lunedì 2 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

INFANZIE

Toy Stories
, Gabriele Galimberti 
OTM Company 2024 


ILLUSTRATI 

Si tratta di un libro quadrato, poco più di 23 cm per lato. Cartonato. 
Non ha titolo in copertina, ma la foto di un ragazzino ritratto nella sua camera, in piedi su una seggiolina, con le mani in tasca e un sorriso appena accennato. Pare assediato dai suoi giocattoli che occupano per intero il pavimento circostante della sua camera. 
Chi sia questo bambino lo si scopre girando la pagina. Si chiama Leon, ha sei anni e vive a Vienna. 
Il titolo del libro arriva nella pagina successiva, dove si apprende chi sia l'autore, Gabriele Galimberti, dove il titolo, Toy Stories, ha anche un sottotitolo: Un mondo di giochi
Il libro è fotografico e l'unico testo che accompagna i singoli scatti si compone del nome del soggetto fotografato, riporta la sua età al momento della foto e, importantissimo, il luogo dove è stata fatta. 


Due parole sulla storia editoriale di Toy Stories: prima pubblicazione negli Usa nel 2014, a dieci anni di distanza in Francia con Les grandes personnes e nello stesso anno in Italia per merito di Otm, che da Cortona di fotografia si occupa in diverse direzioni, tra cui anche l'edizione di libri fotografici. 
Quindi anche questo. 
Il fatto che OTM abbia le sue radici a Cortona e che anche Galimberti da lì arrivi e viva parte del suo tempo a Castiglion Fiorentino a una decina di chilometri in linea d'aria potrebbe far pensare che questo libro si esaurisca nella cornice di un progetto locale. Ma non è assolutamente così. 
Galimberti, che ha delle bellissime idee e che è fotografo di grande talento, è sempre in giro per il mondo a fotografare. 


E anche per Toy Stories ha attraversato una cinquantina di paesi per realizzarlo. 
Non volendo seguire le sue piste legate alla committenza del National Geographic, né tanto meno i suoi scatti per le più importanti riviste mondiali, o le sue campagne di moda, si scopre che c'è un filo rosso che tiene insieme i suoi progetti fotografici, che lo tengono occupato per anni. 
Quello che gli è valso il World Press Photo Award nel 2021, nella categoria Portrait, The Ameriguns, per esempio lo ha portato a collezionare 45 scatti di signori e signore che vivono negli Usa e che si sono fatti fotografare circondati da tutte le armi di cui dispongono a casa propria. 
Lo stesso schema tassonomico, ossia classificatorio, lo ha usato, per citare solo alcuni suoi libri, in In Her Kitchen (foto a sinistra di nonne di varie zone del mondo davanti a ingredienti di ricette cui segue la foto del piatto realizzato e ricetta scritta) o ancora per Your Couch is my Couch (foto dei singoli divani che lo hanno ospitato nella sua esperienza biennale di Couchsurfing). 
Toy Stories non fa eccezione: si tratta di un catalogo di bambini fotografati in ambienti diversi delle loro case circondati dai loro giocattoli preferiti.


La costruzione dello scatto però prevede che i bambini scelgano i loro giocattoli preferiti, e secondo me anche l'abbigliamento, ma la scelta dell'ambientazione e la disposizione dei giocattoli e dei bambini stessi sono farina del sacco di Gabriele Galimberti. 
L'effetto è stupefacente, stimolante e allo stesso tempo straniante. 
Davvero quei bambini e quelle bambine hanno pochissimo margine di azione - sostanzialmente solo la loro espressione è libera dal controllo del regista - e diventano nelle sue mani oggetti essi stessi al pari dei loro giocattoli, dei divani, dei lettini, dei pavimenti su cui si fanno ritrarre. 
Potrebbe sembrare una mancanza di sensibilità, ma no: è esattamente il contrario. 


In questo grande silenzio, in questo ordine ossessivo, in questa simmetria geometrica escono fuori così tante domande e risposte ipotetiche su di loro, sul contesto che li contiene, sulle loro esistenze, e più in generale sull'infanzia, che il libro, una volta chiuso lo riapri, spinto da un insoddisfatto desiderio di saperne di più (per esempio sulla somiglianza del divano in Brasile e della poltrona in Lettonia), di ciascuno di quei bambini, di ciascuna delle vite che conducono. 
La riflessione più immediata e più superficiale è quella relativa alla quantità (questa è la chiave di lettura per esempio in The Ameriguns). 
Qui, al contrario, alcuni bambini o bambine hanno messo in campo legioni di bambole o di macchinine, di aerei, orsi, pentoline, mentre altri si sono concentrati su un unico giocattolo - sia una console di videogioco, una bambola o un peluche. 
E questo non è solo sintomo di una penuria di partenza... Ah, no no. 


Troppo facile e scontato. 
Il bello sta in questa relazione tra contesto, abbigliamento e numero e tipo di giocattoli esposti. Guardandoli con attenzione si possono immaginare infinite risposte a chi siano effettivamente questi bambini e queste bambine. 
Queste foto sono una palestra molto interessante per allenarsi a leggere i segni. 
L'osservazione dei dettagli, così come della composizione generale, sono piste percorribili per arrivare a raggiungere un ipotetico traguardo. 
Bella idea! Davvero bella. 

Carla

venerdì 30 gennaio 2026

ECCEZION FATTA! (gli amici immaginati)

