone che credono, a prescindere. Una "ingenuità" che non dubiterebbe mai di un mago o di una veggente o ancora, aggiungo io, che "sa" che i pupazzi sono creature viventi (cfr. il teorema del peluche di Chiara Valerio). 
Appartiene allo stesso candore dell'infanzia (e non solo) quel gioco che Cat fa con se stessa in cerca della prova provata che Azamat la ama: "Se papà si sta lavando i denti quando entro in bagno, allora Azamat mi ama. Se mamma è ancora in pigiama, allora Azamat mi ama. Se Jonas ha sporcato il pannolino, allora Azamat mi ama..." E via andare. 
Il terzo: il lessico famigliare. Per esempio, il gioco che padre e figlia fanno in macchina: "E se non tornassimo a casa?" risposta "E per andare dove?" O ancora, la "carezza colpevole": un genitore dice qualcosa di poco carino a un figlio e poi lo accarezza per farsi perdonare. O ancora, la domanda di una madre, che dovrebbe funzionare come passepartout: "A che pensi?" 
Il quarto: la teoria estetica secondo cui "il bello è già stato di moda. Adesso va il brutto". Secondo detta teoria tutto è molto più comodo perché qualcosa di brutto lo riconosci all'istante. Sul brutto non ci si arrovella nel dubbio, sul bello, sì. Moltissimo. 
Il quinto, complice Baudelaire: "La bellezza è sempre strana". "Non c'è bellezza banale, altrimenti non è vera bellezza." E per rimanere nello stesso ambito, per disegnare, bisogna "guardare tanto prima". 
Il sesto, quello in cui si vede con chiarezza quanto un piccolo che sta diventando grande abbia tutti gli strumenti per mandare a zampe all'aria un genitore. Questo succede per esempio a p. 124... 
Il settimo: come montare un muso nei confronti di un amico e come cercare di uscirne, annaspando. 
A parte questi sette motivi, per convincervi ancora di più, segnalo un piccolo gioiello dell'assurdo, che luccica nel dialogo delirante tra un lattante e sua sorella, a proposito della parola nessuno... 
Degno del miglior Ionesco. 

Carla

lunedì 26 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TRA CHATTARE E INTRECCIARE

Il nostro piccolo paradiso, Marianne Kaurin (trad. Lucia Barni) 
La Nuova Frontiera Junior 2023 




NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Vilmer sarà forse il vicino di casa più irritante del mondo, ma se è da un pezzo che sei reclusa in casa, non puoi fare troppo la schizzinosa. Inoltre sembra davvero stupido e buffo mentre danza tutt'intorno sull'asfalto del cortile più brutto della Norvegia. Tiro fuori il telefonino dalla tasca. Cerco il messaggio ricevuto, da un numero sconosciuto, dal ragazzo che sta ancora ballando nella notte estiva, e gli rispondo. 'Niente Tropici' scrivo e osservo dalla finestra cosa succede. Lui interrompe il suo ballo, prende il telefono. Guarda verso di me. E sento un bip. 'Ci vediamo domani?' c'è scritto sul mio schermo." 

Cosa è successo prima. Ultimo giorno di scuola. Arriva un nuovo compagno di classe. Riccioli, grandi occhi, incisivo storto e maglietta improbabile. Ina lo guarda: non è il suo tipo. Troppo sfigato. 
La prof, prima di chiudere l'anno scolastico, chiede a tutti quali saranno le mete delle loro vacanze: fioccano nomi di luoghi esotici e da sogno. Solo lui, il nuovo arrivato che si chiama Vilmer, dichiara di restare a casa perché suo padre è in bolletta. 
In verità anche Ina non andrà in vacanza, perché anche sua madre è al momento disoccupata, ma lei, che patisce la pressione sociale esercitata in particolare da due sue compagne, sfodera una balla dell'ultimo minuto: andrà con sua madre ai Tropici. 
Ora, la sorte vuole che Ina e Vilmer abitino nello stesso grande condominio Trine, con scale che arrivano fino alla lettera J... Vista la sua bugia, a Ina tocca passare le sue giornate tappata in casa per paura di essere scoperta, ma Vilmer, complice la vicinanza, un giorno la vede e capisce che forse i Tropici non è proprio il posto dove lei sta trascorrendo le sue vacanze. 
Questa è la storia della loro vacanza ai Tropici, che effettivamente non sono una località precisa ma piuttosto un luogo in cui ci sia sabbia, una piscina, un lounge bar e tramonti mozzafiato. E si trovi a Sud. 
Forse per quei due, i loro personalissimi Tropici sono anche molto di più: uno stato dell'anima. 
Questo, almeno fino al momento in cui qualcuno non decida di indagare....

