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lunedì 30 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

KANT e TOPOLINO

Il sogno del gigante, Jon Fosse, Akin Düzakin (trad. Eva Valvo) 
Iperborea 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Mi chiamo Kristoffer. Ho otto anni e faccio la terza. La sera quando vado a letto, spesso rimango sveglio a pensare. Quando non penso, spesso leggo Topolino. 
Adesso penso. Sento mio padre muoversi in soggiorno. Se viene in camera so già che mi dirà di mettermi a dormire, perché domani devo andare a scuola, dirà. E io gli risponderò che prima voglio leggere un po’ di Topolino. D’accordo, dirà lui, ma tra poco devo mettermi a dormire, altrimenti domani sarò troppo stanco a scuola. 
Mi chiamo Kristoffer e ho otto anni. Stavo giusto pensando all’universo. L’universo è una cosa che non capisco." 

Urge la presenza di papà, perché pensare all'universo - come diceva anche Charlie Brown - schiaccia sempre un po'. 
La questione che preoccupa Kristoffer è complessa e altamente speculativa: l'universo ha una fine? E cosa c'è al di là dell'universo? Il niente? Eh già, ma cosa è il niente? E se invece l'universo una fine non ce l'ha, come è possibile pensarlo, poterlo immaginare? 
Pensare una cosa e il suo contrario è dunque possibile. E la cosa fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
E se da qualche parte nell'universo c'è un gigante così grande che nessuno può vederlo e che ognuno di noi esiste solo nel sogno di questo gigante? E se lui si sveglia, che fine facciamo tutti noi, che esistiamo solo nei suoi sogni? 
Anche questa idea fa paura. 
Urge la presenza di papà. 
La paura di questo bambino nasce proprio da questo suo non capire. 
Le cose che non si capiscono fanno paura. 
Urge la presenza di papà. 
"Papà!" "Sì, Kristoffer, che c'è?

In questo dialogo tra padre e figlio, alle soglie della notte, si mettono giù un bel po' di questioni di carattere filosofico e nello stesso tempo le si incornicia in un pezzettino di vita vera. 


Sulle pagine c'è un bambino che si interroga nel momento in cui capita a tutti di lasciar correre i pensieri - prima di addormentarsi. 
Lui è lì sdraiato nel suo letto, con una lucina accesa, un giornalino di Topolino sulla pancia e guarda nel vuoto. E quel vuoto si riempie di universo e di giganti e di domande... 
Nella camera accanto c'è invece un papà seduto in poltrona che legge un libro. 
Chiamato, interpellato, risponde. 
Il suo ruolo è quello di provare a ragionare con quel bambino senza mai perdere di vista il suo obiettivo: domani c'è scuola e non ci possiamo permettere una notte di ragionamenti sui massimi sistemi...


Questo è per dire che il "quadro" di questa storia è altrettanto interessante quanto la sua "cornice". 
La cornice deve la sua bellezza all'intensità emotiva e all'onestà intellettuale di quel padre. Dietro di loro c'è Jon Fosse, ovviamente. Queste due caratteristiche fanno di Jon Fosse uno scrittore da non perdere di vista. 
Colpisce la sua capacità di raccontare, qui riassunta in poco più di una frase, un'abilità, per la verità tutta infantile: quella di saper passare da Topolino ai massimi sistemi con un semplice switch. 
Bel colpo! 
E altrettanto colpisce la capacità di profilare il padre che ogni bambino si meriterebbe: onesto nelle risposte, capace di restituire con parole semplici il profilo di una grande questione: la relatività delle cose, la finitezza del pensiero umano di fronte alle molteplici possibilità, l'impossibilità di avere risposte per ogni domanda... Questo è già parte del quadro. 


Alle domande filosofiche che il bambino si pone lui risponde con affetto e con una frase che non ci si aspetterebbe, ma che invece pare essere l'unica accettabile e comprensibile: "pensarci non serve a niente, perché comunque non puoi capirlo... Ci sono tante cose che non si possono capire." (E comunque domani devi andare a scuola...) 
Quindi anche la paura dell'essere nel sogno del gigante si sbriciola perché la cosa che conta non è essere nel sogno di qualcuno, ma essere lì assieme a chiacchierarne, e del sogno e del gigante. (E comunque domani devi andare a scuola...) 


Avere immaginazione è cosa buona e giusta, al pari di saper tenere i piedi nella realtà. 
Si tratta di un percorso da grandi equilibristi: mettersi su un filo ad alta quota, ma avere sempre chiara la percezione che passa attraverso le piante dei nostri piedi sul cavo sospeso. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le immagini. Rendere visivamente un testo così complesso senza cadere nella didascalia, nell'ovvio o nell'oscuro ha il sapore della grande sfida. 
Vinta, anche questa.

mercoledì 25 febbraio 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

QUALE PRINCIPIO 


Ci sono delle volte in cui il sottotitolo di un libro riesce a descrivere il suo senso ultimo in modo molto più pregnante del titolo stesso. 
È questo il caso di Bang! (la vita per quel che ne sappiamo) con il testo di Ziggy Haraor e le illustrazioni di Cristobal Schmal, edito da Quinto Quarto. 

