venerdì 23 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ALLA LETTERA

Amelia Bedelia, Peggy Parish ill. Fritz Siebel (trad. Laura Bernaschi) 
Il Barbagianni 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"'Ho una lista di faccende che mi aspettano.' E invece rimase ancora un po' ferma a pensare. 'Voglio fare una bella sorpresa ai signori Rogers. Preparerò una torta meringata al limone. Sono brava con le torte'. Così Amelia Bedelia andò in cucina. Riempì una ciotola con un pizzico di questo e un pizzico di quello. Poi mescolò e impastò. 
In un attimo la torta fu pronta per essere infornata. 'Toh!' disse Amelia Bedelia. 'Ecco fatto.' Ora vediamo cosa dice la lista.'" 

 I problemi arrivano ora. Sebbene sia un talento nel fare le torte, Amelia non è altrettanto brava a capire le faccende che le vengono richieste in quella lista. 
Appena assunta, i signori Rogers, la lasciano da sola a casa con una lunga lista di incombenze da sbrigare. Cose semplici, almeno in apparenza, come cambiare gli asciugamani nel bagno o staccare la luce, una volta messo in ordine il salotto. Stando alla lista, a lei tocca anche preparare gli ingredienti per la cena per gli ospiti che arriveranno in serata. Roba anche questa piuttosto facile: misurare due tazze di riso o preparare il pollo per la cena elegante... 
Ubbidiente a quanto la signora Rogers le aveva detto, ossia di seguire alla lettera le istruzioni della lista, Amelia Bedelia tagliuzza gli asciugamani nel bagno per cambiarli di foggia, svita e stende tutte le lampadine per staccare la luce. Prende un metro e misura due tazze di riso in altezza e veste il pollo il più elegante che può... 
Al loro ritorno, i signori Rogers capiscono che qualcosa è andato storto e che la loro cena è in serio pericolo. 
Ma quella torta meringata al limone scongiurerà il licenziamento in tronco della povera Amelia? Considerando il fatto che Amelia Bedelia negli anni Sessanta fino agli anni Ottanta è stata un personaggio di culto e che a lei è dedicata una serie con una dozzina di titoli, c'è da pensare che forse il licenziamento l'abbia solo sfiorata. 

Amelia Bedelia esce dalla penna di Peggy Parish, il cui nipote, nel dedicarle un libro, ha affermato che fosse l'incarnazione vivente del suo personaggio. 
La scintilla originale che ha generato questo suo personaggio che ha il vezzo di prendere tutto alla lettera nasce in una classe di terza elementare dove Peggy era maestra. I suoi scolari, come peraltro molti altri bambini nel mondo, amano prendere tutto alla lettera e quindi interpretano a modo loro i giochi di parole o i modi di dire di senso comune. Cose come "fai un bucato di lenzuola..." nella testa di un bambino potrebbero significare qualcosa di molto diverso dal metterle in una tinozza per lavarle. 
Ecco, Amelia Bedelia, come un bambino, avrebbe preso delle forbici e avrebbe cominciato a sforacchiarlo. 
Insomma, tutto quel bel portato metaforico che colorisce ogni lingua parlata, le frasi idiomatiche - gliene ho cantate quattro, mi ha attaccato un bottone, mi sono arrampicato sugli specchi - nelle teste dei bambini e soprattutto in quelle di Amelia Bedelia diventano qualcos'altro, che le rende immediatamente ridicole e buffe. 
Amelia Bedelia, infatti, è molto buffa e ha fatto ridere varie generazioni di bambini - dei suoi libri ne sono stati venduti milioni, nel corso degli anni. 
Amelia Bedelia è anche una sorta di rivoluzionaria in crestina e grembiulino, perché tutto sommato non se la sente di obbedire in modo automatico alle richieste dei suoi datori di lavoro, anzi! Smonta davanti ai loro occhi esterrefatti la consuetudine del lavoro domestico. Porta confusione dove gli altri vorrebbero regnasse ordine e pulizia.
Adesso arriva in Italia attraverso il Barbagianni, casa editrice che delle serie di libri da considerare come prime letture con un font adatto per l'alta leggibilità ne ha fatto una propria missione personale. Dopo il Grande Nate e dopo Ramona ecco Bedelia! 
Qui con Amelia Bedelia il cimento si fa più difficoltoso: il lavoro coraggioso di chi lo ha tradotto deve essere stato davvero spinoso. 
Le frasi idiomatiche in inglese sono inevitabilmente distanti da quelle italiane e provare a trovare la quadra non deve essere stato una passeggiata, anche per la brava Laura Bernaschi. 
In alcuni casi, la soluzione trovata si è rivelata calzante, in altri si avverte un po' di scricchiolio che però, forse, potrebbe essere attribuito a un linguaggio forbito dei signori Rogers. Forse. 
Insomma, anche sul finale la scelta di sostituire l'improbabile "ritrai le tende" (draw the drapes in inglese funziona molto meglio) con il più consueto "chiudi le tende" o ancora "stacca la luce" (obiettivamente, ma chi lo direbbe intendendo con questo verbo l'atto di spegnere un lampadario dall'interruttore, e non invece di staccare l'energia dal contatore? ma vabbè) con il più calzante "spegni la luce" sono lì a dirci qualcosa sulla fatica fatta! 
Per capirci, nel testo originale si legge "lights out" che effettivamente significa anche spegnere la luce (più correttamente sarebbe turning off lights) ma se lo si legge in senso letterale, come avrebbero per l'appunto fatto i suoi scolari di terza elementare di New York, significa davvero "luci fuori", che è esattamente quello che fa Amelia, stendendo le lampadine all'aria aperta, per arieggiarle, come si fa con i cuscini. 
Rimane solo da chiudere il cerchio tra il verbo "staccare" e l'atto di appenderle con le mollette sullo stendino in giardino... 
Io qui il cerchio non riesco proprio a chiuderlo, se non a costo di produrre quello scricchiolio... 

