venerdì 29 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TIPI DA PISCINA

E se il mondo salta in aria
, Sara Jäger, Sarah Maus (trad. Valentina Freschi) 
Iperborea 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 12 anni) 

 "Cosa vuoi Da me 
Cioè cosa vuoi da me? 
Niente.
Mi annoio. Mi annoio a morte. Che poi è inevitabile se stai sempre chiusa in casa e non succede niente, no? 
Allora esci 
Lo farei subito se potessi. Te lo assicuro. Immediatamente, se mi lasciassero. Stare in punizione durante le vacanze dovrebbe essere vietato dalla legge, non credi? Sei a casa anche tu, vero? 
Cosa te lo fa pensare? 
Perché non sei un tipo da piscina..." 

Dialogo tra due vecchi compagni delle elementari, Ava e Juri, che si 'reincontrano' dopo anni di silenzio reciproco, chattando al telefono. 
Ava è in punizione, segregata in casa; digita sul suo cellulare un numero di telefono scritto su un foglietto. Sotto il numero, un nome: Juri. 
Lei solo vocali, lui solo messaggi scritti. Cominciano a chiacchierare: Ava, che al carnevale della quarta, sua madre l'aveva obbligata a mascherarsi da pappagallina, detta quindi Uccello pazzo, è tutta energia, sempre un po' sopra le righe e incapace di fare a meno degli altri, non conosce l'arte del dubbio, apparentemente. Passa il suo tempo a fare, fare fare. E' in perenne movimento. A parte adesso che è chiusa nella sua camera, punita. 


Juri - che in quarta si era mascherato da astronauta - è il suo esatto opposto: un ragazzino pieno di paure (sono settimane che non mette piede a scuola), ama la solitudine, ed esclusivamente nella sua camera, dove si trova ora, si sente al sicuro. Scappa dal resto del mondo perché ambisce al silenzio intorno. Passa il suo tempo a piegare la carta facendo origami e a ragionare ragionare ragionare e nel frattempo coltiva molti dubbi. 
Cosa avranno mai da dirsi questi due, per giorni e spesso anche serate intere? 
Eppure. 

Architettura leggera, direi quasi invisibile, ma solidissima e perfetta.


Viste le due clausure, si potrebbe usare anche in senso metaforico il termine di gabbia di impaginazione studiata alla perfezione. 
Funziona così: nella pagina di sinistra i vocali di Ava. Nella pagina di destra i messaggi digitati da Juri. In tutta l'aria che c'è intorno alle due griglie di testo fluttuano, si infilano, si insinuano, si appendono, si appoggiano, si fanno largo i disegni di Sarah Maus che sono una storia nella storia: imprescindibili e magnifici. 
Sono parecchie le qualità di questo libro, oltre al robusto scheletro che la tiene su. 
La prima consiste proprio nel ritmo che uno scambio di messaggi presuppone. 
E calza a perfezione la scelta che uno scriva e l'altra parli: sono utili specchi per descrivere quei due, Ava e Juri. 
L'immediatezza di comunicazione - tutt'al più stemperata dagli sporadici silenzi dell'uno e dell'altra che altro non sono che prese di distanza, pause di riflessione - li rende immediatamente tridimensionali. Si impara a conoscerli, oserei dire a vederli e quindi a riconoscerli, attraverso quello che si dicono, ma anche molto attraverso il modo in cui se lo dicono. 
E ancora. I dettagli. 
Ce ne sono disseminati moltissimi, anche a livello figurativo. Davvero un lavoro così acuto e profondo da parte di Sarah Maus accanto a quello altrettanto raffinato dell'altra Sara. Penso per esempio, alla scelta dei loro costumi di carnevale... Tutto prende senso. 
Impercettibili a chi lo leggesse in modo distratto, ma altrimenti veri faretti luminosi (come quelli delle piste di atterraggio per gli aerei). 


E poi. Chiunque di noi usi le chat in modo efficace, ossia per fare arrivare chiaro e forte il proprio pensiero, le sa usare, dosare, calibrare: un maiuscolo qui, un a capo lì hanno la stessa efficacia di un tono sotto nella voce o di un'improvvisa accelerazione nel parlato. 
A parte tutto questo - e dico un'ovvietà, ossia che la forma sia latrice di contenuto - narrativamente parlando sono bellissimi quei due e sono bellissimi nel loro reciproco venirsi incontro. 


Lo fanno lentamente - hanno paure diverse, ma sono entrambi cauti nei confronti dell'altro - quasi inconsapevoli di quello che stanno mettendo in piedi insieme: una profonda amicizia, intima, sincera. 
A tenerli insieme ci sono le loro reciproche fragilità e paure, le loro esigue robustezze. Quei due si fanno forza a vicenda, senza per questo essere accudenti o mielosi, o patetici. 
Al contrario, sono schietti, talvolta ruvidi, reticenti il giusto, ma maledettamente veri, nel loro darsi una mano, nel farsi coraggio prima del grande tuffo nel vuoto. 
E anche prima della capriola finale... 
Ora, parlare di assoluta autenticità nel regno della finzione è come mettere una medaglia d'oro intorno al collo di chi ha concepito così bene questo libro. E non sono certo la prima ad averlo fatto e spero nemmeno l'ultima. 
Evviva, un altro raro libro necessario. 

Carla

mercoledì 27 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

RIBALTARE L'IMPERATIVO
 
Una serie di scatti fotografici. Un riquadro di asfalto con la sua texture granulosa, una fuga tra le mattonelle di pavé, lussureggiante di piccole erbe verdissime. Una piccola cannuccia di succo di frutta. 
E poi un pezzetto di carta, cucchiaini di plastica, confezioni di cartoncino collassate di cui è impossibile stabilire la provenienza. Lo stecchino di legno di un ghiacciolo. Proseguendo nell’osservazione, ci si accorge che tra le immagini che si susseguono esiste uno scarto e che sia necessario guardare meglio. Perché questo albo suggerisce un esercizio di osservazione, questionando non solo cosa significhi guardare ma anche e soprattutto cosa significhi immaginare e trasformare partendo dall’osservazione.


