Sono la Rabbia. Non ho né padre né madre:
sono saltata fuori dalla bocca di un leone
quando non avevo neanche mezz'ora di vita;
e ho scorrazzato su e giù per il mondo
con questa coppia di spade, ferendo me stessa
quando non avevo nessuno da combattere.
Sono nata all’inferno; e fate attenzione,
perché qualcuno di voi sarà mio padre.
Con questa citazione de Il dottor Faust di Christopher Marlowe in esergo, Inés Garland dà il via alla storia di una ricerca, che è anche un combattimento, che è anche la lenta costruzione di sé del giovane Tadeo.
La rabbia è quella che Tadeo sente crescergli dentro sin dalla prima scena del romanzo, quando suo fratello Iván lo costringe ad allargare le braccia a croce tenendo sul palmo di ciascuna mano un volume dell’enciclopedia Britannica con la minaccia di riempirlo di botte se le braccia dovessero cedere sotto quel peso. Il combattimento pure è di Tadeo, contro quella rabbia di cui rischia a ogni passo di diventare il padre. La ricerca è quella di capire sé stesso e la sua triste e opprimente famiglia, capire tutto quello che gli viene taciuto.
Quello che Tadeo certamente sa è che non vuole diventare né come suo padre, né come Iván.
Siamo in Argentina, a Buenos Aires e Tadeo è un quattordicenne, il più giovane di quattro fratelli. Vive in una famiglia devastata dall'irragionevole severità del padre, dalla triste e anaffettiva sottomissione della madre e dalla crudeltà fisica e psicologica di Iván.
In effetti, motivi per farsi divorare dalla rabbia ce ne sarebbero abbastanza.
La fugace presenza in famiglia della sorella Lucrecia, per quanto affettuosa, non riesce a spezzare l’angoscia che si respira costantemente in casa. E poi c'è l’altro fratello, Jano, personaggio centrale nella storia ma intorno al quale si condensa un omertoso mistero che riguarda la paralisi dovuta ad un incidente di cui nessuno vuole parlare: la sua presenza, per quanto immobile e muta, è il nocciolo duro della storia.
Si tratta dunque di un affresco familiare che – per quanto nelle intenzioni dell’autrice nasceva come una storia corale - presto viene sopraffatto dalla figura di Tadeo che prende le redini della narrazione: il suo sguardo sulla famiglia e su se stesso diventa voce narrante alla quale l’autrice decide di affidarsi senza esitazione.
Appena può, Tadeo si rifugia al fiume. Lì trova ristoro: la natura gli offre la possibilità di cercare un contatto con se stesso e sarà proprio lì che incontrerà Vera, una coetanea che invece ha una famiglia gioiosa e aperta, non priva di problemi ma con una sana stravaganza che consente di vedere le cose del mondo con amore e immaginazione. La famiglia di Vera è differente: non è questione di perfezione, non si tratta di non avere problemi, di essere più o meno fortunati…è questione di abbracci, di sincerità, di coraggio, di immaginazione e di cura.
Sarà lei ad aprire lo sguardo di Tadeo ad un modo diverso di essere famiglia e più in generale, ad una postura differente rispetto ai fatti della vita.
Tadeo osserva, si fa domande, mette insieme ricordi, confronta gli sguardi, cerca la strada e segue le tracce che Jano, quel fratello ormai ridotto al silenzio, gli ha lasciato.
Inés Garland costruisce un racconto intenso, ruvido e coraggioso al tempo stesso che procede seguendo i pensieri e le vicende del protagonista, ma anche servendosi delle grandi narrazioni: ci imbattiamo nel mito di Atteone, che viene trasformato in cervo per aver visto quello che non poteva vedere e viene sbranato dai suoi stessi cani, o nei racconti delle Mille e una notte che dicono di potenti metamorfosi e terribili presagi. Come la lenta costruzione di un puzzle, Tadeo mette insieme i pezzi fino a svelare i tormenti, i segreti e le radici che hanno fatto di quella famiglia quella che è. Per percorrere i labirinti di quella rabbia e trovare la via di uscita.
Tante sono le questioni affrontate: la malattia mentale, l’omosessualità, la violenza domestica, la vergogna, la sconfitta, il coraggio della verità, l’amore, il dolore, la libertà, la forza e la debolezza, ma nessuna di queste diventa “un tema” né tanto meno un insegnamento.
I personaggi sono densi di sfaccettature, mai completamente incasellabili in un tipo piuttosto che in un altro. Tutte persone vive e dunque complesse.
Tadeo diventa capace di attraversare questa complessità e di riconoscerla in se stesso.
E questo fa di questa storia, una bella storia.
"Tutta la rabbia che ho dentro", il cui titolo originale è "De la boca de un león", è stato premiato dalla giuria del XXI Premio Alandar che ha definito l'opera come "un avvincente romanzo di formazione, che parla di crescita, maturazione e ricerca dell'identità, capace di creare un'intensa tensione psicologica attraverso piccoli gesti. Notevole sia dal punto di vista tecnico che letterario, riesce a costruire una grande storia a partire dai conflitti familiari e a stabilire uno schema di disattivazione della violenza. Una narrazione travolgente con improvvisi sprazzi di chiarezza, soprattutto nelle scene rurali, che qui sembrano avere un potere curativo."
Pienamente d’accordo.
Ines Garland è stata apprezzata anche in Italia con l’attribuzione del Premio Strega Ragazzi nel 2023 per “Lilo” (Uovonero). Con Feltrinelli, nel 2015 ha pubblicato Carta Forbice Sasso.
Patrizia
Noterella al margine.
Qui il testo spagnolo delle motivazioni della giuria del Premio Alandar:
"una emocionante novela sobre el crecimiento, la madurez y la búsqueda de la identidad que consigue crear una intensa tensión psicológica a través de pequeños gestos. Notable tanto desde un punto de vista técnico como literario, logra levantar, a partir de los conflictos domésticos, una gran historia y establece un patrón de desactivación de la violencia. Consigue llenar una narración sobrecogedora de ráfagas de claridad, especialmente mediante las escenas de campo, que aquí parece tener un poder curativo".
www.masleer.com/noticia-la-escritora-argentina-ines-garland-premio-de-literatura-juvenil-alandar
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Tutta la rabbia che ho dentro", Inés Garland, trad. di Francesco Ferruccio, Uovonero 2026











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