Almeno tre sono le questioni che questo libro norvegese, tradotto ovunque e pluripremiato anche con il Deutscher Jugendliteraturpreis nel 2021, mette nero su bianco. 
La prima, decisamente la meno scontata e la più felice anche in senso letterario, è il grande 'progetto' di questi due ragazzini che non vanno in vacanza. 
Pieni di bellezza e tenerezza gli esiti cui porta. 
La seconda, non esattamente una novità nella letteratura rivolta ai più giovani, ruota intorno a una questione centrale: la pressione che ogni persona avverte su di sé da parte del prossimo. In questo caso appare declinata in un contesto in cui ragazzi e ragazze dodicenni, più o meno consapevolmente, la esercitano e la subiscono giorno dopo giorno. Soprattutto tra i banchi di scuola. Va da sé che la storia metta davanti ai lettori la grande domanda: qual è il prezzo che si è disposti a pagare per essere accettati dagli altri? 
La terza, a quest'ultima strettamente connessa, è la questione della comunicazione virtuale. Che è tale nelle sue forme, ma diventa reale nel momento in cui è l'unico canale attraverso cui testimoniare la propria esistenza in vita. E anche in questo caso le procedure per rendersi visibili, per sentirsi vincenti hanno un costo. Spesso alto. 
Salvo poi, leggere tra le righe, che alla resa dei conti tutto quello che passa per la finzione, finzione resta. 
A stravincere sulla distanza non sono le chat, ma le dita intrecciate. 
Tra loro molto diversi, Ina e Vilmer nuotano in queste acque. 
Rispetto a tutti gli altri personaggi di contorno, che forse appaiono troppo semplificati nel loro ruolo, Ina e Vilmer sono un'altra cosa.
Tra loro molto diversi: soprattutto nella percezione del mondo che li circonda, e soprattutto diversamente permeabili nei confronti dell'esterno. 
Forse per storia personale, o forse più semplicemente per carattere, tra Ina e Vilmer c'è una grande differenza nelle modalità scelte per restare a galla. 
Ina è in cerca di affermazione e di successo e pensa che per ottenerlo, anche a costo di mentire, debba entrare a far parte del gruppo dei 'vincenti'. Mente a scuola, ma mente anche a sua madre, facendole credere che è una ragazzina con una vita sociale dignitosa. Non vede altre vie. 
Al contrario, Vilmer della sua condizione non fa mistero e cerca soluzioni personali che possa poi gestire senza nascondersi o mostrarsi per quello che non è. 
Quindi di fronte a un'estate a casa hanno due reazioni ben diverse: una si nasconde, l'altro costruisce l'alternativa. 
La cosa bella è appunto la sua capacità di mettere in piedi 'qualcosa' che abbia un senso, anche se all'apparenza sembra più che altro un gioco da bambini. 
La costruzione da parte sua di uno scenario che possa ricordare i Tropici sognati da Ina è il suo modo di volerle bene, il suo originalissimo modo di dirle che lui è - veramente - dalla sua parte. Lento, ma sicuro, Vilmer la accoglie in un abbraccio fatto di attenzioni, di generosa condivisione di tempo e pensieri cui Ina, la fragile Ina, non sa e poi non vuole sottrarsi. Così anche lei, lenta ma sicura, accetta il gioco, accetta quel bene e, quasi inconsapevolmente, lo ricambia. E addirittura rilancia. 
L'allestimento dei loro personalissimi Tropici la vede parte attiva: piscinetta, tramonto da parati e suppellettili varie sono il suo contributo. Ma la cosa più bella che lei fa è quella di sognare. Di sognare da sola e di sognare in due. Ormai anche lei è dentro al gioco e giocare le piace e le piace farlo con Vilmer. 
Una finzione, uno scenario unico - tutto finto - per contenere qualcosa di meravigliosamente vero. 

Carla

lunedì 5 settembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SI PUÒ SOLO MIGLIORARE... 

La più bella nuotata della mia vita, Anne Becker (trad. Claudia Valentini) 
Uovonero 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"La gallina ha lanciato un acutissimo coccodè e si è messa a correre per tutto il giardino agitando le ali. E in quel momento ho visto Flo per la prima volta. A voler essere precisi non l'ho vista proprio tutta, anzi, ho scorto a malapena un piede e le unghie smaltate, una gamba ricoperta da almeno un migliaio di lentiggini e... be'... il sedere. Il resto era impigliato nella siepe." 