La linea di mezzeria è un manto innevato sovrastato da un cielo plumbeo e granuloso. La cannuccia si piega come zampina di insetto, e la carta, sdrucita fino alla frantumazione, è un piccolo animale bianco, rosso e blu. 
Lontano dalla tematizzazione di certi albi illustrati – in primis vengono in mente quelli di Tana Hoban che insistono sulle forme, sulle lettere e sui colori, il grande e il piccolo, i numeri… - gli scatti di Francesca Crisafulli, alternati alle sue successive elaborazioni grafiche, raccontano e trasmettono un atteggiamento libero e creativo nei confronti di quello in cui ci si imbatte quando si sta con il naso per terra. 
Si tratta di un'osservazione che rigenera il criterio con cui definiamo osservabile qualcosa approdando a una visione senza pregiudizi, più esplorativa, esercitata verso il basso, dove stanno le cose minime e senza valore, le cose cadute, o quelle buttate via. 


 Di recente ho fatto un cammino, una cosa piuttosto impegnativa, su sentieri con un fondo di sassi, acqua, molto fango. Per procedere senza cadere era necessario monitorare meticolosamente il percorso, tenere gli occhi incollati ai tappeti di foglie, alle cortecce, ai rivoli. A un certo punto qualcuno ha esclamato che bisognava alzare lo sguardo, perché a furia di stare attenti al sentiero ci si stava perdendo il panorama. Questa affermazione, che conteneva una certa urgenza, mi ha fatto molto riflettere. Personalmente, al di là della situazione contingente, sono sempre molto attenta all’immediato circondario percorso dai miei piedi. 
Mi sono quindi chiesta il perché di questa dicotomia tra guardare in basso e guardare in alto e nello specifico perché il guardare in basso fosse considerato una perdita.


Per questo, ho trovato esplosivo l’albo e su questo mi voglio soffermare: sul punto di vista necessario per squadrare il terreno, sulla postura corporea, sulla relazione tra occhio e spazio che viene a crearsi quando camminando ci si guarda i piedi e si rilevano i colori del selciato, le forme dei tombini, i tratteggi e le texture che si susseguono mentre ci spostiamo. 
Certo: guardare in alto, lontano, il panorama, finanche il cielo ha delle indubbie accezioni positive, ma ci dispone sempre a un certo assoggettamento, una supinità di proporzioni che diventa anche impotenza di sguardo. Soprattutto poi se si è bambini, ovvero osservatori piccoli e prossimi al terreno, e nel “panorama” non rientrano solo case e palazzi e porzioni di colline tra essi, ma anche i mobili e le stanze: da questa altezza - che è anche sociale - rapportarsi allo spazio aperto comporta difficoltà di inquadramento o di individuazione di una cornice. Una riduzione che può essere annichilente non solo in merito alla percezione di sé, ma anche riguardo alle proprie possibilità di reinvenzione. 


Guardare verso il basso favorisce uno sguardo che nei confronti del mondo non è possibile avere, a meno che non si sia in aereo accanto al finestrino, o non si disponga di un drone. Si tratta dello sguardo a perpendicolo, che domina le cose e le squadra dall’alto, assoggettandole, ovvero mettendole a disposizione come oggetto dell’osservare. 
È quella che io chiamo la prospettiva di Dio, intrinsecamente generativa: piegati verso il pavimento si ha immediatamente la percezione di un’inquadratura – la naturale gittata dell’occhio – e questo favorisce la libertà di agire al riguardo. La trasformazione, si diceva appunto, e la fantasia. Da questa prospettiva, davvero – come dice Quarenghi – il mondo è un foglio grande sul quale camminare, e lo sguardo portato in giro da piccoli piedi uno strumento di indipendenza per riformulare la natura delle cose, non solo inseguendo il proprio corpo impegnato nel cammino, ma anche il proprio pensiero impegnato a connettere, immaginare e trasfigurare, dotato per una volta di gigantesco potere di revisione del reale. 


In definitiva, alla fine dell’esperienza di lettura lo stesso titolo, Guarda dove metti i piedi, vede ribaltata la propria natura: da imperativo che spesso ha il sapore di consiglio piovuto dall’alto, magari anche vagamente minaccioso - e che comunque contiene il concetto di controllo volto a schivare minacce e pericoli, prevenendo così ogni occasione di inciampare e cadere – eccolo ampliato a suggerimento gentile e divertito, volto a normalizzare un atteggiamento proattivo e trasformativo. 
Come nei libri migliori, si esce per strada con uno sguardo nuovo, uno sguardo poetico capace di individuare micromondi e bellezza.
Uno sguardo poetico che è anche politico, perché come ci rapportiamo alle cose parla anche di come ci rapportiamo al mondo e alle minutaglie che contiene. 

Giorgia

 “Guarda dove metti i piedi”, Francesca Crisafulli, Giusi Quarenghi, Topipittori 2026

lunedì 25 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'USCITA DI SICUREZZA

Stella e Marigold, Annie Barrows, Sophie Blackall (trad. Laura Tenorini) 
Il Castoro 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Tutte le volte che qualcuno nella famiglia di Stella e Marigold si ammalava, arrivava la coperta dei malanni. Nonostante il nome non era una coperta su cui vomitare. E non era nemmeno una coperta: era un grande e soffice piumone bianco, con disegnati sopra dei vortici di stelle blu. La coperta dei malanni era molto vecchia. Era così vecchia che la mamma di Stella e Marigold la usava quando era all'università. A quel tempo era una coperta come le altre, ma un giorno la mamma ci aveva rovesciato sopra dello sciroppo per la tosse e così era diventata la coperta dei malanni. 
Quando stavi sotto la coperta dei malanni, non eri più nel mondo normale : eri malato." 

In questo momento a essere sotto la coperta dei malanni è Stella: febbrone, occhi che bruciano e mal di gola. 


Nel suo torpore, il pomeriggio diventa sera e solo quando è ben buio Stella si risveglia dal sonno febbricitante e si accorge che il letto di sua sorella è vuoto. Sente la sua mezza casa scricchiolare e il pavimento cigolare; qualcuno sta entrando furtivo nella sua stanza: è la sorellina Marigold che vorrebbe tanto tenerle compagnia sotto la coperta. E ha anche un piano per farlo. 
Visto che a cena ci sono le uova e che lei spesso e volentieri le vomita, la mamma le ha proposto un panino, ma lei - furba - le dice che ora le uova le piacciono moltissimo e quindi le mangerà... E, naturalmente, le vomiterà. 
Ah, cosa non si farebbe per condividere con la propria sorella una notte assieme sotto la coperta dei malanni! 