Carla

mercoledì 21 ottobre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ATTENTI A QUEI QUATTRO


 “Ho dodici anni e sono al mio quarantanovesimo funerale. 
Se pensate che dopo tanti funerali alla fine ci si abitui, avete ragione. Il punto è questo: i funerali sono un po’ come gli sformati di fagiolini. Visto uno, visti tutti. Io ne ho visti un sacco, di entrambi. E, a essere sincero, preferisco i funerali.” 
Un incipit di grande impatto che in poche righe ci permette di entrare immediatamente nello spirito della scrittura di questo romanzo, che parla sì di morte e commemorazione, ma lo fa con grande leggerezza e senza mancare di un sano ancoraggio con il reale. 
Il protagonista, Oscar, è un ragazzino di dodici anni che, scrivendo di sé, espone le sue acquisite competenze in materia di funerali. D’altronde non potrebbe che essere così, considerato che è sempre vissuto, insieme al suo nonno biologico, in una casa di riposo, la Sunny Days. I suoi compagni di giochi, confidenti, nonché affetti grandissimi, sono proprio gli ospiti della struttura che, ahimè, è spesso costretto a salutare. 
Oscar è un ragazzino maturo e responsabile, abituato a rispettare le regole e a garantire che vengano rispettate. La sua vita, sebbene singolare, per lui rappresenta una certezza granitica e gli fornisce la serenità e la stabilità per andare avanti. Non è dunque strano che tutto per lui crolli nel momento in cui, deceduto il titolare della casa di riposo, Oscar e suo nonno si trovino improvvisamente in grandi difficoltà, costretti a dover lasciare quel posto a causa del sopraggiunto nuovo gestore che ha ritoccato a rialzo le rette. La soluzione al problema sembra arrivare da Jimmy Deluca, anziano e non troppo simpatico ospite della Sunny Days che propone al ragazzo una grossa somma di denaro in cambio del suo aiuto a scappare. Dopo un iniziale tentennamento, Oscar accetta, persuaso che quella sia l’unica possibilità per lui di evitare di finire in mezzo a una strada. Accettare la proposta di Jimmy significa diventare complice di una serie di trasgressioni, alcune delle quali anche pericolose. 
Di qui in avanti la storia prende il largo e Jimmy, il suo gatto spelacchiato, Oscar e una ragazzina della sua stessa età decisamente più intraprendente e istintiva, alla guida di un’auto d’epoca, saranno protagonisti di una vorticosa fuga allo scopo di chiudere alcuni conti in sospeso del signore e permettergli di salutare pacificamente la vita. 
Le situazioni descritte sono tante e tutte contribuiscono ad aggiungere un tassello ulteriore che ci svela ogni volta un elemento non sospetto della vita e della personalità di ognuno dei tre protagonisti. 
Dan Gemeinhart dissemina il racconto di indizi, in modo che il lettore si goda la presunzione di aver già capito tutto del personaggio, salvo poi ricevere smentita puntuale e le cose si rivelano sempre molto più complesse di quello che sembrano. Questo astuto gioco intrapreso con il lettore non viene costruito allo scopo di mostrarsi abile maestro di sorprese e colpi di scena, ma per coinvolgerlo in un'interessante opera di svelamento in cui le facili conclusioni si rivelano sempre quelle più comode, ma anche quelle meno corrispondenti al reale. 
Tutto si svolge nell’arco di poche ore, una prima parte del viaggio che vede i due ragazzi ancora convinti che torneranno per cena al Sunny Days, e una seconda in cui accettano di rimanere a fianco di Jimmy fino a una meta intuita ma non esplicitamente ammessa. La scelta di proseguire in questa pazza fuga è quella nata da una nuova consapevolezza, maturata dopo una serie di esperienze in cui si sono confrontati con persone, luoghi e rischi lontanissimi dalla loro abituale esistenza. Ma, come spesso accade nella vita, e di conseguenza nelle storie destinate ai lettori e lettrici più giovani, anziani e bambini/ragazzi dimostrano una grande comunanza di idee e visioni del mondo: entrambi lontani da quella fase della vita in cui si richiede ponderazione e valutazione matura dei limiti e dei rischi (gli uni perché ormai superata e abbandonata, gli altri perché non ancora conosciuta), si incontrano in queste vicende che assumono la forma di un’avventura esemplare, di una grande occasione di crescita e di grande esercizio di empatia. 
Dan Gemeinhart è autore di un altro romanzo on road, L’imprevedibile viaggio di Coyote Sunrise, e in entrambi i temi cari al genere ci sono tutti, ma quello che la scrittura di questo autore statunitense ancora ci propone è una grande ironia che in alcuni casi diventa vera e propria comicità, costruita lavorando bene sul contrasto tra quello che ci si aspetterebbe e quello che invece inesorabilmente accade a scapito degli attori. E accade ogni volta, senza cioè che siano esonerati da questa logica neanche i momenti più tristi, che finiscono così per essere perfettamente coerenti con tutto il resto e contribuire a restituire un tono gioioso alla narrazione. 

Teodosia 

Una fuga da Oscar di Dan Gemeinhart, traduzione di Aurelia Martelli, 
EDT Giralangolo 2026

lunedì 19 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ATTENTI AL BAMBINO E AL SUO DITINO!

Troppi Roberti! Sergio Olivotti 
Terre di Mezzo 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Decise di costruirsi un amico da solo. Un amico uguale-uguale a lui. Provò a deporre un uovo di amico (Sì, va be'! Neanche sapeva cucinarlo un uovo!) 
A costruire un Roberto gonfiabile. (Ma aveva sempre la stessa espressione. E comunque gli volò via quasi subito.) 
A usare la stampante 3D (Che brutto! Una scultura immobile. Piacque solo ai piccioni.) 
Il robot lo fece unendo insieme vecchie cianfrusaglie (S', ma aveva la voce metallica e dava sempre risposte banali.) 
Studia e ristudia, Roberto scoprì che avrebbe potuto clonarsi. E così fece."

