venerdì 4 settembre 2026

OLTRE IL CONFINE! (libri dall'estero)

YO TENGO UNA PASIÓN

Yo tengo un moco, Elena Odriozola, 
Ediciones Modernas El embudo 2020 


ILLUSTRATI 

"Yo tengo un moco 
lo saco poco a poco l
o redondeo 
lo miro con deseo 
yo me lo como 
y come sabe a poco 
saco otro moco 
y volvemos a empezar.... "

Vista così, sembra una poesia, invece è una canzone, ossia una filastrocca della tradizione. 
Che dice questo: ho una caccola, la tiro fuori piano piano, ne faccio una pallina, la guardo con desiderio, me la mangio e siccome non sa di molto, ne tiro fuori un'altra e via, si ricomincia... 


Una canzoncina per bambini che Elena Odriozola ha trasformato in un libro: un piccolo libro di circa quindici centimetri per undici, ma di ben centotrentasei pagine. 
Così l'hanno concepito dentro la bella casa editrice El embudo... Che se lo sfogli velocemente diventa anche un bellissimo flip book "filosofico" dove una bambina, un bambino una ragazza, un ragazzo, una signora e un signore, probabilmente i genitori, e infine una signora e un signore anziano, probabilmente i nonni, a turno si ficcano un dito nel naso (varia la narice ma non la direzione) e ne estraggono una caccola, la appallottolano e quindi se la mangiano e, visto che non sa di molto, ricominciano con il solito dito, la solita narice, la solita pallina e il solito assaggio... 
Come a dire: passa il tempo, ma... oppure panta rei, o ancora cambiare tutto per non cambiare niente. Ognuno scelga il proprio.
Impaginazione regolare come un metronomo: risguardi a pois verdi, che alludono alla materia prima della storia, testo verde in stampato maiuscolo sulla pagina di sinistra.


Tutti i personaggi sono ritratti a mezzo busto nella pagina di destra: ne vediamo il viso, le braccia e il torso, e soprattutto le mani che ispezionano, appallottolano, portano alla bocca e ispezionano di nuovo, estraggono e fanno pallina e assaggiano... 
Qualche dettaglio dell'abbigliamento, il tipo di capigliatura sono queste le uniche tracce che ci fanno capire che siamo di fronte a due bambini, due adolescenti, due adulti e due anziani. Ma il vero pezzo migliore sono le quasi impercettibili variazioni espressive - e qui parte la hola per Elena Odriozola. 


La bambina e il bambino con quel gesto dimostrano di avere la spensierata dimestichezza di chi sta esplorando il mondo di fuori come quello di dentro: occhi aperti, anzi spalancati, curiosi e osservatori nei confronti di quella pallina verde che impercettibilmente si affaccia al bordo della loro narice, destra o sinistra che sia. 
E come a tutti i bambini capita, hanno ancora fresco il ricordo della fase orale, in cui -a parte gli occhi e le dita- ha grande importanza la bocca. La caccola sembra un po' deluderli sotto il profilo gustativo, molto di più dà loro soddisfazione farne una pallina tra le dita... 
Discorso totalmente diverso, espressivamente parlando, è quello con gli adolescenti: la ragazzina ha occhi socchiusi, sguardo fisso e apparentemente assente, alza gli occhi al cielo nella fase di assaggio, anche lei insoddisfatta, ma evidentemente già molto consapevole di quello che l'aspetta. 


Il suo coetaneo maschio non ha occhi in vista; sono sotto una frangia che si apre come un sipario solo nel momento dell'osservazione della suddetta pallina. 
Quando si arriva agli adulti - quegli stessi adulti che hanno riempito la testa e le orecchie dei loro figli negando loro la possibilità di mettersi le dita nel naso e fare pulizia all'interno, perché non si fa: è maleducazione! - il gioco si fa ancora più duro. 
La signora, o madre che sia, fa tutta una serie di faccette vergognose per coprire il gesto, consapevole che se un bambino la becca in flagrante, per lei sono guai e potrebbe esploderle tra le mani tutto il suo progetto educativo. 


Lo stesso, o quasi, accade quando entra in azione il barbuto uomo o padre, che dalla sua ha anche degli occhiali dalle lenti spesse. Più disinvolto, pensa di poterla fare franca con tutto quel fitto pelo intorno alla bocca e sotto il naso. 
Dei nonni tacerò, ma la capacità interpretativa di Elena Odriozola non recede di un millimetro. 
In sostanza, si tratta di sole otto immagini dedicate alle singole quattro età: questo di fatto è il massimo spazio visivo che lei si concede per dare spessore umano - in estrema sintesi e con la massima efficacia e ironia - l'esprit, l'anima, di quattro diverse fasi della vita. 
Questo è per dire due cose: la prima riguarda la bellezza di saper lavorare per sottrazione, invece che per accumulo. Saper creare da una buffa filastrocca un libro pieno di intelligenza e valore e significato. Con quasi nulla in mano, chi ha concepito questo libro così com'è è stato capace di dire così tanto ai propri lettori, grandi o piccoli che siano! E in questo Elena Odriozola è stata ancora una volta maestra coraggiosa. 
E la seconda cosa è invece un rammarico: pur essendo una grandissima autrice, e non solo una mia passione (ho parecchi suoi libri di venti anni fa o giù di lì), in Italia arriva in dosi omeopatiche. 


Ma forse qualcosa si sta muovendo? 
Nell'attesa, il consiglio è: trastullatevi col vostro naso...