Questa è solo una delle sette storie che riguardano le sorelle Stella, settenne, e Marigold, quattrenne. 
Fin dalla prima ora vissuta assieme tra queste due c'è un patto. Stella lo ha sussurrato all'orecchio della neonata appena arrivata a casa dall'ospedale: "Io sono Stella, tua sorella. Ti racconterò tutti i segreti che so. Non li direi a nessun altro, ma a te sì. Te lo prometto". 
Marigold da quel momento ha un'assoluta certezza: sua sorella Stella che, da parte sua, manterrà la promessa e le spiegherà il mondo. 
E così sia.

Parlare di rapporti tra fratelli e non cadere nello stereotipo non è così scontato. 
Qui succede, nonostante la stranezza che Stella neanche per un minuto dimostri gelosia nei confronti della sorella appena arrivata. Anzi. 
Nel patto che le sussurra all'orecchio c'è il secondo grande cardine intorno a cui ruotano i rapporti tra fratelli maggiori e fratelli minori: il grande farà luce lungo il cammino del più piccolo. 
E puntualmente avviene, ma in un modo che non è affatto scontato. 
La circostanza che puntualmente si verifica in tutti e sette i racconti è la seguente: Marigold agisce di impulso in tutto quello che fa, mettendosi spesso e volentieri nei pasticci. È piccola e non sa mai bene come uscirne ed è a questo punto che arriva sempre Stella. 
Ma, attenzione, Stella non si prende l'incarico di coprire le ingenuità della sorella, men che meno se ne addossa - eroicamente - la colpa. 
E soprattutto non le fa mai nessuna morale e non cerca di insegnarle nulla (per questo ci sono già mamma e papà). 
Lei fa una cosa diversa: inventa magnifiche storie che racconta solo a lei, in separata sede, che però hanno il pregio e lo scopo di rassicurarla, di infonderle fiducia nell'andare avanti per la sua strada, piena di inciampi. 
Sono delle strepitose vie di fuga: uscite di sicurezza!


Così quando si scopre che Marigold ha infilato di proposito un suo fermacapelli nel tubo di scarico, Stella le racconta che nelle case c'è sempre una stanza che ha dei poteri magici: ogni notte per quattro minuti tutto si muove. E nella loro mezza casa (quella di sotto, che confina con la mezza casa di sopra della signora Raimondi) la stanza in questione è proprio il loro bagno. 
Stella questa cosa la sa perché una notte ha assistito al poltergeist che ha movimentato il bagno. Ed è in una notte di quelle, in quei fatidici quattro minuti, che la molletta, poverina, durante la sua passeggiata è incidentalmente precipitata nello scarico... 
Come non crederle? 
Oppure come non ascoltare il racconto di Stella, quando Marigold si è "persa" nel tunnel per poter vedere da vicino i suricati. A dar retta al racconto di Stella, la piccola Marigold, seduta su una panchina di fronte al suo asilo, un giorno aveva aiutato addirittura il vicepresidente e il suo autista a ritrovare la strada per andare a consegnare una medaglia a un vecchio signore che se la era meritata... 
Come non crederle? 
Due grandi nomi della letteratura per l'infanzia, dopo il successo planetario di un'altra fortunata e premiata serie, quella di Ivy e Bean - in Italia pubblicata da Gallucci con il titolo Ely &Bea - sono di nuovo in tandem a raccontar bambine belle!

Carla

venerdì 22 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DON'T HOPE, COPE!*

L'attesa, Federica Ortolan, Cecilia Ferri 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Da un po' di tempo si sentiva stanca. 
Delle cose, del vento, dell'autunno, delle cicale, dei ricordi. E anche delle persone. 
Decise che l'avrebbe semplicemente aspettata. 
La casa era confortevole. 
Non le mancava niente. 
Avrebbe continuato a fare le cose di sempre che però adesso erano diventate un'altra cosa. 
Nell'attesa ogni mattina, si legava il grembiule dietro la schiena." 

Lei lo sapeva da sempre, lo aveva sentito nelle storie, nei racconti e persino nelle filastrocche, che un giorno Lei avrebbe bussato alla sua porta e lei si sarebbe alzata e le avrebbe aperto e le avrebbe detto: eccomi. Era una cosa che sapevano tutti: rimane giusto il tempo che serve per organizzare la partenza all'ora che solo Lei conosce e poi si va... 
Il giorno successivo qualcuno effettivamente bussa alla porta, ma è una bambina a cui è caduto il pallone nel giardino. E il giorno dopo ancora è lo spazzacamino che le libera la canna della stufa, poi la vicina di casa in cerca di un fiore di calicantus. E così accade che giorno dopo giorno, il tempo passato ad aspettare diventa sempre meno, mentre le sue giornate si riempiono sempre di più di altre cose da fare. Fino al giorno in cui a bussare è una intera compagnia di saltimbanchi... 

In perfetto stile Kite, questo libro parla a diverse generazioni di lettori. Non mi pare adattissimo per essere letto in una scuola dell'infanzia, ma molto di più a gente già cresciutella e ancora di più a gente con un bel po' di anni dietro le spalle. 


Federica Ortolan e Cecilia Ferri costruiscono un albo illustrato secondo i canoni dell'ortodossia, ma lo offrono a un pubblico differente da quello consueto. Di nuovo, in perfetto stile Kite. 
La questione che L'attesa solleva riguarda tutti coloro che si sentono stanchi. 
E la stanchezza, si badi, non è solo un fatto di fatica fisica che si accumula e fiacca le forze, ma ha anche parecchio a che fare con la noia, con la scontentezza, l'insoddisfazione, l'abulia, la mancanza di motivi per muoversi e fare. Sono stanco, non mi va. Non fa per me. Lascio perdere... 
E allora quel che viene spontaneo fare è proprio il suo contrario: non fare. 
Facciamo finta che il lettore abbia più o meno 66 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - seduta sulla sua poltrona - non fa altro che pensare alla sua fine: Lei busserà presto alla porta e da parte sua non potrà fare altro che seguirla, perché è così che da sempre è andata. Sedersi lì ad aspettare che qualcuno bussi e ti porti via. Finire, andarsene, morire. E nel frattempo che aspetti, smetti di fare, di interessarti, di appassionarti, di emozionarti. Sei lì, come la protagonista, tutta concentrata ad aspettare il toc toc alla porta, il tuo momento. 
Però però, nonostante tutto, nonostante l'ineludibile destino, e nonostante la stanchezza quel grembiule ogni mattina ancora se lo lega dietro la schiena... E alle sorprese che dietro la porta si nascondono, reagisce.
Facciamo finta che il lettore abbia invece più o meno 16 anni. 
Non sarà difficile per lui sentirsi in armonia con la protagonista, che - pensa che stare seduta sulla sua poltrona sia la cosa da fare - non fa altro che affondare nella sua abulia: se ne sta lì a non fare niente perché non riesce proprio ad averne voglia, non è capace di interessarsi, di appassionarsi, di emozionarsi. E allora anche a 16 anni capita che si stia lì, come la protagonista, ad aspettare che qualcosa cambi: in attesa che il primo passo sia qualcun altro a farlo. E allora, se anche così fosse, perché non andargli dietro, a quel passo?