Sappiamo che certe cose sono vere. 
Sappiamo Pensiamo che certe cose sono vere. 
Sappiamo Pensiamo che certe cose siano vere delle verità. 

Questo è l’incipit di questo albo in forma di saggio. 
Si potrebbe dire senza problemi che questo è l’incipit dell’incipit visto che il libro tratta del vasto tema del Big Bang e dell’evoluzione della vita sulla Terra. 
L’autrice chiarisce fin da subito il focus del viaggio che ci vuole far fare: non solo un percorso che ricostruisce le tappe dell’evoluzione, quanto piuttosto un interrogarsi su ciò che l’umanità sa di questo meraviglioso e sorprendente processo. 


Il tema del dubbio mette radici già nel principio, “che non era un principio perché il tempo non esisteva”. Siamo solo a pagina tre e già il libro intesse con arguzia un filo rosso a unire scienza e filosofia. Che cos’è il tempo? Cosa c’era prima del tempo? Se non c’è un tempo, come si fa a iniziare? 
Una volta stabilito che in principio (non principio) tutto era compresso in un puntino, che possa partire la danza delle illustrazioni: che cosa è un puntino piccolo?
E può un puntino piccolo creare qualcosa di così grande? 
Certo che può: ecco illustrato il “famoso” Big Bang. 
La parola “famoso” è appoggiata sulla pagina che quasi sembra per caso, eppure anche lei concorre a dare profondità al libro, perché Hanaor pare voglia raccontarci una versione diversa della storia. 
Sembra dirci: suvvia il Big Bang lo conosciamo no? L’avete studiato! Rivolgendosi così a un doppio pubblico: quello dei bambini grandi, che già sanno (o degli adulti) e quello dei più piccoli (dai 5 anni), propensi ad ascoltare per la prima volta questa Storia delle Storie. 
Le illustrazioni di Schmal sono a volte evocative, a volte molto particolareggiate, proposte con tecniche miste che vanno dall’acquarello al collage. 
I tempi della Terra sono mastodontici come gli animali che la popoleranno. 
Come fare a dare l’idea di tempo lungo? 

“Se conti da uno a un miliardo ci metti 37 anni” 

Nell’avvicendarsi di tavole a tutta pagina e tavole più piccole, assistiamo alla storia evolutiva (e incredibile) del nostro pianeta. 


Vediamo la nascita delle piante, dei pesci, dei dinosauri, la loro estinzione. E di nuovo la vita che ricomincia e cambia e muta e si trasforma, si adatta. La varietà delle specie emerge ed emerge anche uno strano animale, un ‘ominide’. E gli ominidi facevano cose che gli altri animali non facevano. 


Arriviamo così alle ultime pagine: il mondo naturale si ritrae nelle illustrazioni, di un poco. Vediamo elencate le abilità degli uomini e delle donne. E da questo momento in poi, tutte le cose che succedono non possiamo più metterle nella categoria “eventi naturali”, ma in quella più complicata di “cose che fanno gli umani”. 
E queste cose non paiono belle ma d’altro canto non parevano belli nemmeno i cataclismi naturali dei terremoti e dei meteoriti, in effetti. 
Eppure c’è qualcosa sotto, che vince sempre e che è la trasformazione, il cambiamento, l’adattamento, ossia quella cosa che chiamiamo vita. 
Vita e morte sono intrecciate, eterne. Questo è ciò che sappiamo con certezza. 
Su tutto il resto rimangono dei dubbi, a certe domande non ci sono risposte, mentre ad altre a volte abbiamo risposto semplicemente male. 
Ma che la vita si rinnovi, quello è un punto fermo. 
Un punto come quello dell’ultima tavola: la nostra Terra, al centro di un universo nero, a fare da contralto al bianco del principio. Principio? Ma era un principio? 

Valentina 

"Bang! (La vita per quel che ne sappiamo)", di Ziggy Hanaor e Cristobal Schmal, trad. Gioia Guerzoni, Quinto Quarto 2026

venerdì 12 dicembre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL RE FILOSOFO

Il re e il mare
, Heinz Janisch, Wolf Erlbruch (trad. Angela Ricci) 
Gallucci editore 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

Il re e le nuvole 

" 'Ah, eccovi!' disse il re alle nuvole. 'Di nuovo in viaggio! Non c'è niente che possa dire per farvi restare? Il mio regno è bellissimo, in lungo e in largo. C'è un verde rigoglioso, e prati e campi di terra scura. Ci sono torri alte come...' 
Ma le nuvole erano già passate oltre. 
'Capisco' disse il re sottovoce. Poi sospirò." 


Stesso atteggiamento ebbe quando disse al mare che lui era il re e il mare mormorò la sua risposta alla quale non poté che saggiamente replicare lo so. E poi si mise lì ad ascoltare il mormorio dell'acqua. 
Per non parlare di ciò che fece quando, dopo aver annunciato al gatto che lui era il re, il micio sdraiato comodo al sole lo informò che per oggi il suo re era il sole caldo, altro che omino con la corona... 
Al re, di nuovo saggiamente, non restò che fare tesoro di quelle parole e, dopo essersi tolto la camicia, si sdraiò al sole accanto al gatto. 