Jan ha appena traslocato con la sua famiglia: padre, madre, fratellino piccolo e sorella maggiore. 
Non è affatto contento. Diciamo che a tredici anni i cambiamenti - tutti - scombussolano sempre un po'. A Jan, un vero talento nel nuoto, ragazzino dislessico 'non dichiarato', lo aspettano una nuova scuola, dei nuovi compagni, una nuova piscina in cui allenarsi, un nuovo allenatore, nuovi amici (e nuovi rivali), una nuova casa e dei nuovi vicini. E Flo (che secondo il fratellino potrebbe essere il diminutivo di Flotta, Floscia, Flora) è proprio la sua nuova vicina di casa: coetanea, senza peli sulla lingua, ma con una grande testa di capelli rossi, una madre molto assente, un padre che fa quel che può, e - come animali da compagnia - due galline, di cui una spesso fuggiasca. 
Inseguire la suddetta gallina, placcarla e quindi tenerla in braccio non sono cose che a Jan riescono bene - almeno all'inizio, e l'effetto che ne sortisce è un volo sull'erba a pelle di leone. Per uno che vorrebbe non essere notato o, ancora di più, non essere bollato come imbranato, è proprio un bell'esordio, non c'è che dire. 
Ma da qui, si può solo migliorare... 
Se leggere e acchiappare galline non sono cose che a Jan riescano naturali, al contrario tuffarsi nel lago dal pontile gli viene molto bene. Talmente bene che nel diario di Flo (un quaderno pieno solo di grafici, ma lei è un drago in matematica), oltre ad annotare le cose che non vanno proprio come lei vorrebbe, Jan, i suoi ricci e i suoi tuffi sembrano essere il lato positivo delle sue giornate. 
Questo è tenero il racconto di un pezzetto della loro vita in comune, della loro fine dell'estate, dei loro primi giorni di scuola, dei loro primi no, dei loro primi sì, delle loro prime prove di innamoramento. 
Tra galline, amici leali, lavagnette illeggibili, bulletti, corse in bici e bagni notturni. 

Così come l'esordio di Jan nel suo nuovo mondo è segnato da una prevedibile insicurezza, altrettanto dimostra l'esordio di Anne Becker nella scrittura di un romanzo, che, almeno nelle prime pagine stenta a decollare. Ma come accade anche a Jan, che piano piano riesce a trovare in sé una propria sicurezza, una propria coerenza, altrettanto accade alla Becker che, con lo scorrere della narrazione, smette di appoggiarsi a una scrittura in cui tutto viene detto e apre invece una serie di varchi in cui il lettore possa entrare e ambientarsi nella storia. 
I suoi personaggi smettono di essere troppo 'canonici' e prevedibili e cominciano a muoversi con disinvoltura, assumendo così sempre maggiore spessore.
I suoi studi, la sua formazione e la sua professione sono la solida base su cui felicemente l'intero romanzo appoggia: in sostanza quando lei costruisce gli aspetti della dislessia di Jan sa molto bene di cosa racconta, visto che si occupa di didattica per allievi con bisogni speciali e visto che è li l'autrice di un libro che si intitola: Schreiben und Lesen kann jedes Kind: wenn man seinem Lerntyp berücksichtigt! E non credo di andare lontano se penso che dietro la simpatica e 'accogliente' nuova psicoterapeuta di Jan, la dottoressa Papendick con i suoi trucchetti, si nasconda il suo ideale di psicoterapeuta con un approccio alla dislessia che nella sua carriera ha probabilmente lei stessa elaborato, sperimentato e condiviso. Tutti dovrebbero poter contare su una Papendick accanto. 
Detto questo, sono due i principali meriti di questo romanzo di esordio. 
Il primo: essere riuscito a raccontare quanto sia facile poter nascondere, o sottovalutare o mal gestire un disturbo come la dislessia che, peraltro è molto più diffuso di quanto si possa pensare. 
E con questo non mi riferisco solo a chi la dislessia la vive in prima persona, ma anche a tutti quegli adulti con i quali i dislessici hanno a che fare quotidianamente che, per motivi anche tra loro molto diversi, stentano a coglierla e a volerne prendere atto. 
Quindi non si tratta solo del disagio di chi questa condizione la vive sulla propria pelle, come è il caso di Jan, che è abilissimo nel mantenere il segreto - peraltro è poi altrettanto bravo e pieno di coraggio e forza nel dichiararlo expressis verbis davanti alla sua classe, che ammutolisce; ma si tratta anche di quelle persone adulte che la condividono, come per esempio la sua insegnante di tedesco o la madre stessa, che in più di un caso sembra non saper essere all'altezza della situazione. 
Il secondo: l'autenticità, qui davvero poco didascalica, di alcune situazioni e relazioni interpersonali che sono spesso il motore, la forza propulsiva, che fa andare avanti la storia: quei famosi varchi cui si alludeva all'inizio. Sto pensando al rapporto che lega Jan alla sorella oppure al padre, che sa essere sempre affettuoso e comprensivo nei suoi confronti o alla madre, con le sue insicurezze. 
O ancora alla bella amicizia tra Jan e Fabi, vicino e discreto, sempre. 
E, naturalmente, penso anche alla burrascosa e spesso altalenante complicità e intesa che matura tra una maga della matematica e uno che a dorso non lo batte nessuno. 

