Che ci si trovi di fronte a un capolavoro ci avvisano fonti autorevoli fin dalla quarta di copertina. Jon Klassen afferma che "Il Ponte è così tante cose insieme: molto divertente, molto misterioso, molto bello, e come nessun altro libro che abbia mai visto. Diventa più profondo e più strano a ogni lettura: una vera trappola fantastica".
A lui si aggiungono gli Hamelin, a sottolineare come Eva Lindström giochi con gli stereotipi e le aspettative, divertendosi ad abbatterli.
È tutto vero. Il ponte è un dispositivo misterioso che, dietro le reazioni di perplessità che potrebbe suscitare a una prima lettura, nasconde molto altro.
Qui più che in altri casi, la questione si fa rarefatta: una manciata di pagine che scorrono veloci, una palette di colori ridotta e rigorosa che richiama certe atmosfere di fine inverno, protagonisti laconici che attendono, e mentre attendono si scambiano scarni dialoghi bevendo caffè in tazze che mi piace immaginare di sottile porcellana bianca.
Chi può, pensi a Beckett, ad attese sconsolate che si fanno carne ed esistenza. Chi lo sente nelle sue corde, come la sottoscritta, ricordi Lynch: la sua fiducia incrollabile nelle cose che non si capiscono immediatamente, il suo corteggiamento infinito e circolare per il dubbio come stato mentale privilegiato.
Il lettore più innocente e ben disposto, da parte sua, attraversi l’albo armato di coraggio, perché ci si caricherà di una tensione quasi fastidiosa, passando da una pagina all’altra con un senso di allerta tanto presente quanto apparentemente immotivato e, per certi versi, insoddisfacente.
Ma quali sono gli elementi che favoriscono la costruzione di questo clima?
Cosa intacca quel senso di sicurezza con cui si attraversano solitamente le storie custodite negli albi, anche quelle apparentemente più paurose?
Quali scelte narrative ed estetiche questionano il patto di lealtà che si stabilisce tra autrice e lettore, attraverso cui si accetta di seguire chi racconta ovunque voglia perché si presuppone che entrambi giochino con le stesse regole?
La questione da cui scaturisce la storia, innanzitutto, è fin troppo semplice per non insospettire: ci dovrebbe essere un ponte, che però è guasto e deve essere aggiustato, e quindi è necessario aspettare. C’è un maialino che dovrebbe attraversare per essere da qualche parte, a nord, entro una certa ora. C’è una coppia di lupi, piuttosto solerte nell’offrire ospitalità al maialino, in attesa del ripristino dell’infrastruttura.
Ci sono elementi che informano in direzioni opposte e contrarie, riverberando una sottile dissonanza: il tratto infantile e la postura narrativa sofisticata, il maialino e il lupo, l'accetta e lo spartito, l'apparente disposizione di una fin troppo evidente trappola e i gesti di un'accoglienza accurata e genuina.
I sorrisi ci sono. E le zanne.
Anche la costruzione delle illustrazioni è gravida di elementi che destabilizzano subliminalmente un quadro della situazione statico fin quasi all’immobilità: la difficoltà di lettura del paesaggio, per cui è arduo capire dove sia il fiume, dove la strada; le finestre del salotto in cui viene accolto il maialino, aperte verso l’esterno della casa, ma anche spalancate oltre il margine fisico della pagina; la disobbedienza alle leggi della prospettiva, che sovverte la rappresentazione dello spazio fino al limite consentito, oltre cui il pavimento sembra inclinato e le pareti deformate fino alla verticalità, il frequente cambio di punto di ripresa della stanza. Tuttavia, nessuno di questi segnali, pur suggerendo una direzione probabile della narrazione, prende davvero forma.
L’attrito sotterraneo che caratterizza tutto l'albo si manifesta nell’attesa. Ma quali sono davvero le entità che entrano in contatto e lo provocano? E soprattutto: chi è il vero interlocutore di Lindström, o meglio, dove sta la parte che sembra mancare al racconto ma che in realtà lavora incessantemente al suo fianco nella costruzione dell’intero dispositivo?
Gli elementi collocati sapientemente pagina dopo pagina possono fare quello che fanno solo tramite la collaborazione di un interlocutore che possieda tutta quella parte del combustibile culturale capace di prendere fuoco attraverso gli inneschi predisposti dall’autrice. Sappiamo per tradizione che il lupo dovrebbe mangiare il maialino, sospettiamo per questo di ogni gesto di gentilezza e leggiamo ogni mossa con la consapevolezza della probabile fine della storia e un'aspettativa quasi incrollabile.
A citare Čechov, diremmo che ci sono fin troppi fucili.
Ed è qui che interviene l'autrice: disattendendo, smantellando, decostruendo. Sottraendoci al gusto della previsione, Lindström ci coinvolge in un gioco che è soprattutto suo: non è la mera rendicontazione di fatti avvenuti secondo uno schema prevedibile perché condiviso, ma una riflessione profonda su quello che una storia è e sul ruolo che ha l’autore nel farcela attraversare.
Il ponte può permettersi di iniziare in medias res perché si fa forte di una narrazione che il lettore fa per conto suo ancor prima che l’albo abbia inizio, deducendo dal contesto quello che viene dato per scontato: che il maialino sia il protagonista, che sia lui a dover attraversare il ponte e, soprattutto, che il ponte esista.
Solo approdando alla quarta di copertina, dove occhieggia quella frase che potrebbe essere riferita a ogni lettore in procinto di attraversare un libro "Ecco qui qualcuno che deve attraversare il ponte" capiamo la sublime metafora a cui abbiamo partecipato e il ruolo che abbiamo avuto.
Perché nemmeno la disposizione della sequenza narrativa nella struttura libro è esente dalla magica opera di dissoluzione dell’armamentario di previsione che Lindström mette in atto. E se la struttura libro solitamente ci informa per convenzione e con esattezza del suo inizio e della sua fine, la disattesa più sublime è proprio quella del titolo, che ci inganna sottilmente utilizzando le nostre stesse cecità di lettori. Non c'è infatti nessun ponte, o forse sì, e lo abbiamo appena attraversato…
“Il ponte”, Eva Lindström, (traduzione di Laura Cangemi), Camelozampa 2026


















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