Funziona! Con il suo clone, Roberto 2, la vita ha ripreso a sorridergli: parco, tandem... 
Certo in due a nascondino è un po' noioso. Ma di clonarsi c'è sempre modo: quindi da due si passa a 4 Roberti. Ma in quattro a calcetto non si può, quindi otto. Ma allora perché non 16 e poi 32 e poi 64? Ovviamente, si pone un problema di spazio che la madre dell'originale risolve mettendoli tutti in giardino, uno sull'altro. L'armonia, seppure in uno spazio così angusto, regna sovrana. Roberto dice qualcosa e tutti gli altri sono d'accordo. Roberto si pettina i capelli col ciuffo. Tutti gli altri lo imitano… 
A Roberto, però, comincia a mancare l'aria, quanto meno in senso metaforico, con tutto questo essere uguali-uguali.
Ma il caso vuole che nel giardino attiguo sia cresciuta una torre simile: quella dei Carli... 

La questione che Olivotti mette in burla è chiara a tutti? Si sta ragionando di omologazione, di comfort zone, di desiderio di evitare il confronto, di tenere lontano il pericolo del diverso da te. 
E siccome è una storia uscita dalla testa di Olivotti, tutto diventa un gioco. 
Un bel gioco esagerato che cresce in progressione geometrica (è proprio il caso di dirlo 1, 2, 4, 8, 16, 32, 64), si gonfia con il giro delle pagine, ma fin dal principio sguazza nell'assurdo. 
Muoversi nell'ambito dello strampalato fino a raggiungere il grottesco è cosa buona e giusta nei libri per bambini. Per due ragioni principalmente. 
La prima: è divertente e si muove in un ambito che per loro - giovani esploratori del mondo che li circonda, sempre piuttosto regolato e noioso - è un'ottima valvola di sfogo al loro naturale pensiero trasversale. La seconda: li abitua, paradossalmente, qui in un libro proprio sull'omologazione, ad allenarsi a scardinare, o quanto meno mettere in discussione, convenzioni e conformità.


Per cui diventa assolutamente credibile che Roberto pensi sia una possibilità autentica quella di accucciarsi nella paglia, stringere i denti nello sforzo al fine di spingere fuori, come una gallina, il suo uovo. Questo vale per la statua fatta con la stampante 3D o l'automa con la caffettiera. Per non parlare della realizzazione di un clone, fatta con un progettino da architetto (!), come modello da utilizzare in un laboratorio con teschi, alambicchi e beute. 


Fin qui siamo a pieno diritto nella sfera dell'impossibile. E quindi non ci si stupisce che il clone prodotto (ottimo identificarlo visivamente come un timbro dell'originale, e bravo Sergio!) e poi i cloni del clone - tutti realizzati a timbro impresso per distinguerli anche visivamente dal Roberto 1 - si affastellino sulle pagine: nei giardinetti, sui campi di calcetto e via andare. 
Perché, logicamente e saggiamente, Sergio Olivotti pensa sia necessario usare il timbro per distinguere i cloni dal prototipo? 
Perché in una storia che parte assurda introduce un elemento di logica, di razionalità?
 

Perché gli serve. Gli serve per renderla credibile, nonostante sia incredibile. 
Così come ai Surrealisti, forse tra loro escluderei Mirò, troppo astratto, serviva mettere realtà riconoscibile per poi piegarla, o 'scioglierla', nell'impossibile (quadranti di orologi, ritratti di baguette in volo, mele giganti che occupano una stanza, lampioni notturni su cieli mattutini, ferri da stiro chiodati...), così nei libri per bambini, che sono surrealisti di default, occorre ancorare l'assurdo a resistenti perni di logica perché l'incredibile possa diventare credibile. 
È una legge! 
Porto sempre il medesimo esempio, per spiegare a cosa alludo: una pagina di Flotsam di David Wiesner, altro magnifico frequentatore dell'impossibile. 
Terrorizzato all'idea che un bambino potesse alzare un ditino e chiedergli come mai in fondo al mare c'era un intero arredamento di un salotto, in cui una piovra legge un libro a tanti piccoli pesci che dal divano l'ascoltano rapiti (tra parantesi il bambino del ditino si chiede perché il salotto lì, ma non fa una piega su una piovra che legge o su due pesciolini che rimangono nella loro vaschetta piena d'acqua, in fondo al mare...), Wiesner ci disegna dietro un container di USA Moving & Storage, Inc., rotto e aperto, ad evidenza caduto da una nave container... 


Un bambino pretende il possibile per poter avanzare con passo sicuro nell'impossibile!
Olivotti, con quel timbro provvidenziale, applica in qualche misura lo stesso principio. E comunque finora ad azione di Roberto 1 corrisponde reazione di Roberto².


Ma. C'è un ma. 
E se un bambino, davanti a lui che presenta Troppi Roberti!, alzasse il ditino e gli chiedesse: ma come mai i fedelissimi cloni del primo Roberto, che - ti abbiamo creduto, Olivotti, perché ci batti e ribatti sopra e vuoi che ci crediamo - lo imitano in tutto e per tutto, fanno uguale-uguale quello che fa lui, insomma come mai quando lui vede la torre dei Carli, loro invece la ignorano? 
Pensaci, Olivotti, pensaci, perché i ditini dei bambini sono sempre in agguato... 

Carla

domenica 18 ottobre 2026

MERINGHE, o dell'alchimia in cucina 


Premessa: non è spocchia, ma questa ricetta non è per tutti. 
Per arrivare in fondo bisogna dotarsi di un termometro da cibo e/o di un termometro laser, delle fruste elettriche o addirittura una planetaria.  
La ricetta arriva da un librone, pubblicato da Ippocampo, che si intitola, non a caso, Il grande manuale del pasticciere. 
Tutto nasce dalle solite chiare avanzate da due teglie di biscotti di pasta frolla, prodotti giorni addietro. Alcune cose che bisogna sapere, senza domandarsi il perché: 
Le chiare devono essere a temperatura ambiente e non devono essere di uova freschissime. 
Esistono tre tipi di meringa: francese, italiana e svizzera. 
L'ultima la ignoro perché troppo densa. 