Bene. Tanto a 66 quanto a 16 forse varrebbe la pena di riflettere su questo apologo. E magari prendere in considerazione il suggerimento velato, una cosa semplice semplice vivere e non sopravvivere. Ogni mattina prendere l'abitudine di alzarsi e poi legarsi un vero - o metaforico - grembiule dietro la schiena e cominciare a fare: studiare, stendere il bucato, andare a lavorare, dare l'acqua alle piante, fare il pane, e occuparsi un po' di gatti e cani e anche del resto mondo intorno... 

Carla

*Tomi Ungerer...

martedì 19 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FOTOGRAFIE D’ESTATE 


La prima evidenza che colpisce immediatamente nel nuovo romanzo di Chiara Carminati è che è un romanzo di Chiara Carminati e di Massimiliano Tappari. 
Carminati-Tappari hanno già alle spalle una bella storia editoriale congiunta: da A fior di pelle del 2018 a Segui la stella del 2025, tutti editi da Lapis, i due autori hanno proposto libri per bambini molto piccoli dove le parole poetiche di Carminati accompagnano e sono accompagnate dalle fotografie di Tappari. 
In Mare mosso la sfida si alza di età e di livello: un romanzo per ragazzi, corredato da fotografie. Ogni capitolo, infatti,  inizia con una foto a cui più o meno implicitamente il testo tende. 
La protagonista del romanzo è la giovane Salicornia, Sal per gli amici, che con la madre e le due sorelle Tamerice e Posidonia, approda a San Gaudenzio, isola piccina e spersa del Mediterraneo. Sal non è felice di questo suo sbarco, tant’è che il capitolo si apre con questa immagine


Per Sal sull’isola c’è troppo caldo, troppa sabbia, troppo mare. Lei vorrebbe solo leggere fumetti di Lucky Luke e ripassare francese, ma pare che tutto congiuri contro queste due ipotesi. Non bastasse il caldo, l’isola è attanagliata dalla mancanza di acqua, motivo per cui saltuariamente si è costretti a fare la doccia con le bottiglie comprate nell’unico alimentari del paese. Il sindaco provvede in qualche modo ad accertarsi che tutti gli ospiti siano a loro agio, mantenendo i contatti con la nave cisterna che approda, se il mare lo permette. 
Sal è una ragazzina che sta bene con sé stessa, non cerca agganci con l’isola, ma è l’isola che gliene procura continuamente. Conosce così Glauco, un ragazzino con cui si scontra, è proprio il caso di dirlo, lungo un sentiero. Glauco ha al collo una macchina fotografica e inquadra pezzi di realtà incomprensibili agli occhi di Sal: delle rocce, il cielo, il mare. Cosa cerca Glauco? 
Dal mare appare anche la dottoressa Angela, che viene chiamata d’urgenza mentre prende il sole, per soccorrere la povera Tam caduta dagli scogli. 
Quello che pare un romanzo di formazione su un’estate inaspettata, piano piano diventa anche un romanzo sulla cura delle persone e dei luoghi. Succedono incendi improvvisi, la dottoressa denuncia il degrado sanitario, l’orizzonte del libro si annuvola piano piano. 


Come si riuscirà a comprendere la realtà dell’isola? Come si capirà cosa è successo? 
Guardando. Osservando, magari attraverso un obiettivo.
Il primo aspetto interessante del libro è il lavoro sulle immagini. Le fotografie di Tappari non sono mero strumento al servizio delle parole di Carminati (tutti i loro libri precedenti si basano sulla fusione creativa di parole e foto), ma aprono all’esplorazione del mondo. 
La mamma delle tre ragazze dipinge tutto il giorno: osserva, prepara i colori, disegna. Glauco fotografa. Sal legge fumetti che del rapporto simbiotico e creativo con le parole sono i capostipiti. Le domande che nascono dalle inquadrature, siano esse quelle di Tappari o quelle dei personaggi del libro, sono tante e profonde: cosa vuol dire rappresentare una porzione di realtà? Quanto cambia la percezione della realtà? La fotografia è solo una rappresentazione? Quanto posso cambiare osservando attraverso un mirino? 
Le fotografie lavorano su un doppio binario (come la nuotata citata dei ragazzi!): arricchendo la trama del libro facendo immaginare luoghi, suoni, profumi, ma anche aprendo il testo a mille significati.
Le fotografie a inizio capitolo allargano le possibilità della scrittura, arrivano dove le parole finiscono, o forse cominciano dando loro possibilità di dire. 


Il secondo aspetto che ho molto amato del libro è quello della lentezza. Non c’è un’esatta collocazione temporale nel libro, ma riconosco gli anni della mia giovinezza, gli anni ’80. Le foto di Glauco sono su pellicola, niente telefoni. Le giornate sono scandite da routine lente. Le fotografie non le vedi subito e per non sprecare pellicola, prima di scattare, ci pensi bene, poi le mandi a sviluppare e tornano giorni dopo. La fotografia analogica offriva uno spazio più lento nel suo rapporto con la realtà. 
Alla questa lentezza si aggiunge il fascino travolgente delle isole, soprattutto quelle piccole, in cui la natura talvolta decide al posto nostro. Se c’è mare mosso, tutto si ferma: non sbarcano turisti, non c’è acqua, non puoi andartene. Anche di questo parla il libro, del sottile confine tra noi e la natura, dell’imparare ad accogliere ciò che offre e, se non lo trovi, a cercarlo, perché da qualche parte un dono c’è. 
Ultime due considerazioni. La prima è che il personaggio della dottoressa Angela è ispirato alla storia vera della dottoressa Caterina Arena che nel 1975 aveva segnalato le scarse condizioni igieniche dei serbatoi comunali di Salina, motivo per cui era stata sollevata dall’incarico. La seconda riguarda la parte finale del romanzo, intitolata Album di fototraduzioni. È un gioco nel gioco. Io l’ho vissuto come un regalo al lettore e poi ho pensato che Glauco esiste. 

