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venerdì 26 settembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ELOGIO DELLA BUGIA 

Il bello di Kerstin, Helena Hedlund, Katarina Strömgård 
(trad. Samanta K. Milton Knowles) 
La Nuova Frontiera Junior 2025 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 9 anni) 

"Lotten la sta fissando e Kerstin lascia il tubo e sposta lo sguardo verso il foglio. È bianco e vuoto, non vi ha tracciato neanche una riga. Se fosse stata invisibile sarebbe stato un bell’autoritratto. Ma lei non è invisibile. È visibile quanto tutti gli altri, anzi, forse di più. La mamma dice che quando il sole le illumina i capelli, si vede da lontano un miglio." 

In classe, tutti devono disegnare il proprio autoritratto. Tutti saranno poi attaccati alla parete. Un bel modo per dire io ci sono... 
Il problema di Kerstin, ossia quello che le sta rallentando il lavoro, è la mancanza del pennarello giusto per colorare i suoi capelli che sono color oro. Lei lo sa, e anche la sua mamma glielo dice sempre... 
La maestra Lotten il pennarello oro non lo ha e cerca di convincerla che il colore dei suoi capelli è tra il rosso e l'arancio. Ma quando uno ha la fortuna di avere i capelli d'oro non ci rinuncia facilmente. 
Kerstin su questo ha le idee molto chiare e altrettanto chiaro che la sua amicizia esclusiva con Fatima proprio non decolla. Fatta di pura routine: tutti i pomeriggi viene invitata da lei per pettinare assieme un tappetto rosa e bello peloso e quando Fatima si stufa si alza e la lascia sola per andare a giocare con i suoi videogiochi. Non è proprio il massimo del divertimento per la povera Kerstin. Eppure non riesce a sottrarsi, forse anche perché a star da soli potrebbe essere ancora peggio. Il tran tran quotidiano si interrompe all'improvviso quando Kerstin, grande collezionista di cose "d'oro", beh, quanto meno luccicanti, vede e raccoglie da terra nel corridoio di scuola una fedina d'oro. Bel colpo, altro che vetrini scintillanti! 
Da questo momento in poi, o meglio, dal momento in cui capisce che l'anello appartiene alla sua maestra, decide di tacere per non doverlo restituire e soprattutto per non essere additata come una ladruncola. 
Come spesso accade nelle situazioni difficili, la strada si fa tortuosa e tutto quello che al principio sembrava una passeggiata adesso diventa un percorso a ostacoli, faticoso e complicato. 
Nella testa di Kerstin si accumulano pensieri foschi, qualche bugia, parecchi dubbi sull'amicizia, svariati momenti di solitudine e un certo numero di scelte considerate obbligate.
Questa è la storia di una bimbetta che con le sole sue due manine fatica a sciogliere i bei nodi in cui si è intrecciata la sua vita, ma quando le manine diventano quattro... tutto cambia e - magia! - tutto torna a posto! 

Sono figlia di un bugiardo. Non un bugiardo cattivo, ma di un magnifico inventore di panzane. 
Quindi fin da piccola ho fatto grandi riflessioni sull'argomento e le conclusioni a cui sono arrivata sono le seguenti: 
- mentire, nel proprio piccolo - per mitomania può essere SPASSOSO 
- mentire per salvarsi all'ultimo passo prima del burrone può essere NECESSARIO 
- mentire (o tacere) per poter essere lasciati soli a sbagliare in santa pace, SI FA 
- mentire per salvare qualcuno in pericolo, È GIUSTO 
- mentire per approfittarsi della fiducia di un amico e farlo fesso, È DISGUSTOSO! 
E a mia volta sono stata una bugiarda e anche un po' gazza ladra, come Kerstin e Gunnar. 
Capisco i piccoli ladri e i piccoli bugiardi perché io stessa ci sono passata, da normale bambina quale mi sono sempre considerata. Tanto basta. 
Chi non è d'accordo, almeno in parte, con la mia scala di valori, forse potrebbe fermarsi qui nel leggere e forse non apprezzerà neanche Il bello di Kerstin. 
Il bello di Kerstin è che è bugiarda e - inconsapevolmente - anche ladra. E si auto assolve e si macera il giusto. 
Il bello di Kerstin è che ha una bella confusione in testa e nell'anima, adesso come adesso. 
Il bello di Kerstin è il suo saper bene quale sia la teoria, ma nella pratica le capita di inciampare più e più volte. E non è la sola. 
Il bello di Kerstin è che sa fare squadra con chi è più in difficoltà di lei. 
Il bello di Kerstin è che si è andata a incastrare da sola in una situazione che con il passare del tempo le scoppia tra le mani e diventa sempre più complicato per lei uscirne illesa. Ma ci riesce con la complicità di un amico vero, un paio, anzi tre, bravi genitori e un buon piano! 
Il bello di Kerstin è che è meravigliosamente piena di difetti: nulla di incorreggibile, s'intende. Tuttavia, in questo suo ribollire emotivo fa tutti quegli errori "previsti dal codice" che la fanno essere "doppia" e che le permettono di essere accettata senza troppo sforzo dagli altri. Compresi alcuni adulti che, anche da grandi, continuano a inciampare, esattamente come lei, davanti a lei. 
Insomma, questi sono solo un po' dei belli della bambina Kerstin. 
Si riconoscono come belli perché sono maledettamente veri. 

Lo giuro sul mio onore 
Lo giuro sul mio dolore. 
Sul mio... odore 
Sul mio sudore. 
 Su tutti gli ore del mondo! 
Lo giuro! 
[op.cit. e applauso a Samanta K. Milyon Knowles] 

Chi è in cerca di un libro con bambini ben confezionati che facciano i buoni, che righino diritto, che siano esempio edificante per gli altri, lo lasci giù: Kerstin non è nulla di tutto questo.
Chi invece è in cerca di un libro abitato da bambini un po' difettosi, ossia che siano sia ombrosi sia luminosi, onesti e bugiardi, indifesi e robusti, affettuosi e opportunisti, lo legga. 
Subito! 