QUARANTA AMICI IMMAGINATI E UN CAPPELLO 

La prima, che io ricordi, è stata Bibi. Il titolo del primo libro era Bibi. Una bimba del Nord. Anche io ero una bimba del Nord. Venivo da Milano e avevo un accento che con quello romano strideva. Ancora oggi i cinque libri di Bibi sono con me: hanno resistito nel tempo, con le loro copertine di tela color mattone e le sovracoperte con il viso di una ragazzina con trecce bionde e occhi azzurri. La sua fisionomia cambia di volume in volume perché lei cresceva, e io con lei. L'anno della dedica di mia nonna è 1967: avevo otto anni. Lei è stata la mia prima amica immaginata, amica di carta, amica letteraria. Poi ne sono arrivati altri. Alcuni ora abitano solo in biblioteca per lasciare che nelle librerie abitino i più giovani. Ma gli amici immaginati, come quelli immaginari, non sono sempre lì. E non basta desiderarli, perché compaiano. Occorre sempre una bella storia dentro cui trovarli e solo in questo modo si può seguirli per un po', il tempo di farci amicizia. Può succedere che gli amici di carta ritornino. A ogni nuova storia, si rinnova il piacere di incontrarli proprio come succede con quelli in carne e ossa: in vacanza, o al parco, o nel cortile di scuola. Gli amici immaginati, che siano raccontati a parole o disegnati, la prima volta li troviamo quasi per caso, ma poi succede che li andiamo proprio a cercare, perché senza di loro si sta peggio! Si riapre il libro, si rilegge la storia e tutto ricomincia. Proprio perché sono immaginati, possono essere di tanti tipi. Alcuni sono creature umane, con difetti e pregi che conosciamo, con desideri e paure che proviamo anche noi. Alcuni sono altissimi, altri minuscoli. Possono esser pelosi o piumati e hanno un numero variabile di zampe o di ali. Spesso hanno il dono della parola e comunque sanno sempre come farsi capire. Tutti loro hanno per noi un "qualcosa" che li rende speciali, e rende indimenticabile il tempo passato assieme, volendo loro un gran bene. Questi sono solo quaranta dei tanti che ho. E tra loro c'è anche un cappello... 

Carla

LET'S GO PARTY! 
 ovvero Biagio e gli altri pulcini di Claude Ponti 


È l'ora della sveglia drindrin. Biagio, il pulcino mascherato, sveglia tutti gli altri pulcini. Hanno solo dieci giorni per preparare la festa di compleanno di Violetta candita. Non un giorno né un minuto di più. Una cosa è certa: i pulcini che compongono la squadra di Biagio, l'unico tra loro a indossare una maschera rosso scarlatto, sono tanti, anzi tantissimi. Tutti gialli e, come spesso capita anche ai pulcini veri, sono tra loro praticamente indistinguibili. Eppure ognuno di loro ha il proprio nome di battesimo: c'è Pirolite e Loripeti, c'è Lola Scombussola e anche Buonenotizie. Come ogni pulcino che si rispetti, anche loro stanno malvolentieri fermi senza far nulla. Non c'è rischio di vederli con le alette a riposo, tranne Nanna Dodò. Il loro è un mondo a sé, brulicante. Dall'alba al tramonto sono lì a darsi da fare per divertirsi e dare vita a qualcosa che spesso e volentieri è molto più grande di loro. Insomma, tutti assieme fanno un bel gioco di squadra e Biagio, il pulcino mascherato, è il loro acclamato capitano! Ha il piglio, il coraggio e la capacità inventiva di mettere su dei bei progetti, che i suoi compagni pulcini sono sempre entusiasti di portare a compimento. Il primo, e forse il più rinomato, è proprio stato quello che ha riguardato l'organizzazione di una grandiosa festa a sorpresa, nonché la costruzione di un grande castello-torta-di compleanno per la loro cara amica Violetta Candita. Per dieci giorni si sono svegliati al canto del gallo (!) e con il becco sempre sorridente hanno fatto di tutto: hanno scritto biglietti di invito a tutti gli amici, li hanno recapitati e poi si sono occupati degli ingredienti. Uova, acqua, latte, cioccolato, farina, zucchero e frutti di bosco che con maestria hanno mescolato e impastato, cotto e decorato. Il risultato è un castello incredelizioso! Tutti ma proprio tutti andranno a quella magnifica festa. Esplorare il loro mondo allegro e pacifico è un sollievo per lo spirito, vederli tutti contemporaneamente in azione è un piacere per gli occhi, ascoltare le loro singole vicende è una musica per le orecchie, scoprire, spigolando nei grandi scenari d'insieme, che ciascuno esegue il proprio compito con impegno e allegria perché il risultato finale - frutto di un'impresa collettiva - sia il migliore di sempre è un esempio importante. Con il suo trascinante entusiasmo, con il suo lessico giocoso, Biagio non li lascia mai ad annoiarsi. Sa di poter contare su di loro, sempre. Quando c'è da attraversare una tempesta, quando c'è da combattere una macchia di inchiostro e anche quando c'è da consolare un amico, la sua squadra risponde all'unisono: let's go party! 

Carla

Claude Ponti, Biagio e il castello di compleanno (trad. Maria Saporiti), Babalibri 2005 
Claude Ponti, Biagio... quante avventure! (trad. Antonio Fideleo), Babalibri 2016
Claude Ponti, I mille segreti dei pulcini (trad. Antonio Fideleo), Babalibri 2018 

mercoledì 28 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

TRA DUE MONDI 


Un albo illustrato? 
Un racconto in versi? 
Una poesia lunga? 
Per bambini? 
Per adulti? 
Quando un libro entra in libreria e fai fatica a collocarlo nelle categorie note, è già interessante di per sé stesso e sicuramente le luci, in lontananza di Elis Wilk, se dovessi trovargli un genere sarebbe proprio quello dell’inclassificabilità. 
Ho grandissimo rispetto e reverenza per tutto ciò che sfugge a una definizione granitica, si tratti di oggetti o esseri animati, ed è con questo atteggiamento che cercherò di mettere in parole le impressioni che questo libro mi ha suscitato, senza pensare troppo su che scaffale metterlo. 
Il libro è raccontato da una bambina di età indefinita, che descrive il trasloco della sua famiglia dalla città alla campagna. 
Questa la trama. 
Ma come spesso accade nelle cose dell’infanzia, è proprio negli anfratti degli avvenimenti più ordinari che si nascondono i veri tesori. 


La prima cosa che salta all’occhio è l’aspetto superficiale, esteriore: è un libro in versi dove subito appare chiaro quanto la parte illustrativa si imponga al lettore con la stessa forza della parte scritta, anzi l’illustrazione a volte sovrasta la scena e accade che sia la parola a tentare di correre appresso alle immagini. 
Per quanto il testo sia in versi, è strutturato in piccoli capitoli, ognuno dei quali apre a una scena diversa, che attinge un po’ dal prima e getta un sasso per la scena successiva. Ogni capitolo a sua volta è accolto da tre versi solitari, degli haiku verrebbe da dire, ma senza averne quella precisione geometrica esatta. Che la geometria non è di questo libro. 
La prima parte è tutta di sensi: vedere (colori sfumati, la notte nera), ascoltare (passi dei gatti, tremolii della notte), toccare (lumache, anguille), sentirsi parte di qualcosa di più grande, quella cosa che non ha una definizione. 
Dopo le prime pagine, già succede qualcosa di inaspettato, prima nelle parole: 

Le acque del fiume si gonfiano, torride e minacciose. 
Trasportano enormi tronchi d’albero 
 sradicati dal vento. 
 Sembrano coccodrilli 
 nel Rio delle Amazzoni. 