Valentina 

 Mare mosso di Chiara Carminati e Massimiliano Tappari, Mondadori

lunedì 18 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ERA UNA NOTTE BUIA E TEMPESTOSA...

Otto Perotto. 4x4x4 storie in una
, Cecco Mariniello 
Parapiglia 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Era una mattina luminosa e quieta. 
Dalle montagne lontane qualche rara folata di vento portava un odore lieve di fiori azzurri..." 

Questo è l'incipit. 
Da qui possono partire, effettivamente, tutte le storie di sempre. 
Come insegna il grande romanziere Snoopy, ticchettando l'eterno incipit: "Era una notte buia e tempestosa..." 
Qui le storie prescelte sono effettivamente quattro: quella della giovane regina del Paranà, con il suo promesso sposo e il suo Gran Ciambellano e il suo animaletto da grembo: un coniglietto impunito. Quella dell'attempato ingegnere Otto Perotto con il figlio Giannotto, che accolgono entrambi la giovane nipote (e cugina) appena arrivata e ragionano di un coniglio di passaggio nel giardino. 
Quella del giovane naturalista Narciso con il suo professore e con la sua giovane assistente e sullo sfondo un raro esemplare di coniglius africanus. 
E infine quella del coniglio Gian Mimì che davanti ai padroni del prato dove scorrazza si fa scappare un rutto. 


Riassumendo per categorie umane e per personaggi: c'è sempre una giovane, un giovane belloccio, un uomo attempato e un coniglio brado. 
Queste quattro figure, che si ripetono in grandi tavole senza testo, si alternano con ritmo cadenzato a pagine in cui il testo, ovvero i quattro diversi testi delle quattro diverse storie, si dipanano. 

Meravigliosa quanto perfetta architettura narrativa che si deve a uno degli autori e illustratori italiani di maggior talento, Cecco Mariniello.


Sempre un po' defilato dai riflettori, Cecco Mariniello è stato capace di entrare con dolcezza nello sguardo dei suoi lettori, con un fare tanto elegante quanto garbato da più di un trentennio. 
Inconfondibile anche a distanza: linea chiara, sapiente gusto per il surreale e dotato di una velata ironia, che nei testi dà il meglio di sé, tutta toscana. Le radici classiche della sua terra di origine si riconoscono anche nella composizione degli spazi, mai troppo pieni e in qualche modo rassicuranti, in quel segno leggero e tondo, a matita, ma anche nell'onomastica di personaggi e luoghi.
Dagli anni Ottanta i suoi libri magnifici hanno continuato a essere pubblicati e ripubblicati senza grande scalpore mediatico, ma fortunatamente, con una certa costanza. 
Un po' come dire che senza i suoi disegni, senza le sue storie, si sarebbe stati ben peggio. 


Il suo passo forse non è quello dell'albo illustrato canonico, ma piuttosto i suoi disegni si trovano bene in racconti di maggiore respiro ed è forse per questo che è stato l'illustratore elettivo per i testi di Roberto Piumini: entrambi hanno sempre dimostrato quell'incedere classico, capace di attraversare le epoche e le mode senza scuotimenti particolari. 
Anche questo libro Otto Perotto ha radici antiche. Fu pubblicato, con i disegni in bianco e nero nel 1985 dalla magnifica casa editrice Nuove Edizioni Romane, dell'altrettanto mitica Gabriella Armando. Con la quale Piumini e Mariniello hanno dato vita a un catalogo di letteratura illustrata da leccarsi i baffi. 
L'idea di partenza di concepire nove tavole che possono a pieno titolo illustrare quattro racconti diversi è semplicemente geniale. 
Così come è geniale giocare in punta di penna e di matita sui caratteri dei singoli personaggi, interpretando medesimi gesti e posture, luoghi e tempi ogni volta in modo differente, facendo entrare e poi uscire di scena personaggi come semplici figuranti. Non c'è mai una sbavatura, e neppure un'imperfezione che possa far inceppare il meccanismo a orologeria. 


Tic tac tic tac le storie stanno distanti tra loro, per circostanze, ambienti, ecc. ecc., ma nello stesso tempo in qualche misura si intrecciano ad arte. È presumibile che un gioco narrativo del genere possa al principio lasciare il lettore disorientato, ma poi lo catturi nella sua rete e lo porti nel finale ad approdare in un porto sicuro. 
Come suggestione, sarebbe anche interessante proporre a bambini e bambine di una classe di cimentarsi nel medesimo esperimento e gioco e concepire, in totale autonomia, su poche immagini comuni storie diverse tra loro. 
Sarebbe una palestra utilissima per mettersi alla prova con la lettura delle immagini e dei loro dettagli. 
E alla fine, ne sono certa, per tanti bambini che sono, altrettante saranno le storie che nascono: sarebbe la prova provata, come se ce ne dovesse essere bisogno, che all'immaginazione si può dare una direzione, anzi due o tre o quattro... 

Carla 

venerdì 15 maggio 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

IL MERAVIGLIOSO

"Per tutto il tempo in cui una gallina cova l’uovo e lo tiene al caldo, dentro di esso avviene un cambiamento meraviglioso. All’inizio è un normalissimo uovo con un puntino dentro. Presto quel puntino si sviluppa diventando un corpicino da cui partono due sistemi di vasi sanguigni: uno va verso il tuorlo e l’altro lungo le pareti del guscio..."


Questo "cambiamento meraviglioso" è forse uno dei segreti che di più un bambino mediamente curioso vorrebbe scoprire e capire. 
L'uovo è già di per sé un simbolo parecchio misterioso, che assume di caso in caso valori differenti, ma che con la sua forma chiusa e perfetta allude al suo potere di nascondere, di racchiudere, di proteggere e difendere qualcosa di molto prezioso. 
Da quello di struzzo che pende sulla testa della Vergine nella Pala di Brera di Piero della Francesca a quello molto più laico di Iela Mari, l'uovo continua a essere argomento di grandi domande. Una su tutte: è nato prima lui o la gallina? 
Così anche in uno dei tre libri di Marie Neurath, quello dedicato appunto ai misteri che si nascondono allo sguardo, E se potessi guardare dentro?, l'uovo e la sua mamma gallina vincono il primato di essere in copertina. 
Le altre forme che in qualche modo con l'uovo condividono "il meraviglioso" sono, tra gli altri, il faro, la piramide, il vulcano, una collina che contiene una grotta, una miniera, le mura di un palazzo, una piramide egizia, le tane delle talpe, i nidi delle vespe (qui le cartonaie), un mulino a vento (che però starebbe tanto bene anche nel volume dal titolo Come funziona?