Carla

venerdì 20 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PAN PER FOCACCIA

L'aeroplano blu, Silvia Borando 
Minibombo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni) 

"'Guarda come vola in alto quell’aeroplano blu!' 'Chissà dove starà andando, da dove viene, cosa starà trasportando...' 
'Ma scusa un po’...' '... quell’aeroplano non è blu, è rosso!' 
'Ma no, guarda bene, è blu!'
'Aaah! Dici quello là, vicino alle due nuvolette bianche?'" 

Padre e figlia su un prato, forse per un picnic. Passa sulle loro teste un aeroplano. È blu. 
Crik. Si incrina qualcosa tra i due. 
Parte così un dialogo del miglior Ionesco. 
Da una parte il padre, che riguardo all'aereo blu si interroga su rotta e carico (si vede che ha un pensiero strutturato), e dall'altra sua figlia che lo sta "perculando", nel sostenere che è rosso. 
Lui, dall'alto del suo essere grande, non molla. 
Lei dal lato del suo essere piccola, tanto meno. 
Si sfiora quasi lo scontro fisico, fino al momento in cui lui, per poter sopravvivere, cede ed è in questo preciso momento che lei scopre le sue carte... stava scherzando (un eufemismo da libri per piccoli, perché il verbo perculare non sarebbe ammesso). 
A questo punto, in pochi secondi il padre elabora e mette in pratica la sua piccola vendetta. 
Ma come sempre, e come è giusto che sia, finisce tutto a tarallucci e vino. 

Breve premessa. 
A me di Minibombo piacciono in particolare i libri in cui muore qualcuno, o almeno qualcuno mette a serio rischio la propria pelle. Se vanno diversamente, li trovo carini, ma non mi colpiscono e presto li dimentico. Fortunatamente Silvia Borando spesso imbocca la 'cattiva strada', ossia costruisce la storia intorno a una cattiveria. Spesso, fatale. Lunga vita ai cattivi, ai cattivi pensieri e alle cattive strade. E naturalmente alle storie cattive (che son ben altra cosa dalle cattive storie, anzi). 
Qui in verità nessuno ci lascia le penne, tuttavia dal punto di vista della morale, mi pare interessante lo stesso. 


La cosa che succede in questo piccolo libro che passa dal blu al rosso in una sorta di crescendo cromatico, in questo piccolo libro in cui il volume dei toni aumenta (se letto ad alta e poi altissima voce fa il suo bell'effetto), in questo piccolo libro succede che qualcuno è un bugiardo per il solo gusto di esserlo, ossia per il piacere impagabile di prendere in giro il proprio interlocutore. 
Insomma, si tratta di un bugiardo temporaneo, giusto il tempo di vederne gli effetti. 
La seconda cosa che succede è l'entrata in crisi di un adulto. In sostanza come un adulto possa incrinarsi e, in nome del quieto vivere (condizione ideale per ogni adulto), arrivare anche a negare l'evidenza. 
Da queste due cose che accadono nella storiellina piccina di Silvia Borando si possono ricavare altrettante verità, utili per la vita: i bambini sanno (o meglio, possono) prendere per il naso gli adulti, gli adulti non sono invincibili. 
Entrambe le verità è meglio introiettarle il più in fretta possibile, se siete adulti. I bambini questa verità già la sanno.


Ammirevole la freddezza di questa bambina che non si scompone, tutt'al più gioca con le sue sopracciglia, e si limita ad alzare il tono di voce nel momento in cui lo alza anche il padre. Non un minuto prima. 
Altrettanto ammirevole è la sua totale assenza di argomenti per sostenere la propria verità. Lei non ne ha bisogno, al contrario del padre che, essendo adulto e strutturato, ha necessità di portare argomenti di prova, razionalità e logica, per sostenere le proprie ragioni. Dallo zainetto, al cielo, al mare al suo maglione... Anche su questo ci sarebbe da dire un bel po'. 
Molto interessante è anche la iniziale condiscendenza del padre che nel giro di poche battute diventa rabbia e poi crolla e diventa cedimento e arrendevolezza. Spirito di autoconservazione. 
Ciò nonostante, da parte sua si prende una piccola libertà, una piccolissima vendetta. 

Il libro - sotto il profilo morale - poteva chiudersi serenamente con quel bel "vecchia volpona, me l'hai fatta anche stavolta!" E poi finire tutto in merenda. 
Ma no, in cauda venenum, come accade sempre tra i miei preferiti di Minibombo. 
Chi è stato monello, merita di ricevere dal turlupinato - e qui è proprio il caso di dirlo - pan per focaccia!

Carla

lunedì 26 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PUNTARE IL DITO

Accadde a Salem
, Jonah Winter, Brad Holland (trad. Guia Risari) 
Settenove 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli otto anni) 

"Potrebbe accadere ovunque, in qualsiasi momento. 
Sai di cosa parlo. 
Si inizia col mormorare delle cose su una persona, cose che fanno male, che sai che metteranno questa persona nei guai, cose false che pian piano, nella tua testa, diventeranno vere. 
E non lo fai di nascosto... Lo fai con la protezione del gruppo. 
Vi ritrovate e puntate il dito contro qualche malcapitato di cui ora avete l'assoluta certezza che se lo meriti, felici di non essere voi al suo posto..." 

Il gioco sta appunto nel non essere mai da soli, nell'accusare qualcuno. Se rimani nel gruppo di quelli che puntano il dito, ti sentirai al sicuro. Il gruppo ti protegge e nessuno quel dito lo punterà su di te. 
Questo è quello che accadde per esempio nel 1692 in un piccolo centro del Massachusetts: Salem. 


