venerdì 1 maggio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

C'ERA UNA VOLTA...

Questa mia nonna
, Kim Fupz Aakeson, Stian Hole (trad. Lucia Barni) 
Beisler 2026 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Un giorno suonano alla porta. Sono appena tornata da scuola e sono a casa da sola. Quando apro, trovo la nonna. 
Nonna? la saluto sorpresa. Sei scappata dalla casa di cura? 
Ho sete, dice lei, allora vado a prendere dell’acqua con il ghiaccio e ci sediamo fuori al sole. Il nostro giardino è noioso, c’è solo erba tagliata e poco più. 
Poi dico: C’era una volta. 
Allora lei sorride. Annuisce. Ripete: C’era una volta, sì. 
Ma poi non aggiunge altro. Sorride e basta." 

Alla fine questa sua nonna l'hanno affidata a una casa di riposo per vecchietti, come lei. Ma prima questa sua nonna era proprio una gran nonna. 


Grande raccontatrice di storie, preferibilmente davanti a una tazza di caffè e a un vassoio di lingue di gatto, lei è sopravvissuta al suo marito dal dente d'oro e ai suoi due cani. Scorrazzava con la sua Toyota argento anche nelle siepi (e così anche la macchina le hanno tolto). Poi ha cominciato a usare la bici alta, ruzzolando talvolta (e così anche la bici le hanno tolto). Di case ne aveva due: una piccola e storta al mare e una grande e bella in città, con il giardino che anno dopo anno sembrava sempre più una giungla (e così anche la casa le hanno tolto). 
Ma lei non ha mai smesso di pensare alle sue storie. 
E se anche la voce, come la memoria, l'hanno abbandonata, non è proprio detto che le fiabe ora le siano estranee. E se a raccontarle è questa sua nipote, pescando qui e là nei ricordi e mischiandoli come fosse un racconto tutto nuovo ma anche vecchio, perché non crederle e andarle dietro? 

Tre cose colpiscono.
La prima: ciò che dichiara Kim Fupz Aakeson a proposito della letteratura per ragazzi. Lui, che di mestiere fa lo sceneggiatore, dichiara: "La letteratura per ragazzi è diventata la mia casa di campagna. È lì che mi rilasso. La letteratura per ragazzi è un campo molto più coraggioso dell'industria cinematografica. Nel cinema c'è più ansia perché ci sono in ballo somme di denaro enormi. La letteratura per ragazzi è infinitamente più ricca rispetto ai film per ragazzi..."
La seconda: come è stata concepita la sinossi dell'edizione italiana. 
Apre così:"Come si fa a raccontare ai bambini e alle bambine l’Alzheimer se anche gli adulti, davanti a un loro caro malato, faticano ad affrontarlo? 
E poi prosegue, soffermandosi sul decorso della malattia, alludendo al fatto che la nonna smette di ricordare e deve (!) trasferirsi in una casa di cura... Poi si allude alla demenza senile che ha qualcosa di affine alla fanciullezza e si legge "chi meglio di una bambina [...] può relazionarsi con la nonna che lentamente è entrata nel tunnel della demenza? " 


La terza: le figure concepite da Stian Hole, che sembrano ignorare l'Alzheimer della nonna e concentrarsi molto più giustamente sulle sue rughe. E sui suoi sguardi furbetti. 


Procediamo con ordine. 
Sulla prima cosa, ovvero che lo scrivere libri per ragazzi lo rilassa, forse ha senso soffermarsi e farsi venire un dubbio. Ma ne parliamo in conclusione. 
Sulla seconda e sulla terza, dopo aver letto e riletto il libro, trovo ci sia da dire un bel po'. 
Certamente questa sua nonna sta invecchiando, certamente sta perdendo e prendendo un sacco di colpi (a cui i due zelanti genitori cercano di porre rimedio). Altrettanto certamente sta perdendo la memoria e certamente questo la porta a beccarsi la diagnosi di Alzheimer, o più genericamente di demenza senile. 
Ma la storia che sprizza da parole e immagini è qualcosa di ben più complesso. 
E ha a che fare con le relazioni umane piuttosto che con le diagnosi cliniche! 
A me pare evidente che la storia trasudi freschezza, bellezza, dolcezza e complicità, ma soprattutto vivacità. 