Qui la ricetta di quella francese e quella italiana (in immagine, quella italiana). 
Entrambe prevedono una cottura analoga. 

Per la francese occorrono 
150 grammi di albume 
125 di zucchero 
Gli albumi e 1/4 dello zucchero in una ciotola e cominciate a montarli a 1/4 della potenza. Quando è spumoso, aumentare a metà della potenza. Quando si vedono sulla superficie le increspature, aggiungere 1/4 dello zucchero. Aumentare a 3/4 la potenza della frusta e, quando gli albumi si raccolgono intorno alla frusta, aggiungere il resto dello zucchero con la potenza al massimo (il tutto dovrebbe durare tra i 10 e i 12 minuti. 
Se alzate la frusta e fa il pennacchio, siete arrivati. 

Per l'italiana occorrono 
100 grammi di albume 
80 grammi di acqua 
250 grammi di zucchero 
Versate l'acqua nella casseruola con lentezza. Aggiungete tutto lo zucchero con uguale lentezza e non schizzate i bordi della casseruola. Devono essere asciutti. Mettetela sul fuoco senza girare il contenuto. Con il termometro controllate la temperatura. Quando lo sciroppo arriva a 114°, montate gli albumi alla velocità massima. Quando lo sciroppo raggiunge i 121°, toglietelo dal fuoco e aspettate che spariscano le bollicine. A questo punto versatelo piano piano a filo sugli albumi montati a neve, continuando a sbattere fino a che il composto non sia freddo (il tempo in totale sarà lo stesso, una dozzina di minuti almeno). 
Se alzate la frusta e fa il pennacchio, siete arrivati. 

E adesso la cottura che vale per entrambe. 
Preriscaldate il forno a 90° in modalità statica. Versate le vostre meringhe (o con la sac à poche) oppure, come ho fatto io, usate due cucchiai per fare delle piccole "quenelles", su un foglio di carta da forno che avrete steso sulla leccarda. 
Cuocete per tre ore, o tre ore e un quarto, controllando con il termometro laser che la temperatura non superi i 100° e non scenda sotto gli 80°. Lasciatele freddare nel forno, con lo sportello semichiuso. Poi in scatola di latta o di vetro che non le lasci all'aria, altrimenti diventano appiccicose. 


E sarebbe un vero peccato, dopo tanta precisione e cura.

Carla

venerdì 16 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NERO SU BIANCO 

Paperboy il ragazzo dei giornali, Vince Vawter (trad. Giuseppe Iacobaci) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"L'ultimo giorno di prima media beccai Rat dritto in bocca con uno dei miei super-tiri. Per questo poi mi offrii di consegnare i giornali al posto suo permettendogli di passare il mese di luglio alla fattoria dei nonni appena fuori Memphis. Non avevo alcuna voglia di accollarmi quel lavoro, ma dopo avergli spaccato il labbro mi sembrava il minimo, Rat diceva che facevo troppo lo spaccone con quei super-tiri. Forse aveva ragione e dovevo sdebitarmi in qualche modo. 
Fu distribuendo i giornali casa per casa che conobbi un bel po' di gente nuova e vennero tutte quelle brutte cose. E anche alcune belle. Non mi sono fatto ancora un quadro completo e spero che mettere tutto nero su bianco mi aiuti." 

1959. Memphis, Tennessee. 
Questo è quanto mette nero su bianco con una vecchia macchina per scrivere questo ragazzino di undici anni. Tirare giù su un foglio, senza neanche una virgola, tutto quello che gli succede è il suo modo di combattere il problema che deve risolvere: la balbuzie. 
Parlare in modo fluido proprio non gli riesce, ma la logopedista gli ha insegnato il trucco dell'aria gentile - un breve respiro prima di pronunciare le lettere più difficili da far uscire. Funziona, ma non basta. Questo fa di lui - Bel Giovanotto (in originale Little Man) lo chiama la sua tata nera, Mam - un bambino con una passionaccia per il baseball, ma con pochi amici - in realtà solo Rat - e più in generale poche relazioni con il prossimo, eccezion fatta per padre, madre, Mam e la madre di Rat. Si può ben capire che un intero mese a consegnare giornali porta a porta, riscuotere gli abbonamenti il venerdì sia per lui una bella sfida: uscire così tanto allo scoperto per lui che è abituato a zigzagare con abilità tra le molte difficoltà quotidiane... 
E questo è il diario di quel mese di luglio in cui il Bel Giovanotto esce dal guscio. 