Due ragazzine cominciarono a dare segni di inquietudine: straparlavano e facevano gesti inconsulti. Crisi convulsive e grida e contorcimenti. Erano rispettivamente la figlia e la nipote del predicatore del villaggio, il reverendo Parris. 
Nessuno si spiegava cosa fosse loro accaduto. Anche i due dottori convocati non trovarono una vera ragione che spiegasse tutto ciò: il primo non riscontrò in loro nulla di fisiologico, mentre il secondo fu colui che piantò il seme da cui poi crebbe la pianta che sconvolse quella comunità: parlò di influenza malefica. 
La voce che corse da quel momento nel villaggio fece come il vento: qualcuno aveva colpito entrambe con un maleficio. Qualcuno, imputabile quindi del reato di stregoneria, avrebbe pagato. Ma chi? 
La prima a essere accusata fu naturalmente una schiava afroamericana Tituba, che sotto tortura decise di confessare il suo reato mai commesso. 
Il gioco al massacro era stato avviato. 
Il numero delle false accuse crebbe di giorno in giorno: era facile. Bastava puntare il dito contro una persona e dichiarare il falso. In molti lo fecero e nessuno si oppose. Solo uno si rifiutò di mentire, ma fu anche lui ucciso per questo. 
Nessuno, nella piccola comunità, si interrogò sull'eventualità che quelle ragazzine stessero mentendo e che le loro stranezze fossero costruite ad arte. Per loro avere finalmente così tanto potere in mano da poter esercitare sulle vite degli altri era un modo facile per arrivare ad avere una grande visibilità e attenzione, che in altro modo non avrebbero mai ottenuto. 
Una dopo l'altra furono condannate 19 persone. Numerose donne e diversi uomini furono processati per stregoneria e condannati all'impiccagione. 
Questa è la storia vera di uno dei più eclatanti esempi di follia collettiva. Non il primo e non l'ultimo. 

La cosa che succede in questo libro è l'intreccio di due discorsi, fatti al medesimo lettore. Anzi, i discorsi sono tre. 


Nel primo lo si mette in guardia. Nel secondo gli viene raccontata una storia vera. 
La storia vera è propedeutica al primo discorso sul pericolo che esiste ogni volta che si accusa qualcuno, lo si taccia di qualche colpa e lo si emargina e lo si addita e lo si esclude e poi lo si condanna.
La storia dei processi che hanno interessato la comunità di Salem sono un emblema di quello che oggi si chiama per convenzione 'caccia alle streghe'. 
L'intento di Jonah Winter è quello di raccontare come trecento anni fa sia davvero bastato pochissimo perché in una piccola comunità prendesse l'avvio e poi si scatenasse in tutta la sua violenza un vero e proprio fenomeno di frenesia di massa. E di come ci siano voluti ben più di tre secoli perché le figure di queste persone accusate di un reato di fatto inesistente - la stregoneria, la magia nera - fossero ricordate e riabilitate in un monumento e i loro nomi elencati, come quelli di vittime innocenti dell'ignoranza e della superstizione. 
Jonah Winter sente come imprescindibile il bisogno di connettere il passato al presente: e lo fa nelle poche righe iniziali in cui il lettore è chiamato dentro e nella domanda che chiude il libro. 
Il fatto che nei processi di Salem le prime accusatrici siano due ragazzine di nove e dodici anni, se da un lato è una patata bollente da mettere in un albo, dall'altra è assolutamente necessario a rendere il racconto modellabile sulla contemporaneità anche per chi quell'età e quel problema lo sta vivendo o facendo vivere ad altri.
Setacciare la complessità dei fatti che accaddero a Salem fino a farli diventare un concentrato che abbia un senso per dei piccoli lettori è stata quindi una bella sfida. Ma evidentemente, necessaria.
A mio parere, però è il terzo discorso, quello visivo, che fa Brad Holland, paradossalmente a rivelarsi il più necessario e quindi efficace (e il più alto per qualità) dei tre, perché una immagine, se vuole, più di qualsiasi parola va dritta al punto, come una freccia.
Uno sguardo che non molla in copertina, due bocche che parlottano sottovoce prima che anche il libro cominci, un uomo alla gogna e siamo ancora al frontespizio. 


E poi il serpente, le bocche spalancate nell'urlo, le donne accusate nascoste nelle loro cuffie, le donne che accusano nascoste altrettanto nelle loro cuffie, le donne che pendono dai patiboli e le tante dita accusatrici, che segnano il crescendo delle accuse, fino a quello finale, cambio di passo, una sorta di simbolica spirale in bianco e nero dopo tanto colore, che tutto riassume. 
Questo è per dire che, come accade quando si è di fronte a tanta qualità e bellezza, quella che in ogni tavola di Brad Holland si può percepire con forza, non è possibile distogliere gli occhi. 


Ma questo è anche per dire che, come accade quando si è di fronte a una voce così potente, come è quella di Brad Holland e delle sue figure, non è possibile far finta di non sentirla, o peggio non voler capire cosa ci stia dicendo. 
Quel dito e quegli occhi accusatori in copertina non lasciano scampo: ragazzi, ci siamo tutti dentro fino al collo. 

Carla

lunedì 3 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non ho fame! Violette Vaїsse (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Va tutto bene Léon? 
'Non ho fame!' 
Ma quel piatto sembra proprio delizioso! 
'Blerk! La minestra non è buona per niente!' 
Ma ti fa diventare grande! 
'No! La minestra di carote va bene per i conigli!' 
La mamma dice che la minestra fa diventare simpatici... 
'Allora, in questo caso, io non ne ho bisogno di sicuro!'
Ah! Ah! Ma senti questa! Ma dov'è la mamma?" 