Carla

venerdì 17 giugno 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

'PRIMA, QUAND'ERO PICCOLO...'

L'ultimo giorno d'estate, Timothée De Fombelle, Irène Bonacina 
(trad. Maria Bastanzetti) 
Terre di mezzo 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA 

 "Il primo mattino, nel vento della prima discesa, le lacrime mi scivolavano dall'angolo degli occhi fino alle orecchie. Pensavo all'immensa estate che mi si stendeva davanti. Così lunga che non ne vedevi la fine nemmeno se ti arrampicavi sugli alberi. Adoravo i giorni che facevano giri lunghissimi per arrivare più tardi alla sera." 

Ogni estate, lo stesso. Prende il treno da solo, arriva alla stazione, scende e lungo il binario c'è solo lui e lo zio Angelo che è venuto a prenderlo. La casa dello zio sempre piena di cose, ogni anno di più ed è circondata da campi di mais. 
Le giornate questo ragazzino le passa sulla bici che lo zio gli presta. E pedala pedala e pedala e cerca di perdersi. 
Fino al giorno in cui ci riesce davvero e arriva a scoprire che lì c'è il mare. 


Grande, immenso gli riempie gli occhi. Corre, si spoglia e fa il suo primo bagno: quel giorno è tutta una sorpresa: anche quella bambina - Esther Andersen - che insegue sulla spiaggia il suo cane Boogie. Non si parlano, incrociano solo gli sguardi (lui nell'acqua, lei sulla spiaggia), ma nulla sarà più come prima. Ritrovare la strada di casa, arrivare da zio Angelo che già annotta con la gomma bucata e nessuna voglia di raccontare del mare e della bambina. E poi a letto, nessuna voglia di leggere un libro. Zio Angelo, aggiustata la bici, lo lascia ripartire e comincia così un lungo girovagare per giorni cercando di rivederla.


D'altronde "le vacanze sono come una spirale di una chiocciola, con la casa al centro, e cerchi sempre più grandi per tentare di arrivare al bordo...
E poi qualcosa succede... 

Di rado capita di leggere libri che siano così pieni e al tempo stesso così lievi,  così esatti, libri che contengano un racconto complesso a tal punto da rivelarsi capace di toccare il profondo di chiunque li legga, libri che mostrino anche nella forma una raffinatezza e un'armonia, che spuntano da ogni suo angolino più recondito. 
Di rado capitano libri perfetti. Beh, questo lo è.  A tal punto, che risulta difficile trovare un punto per prendere l'avvio e raccontarne. 
Partiamo dal topos letterario, quello dell'estate di un ragazzino che cresce. Esistono precedenti illustri che, come è giusto che sia, lasciano indietro tutto quello che è stato fino a ieri e mettono il protagonista a un punto di partenza ideale: da solo, senza genitori e senza routine cittadine, in compagnia di un adulto sapiente, accogliente e anche un po' complice. 
La storia gli mette a disposizione tutto lo spazio e soprattutto tutto il tempo possibile e necessario. Lo si dota di una serie di svaghi diversi dai soliti: scatoloni di libri sotto il letto, un monte di oggetti raccolti, una bici grande su cui crescere negli anni.
 