Carla

mercoledì 2 settembre 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TUTTE LE VARIETÀ DI FUNGHI


Fritz è un piccolo fungo della specie finferlo. Conduce una vita molto serena, in compagnia dei suoi genitori e di molti amici che frequenta abitualmente, in alcuni casi ama partecipare a giochi collettivi, insieme a molti altri funghi diversi, in altri casi preferisce la compagnia di pochi, in altri casi ancora predilige trascorrere del tempo con uno solo dei suoi amici, il più caro: Pig. Funghetto anche lui, ma della specie ovolaccio. E quella della specie non è l’unica differenza tra i due. Pig, infatti, ha un temperamento differente e, sebbene ami trascorrere del tempo anche solo con il suo migliore amico, non disdegna mai, ma proprio mai, le situazioni in cui si è in tanti, in cui c’è confusione; anzi, per lui rappresentano l’occasione per emergere ed essere al centro dell’attenzione. 
Fin qui nulla di strano. Senonché un giorno a Fritz (al quale evidentemente non sfugge la distanza tra sé e l’amico) viene in mente di provare a trascorrere un’intera giornata come Pig, lo affianca quindi in tutte le sue attività e non si tira indietro neanche quando i giochi e le avventure si protraggono oltre quello che lui avrebbe normalmente accettato. Ora Fritz comprende, forse avendone prova cogente, che per lui tutto questo può essere addirittura faticoso e quindi con grande serenità decide di defilarsi per un po’. 
Una storia apparentemente semplice, ma che l’autrice racconta compiendo delle scelte precise e non proprio scontate. 
Prima di tutto, sia Fritz che Pig vengono presentati con una scheda che sintetizza gli aspetti più importanti della loro vita: nome, gusti, abitudini. E questo fornisce allo stile narrativo già una precisa connotazione; infatti, il resto della storia procederà per frasi molto brevi strettamente vincolate al contenuto dell’immagine, rispetto alla quale forniranno una sorta di “chiave di lettura”. 


Le illustrazioni morbide, sinuose, dalla tavolozza calda (ma non necessariamente autunnale come la scelta dei funghi ci condurrebbe subito a immaginare, nel più classico dei luoghi comuni anche nei libri illustrati!) riempiono le pagine accompagnandoci nell’evoluzione della storia che procede senza stacchi né pause. 


La sobrietà e insieme l’accuratezza del linguaggio (che si deve, sono sicura, non poco alla traduzione di Chiara Carminati) contribuiscono a costruire un equilibrio solido, che permette alla storia di stare in piedi ed evita approdi di tipo moralistico. La vicenda di un fungo (un bambino) che, a differenza della maggior parte dei coetanei, cerca nell’arco della sua giornata momenti di silenzio, solitudine e apparente inattività, e che per di più si sforza di immaginarsi diverso da quello che non è, si espone teoricamente a un rischio, quello cioè di una chiusa moraleggiante che lo classificherebbe come diverso, e in quanto tale bisognoso di un riconoscimento e di una dichiarazione di accoglienza. Raccontare la storia di una scelta, compiuta per indole prima, per decisione consapevole poi, di assicurarsi degli spazi e dei momenti di assoluta solitudine, si potrebbe piegare facilmente a una ricomposizione pacificata di ogni differenza, che cessa di essere tale sotto l’egida del livellante sguardo buonista. 
Invece l’autrice percorre una strada diversa, evitando semplicemente di raccontare il pomeriggio di Fritz come metafora di un problema e di conseguenza sollevando la storia “dall’obbligo” di proporre una soluzione didascalica. 
La narrazione guadagna in questo modo in leggerezza e il pomeriggio dei due protagonisti acquista il sapore di un gioco tra bambini, dai tempi e modi non rigidi, ma disposti ad allargarsi e restringersi ogni volta in modo diverso. 
Mi pare che il senso di tutto il racconto sia soprattutto in un brevissimo dialogo. 
Il gruppo di funghi decide di giocare a nascondino, Fritz si nasconde ed è in questo momento, che lontano da tutti, tira un sospiro di sollievo. Quando, poco dopo, gli altri arrivano, urlano: - Trovato! - Ma lui risponderà: - A dire il vero… Non penso di sentirmi ancora pronto per essere trovato. -
Ecco, credo che questa frase sintetizzi il senso della libertà che Fritz rivendica per sé stesso di vivere la propria condizione di “perduto” in assoluta libertà, senza che questo debba necessariamente generare l’obbligo del soccorso. 


Le pagine che seguono sono quelle del racconto del tempo che il piccolo fungo recupera in solitudine e che costituiscono l’unica maniera possibile per poter poi tornare con gli altri.


L’equilibrio tenuto per tutto il tempo da questo racconto, mi pare che mostri solo una crepa nel finale. 
I due amici, dopo il gioco a nascondino, decidono di mangiare un gelato insieme. Nella presentazione iniziale siamo stati informati, tra le altre cose, anche dei gusti di gelato preferiti di ognuno di loro. 
A questo punto, Pig prova per la prima volta ad assaggiare quello che Fritz prende sempre. Anche il più esuberante dei due compie lo sforzo di avvicinarsi all’altro, non proprio quello di provare a vivere la sua giornata, ma il suo gelato sì. 
Questo, a parziale risarcimento di Fritz, al quale l’onore e l’onere di pronunciare la frase: - Sono così felice che ci siano così tanti modi meravigliosi di essere diversi. –Una chiusura meno netta avrebbe forse consentito alla tensione leggera di questa storia di rimanere più alta, permettendole di gravitare intorno a un ventaglio di significati e rimandi più ampio. In questo modo finisce inevitabilmente per confluire nel novero (molto affollato) delle storie a celebrazione prosaica di tutte le differenze. 