 Poi nelle illustrazioni: 


Il cambio di vita, di ambiente e di paesaggi della piccola protagonista, attiva un mondo completamente altro: l’Amazzonia, gli indiani d’America. Quello stare nell’avventura: le passeggiate nell’erba alta, il guado di un fiume a cavallo, la scoperta del maestoso albero cavo portano lontano. Lei è completamente lì e completamente altrove, la grande magia dell’ubiquità bambina: essere su un sentiero francese e nello stesso tempo su un tracciato della prateria americana. Questo essere altrove Elis Wilk non lo immagina solo come spazio fisico, la sua protagonista diventa anche il suo paesaggio, diventando anche lei animaletto selvaggio. 


Cavalca, le sue braccia diventano il terreno su cui far camminare lumache, si stende a terra sulla paglia, si mette gatti in testa, lei e il mondo sono una cosa sola. 
E in questa unione scopre anche l’efferatezza, vede della selvatichezza anche nel suo aspetto più terribile, inesorabile: 

Papà dice che è la vita. 
Beh, se questa è la vita, 
credo sia molto ingiusta! 

Negli ultimi tre capitoli la bambina torna a volgere lo sguardo sugli umani e quindi su di sé. Nasce una sorellina, una piccola principessa. Le vuole bene, ma vuole che sparisca e di nuovo in questa doppiezza cerca un appiglio: si dice certo potrebbe sparire e io sarei la paladina che a cavallo la ritrova. La doppiezza, me ne accorgo nel penultimo capitolo, è in effetti il filo rosso che tiene insieme il tutto: città/campagna, selvatichezza/civiltà, amore/odio. La bambina rivela di avere una gemella, a lei identica.


Anche qui lei è tirata da due opposti: è come avere una migliore amica che non si sopporta, scrive Wilk, dice la bambina. A volte è come essere un serpente a due teste, prigione? Possibilità? 
Trovo molto bello questo gioco in bilico sempre tra due possibilità: essere qui/essere altrove, essere me/essere qualcun altro. Come una performance acrobatica. 
Il corpo è la chiave di lettura di questo albo. La piccola protagonista è nel mondo con tutta se stessa, dai pensieri al corpo, fino all’ultima minuscola sua cellula. Vive nella dialettica degli opposti, e a volte non trova risposte, forse perché non pone domande. Sta, osserva, vive. 
L’unione la trova alla fine: 

Un giorno, in classe, 
abbiamo potuto cambiare nome. 
Io ho scelto Gaia, il nome di una dea. 
Si è aperto uno spazio, 
di avverabile e di misteri. 

Nello spazio tra ciò che può accadere e ciò di cui niente si sa, sta l’infanzia. 
Esattamente lì, proprio sì. 

Valentina 

“le luci, in lontananza” di Elis Wilk, trad. Valentina De Pasca, 
Animamundi edizioni 2025 


lunedì 26 gennaio 2026

BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CORO PER CLARA

La storia di Clara
, Vincent Cuvellier, Charles Dutetre 
(trad. Irene Scarpati, Roberto Alessandrini) 
Biancoenero edizioni 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ho lasciato papà, Shlomo e le tue sorelle salire le scale quattro gradini alla volta. Io mi sono fermata, poi ho aperto la porta dell'ascensore e ho appoggiato dolcemente la cesta a terra, per non svegliarti. 
Ahi! Tuo padre grida. Rumore di stivali per le scale. Tua sorella grida. Esco dall'ascensore. Simon cade tra le mie braccia. Un tedesco mi afferra una spalla. Ci scaraventa contro il muro. Da giù, da su, da ogni parte escono poliziotti francesi." 

Questa è la voce della madre di quella piccolina che, nella cesta, è appena tornata da una rarissima passeggiata con picnic, fatta dalla sua intera famiglia. 
Oggi a Parigi c'è il sole, il papà indossa la sua giacca migliore, quella con la stella gialla attaccata, i suoi tre bambini saltellano lungo la strada che li sta portando al parco, la loro mamma chiude la fila con la sua ultima nata, che dorme beata nella cesta di vimini. 
Di ritorno a casa, trovano ad aspettarli gli ufficiali della Gestapo che li portano via. 
Non sono valse a nulla le raccomandazioni del padre, di tenere sempre gli occhi bassi davanti ai soldati per cercare di farsi invisibili... 
Li aspettavano sul pianerottolo del loro palazzo, al terzo piano. 
E lì è finito tutto o quasi. 
Nella concitazione forse qualcuno riesce a scappare. Di sicuro, nessuno dei poliziotti né degli ufficiali si è accorto della bimbetta che dorme, silenziosa, nella sua cesta sul pavimento dell'ascensore... 
Comincia così il suo lungo viaggio. 
La piccola Clara - una bebè che a questo punto è sola al mondo - passa attraverso le mani di molte persone e tra queste cresce: dalla vecchia del quarto piano che appunto dall'ascensore la preleva e la custodisce per una notte, dandole da bere il latte del gatto, a una giovane suora che la porta in bicicletta in campagna da un suo cugino contadino. Passa persino per le mani "coscienziose" di un soldato tedesco, fino ad arrivare - a guerra finita, all'età di due o tre anni - nelle amorevoli mani di Madame Nina Jauì, ospite come tanti altri orfani ebrei, nella sua Casa dei bambini... 