Tutte cose lontanissime dal peso di un libro che abbia la pretesa di spiegare l'Alzheimer ai bambini. Questo libro racconta piuttosto e, mi permetto di aggiungere, fortunatamente, l'intesa profonda tra questa sua nonna (con l'Alzheimer) e questa sua nipote. 
E come accade? 
Con un testo da cui sprizza a ogni rigo quanto quelle due si intendano e siano alleate nello sguardo reciproco e in quello comune che hanno sul mondo. 
Per converso, emerge altrettanto quanto siano pesanti i grandi che per tutto il tempo non fanno altro che demolire la vita precedente di questa rugosa e smemorata vecchina, fattasi rischiosa, in nome di una sua nuova esistenza, in cui sicurezza e noia siano assicurate. 
E ancora, questo accade guardando la struttura della narrazione: per metà del libro ci viene raccontato con brio il declino fino al punto di non ritorno : "aggrotta la fronte e non sa di cosa parliamo..." 
E solo due pagine dopo tutto si ribalta, salta letteralmente per aria: la nonna bussa alla porta della casa della nipote (è sfuggita al suo cerbero) e parte così il loro viaggio folle e magnifico in cui tutti quei dettagli che si erano accumulati nella prima parte del racconto si mischiano senza nessun ordine. 
Stanno lì a testimoniare quello che sono diventati: dei ricordi, con cui la nipote cucina un meraviglioso e saporitissimo frappè per la nonna. 
E per noi che leggiamo. 
Infine ci sono le figure di Stian Hole. Visionario, originale e decisamente insolito anche dopo quindici anni dai suoi pochi libri pubblicati in Italia. Riconoscibile a grande distanza, attraverso la sua rielaborazione di immagini fotografiche, collage e disegno dà il meglio di sé in questa storia che offre all'immaginazione un bel po' di spunti. Sa essere folle nell'illustrare nonna e nipote su un aereo in fuga, o a cavallo di un unicorno nel cielo, ma sa anche essere struggente nel ritrarre la nonna con il suo biscotto in mano. 


Sa essere ironico e sa turbare lo sguardo del lettore con figure mostruose. Costruisce scenari pieni di dettagli che animano gli spazi: polpi nell'armadio e boschi pieni di uccelli e occhi che ti puntano. Dimostra una grande sapienza nel connettere anche visivamente la successione delle varie tavole (un esempio per tutti: le scale della cantina che si allungano per diventare quelle dell'ospizio), nel giocare tra pieni e vuoti ed è un vero drago del colore. 
Difficilmente, anche e soprattutto soffermandoci sulle immagini, si percepisce un qualsiasi senso di malinconia o di cupezza: al contrario, tutto ciò che percepisce lo sguardo è decisamente folle, pur restando agganciato al reale. 


Ecco. 
Volendo tirare le somme, io è questo che leggo in questo libro coloratissimo e allegrissimo. 
Quindi, giocoforza, dubito di essere nel giusto a pensarlo così. Allora vado a controllare per pura curiosità la sinossi danese/norvegese di Cappelendam (l'editore originale) e leggo quanto segue: 
"Eventyr" (avventura) è un bellissimo albo illustrato che racconta come storie, avventure e ricordi leghino nipoti e nonni. La nonna sta invecchiando e la sua memoria non è più quella di una volta. Ma è ancora bravissima a raccontare fiabe! È solo questione di iniziare: "C'era una volta...". Le illustrazioni oniriche di Stian Hole, ricche di colore e vitalità, si sposano perfettamente con il testo fantasioso di Kim Fupz Aakeson. E come lettore, avrai voglia di intraprendere anche tu delle avventure! "Eventyr" è un connubio tra maestri danesi e norvegesi, due amatissimi e pluripremiati artisti di albi illustrati. In questo libro, Stian Hole e Kim Fupz Aakeson parlano con affetto e calore del rapporto tra nonni e nipoti."
Ed ecco che si torna al punto di partenza: rilassato, nella sua "casa di campagna" Aakeson (in tandem con Stian Hole) inventa una storia di vecchiaia, una storia che non si esaurisce in una vecchietta con l'Alzeheimer, ma diventa una storia allegra e un po' folle - che si intitola Avventura -  e che ruota intorno al senso più universale della frase che tiene insieme questa sua nonna e questa sua nipote: c'era una volta... 

Carla

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

lunedì 27 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ZITTI MAI!

Care piccole muse
, Yael Frankel (trad. Laura Costa) 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Se è un arancio, dovresti almeno usare l'arancione. 
Non hai visto come sono fatti gli alberi, Lia? 
E se aggiungessi delle radici? O qualche ramo? 
Il marrone non lo usi?" 

Entrano in scena come uno stormo. 