Teodosia 

Fritz. Storia di un fungo di Kelsey Garrity-Riley (trad. di Chiara Carminati), Emme edizioni 2026 

lunedì 31 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

PEDALARE, PEDALARE, PEDALARE!

Ultimo!, Daniel Fehr, Mariagiulia Colace 
orecchio acerbo 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"In ogni gara c’è un primo. Ma c’è anche il gruppo. Una lunga scia di corridori bravi, ma non bravi quanto il primo. Ma dietro il gruppo, proprio alla fine... c’è l’ultimo. 
In ogni gara deve esserci l’ultimo. Si chiama Maurizio. 
Quando sei l’ultimo, non puoi voltarti indietro e vedere lo sforzo nelle facce degli altri corridori. Non puoi vedere che tutti i corridori stanno lottando. Perfino il primo. 
Puoi vedere solo sederi. 
Natiche. Chiappe. Deretani. Didietro. Fondoschiena. Glutei. Dovenonbatteilsole. Chiamali come vuoi. 
È tutto ciò che puoi vedere." 

Maurizio non molla. Sempre a testa bassa continua a pedalare. Ma quando lo sforzo è così tanto e la testa così bassa, succede che Maurizio smette di vedere anche i sederi di quelli che ha davanti e addirittura smette di vedere qual è il percorso che hanno segnato per la gara. 
E allora invece di girare, capita che prosegua diritto e finisca giù lungo la discesa ripida e che si trovi a pedalare tra gli animali delle fattorie che incrocia, scombussola la parata del circo e porta scompiglio nell'orchestra, ma capita che ormai tutti stiano facendo il tifo per lui. E anche se ha ritrovato il gruppo di ciclisti in arrivo sul traguardo, ne continua a vedere solo i sederi, perché Maurizio anche questa volta non vince la gara. Nelle gare è vero che sempre ci deve essere un primo, ma è altrettanto sicuro che ci deve essere anche un ultimo. 
Però però però. È anche vero che, per raggiungere il proprio traguardo, l'importante è non mollare mai e prendere una strada, non per tutti sarà la stessa, e pedalare, pedalare, pedalare. Come ha fatto Maurizio.

Se non ricordo male, tutto questo è nato da Mariagiulia Colace che, un po' per caso, si trova a vedersi passare sotto il naso il Giro d'Italia. Da questo partono i suoi ragionamenti su quei due minuti di sforzo vero che lei legge sulle facce dei ciclisti, sul loro andare a testa bassa al massimo della potenza, su chi è in testa e chi invece è dietro e magari arranca... 
Poi arrivano i suoi pensieri e le sue chiacchiere con Daniel Fehr ed ecco che nasce Ultimo!: un libro che sta facendo la sua strada a testa bassa, che sta pedalando al meglio di sé per arrivare a un traguardo che, per un libro, è quello di essere ben fatto! 
Se si vuole continuare sulla metafora, si potrebbe aggiungere che tanto Fehr quanto Colace hanno dimostrato entrambi di avere "nelle gambe" una buona preparazione atletica che li sta portando, ovvero sta portando il libro Ultimo! fatto assieme, senza eccessivo sforzo dritto verso il proprio traguardo. 
"Nelle gambe" di Daniel Fehr c'è senz'altro la sua capacità di saper dosare le parole e anche di saperci giocare un bel po'. E in questo preciso caso ha saputo anche trovare la giusta leggerezza e l'equilibrio (che se vai in bici è tanta roba) per mettere sul bianco del foglio una grande verità. E soprattutto di averlo fatto, pedalando controcorrente. 


Insomma: nell'era della primazia a ogni costo affermare la bellezza e l'utilità che ci sono nell'arrivare dopo, non è cosa da poco. 
E ancora, suggerire la riflessione sul fatto che l'obiettivo da raggiungere non sia la vittoria su tutti gli altri a essere appagante, quanto piuttosto lo sia l'impegno massimo verso sé stessi nel soddisfare la propria coscienza, le proprie aspirazioni. 
"Nelle gambe" di Mariagiulia Colace c'è la condivisione di questo punto di vista, ma c'è anche tanta potenza del disegno che, spesso e volentieri, fa gesti atletici, addirittura acrobatici. 


Tra le poche, e giustamente vaghe, parole di Daniel Fehr lei si infila e si schiera al fianco dell'instancabile Maurizio e ne costruisce un ritratto affilato (un vero naso da ciclista che fende l'aria come una lama), come tutti i ciclisti hanno, e caparbio nel suo rossore, come tutti i ciclisti sono nel massimo dello sforzo, "riprende" dall'alto la gara come fosse un drone durante una telecronaca rai del Giro e, nel organizzargli un contesto in cui pedalare gagliardo e solo, si fa per dire, gli mette davanti popolose e animate fattorie perché lui le possa mettere a soqquadro, caricandosi in sella anche il fattore, gli affianca un pollo che peraltro già dal frontespizio e dalla pagina dei crediti sembra essere il suo alter ego... 


Gli organizza un attraversamento di orchestra con pick-up della giovane cornettista tra gli spartiti in volo, lo spedisce tra gli acrobati di un circo in parata che sulla sua bici improvvisano un numero da paura. Ma soprattutto lo rende felice, raggiante, accaldato e incredulo di tanto successo di pubblico, circondato dalla folla che lo acclama, mentre sul podio, ormai senza pubblico plaudente, ci sono i vincitori della gara! 


Lunga vita ai Daniel, alle Mariegiulie, ai Maurizi e ai polli! 

Carla

venerdì 28 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

FUTURA 

Sulla luna, Fabian Negrin 
orecchio acerbo 2026
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Ci sarà una volta una bambina sulla Luna. 
Giocherà a golf e la pallina andrà sempre in buca. 
Troppo facile! Là è tutto pieno di crateri. 
Attenta! PATAPUNFETE! 
'Che sonno...!'" 