Insomma lo si mette nelle condizioni di passare delle belle estati. Un anno dopo l'altro. 
Ed è esattamente questo il punto di partenza che sceglie Timothée de Fombelle per raccontare. Ideale per un bel romanzo. 
Questo però non è un romanzo. Timothée De Fombelle ha scelto un contenitore diverso: un libro illustrato. 
Ha più pagine di un albo, ma è pur sempre un libro con le figure e con poche righe di testo. Quindi deve condensare tutto il senso della sua storia in due registri diversi: qualcosa di molto vicino alla prosa poetica da un lato e dall'altro il fumetto e una sorta di copione da leggere ad alta voce.
Che idea. 
Il terzo registro, invece, non dipende da lui ed è quello visivo che Irène Bonacina accorda con grande maestria. 


Il silenzio del testo su alcuni momenti importanti. Un silenzio che scende affinché trovi un suo senso attraverso le immagini che raccontano con la medesima delicatezza delle parole: per esempio di un cane ladruncolo e di una bambina gentile, oppure di un incontro desiderato con l'estate agli sgoccioli. Punteggia, davvero in punta di pennino, tutta la gamma di emozioni che Fombelle decide di attraversare: dalla meraviglia davanti all'acqua del mare lì, alla delusione di un incontro mancato.


Irène Bonacina fa molto di più: riempie ogni disegno di minuscoli dettagli - sia il gesto di una mano aperta che sfiora le spighe (chi non lo ha fatto almeno cento volte, di sfiorarle ed averne una fra i denti), sia lo scorrere del tempo su una bici che rimpicciolisce, sia lo zio in attesa sul binario (quelle mani in tasca e quel bavero alzato sono un piccolo capolavoro), sia lo stremo di trascinare una bici bucata con la paura del buio che arriva (quella testa abbassata nello sforzo...), sia lo sguardo pudico di un ragazzino prima dell'ultimo bagno della stagione. 
Non c'è pagina che non sia un solletico per richiamare alla memoria ricordi personali: le lacrime che ti entrano nelle orecchie, le zanzare tra i denti la sera pedalando, gli spaghetti al burro, la cartolina per mamma e papà. 
E qui entra in gioco la capacità che dimostrano entrambi di saper parlare una lingua universale in cui ciascun lettore adulto può riconoscere particole della propria esperienza e contemporaneamente ciascun bambino possa cogliere l'atmosfera di questo racconto, possa sentirne i sapori e gli odori che lo attraversano. Possa immaginare e riconoscere la propria esperienza, persino quella tattile, in quella sabbia in fondo alle tasche o sul carter della bici, appiccicata. 



Che libro.

 Carla

venerdì 1 ottobre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN LIBRO ADATTO


Le scarpe magiche del mio amico Percy, Ulf Stark 
(trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2021
 

 
NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)
 
"Durante le lezioni era nel banco di fianco al mio. Teneva sempre il naso schiacciato contro il vetro della finestra e guardava le nuvole che passavano in cielo, libere di non andare a scuola. Oppure fissava la grande quercia su cui era proibito arrampicarsi a ricreazione. Ogni tanto tendeva la mano dalla mia parte, senza neanche girare la testa, e io gli mettevo nel palmo un frollino, un dolcetto al cocco o un biscotto alle mandorle presi dalle provviste che tenevo in un sacchettino sotto il banco. Mentre mangiava gli fissavo la nuca coi capelli tagliati a spazzola.
I dolci della mia mamma gli piacevano molto."


In classe, nel banco accanto a quello di Ulf, quest'anno è arrivato Percy. Lui è diverso dagli altri amici di Ulf: sa fare a botte, è forte e un po' prepotente, ama il rischio e non ha quasi mai paura, è molto atletico e a ginnastica si dimostra un vero drago. Sa baciare. Sa sputare. E sa anche ricamare. Molto bene.
Insomma sembra avere tutte quelle doti che Ulf sa di non possedere. Lui che come sempre è vessato dal fratello maggiore, Janne. Lui che, un po' troppo cicciottello, è un disastro in qualsiasi attività fisica. Lui che spesso è lo zimbello di altri compagni proprio per la sua proverbiale goffaggine. Lui che, timido e insicuro, non ha il coraggio di dire a Marianne che è cotto di lei. Lui che è il bambino ideale di ogni genitore - il cocco di casa: calmo, assennato, giudizioso. Il bambino che certe cose non le farebbe mai...
Eppure. Come tutti, anche Ulf ha un suo lato oscuro. Talmente oscuro che lui stesso fino a ieri non sapeva di possederlo.
Eppure. Con l'arrivo di Percy, con questo suo fascino da 'duro', Ulf realizza che anche a lui piacerebbe essere così; intravede qualche possibilità di diventare uno tosto, proprio come Percy (magari con nei piedi un paio di scarpe vecchie luride).
Proprio perché tra loro sideralmente diversi, i due inevitabilmente si attraggono. Per ragioni molto diverse: Ulf vorrebbe tanto le scarpe fetenti e distrutte che Percy porta ai piedi e che lui gli confida avere doti magiche, e Percy, nuovo in città e con qualche fragilità in famiglia, vede nella bonomia e devozione che Ulf gli dimostra da subito, un posto caldo in cui passare del tempo.
Questa è la loro storia, la storia di una grande amicizia, di un addio all'infanzia: un bravo bambino alle soglie dell'adolescenza che decide di mettersi in gioco e sfidare se stesso e un ragazzetto parecchio risoluto e un po' solo, che fa ottimi affari e bellissimi cuscini ricamati.