Sono ben di più delle nove canoniche, le "gioconde fanciulle" figlie di Zeus, che ballando e cantando, diventarono con il tempo signore delle arti. 
 Anche dal punto di vista dell'iconografia canonica, questi corpicini - una ventina - non dimostrano una bellezza tradizionale: sono piuttosto informi e tondeggianti - dal verme al sassolino - ognuna di colore diverso, con occhi, naso e chiome. 
Stanno tutte planando intorno a Lia, che è una bambinetta. Con la matita in mano, sta disegnando su un foglio qualcosa. Si soffermano su ciò che Lia ha disegnato e le chiedono cosa rappresenti. Domanda irresistibile: tutti la fanno sempre. Non solo le muse. Quel tondo colorato di nero a metà potrebbe sembrare un albero... 
Lia non risponde alle loro sempre più insistenti domande. Piuttosto si colora di rosa a pennello le dita dei piedi. Spennella di rosa le muse stesse e cerca addirittura di cancellarle con la gomma della sua matitona. E all'ennesima domanda su come siano fatte le nuvole, per poterle disegnare correttamente, Lia ha un'idea, risolutiva, quanto definitiva... 

Anche qui come altrove, Yael Frankel scrive pochissimo e mette, tra le rare righe e i grandi disegni sempre un po' sbilenchi per le ardite prospettive e proporzioni, tutto quello che c'è da capire. 


Qui c'è una bambina che sta disegnando. Avvolta nel silenzio. Fino al momento in cui fanno irruzione le muse, le care piccole muse, che zitte invece non stanno mai. L'apostrofano sul suo disegno, su cosa sia, sull'uso dei colori che potrebbe usare, sulle forme che potrebbe aggiungere. Giudizi e consigli, suggerimenti, possibili interpretazioni premono su quella bambina che invece intorno vorrebbe solo silenzio. Muta e soprattutto imperturbabile, Lia non dà loro retta. Al contrario, bonariamente se ne prende gioco fino al punto di liberarsene. Almeno per ora. 
Ecco. 
Tra le righe e dietro le muse pare proprio di intravedere un dato di realtà che tutti quelli che hanno assistito alla scena di un bambino che disegna e un grande che - a vario titolo - gli ronza intorno, possono riconoscere. 

Sarà capitato a tutti, almeno una volta nella vita, di vedere genitori o maestri, in generale altri adulti affetti da ansia da prestazione, che intervengono (e non solo a parole), che correggono (e non solo a parole), in ultima analisi che giudicano e valutano l'operato di un bambino con foglio e matita. 
Questo è il caso di specie. 
Sugli effetti deleteri che si manifestano anche ad anni di distanza sulla fiducia personale, sulla capacità di autodeterminazione di chi è in crescita, sorvoliamo. Ognuno elabori il proprio ragionamento in merito.


Qui parrebbe invece più interessante fare due riflessioni su come Yael Frankel trovi un tono, un lessico per raccontare. 
Un tono e un lessico che siano in grado di parlare ed essere comprensibili tanto ai piccoli quanto ai grandi. E di riuscire a farlo senza mai scimmiottare nessuno. 
In Care piccole muse va dritta al punto. In quelle poche frasi, il bambino che ascolta le parole delle molteplici protagoniste riconoscerà un'eco di qualcosa già sentito e vissuto altrove... 
Lui e Lia sono la stessa persona! 
E lo stesso succede a un adulto che, nel leggerle, ricorderà di averle pronunciate almeno una volta. E forse - finalmente - si pentirà di averlo fatto. Zitti, mai?
Questo è per dire che di norma Yael Frankel si dimostra capace di "parlare" a tutti. 
E di saperlo fare per sottrazione. 
Qui, in particolare, si diceva all'inizio, è ancora una volta il non detto, è il silenzio di Lia a dire molto.


Non credo di sbagliare se quel suo sorrisino sornione, che compare nei momenti topici, e quel suo procedere sul foglio con la sua matitona, incurante di fronte a tutti quegli utili suggerimenti delle care e piccole muse, lo interpreto come un omaggio rispettoso all'infanzia tutta. 

Carla

venerdì 24 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RESPIRA!

Atman! La via per tornare a casa mia
, Bart Moeyaert, Mark Janssen 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2026 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni)
 
"L'uomo mi guardò, dall'alto in basso. 
Poi disse: 
'Sai, bella domanda la tua. 
Ma la risposta io non la so. 
La tua casa potrebbe essere ovunque. 
Quindi: boh?' 
'La porta ha una fessura per la posta 
e quando arriva posta, per noi è sempre festa. 
La porta è rossa, a destra c'è una finestra. 
E dietro la finestra c'è una bestia.' 
Gli sembrò strano, pensò che fossi matto." 