E questo è solo l'antefatto. 
La bambina, nella sua tutina da astronauta, dopo aver giocato a golf - sport molto stancante - troverà un cratere comodo per accoccolarsi e per dormire e quindi sognare. E' abbastanza probabile che la bambina sognerà conigli (vista anche certa somiglianza...). Per la precisione, molti conigli. 
I molti conigli, prima di addormentarsi, si stringeranno tutti intorno a lei per tenerle compagnia durante il sonno. I molti conigli, come molte altre creature, al risveglio, avranno molta fame e siccome loro mangiano carote e sulla luna non ce ne sono, piangeranno. 


La bambina dovrà partire in missione con la sua astronave per andare a rubarne un bel po'. Le troverà sugli anelli di Saturno. Lì ne crescono moltissime, ma tra le carote ci vive anche un lupo... 
Appena in tempo! Risalirà sulla sua astronave: questa volta, direzione Luna.
Lì ci saranno i molti conigli riuniti ad aspettarla. 
Evviva! Carote per tutti! 
La bambina, che, come tutte le bambine, sa il fatto suo, quelle avanzate le pianterà in un cratere, un cratere bello grande che non le impedirà di fare la sua quotidiana partita a golf. 
Come si sa, il golf è sport molto stancante, quindi il sonno per lei arriverà presto, non prima però di aver avuto l'accortezza di radunare i molti conigli in un cratere bello grande, tutto per loro. 


Buona notte, ragazzi! E vissero tutti felici e contenti. Sulla Luna. 

Potrebbe finire così la storia della bambina astronauta e giocatrice di golf e amica dei conigli? 
Magari anche, a patto che a concepirla non fosse stato proprio Fabian Negrin... 
Questa piccola astronauta ha tutte le caratteristiche che Negrin ha sempre riconosciuto alla categoria umana dei bambini. 
Tutti i bambini e le bambine che ci ha raccontato nei suoi libri finora sono: svegli (anche se lei, bisogna dirlo, dorme parecchio); sanno organizzarsi in autonomia per arrivare a risolvere i propri problemi (anche se qui il problema è effettivamente dei conigli); hanno un buon feeling con gli animali con cui si intendono alla perfezione (somiglianze stringenti, anche se la lingua dei conigli è quel che è); hanno una buona dose di coraggio e immaginazione nell'affrontare il futuro, con tutto il grande ignoto e mistero che gli ruota intorno... 


Riconoscere queste caratteristiche all'infanzia genera due conseguenze importanti se si vogliono scrivere buoni libri per loro. 
Un discorso a parte andrebbe fatto anche sul modo di illustrarli. Ma non qui e non ora. Però almeno godiamoci quei molti conigli immacolati!
Ma torniamo alle due conseguenze di cui sopra. 
La prima: riuscire a considerarli come abitanti di un mondo altro dal nostro. 
In sostanza, vedendo, accettando e quindi rispettando la loro diversità strutturale. 
La seconda: riuscire a dimenticare temporaneamente la logica stringente del mondo adulto per creare ad hoc per loro mondi sempre un po' surreali, fiabeschi spesso e volentieri, da attraversare in mille direzioni possibili, allegramente, come astronavi, palline da flipper, o da golf? lanciate alla massima velocità. 


Non credo sia necessario qui puntualizzare nel dettaglio in quali libri del passato questo si è verificato: basti però pensare ai cugini di Chiamatemi Sandokan! al figlio del pescatore di Come? Cosa? all'onesta bimbetta di Gambipiombo, fino al Gigante, salvatore e sposo della principessa, vicina di casa in canottiera... 
Per tornare a Sulla luna, parrebbe evidente, addirittura lo considero il senso ultimo della storia, che quella bimba lassù è davvero su un altro pianeta. 
Altrettanto chiaro mi pare il fatto che lei sappia cavarsela magnificamente in ogni situazione: scappare quando c'è da farlo, organizzarsi per avere sempre carote intorno, capire la difficile lingua dei conigli, amarli e circondarsene e partire quando sia necessario.
Altrettanto chiara è la capacità di chi ha inventato e scritto questa storia di darle il sapore di una fiaba, di darle quel tanto di magia e di follia che alla bambina serve per poter giocare e immaginarsi un domani. 


E proprio a proposito di futuro e di infanzia, Negrin non può che augurarsi che entrambe le cose possano un giorno viaggiare assieme e addirittura coincidere in un'unica creatura... 

Carla

mercoledì 26 agosto 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

LE PAROLE ESATTE 

Editoriale Scienza ha fatto uscire nel 2026 cinque libri di educazione sessuale per bambini e bambine della coppia Anna Salvia e Cristina Torrón: i primi tre, ossia Così si fa un bebé, Si chiama vulva! e Si chiama pene!, per bambini a partire dai quattro anni, sono già esauriti, a riprova del fatto che quello dell'educazione sessuale per bambini sia un tema sentito soprattutto di questi tempi, a questo si aggiunga anche la scarsità di libri ben fatti su questo delicato tema. 
Anna Salvia Ribera è psicologa specializzata in educazione e salute sessuale e racconta di aver sentito il bisogno di scrivere questi libri per poter arrivare a più persone possibili, oltre quelle che solitamente incontra durante le sue formazioni. Ancor oggi, dice, ci sono troppe lacune nei saperi intorno all'educazione sessuale e solo partendo dalla conoscenza dei nostri corpi è possibile prevenire la violenza di genere, altro ambito di lavoro che le è proprio. 