Il libro è del 1991. in Italia esce nel 2006, per Feltrinelli. Ovviamente quella edizione lì, con i disegni di Luciano Mereghetti (sempre la grande Laura Cangemi alla traduzione) e due gambe secche e un po' pelose in copertina, non circola più. Tuttavia alcuni strascichi, ancora nel 2018, si possono cogliere in rete: una recensione di una signora che si firma Valeria e che conclude le 10 righe di motivi per cui NON leggere il libro di Stark, con l'affermazione perentoria che il libro andrebbe ritirato.
Per amor di giustizia, ma anche per un po' di competenza (esperienza?) in questo ambito, diventa non solo utile, ma anche necessario sostenere da qui, che tutte le motivazioni che lei adduce come negative, andrebbero invece considerate come ragioni forti per leggerlo, farlo leggere e diffonderlo nell'aria con gli altoparlanti nei cortili delle scuole.
La questione che solleva la signora che scrive, ruota intorno all'affermazione che il libro non è adatto né per gli adolescenti, men che meno per bambini tra gli 8 e 10 anni (così come suggerisce la quarta di copertina della vecchia edizione Feltrinelli).
La signora Valeria lo deduce già solo dal primo capitolo che con grande lealtà si intitola Donne nude, perché di donne nude effettivamente tratta. Racconta di un gruppo di inservienti di una casa di riposo, che nella pausa, al di là di un boschetto, prendono un po' di sole in topless. Ulf e gli amici, dopo scuola, dopo aver guardato i carri funebri sfilare lucidi verso la cappella ed essersi compiaciuti di essere vivi, dopo aver fatto merenda con le consuete girandole alla cannella della mamma di Ulf, corrono a 'vedere la natura', ovvero si appostano sul tetto di un capanno degli attrezzi per ammirarla in una delle sue molteplici espressioni: seni nudi su un prato.
Altrettanto diseducativi sono giudicati i giochi pericolosi che nel libro si raccontano: uno fra tutti Di corsa davanti alle macchine: un gioco/prova di coraggio che ricorda tanto la passeggiata lungo i binari della ferrovia di un altro gruppo di ragazzini, tutti hanno nel proprio immaginario Stand by me: racconto e film epocali su cui generazioni si sono formate.
Ecco. Se per educativo si intende moraleggiante, didascalico, edificante allora ha ragione lei. Questo libro non lo è, e tanto meno credo sia stato questo l'intento di Ulf Stark nello scriverlo. Ma se invece per educativo s'intende capace di generare pensiero e aprire questioni, capace di essere evocativo e di muovere emozioni, capace di essere onesto nel trasmettere la complessità di cui l'umanità è fatta, ed essere capace quindi di muovere anche corde molto profonde, allora tutto cambia. Insomma se per educativo si intende capace di essere formativo, ovvero importante per la crescita, lo sviluppo e la maturazione di una persona, allora sì che il libro di Ulf Stark è un libro adatto.
 
Carla


Noterella al margine. Di Ulf Stark penso ogni bene possibile. Lo considero un gigante della letteratura e mi pare di aver cercato di argomentare la mia posizione, nell'apprezzamento di libri come: Sai fischiare, Johanna?, Il bambino dei baci, Il bambino Mannaro, Tuono, Il bambino detective, La grande fuga, Piccolo libro sull'amore, Animali che nessuno ha visto tranne noi,   Ulf il bambino grintoso.
 Quindi non posso che gioire alla notizia che il libro non solo non è stato 'ritirato', ma addirittura ripubblicato in una veste rinnovata, con dietro un sapiente editore che, speriamo, prosegua nella saga dedicata a Percy, l'amico di Ulf. Con buona pace della signora Valeria.