Interno cucina. Camera fissa sul tavolo da pranzo apparecchiato. Léon, una volpetta, sta dialogando con qualcuno. 
Voce fuori campo? 
L'argomento è il passato di carote che sua madre vuole lui mangi, anzi finisca, nel tempo in cui lei è al telefono con la vicina. Lui non ci pensa neanche e, con la scusa di non aver fame, fa di tutto per liberarsi della suddetta zuppa. Addirittura mette il piatto sul bordo del tavolo in modo che inavvertitamente con una gomitatina cada, ma il piatto resiste, purtroppo. 


E allora prende la decisione: riversa il contenuto della sua scodella nel pentolone. E, nonostante avesse dichiarato di non aver fame, si allestisce un super panino con tutto quello che il frigorifero contiene. Cocomero, formaggio, una fetta di torta alle pere, ketchup, marmellata, cetriolini, cioccolato e via andare. Il panino, una baguette naturalmente, riesce miracolosamente a contenere tutto. 


E Léon lo mangia di gusto. Ora è sazio e sua madre ha finito la sua telefonata. 
In men che non si dica, deve sbaraccare tutto quello che ora è sul tavolo e stiparlo altrove prima dell'arrivo di sua madre. E sperare che lei non si accorga anche che la baguette ora sul tavolo non c'è più. 
Miracolosamente Léon ci riesce: tutto in un sacco dell'immondizia dietro al frigo, ma a una madre volpe non puoi chiedere di essere stupida come una gallina... 

Non ho fame! arriva a circa un anno di distanza da Mi annoio! e con questo condivide l'autrice, Violette Vaїsse, una giovane e gagliarda fumettista francese, e il traduttore, altrettanto gagliardo, Federico Appel. Condivide l'impostazione generale, compreso lo stampato maiuscolo e il fumetto (!) per la voce di Léon. 
Gagliarda anche la casa editrice.


Qui e lì il titolo è una dichiarazione di intenti da parte del medesimo protagonista. 
Qui e lì al protagonista piace esagerare. 
Qui e lì c'è una voce fuori campo, pacata e ragionevole, con cui dialoga, cercando di essergli d'aiuto o di supporto. Il testo è di fatto solo un serrato botta e risposta a due voci.
Qui e lì c'è la camera fissa che tutt'al più si permette delle zoomate. 
Qui e lì c'è una madre da far fessa... 
Questo e quello avevano attirato la mia attenzione. 
Le ragioni. 
La prima è il disegno: colori piatti linea di contorno grossa, data a pennello. Buon gusto nella composizione, grande espressività dei corpi. Mancinismo del protagonista. 
La seconda è la comicità in crescendo, che attraversa le storie. Pur nella loro semplicità, colgono nel segno entrambe le volte e mi è parsa davvero divertente la capacità e la velocità del protagonista nel mettersi nei guai da solo, nella rapida sequenza di scemenze che mette in atto. 
In entrambi, il ritmo è quello del comico: a passo svelto.
Trovo sottilmente ironico il fatto che lui dichiari una cosa, salvo poi smentirsi nei fatti. Non ho fame! urla il titolo di un libro in cui il protagonista sbrana una baguette con tutto dentro, Mi annoio! è il titolo di una storia in cui il protagonista battaglia nella sua stanza come Napoleone contro eserciti interi di nemici inesistenti. 


La terza è la sua irresistibile la faccia tosta. 
La quarta è la voce fuori campo. Onestamente non so dire se ho sovrainterpretato, ma mi viene da pensare che nel caso di Non ho fame! a parlare con Léon sia il frigorifero in persona. Mi piacerebbe fosse davvero così, la considererei proprio una bella idea. Per cui, per trovare conferma plausibile mi sono detta che se, almeno per metà libro, il blocchetto di testo è fisicamente vicino al frigo qualcosa vorrà pur dire... 
Se davvero così fosse in Mi annoio! sarebbe la scansia dei libri a dialogare con Léon. E prova ne sarebbe il fatto che a un certo punto proponga all'annoiata volpetta un dei libri che contiene. 
Il suo ruolo, quello della voce fuori campo, frigorifero o no, è quello di essere contemporaneamente voce della coscienza, compagna di gioco, ma anche di farsi 'paracadute' a un niente dall'impatto con la madre. 


La quinta ha un po' a che fare con la terza. Dietro la faccia tosta di Léon si nasconde un modello di infanzia un po' ingenua, un bel po' bugiarda, un tantino monella, piuttosto coraggiosa nello sfidare le regole adulte. 
Insomma, un'infanzia resistente. 

Carla

lunedì 13 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ELOGIO DEL QUASI E DEL SILENZIO

Papera, Coniglio e Grande Orso, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec 
(trad. Tommaso Gurrieri) 
Edizioni Clichy 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Vanno sempre dappertutto insieme! Dappertutto, ma... 
 ...ma non vanno mai insieme per il lungo e tortuoso sentiero. 
Papera dice che il sentiero sembra un po' stretto per tutti e tre. Grande Orso è d'accordo. 
Coniglio dice: 'Nessun problema! Ci sono un sacco di altri posti in cui andare.' 
 Ogni estate Papera, Coniglio e Grande Orso organizzano una festa. Preparano tutto insieme." 

I preparativi sono piuttosto laboriosi: costruiscono e poi appendono cose agli alberi. Festoni e lucine abbelliscono quella porzione di bosco, ma non si spingono con le loro decorazioni fino al lungo e tortuoso sentiero, sarebbe troppo faticoso, e sarebbe più saggio riposarsi un po' prima della festa e per di più le decorazioni non basterebbero mai per arrivare fin lì. 
Anche quando arriva l'autunno i loro giochi con le foglie si svolgono nel solito posto. Il lungo e tortuoso sentiero è pieno di fango e molto freddo. Stesso succede in inverno: le battaglie a palle di neve e le sciate e le pattinate sul ghiaccio le fanno tutti insieme, ovviamente lontano dal lungo e tortuoso sentiero. Sarebbe pericoloso. Oh sì sì, molto pericoloso. E lo sa bene Coniglio che, non sapendo frenare coi pattini, purtroppo lo imbocca a tutta velocità... Per poi fermarsi a quattro passi dal grande abete. Imponente, magnifico. Soprattutto per chi lo vede per la prima volta, come è per lui... Almeno per lui. 