In questo articolo ci occupiamo dei due titoli usciti a giugno, per bambini e bambine dai 9 anni, dal titolo Il ciclo è una forza... se sai come funziona! e Lo sperma è una forza... se sai come funziona!,  entrambi illustrati da Cristina Torrón come i precedenti tre. 
La struttura dei libri è identica e classica: si parte dall'introduzione del tema, ossia perché le mestruazioni e le eiaculazioni sono importanti, e si procede nella visione anatomica degli organi genitali, per poi approfondire in modo più specifico come funzionano, perché funzionano così e cosa si prova emotivamente per il fatto che funzionano così. 
Il primo elemento che salta all’occhio in entrambi i volumi è l'attenzione alle parole, che nei libri precedenti per più piccoli è sottolineata già dal titolo. 


Chiamare le parti del corpo col proprio nome fa parte di un percorso di conoscenza profondo che non può essere rimosso o demandato. 
Un altro elemento in comune dei due testi è la tenuta dello sguardo sull'adolescenza in cui si sente di essere ancora un po' bambini in un corpo adulto: questa ambivalenza ha gioco nel modo in cui usiamo il nostro corpo e Salvia in qualche misura costruisce il libro su questo perno. 
Le illustrazioni dei volumetti e la fluidità delle spiegazioni sono davvero eccellenti, si leggono bene e con scorrevolezza. 
Ora però devo per forza raccontare i due libri separatamente perché entrambi hanno caratteristiche diverse e interessanti. 
I libri dedicati al ciclo mestruale sono senz'altro più comuni nell’ambito della saggistica per bambini, ma questo testo ha la particolarità di essere molto centrato sull'aspetto interiore, su ciò che succede non solo a livello fisico ma anche a livello emotivo in una ragazza alle prese con le prime mestruazioni. 
Ha anche la particolarità di soffermarsi molto sull'osservazione di sé, per esempio nel riconoscere fluidi che non siano solo quelli ematici: uno sguardo attento al proprio corpo è l’inizio di una strada verso l’accettazione di come siamo. 
Apertura e raccoglimento diventano così due parole chiave del libro che nella parte centrale ospita un capitolo dal titolo Il piacere di avere un mestruo, dove Salvia esplicitamente invita a rivedere i tabù che ricoprono il ciclo.


Il libro dedicato allo sperma l'ho trovato senz'altro più coraggioso, in primo luogo perché esistono pochi volumi dedicati ai ragazzi adolescenti riguardanti l'educazione sessuale e in secondo luogo per l'audacia di mettere la parola sperma già nel titolo. 
Per curiosità ho guardato nel database del più grande fornitore di libri per librerie e nei titoli la parola "sperma" appare solo in otto testi, alcuni di medicina e un paio di poesie, tutti esauriti o fuori catalogo eccetto quello di Salvia. 
Il libro dedicato allo sperma è davvero importante e ci fa capire come il tabù in fatto di educazione sessuale non sia solo pertinenza del mondo femminile. Salvia, affiancata dalle immagini fresche di Torrón, racconta come funziona il pene, come lo si deve lavare, come funziona un'erezione, come funziona il desiderio e anche in questi casi sia dal punto di vista fisico che emotivo. 
Molte pagine del libro sono dedicate al malessere che può svilupparsi sia durante l'adolescenza sia all’interno della sfera sessuale e a come gestirlo al meglio se dovesse capitare. 
Entrambi i libri finiscono con delle pagine dove appuntare i propri piccoli e grandi cambiamenti.  
 

Mi sono molto piaciuti i due libri di Salvia e Torrón: penso siano importanti e sono felice che si vendano tanto in questi tempi in cui le istituzioni demandano alle famiglie temi così delicati.  
Un'ultima cosa, in entrambi i libri si parla di cos'è un orgasmo: ecco, penso che sia una delle più belle definizioni mai lette.  

Valentina 

Il ciclo è una forza… se sai come funziona!, di Anna Salvia, ill. di Cristina Torrón, trad. di Giorgia Migliore, Editoriale Scienza 2026
Lo sperma è una forza… se sai come funziona!, di Anna Salvia, ill. di Cristina Torrón, trad. di Giorgia Migliore, Editoriale Scienza 2026

lunedì 24 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)


COSE BUONE E GIUSTE

Il custode delle fiabe, Christine Schneider, Hervé Pinel 
(trad. Germana Raimondi) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni) 

"Mi presento: sono il custode di questo libro e voglio mettere subito le cose in chiaro. 
Se non volete guai, cara lettrice, caro lettore, guardatemi dritto negli occhi. 
Prima di tutto, è severamente vietato fare le orecchie alle pagine. 
Poi, non vi azzardate a strapparne neanche una. 
Infine, su questo libro gli scarabocchi non sono autorizzati. 
Spero di essermi spiegato. 
Bene, muoviamoci. 
Nella speranza che durante la mia assenza tutto sia rimasto in ordine." 

Fatti i primi passi, nel libro che il custode del libro medesimo, in giacchetta e cappello, sta attraversando, niente è più come ci si aspetterebbe che fosse. 
Va da sé! 
Complice il lungo tempo trascorso a pagine chiuse, le fiabe del volume hanno subito considerevoli cambiamenti: il porcellino architetto ha fatto i suoi schizzi a penna su una pagina illustrata, per la precisione, si dovrebbe trattare di un'incisione settecentesca. Per questo viene messo in castigo. 
Ma fortunatamente almeno la pagina con i protagonisti di Frozen (!) ha un manto nevoso ancora immacolato e il guardiano, in piedi al di qua della pagina, se ne compiace, anche se avverte il lettore di non toccarla con le dita sudicie... 
Quando poi si affaccia davanti alla fiaba di Biancaneve - lei è al tavolo a preparare un buon manicaretto per i nani - scopre che sta cucinando un succulento sformato di indivia e besciamella, altro che cimici del bosco... 
Cappuccetto Rosso si è persa; i due restanti porcellini vagano nel nulla perché senza il terzo, in castigo, la loro fiaba si è bloccata. 