La cosa che soprattutto colpisce di questa storia è l'impalcatura che la sostiene. 
Senza per questo nulla togliere al racconto in sé, è lo stesso Vincent Cuvellier a dire che è proprio questo continuo passaggio, questo continuo avvicendarsi di personaggi che, con voci sempre diverse, raccontano il loro pezzetto di storia condivisa con la piccola Clara, ad averlo convinto di aver creato un bel meccanismo narrativo. 
Non si può non dargli ragione. 
Lui, che non è ebreo e non ha nel suo vissuto nulla che lo autorizzi a parlarne con la dovuta consapevolezza, ha chiaro in testa che a scrivere di Olocausto si rischia di cadere nell'ovvio e spesso e volentieri si finisce per non essere appropriato od opportuno. 
Lui non può indossare l'abito del testimone, ma può fare quello che gli riesce meglio, ossia essere un bravo scrittore. Così concepisce questo meccanismo a orologeria quasi perfetto in cui i dieci diversi personaggi cambiano sempre tono di voce (nella traduzione italiana non mi pare così tanto avvertibile, ma è solo il mio parere) e cambiano anche prospettiva, scorrendo passo dopo passo la vita di questa bimbetta ebrea parigina. 
Uno dei migliori libri di sempre - Il bambino oceano - di Claude Mourlevat, datato 1999 (dieci anni prima della pubblicazione in Francia de L'histoire de Clara), funziona esattamente nello stesso modo. Lì il punto di partenza è un novello Pollicino che convince i suoi sei fratelli a fuggire di casa per scampare alla crudeltà dei due terribili genitori. Il loro avventuroso viaggio verso l'oceano è per l'appunto raccontato dalle diverse voci dei personaggi che a vario titolo entrano in relazione con quel pugnetto di ragazzini. 
Come già con Mourlevat, anche il testo di Cuvellier diventa una pièce teatrale. 
Il filo che si dipana attraversa contesti tra loro diversi e di ognuno Cuvellier dà una diversa lettura: una persona anziana che non vuole guai ed è tutta concentrata su di sé e sui suoi acciacchi, piuttosto che un giovane ebreo nascosto da una donna che tutti credono una strega, o ancora un soldato che non riesce proprio a concepire che la guerra lo porti a uccidere anche bambini, seppure ebrei. 
Fino ad arrivare alla stazione finale di Clara, ossia La casa dei bambini, evidentemente ispirata al film di Richard Dembo La maison de Nina, in cui la protagonista si chiama, appunto, Agnès Jaoui. 
Come un cerchio la costruzione di Cuvellier va a chiudersi in tutta la sua quasi perfetta rotondità. 

Carla

venerdì 23 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PERCHE' CI VUOLE ORECCHIO

L'orecchio, Piret Raud (trad. Daniele Monticelli) 
Uovonero 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"L'orecchio era confuso. 
Non sapeva più chi fosse davvero. 
'La testa sapeva sempre cosa fare, perché la testa ha un cervello. 
Ma senza testa io non sono nessuno' piagnucolava l'orecchio. 
All'improvviso sentì qualcuno dire 'Cra-cra'. 
Era una rana." 

La cosa che è appena successa è la seguente: la testa se ne è andata altrove, quindi - come si suol dire - l'orecchio ha perso la testa. 
Così, in questa situazione piena di incertezza l'orecchio va. D'altronde il mondo è grande e lui è piuttosto multiforme, anche se non ne ha piena consapevolezza. In questo suo girovagare per terra, per cielo e per acqua l'orecchio fa incontri interessanti: dalla rana che ama cantare alla lepre che ama rubare... 


Senza per questo fare dell'ironia, ma quell'orecchio girovago fa molto bene il suo mestiere: ascoltare. E quando si sparge la voce che lui ha davvero talento e la giusta predisposizione d'animo di mettersi lì a raccogliere i fatti altrui senza chiedere nulla in cambio e soprattutto senza sentirsi in dovere di dispensare consigli o più semplicemente dire la sua, il suo tempo in solitudine si assottiglia parecchio. 
A ben vedere, le sue giornate trascorrono felici e anche il ricordo della testa fuggita non lo angustia più, fino al momento in cui non incontra un malizioso ragno... 

Piret Raud è prima di tutto il resto un'artista. Ossia, il suo linguaggio espressivo per eccellenza è l'immagine. 
Le parole - per lei - sono arrivate dopo. 
Sono arrivate solo quando ha sentito l'esigenza di trovare una voce per le sue immagini. 


Figlia e sorella d'arte, Piret Raud, alla sua terza o quarta apparizione tra i libri italiani (le sue prime cose sono state pubblicate da Sinnos), in questa storia lieve e fatta di un pugnetto di parole, dimostra alcune cose piuttosto interessanti. 
La prima riguarda - ancora una volta ci torno su - quanto, nei libri ben fatti, sia grande lo spazio che le parole lasciano alle immagini. Peraltro lei stessa ha affermato che attraverso il disegno si può dire tanto di più di quanto non si possa fare con le parole. 
E infatti. 
Esempio di questo sono le poche immagini, al principio del libro, che alludono a Van Gogh e che creano una sorta di contesto di partenza, ma soprattutto sono le metamorfosi dell'orecchio stesso su cui il testo tace con l'intento preciso di non voler diventare didascalia... 
Riguardo alla questione Van Gogh, non è affatto detto che un piccolo lettore la colga, ma questo poco importa a Piret Raud, forte del fatto che i libri che lei disegna e scrive hanno l'obiettivo di rivolgersi a tutti. E ognuno leggerà quello che è in grado di cogliere. Con buona pace degli altri. 
Al contrario, le continue metamorfosi dell'orecchio che diventa nuvola, fungo, pesce, farfalla e chiocciola sono principalmente dedicate ai più piccoli che si divertiranno parecchio ad estrapolare il profilo stilizzato di un orecchio in molti contesti imprevisti. 
Un esercizio sempre molto interessante da fare con i bambini, ossia quello di stimolarli a vedere le cose da prospettive anche diverse, quello di affidarsi agli occhi per cogliere somiglianze che per superficialità e sciatteria visiva potrebbero sfuggire... 


Questo esercizio di lettura dell'immagine è l'altra nota interessante del disegno di Piret Raud. Lei è in grado di portarla al massimo grado di potenza: la carrellata di animali e, più in generale, di oggetti, si caratterizza per una complessità di segno che però ha la capacità di disfarsi come nebbia al primo sguardo. 
Penso alle geometrie interne della rana o del coniglio, per esempio, che alludono alla loro 'interiorità' - la pioggia per la rana e un pupazzo di neve con naso di carota per il coniglio. 


Bel sistema di stratificare i significati e nello stesso tempo di intrecciarli a livello visivo. 
E a chiudere, due parole sul testo. Non molto dissimile dal tipo di immagine: rarefatto e nel contempo denso. 


Lascerei a chi di dovere la questione che il libro con molta grazia solleva, ovvero quella che la sapienza di saper ascoltare è dono raro quanto apprezzabile...