Per spiegare ai bambini cosa succede all'interno di questi misteri, Marie Neurath in molti casi introduce il concetto di stratigrafia (ho sposato, come Agatha Christie, un archeologo e sono stata anche fidanzata con un geologo), ossia suggerisce ai lettori di immaginare un grande coltello "magico" che tagli in verticale la casa, il faro, la nave, la collina, la piramide, il suolo. Come in una torta a cui è stata tagliata via una fetta, si può ricostruire, partendo sempre dal basso - perché le cose più vecchie sono alla base e il resto si costruisce con il tempo o si va ad accumulare con il passare del tempo, fossero anche ere geologiche.
Attenzione però, con un palloncino non funziona altrettanto bene... 


E nel disegno che accompagna testi di chiarezza adamantina si vede appunto il quadro di insieme di una restituzione stratigrafica: il terreno di fondazione di un palazzo, le fondazioni stesse, la rete idrica che porta l'acqua nei lavelli e nelle vasche da bagno (manca il bagno, ma vabbè, per quello si potrebbe guardare l'altrettanto meraviglioso The Toilet. How it works di David Macaulay), la canalizzazione e la cisterna delle acque piovane, la camera da letto, il soggiorno con poltrona e libreria, la rampa di scale interne, il gatto davanti al camino con la sua canna fumaria che si apre sul tetto, ecc. ecc. Così come si può vedere il camino di un vulcano che sbocca nella bocca principale, o cratere, dalla forma a imbuto, ma anche le due laterali, quasi simmetriche. 


La storia editoriale di questo, che condivide con gli altri due titoli di poco successivi, risale alla fine degli anni Quaranta del Novecento. La realizzazione dei primi risale al 1944 e l'ultimo è del 1971. Mentre in Italia Munari ragionava su concetti analoghi, i coniugi Neurath, fuggiti da Vienna e dal nazismo, approdavano in Inghilterra. 
Marie Neurath, una scienziata di formazione, votata alla comunicazione grafica e più in generale alla pedagogia, inventa, insieme al marito Otto, un sistema assolutamente rivoluzionario per l'epoca: l'Isotype (acronimo di International System of Typographic Picture Education). 
Possono considerarsi a buon diritto i genitori dell'infografica senza la quale oggi saremmo spesso perduti. 
Elaborano un codice comunicativo che, attraverso segni minimi ed essenziali e attraverso una palette di colori limitata, rende la complessità della scienza e della tecnologia, più in generale l'informazione, alla portata di tutti. 
Bambini compresi. 
Pubblica più di ottanta titoli (che spaziano in ambiti di ricerca anche diversi come testimoniano i tre titoli iconici che Quinto Quarto, di concerto con l'Università di Reading che possiede l'archivio Neurath, ha scelto di pubblicare per primi): libri che si diffondono in lingue diverse nel mondo intero. 
Quinto Quarto lo ha preso come un impegno serissimo: lo ha promesso e ne farà uscire tre o quattro all'anno. 
Then, stay tuned! 

Carla 

"E se potessi guardare dentro?" Marie Neurath (trad. Alessandra Falconi) Quinto Quarto 2026 
"Piccolissimo, anzi invisibile", Marie Neurath (trad. Alessandra Falconi) Quinto Quarto 2026 
"Ecco come funziona!", Marie Neurath (trad. Alessandra Falconi) Quinto Quarto 2026

mercoledì 13 maggio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

DALLA BOCCA DI UN LEONE 


Sono la Rabbia. Non ho né padre né madre: 
sono saltata fuori dalla bocca di un leone 
quando non avevo neanche mezz'ora di vita; 
e ho scorrazzato su e giù per il mondo 
con questa coppia di spade, ferendo me stessa 
quando non avevo nessuno da combattere. 
Sono nata all’inferno; e fate attenzione, 
perché qualcuno di voi sarà mio padre. 