Circostanza questa che ha fatto imbestialire il lupo che ha appena preso a unghiate, taglienti come lo Stanley di Lucio Fontana, l'immagine di un nebbioso castello sulla rocca... 
I nani, invece, sono fuggiti da Biancaneve - ignari forse dello sformato che li attende - per liberarsi dal giogo del faticoso lavoro in miniera e impiegarsi finalmente come nani da giardino, all'aria aperta. 
La Bella Addormentata, anche lei, è fuori posto e il povero guardiano trasecola: lei sta andando a bere un tè alla casa modernissima del porcellino architetto, che - furbo - non ha previsto nessun camino di accesso per il lupo. Esploso è anche "il laboratorio" della strega di Biancaneve che - pare - non si sia limitata a fare un incantesimo a tempo  da offrire alla ingenua fanciulla. 
Ma adesso è davvero troppo! E' letteralmente fuori dai gangheri quel poveretto in cilindro e marsina quando, ai piedi di un albero seduti in chiacchiere, incontra Biancaneve (avrà lasciato sulla tavola il suo sformato, visto che loro erano in ritardo?), la Bella Addormentata (delusa che un porcellino non è un buon partito come lo è un principe), il Lupo (temporaneamente disoccupato, senza casetta di mattoni e senza Cappuccetto smarrita) e anche il Cacciatore, anch'egli al momento a riposo, senza nessuno da salvare. 
Tutti e quattro seduti intorno al loro Déjeuner sur l’herbe... 
E non finisce qui! 

Partiamo da qui, da Éduard Manet. Ispirazione assoluta per chiunque abbia deciso di disegnare, dipingere, illustrare un qualsiasi pic-nic. A partire dallo stesso Claude Monet che solo qualche anno dopo emulava il maestro...


Perché Hervé Pinel decide di citare il famoso dipinto impressionista? Addirittura nei gesti del cacciatore e anche un po' in quello di Biancaneve... Lo fa perché in tal modo sa di tenere desto non solo l'immaginario dei bambini, ma anche quello degli adulti che con loro leggono il libro. E questa è cosa buona e giusta. 
Punteggiare il percorso narrativo - tanto il testo quanto le figure - di allusioni, citazioni, riferimenti dedicati ai grandi non fa altro che confermare che la lettura di un albo è un esercizio che dovrebbe prevedere di default la condivisione tra bambini e grandi. 


Questo vale anche per la miriade di altre strizzatine d'occhio che l'ineffabile coppia Schneider/Pinel fa al lettore adulto: a partire dalla citazione dello Zio Sam e del suo sguardo perentorio con il suo dito puntato verso l'osservatore (disegnato per la prima volta da James Montgomery Flagg e pieno di emuli almeno quanto Manet), al non richiesto riferimento a una veduta settecentesca scarabocchiata, ai tagli sulla tela, al riferimento al dottor Frankenstein... E via andare. 
Che questi due siano dei magnifici quanto sapienti autori di albi illustrati, non credo vada dimostrato...
Per i soli tre pubblicati in Italia, il fatto è incontrovertibile: In punta di piedi (orecchio acerbo, 2019), Una giornata al museo (Il castoro, 2023) e ora Il custode delle fiabe (orecchio acerbo 2025). 
Non solo sono in grado di parlare a tutti i loro lettori, grandi o piccoli che siano, ma lo fanno ricorrendo a strategie sicure. 
È cosa buona e giusta che qui, per esempio, li chiamino dentro la storia, senza possibilità di rifiuto, fin dalla prima pagina, rivolgendosi loro in un dialogo diretto oppure, come succede in In punta di piedi, mettendo in rima, sonorizzando il testo e giocando parecchio con le figure. 
E ancora. È un'altra cosa buona e giusta che ci sia un gioco interno che si moltiplica sull'equivoco, come in In punta di piedi, ridicolizzando qualcuno con la connivenza dei lettori. Chi ha il libro in mano vede cose di cui i due nonni protagonisti sono totalmente all'oscuro: vede che i veri demolitori di casa non sono i loro animaletti da compagnia, ma i due bambini stessi. E questo fa ridere, molto ridere! 
Qui, nel Custode delle fiabe, succede qualcosa di molto simile: quel povero Custode che dovrebbe rappresentare l'autorità è preso in giro da tutti, ma proprio tutti, lettori compresi! E questo fa di nuovo ridere, molto ridere! 


Il ribaltamento delle situazioni (ossia per esempio un testo che va da una parte e l'immagine dall'altra) oppure il ribaltamento dei ruoli e il caos che ne deriva (ossia l'insubordinazione dei protagonisti oppure l'anormalità di avere un elefante e una tigre in casa e non un gattino) è una bella garanzia di successo. Inoltre, lì i bambini - Clara e Bernardo - sono allo stesso tempo soggetto e oggetto di una grande presa in giro mentre i lettori sono onniscienti. 
Qui l'autorevole Custode non riesce a riportare ordine nel caos e i bambini lettori non potranno che gioire nel vedere un grande autorevole che annaspa, goffo. 
Penultima garanzia di successo: è il dialogo sempre ironico, che tiene insieme immagini e testo. 
Là, due attempati signori perbene che hanno come animali domestici una tigre, un elefante, un pappagallo gigante, uno scimpanzé, una giraffa e un boa e non vedono proprio i loro nipoti nottambuli e affamati. 
Qui, altrettanto, un guazzabuglio fiabesco in grado di mettere insieme Frozen con Ungerer, passando per le fiabe classiche, ironizza sul concetto di ordine, canone e autorità. 
Ultima garanzia di successo: la capriola finale. 
Che qui come lì, ed è ancora una volta cosa buona e giusta, è meglio non rivelare. 