Di nuovo insieme! Per una storia che, come già era successo in passato, va a toccare corde belle profonde. 
Tutto comincia con tre amici che, come tali, amano condividere tutto. O almeno così parrebbe. Festeggiano assieme, giocano, fanno sport e si aiutano a vicenda. 


Giorno dopo giorno, mese dopo mese, la loro amicizia, la loro gioia di stare assieme, attraversa lo spazio e il tempo: dalla primavera all'inverno questi tre - così diversi, ma così uniti - sembrano non desiderare altro che condividere spazi ed esperienze. Anche le scelte sembrano accomunarli. Sebbene ciascuno porti le proprie ragioni per giustificarle, il risultato è sempre il medesimo: sono una squadra compatta! 
Fino al momento in cui qualcosa si inceppa, o per meglio dire, qualcuno inciampa nella propria bugia. 
E allora quello che sembrava un gruppetto proprio solido, quella che sembrava un'amicizia senza veli, quello che sembrava un patto di assoluta trasparenza fra i tre, così non è. 
La grande verità che si dimostra, ridendo e scherzando tra orsi papere e conigli, è quella che ognuno di noi ha bisogno di un angolo, seppur piccolo, di un tempo, seppur breve, che non sia di nessun altro. Ma proprio di nessuno. Dev'essere solo per sé. 
Tanto Grande Orso quanto Papera quell'abete magnifico e imponente lo conoscevano già, ed entrambi per scelta avevano preso il lungo e tortuoso sentiero per andare in cerca di qualcosa che volevano solo per sé, appunto. 


Potrebbe sembrare, a giudicare dal attorcigliamento delle orecchie di Coniglio nell'apprendere la confessione degli altri due, che il magico equilibrio tra loro si sia incrinato o ingarbugliato. E invece no, quelle orecchie si ridistendono, così come pure si appianano e si ristabiliscono i vecchi meccanismi, ma con una consapevolezza tutta nuova. 
Insomma questo è per dire a Nadine Brun-Cosme e a Olivier Tallec se mi potessero sentire, ancora una volta bravi per come riuscite ad arrivare al punto, prendendo la strada più breve, altro che lungo e tortuoso sentiero! 


Dote rara, la loro, quella di saper cogliere il nocciolo di una questione, mai banale e mai trita, e di riassumerla in pochi segni, in poche parole che mettono in bocca a qualcuno che è terzo rispetto a noi lettori, ma che - proprio per questa sua apparente estraneità - può diventare emblematico. A quei due riesce facile come disegnare un lupo senza mai staccare la matita dal foglio in poco meno di due secondi, o come racchiudere in un puntino nell'occhio un'espressione inconfondibile, facile come definire il sentiero "lungo e tortuoso" o solleticare in una frase Se solo i miei amici potessero vederlo! il ricordo di quello che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha pensato, scoprendo in totale solitudine qualcosa di magnifico. 


Facile come concentrare in una sola parola finale, quasi, il senso della complessità del nostro essere. E quel po' di silenzio intorno.

Carla

mercoledì 8 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BAD BOYS!

La maestra è scomparsa!
Harry Allard, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier) 
Lupoguido 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Il mattino dopo, la maestra Dolcini non venne a scuola. 'Evviva!' urlarono i bambini. 
'Ora si che possiamo comportarci veramente male!' 
Si misero a fare palline da sputare e gli aeroplanini di carta. 
'Oggi saremo più terribili che mai!' 'Non credo proprio!' sibilò una voce molto sgradevole. 
Una donna con un orribile vestito nero apparve all'improvviso.
 'Sono la vostra nuova maestra, la signorina Acquamarcia.' E batté con violenza il righello sulla cattedra." 

Breve antefatto. La classe della maestra Dolcini è davvero molto indisciplinata: i bambini non fanno mai i bravi nemmeno per sbaglio. Fanno palline di carta che poi ciucciano e sputano sul soffitto e aeroplanini di carta e chiacchiere e risatine, smorfie e mai stanno fermi. Neanche nell'ora di lettura... Per non parlare dei compiti. Fine dell'antefatto. 


E quindi la cosa che succede è che la maestra Dolcini smette di andare a scuola. 
Al suo posto, nell'aula 207, arriva l'Acquamarcia che è davvero tremenda. Di sgradevole non ha solo la voce, ma tutto il suo modo di comportarsi è orribile. Una vera strega che li sommerge di compiti e li fa rigare dritti. E così, tutti i giorni. 
La maestra Dolcini ora manca loro più di ogni altra cosa al mondo. Tanto da spingere l'intera classe ad andare al commissariato di polizia per denunciarne la scomparsa. Ma il baffuto ispettore Smog non si dimostra risolutivo e anche l'ispezione a casa Dolcini non porta a niente. Tutte le ipotesi fatte dai bambini disperati, dagli squali divoratori alle farfalle rapitrici, si rivelano infondate. 
La signorina Dolcini si è davvero dissolta nel nulla. Possibile? 

Se uno dovesse leggere i segni, faticherebbe a non accorgersi che Lupoguido sta portando in Italia James Marshall sotto varie forme. Da una parte siamo già al secondo libro di George e Martha, George e Martha bis! e ora arriva anche La maestra è scomparsa, che è stato scritto da un altro grande calibro statunitense: Harry Allard, uno dei più amati e contemporaneamente contestati autori americani degli anni Settanta e Ottanta. 
Evviva, per almeno due ragioni. 
La prima: James Marshall è un portento dell'illustrazione. 
La seconda: Harry Allard ha scritto libri così originali da aver spaccato in due l'America. 