Con questa citazione de Il dottor Faust di Christopher Marlowe in esergo, Inés Garland dà il via alla storia di una ricerca, che è anche un combattimento, che è anche la lenta costruzione di sé del giovane Tadeo. 
La rabbia è quella che Tadeo sente crescergli dentro sin dalla prima scena del romanzo, quando suo fratello Iván lo costringe ad allargare le braccia a croce tenendo sul palmo di ciascuna mano un volume dell’enciclopedia Britannica con la minaccia di riempirlo di botte se le braccia dovessero cedere sotto quel peso. Il combattimento pure è di Tadeo, contro quella rabbia di cui rischia a ogni passo di diventare il padre. La ricerca è quella di capire sé stesso e la sua triste e opprimente famiglia, capire tutto quello che gli viene taciuto. 
Quello che Tadeo certamente sa è che non vuole diventare né come suo padre, né come Iván. 
Siamo in Argentina, a Buenos Aires e Tadeo è un quattordicenne, il più giovane di quattro fratelli. Vive in una famiglia devastata dall'irragionevole severità del padre, dalla triste e anaffettiva sottomissione della madre e dalla crudeltà fisica e psicologica di Iván. 
In effetti, motivi per farsi divorare dalla rabbia ce ne sarebbero abbastanza. 
La fugace presenza in famiglia della sorella Lucrecia, per quanto affettuosa, non riesce a spezzare l’angoscia che si respira costantemente in casa. E poi c'è l’altro fratello, Jano, personaggio centrale nella storia ma intorno al quale si condensa un omertoso mistero che riguarda la paralisi dovuta a un incidente di cui nessuno vuole parlare: la sua presenza, per quanto immobile e muta, è il nocciolo duro della storia.
Si tratta dunque di un affresco familiare che – per quanto nelle intenzioni dell’autrice nasceva come una storia corale - presto viene sopraffatto dalla figura di Tadeo che prende le redini della narrazione: il suo sguardo sulla famiglia e su se stesso diventa voce narrante alla quale l’autrice decide di affidarsi senza esitazione. 
Appena può, Tadeo si rifugia al fiume. Lì trova ristoro: la natura gli offre la possibilità di cercare un contatto con se stesso e sarà proprio lì che incontrerà Vera, una coetanea che invece ha una famiglia gioiosa e aperta, non priva di problemi ma con una sana stravaganza che consente di vedere le cose del mondo con amore e immaginazione. La famiglia di Vera è differente: non è questione di perfezione, non si tratta di non avere problemi, di essere più o meno fortunati… è questione di abbracci, di sincerità, di coraggio, di immaginazione e di cura. 
Sarà lei ad aprire lo sguardo di Tadeo a un modo diverso di essere famiglia e più in generale, a una postura differente rispetto ai fatti della vita. 
Tadeo osserva, si fa domande, mette insieme ricordi, confronta gli sguardi, cerca la strada e segue le tracce che Jano, quel fratello ormai ridotto al silenzio, gli ha lasciato. 
Inés Garland costruisce un racconto intenso, ruvido e coraggioso al tempo stesso che procede seguendo i pensieri e le vicende del protagonista, ma anche servendosi delle grandi narrazioni: ci imbattiamo nel mito di Atteone, che viene trasformato in cervo per aver visto quello che non poteva vedere e viene sbranato dai suoi stessi cani, o nei racconti delle Mille e una notte che dicono di potenti metamorfosi e terribili presagi. Come la lenta costruzione di un puzzle, Tadeo mette insieme i pezzi fino a svelare i tormenti, i segreti e le radici che hanno fatto di quella famiglia quella che è. Per percorrere i labirinti di quella rabbia e trovare la via di uscita. 
Tante sono le questioni affrontate: la malattia mentale, l’omosessualità, la violenza domestica, la vergogna, la sconfitta, il coraggio della verità, l’amore, il dolore, la libertà, la forza e la debolezza, ma nessuna di queste diventa “un tema” né tanto meno un insegnamento. 
I personaggi sono densi di sfaccettature, mai completamente incasellabili in un tipo piuttosto che in un altro. Tutte persone vive e dunque complesse. 
Tadeo diventa capace di attraversare questa complessità e di riconoscerla in se stesso. E questo fa di questa storia, una bella storia. 
"Tutta la rabbia che ho dentro", il cui titolo originale è "De la boca de un león", è stato premiato dalla giuria del XXI Premio Alandar che ha definito l'opera come "un avvincente romanzo di formazione, che parla di crescita, maturazione e ricerca dell'identità, capace di creare un'intensa tensione psicologica attraverso piccoli gesti. Notevole sia dal punto di vista tecnico che letterario, riesce a costruire una grande storia a partire dai conflitti familiari e a stabilire uno schema di disattivazione della violenza. Una narrazione travolgente con improvvisi sprazzi di chiarezza, soprattutto nelle scene rurali, che qui sembrano avere un potere curativo." Pienamente d’accordo. 
Inés Garland è stata apprezzata anche in Italia con l’attribuzione del Premio Strega Ragazzi nel 2023 per “Lilo” (Uovonero). Con Feltrinelli, nel 2015 ha pubblicato "Carta Forbice Sasso". 

Patrizia 

Noterella al margine. Qui il testo spagnolo delle motivazioni della giuria del Premio Alandar:  "una emocionante novela sobre el crecimiento, la madurez y la búsqueda de la identidad que consigue crear una intensa tensión psicológica a través de pequeños gestos. Notable tanto desde un punto de vista técnico como literario, logra levantar, a partir de los conflictos domésticos, una gran historia y establece un patrón de desactivación de la violencia. Consigue llenar una narración sobrecogedora de ráfagas de claridad, especialmente mediante las escenas de campo, que aquí parece tener un poder curativo".


Tutta la rabbia che ho dentro", Inés Garland, trad. di Francesco Ferruccio, Uovonero 2026 


lunedì 11 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL SERISSIMO STRUZZO

L'esploratore, Michela Nodari, Andrea Antinori 
Glifo Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Qualche anno fa sono partito. 
Ho preparato tutto il necessario. 
Ho salutato chi dovevo salutare. 
Mi sono voltato indietro tante volte. 
Non sono mancate le lacrime 
ma dovevo farmi coraggio. 
Perché io sono un esploratore. 
E l’avventura è il mio mestiere." 

In un giorno qualsiasi, questo piccolo, almeno il più piccolo di tutti, si mette in cammino e si lascia alle spalle gli affetti. Supera la malinconia e comincia la sua lunga e tortuosa strada verso l'ignoto. 


Si perde numerose volte, incontra gente diversa: grandi, piccoli. Con alcuni fraternizza, con altri un po' meno. 
Poi, con altri ancora, stringe "forti alleanze" e condivide la grande avventura... 
Pericoli, ma anche belle novità. E via andare: lentezze, ma anche grandi velocità. 
E poi, in un altro giorno qualsiasi... 

In tutta onestà, devo alla cornicetta di fiori della copertina la prima ragione del mio interesse. Questo tipo di decorazione che ha riempito per anni i quaderni di legioni di bambini, all'interno del libro ha una sua eco in alcune pagine in cui la parte inferiore del disegno sembra uscire dalle pagine di uno di detti quaderni, quello di un bambino dotato nel disegno (quale è Andrea Antinori!): uno su tutti, il pattern di funghi e piantine. 
La seconda cosa che mi ha incuriosito subito dopo è lui, il protagonista. 
Una creaturina gialla, sorridente, con uno zaino in spalla a cui è attaccata una tazza da globetrotter. E il fatto che cavalchi uno struzzo.


La storia raccontata da Michela Nodari, il cui finale è l'altra cosa notevole che mi ricorda un po' l'Orso e i sussurri del vento di Marianne Dubuc, stride lievemente con i disegni di Andrea Antinori e questo è già di per sé un bene. 
Tra le righe del testo che è giustamente ridotto all'osso non è dato sapere nulla del protagonista, men che meno la sua età. 
In quello spazio muto si infila l'idea di Antinori di dare al protagonista quelle precise fattezze. 
Piccolo, sia per altezza sia per età, non identificabile con un bambino, ma piuttosto con una creaturina che ricorda un coniglio o un orsetto. 
Contrariamente alla loro timidezza, questo, come anche il suo più noto predecessore, Lorenzo di Anais Vaugelade, parte e va. E contrariamente alla migliore tradizione delle mamme chioccia, le due rispettive genitrici, li guardano allontanarsi, trepidanti, ma piene di fiducia e consapevolezza che sia giusto così. 
Antinori decide anche un po' di altre cose: chi sono quelli che l'esploratore si lascia alle spalle - mamma, papà e fratellone? - chi sono le persone alte e quelle basse. Decide che questo piccolo cavaliere senza paura cavalchi non un destriero ma un insolito e serissimo struzzo. 