Anche con la stella il re provò a imporsi e a farsene beffa, millantando di non averne alcun bisogno. Ma quando la stella sparì e si fece un gran buio, il re dovette tornare indietro e fare ammenda e così la stella tornò, dicendo un lapidario 'Ah, ecco'. 
Solo una volta il re ebbe l'impressione che qualcuno gli ubbidisse: quando chiese con gentilezza al cielo una coperta: la voleva subito e che fosse bella. 
E così nevicò. E questa neve, questa bella coperta, stupì per la prima volta il re. 

Si contano sulle dita di una mano i libri di Janisch tradotti in Italia. 
Pubblicati tutti più o meno vent'anni fa, sono rimasti lì a galleggiare per poi inabissarsi nel silenzio generale e uscire silenziosi dai cataloghi di Arka, Nord-Sud o Donzelli, per esempio. 
Sebbene non si possa non notare che una qualche differenza l'hanno fatta i diversi illustratori che hanno messo le immagini accanto alle sue parole, tuttavia di questo grande autore abbiamo fatto a meno per anni.


Poi, finalmente, nel 2024 vince l'Hans Christian Andersen Award per la narrativa e si accende un faro che illumina il suo catalogo pregresso affinché qualcuno decida di pubblicarlo e dargli il merito dovuto. Parte Gallucci, a ruota orecchio acerbo e poi si vedrà. Rispettivamente con Wolf Erlbruch (bel botto, vederlo libero dal suo giogo editoriale italiano...) e con Helga Bansch. 
In questo libretto quasi quadrato succedono cose meravigliose seppure con poco frastuono. La voce del libro, tanto nelle 21 storielline di Janisch quanto nelle 21 illustrazioni a collage di Erlbruch, è volutamente sommessa (anche se talvolta il re caccia un urlo), pur essendo molto ferma. 
Le immagini sono ridotte al minimo, si riconosce il beige delle sue carte porose, colorate con i pastelli. Si ritrovano i pastrani lunghi a quadri, i pigiami a righe, gli spartiti, le tende a fiorellini, la giusta quantità di nero e di grigio e blu cobalto, il rosso e il colore solo negli uccelli che svolazzano tra le foglie di una finta o vera incisione quattro-cinquecentesca (esattamente come nell'albero di L'anatra, la morte e il tulipano). 
Il libro che nasce in Germania nel 2008 è perfettamente in linea con gli altri grandi libri di Erlbruch, e con quella cifra illustrativa, quella degli anni Duemila che arriva fino a L'orso che non c'era. 


Pochi segni sulla faccia del re per dargli forte espressione e ribadirla con la postura del corpo: occhioni sgranati, pochi segnetti su naso orecchie e guance e un tratto sicuro per la bocca e per gli occhi quando sono chiusi in estasi o in riflessioni. E su tutti questi re, la necessaria corona, a tre punte. Né piccola, né grande. 
I 21 incontri che il re fa con mare, gatto, ombra, pioggia, albero o scoiattolo ecc. ecc. sono delle pietre preziose che prendono luce dal loro essere molate alla perfezione. Sono dialoghi brevi, talvolta brevissimi, intorno a cui si costruisce il contesto che è ridotto all'osso. 
Non ci sono parole superflue, descrizioni inutili, aggettivi accessori. Si va dritti al finale che contiene in sé il nocciolo di senso. E ognuno troverà il proprio. 
Parrebbe che la chiave di tutto stia proprio in quella corona e in quel sentirsi re. 
Re del mondo. 
Ma al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, questo sovrano regna sul nulla, in tutta serenità. A ogni incontro prova ad esercitare un potere, ma essendo pieno di saggezza (cosa insolita nei potenti) è anche molto capace di saper trovare il giusto modo per entrare in contatto con ciò che ha davanti: spesso e volentieri è il silenzio ad aiutarlo, oppure l'accoglienza del punto di vista altrui, in altri divertenti casi è lì a testimoniare la propria inettitudine o peggio la propria sconfitta.


Tanto nitore di pensiero lo si vede nel cerchio che si chiude intorno al mare: da imponente, incombente e verticale si appiana e si fa accogliente. A corona tolta. 
Libro necessario.

Carla

venerdì 17 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SMUOVERE LE SFERE UNIVERSALI

Se dormo con gli occhiali, vedo meglio i sogni? I grandi quesiti dei bambini, Claude Ponti (trad. Giorgia Arnaldi, prefazione Maura Gancitano) 
Babalibri 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 6 anni) 

"Apolline, otto anni, chiede: PERCHÉ ALCUNI ANIMALI DEPONGONO LE UOVA E ALTRI NO? SE ANIMALI COME GLI ELEFANTI, GLI UMANI O LE GIRAFFE DEPONESSERO LE UOVA, DOVREBBERO PRIMA COVARLE… 
MA SAREBBERO TROPPO PESANTI E I GUSCI SI ROMPEREBBERO! QUINDI SERVIREBBERO GUSCI RESISTENTISSIMI, MA A QUEL PUNTO I PICCOLI NON RIUSCIREBBERO A ROMPERLI PER USCIRNE… E NASCERE. 


