IL GRAN GURIDI
Kite Edizioni 2026
ILLUSTRATI
"Rüf, il giorno in cui il rayadito canta tra gli alberi.
L’acqua grande lo porta. Il püllü lo sputa sulla spiaggia. Lo lascia sulla sabbia
come rami morti. È coperto di pelle altrui e bianco dentro, come un cocco.
Lo osservo dalla cima, accanto al vecchio foye.
Non canta. Non onora il ñgen-ko.
Non chiede permesso per calpestare la terra."
Così è arrivato. Sputato dal mare e abbandonato, naufrago sulla spiaggia.
Solo, vestito di pelli di altri animali, non ringrazia della sorte che ha avuto e non si mostra riconoscente nei confronti della terra che lo sta accogliendo.
Robinson Crusoe è arrivato sull'isola e qualcuno lo sta osservando.
E già molte cose non vanno.
Il riparo che il naufrago si costruisce a spese di ciò che reputa suo non respira come le altre case sull'isola e non pare fatto per accogliere, ma per serrarsi all'interno, in solitudine.
Ha un bastone di fuoco, un fucile, con cui uccide senza pensiero e la lingua che parla è aspra, diversa dal canto.
Lui mi chiama venerdì, io lo chiamo straniero.
Comincia così questa tagliente rilettura di quello che è considerato il primo romanzo di avventura, The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe of York, che Daniel Defoe pubblica a Londra nel 1719.
Guridi si schiera e, come a suo tempo fece Michel Tournier, anche lui decide di dare voce a Venerdì.
Gli offre la possibilità di raccontare i fatti da un altro punto di vista e soprattutto con una lingua che è diversa da quella che ci tiene assieme. E non solo per lessico, pieno di meravigliosi neologismi, ma anche e soprattutto per senso.
Straniero è davvero straniero, senza minimamente considerare l'eventualità di esserlo. Perché è troppo concentrato su di sé e di quello che gli accade intorno ha una percezione molto personale...
Quando sull'isola sbarcano altri come lui, la differenza tra Robinson e Venerdì diventa un abisso e l'uomo dalla pelle bianca come l'interno di una noce di cocco legge come paura quello che invece è rispetto e amore nei confronti del mondo che ci ospita e profonda armonia con esso.
Robinson è uomo che si accuccia e prova a risolvere con il fucile; Venerdì resta alto in piedi, solido sulle sue radici.
Robinson "era solo un uomo perduto, che ha voluto insegnarmi il mondo senza vedere il mio"...
Insomma, Guridi ancora una volta dice attraverso poche parole, parecchie anche inventate, e pennellate di acquerello, solo blu e arancio, alcune grandi verità che riguardano tutti.
Scegliere di restare nell'ambiguità di un testo così scarnificato e nei pochi segni che evocano un lessico visivo simbolico fa sì che questo nuovo libro di Guridi apra così tanti percorsi interpretativi da rendere il libro un testo universale.
Un libro in cui le coscienze individuali possano interrogarsi e mettersi in discussione.
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi non ha rispetto e cura e devozione verso la terra che lo ospita.
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi non sia capace di ascoltare l'altro.
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi si consideri superiore. Portatore di ricchezza e potere.
Ci si può leggere un omaggio al respiro pieno e lento.
Ci si può leggere un omaggio all'armonia.
Ci si può leggere un omaggio alla voce diversa di una cultura, quella Mapuche, che compare qui per creare una memoria simbolica che dia corpo a un’altra voce sul mito di Robinson Crusoe.
In conclusione, siamo di nuovo di fronte a un gran Guridi.
Ancora e ancora gli va riconosciuta l'arte rara di saper lavorare sul silenzio, sul simbolo, sull'ambiguità interpretativa che regala ai propri lettori domande, suggestioni piuttosto che pericolose risposte univoche.
Libro necessario.
Carla


















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