Cose perse, Paolo Valsecchi, Guridi
Kite Edizioni 2026
ILLUSTRATI
"Mi sono perso
Dimmi di più
Ho perso la strada
Punta alla meta
Ho perso la bussola
Segui le stelle
Ho perso gli occhiali
Ti guido io
Ho perso tempo
Hai fatto bene
Ho perso la testa
Bello, vero?"
Perdere la pazienza, perdere la ragione, perdere il filo del discorso, perdere le parole, la voce, il sonno...E anche il treno.
Questo è quello che racconta una delle due voci. Alla quale risponde, in una sorta di controcanto, una seconda. Al malessere della prima si offre un secondo punto di vista, che ogni volta risponde, rassicurante, suggerendo con garbo un diverso modo possibile di attraversare la situazione e lasciarsi alle spalle la pesantezza. Un diverso modo di vivere il distacco: un'opportunità differente di vedere le cose.
Nella quarta di copertina, c'è la risposta a ogni lamento per essersi smarriti, per essersi persi per strada gli altri o anche pezzi di noi stessi.
Perdere, qualcuno qualcosa, e perdere anche sé stessi crea smarrimento, mancanza, disagio, dolore.
Non mi riesce proprio di vederla diversamente. Dipenderà, personalmente, dal fatto che perdo malvolentieri.
Perdere qualcosa e qualcuno in linea di principio e nell'accezione comune della parola è un'esperienza negativa, ma non si potrà non essere d'accordo con la seconda voce che ha il merito di spostare sempre un po' la prospettiva. E tutto sommato, se le si dà ascolto, l'orizzonte si potrà aprire in modo che possa diventare qualcosa di diverso. Quello che poteva ridursi a essere una sottrazione, una mancanza, un vuoto diventa una speranza, un'occasione, una possibilità.
Un nuovo inizio.
In questa chiave, un mucchio di anni addietro, faceva bene Antonella Abbatiello a consolarmi perché avevo perso qualcosa di mio, perché mi si era rotto qualcosa - neanche più ricordo che cosa - e avevo dovuto per forza separarmene.
Le sue parole di allora - quelle sì, mai dimenticate - mi ricordano quelle di Valsecchi ora.
Per vedere quanto un libro con le figure valga veramente, si può fare la prova di come testo e figura dialoghino (o battibecchino) tra loro. E per farlo, può avere senso "leggerli" in modo separato.
Valsecchi, è chiaro fin da subito, crea un dialogo serrato tra due voci: una scoraggiata e l'altra piena di fiducia. Una delle due voci, pare di sentirla, è sommessa, l'altra è solida. Uno dei due protagonisti guarda in basso, l'altro spazia lontano.
E cosa fa Guridi per dare forma a questo difficilissimo dialogo?
Sceglie un oggetto i-conico (!), ossia un imbuto.
Anzi due, anzi tanti. E li colora di arancione. Ancora una volta, l'arancione.
E li sposta sulla pagina. E li mostra da angolazioni ogni volta diverse. E li moltiplica e poi li nasconde. Li rimpicciolisce e li rende enormi.
Ma soprattutto li mette in dialogo con uno, anzi con entrambi i personaggi. Due uomini. E anche loro, li colora. Ma di nero e di grigio. Ancora di nero e di grigio. Spesso è uno solo ad occupare il foglio. Ed è lì che si flette, si sdraia, si accuccia, si siede, si guarda l'ombelico.
Ma con gli imbuti fa anche di più. Ci gioca, ovvero se ne serve. Guridi, come potrebbe fare un bambino, di quell'oggetto ne studia la forma, il profilo e ne riconosce molte altre letture: diventano occhiali, diventano amplificatori, diventano megafoni, diventano clessidre, diventano grandi e poi piccoli, diventano tanti da uno che era. Si capovolgono, si orientano nelle mani di quegli uomini in nero.
E il lettore è chiamato a ogni giro di pagina ad aspettarsi qualcosa di inatteso, è chiamato a leggere l'oggetto messo in relazione con il testo, il suo gioco di forma poliedrica che può essere capita in molti modi diversi.
Ma nei risguardi, ovvero nella loro sequenza, nel loro segnare un prima e un dopo, nella loro differenza sulla quale è necessario tacere, c'è il senso che Guridi parrebbe voler cogliere, dopo aver ascoltato quei due dialogare. Una sorta di sua morale della favola...
Come sempre, lui è il gigante che è!
Carla


















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