Vince Vawter per quarant'anni ha fatto il giornalista, fino ad arrivare a dirigere ed essere l'editore dell'Evansville Courier & Press, ossia ha fatto della parola scritta un suo canale privilegiato di comunicazione, e quindi non sembra essere solo un espediente letterario quello di mettere il Bel Giovanotto davanti a una vecchia macchina per scrivere. E, per inciso, Vawter, è balbuziente. Ragione per la quale, ed è lui stesso a dichiararlo, Paperboy è costruito su un bel po' di frammenti della sua propria infanzia. 
Ed è per questo che lui ha sentito forte l'urgenza di mettere nero su bianco la sua storia perché potesse diventare anche la storia di altri, visto che la balbuzie continua a essere qualcosa di misterioso e incomprensibile per chi non la viva in prima persona. 
Il libro è stato scritto nel 2013 e l'anno successivo vince l'Honor della Newbery Medal. Molte importanti associazioni ne riconoscono il valore, una su tutte, la Bank Street School che lo premia come migliore libro dell'anno. E Vawter da quel momento in poi diventa un vero e proprio testimone di una crociata per sensibilizzare, far conoscere e provare a convivere serenamente con la balbuzie. In estrema sintesi, lui va in giro a dire che dalla balbuzie non si guarisce mai del tutto, ma del tutto la si può superare. E lui ne è la prova provata. Se si torna alla storia in sé, forse val la pena ricordare qui le sue tre regole d'oro che hanno guidato la sua scrittura. 
1. Non scrivere un libro per ragazzi, ma raccontare loro una storia, invece. E mi pare lo abbia fatto. Egregiamente. Quanto egregiamente ha fatto chi lo ha tradotto in italiano! 
2. Scrivere un libro che non è ancora stato mai scritto. E probabilmente all'epoca, il 2013, non erano molti i romanzi, almeno in USA sull'argomento. Anche se, per esempio, Tartattà, di Fontanel & Boutavant è del 2006. Ma è vero e verissimo che quando esce un libro ben fatto sulla questione, a buttarcisi a pesce sono davvero in moltissimi. Il che comprova il punto 3.
3. Scrivere un libro che abbia una ragione per essere scritto. E di questo si è appena parlato. 
Detto questo, i pregi letterari di questo libro, a parte la sua missione, sulla quale lascerei ad altri le riflessioni, sono l'impianto, la leggerezza del tono, la galleria di personaggi di sfondo e in qualche misura il percorso trasformativo del Bel Giovanotto. 
Non esente del tutto dalla tentazione di cedere alla trappola del diventare talvolta didascalico - onestamente difficile non farlo, visti i presupposti - Paperboy ha un altro piccolo neo, che ha a che fare con il 'fattaccio' a cui si allude alla seconda riga e che si palesa in tutta la sua interezza a una trentina di pagine dal fondo. 
Insomma, scrivere un romanzo mettendo nero su bianco la propria storia è un terreno meno insidioso che voler scrivere di suspense e piccola criminalità di periferia... 

Carla

mercoledì 14 ottobre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TOPO METAFISICO [parte seconda]

Pio Pelosi, il topino collezionista di La camera delle Meraviglie, non si limita a raccogliere, catalogare e mettere in mostra oggetti. Uno degli elementi cardine di questa sua passione - anzi direi, ragione di vita - sta nell’incontro con gli avventori del museo. La schiera di oggetti in mostra porta naturalmente a porsi delle domande a cui Pio non vede l’ora di rispondere o quantomeno di cercare di rispondere. Così facendo, Ruzzier riesce a raccontare magnificamente quale sia il museo ideale: quello che spinge verso le domande, che accende le riflessioni, che apre alla curiosità. La collezione di Pio non pretende di raccontare qualcosa di definito, ma vuole mettere in dialogo le parti. 


Pio decide di esporre nella propria camera degli elementi che hanno delle caratteristiche che li accomuna: sono strani, sono stati trovati, sono stati abbandonati o scartati o semplicemente sono caduti, sono loose parts se vogliamo riprendere un termine coniato dall’architetto Simon Nicholson nel 1971 e riformulato da Monica Guerra: “[I loose parts sono] frammenti di mondo tornati all’attenzione e con ciò ricondotti alla vita, spesso a una nuova, inedita, imprevedibile vita”. Il topino non sa dove stia portando questa sua ricerca, sa che lì sta bene, che gli è in qualche modo utile, ma Ruzzier narra anche molto bene come basti poco a far oscillare le certezze e come in realtà le relazioni che nascono grazie alle cose possano, altrettanto facilmente, mettere in crisi il senso della vita stessa di Pio.  


Ogni illustrazione che compone La camera delle Meraviglie è incorniciata, quasi stessimo assistendo a narrazione raccontata da un contastorie. Le illustrazioni, come abbiamo visto, aprono a molteplici significati ma hanno anche una struttura portante a sé stante: potremmo dedurre il senso della storia anche solo scorrendo le illustrazioni. Questa scelta invita il lettore a separarsi dalla storia, a osservarla dalla distanza, in questo modo è possibile rileggere la storia di Pio come una sorta di parabola. E se il personaggio di Pio fosse una metafora per il lavoro artistico? Se questo andare per il mondo cercando oggetti, materiali, loose parts, rappresentasse una modalità creativa? In fondo molti artisti fanno esattamente come Pio: raccolgono suggestioni dalla vita, le esplorano, le espongono lasciandole al giudizio degli altri, giudizio che fa nascere domande ma che può anche pesare: quel sasso è brutto - dicono a Pio - buttalo via! 


Pio si sente sopraffatto dalle critiche, il suo mondo esteriore ed interiore crolla, svuota la camera e si sente svuotato, non ci sono più confini tra fuori e dentro, ma effettivamente nel mondo di Pio confini non ve n'erano mai stati. Come ricominciare a vivere dunque? Ripartendo. Uscendo di nuovo per le strade, pesando tra le mani un nuovo sasso che tanto ricordava il primo, ma soprattutto ricollocando la pietra tra gli scaffali, oggetto motore tra le altre future piccole cose raccolte. La camera delle meraviglie ha due finestre, una è semicircolare mentre l’altra, sul lato opposto, è una portafinestra chiusa che dà sulle colline. Solo nell’ultima tavola, quando il sasso è riposizionato, la porta è socchiusa: un invito del mondo a ripartire.  E così l’artista Pio ricomincia, con nuova consapevolezza: qualcosa lo guida, il mondo sicuramente, perché il mondo consente sempre di trovare qualcosa di speciale che nessuno aveva notato. Nessuno tranne il topino artista e cercatore Pio Pelosi. 

Valentina 

 La camera delle meraviglie, di Sergio Ruzzier, Topipittori 2026

lunedì 12 ottobre 2026

OLTRE IL CONFINE (libri dall'estero)

LA SCOMODA PRESENZA 

The House with Nobody in It, Jon Klassen 
Walker 2026 


"There is nobody in this house. 
There used to be somebody. But there is nobody now. 
Let's go look inside...." 

Effettivamente la casa sembrerebbe disabitata. 


Dal giardino assolato dove si vedono un albero e una staccionata proviamo a varcare la soglia e vediamo solo una sedia in una prima stanza. Un tavolo e un orologio nella seconda. E ancora avanti, nella camera successiva notiamo la presenza di uno sgabello e una grande lampada. E nient'altro. 
Se proseguiamo ad esplorarla, ci accorgiamo anche di un letto e, nell'ultima stanza, di due stivali. Ma a furia di andare si è fatto sempre più scuro... 
Cose non dette a parole in questo ultimo libro di Jon Klassen. 