Leïla, cinque anni e mezzo, dice: A QUANTO PARE SONO NATA IL GIORNO DEL MIO COMPLEANNO… 
SÌ. IL CHE SI SPIEGA PERCHÉ IERI VIENE PRIMA DI DOMANI CHE ARRIVA SUBITO DOPO OGGI CHE SCOMPARE APPENA ARRIVA DOMANI E CHE DIVENTA IERI E COSÌ VIA, AVANTI E INDIETRO. ALLORA, PER NON DIMENTICARE IL GIORNO IN CUI SEI NATA, IERI, SI FESTEGGIA OGNI ANNO LO STESSO GIORNO DELLA TUA NASCITA, IL CHE SIGNIFICA CHE HAI UN ANNO IN PIÙ E UNO STRATO IN PIÙ SULLA TUA TORTA DI COMPLEANNO QUANDO È OGGI. ECCO. 


Caroline, tre anni e mezzo, chiede: MAMMA, IO HO UN DESTINO? SÌ, DA QUELLA PARTE!" 


Il libro funziona così: ci sono dei bambini e delle bambine che per età variano dai 3 anni ai 10 e ciascuno di loro si presenta con una domanda. Solo in rarissimi casi, con delle affermazioni. A ciascuna di queste questioni sollevate è dedicata una pagina e un disegno - un fumetto in verità - che in qualche modo cerca di dare una risposta o di giocarci su e aprire ulteriori scenari di indagine. Alle domande ci sono i piccoli, alle "risposte" illustrate c'è un grande (in tutti i due sensi), che è per l'appunto Claude Ponti con i suoi innumerevoli topi. 
La qualità e la varietà delle domande lasciano davvero senza fiato. 
E si potrà notare facilmente come spetti ai più piccoli - treenni, quattrenni e cinquenni - la capacità di smuovere con i loro quesiti le sfere universali. 
Tanto più i bambini e le bambine crescono, tanto più le loro domande si fanno specifiche, indirizzate ad ambiti più particolari, ma non per questo meno fulminanti. 
Per esempio: cosa vuol dire artificiale? Il mondo potrebbe funzionare senza i soldi? Pesiamo di più quando pensiamo a un cervo piuttosto che a un gatto? Ecco, cose così. 
Le domande, che sono state raccolte per 7 anni nelle pagine della rivista Philosophie Magazine, sono dei giganteschi inneschi per la creazione di mondi a sé stanti che possono essere brevemente esplorati per andare nella direzione di una possibile risposta. 
Fa bene Maura Gancitano, la filosofa cui è stata affidata la prefazione, a intitolarla Piccoli teatri dell'immaginazione perché Ponti - così ho imparato - per tutta la sua vita di autore di libri per l'infanzia non ha fatto altro che creare mondi. Mondi immaginari che si spalancano una volta superata una fatidica soglia. 
Qui, ancora una volta, questa sua modalità di raccontare storie si ritrova quasi tale e quale. 
Il quasi dipende proprio dal respiro più affannato di dover rispondere in una sola pagina alla singola questione posta. Il grande respiro dei suoi libri più famosi - da Biagio a La mia valle, passando per il Catalogo dei genitori - qui non ci può essere. 
Rimane intonsa invece la sua capacità di offrire scenari - da cui i piccoli teatri, cui allude Maura Gancitano, che mettono in scena spazi sconosciuti da andare a esplorare. Ecco, forse la chiave è proprio questa: quella di non voler dare una risposta 'chiusa' a domande così tanto ariose, ma invece mettersi in gioco e provare a rilanciare. 


Mettersi in gioco e rilanciare prevedono due condizioni necessarie da parte di un adulto: da un lato mettersi lì ad ascoltare con attenzione la domanda per poterne cogliere per intero la grandezza e dall'altro lato dimostrare di avere la capacità di spingere il ragionamento nella direzione dell'immaginazione, ossia del possibile. Ma sono pochi gli adulti che lo fanno di default quando dialogano con i bambini... 
Ma Ponti sì. Lui lo fa.
Per questo, alla bambina che chiede se Babbo Natale crede in Dio, lui risponde con la chiarezza inoppugnabile che suona come un sillogismo, seppur folle. 
E ancora, a Shilo, che pone una questione apparentemente facile e logica, Ponti gli dà una risposta che fa davvero saltare sulla sedia per quanto trasversale e inafferabile si dimostra! 
Sono certa che tanto la filosofia (o se preferite le grandi domande) quanto autori come Ponti siano cibo necessario all'infanzia per crescere bene! 
Qui, insieme! 

 Carla

venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

venerdì 20 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON VEDERE NON ESSERE?