Carla

mercoledì 21 gennaio 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

(PICCOLI) EROI IN CAMMINO


La vicina di casa” è il secondo titolo di Kęstutis Kasparavičius, apparso recentemente in Italia per i tipi di Iperborea. Lo stesso editore nel 2023 aveva pubblicato il suo “Storia a strisce”. Negli anni passati erano transitati sul territorio nazionale altri due titoli che ora sono introvabili (2010, edizioni Comma 22). 
Autore di testi ma anche illustratore, in Lituania è molto noto e prolifico avendo illustrato una sessantina di libri e avendone scritto una quindicina. 
Selezionato più volte per la Mostra degli Illustratori alla Bologna Children’s Book Fair, ha ottenuto nel 1994 il premio «Illustratore dell’Anno» dell’UNICEF e nel 2003 l’«Award for Excellence». 
In effetti le illustrazioni richiamano presto l’attenzione e già le copertine catturano lo sguardo trattenendolo intorno all’infinità di dettagli con cui l’artista sceglie ogni volta di rappresentare scene e personaggi. Tanti particolari, dunque, con i quali iperrealisticamente Kasparavičius racconta storie abbastanza irreali. Si tratta di animali (ma forse dei peluche, viste le loro pose quasi sempre statiche) trattati come umani: stanno su due zampe, sono vestiti di tutto punto con tanto di occhiali, borsette e cappelli e bijou. Anche gli ambienti sono dettagliati minuziosamente: il selciato di strade e marciapiedi, la mattonatura dei palazzi, gli infissi di porte e finestre, le screpolature degli intonaci, le decorazioni di vasi e suppellettili, servizi da tè e relativi manicaretti. Eccetera eccetera. 


Di Rosinello, il coniglio tutto bianco col nasino rosa, protagonista di questa storia, sappiamo già da subito che ha una gran paura dei serpenti. In verità mai ne ha visti con gli occhi suoi, ma la paura -come si sa- si attacca spesso a ciò che non si conosce. Si dà il caso che al piano di sotto sia arrivata una nuova vicina e Rosinello, che è un coniglietto davvero ben educato, bussa alla sua porta per fare la sua conoscenza quando una voce dall’interno sibila: “Mi dispiace ma in questo momento non sono quasi più in casa”. 
Non essere quasi più da qualche parte. Ma che significherà mai? 
La nuova vicina è uscita dalla finestra del suo appartamento ed è così lunga, ma così lunga che la parte finale del suo corpo è ancora in casa mentre il resto ha già girato l’angolo: Rosinello non potrà far altro che mettersi in cammino e percorrere la vicina in tutta la sua lunghissima lunghezza. Una storia che dura tutta la distanza tra una coda e una testa, potremmo dire. 


Il bello è che, mentre seguiamo il coniglietto impegnato nella sua ricerca, noi non possiamo far altro che attardarci ad un incrocio per sbirciare i passeggeri accomodati nel bus, oppure alzare lo sguardo e riconoscere il signor alce dietro la finestra. Ci sperdiamo nelle architetture, strade e cortili, su diversi piani di profondità. E andiamo avanti, curiosi e determinati proprio come Rosinello. E poi si sa, ogni domanda ti mette in cammino e, anche se il coniglietto avrà solo girato in tondo, tornerà a casa con una paura in meno e una vicina in più. 


Anche “Storia a strisce” è una storia in cammino.
“Se per caso ci perdiamo, cerca delle strisce”, così dice mamma zebra alla piccola Zebrina. Ma al mercato i banchetti sono tanti e pieni di ghiottonerie (che poi, per una zebra si tratta di cavolfiori, verze, cavoli cappucci bianchi e rossi, e consimili) e la piccola zebra puntualmente si perderà. 
Ligia alle raccomandazioni, si incamminerà alla ricerca di strisce che però troverà più o meno dappertutto ma… la cravatta a strisce della tigre non è la sua mamma, e nemmeno le strisce pedonali...tanto meno i tasti di una fisarmonica. È così che Zebrina, seguendo le strisce, si ritroverà ad andare - anche lei in cammino - per strade, giardini, spiagge, perfino in fondo al mare. Ogni volta ponendo la sua domanda “Scusi, lei è una zebra?” oppure “Ha visto per caso delle strisce?”
Come è prevedibile, le strisce materne saranno ritrovate in fondo alla storia e noi insieme a Zebrina avremo scoperto che non bastano delle strisce per fare una mamma.


Due belle storie dal testo ben più corposo rispetto allo standard di un albo illustrato che potranno certamente essere proposte a bambini e bambine fra i 3 e i 5 anni. Volendo ci si potrà anche inoltrare in una piccola caccia al tesoro alla ricerca di tutti i personaggi che attraversano entrambe le storie. 

Patrizia 

 “La vicina di casa”, Kęstutis Kasparavičius, (traduzione Adriano Cerri), Iperborea 2026
"Una storia a strisce",  Kęstutis Kasparavičius,  (traduzione Adriano Cerri), Iperborea 2023

lunedì 19 gennaio 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MUFFA SULLA METRO 


La questione è spinosa e vecchia quasi quanto il mondo: quanto gli umani possono a buon diritto considerarsi più intelligenti degli animali e quindi possono sentirsi e comportarsi come razza superiore e vincente? 
Nella sua introduzione Christopher Lloyd è molto chiaro su questo. 
La storia dell'evoluzione ci dice che per molto tempo l'umanità ha considerato l'ambiente che la circondava, animali compresi, qualcosa di cui avere timore e rispetto, qualcosa su cui il dominio era molto limitato. 
Con lo scorrere del tempo però l'uomo ha dimostrato una grande capacità di piegare l'ambiente a suo uso e consumo, di fatto prendendo le distanze dal mondo animale, e più in generale di tutta la natura circostante, anzi addirittura piegando quest'ultima e servendosene per la propria sopravvivenza. Coltivare la terra, costruire arnesi per difendersi e per attaccare, cacciare e allevare animali per usarli poi come cibo, costruire rifugi sempre più complessi per proteggersi dai pericoli e dalle condizioni avverse del mondo circostante sono tutte cose che hanno accreditato, almeno per alcuni, la falsa consapevolezza che l'uomo fosse in grado di dominare l'ambiente. E con questo si è pensato che l'essere arrivati a questo traguardo, di fatto, sancisse la superiorità della razza umana rispetto a tutte le altre creature. 
Molte popolazioni invece hanno continuato a nutrire un sacro rispetto e timore nei confronti delle altre specie e della natura in generale. Ma la stragrande maggioranza dei popoli ha fatto suo il credo che l'uomo è più intelligente di un animale; l'uomo è più abile di un animale; l'uomo è più sensibile di un animale; l'uomo è più potente di un animale. 