Era andato a comprare il pane dal solito panettiere, quando capitò questo fatto strano: la via di casa era smarrita... 
Suo papà lo aveva mandato a fare quella commissione e ora lui è lì con quel fagotto tra le mani e non si sa più orientare. Non serve descrivere con minuzia come è fatta la sua casa, quell'uomo che ha fermato per strada non sa aiutarlo, se non dicendogli di gridare forte e chiaro aiuto, alzando bene le braccia solo, e sottolineo solo, in caso di pericolo tremendo! 
Ed eccolo, il pericolo tremendo: quella donna dal passo svelto con una fune rossa in mano che lo rapisce e lo porta sulla sua nave dei pirati pronta a salpare verso il grande mare. 


Comincia così qualcosa che ha il sapore di un'avventura - forse tutta nella testa, ma forse anche no - di un bambino che cerca di ritrovare il posto caldo ed accogliente che chiama casa, dove papà lo aspetta e anche la bestia, il gatto! 

Fin dal titolo, questo libro canta e respira a tempo come succede alla poesia e alla musica! 
Ragione per la quale è tassativo leggerlo ad alta voce, anche da soli! 
Un racconto che parte da una sensazione molto precisa: perdere qualcosa crea spaesamento. Ai bambini, è lo stesso Moeyaert a ricordare netta la sua sensazione da piccolo nel momento in cui anche un semplice sassolino andava perduto, perdere non piace. In questa occasione a perdersi non è un oggetto ma un bambino. 
Da un dato di realtà il racconto si stacca ben presto e decolla verso un viaggio immaginario o immaginato, molto avventuroso che lo porta sul mare, sotto il mare, nella foresta, e poi di nuovo in alto, attaccato all'albero maestro di quella stessa nave di pirati che lo aveva gettato ai pesci... 
Ma poi - chi lo ha detto che i pirati non hanno un cuore - la piratessa, la capitana, quella con la benda sull'occhio lo sbarca sul molo cittadino e lì a trovarlo è una bambina, bendata anche lei, che gira per ogni dove con il suo monopattino e una carta stradale che le permette di possedere un'intera città, tenendola in tasca.
Concepito come testo per un'opera musicale (!) per il Teatro Nazionale di Opera e Balletto di Amsterdam, Atman! è tante belle cose insieme. 


La principale è la sua musicalità. Laura Pignatti ha fatto davvero un gran bel lavoro nella traduzione, producendo rime e assonanze a ogni rigo, per rispettare quanto più possibile la musicalità dell'olandese originale: un libretto di un'opera lirica. E inventandosi per far parlare la piratessa un grammelot veneto/portoghese che è uno spasso al pari del ritratto che ne fa Jannsen con le sue matite. 
Ascoltarlo, quasi a prescindere da quello che si racconta, genera sorrisi e meraviglia per le soluzioni trovate. Brava! 


L'altra cosa bella che succede sta nel sottotesto. Una bella riflessione su cosa significhi "casa", su quali siano gli elementi che determinano in una persona la percezione di trovarsi in un luogo protetto e familiare. In questo Moyaert si fa carico di espandere il più possibile il concetto e, sebbene lo metta nella bocca di un solo ragazzino che è andato semplicemente dal panettiere a comprare il pane per pranzo, riesce a dare della questione una dimensione universale. 
Nel sottotesto si discute anche di nostalgia, malinconia e di smarrimento e inquietudine. 


Così come belli sono pure i disegni. Ogni tanto una tavola doppia, un vero e proprio fondale, uno scenario, altrimenti punteggiano il testo che già di per sé è abbastanza disegnato, con colori diversi di stampa, e corpi che crescono e rimpiccioliscono alla bisogna e corsivi, tanti corsivi. 
E ancora bellissimo è il fatto che leggendo d'un fiato questa storia - non ci si può fermare a metà e poi riprendere dopo - si ha magicamente la sensazione di essere tutto il tempo lì con il piccolo Atman, esattamente come accade nel buio di un teatro quando - ancora di più che in un libro - siamo parte viva di di quello che accade sul palco: tanto in cima al pennone di una nave, quanto in fondo al mare tra i pesci, o su un molo a spiagnucolare... 