Il museo del niente, Steven Guarnaccia (trad. Eugenia Durante) 
Corraini Editore 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Ottavia e Otto vanno al museo. Vogliono visitarne uno dove non sono mai stati. 
Sono stati al Museo dei quadri grandissimi e al Museo delle invenzioni importantissime. 
Arrivano in una strada che non hanno mai visto. In fondo c'è una grande porta su cui c'è scritto... MUSEO DEL NIENTE. 
Entrano." 

Il Museo è pieno di niente. Vuoto, o per meglio dire, senza nessun oggetto esposto: solo bacheche vuote, piedistalli sgombri, oblò che si aprono nei muri al di là dei quali non c'è nessun oggetto. E, come se non bastasse, nessuno in giro. 
A mancare sono anche i colori. 
Le uniche cose che sembrano contenere qualcosa sono i cartelli che - seppure un po' sgrammaticati - indicano dove trovare il niente. Il fatto è che il niente è fatto di niente, per cui i cartelli stessi alludono a qualcosa che l'occhio non vede... 
Galleria delle sculture, detta Galleria Nisba, è piena di piedistalli che alludono a opere che con il nulla hanno molto a che fare: il busto del Milite Ignoto, La bolla scoppiata, senza contare le numerose bottigliette contenti l'aria di qui e di lì. 
Nella Sala di nessuno, fanno la conoscenza con l'Uomo invisibile, leggono il verso iniziale di una poesia di Emily Dickinson, Io sono nessuno. Tu chi sei? 
Il giro prosegue nella Libreria del nulla, dove fanno bella mostra di sé i libri di Calvino, di Sartre. Ma la visita si fa davvero interessante quando, nell'Ala zero, scoprono interessanti cose sullo zero. 
Anche la sala dei buchi non è male, anche se il pericoloso buco nero si risucchia il povero Otto. La sorella attraversa correndo la pinacoteca dove il bianco imperversa - da Melevich a Munari passando per Rauschenberg - e poi i due si ritrovano per finire insieme la visita nel bookshop del museo dove fa bella mostra un cartello che contiene una grande verità: se compri zero zero paghi! 
 

Steven Guarnaccia opta, ça va sans dire, per la versione pop della parola nulla, che per l'appunto è niente. E al niente ci gira intorno come nel Dopoguerra fece la famosa caramella alla menta che è conosciuta in tutto il mondo come "un buco con la menta intorno". 
Guarnaccia fa un po' la stessa cosa che fece all'epoca quel drago di George Harris e del suo staff. Harris, con l'intento di rendere necessaria una caramella (poi diventata di culto in UK) nell'immediato dopoguerra, ha semplicemente guardato le cose secondo una prospettiva diversa: è partito dal buco e poi ci ha messo la menta intorno. 
Da quel momento, nessuno ha più dimenticato le Polo. 


Ecco Guarnaccia anche qui fa la stessa cosa. D'altronde, il cambio di visuale sembra essere una delle tante magnifiche capacità che dimostra di avere. Per capirlo basta guardare i suoi libri per bambini più famosi qui da noi: quattro fiabe che vengono rivoltate letteralmente in nome della moda (Cenerentola e I vestiti nuovi dell'imperatore, e quali altre altrimenti?), dell'architettura (ovviamente, I tre porcellini) e del design (Riccioli d'oro che dell'arredamento della casa dei Tre orsi ha avuto molto da ridire). 
Qui la questione è ancora più scabrosa: il niente o il nulla non sono roba da poco, ovviamente. Lo stesso scultore Isamu Noguchi scrive che "qualcosa dovrebbe essere più niente del niente stesso." 
Guarnaccia non è certo il primo, nell'ambito dei libri per bambini, a riflettere sul concetto e a provare a metterlo davanti ai loro occhi: la cosa che lui fa però è costruirci una trama sottilissima che comunque sia almeno funzionale a tener su tutta l'interessante casistica da indagare e su cui ragionare. 
Tallec con Il re e il niente, al contrario gioca molto di più sul lato narrativo, e addirittura filosofico e sociologico, della questione. Bravo, lui, che così si toglie d'impaccio. 
Sta di fatto che entrambi devono ampiamente passeggiare nei territori dell'assurdo per poterne uscire fuori a testa alta. E soprattutto entrambi si scontrano con una realtà incontrovertibile: il Nulla in natura non esiste, se non, appunto, nell'ambito della pura teoria. 


Però, c'è un però. Guarnaccia, più che di niente, sembra voler parlare di assenza. 
Un po' la stessa cosa che hanno fatto due artisti - il loro nome Benandsebastian li tiene assieme- che nel 2014 allestiscono a Copenhagen un museo omonimo a quello di Steve Guarnaccia: The Museum of Nothing (museo che viene allestito di volta in volta in luoghi diversi accanto a musei "normali" con l'intento di riportare in equilibrio la dominanza della presenza rispetto a quella dell'assenza). 
Mission del loro museo: focalizzarsi sui vuoti tra opera d'arte, cornice, descrizione e rappresentazione, in modo da attivare le innumerevoli relazioni tra le cose e spingere i meccanismi fisici e linguistici usati per fissarle sul posto. 