Carla

venerdì 21 agosto 2026

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

TU TIRI ME, IO TIRO TE...  (II PARTE)

Nella burrasca, Brian Floca, Sydney Smith (trad. Damiano Abeni) 
orecchio acerbo 2025 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

Il testo di un albo illustrato deve assomigliare a una rete dalle maglie larghe: deve essere rete per poter sostenere la storia, la sua coerenza, ma le maglie devono essere larghe per permettere a chi lo illustra, ma poi anche a chi lo legge, di entrarci dentro e accomodarcisi. 
Ma, a parte questo, ci sono dei luoghi di un albo illustrato che sono assoluta pertinenza dell'illustratore: la copertina, i risguardi, il frontespizio... 
Sydney Smith se ne appropria immediatamente e crea una copertina con due bambini - un bambino più grande e una bambina più piccola che corrono da destra verso sinistra, in qualche modo controcorrente rispetto all'andamento consueto di un libro che si sfoglia, come se stessero tornando indietro... si tengono per mano e il maggiore tira l'altra più piccola. 
Quando Brian Floca la vede per la prima volta, si commuove. E, presumo, trovi conferma nella scelta di aver chiesto a Sydney Smith di illustrare The Island Storm. 


La doppia pagina del frontespizio è divisa in due, due doppie pagine. Nella prima, a destra, compare solo il titolo e l'immagine racconta una sorta di antefatto: di spalle un bambino e una bambina guardano fuori dalla finestra un cielo pieno di luce. E siccome è Sydney Smith che lo concepisce, c'è un meraviglioso gioco di riflessi sui loro capelli, sui loro profili. Sulle finestre o sulle porte aperte di Sidney Smith da cui fa filtrare lame di luce, sempre emozionanti, andrebbe scritto molto di più... 
L'altra parte del frontespizio, nella doppia pagina successiva, quella che ospita i crediti e le dediche degli autori, mostra un altro dettaglio importante: una donna bionda, nel vento, sta con fatica raccogliendo i panni in giardino, prima che la furia della tempesta glieli porti via del tutto o la pioggia imminente glieli bagni di nuovo. 


Poi parte il testo e, con lui, la prima immagine. 
Le parole alludono a un piano d'azione tra due: "prendimi per mano, andiamo a guardare il mare prima della burrasca"
Cose non dette dal testo: che sono fratello e sorella, che stanno uscendo di casa di corsa, mettendosi gli stivali di gomma e una giacca sui vestiti che già avevano indosso. Sono le immagini a parlare. Tu tiri me, io tiro te... 
A questo punto è accaduto: Sydney Smith dà una forma all'idea che il testo gli ha suggerito. 
Decide che quei due siano fratelli, nonostante il testo taccia su questo, per esempio. 
Decide anche un ritmo visivo, accelera nei panel che si sovrappongono e raffigurano i vari luoghi che i due attraversano. E magnificamente il testo scorre come un nastro di parole da sinistra a destra, esattamente come il nastro delle immagini sovrastanti.


Questo per arrivare a un giro pagina importante: una doppia pagina di mare in burrasca, anzi due, che comprimono il testo verso la cornice bianca a sinistra - Nel paese dei mostri selvaggi rules! 
Nella pagina successiva, lo spazio bianco per il testo diventa ancora più esiguo. 
E così si va avanti tra doppie tavole con poco testo o sequenze di panel quando la corsa di quei due attraversa luoghi diversi nella campagna. Un sottile gioco di movenze e sguardi rende ancora più tangibile la relazione che tiene insieme i fratelli. 
Sydney Smith racconta che ha pescato a piene mani nei suoi ricordi d'infanzia, ossia le "uscite" fatte con suo fratello più grande di lui di otto anni, e naturalmente ha "usato" per i due bambini raffigurati un distillato dei suoi due figli, Sal e il biondissimo Emrys, cui il libro è dedicato (loro sono anche i soggetti della bellissima copertina, con annessa finestra, dell'Illustrators Annual 2025). 
Racconta che la cosa che lo interessava era creare un sottotesto ulteriore, ossia rendere visualmente la relazione affettiva e di dipendenza fra i due. 
E poi c'è lei, la madre. Neanche un rigo che la riguardi nel testo originale, che Floca poi è ben contento di limare su questa nuova presenza. 


Sydney Smith ha sentito il bisogno di inserirla per poter far partecipare i lettori, anche e soprattutto in un'auspicata lettura condivisa tra grandi e piccoli, della trepidazione anche di un adulto. 
Fondamentale che lei abbia una torcia in mano (peraltro è l'ennesima prova per Smith di restituire al lettore - a livello emotivo e sensoriale - un effetto luminoso)  a testimoniare anche il suo stato d'animo, la sua paura. 
In questo modo, con questo finale accadono due cose importanti: da un lato si dimostra che a casa c'è qualcuno che è in pensiero per te, c'è qualcuno che ti ama molto e dall'altro, nella lettura condivisa, quello stato delle cose non fa altro che cementare la percezione che leggere assieme una storia può diventare anche un'emozione comune, rinforzando la relazione affettiva tra un grande e un piccolo.


