La musica del mio picchio, Anna Anisimova, Yulia Sidneva (trad. Tatiana Pepe)
Telos 2026
NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni)
"Tocca a me. Conto forte fino a dieci e vado a cercare mamma. Ecco la prima porta. Poi il corridoio con la carta da parati ruvida. E l'attaccapanni morbido e pieno zeppo di vestiti. Ma mamma non c'è. Apro la porta della cucina. Drizzo le orecchie: l'orologio fa tic-tac e il frigorifero brontola, ma non si sente nessuno. Arrivo comunque fino al tavolo e cerco con la mano anche lì sotto: niente. Dovrò andare in soggiorno, in cucina non ci sono altri nascondigli.
Dietro la porta del soggiorno non c'è nessuno. Nemmeno sotto il divano e sotto il tavolino.
Mi avvicino alla finestra e sento il respiro di mamma..."
Come sempre a nascondino, chi viene trovato deve poi contare e andare a cercare gli altri. Ed è quello che succede. La mamma di questa bambina, per essere alla pari con lei, si benda, conta e poi va a cercarla negli angoli più nascosti della casa. Persino nell'armadio, tra i suoi vestiti, dove la piccolina effettivamente si sta nascondendo.
Giocare a nascondino con mamma, andare al museo di paleontologia con papà, andare con mamma a comprare i vestiti e le scarpe, oppure giocare con Taika che si profuma sempre un sacco e con il suo bambino piccolo che mette tutto a soqquadro. E poi passare l'aspirapolvere, che -con quel lungo tubo - effettivamente a una proboscide di elefante assomiglia parecchio. E poi, un altro giorno ancora al corso di disegno, per disegnarlo finalmente, quell'elefante. E con le mani. E ancora al parco con papà e poi, in un giorno di festa per tutti, andare tutti insieme allo zoo a vederlo dal vero un elefante!
E se ancora non si fosse capito: questa è la storia di una bambina serenamente cieca.
L'elefante invisibile (!) è il primo di quattro racconti che Anna Anisimova e Julia Sidneva hanno costruito intorno a questa bambina e al piccolo ma vario mondo che la circonda.
Lei, che è cieca in mezzo a loro che invece ci vedono tutti piuttosto bene. Mamma, papà, nonno, il goffo amico Pavel, la sua amica Rusalska sono alcuni tra i più assidui nel ronzarle intorno.
Ma c'è anche una magnifica bibliotecaria, Natalia, e anche una balena, che effettivamente rassomiglia molto anche a una ciambella di gomma, da usare nella neve per scivolarci sopra. E naturalmente c'è anche un picchio.
Beh, capire che lei non ci vede quando si è già qualche capitolo in avanti, mi ha fatto pensare e mi ha fatto riavvolgere tutto quello letto finora in un'ottica (!) ben diversa.
A ben vedere (!) la prima riflessione che si fa è quella che - se si fanno bene le cose e tutti gli adulti (tranne una) che si incontrano in questa storia sono brave persone molto consapevoli - tra il vedere con gli occhi e il vedere con il naso o con le orecchie o con le mani la differenza potrebbe non essere poi così tanta.
Questa bimbetta riconosce dal profumo l'arrivo di Taika, l'amica di sua madre, sceglie il colore dei vestiti in base al sapore dei frutti che conosce - meglio un cappotto color mela che color pomodoro - legge con le dita un libro sugli uccelli. E come tutti i bambini è capace di far fare alla sua immaginazione prodigiose capriole.
La seconda riflessione è proprio sul punto di osservazione, quello della bambina, e sulla scrittura che la racconta. Complice anche una leggerezza e grazia nella traduzione di Tatiana Pepe, il modo di raccontare - a parole e a figure - è così poco retorico, così lontano da ogni melensaggine, o peggio da ogni compassione. Mai letta storia così piena del verbo vedere e piena di doppi significati delle parole! Sotto a chi tocca! nello scovarli.
A proposito di parole, mi vengono in mente quelle sentite in un'intervista a Sidney Smith alle prese con le illustrazioni di Io parlo come un fiume, una storia di difficoltà nel parlare senza incepparsi nelle parole, storia vera e ricordo di infanzia di Jordan Scott, oggi grande poeta e autore del testo.
Sidney Smith era di fronte a un compito difficilissimo, ovvero trovare un tono per i suoi disegni che fosse altrettanto autentico e onesto come quello delle parole. Sapeva di non volere che i lettori prendessero le distanze dalla storia (io non balbetto, quindi questo racconto non mi riguarda personalmente) e nello stesso tempo voleva che si sentissero esattamente come il bambino narratore, e quindi non avessero pena di lui.
Doveva, nelle sue tavole, trovare conferma nello sguardo dei lettori che essere balbuziente - e qui essere cieca - è una condizione di assoluta normalità: doveva far coincidere le emozioni.
Lì, come qui, questo è accaduto.
Carla








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