Insomma, il loro obiettivo è quello di esporre la presenza dell'assenza: "Il lavoro di benandsebastian si interroga su come le lacune nella conoscenza plasmino l'identità e su come particolari assenze, ad esempio sotto forma di oggetti perduti, artefatti incompleti o narrazioni escluse, agiscano sull'immaginazione". 
Geniali architetti di formazione, ma soprattutto esploratori di pensiero puro. 
Non so se Guarnaccia conosca la loro arte e la teoria che c'è dietro, ma a me pare un fatto incontrovertibile che nel suo buffo libro le parti meglio riuscite non siano quelle che ruotano intorno al concetto del nulla, ma quelle che ragionano sullo zero, sul nessuno, sui buchi (la mia preferita), sulle mancanze, sulle assenze, appunto. 


Compresa quella della policromia (che peraltro Otto e Ottavia si portano dietro) o ancora sugli esiti artistici dell'invisibile, come per esempio L'aria di Parigi di Duchamp, che sul non vedere/non essere hanno giocato e illuso lo sguardo. 
Però, c'è un altro però. Su questa questione ultima del non vedere/non essere. 
Mettiamo il caso che un genitore illuminato, oltre ad aver letto Il Museo del niente abbia fatto leggere al suo bambino anche un libro che si intitola Ludwig e il rinoceronte.... 
E mettiamo che quello stesso bambino colleghi le due storie e l'idea che c'è dietro... 


Ecco che allora si sentirà forte e chiaro un ruminare di pensieri in quella piccola testa. Evviva!  

Carla 

Noterella al margine. A parte qualche piccola distrazione - qui e là (con l'accento) - e qualche imprecisione - i musei direi che hanno sale più che stanze e scaffali con libri dalle pagine vuote, resta un altro mistero che farà ruminare i pensieri dei ragazzini più attenti e curiosi (i miei preferiti): ma perché Ottavia ha sempre lo stesso vestitino pieno di zeri (o di O maiuscole?) mentre il fratello Otto cambia maglietta a ogni piè sospinto? 
I grandi che hanno avuto la felice occasione di incontrare Guarnaccia se lo spiegheranno, ma un bambino puntiglioso resta là ancora lì a ruminare...

lunedì 16 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN VIAGGIO BEN FATTO 

Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini
Pedro Alcalde, Merlín Alcalde, dipinti di Guim Tió (trad. Federico Taibi) 
L'Ippocampo 2024 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Il concetto diventa immagine. 
Ma c’è qualcosa di molto più importante che pulsa in loro: una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore. 
È così che le metafore filosofiche cancellano i margini delle astrazioni che le motivano per invitarci a una riflessione continua e a chiederci se, in fin dei conti, il nostro modo di intendere il mondo e noi stessi non sia di fatto modellato essenzialmente proprio da loro, dalle nostre metafore." 

Prima che tutto cominci, su due colonne, Pedro Alcalde, Merlín Alcalde trovano una definizione di metafora. Per meglio dire, di metafora filosofica, ossia di quel particolare tipo di metafora che è concettuale e che funziona da ponte tra una parola o una frase che appartiene al pensiero di un filosofo e una immagine. In estrema sintesi, la metafora filosofica trasforma i concetti in figure. Per farlo deve per forza sconfinare dal mondo dell'astrazione per andare nel mondo del sensibile e lì prender forma in qualcosa di tangibile. 
E poi tutto comincia. 


Il pensiero filosofico, la sua storia attraverso i secoli, viene raccontata in breve e a ogni tappa prende forma di paesaggio, sempre un po' diverso, sempre attraversato da una umanità piccola. 
Sulla pagina di sinistra le parole e un simbolo grafico, ci torno, e su quella di destra la grande immagine, un quadro di Guim Tió. 
Il concetto del continuo movimento del mondo, panta rei, di Eraclito trova nella parola fiume, che poi diventa scorrere di un fiume, la sua rappresentazione tangibile. Oppure la ben nota caverna di Platone o il giardino di Epicuro dentro cui si coltivavano ortaggi, ma anche l'imperturbabilità e l'autosufficienza per arrivare alla felicità in un mondo che cambia...concetti che diventano luoghi. Sono due dozzine le immagini cardine che diventano icone di altrettante filosofie (e più precisamente dal fiume dei presocratici alla vita liquida di Bauman, chiudendo così una sorta di cerchio perfetto anche in senso visuale): tra le due immagini di Guim Tió, un minuscolo uomo che cammina non lontano dalla riva di un fiume e un altro uomo che si tuffa in uno specchio celeste non troppo dissimile. 


Tra questo principio e fine ci sono Hegel con la sua civetta, Marco Aurelio con la sua marionetta, Agostino con lo specchio, Hobbes e il lupo, Parmenide con la sfera, Arendt e il deserto, Benjamin con l'aura e Butler con la sua Matrix, matrice. 
E in mezzo noi, la nostra curiosità verso quel regolare quanto continuo passaggio da un linguaggio a un altro. E quando si arriva in fondo al percorso, senza essersene neanche accorti, abbiamo ascoltato una storia e l'abbiamo vista illustrata. 
Una storia unica che ci riguarda tutti. 