Questa è una delle ragioni che all'epoca convinsero l'editore americano - Neal Porter - a pubblicare il libro. 
Ma non fu la sola: lo convinse anche e molto il fatto che la nettezza del testo di Floca abbia trovato un corrispettivo così "emotivo" nelle tavole di Smith, che solo in apparenza possono considerarsi spontanee e immediate. Sono, al contrario, frutto di un lungo processo che, tentativo dopo tentativo, molte sono le prove che fa anche sui materiali, arriva a raggiungere la soddisfazione personale dell'autore che è l'unica che gli assicura di aver raggiunto il suo risultato migliore. 

Carla

mercoledì 19 agosto 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

LO SPAZIO PER QUELLO CHE NON C’È 

Il no è una delle parole più enigmatiche che esistano. Nega, esclude, chiude. Eppure due albi capitati nel mio raggio di attenzione in questa calda estate mi hanno fatto riflettere. Forse il no — e più in generale la negazione — può fare anche esattamente il contrario: aprire, evocare, lasciare spazio a quello che non c'è.


Il primo albo è un coloratissimo compendio di immagini organizzato sotto il cappello del titolo Hai mai pensato. È questa la storia di una ragazzina che passa in rassegna molte delle cose a cui non ha mai prestato attenzione: i tramonti mai visti, i sogni rimasti a metà, i minuti svaniti con il cambio dell’ora. L’albo è il tentativo di elencare quelle cose mai raggiunte dall’immaginazione, e l’estensione della disamina serve a conferire peso al fatto che la ragazzina non ha mai pensato a nessuna di queste cose perché impegnata a pensare a qualcuno – un innamorato, un amico - che è tutto il suo mondo. 


Che siano i pennarelli vuoti che nessuno butta o le pagine mai lette dei libri lasciati a metà, le tavole danno forma e sostanza alla possibilità di immaginare quello che non è. Anche se nulla di quello che è stato elencato è mai stato davvero pensato, la capriola della doppia negazione finale assieme alle grandi dimensioni delle illustrazioni, il tratto energico, i colori materici, la loro stessa ridondanza costringono ad accorgersi di un luogo dell’immaginario difficile da evocare.
A rigor di logica, infatti, se tutto quello che è stato elencato non è mai stato pensato dalla protagonista, allora abbiamo avuto la possibilità di toccare quello che non è stato pensato, quello che non è stato visto, quello che non è stato immaginato. 


Si tratta di un albo imperfetto, e mi permetto di definirlo così perché talvolta è proprio nelle narrazioni traballanti che riesce a scoccare quella scintilla imprevista che azioni narrative più organiche ed esaurienti rischierebbero di soffocare. 
Se è vero che il registro non è centratissimo, è altrettanto lampante che il meccanismo utilizzato lascia il segno, aprendo la strada alla possibilità di concepire non tanto l’immaginabile, ma anche e soprattutto quello che non si sa nemmeno di poter immaginare, che si trova appena oltre il bordo delle cose già immaginate. 


Il secondo albo prende forma attorno a un no di opposta natura, e si organizza in una narrazione più compiuta, quasi classica. In No, no e poi no il ragno racconta di non riuscire a dimenticare la rana. Gli capita di pensarla nei momenti più imprevisti, mentre si lava i denti, o fa colazione, o legge un libro. Ma non è tanto la rana a tornare, quanto i suoi infiniti, inspiegabili e imperscrutabili no. Siamo di fronte ad un accumulo di negazioni che si susseguono implacabili: quando piove la rana non vuole l’ombrello, non accetta l’offerta di calzini per i piedi infreddoliti, dice no al gelato e alla pizza. I suoi no sono misteriosi e sempre diversi, alcuni piccoli e tascabili, altri talmente grossi da dover essere trasportati con un montacarichi. Sono talmente tanti da occupare ogni spazio possibile e poi granitici, al punto da non poter essere trasformati in nient'altro. 


Si intravede nelle illustrazioni giocose e dal tratto solo apparentemente infantile, la trasfigurazione di un’esperienza adulta, sublimata al punto da divenire una riflessione fruibile trasversalmente, così come l’autrice è solita fare. Quella che viene raccontata, infatti, è l’influenza persistente di una doppia assenza. La rana non c’è, ma quello che lei negava è ancora presente. I no della rana sono consistenti e ingombranti, i veri protagonisti della relazione con la rana. Il ragno li ha collezionati, accumulati, studiati e interpretati. Sono i suoi no a renderla indimenticabile. Attraversando le tavole si respira in pieno l’accumularsi di una tensione che, per quanto risieda nel passato, è pienamente presente, così come una scottatura pulsa a fior di pelle anche se il fuoco che l’ha provocata è spento. 


In Hai mai pensato le cose che la protagonista non ha mai pensato sono visibili, ne abbiamo fatto esperienza diretta. A dispetto del sorriso con cui lei ci avverte di non averle mai pensate, è proprio il no che lei pronuncia a trasformarle in una rampa di lancio per l’immaginazione dei lettori. In No, no e poi no i no pronunciati dalla rana non perdono la loro natura ostativa. Serve una tempesta per decretare la fine della storia, un vento impetuoso capace di fare quello che serve: spazzare via tutte le negazioni inutili di rana per lasciare il ragno libero di volare sulle ali di una farfalla che il vento ha scaraventato nella ragnatela. 
È bastato chiederle se voleva una pizza, e lei ha detto sì. 
E abbiamo tutti tirato un sospiro di sollievo. 


Giorgia

“Hai mai pensato”, Marco Fabbri, Chiara Nasi, Lavieri 2026 
“No, no e no”, Noemi Vola, Corraini 2024