La prima è il profilo stesso del piccolo cartonato: ha la forma di una casa, ossia un triangolo sopra un quadrato, così come la potrebbe disegnare ogni bambino. 
La seconda è lo spessore delle poche pagine, che rende evidente si tratti di un libro concepito per lettori piccoli piccoli. 
La terza è la copertina che ha una doppia fustellatura: a mettere in chiaro dove sia la porta e la finestra che permette di sbirciare all'interno. 
E qui succede il primo fatto strano. Titolo e immagine fanno frizione fra loro: si vede una cosa e se ne dice un'altra. 
Dopo la buissima pagina dei crediti siamo ancora all'esterno e ora effettivamente la casa appare deserta. Poi accade che quello che viene detto ha un suo preciso riscontro nella figura. 


Ma nelle prime due stanze il colore alle pareti cambia. Niente di strano: nelle case è spesso così. Ma la cosa che non viene detta è che il colore ci sta portando verso il buio della notte che puntualmente arriva quando si esce di nuovo tra staccionata e albero e di cui il testo non fa alcuna menzione. In assoluto silenzio abbiamo impiegato un'intera giornata ad attraversare una casa di sole cinque camere... Oppure è successo qualcosa nel frattempo? 


Beh, almeno Maurice Sendak tra il lo spicchio di luna crescente dell'inizio e la luna luna piena della tavola finale di Where the Wild Things are ci ha messo due viaggi per mare e e una ridda selvaggia... 
Nel libro di Klassen cosa dobbiamo capire che non è detto a chiare parole sul tempo che passa? 
E quanto ne passa? Ma davvero ne passa? (Sam e Dave scavano una buca rules) Altra cosa su cui il testo tace: la scomoda presenza... 
Piccolo, grigio, dai grandi occhi sbarrati che inchiodano il lettore, è lì a smentire quanto le parole stanno segnalando. 
Ed è di nuovo questa buffa quanto inaspettata frizione tra parola e figura che solletica la risata e una lieve inquietudine: quel tipo di risatina nervosa che si fa di fronte a qualcosa che non ci si aspetta e che non è del tutto spiegabile. 
Un paio di giorni fa ho fatto una bella chiacchierata con Jacques & Lise sulla questione del silenzio nei libri. Anche i loro sono pieni di cose non dette. E la ragione per cui loro se ne servono, presumo, sia la stessa che muove anche Klassen, di cui dichiarano di essere grandi estimatori. 
Si tratta del desiderio di sollecitare il pensiero e la capacità interpretativa da parte dei propri lettori. Lasciare loro il gusto di esplorare tutto ciò che è non detto, ma che potrebbe essere coerente con il testo. 
Per farmi capire cosa intendesse, Jacques me lo ha mostrato in modo plastico, ossia mi ha fatto vedere che un libro aperto e messo in piedi ha il profilo di una fatta di torta (e contiene tutto ciò che nel libro è visibile), ma il resto del cerchio mancante, ossia il resto della torta, è tutto nelle mani del lettore (ed è invisibile). 
In questa risposta spero sia invece molto visibile a tutti il guizzo del designer che abita la testa di Jacques. 


La medesima cosa capita qui nel libro di Klassen. 
La fetta di torta contiene la sorpresa e il silenzio sulla scomoda presenza e fa molto ridere e inquieta il giusto. Ma soprattutto lascia tutto molto "sospeso" (!) e, ovviamente, a disposizione di tutti coloro che sono in cerca di una spiegazione nel resto della torta. 
Ammesso che ce ne sia una sola, di spiegazione... 

Carla

Noterella al margine: il libro è pubblicato in Italia da Zoolibri.

venerdì 9 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IN CAUDA VENENUM

Henry
, Jacques & Lise (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2026


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Questo è Henry. Henry adora il suo panorama meraviglioso. 
La sua stanza fredda e spoglia, invece, gli piace un po’ meno. 
Un giorno Henry decide di cambiare le cose. 
Poco dopo, tre caldi mobili di legno gli rallegrano la stanza. 
'Mmmh', pensa Henry, 'forse si può togliere qualcos’altro da fuori e aggiungere qualcosina dentro?' " 

Detto, fatto. 
Prima un veloce sguardo fuori dai vetri di casa, poi l'idea. 


E così, la camera che prima era spoglia, e poi sobriamente arredata con l'arrivo del tavolino e dei due sgabelli di legno, ora è piena di meravigliosi mobili e suppellettili ed elementi di decoro: librerie in legno, libri di carta, un tucano (forse imbalsamato) varie piante rigogliose e recise, un paio di grandi uova, sottratte a un nido... 
Il giorno dopo Henry aspetta visite: gli amici che rimarranno entusiasti, ne è certo. 


E infatti tutti si aggirano per il suo salone sbalorditi. Poi, come aveva fatto lui la prima volta, si affacciano alla finestra e individuano fuori ciò che ognuno di loro vorrebbe dentro. 
Sempre dalla stessa finestra, è possibile vederli che trascinano via grandi pietre, rami fioriti, foglie carnose e persino il vello di un barboncino, nonché frutti succosi e le piume di gallina vergognosa. 
Va da sé che dell'antico panorama che Henry amava guardare è rimasto ben poco... E la sua stanza ora gli appare vuotissima. Non resta che traslocare altrove: lo spazio non manca! 
Chi deve capire, capisca! 

Per i più esigenti si dica che i due autori, che di mestiere sono anche designer, hanno pensato di rendere la finestra, e più in generale i diaframmi che permettono a Henry di guardare all'esterno, qualcosa di più reale del semplice disegno su carta. E così li hanno fustellati nelle pagine per aggiungere un po' di sorpresa, ma anche significato ulteriore. 
E quindi ancora una volta la forma, com'è giusto che sia, diventa contenuto! 
Il libro Henry rispetta perfettamente il canone a cui Jacques & Lise ci hanno abituati. 