Carla

Noterella al margine. Atman in sanscrito, tanto tempo fa, aveva il significato di soffio di vita. E in tedesco, ancora adesso, quello di respirare...

mercoledì 22 aprile 2026

FAMMI UNA DOMANDA!

GUARDARE COME UNA FARFALLA


Quanta magia si cela dietro il concetto di colore. Il colore è una sensazione visiva, qualcosa di intangibile, ma così fondamentale per la nostra esperienza. Il colore inoltre non è oggettivo: dipende da chi lo guarda (quello che per me è rosso, per altri è arancione) e dipende dal contesto in cui lo si guarda (la luce varia notevolmente l’intensità del colore). Ora, se dovessi pensare a un editore che sul colore sta conducendo un approfondimento bibliografico a tutto tondo, quello sarebbe senz’altro L’Ippocampo. 
In particolar modo da Colorama di Cruschiform (2017), un inventario di 133 pantoni, l’editore ha cominciato a portare l’attenzione sul colore non solo agli addetti ai lavori, ma ha ampliato il suo pubblico facendo un’operazione di vera divulgazione che tocca i bambini come gli adulti. 
Torna quindi L’Ippocampo nel 2026 con un nuovo titolo in continuità con questa ricerca cromatica: Multicolore – un viaggio nel mondo dei colori di Léa Maupetit. 
Della Maupetit L’Ippocampo aveva già pubblicato tre deliziose piccole monografie intitolate Alberi, Fiori, Uccelli, scritte da Emmanuelle Kecir-Lepetit, dove già era chiaro come l’illustratrice lavorasse con finezza sul colore e il suo portato. 
In questo piccolo saggio illustrato sul colore Maupetit inizia chiedendosi che cos’è un colore, ossia inizia dalla cosa più difficile: la definizione. Siamo sicuri sia infatti così semplice definire cosa è un colore? 



E ancora: cosa fa si che il colore ci racconti qualcosa? E quanto incide sulla nostra percezione del mondo? 


L’autrice passa poi ai nomi dei colori, per cercare di mettere ordine, ma anche qui troviamo molti elementi diversi. Ci sono nomi che derivano da luoghi geografici, nomi che derivano da animali, da vegetali, da minerali. Il desiderio di classificazione è una delle peculiarità che l’umanità ha sviluppato nei secoli, proprio come riflesso del tentativo di cercare di mettere ordine a un mondo caotico. Il colore non è stato esentato.
 

L’aspetto davvero entusiasmante di questo saggio illustrato è la capacità di Maupetit di parlare in modo serio e approfondito a lettori di età molto differenti. L’esempio migliore di questa capacità è la spiegazione di tre concetti chiave sull’uso del colore: tonalità, saturazione e luminosità. La triade divina del grafico. La triade laica che noi autodidatti di Instagram smanettiamo nel momento in cui tentiamo di migliorare una nostra malriuscita foto. 
Ecco come l’illustratrice spiega graficamente questi concetti:





Il libro prosegue su concetti a volte molto noti come il mimetismo animale, ma con un rapporto qualitativo tra immagine e testo perfetto, con delle illustrazioni originali, punti di vista particolari. 
Altre volte si concentra su concetti difficili non solo da capire, ma proprio da rappresentare, come ad esempio sui “colori fantasma”, quelli che vedono alcuni animali e che noi non vediamo. 
Oppure come quando chiede, ragionando sul concetto di iridescenza: gli scarabei sono neri, verdi o blu? In questi scarti tra domande e illustrazioni, il libro si rende affascinante e molto istruttivo. Si apprende con voracità, attratti come le farfalle sono attratte dai colori dei fiori. 
Ho letto questo libro, adatto dai 7 anni in su, a classi di bambini e bambine della primaria e sono rimasti affascinati come davanti alla più avventurosa narrativa. 
L’ultima domanda che Maupetit lancia è anche un cambiamento linguistico. 
E se invece di chiamarli “colori” cominciassimo a chiamarli “sfumature”? 
Tu, ad esempio, che sfumatura preferisci?


 Valentina 

Multicolore – Un viaggio nel mondo dei colori, di Léa Maupetit, trad. di Rocco Fischetti, L’Ippocampo 2026 

lunedì 20 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A DOMANI!