Questo libro racconta qualcosa di molto diverso: l'uomo assomiglia e ha doti paragonabili a quelle di moltissime altre creature viventi, più di quanto vada in giro a millantare: da quelle piccolissime, come le termiti "ingegnere", ad alcune ben più imponenti di lui, come i capodogli "telegrafisti". 
Diviso in macro contenitori - l'organizzazione sociale, la sfera emotiva e l'intelligenza - si declinano poi in competenze e attitudini che condividiamo: il linguaggio, per esempio, oppure il lavoro di squadra per costruire, nutrirsi, difendersi. O ancora, riguardo alle emozioni, si citano casi di gioco per il puro divertimento o di autentico dolore, quantificabile attraverso il tasso di cortisolo che sale o scende, esattamente come capita a noi per una perdita. 
Ma è sull'intelligenza - quello per cui pensiamo di distinguerci da chi agisce per puro istinto - che le sorprese sono le più interessanti. 


La prima riguarda i polli. In uno dei libri più interessanti che abbia letto di recente, Il pulcino di Kant, Vallortigara ribadisce ancora una volta la complessità di pensiero dimostrata dai polli. 
Christopher Lloyd si allinea e dedica una pagina alla capacità dell'animale, che erroneamente è simbolo di stupidità, di comunicare in modo efficace con la prole o con i propri simili. 
Al contrario, la furbizia dei corvi è fatto noto. 
Nel libro La mente del corvo, pubblicato nella magnifica collana di Adelphi dedicata alle scienze e all'etologia, Animalia, oppure nell'altrettanto bel libro di Britta Teckentrup di nuovo a questi uccelli dedicato, si citano vari episodi di complessi ragionamenti fatti dai corvi, compreso quello cui Lloyd fa riferimento, ovvero l'arte di farsi rompere i gusci lasciandoli precipitare davanti ai semafori, per poi mangiarsi il contenuto al successivo semaforo che scatta sul rosso. 
Ma l'esempio di ingegnosità più interessante e - per paradosso - più confrontabile con quella umana lo si deve a una muffa. 
Studiata a lungo in laboratorio, Physarum polycephalum, un organismo monocellulare, ha dimostrato di sapersi muovere nello spazio circostante in cerca di cibo, seguendo i percorsi migliori e più efficaci. 
Gli scienziati - giapponesi ovviamente - hanno disposto i fiocchi d'avena (il cibo ambito dalla muffa) secondo uno schema che ricordava molto la rete dei punti nevralgici sotto il profilo del traffico della città di Tokyo. 


Ebbene, la muffa si è "diramata" verso l'avena nel modo per lei più efficace ed economico e la rete di collegamento tra i vari fiocchi era molto simile a quella della metropolitana della città. 
Con un'unica differenza, lo studio del piano della metro di Tokyo è durato anni, mentre per raggiungere un risultato analogo, Physarum polycephalum ci ha messo 26 ore... 
Minuto più minuto meno. 

Carla

Umanimali, Christopher Lloyd, Mark Ruffle (traduzione Anita Taroni)
Aboca Kids 2025

venerdì 16 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"UNA FORMA NUOVA"

127 giorni, Andrea Rivola 
(adattamento e collaborazione ai testi di Federico Appel) 
Parapiglia 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dagli 8 anni) 
 
"GIORNO 1 
Riolo dei Bagni sorge lungo il fiume Senio, sulle prime colline della Romagna, a metà strada fra l'Appennino e la via Emilia. 
Un paese tranquillo, orgoglioso delle proprie acque termali, abitato da gente sincera e laboriosa. Anche ora, nell'autunno del 1944, la guerra ha intaccato solo parzialmente la tranquillità di Riolo. Se si esclude l'assenza di uomini in età di leva, impegnati al fronte o chissà dove, qualche famiglia ebrea nascosta da qualche parte, qualche sfortunato incappato nei rastrellamenti nazifascisti. Ma le cose stanno per cambiare." 

Se da una parte la popolazione di Riolo dorme tutto sommato sonni tranquilli perché gli alleati stanno arrivando, dall'altra i tedeschi decidono di bloccare l'avanzata degli inglesi in arrivo da sud e lo fanno concentrandosi su un ponte che attraversa il Senio e vogliono anche sfruttare le montagne intorno a Riolo come postazioni difensive. 
Quindi Riolo, che fino a quel giorno era stata ai margini della battaglia ne diventa il centro. La prima conseguenza ricade sulle donne, sui bambini e sui vecchi che cercano rifugio in un paese che non è preparato e non è attrezzato. Veramente anche le persone non sono preparate: per loro in qualche modo la vita di tutti i giorni, quella fatta finora, deve continuare. Il signor Galli continua imperterrito nella sua passeggiata quotidiana, e pazienza per le bombe. Le esplosioni distanti sono i fuochi d'artificio per Battista. Ognuno di loro sembra diviso a metà tra la consapevolezza della guerra e la necessità di continuare la vita di sempre. Nessuno di loro dimentica del tutto, nessuno di loro annichilisce la propria indole: e quindi le ragazze insidiate dagli ufficiali fascisti non si fanno scrupolo del pericolo e li prendono a male parole, costi quel che costi, e il vecchio Maciulì riesce nell'intento di consegnare un gruppo di soldati tedeschi senza che nessuno si faccia male... 
Questa è la storia di un pugno di persone coraggiose, di un piccolo paese di collina romagnolo che per 127 giorni è diventato il bersaglio degli ultimi colpi di quella guerra insensata. 


E ha saputo resistere, nonostante tutto, fedele al proprio ideale di libertà.  

Il perché Andrea Rivola abbia risposto con entusiasmo alla richiesta del Comune di Riolo di celebrare gli ottant'anni della Liberazione con un libro illustrato è facile da capire: lui vive lì. 
La storia di Riolo è la sua storia. 
Nelle poche righe che questo spiegano prima che il libro cominci si legge: provare a raccontare, in una forma nuova, eventi tanto importanti. 
A prescindere dall'importanza dei fatti, dalla bellezza delle persone che questa storia l'hanno vissuta, di fatto l'hanno creata, la cosa che colpisce è davvero quella "forma nuova". 
Intendo dire il modo in cui Rivola, con il supporto ai testi di Federico Appel, ha deciso di raccontarla. 