Decide cosa fargli fare insieme, decide anche come sia il mondo da cui partire e quello da attraversare. Che sia uno solo e come sia fatto il personaggio con cui stringere le grandi alleanze. Su tutto questo Michela Nodari giustamente tace. 
E ancora, quali siano i pericoli a cui il testo allude, e cosa mettere nello zaino e come arredarne la casa, con telescopio e cavallo a dondolo. 
Va da sé che essendo un albo illustrato per bambini piccoli, in qualche modo i non detti del testo possano suggerire che il protagonista sia coetaneo dei propri lettori, così come lo raccontano le figure di Antinori, e che quindi faccia sorridere di tenerezza l'idea che la prima partenza risalga a qualche anno prima e che un esploratore, così come si dichiara, non abbia mai tregua veramente. 


Come capita spesso nei disegni di Andrea Antinori si possono perdere minuti a osservare i piccoli dettagli, i giochi di sguardi, le espressioni che mette in faccia a tutti gli abitanti delle sue pagine colorate. Ed è una gioia farlo!
 
Carla

venerdì 8 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ETA' D'ORO

Leopold. il mangiabriciole invisibile
, James Flora 
Bohem Press 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Leopold aspetta sempre che arrivi qualcuno 
che mangi i biscotti e faccia le briciole. 
Un giorno aspettò e aspettò. 
Un poliziotto camminava per strada. 
Un uomo arrivava a cavallo. 
Un treno fischiava passando. 
Ma nessuno di loro fece briciole. 
Poi arrivò Minerva..." 

E tutto cambia nella giornata di Leopold il mangiabriciole invisibile. 
E anche in quella di Minerva, una bimbetta senza denti davanti. 
Leopold, come unica traccia della sua presenza, lascia delle evidenti impronte che sono l'unico segnale della sua effettiva esistenza. Minerva invece a terra scarica un bel po' di briciole dei suoi biscotti alla vaniglia. Nasce così un meraviglioso sodalizio: Leopold la segue ovunque, le sparge briciole lungo il cammino e poi decide di salirgli in groppa per andarsene in giro. Ma la trasparenza di Leopold non aiuta e quindi tutti quelli che li incrociano pensano di avere le traveggole e scappano atterriti. 


Anche il giorno dopo a scuola, dove Minerva lo porta, le cose non migliorano. 
La fame di Leopold si fa sentire così decide di mangiare tutte le merende che incontra, pensando - ingenuo - che siano dei regalini per lui da parte dei bambini. 
Comincia così la loro avventura sempre più rocambolesca e travolgente che li vede attraversare la città: una bambina sdentata, ma piena di inventiva e una creatura invisibile (o quasi), ma dalla pancia mai piena. 

Questo libro ha 65 anni tondi tondi ma ha l'energia di un ragazzino. 
Per di più è uno dei rari casi di importazione di James Flora in Italia. 
Il suo primo libro arrivato da noi è stato Il giorno in cui la mucca starnutì (prima edizione americana nel 1957, poi importato nel 2011 da orecchio acerbo). 
Il secondo esempio è Che paura, nonno! (pubblicato per la prima volta nel 1978 negli Usa e pubblicato quindi qui da Cliquot nel 2020). 
E poi basta! 
Jim Flora, gigantesco artista, dalla musica alla pittura passando per la grafica e il design pubblicitario senza mai fermarsi, meriterebbe ben altra attenzione. Anche perché le sue storie, per come sono costruite e disegnate, hanno una tale energia interna, una tale comicità innata, una tale qualità estetica, che difficilmente passerebbero inosservate alle orecchie e agli occhi dei bambini... 


Sono, almeno due su tre dei libri tradotti, delle vere e proprie fabbriche di caos e della risata schietta. Quella stessa risata intrattenibile di fronte a un qualsiasi filmino di Stanlio e Ollio, per esempio. 
Nel Il giorno in cui la mucca starnutì Flora costruisce tutto su un inarrestabile crescendo che parte da un evento infinitesimale, ossia lo starnuto di una mucca, per poi arrivare a un pirotecnico gran finale, prima di riatterrare con il botto nella stessa stalla di partenza. 
In Leopold in meccanismo non è molto diverso: si parte da un piccolo fatto che, sebbene abbia del meraviglioso in sé, resta comunque circoscritto a delle briciole per terra. 
Ma da lì al decollo verso una irrefrenabile fame di questa creatura bastano davvero un paio di pagine. Parte così la comica: Leopold mangia merende, svaligia pasticcerie, saccheggia un alimentari, depreda una banca, salvo poi risputare tutti i bigliettoni tra i piedi degli onesti (!) cittadini, svuota un negozio di caramelle e, colmo dei colmi, si acchiappa anche il pranzo del commissario in caserma. 
Tutto questo avviene in Leopold come pure ne Il giorno in cui la mucca starnutì davanti agli occhi vigili di un infante. 


Minerva qui non lo molla, anche se il controllo le è un po' sfuggito di mano. Ed è a lei - a lei sola - che va il merito di trovare una soluzione per arginare il magnifico disastro. 
Ed è qui, sul finale che non svelerei, che succedono due cose che testimoniano la bellezza e in qualche modo anche la magnifica scorrettezza di quegli anni d'oro della letteratura illustrata. Ormai perduti, a meno che non editori sensibili e colti vadano meritoriamente a ripescare libri del genere. 
La prima cosa che succede è nel sapiente lavoro sul colore che, alla faccia delle solite pagine alternate con il B/N per risparmiare, sta lì a testimoniare l'arte di Flora. 
La seconda sta in quel finale che - ne sono certa - i bambini si godranno ridendo allegramente, mentre gli adulti, ameno i più politicamente corretti, preferirebbero diverso. E' un po' come se ci fosse tra i libri di quegli anni (penso al libro di Tresselt & Glaser, L'elefante più piccolo del mondo), tra quegli anni d'oro per l'albo illustrato, una sottile quanto tangibile linea di confine con i libri illustrati di questi anni (non tutti, ma parecchi), una linea di confine tra la libertà assoluta di invenzione di allora e una libertà sempre un po' condizionata di oggi... 


Si esulti dunque per l'arrivo di Leopold! 

Carla