Pochi colori, di cui uno dominante. Le consuete quanto inconsuete figure tondeggianti, sempre un po' fluide nello spazio che occupano, un panorama e un contesto costruiti grazie a pochi elementi iconici. Un personaggio guida che attraversa e guida l'azione e che spesso dà il titolo al libro... 
Ma i due fattori che rendono i loro libri particolarmente interessanti sono: da un lato il gusto per lo scarto finale, di solito amaramente ironico, che ribalta di 180 gradi la prospettiva del cammino che sembravano voler indicare e dall'altro l'esigenza forte e insopprimibile di dire ai propri attenti lettori di vedere al di là dei fatti. 
Ossia, da un lato un costante Leitmotiv che un lettore dell'Antichità avrebbe definito con felice sintesi: in cauda venenum e dall'altro un altro irrinunciabile voto a essere politici a ogni costo. 
I due fattori sono intimamente legati. 
Nei soli tre libri italiani, Viktor, Pia e adesso Henry, il lettore deve essere attento se vuole capire fino in fondo (adagio che si può applicare come regola generale nella vita...): deve notare i dettagli, le sfumature, i doppi sensi; insomma, non deve restare sulla superficie della storia! 
E se si dimostra accurato nel cogliere ogni particolare, arriverà prima a trovare il senso profondo, la vera verità, che l'attraversa e sarà capace, più di un lettore superficiale, di ragionare sulle grandi questioni che i libri di questi due acuti graphic designer mettono sempre lì a disposizione, a pagine chiuse, a lettura conclusa. E se sarà accorto, si divertirà a seguire le giravolte finali che non mancano mai. 
Questo è per dire che Jacques & Lise, forti anche del loro altro mestiere, hanno una grande capacità di colpire l'immaginario, di non passare mai nell'indifferenza dello sguardo. C'è di fondo un raffinato, sapiente e spesso e volentieri tagliente linguaggio 'silenzioso' che attraversa le loro storie e che le rende inconfondibili e indimenticabili. Inconfondibili e indimenticabili come lo sono alcune icone del design, appunto. 


La fortuna è stata che entrambi si siano trovati, al principio delle loro carriere, e si siano fidati l'una dell'altro, decidendo di collaborare. Quindi che siano riusciti ad accordare le loro visioni e abbiano portato le loro singole sensibilità a convergere su un unico progetto e che il risultato abbia funzionato così bene e sia stato immediatamente riconosciuto dalla critica a livello internazionale (solo per curiosità vale la pena scorrere l'elenco dei premi e dei riconoscimenti collezionati fino a oggi). 


Resta naturalmente un mistero da svelare - e cerchiamo di farlo a Cagliari al Festival Tuttestorie il giorno venerdì 9 alle ore 18,30 - come tutto questo sia stato possibile.

Carla

mercoledì 7 ottobre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PIEGARSI PER VEDERE 

Da qualche parte ho letto che il numero più lungo che si possa immaginare non si sviluppa verso la grandezza, non serve a misurare universi ed estensioni stellari, ma va nella direzione opposta, verso il piccolo, e serve a definire lo spazio occupato dalle componenti minime della materia e le loro successive ulteriori frammentazioni. Se l’infinito esiste, a quanto pare, sta letteralmente nelle nostre tasche. 
Non so da quale fonte avrò mai ricavato questa informazione controintuitiva, ma anche se fosse fallace ben si adatterebbe a descrivere il meccanismo immaginativo innescato da questo albo. 
L’albo C’è una cosa in ogni cosa pare muoversi proprio in questa direzione, ridefinendo lentamente l’estensione dei concetti apparentemente opposti di dentro e fuori, rendendoli prima porosi, poi attraversabili e infine comodamente abitabili, proprio come sanno fare i bambini e, tra loro, il piccolo protagonista della storia raccontata. 


C’è una cosa in ogni cosa è un’osservazione semplice che si allinea all’attitudine all’osservazione dell’infanzia, epoca in cui l’intuito per il mistero e l’esperienza per la materialità contingente del quotidiano sono fittamente connessi. L’attività di frugare, aprire, spigolare sul fondo dei bauli e dei cassetti è qualcosa che ben si addice alle piccole mani e alle piccole dita dei bambini che prima o poi si trovano impegnati nelle loro esplorazioni di stanze, mobili, vecchi abiti, angoli e cantucci troppo bassi da raggiungere, in cui spesso capita di scovare frammenti minimi, frantumaglie e oggetti di ogni tipo. Questi reperti, talvolta lontani dal momento in cui erano veramente utili, assumono al cospetto dei piccoli una seconda vita. L’immaginazione senza condizionamenti si trova spinta in una direzione nuova, che questo albo coglie in maniera delicatissima, restituendola intatta all’occhio adulto. 
Le cose che stanno dentro alle altre cose divengono scalini che, mentre scendono, offrono molteplici occasioni di meraviglia che corrispondono ad altrettante occasioni di percepire l’estensione dello spazio che esiste – apparentemente inerte – dentro alle cose, evidenziando infine l’irrilevanza della misura oggettiva a dispetto di quella percettiva. È qui che lavora l’albo, su una soglia che chiede di piegarsi per poter guardare. 


Una busta contiene altre buste, una cartella contiene i libri e un astuccio a sua volta contiene penne e matite. Un palazzo tiene in sé molti appartamenti e in ogni appartamento ci stanno le stanze, e nelle stanze mobili con dentro oggetti e vestiti, e persone. Queste ultime a loro volta contengono organi e materia biologica, un cuore, un fegato delle ossa e anche un cervello e dentro il cervello di ognuno ci sono i pensieri e le emozioni e ricordi, e in quei ricordi altre persone, altre case e altri mondi, in ognuno dei quali è possibile ripescare una borsa che contiene una busta, con dentro altre buste… 
Il gioco intellettuale scatenato dall’approccio delicato e poetico dell’albo si trasforma facilmente in una discesa a precipizio in profondità immaginative vertiginose, che sono reali e inarrivabili, come dimostra la capriola fantastica a cui ci dispone la stanza buia di quel buio che sta dentro a ogni cosa.