Da una parte ci sono i detrattori di storie geniali come quelle sulla famiglia degli Stupids o come Bumps in the night, ovviamente tutti illustrati da Marshall (tanto gli uni quanto l'altro fino al 2009 sono all'indice secondo i criteri della potentissima ALA, l'associazione dei bibliotecari americani), dall'altra ci sono invece i suoi estimatori che a quegli stessi libri hanno assegnato premi molto prestigiosi. 
Ah, che grande paese, l'America... 
Il primo evviva dunque è per la diffusione di Marshall. 
Sensibile, spiritoso, capace di una grande semplicità e immediatezza di segno e nello stesso tempo capace di comunicare moltissimo attraverso piccoli gesti ed impercettibili espressioni dei suoi personaggi. Punteggia le sue tavole di particolari esilaranti che sono in grado di dire ancora molto, oltre le parole del testo. 
Stimatissimo da Sendak che lo definì l'ultimo di una stirpe di maestri - da Caldecott a Ungerer. 
E a proposito di Ungerer forse si possono fare due ulteriori riflessioni.
 

E qui arriva il secondo evviva. 
Tanto Marshall, come illustratore preferito di Allard, quanto soprattutto Allard, in quanto scrittore d'elezione di Marshall, con Ungerer hanno condiviso la stessa visione di un'infanzia che sa essere anche molto scorretta, con Ungerer hanno condiviso il coraggio di non fermarsi in nome del politicamente corretto, ma di proseguire per la propria strada, raccontando e disegnando adulti stupidi che fanno cose stupide, oppure brutti e severi, oppure ancora carini, ma bugiardi e lievemente disonesti e anche un filino omertosi...


Le loro storie si modellano intorno ad altri valori che non sono necessariamente edificanti e men che meno mainstream, anzi. 
A parte la 'rivoluzionaria' gentilezza, di cui si è già parlato a proposito di George e Martha, lasciano indietro la correttezza per privilegiare l'assurdo, al posto dell'onestà si manifesta l'imbroglio, le buone maniere soppiantate da pessime abitudini, la cattiveria al posto della bontà, salvo poi concludersi sempre in gloria, ossia con la grande vittoria di chi se la è meritata sul campo! 
O in cattedra! 


E chi è senza peccato... 

Carla 

NOTERELLA AL MARGINE.
Non una, ma tre. 
La prima è un encomio a Sergio Ruzzier che ha trasformato Viola Swamp nella signorina Acquamarcia e una troppo anonima signorina Nelson in una indimenticabile maestra Dolcini. 
La seconda è un altro encomio ai risguardi che sono una galleria di facce niente male.
La terza è un augurio che altri libri di Allard sbarchino da noi. A parte la serie della signorina Nelson, aspettiamo con trepidazione Bumps in the night per goderci una seduta spiritica in piena regola. 
Certi che invece la famiglia degli Stupidi, che tanto ci farebbe bene, non ce la possiamo proprio permettere qui, alla periferia dell'impero. Sperando di sbagliarmi.

giovedì 2 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A CHE PENSI?

La vita comincia alle medie 1.Caterina
, Alice Butaud, Lisa Chetteau, 
(trad. Silvia Turato) 
La nuova Frontiera Junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"A lasciare le elementari ci sono anche dei vantaggi come quello della mensa. Prima avevi il tuo piatto e basta. Se non ti piaceva qualcosa, peggio per te, ti attaccavi e ti tenevi la fame per il resto della giornata. Adesso quelli della mensa ci lasciano scegliere, possiamo prendere più di questo e niente di quello. E' una cosa che ti cambia la vita. La prima media è come entrare in un mondo dove spetta a te la scelta. Non è che sia proprio la rivoluzione, è solo l'anticamera, una specie di sala d'attesa. Hai un assaggio di cosa significa essere una persona ed essere considerata come tale, con libero arbitrio sulle patatine fritte o i fagioli." 

L'altra grande novità è l'estinzione della cartella. Alle medie, solo zaini. 
Le medie sono un'altra cosa. 
A Caterina, appena arrivata nella nuova scuola, con i suoi amici - la Banda dei Tonni - e tra questi Esther, la sua miglior amica da sempre, la vita sta cambiando parecchio. Non ultimo per il fatto che le è appena nato un fratello, Jonas che, come tutti i neonati, conosce bene come catalizzare su di sé tutta l'attenzione in casa. Madre e padre sono sfiniti dalle molte notti insonni, dalle pappe, dai rigurgiti, dai cambi di pannolino andati male e dai molti pianti inspiegabili del bebè. I due non hanno molte energie residue da dedicare alla primogenita, Cat, tuttavia a con quel fil di voce che ancora dimostrano di avere, non smettono di chiederle "a che pensi?" e soprattutto le ribadiscono che per lei l'autonomia, e una sua vita privata, arriverà solo a quindici anni: fino a quel momento saranno loro a vegliare su di lei, senza darle la password per poter usare il computer. 
Ma tutto questo è prima. Prima di scoprire che nella nuova scuola c'è Azamat, che nella vita può essere utile mentire ma soprattutto prima di ricevere in regalo dalla signora More, ospite della casa di riposo Gli Amaranti, dove da due mesi anche i suoi nonni soggiornano felicemente, un brutto cappello piuttosto dotato. E solo per essersi finta sua nipote Yolanda con il fine di salvarla da una noiosa lezione di tango... 