Questa è forse la ragione per cui, dopo lunghi tentennamenti, il libro Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini trova la sua posizione tra le varie rubriche di Lettura candita, non in quella più prevedibile, dedicata alla divulgazione - Fammi una domanda! - ma piuttosto tra i libri di narrativa. Ha prevalso il senso di unità - una unica grande e magnifica storia del pensiero - che ha, nonostante alcuni esiti da vero libro di divulgazione, una sua precisa volontà letteraria cui corrisponde una magnifica eco visuale. 


Pedro Alcalde, alla domanda sulla nascita di un libro del genere (liquido, nel suo genere?) ha risposto così: un viaje a lo largo de la historia de la filosofía que estuviera acompañado por imágenes que facilitaran su compresión. 
Ho voluto credergli e, dato che le storie di viaggi, sono letteratura, narrativa, eccoci qua. 
Padre e figlio condividono, almeno a vedere i loro cursus honorum,, una passione comune: la filosofia. Così hanno deciso di trovare assieme un filo rosso che tenesse assieme le singole storie dei singoli filosofi: la metafora era perfetta per il loro gioco. Insieme, come prima di ogni viaggio ben fatto, hanno individuato le tappe e il percorso tra partenza e arrivo. Poi si sono spartiti i compiti: ognuno ha approfondito la singola tappa scelta per poi ritrovarsi a condividerle e la soddisfazione, come dovrebbe essere alla fine di un viaggio ben fatto, è stata quella di riconoscere al proprio compagno il merito di aver portato un accrescimento all'esperienza in sé. 


A parte l'interesse che ha come sempre in una storia-catalogo la scelta dei due Alcalde, scelta che sta dietro ai nomi dei pensatori prescelti, ci sono un paio di cose che davvero colpiscono. 
Da una parte il grandissimo lavoro fatto da Guim Tió. che qua dimostra una maturità raggiunta a soli trentasette anni. 
Paesaggio come campo di colore, è lui stesso a definire così le sue tele. 
Paesaggi sgombri da tutto, a parte qualche omino piccolo o donna altrettanto minuta, spesso di spalle e volutamente assente ogni loro espressione. La grande discrepanza fra le dimensioni di una piccola quanto rara umanità che fa passeggiare nei suoi scenari, sembra voler trasmettere una sensazione di potenza del paesaggio, di una natura raccontata solo attraverso la sua essenza cromatica che la rende inevitabilmente molto vibrante e misteriosa, ma anche a segnare la presenza di un elemento differente, una sorta di contrappunto visuale. I colori stessi - pochi - contribuiscono a rafforzare il valore metaforico delle immagini, lo stesso sembra riuscire a fare la sparuta umanità. 
Bello, davvero.


Resta in ultimo da dire qualcosa su un elemento che non so in quanti valorizzeranno e che invece considero un piccolo capolavoro in un libro già bellissimo. 
Esiste una sorta di indice simbolico, che viaggia accanto a quello più classico di titolo e pagina corrispondente. Ognuno di questi simboli lo si ritrova poi in cima alle rispettive pagine ed è una sorta di icona della metafora stessa: uno spicchio grigio per la lama del rasoio di Occam, due cerchi rosa per la civetta di Hegel, quattro linee parallele per la marionetta di Marco Aurelio, un pentagono grigio con un vertice più chiaro per l'iceberg di Freud. 


Non so dire da quale testa sia uscita una idea e una sintesi del segno così efficace, tanto stupefacente. 
Parrebbe lontana anni luce dalla ricerca di atmosfere di Guim Tió, lontana dai suoi quadri che si fanno illustrazioni, diventando metafore esse stesse in un libro sulla metafora. Ma chissà. 
Forse la maternità spetta a quella grande grafica e designer che ha curato il progetto grafico e che è dietro la casa editrice català, Zahorí Books, Joana Casals? Forse. 

Carla

venerdì 2 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (Libri belli e impolverati)

Da oggi ri succede questo.  
Si riapre la rubrica IL RIPOSTIGLIO. 
Come esattamente un anno fa, rendendo il nome dal titolo di un meraviglioso racconto di Saki. E nasce dal desiderio di togliere dall'oblio di un ripostiglio, quei libri di orecchio acerbo (clic) che - per l'imbarazzo che nasce da un conflitto di interessi patente - non hanno meritato a tempo debito neanche una riga su questo blog. 
Visto che l'imbarazzo è comunque inevitabile, la rubrica avrà una cadenza vacanziera. Date queste premesse, la rubrica si sarebbe potuta anche chiamare: In punta di piedi,Tutto cambia, Vacanze o ancora Oltre il giardino. Ma non è successo. 


Ludwig e il rinoceronte, Noemi Schneider, Golden Kosmos (trad. Lia Bruna) 
Orecchio acerbo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Che cosa combini, Ludwig? Con chi parli? 
Con un rinoceronte. 
Un rinoceronte? Ma qui non c'è nessun rinoceronte! Te lo sei immaginato. 
Dietro di te. 
Non vedo nessun rinoceronte! 
Nell'armadio. 
Non c'è nessun rinoceronte! 
Sotto il letto." 