Via da qui, Tamara Bach (trad. Claudia Valentini) 
Emonsraga 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 
 
"Solo quando mamma bussa allo stipite della porta, Kaija si rende conto di essere rimasta lì a guardare il soffitto per un'eternità. 
'Ehi' le dice mamma. 
Si avvicina al letto, le si siede accanto e le chiede di farsi un po' più in là. 
Poi si sdraia di fianco a lei. 'Hai trovato la cassettiera' dice. 
Annuisce. 
'Tutto ok?' chiede. 
'Mmh' fa Kaija. 
'E tu?' 
'Mmh'. 
Se ne restano sdraiate lì per un po', fuori il brulichio della natura, dentro il loro silenzio. 
Restano lì un altro po'. 
Finché mamma non si tira su e guarda Kaija. 
'A domani' dice. 'A domani' dice Kaija."

Da pochi giorni, con il resto della famiglia - madre, padre e la zia della madre - Kaija è andata ad abitare nella vecchia casa materna. In una cittadina di provincia, dove a lei tutto è estraneo. Nuova scuola, nuove persone intorno, nuovi luoghi, nuovi percorsi e - giocoforza - nuove abitudini. 
Si sta lasciando alle spalle la vita precedente, con un bel po' di nostalgia e un vuoto e silenzio intorno che non si aspettava. I suoi vecchi amici tacciono e la chat - ultimo filo che la lega a loro - si interrompe all'improvviso. 
Ora è davvero sola, ossia gli unici punti di riferimento sono la sua famiglia: una vecchia zia bisbetica e non proprio in salute, un padre affettuoso e spesso ai fornelli, una madre molto occupata che in qualche modo di quel 'ritorno a casa' patisce in silenzio i possibili esiti. 
Questa è la loro storia, o forse sarebbe più giusto dire le loro tre storie, quella di Kaija, quella della madre Ruth e quella della vecchia zia Josepha, che si intrecciano reciprocamente in un continuo andirivieni tra passato, presente e futuro. Tutte e tre le donne di questo romanzo devono fare i conti con le loro scelte e confrontarsi, anche a distanza, con il difficile guado cui l'adolescenza ti sottopone. 

Se si superano le prime venti pagine in cui la protagonista piomba nella sua nuova classe e viene fatta oggetto di scherno da parte di alcuni compagni, e si supera quindi l'idea di avere per le mani l'ennesimo libro, un po' stereotipato, sul bullismo, si atterra in una letteratura di altissima qualità: densa, intelligente, sensibile, sofisticata e sottile, costruita con grande sapienza. 
Le cose che colpiscono sono molteplici. 
Innanzi tutto la scrittura (ed evidentemente anche la felice traduzione), che scorre piacevolmente per 180 pagine, senza mai perdere la sua energia, la sua coerenza: profonda, brillante, ironica, esatta e capace di raccontare anche il dettaglio senza mai diventare pedante. 
Spesso e volentieri si potrebbe pensare di avere davanti una sceneggiatura in cui ogni minimo gesto o movimento dei protagonisti viene descritto, per poi diventare guida per gli attori. L'effetto che ne sortisce è davvero visivo: noi siamo lì, come davanti a un film, e vediamo questa famiglia che si muove principalmente nello spazio della vecchia casa e del giardino: li guardiamo mentre tacciono o mentre si scambiano veloci battute. E, come succede al cinema davanti a un buon film, partecipiamo anche noi  all'azione. 
Ah, come è vero il suggerimento di Saunders: show don't tell! 
Colpisce altrettanto la sapiente costruzione dei personaggi che si approfondisce cammin facendo. 
La metà di ogni buona storia sta in questo: a parte il plot in sé, che sicuramente deve essere ben architettato, risiede nella convincente credibilità dei singoli personaggi. 
Nessuno di quelli che qui compaiono - saranno in tutto una decina tra comprimari e comparse - passa inosservato. 
Di ciascuno si percepisce il carattere, l'indole: le forze e le debolezze, i pregi e i difetti, simpatie e antipatie e su tutto la complicità reciproca, fatta di non detti. Fino all'ultimo rigo il lettore è chiamato in prima persona a capire chi sia veramente Kaija, il suo buffo papà americano, oppure Ruth, sua madre,o la zia Josepha, oppure Emily o sua madre Sina. 
Il plot, in qualche modo è stato già detto, non ha nulla di avventuroso e rocambolesco, pur tuttavia tiene il lettore incollato alle pagine, a seguire le varie e diverse voci che il racconto mette a fuoco di volta in volta, attraversando con noncuranza ben tre generazioni di ragazzine, tenute insieme dalla sola genealogia. 
Ultimo ma non ultimo è il grande e complesso ragionamento su quello che è il senso dell'andarsene via e del tornare, il senso ultimo di ogni essere umano nel riconoscere un luogo e chiamarlo casa. 
E ancora, la ricchezza emotiva di una squadra che si può chiamare famiglia. Magnifiche le tantissime pagine costruite sui sottintesi tra loro, fatte delle loro tacite complicità. 
Attraverso le tre età delle protagoniste, il loro presente, ma anche e soprattutto il loro passato, siamo davanti a un perpetuo movimento in avanti o indietro negli anni. Le loro storie si costruiscono intorno a quello che è la delicatezza e l'intensità della vita quando si è adolescenti: le aspettative, i progetti, le fragilità di vedere legami che si spezzano, e l'insopprimibile bisogno di costruirne altri e nuovi. 
Finalmente un gran bel libro: da non perdere, per nessuna ragione al mondo!

