Juri è un ragazzino come tanti che frequenta una scuola corrispondente in Italia pressappoco alla primaria, è probabile che abbia sui 10, 11 anni, si trova in quella fase della vita cioè in cui tanti hanno ancora l’aspetto, i timori, le fantasie dei bambini, ma tanti altri cominciano ad affacciarsi su quel territorio incerto e spaventoso della pre-adolescenza.
Il racconto comincia con una passeggiata nel bosco che Juri compie in compagnia dei suoi genitori, diretti a una festa di compleanno. Durante il percorso in auto c’è una cosa che lo incuriosisce: un sacchetto di plastica appeso al ramo di un albero. Non è chiaro cosa contenga e questo interrogativo non smette di occupare i suoi pensieri, tanto che nel corso della giornata, quando riesce a procurarsi una bicicletta e ad allontanarsi dai suoi amici, sarà verso quel sacchetto che cercherà di arrivare. Si scoprirà poi che conteneva semplicemente degli asciugamani e che casualmente risulteranno molto utili per medicare le ferite che si procura con una caduta.
Questo episodio così apparentemente banale in realtà chiarisce già molti aspetti di questo romanzo. Prima di tutto non ci verrà fornita alcuna informazione circa il contesto nel quale questa vicenda prende corpo, o meglio, riusciamo a ricavare man mano che andiamo avanti, solo dettagli che ci permettono di capire che almeno avremo a che fare con un gruppo di ragazzini molto simili a quelli che conosciamo, che niente di fantastico e surreale attraverserà il romanzo. E questa potremmo definirla come una sorta di premessa, alla quale farà seguito però un racconto che si rivelerà sempre estremamente parco di descrizioni, nessun paesaggio naturale o urbano trova spazio in questa narrazione e anche gli stessi personaggi sono connotati con i loro nomi e pochissimi altri elementi.
Nessuna progressione di eventi, nessun intreccio in cui distinguere un prologo, uno sviluppo, una conclusione, ma una sorta di fermo immagine su un cambiamento che preme per avere atto, e che invece ora intravediamo solo in potenza, che riconosciamo in piccoli frammenti di vita giustapposti e che solo da lontano riusciamo a ricomporre in un’immagine unitaria, ma non armonica e fatta invece di dissonanze e scompensi, di arretramenti e slanci felici verso l’ignoto.
Del giovane Juri riusciremo a ricavare un’idea un po’ più ampia solo alla fine, quando comunque il sapore e il senso che conserveremo saranno quelli di una storia raccontata con brevi e rapidi colpi di pennello, con squarci che si aprono di volta in volta su questioni e situazioni che vengono avvicinate, lambite ma mai completamente scandagliate. E questo non perché l’autrice sorvoli sulle questioni importanti, tutt’altro, ma perché sceglie di comporre un quadro complesso utilizzando soltanto tasselli evocativi e lasciando al lettore la facoltà, il piacere, e perché no, la scelta di completarlo.
Il mondo reale è un groviglio di elementi che chiedono di essere interpretati, di codici che aspettano di essere svelati e la fine dell’infanzia rappresenta il momento in cui si comincia a prendere consapevolezza di questo. Le frasi lapidarie pronunciate dagli adulti (“il gruppo, la cosa più importante che un essere umano possa avere”, “devi essere sempre te stesso”) rimangono nelle teste di questi quasi adolescenti e non più bambini, come concetti vuoti che veleggiano senza riuscire però a concretizzarsi in pensiero, al pari di quel sacchetto di plastica inspiegabilmente rimasto appeso a un ramo. Quelle parole, quei segni che il reale ci consegna, Juri li accoglie e cerca di decifrarli e il romanzo ci racconta, di capitolo in capitolo (ognuno dei quali corrisponde ad un episodio), proprio dei tentativi di riuscire a dipanare queste matasse.
Anche gli altri ragazzini adesso per Juri hanno smesso di essere semplici compagni di gioco e al periodo facile in cui era sufficiente correre insieme, si è sostituito un presente in cui con un’amica il rapporto potrebbe essere anche diverso e un amico potrebbe essere anche meno disposto alla compagnia perché preoccupato di quanto accade in famiglia.
Come nel precedente romanzo dell’autrice, Felice abbastanza, pubblicato anch’esso da Camelozampa, Il gruppo è corredato da illustrazioni della stessa autrice. In bianco e nero, sembrano riprodurre delle incisioni in cui anche gli spazi ampi sono definiti da tratti evidenti e sottili. Alcune restituiscono figure al limite del “disturbante” e contribuiscono non poco a caricare il racconto di un senso di inquietudine tangibile. Juri è spesso raffigurato con occhi enormi e sbarrati, la sua testa e il suo corpo deformati come fossero concretizzazioni di incubi e pensieri angosciosi. Le illustrazioni concorrono ad alimentare l’ambiguità di fondo su cui si costruisce l’intero senso della storia: ci troviamo ancora ancorati a pensieri fantastici, infantili e divertenti o quelle stesse figure generate dalla fantasia ingenua adesso possono trasformarsi in qualcosa di straniante?
Il finale lascia aperta una porta attraverso la quale si intravede qualcosa di diverso:
“Juri si sente un po’ adolescente.
È la prima volta.
Che giorno strano.
Che giorno bello.”
E non a caso questo momento coincide con un limite varcato, con una trasgressione prima mai neanche contemplata e con la sensazione di sentirsi un po’ diversi, quasi un po’ fighi, giusto quel tanto che basta per non indietreggiare e accettare invece di scoprire quello che ci aspetta.
Teodosia
Il gruppo di Kari Stai, illustrazioni di Kari Stai, traduzione di Maria Valeria D’Avino,
Camelozampa 2026
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