George Saunders ha elaborato una interessante teoria riguardo a quello che succede nella nostra testa quando leggiamo. 
Detto in parole molto povere, la nostra mente mentre scorriamo una storia sulle pagine di un libro si barcamena in un continuo trattare tra il nostro esserci dentro e il nostro sentirci fuori, tra l'essere coinvolti e l'essere espulsi. Ossia, più e più volte capita di leggere un frammento di un testo che ci convince a tal punto dal venire percepito come una acquisizione (vuoi per immedesimazione, vuoi perché dice meglio ciò che noi abbiamo in mente ma in una forma più confusa, vuoi...) e altrettanto può capitare di leggere parti in cui siamo noi a sentirci respinti (vuoi perché lo troviamo quel prevedibile, vuoi retorico, vuoi...). Insomma, siamo sempre lì in questo curioso meccanismo per cui durante la lettura non facciamo altro che riempire una borsa ideale di crediti e poi la svuotiamo in nome di debiti che l'autore contrae con noi. 
Alla fine della lettura, se ci siamo sentiti coinvolti e convinti, succede che quel libro entra nel nostro cuore o quanto meno nella nostra biblioteca ideale. Ma a ben vedere in questa continua trattativa la cosa che si scopre è il nostro profilo personale di lettori. Guardando quello che ci convince, capiamo chi siamo. Ma questa è un'altra questione. 
Invece, a proposito di convincimento, mi vengono in mente le parole di Gottschall nel suo ultimo libro Il lato oscuro delle storie, dove tutto converge su un unico punto: noi scriviamo e raccontiamo storie per convincere gli altri. Come al solito, per me il suo pensiero è inoppugnabile. 
Tutto questo pippone teorico è per dire che La vita comincia alle medie mi ha convinto e coinvolto, ovvero nel leggerlo ho guadagnato più di quanto invece io possa aver perso. Infatti ne scrivo. 
Volendo dare concretezza al ragionamento di Saunders e un po' anche a quello di Gottschall forse sarebbe utile mettere in elenco i punti in cui mi sono detta: sì, mi hai convinto, è proprio così. Insomma annotare qui di seguito ciò che mi è piaciuto e che quindi vorrei sostenere. Per convincere gli altri. 
Il primo su tutti: l'elogio della bugia. Se ne trovano di vario tipo e anche i mentitori sono di diverso genere. Per esempio, la signora More è una mentitrice professionista: per non partecipare alle attività sociali della casa di riposo, si inventa una nipote fittizia, Yolanda. Di conseguenza mente anche Cat, impersonando Yolanda. Lei stessa ammette, a proposito: "Personalmente non ho nessun problema con le bugie. Sono come il lievito in una torta. Ne metti un po' per far gonfiare la pasta. Senza bugie la vita sarebbe piatta." Mentono, complici, anche i suoi nonni, alla grandissima. 
 Il secondo: l'elogio del candore, ovvero quella dote che hanno quelle poche persone che credono, a prescindere. Una "ingenuità" che non dubiterebbe mai di un mago o di una veggente o ancora, aggiungo io, che "sa" che i pupazzi sono creature viventi (cfr. il teorema del peluche di Chiara Valerio). 
Appartiene allo stesso candore dell'infanzia (e non solo) quel gioco che Cat fa con se stessa in cerca della prova provata che Azamat la ama: "Se papà si sta lavando i denti quando entro in bagno, allora Azamat mi ama. Se mamma è ancora in pigiama, allora Azamat mi ama. Se Jonas ha sporcato il pannolino, allora Azamat mi ama..." E via andare. 
Il terzo: il lessico famigliare. Per esempio, il gioco che padre e figlia fanno in macchina: "E se non tornassimo a casa?" risposta "E per andare dove?" O ancora, la "carezza colpevole": un genitore dice qualcosa di poco carino a un figlio e poi lo accarezza per farsi perdonare. O ancora, la domanda di una madre, che dovrebbe funzionare come passepartout: "A che pensi?" 
Il quarto: la teoria estetica secondo cui "il bello è già stato di moda. Adesso va il brutto". Secondo detta teoria tutto è molto più comodo perché qualcosa di brutto lo riconosci all'istante. Sul brutto non ci si arrovella nel dubbio, sul bello, sì. Moltissimo. 
Il quinto, complice Baudelaire: "La bellezza è sempre strana". "Non c'è bellezza banale, altrimenti non è vera bellezza." E per rimanere nello stesso ambito, per disegnare, bisogna "guardare tanto prima". 
Il sesto, quello in cui si vede con chiarezza quanto un piccolo che sta diventando grande abbia tutti gli strumenti per mandare a zampe all'aria un genitore. Questo succede per esempio a p. 124... 
Il settimo: come montare un muso nei confronti di un amico e come cercare di uscirne, annaspando. 
A parte questi sette motivi, per convincervi ancora di più, segnalo un piccolo gioiello dell'assurdo, che luccica nel dialogo delirante tra un lattante e sua sorella, a proposito della parola nessuno... 
Degno del miglior Ionesco. 

Carla

lunedì 8 giugno 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA GRANDE INTESA

La grande fuga, Ulf Stark, Kitty Crowther (trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2020


NARRATIVA PER MEDI (dai 7 anni)

"Alle nove ero già pronto. Mio padre mi aveva prestato la valigia. Ci avevo messo dentro la divisa, un paio di mutande di ricambio, il pigiama azzurro, un asciugamano, un sapone, lo spazzolino e un campioncino di dentifricio che mi padre aveva avuto da non so che ditta. La vaschetta di alluminio con le polpettine era in un sacchetto a parte. Ce n'erano un bel po'. La mamma voleva che potesse assaggiarle tutta la squadra."

Sembra davvero che Gottfridino, così lo chiama suo nonno, stia per partire per il suo ritiro con la squadra di calcio lungo un intero fine settimana.
E invece no.
Sta per fuggire con suo nonno Gottfrid, verso la casetta sull'isola, dove aveva abitato con sua moglie prima che lei morisse. Un piccolo viaggio organizzato nei minimi dettagli per rivedere quei posti e per portarsi indietro pezzi tangibili di vita.
Una grande fuga dall'ospedale e una grande bugia in famiglia.
Con la complicità di Ronny detto Adam, il giovane panettiere alla guida di un furgoncino, i due partono verso il traghetto che li porterà a destinazione. Sull'isola, dove li aspetta una lunga camminata in salita, nonno e nipote saranno da soli per quasi due giorni. Al traghetto ci sarà di nuovo il loro connivente autista che riporterà rispettivamente il nonno alla sua camera d'ospedale e il bambino a casa, da mamma e papà.
Questa è la storia della loro avventura. Talmente incredibile che è più facile e comodo pensare che sia una bugia, piuttosto che sia la vera verità.