Carla

venerdì 17 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE A PEZZI

Il piccolo robot
, Joe Todd-Stanton (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Nel profondo di una discarica... ... un piccolo robot rotto si risvegliò. 
Non ricordava come fosse finito laggiù, ma sapeva che non era dove avrebbe dovuto stare. 
Perciò iniziò a camminare. 
Camminò sotto pericolanti torri di spazzatura, superando cumuli di macchinari fuori uso e astronavi abbandonate... ... finché arrivò davanti a un muro. 
Nel muro c'era un'apertura..." 

Al di là del muro c'era il mondo, ovvero un sacco di persone che andavano e venivano lungo le strade. E nel vederle il piccolo robot comincia a ricordare. Anche lui aveva una persona, ma a ritrovarla proprio non riesce. Tuttavia passando davanti alle vetrine di un negozio di giocattoli, pieno di robottini simili a lui, ma soprattutto alzando lo sguardo su un manifesto pubblicitario torna a galla un altro pezzettino del suo passato: ricorda quando era stato regalato, ed era diventato così l'inseparabile compagno di giochi di un bambino. Ma ricorda anche che quando dopo un po' era arrivato un modello più evoluto di robot quello stesso bambino non ci aveva pensato due volte e da lui si era separato, senza grandi drammi. 
Ed è infatti con questo giocattolo nuovo che alla fine, ritrovata la sua antica casa, dai vetri delle finestre lo rivede, quel bambino. Ma è con la versione pro di se stesso che adesso passa il suo tempo libero. 
Come può lui, mezzo rotto com'è, competere con un robot più evoluto e soprattutto nuovo fiammante? 
Da qui, il passo verso il ritorno in discarica è breve.


Lui è a pezzi, anche nel senso letterale, ma deve rassegnarsi... 
O no? 

Uno dei più bei libri che io abbia letto e che magicamente mi si è stampato nella memoria è Kosmos di Matteo Meschiari e Roger Olmos. Oggetto molto diverso da questo: un libro per lettori più grandi: 120 pagine di racconto che all'epoca mi parve corretto definire epico.


Nonostante questa grande diversità di linguaggio e di forma Kosmos di Meschiari/Olmos con Il piccolo robot condivide un bel po' di cose. 
Se li lego come due sottili cavi elettrici, i due libri fanno scorrere dentro di sé la medesima corrente e producono entrambi la medesima energia luminosa che li fa splendere. 
In primo luogo l'ambientazione di partenza, come pure i due personaggi guida che potrebbero essere "fratelli" di sventura: entrambi sono ravatti abbandonati su un cumulo di ferraglia apparentemente inservibile, come lo sono loro, e giacciono lì, legati da un destino comune, nell'ultimo dei luoghi del mondo civile: la discarica. 
Sono due robot, anche se nelle fattezze sono differenti. 
Tuttavia entrambi non condividono - se non in parte - la condizione umana. 
Mi spiego, sono capaci di provare emozioni e sentimenti, ma nessuno dei due può considerarsi umano al cento per cento... 


E a proposito di umanità, qui come lì se ne può cogliere un interessante spaccato antropologico: da persone che sono sempre in cerca di qualcosa di nuovo da avere per le mani a persone che invece del rottame sanno riconoscere il valore e sanno apprezzarne ancora un senso, una possibile esistenza. 
Tanto lì come qui si attraversa la fine per arrivare a un nuovo principio... 
Tanto lì come qui si fanno bei ragionamenti su questioni come quella della memoria che si fa ricordo. Tanto lì come qui molto ruota intorno al concetto di amicizia. 
Tanto lì come qui il tono è quello di un racconto frutto dell'immaginazione, che però nasconde un nocciolo di senso che arriva con la giusta lentezza. 
Tanto lì come qui la stratificazione dei significati e delle questioni che il mero racconto pone davanti ai propri lettori è palpabile. Il che li accomuna sotto il medesimo grande ombrello delle buone storie. 
E ancora: tanto lì come qui si percepisce una grande ventata di potenziale futuro, che dentro libri per bambini e ragazzi non fa mai male. 
Dal punto di vista visivo, i due libri non sono paragonabili. Ma è anche corretto che sia così. 


