Al rientro da un weekend dai nonni, le bambine lo vedono subito.
La cucina, il bagno, l’ingresso… anche la loro cameretta. È tutto molto vuoto e dritto, persino l’odore nell’aria è cambiato. Troppo ordine, troppa pulizia le insospettiscono immediatamente. È chiaro che qualcosa deve essere stato buttato via. Perché non si può pulire così tanto senza buttare via niente.
E siccome le cose buttate vanno conferite da qualche parte, ecco il sacco. Le bambine lo trovano e indignate lo prendono e lo riportano nella loro cameretta, per analizzare quali oggetti i genitori abbiano buttato in loro assenza, credendoli cose senza importanza al punto da definirli robaccia rotta o inutile, pelucchi e frammenti talmente insignificanti da far definire il sacco “vuoto”.
Ordinare sembra un gesto semplice, eppure ci mette di fronte a continue scelte. E se è vero che ogni manuale che si rispetti suggerisce di liberarsi senza troppi pensieri di ciò che è inutile, vecchio o rotto, meno ci si sofferma a riflettere in quale sistema di valori tali aggettivi trovino sostanza e realtà. E se le persone che vivono in casa sono più di una, i fraintendimenti e le sovrapposizioni possono essere tante.
Estratti uno a uno dalle proprietarie, le penne rotte, i coperchi senza funzionalità apparente, i tappini, i pelucchi, gli occhiali senza lenti e i cucchiaini gettati con efficiente noncuranza tornano ad assumere la loro dimensione affettiva originaria, prendendo corpo in usanze e costumi che le bambine restituiscono con crescente sdegno: una cintura con i campanelli può sempre tornare utile, le carte delle caramelle rivelano essere una collezione di trasparenze e colori. E il ciocco di legno assomiglia talmente a un bebè da avere un nome e una storia: è stato cuginetto delle sorelle per una intera estate.
Nelle mani delle bambine, il contenuto del sacco, riversato sul tappeto al centro della cameretta, corrisponde a un mondo di giochi, tradizioni, simboli e posture sentimentali che le bambine abitano, all’insaputa degli ignari genitori, colpevoli soltanto di aver voluto riordinare. In questa ottica - l’ottica delle bambine - il sacco è ben lungi dall’essere vuoto. Il sacco contiene tutto.
Le illustrazioni si susseguono catturando nei confini delle pagine porzioni di un territorio domestico che dialoga incessantemente con la propria continuazione oltre il margine: un quadro tagliato a metà, le gambe del padre che spuntano dal tappeto, tavolini, quaderni e scale alludono a un altrove e che ce lo lasciano immaginare oltre la pagina in un continuo incrociarsi di pieno e vuoto, senso e non senso. Le cose buttate dai genitori nella loro pur necessaria furia di pulizia divengono mondo nelle spiegazioni accorate dalle bambine, il rigore di un weekend di riordino approfondito è anche una vera catastrofe per la teoria di oggettini minuscoli e apparentemente sacrificabili.
Il sacco si prende invece uno spazio centrale, catalizzando lo sguardo come un buco nero: dopo aver fagocitato il sistema valoriale svalutante degli ingenui e inconsapevoli genitori eccolo risputare quello ricco di senso e identità delle piccole.
Il sacco è una soglia in cui i valori delle cose si trasformano.
Si intravede in lontananza una critica all’intervento inconsapevole nel mondo dell’altro e, ancora più lontano, ecco emergere una somiglianza tra la decisione deliberata di cosa tenere e cosa buttare e un certo atteggiamento invasivo e colonialista: quello che si arroga il diritto di nominare, scartare . Il sacco allora diventa un gesto predatorio che forse, nel grande gioco dei frattali che è la vita, mettiamo in atto, minuscolo e apparentemente innocuo, nella vita di ogni giorno. Forse proprio nella relazione tra adulti e bambini.
Cosa infatti deve essere davvero buttato?
Applicare questo interrogativo al territorio dell’infanzia, alle sue sproporzioni di potere, ai suoi protagonisti tanto vulnerabili e ai loro oggetti minimi, lontani dall’orbita dei grandi genera nelle mani di Adbåge una situazione paradigmatica che getta la sua luce molto lontano.
Riordinare è stabilire un confine tra ciò che si può tenere e ciò che al contrario va buttato. Significa tracciare un discrimine, dare priorità.
Farlo per altri, come accade nell’albo, chiama in causa il valore che diamo al mistero dell’altro, ma interroga il fatto stesso di saper attribuire all’altro (ai bambini, soprattutto!) il diritto a una legittima porzione di mistero senza volerla eliminare o considerare inutile solo perché è a noi sconosciuta.
Giorgia
“Il sacco”, Emma Adbåge, (traduzione di Samanta K. Milton Knowles), Camelozampa 2026








































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