Il materiale da cui gli autori hanno attinto è un altro libro, scritto da Leonida Costa - Le 127 giornate di Riolo - che risale al 1962. Già in quella fase la storia viene ricostruita attraverso le testimonianze orali. Ma Rivola e Appel hanno fatto un passo ulteriore, integrando il racconto attraverso anche i diari fondamentali di due testimoni riolesi, Vincenzo Cavara, all'epoca sedicenne, e Clara Zanotti, diventata staffetta partigiana. 
Questa diversità di voci trova un suo corrispettivo nella concezione del libro. 
Non lo si può chiamare un fumetto, e non è neanche un diario illustrato. Non è neppure un albo o una storia con le figure, come siamo abituati a vedere. 


C'è un calendario che segna i giorni, ci sono i panel, le vignette, che arrivano dal fumetto, e del fumetto ci sono anche i balloon, ma ci sono anche consistenti blocchetti di testo. Ci sono tavole a doppia pagina, ma ci sono anche sequenze di tavole più piccole che hanno il compito di dare velocità maggiorata rispetto a un respiro più lento e cadenzato. 


Insomma, è una polifonia di voci, di ritmi e anche di spessore dei fatti, che - mi pare evidente - corrisponde alla pluralità delle fonti e delle voci narranti. Su tutto si espande il disegno di Rivola che, fedele alla consegna, tiene tutto assieme e mantiene un suo tono ben preciso, pur diversificandosi in molti e diversi rivoli (!) con l'esito rassicurante di essere sempre un piacere vederlo. 

Carla

mercoledì 14 gennaio 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

COSA CI DICE QUELLA DATA? 


I Watson vanno a Birmingham 1963. Ecco, è tutto qui: una famiglia, i Watson, una città, Birmingham e un anno, il 1963 che, nella storia degli Stati Uniti, richiama alla memoria molti importantissimi eventi. 
È quello della Marcia su Washington e del famoso discorso proclamato da Martin Luther King passato alla storia con I have a dream, nel quale si auspicava un futuro nel quale i neri e i bianchi potessero convivere in pace. La città di Birmingham, nell’Alabama, è stata una di quelle più direttamente coinvolte nella battaglia lunga e sanguinosa per l’affermazione dei diritti civili delle persone nere e in generale per tutte le minoranze etniche. 
La scelta di fornire queste informazioni nel titolo dimostra la volontà di inquadrare già da subito la questione, soprattutto in patria. Nel nostro e negli altri paesi in cui il libro è stato tradotto, invece, un ragazzino di 12 anni circa (che è l’età del lettore al quale si rivolge grosso modo Paul Curtis) non ha molto probabilmente idea di cosa sia accaduto quell’anno oltreoceano; sarebbe infatti interessante confrontare la reazione di un adolescente statunitense con uno europeo di fronte a questo titolo, prima, e a conclusione dell’intera storia, dopo. Cosa raccoglie il primo e cosa invece riesce a cogliere il secondo, lontano non soltanto cronologicamente da quei fatti, ma anche da una cultura che si affaccia solo ora, e in modo del tutto differente, su quei problemi. 
Non è un aspetto secondario questo, perché lo scrittore Christopher Paul Curtis ha deciso che questa storia doveva evidentemente parlare a chi già in parte sapeva, doveva raccontare di una vicenda privata a chi già sarebbe stato in grado di inserirla in un contesto storico che le fornisse una significazione completa. 
La famiglia afroamericana Watson è costituita da genitori, due figli maschi e una bambina più piccola. A narrare è il secondogenito Kenny, ragazzo brillante, tranquillo, spesso deriso dal più grande e tormentato fratello Byron, protagonista di numerosi episodi che preoccupano non poco i genitori. 
La famiglia vive nel freddissimo Michigan, ma la signora Watson è originaria di Birmingham, dove ancora risiede sua madre, che ha fama di essere molto severa. In estate, approfittando delle vacanze scolastiche, tutta la famiglia si mette in viaggio per raggiungere proprio la città in Alabama e affidare alla vecchia signora il tremendo Byron, con la speranza che la lontananza da compagnie che hanno una brutta influenza su di lui, da un lato, e il controllo serrato della nonna, possano riuscire a raddrizzare il suo comportamento. 
Il titolo del libro riporta esattamente quello che la signora Watson scrive sul suo diario di viaggio, su un quaderno dove annota i dettagli di ogni tappa di cui è composto, ognuna scelta con cura meticolosa e non casuale (e anche per questo vale la pena leggere la nota introduttiva che spiega alcune cose che diversamente non si riescono a comprendere). 
La conclusione dell’impresa sarà tutt’altro che felice e al tono spigliato, ironico e spesso anche comico, che caratterizza la narrazione fino a questo punto, si sostituisce uno più cupo, quello di un giovane narratore che cerca di riferire il proprio sentire smarrito di fronte a un episodio drammatico al quale fatica a dare senso. 
I Watson si trovano infatti casualmente coinvolti in un attentato che ha comportato la morte di tante persone, molte delle quali giovanissime. Si tratta di un evento frutto di fantasia, ma che riproduce tanti altri che sono avvenuti in quegli anni nello stato dell'Alabama, e non solo. Le ragioni per cui vale la pena leggere questo romanzo non sono solo da ricercare nel suo presunto e/o reale valore informativo e formativo. Curtis ha nutrito questa storia di vissuti personali, ma è riuscito a costruire un romanzo apprezzabile e godibile riuscendo a evitare la trappola della lusinga sentimentale, anche quando gli eventi potrebbero giustificarla. 
L’episodio drammatico, che connoterebbe il romanzo come storico, si colloca soltanto alla fine, tanto che si stenta a considerarlo come il tema principale intorno al quale ruota l’intera vicenda. Né tantomeno possiamo giudicare il resto della narrazione come una preparazione a quell’evento. Le relazioni tra i componenti della famiglia, le difficoltà a scuola e con i coetanei di ognuno dei ragazzi, le ristrettezze economiche che la famiglia deve affrontare, non hanno nulla di incompiuto, nulla che non possa sostenere già interamente il senso della storia. 
D’altro canto, che i protagonisti siano afro-americani, ce lo dice l’immagine di copertina (dell’edizione italiana come di quella statunitense), diversamente il lettore potrebbe tranquillamente ignorare questo aspetto e godersi appieno gli episodi di vita familiare visti dagli occhi del giovane Kerry. Sono soltanto pochi gli indizi disseminati nel corso della storia che, sommati l’uno all’altro, ci permettono di comprendere a quale comunità queste persone appartengano e quali siano le ragioni di alcune particolari scelte. 
L’inizio del romanzo è tra le parti più divertenti e permette di entrare subito in relazione con questi genitori affettuosi, ma dai modi educativi in parte superati e discutibili, e con i tre fratelli che vivono quelle situazioni felici e non, che appartengono a tutti i loro coetanei. 
Il pregio di questo romanzo credo sia soprattutto di aver raccontato uno spaccato di vita americana senza piegare tutta la costruzione narrativa all’esposizione di un contenuto valoriale, e di aver poi composto un quadro non banale di un momento storico difficile per quelle persone che ne sono state direttamente coinvolte. Nella reazione del giovane Kerry c’è tutto il dolore e la difficoltà di accettare le brutture di quei gesti terroristici ed assassini. Ma al contempo non c’è niente di consolatorio e buonista. 