Interno. Notte. Padre e figlio in una stanza, quella del figlio, appunto: Ludwig. 
La giornata sta per finire ed è ora di andare a letto. Ludwig e suo padre però stanno discutendo sulla presunta presenza di un rinoceronte nella stanza. Il bambino lo vede, in tutto il suo splendore, mentre il papà, giacché non lo intercetta con lo sguardo, afferma non ci sia. Inoltre sarebbe troppo grande per entrare in una camera così piccola. 
Eppure, il bambino lo vede con sicurezza nascosto dietro la porta, da cui fa capolino solo il corno. Oppure nell’armadio, con un paio di mutande che sempre dal corno pendono. Oppure ancora sotto il letto dove si è acquattato.
Il dialogo fra i due si fa sempre più serrato a colpi di punti esclamativi del padre sempre più innervosito... 


Se fosse vero che ciò che non si vede semplicemente non c’è, allora come si può spiegare l’esistenza di tutto quello che gli occhi non vedono, ma che sappiamo esiste? 
Una esilarante quanto incontrovertibile, storia filosofica della buonanotte - così si legge nello stesso frontespizio del libro, ma sul fatto che possa considerarsi della buonanotte, ho seri dubbi... 

Per chi prenderà questo libro fra le mani, non sarà un mistero che dietro quel nome Ludwig non si cela solo un vezzo, ma un filosofo vero, ossia realmente esistito. Qui per necessità di plot è ancora un bambino: Ludwig Wittgenstein. E dietro questo divertente dialogo tra padre e figlio si nasconde, non solo un rinoceronte, ma anche uno dei cardini del suo pensiero. 
La pagina di appendice alla storia che spiega il ragionamento fatto dalla Schneider su Wittgenstein ha un suo senso e rende la storia ancora più esilarante, se possibile. 
Sono tuttavia convinta che questa parte farà brillare gli occhi dei grandi, mentre quelli di un bambino si illumineranno per ben altro.


Inoltre, ragionare sull'aspetto più filosofico della faccenda, credo lo abbiano già fatto in molti e quindi io preferirei vedere nelle pieghe più sottili di questo libro, perché è lì che si annida un'altra questione chiave: il confronto, sotto forma di dialogo, tra un padre e un figlio. 
Non so quanti abbiano infatti notato la punteggiature di questo dialogo, che nasconde - a mio avviso - una dominanza di ruoli indiscutibile. 
Da un lato c'è un padre che si rivolge al figlio sempre terminando la sua frase con un punto esclamativo. Dietro c'è l'intento preciso di affermare la propria verità come incontrovertibile. Dietro ogni sua frase sembra di cogliere la seguente postura: Io sono il grande e tu sei il piccolo, io sono quello che sa e tu sei quello che deve imparare. Dietro quei punti esclamativi c'è tutta la sicurezza e la forza che ogni adulto sfodera quando rivolge il suo sguardo a un piccolo che sta cercando di portare dalla sua parte. 


Mi viene alla mente il secondo libro di Gottschall sul perché l'umanità abbia così tanta predisposizione a inventare e quindi raccontare storie. Il succo di quel libro si potrebbe riassumere in una frase: le storie nascono per convincere gli altri che le cose siano proprio andate così, come ce le stiamo raccontando...
Quel padre sta facendo esattamente questo: sta cercando - punto esclamativo dopo punto esclamativo - di convincere quel bambino del fatto che lui, il piccolo, è solo un visionario, mentre. lui, il grande, la verità la conosce. 
Questa attitudine, pur nella sua costante frequenza, è piuttosto pericolosa. Ma tant'è. 
Per converso, dall'altra parte c'è un bambino. Un bambino che, in quanto tale, ha più dimestichezza di suo padre con le grandi domande e quindi anche con la filosofia. E un bambino che ha la chiarezza di visione che gli deriva dal non doversi (men che meno volersi) imporre sul padre. 


Lui, con grande tranquillità, probabilmente derivante da una pace interiore ben meno effimera di quella dell'agitato padre, perché lui non si sente un maestro, tutt'al più un filosofo, ha dalla sua parte la potenza che c'è nell'atto di chiedersi, di domandarsi, di porsi un dubbio, in sostanza lui è lì che ragiona, pensa. Non ha nessuno da convincere. E così quando suo padre parla con una voce stentorea, lui risponde con calma olimpica e ogni volta gli indica il posto dove il rinoceronte si trova... 
Aveva ragione Serianni quando definiva la mente di un bambino a - in fatto di ragionamento e apprendimento -  "miracolosa", ovvero geniale nella sua limpidezza. 

Carla

Noterella al margine. Un post a sé meriterebbero le illustrazioni del duo Golden Kosmos che sono così tanto raffinati che sono riusciti a mettere anche sul pigiama di Ludwig una mandria intera di rinoceronti...