Anche i luoghi diventano teatro di suggestioni, suggerimenti per una possibile traiettoria dove direzionare uno sguardo. Per trovare qualcosa che non sta manifesto, ma dietro una superficie che lo cela e lo contiene. La discesa verso il dentro rivela la possibilità di aprire, spalancare e andare, e il concetto di interno viene completamente stravolto con una prospettiva inversamente proporzionale alle promesse date. Cosa c’è di più piccolo di una conchiglia, di una spirale che si avvolge su se stessa? Cosa c’è di più piccolo di un neurone, cosa meno percorribile delle sinapsi e degli assoni? Eppure è lì che sta la memoria, lì dentro che si spalanca l’immaginazione: un sole ricordato non è meno vero di quello che splende in cielo. 


Lo spazio indagato dal protagonista della storia si allarga man mano che vi si introduce, perché è entrando che si rivelano le componenti, è entrando che l’apparente e semplice uniformità – di un oggetto, di un concetto – si disfa. Allora la riflessione si estende, allargandosi anche grazie alle immagini che dialogano con qualcosa che sta fuori, oltre il margine. La gamba di un animale, il braccio di un adulto che strattona il bambino che, se non è già intento in un'indagine, è pronto ad immergervisi. Ci siamo anche noi, fuori dalla pagina, reclinati e ripiegati sui particolari delle illustrazioni per meglio mettere a fuoco, da fuori la pagina, cosa ci stia dentro, sulla carta, nella storia. 
Ricordate: è qui che lavora l’albo, sulla soglia: bisogna piegarsi per poter guardare, farsi piccoli, nuovamente, per riuscire a vedere. 


Giorgia

 “C’è una cosa in ogni cosa” Lorenzo Coltellacci, Marta Lonardi, Raum Italic 2026

lunedì 5 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GRAN GURIDI


Straniero
, Guridi (trad. Laura Costa) 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Rüf, il giorno in cui il rayadito canta tra gli alberi. 

 L’acqua grande lo porta. Il püllü lo sputa sulla spiaggia. Lo lascia sulla sabbia
 come rami morti. È coperto di pelle altrui e bianco dentro, come un cocco. 
Lo osservo dalla cima, accanto al vecchio foye. 
Non canta. Non onora il ñgen-ko. 
Non chiede permesso per calpestare la terra." 

Così è arrivato. Sputato dal mare e abbandonato, naufrago sulla spiaggia. 
Solo, vestito di pelli di altri animali, non ringrazia della sorte che ha avuto e non si mostra riconoscente nei confronti della terra che lo sta accogliendo. 
Robinson Crusoe è arrivato sull'isola e qualcuno lo sta osservando. 
E già molte cose non vanno. 
Il riparo che il naufrago si costruisce a spese di ciò che reputa suo non respira come le altre case sull'isola e non pare fatto per accogliere, ma per serrarsi all'interno, in solitudine. 
Ha un bastone di fuoco, un fucile, con cui uccide senza pensiero e la lingua che parla è aspra, diversa dal canto.
Lui mi chiama venerdì, io lo chiamo straniero. 

Comincia così questa tagliente rilettura di quello che è considerato il primo romanzo di avventura, The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe of York, che Daniel Defoe pubblica a Londra nel 1719. 
Guridi si schiera e, come a suo tempo fece Michel Tournier, anche lui decide di dare voce a Venerdì. 
Gli offre la possibilità di raccontare i fatti da un altro punto di vista e soprattutto con una lingua che è diversa da quella che ci tiene assieme. E non solo per lessico, pieno di meravigliosi neologismi, ma anche e soprattutto per senso. 
Straniero è davvero straniero, senza minimamente considerare l'eventualità di esserlo. Perché è troppo concentrato su di sé e di quello che gli accade intorno ha una percezione molto personale... 
Quando sull'isola sbarcano altri come lui, la differenza tra Robinson e Venerdì diventa un abisso e l'uomo dalla pelle bianca come l'interno di una noce di cocco legge come paura quello che invece è rispetto e amore nei confronti del mondo che ci ospita e profonda armonia con esso. 
Robinson è uomo che si accuccia e prova a risolvere con il fucile; Venerdì resta alto in piedi, solido sulle sue radici. 


Robinson "era solo un uomo perduto, che ha voluto insegnarmi il mondo senza vedere il mio"... 
Insomma, Guridi ancora una volta dice attraverso poche parole, parecchie anche inventate, e pennellate di acquerello, solo blu e arancio, alcune grandi verità che riguardano tutti. 
Scegliere di restare nell'ambiguità di un testo così scarnificato e nei pochi segni che evocano un lessico visivo simbolico fa sì che questo nuovo libro di Guridi apra così tanti percorsi interpretativi da rendere il libro un testo universale. 


Un libro in cui le coscienze individuali possano interrogarsi e mettersi in discussione. 
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi non ha rispetto e cura e devozione verso la terra che lo ospita. 
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi non sia capace di ascoltare l'altro. 
Ci si può leggere un j'accuse nei confronti di chi si consideri superiore. Portatore di ricchezza e potere.


Ci si può leggere un omaggio al respiro pieno e lento. 
Ci si può leggere un omaggio all'armonia. 
Ci si può leggere un omaggio alla voce diversa di una cultura, quella Mapuche, che compare qui per creare una memoria simbolica che dia corpo a un’altra voce sul mito di Robinson Crusoe. 
In conclusione, siamo di nuovo di fronte a un gran Guridi.


Ancora e ancora gli va riconosciuta l'arte rara di saper lavorare sul silenzio, sul simbolo, sull'ambiguità interpretativa che regala ai propri lettori domande, suggestioni piuttosto che pericolose risposte univoche. 
Libro necessario. 

Carla