IL SABATO NEL VILLAGGIO
(trad. Giuseppe Sofo)
Raum Italic 2026
NARRATIVA ILLUSTRATA
"Pedro
quello del bar
Era il proprietario del bar.
Originario di Santes e annoiato dalla vita, aveva chiesto all'autista di lasciarlo all'ultima fermata del tragitto. E del mondo, se possibile, E così era arrivato a Piedras Negras. In valigia aveva messo due abiti (che qui non gli sarebbero serviti a nulla), una foto di Estela (di cui non voleva ricordarsi) e una borsa con le mazzette di banconote che aveva ereditato dopo la morte di suo zio Rigoberto, farmacista, vedovo e senza figli. E anche un libro di Lesta de Lemito.
La distanza, come era prevedibile, non curò il mal d'amore...."
La sua seconda opzione erano i superalcolici.
Ed essendo lui uno molto generoso di indole, appena arrivato in paese invitò tutti a bere. L'ubriacatura generale durò parecchio. E quando finì, accadde quello che succede sempre in questi casi: tutti si volevano reciprocamente un gran bene: persino il prete, Efraín fu visto avvinghiarsi un po' troppo alla signora Fernández.
Quando poi fu il momento di tornare a casa, Pedro si rese conto di due cose molto importanti. La prima: ora aveva un sacco di nuovi amici e la seconda: capì con molta chiarezza di avere una vera e propria vocazione per il bene comune. Entrambe le circostanze fecero sì che - con i pochi soldi rimasti dell'eredità - costruisse lui stesso un bar a Piedras Negras che chiamò Il tempo.
Questa è la sua storia che si intreccia con quella del fantasma Rigoberto, del prete Efraín, di Gael il falegname, segretamente innamorato di Lina, la triste che la signora Pirita un tempo ascoltava con rassegnata pazienza. Ma adesso non più.
Quarantadue pagine che racchiudono in sé un intero villaggio, ovvero i suoi abitanti. Si tratta di una ventina di ritratti, tra cui quello dei gemelli Marcos e Mateo e dei fratelli non gemelli, Igor e Juan che come obiettivo hanno solo quello di uccidere la loro sorella Pirita che gli ha fregato l'eredità della zia milionaria Esmeralda, con un pretesto che non sta in piedi.
Questa ventina di ritratti sono stati scritti magistralmente da María José Ferrada, ascoltando le voci della ventina di facce di sasso che Pep Carrió ha composto nel tempo e che, un bel giorno, hanno cominciato a parlagli...
Piedras Negras è un piccolo oggetto perfetto in ogni sua parte.
Dalla bellezza del testo, alla bellezza delle figure, passando alla bellezza di come insieme queste due parti sono state composte per arrivare a una bella forma di libro.
Sta in una tasca, lo si legge in un'ora e mezza senza avere mai voglia di alzare lo sguardo per pensare ad altro. Al contrario, la cosa che succede è proprio quella di pensarci e ripensarci in continuazione e di tessere legami, di cogliere nessi, di partecipare, seppure come testimoni muti, delle vite degli altri. Di quegli altri. E di godere di quello status mentale che solo la buona letteratura ti dà: farti essere lì, in mezzo a loro, in mezzo al racconto.
Probabilmente l'alchimia che lo fa succedere sta proprio nell'idea di creare un micro mondo, una minuscola comunità che agisce in senso sociale. Una cellula dalle dimensioni talmente ridotte che la visione totale è possibile. Si conoscono i ventuno personaggi, si apprendono i loro ruoli all'interno del villaggio e quindi è quasi naturale seguirli, spiarli, nelle loro reciproche relazioni, nelle loro idiosincrasie, difetti o pregi.
Di ognuno si conosce l'aspetto, attraverso la magnifica galleria di facce realizzate da quel genio di Carrió e anche i tratti principali del carattere, che - è ovvio - hanno una loro precisa corrispondenza fisionomica. Rigoberto, il fantasma del defunto farmacista, ha un volto scheletrico, così come i due gemelli si rassomigliano quasi come due gocce d'acqua.
Lina ha il volto scavato dalle tristezze al contrario della rubizza panettiera Pola, donna che aveva la capacità di coniugare la saggezza popolare alla psicologia e all'attualità: insomma, una panettiera che sa i fatti di tutti e che li smercia insieme alle pagnotte di segale.
Il prete Efraín è pallido, uno dei pochi sassi bianchi i cui occhi con grandi occhiaie grigie sovrastano un naso di sasso altrettanto slavato.
Gran finale. Prima dei due sassi ritratto di Pep e María José, c'è quello dell'ultimo a entrare in scena: un outsider. Si tratta di Teodoro, il regista che, nel finale appunto, sta lì a tirare le fila di tutto. Lui, per professione, fa quel che sa fare, ossia mette tutti questi singoli personaggi assieme, li fa agire, ognuno nel proprio ruolo e, sotto un cielo con tutte le sue stelle quel che ne esce fuori è un film, che, tutti sono concordi, non "è niente male".
Gran libro, davvero.
Carla





















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