Teodosia

I Watson vanno a Birmingham 1963 di Christopher Paul Curtis,
traduzione di Francesca Matruzzo, 
Edizioni San Paolo 2025 

lunedì 12 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

JUANA MARIA

L'isola dei Delfini Blu
, Scott O'Dell (trad. Susanna Mattiangeli) 
Il Barbagianni 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Il volto di Matasaip era fermo e duro come la pietra. Aveva smesso di ascoltarmi.Ho gridato ancora ma la mia voce si perdeva nell'ululare del vento. La gente della mia tribù si era raggruppata intorno a me, ripetendo quello che aveva detto il capo, ma le loro parole non mi tranquillizzavano. 
Nel frattempo Ramo era sparito dalla nostra vista e io sapevo che stava correndo lungo il sentiero che porta alla spiaggia. 
La nave ha iniziato a costeggiare il letto di alghe ed ero certa che stesse tornando a riva. Ho trattenuto il fiato, in attesa. Poi, lentamente, ha cambiato direzione, puntando a est. A quel punto ho attraversato il ponte e, svincolandomi dalle mani che cercavano di trattenermi, mi sono buttata in mare." 

Karana, 12 anni, è la sorella maggiore di Ramo. Insieme alla sorella Ulape, ancora più grande di lei, si stanno imbarcando e lasciando la loro isola. Il loro padre, il capo del villaggio, è stato ucciso dagli Aleuti, predatori senza scrupoli, che erano arrivati sulla loro isola pacifica per andare a caccia di lontre marine, di cui commerciano il pellame. Karana, che da sempre ha il compito di accudire il fratello piccolo, è salita sulla nave che, per volere del nuovo capo villaggio, sta portando via dall'isola tutti i membri della tribù per metterli in sicurezza altrove. Ma Ramo, nella fretta della fuga, ha dimenticato la sua preziosa lancia da pesca, quindi non si è imbarcato con gli altri. È rimasto a terra per recuperarla. 
La vita di Karana, che fino a poco tempo prima poteva definirsi tranquilla, in perfetta armonia con tutto quello che la circondava, dall'arrivo degli Aleuti sta andando in una direzione del tutto imprevista... Questa è la storia di questa ragazzina che, tutta da sola, dovrà organizzarsi con coraggio e determinazione una vita del tutto diversa da quella che aveva immaginato per sé... 

La storia di Karana, che Scott O'Dell ha scritto nel 1960 - ispirandosi alla storia vera di Juana Maria, la cosiddetta Lone Woman of San Nicolas, che dal 1835 al 1853 rimase in solitudine assoluta sull'isola, una delle otto dell'arcipelago californiano, conosciuto come Channel Islands - ha vinto la Newbery Medal nel 1961. Ed è diventata uno dei più importanti classici della letteratura d'avventura statunitense. 
Già nel 1963, grazie a Bemporad Giunti Marzocco, la storia viene pubblicata anche in Italia e resta in circolazione per un bel po' di anni, cambiando veste grafica, ma restando sostanzialmente un buon libro di avventura da proporre ai giovani lettori. 
Poi per un po' esce dai radar, ma non sparisce dagli scaffali di molte biblioteche o da quelli di molti bouquinistes
Ora, a 65 anni dalla sua prima pubblicazione negli Usa, riappare in una nuova edizione e traduzione, per il Barbagianni. 
Questa circostanza, a parte confermare nel mio intimo che tutto è già stato scritto, è il segno che una buona storia di avventura merita di non essere dimenticata. A maggior ragione se è anche venata di autenticità: O'Dell fin da subito ha dichiarato di essersi ispirato a quella storia vera quanto incredibile e di averla romanzata solo quanto basta. 
Ma a parte questo, il topos letterario de L'isola dei delfini blu vanta precedenti illustri e di sicura presa sul pubblico: da Robinson Crusoe fino ai romanzi contemporanei di Gary Paulsen. 
Alla protagonista, nel giro di una cinquantina di pagine, le si crea il vuoto intorno: resta da sola in un luogo in qualche modo familiare, ma ostile che lei deve, se vuole sopravvivere, modellare per quanto possibile a suo uso e consumo. 
E così si organizza per la raccolta del cibo e dell'acqua, per la sua conservazione al riparo dai predatori e dalle intemperie. 
Mette a frutto quello che ha imparato nei suoi primi dodici anni. 
E così si costruisce un rifugio, che piano piano assume le sembianze di un luogo protetto e sicuro e anche in qualche modo confortevole. 
Tutto questo lo fa, attingendo agli insegnamenti che le arrivano dal passato, ma anche sperimentando e imparando a usare ciò che la natura intorno le mette a disposizione, dalle alghe per giaciglio alle costole di balena per la recinzione contro i predatori. 
In ogni pagina traspare la sua ferma convinzione che nei confronti della natura non ha senso fare opposizione, quanto piuttosto si rivela utile essere capaci di trovare il giusto modo di conoscerla, rispettarla, amarla, imparando a ricavarsi un proprio spazio in armonia con essa. 
Con determinazione, facendo anche tesoro degli errori, Karana, giorno dopo giorno, impara a difendersi dai nemici e a costruirsi armi per procurarsi il cibo. 
Impara a riconoscere i segni, il tempo, le stagioni. I suoi giorni e le sue notti li passa a imparare prima a difendersi, poi a convivere nel contesto 'selvatico' che la circonda: i cani in primo luogo. 
E proprio riguardo ai cani, nei confronti dei quali Karana ha maturato un odio profondo per ragioni indiscutibili, il romanzo prende una piega inaspettata che piacerà parecchio ai lettori che pensano che se il mondo fosse senza cani sarebbe peggio... 
Io, fra loro. 

Carla