Era la fine d'agosto quando mio padre volle fare un viaggio nelle sue zone con la nipote. Noi, la generazione di mezzo, semplici autisti. A Margherita mostrò i posti, raccontò le storie; con lei la mangiò polenta concia e bunet. E poi, con tutta quella roba negli occhi e con quel sapore in bocca, tornò indietro.
Il 9 marzo morì.
Un libro è tanti libri quanti sono i suoi lettori. E questo è un fatto.
Altro fatto incontrovertibile è che il nonno Gottfrid e Ulf sono profondamente legati. Si piacciono, ma fra loro c'è la generazione di mezzo che si frappone e che crea una serie di ostacoli in più da superare nella loro storia affettiva.
Il padre di Ulf, il dentista già incontrato in passato, non va d'accordo con il suo di padre: lui, sempre così controllato, non può tollerare le intemperanze del vecchio, il suo frequente turpiloquio con cui apostrofa tutti, comprese le infermiere. E' geloso del fascino che emana nei confronti del nipote, l'affetto e l'intesa forte che li lega e che di fatto lo esclude. Tutto questo fa sì che nonno e nipote siano costretti a scavalcarlo e che organizzino il piano perfetto a sua totale insaputa.
Il nipote è di fatto il braccio e il nonno la mente.
Un cuore molto malandato, una gamba rotta che non si rimette a posto non sono di ostacolo per arrivare in fondo alla salita che porta alla casetta sull'isola, se la motivazione è forte. Non è solo il desiderio di uscire da quella camera di ospedale, non è solo la voglia di passare del tempo 'libero' con il proprio nipote, non è solo trovare un ultimo legame con il proprio amore di una vita e riportare a valle qualcosa di tangibile, che non sia solo ricordo, che a quella donna lo connetta, proprio adesso che forse anche lui è arrivato al capolinea.
C'è qualcosa d'altro: La grande fuga, pubblicato postumo, ha il tono del regalo prima di andarsene.
Un regalo che, proprio perché così importante, ha meritato una confezione d'eccezione: le illustrazioni di Kitty Crowther.
Stark e Crowther sono in perfetta sintonia, come pane e burro.
E lo sono perché, nel fare libri, condividono un bel po' di cose.
Almeno sei in elenco, senza parole di commento. 
Per non ripetere cose già notate altrove, qui sia illuminante il 'solo' leggere e guardare. 

La prima è la capacità di andare in profondità con estrema leggerezza:


"Tirai fuori il barattolo. E tra le sue dita comparve per magia un cucchiaino che si era portato via dalla casa. Aprì la bocca e gli misi una punta di composta sulla lingua. Quando mandò giù aveva ancora gli occhi chiusi. 'Medicine?' chiese Adam, che stava arrivando con la sedia a rotelle. 'Qualcosa del genere' rispose il nonno. 'Per tenermi in vita ancora un po'."

La seconda è la serenità, tutta nordica, nei confronti della morte:


"Io rimasi seduto accanto al letto. Tenevo il nonno per mano. A un certo punto si addormentò. Lo guardai e pensai a tutto quello che avevamo fatto insieme. Aveva l'aria felice. Russava piano. Lo stesso rumore di una nave che avvia i motori per prepararsi a partire."

La terza è l'esattezza, figlia di una grande coerenza nella costruzione narrativa e nella definizione dei personaggi:



"Non avevo niente in contrario ad avere Adam come cugino, anche se solo per un giorno. Mi diede una gomma. Sono cose che si fanno, tra cugini. Per un po' masticammo in silenzio, ascoltando la radio e guardando fuori dal finestrino. Ogni tanto dicevo qualcosa del nonno. 'Qualche parolaccia non ti disturba troppo, vero? 'Credo di poterle sopportare' rispose Adam."

La quarta è la spiritualità, laica, secondo cui tutto può avere un'anima:


"'Tua nonna ha raccolto i mirtilli, li ha puliti, li ha fatti bollire, ci ha messo dentro la quantità giusta di zucchero perché non venisse né troppo aspra né troppo dolce, ha mescolato tutto e l'ha versata in questo barattolo. Ha dato alla composta il suo tempo. E i suoi pensieri. Quindi una parte di lei è qui dentro. Capisci?' 'Forse.' Non capivo, però forse un po' sì. Di sicuro capivo che secondo lui la nonna si trovava in qualche modo dentro la composta di mirtilli.'"

La quinta, connessa alla precedente e anche questa con solide radici nordiche, è la capacità di raccontare la meraviglia:


"Fu lì che lessi di un uomo che era rimasto morto molte ore per poi risvegliarsi. Era lui stesso a raccontare cosa aveva provato. Dopo aver come roteato lungo un tunnel buio, era arrivato in un posto inondato di luce. C'era perfino una figura che mostrava com'era. Si vedevano una roccia e, sullo sfondo, lo scintillio di una distesa d'acqua illuminata dalla luce intensa che pioveva dall'alto [...]. Presi la rivista e corsi da mio padre. 'Guarda qui!' esclamai trionfante puntando il dito. Il cielo c'è. Ora è dimostrato'".

La sesta è lo sguardo nei confronti dell'infanzia:
 

"E così ci finii sulla poltrona dell'interrogatorio. Mio padre si sedette di fronte a me e mi disse di guardarlo negli occhi. Non lo feci. Gli guardai le sopracciglia. Non si accorse della differenza."

Ecco. Sei elementi che sono condivisi da due giganti così. 
Che bel regalo, Iperborea.

Carla