Chissà se farà sorridere molti dei lettori adulti che lo leggeranno l'iconografia che Todd-Stanton ha voluto evocare nelle due cercatrici di rottami e nel loro habitat? 
Personalmente, essendo stata testimone e anche parte di quell'era geologica passata, mi sono intenerita parecchio a guardarle: loro davvero sopravvissute come due rarissimi esemplari di dodo. 

Carla

mercoledì 15 aprile 2026

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IMMAGINA CHI SIAMO 


È domenica sera, e io e Rey siamo nascoste nell’armadio dei cappotti. Odora di piedi e lucido da scarpe, cera impermeabilizzante e maltempo. 
Sento Lissa che ci chiama e mi ritiro tra le grucce, lasciandomi inghiottire dal profumo delle stagioni. La lana mi graffia la pelle come un esercito di minuscole formiche di maglia, ma non mi sposto. (…) I rumori della domenica si insinuano sotto la porta e io provo a fingere di non essere in un edificio umido e fatiscente, pieno di trovatelli, ai margini di una brughiera nebbiosa (…). 
Stringo forte gli occhi e provo a immaginare. Dissolvo i miei pensieri e sprofondo nella mia mente, e sono quasi lontano, in un posto migliore. 
- Immagina, - sussurro. – Immagina di essere in cima a una montagna fredda e ghiacciata, lontanissima. Ci siamo solo io e te… 

Fen e Rey sono poco più che bambine. Sono sorelle e sono gemelle. Vivono nella casa del Faro (Light House), un orfanotrofio ai limiti della brughiera, lontano dal paese: una sorta di confine tra il mondo abitato dagli umani e la natura selvatica. 
Nella casa ce ne sono altri di bambini e bambine, anche loro senza famiglia, ma con una piccola storia: le loro madri, abbandonandoli, hanno lasciato una traccia, una medaglietta col nome, una coperta ricamata, un paio di calzini, a volte anche una lettera in cui raccontano perché li hanno abbandonati e che prima o poi torneranno a prenderli. 
Fen e Rey una storia non ce l’hanno, e neanche un nome. 
Lissa -l’amorevole responsabile della casa del Faro- darà loro un nome e anche una piccola storia, lo sa bene che è necessario legare la vita a un'origine, che senza si è perduti. Ai confini estremi delle terre selvagge – racconta - aveva trovato due neonate dai capelli rossi arrotolate insieme a delle volpi e a due coperte che nascondevano un brandello di carta strappato, con un disegno abbozzato a carboncino che poteva somigliare a una volpe in fuga. Ecco la magia di una nascita: Fen e Rey arrivano al mondo 11 anni prima, dentro una tana di volpi, all'ora della volpe, l'istante in cui il crepuscolo incontra l’aurora provocando una luce striata di arancione come la coda delle volpi. Niente di più. Ma anche niente di più “magico”. 
Nessuna madre, nessun passato, nessuna storia familiare, nessuna nascita, solo quel racconto di Lissa che prova ad avvicinare le sorelle a un'origine. 
Sarà da questi pochi elementi che Fen e Rey potranno immaginare la loro storia: un racconto che si ripete molte volte, sempre diverso ma anche sempre uguale, sussurrato a due voci nascoste in un armadio, o in un abbraccio prima di addormentarsi e che comincia sempre con un – Immagina... e si attorciglia intorno a quei pochi elementi: una natura selvaggia, una volpe, un’assenza e il legame di una sorellanza in cui l'una è l'intero mondo per l’altra. 
Certo Fen e Rey sono anche molto diverse. Fen, la voce narrante, è la più reattiva delle due sorelle. Il suo modo di vivere l’abbandono la induce a sognare, anzi immaginare, una vita libera, oltre il recinto della casa, attratta da quella natura selvaggia da dove sembra partire la sua storia. Rey è silenziosa e riflessiva, coltiva e contempla la bellezza di quella natura senza desiderio di evasione e cerca quella madre che non conosce, come a poterla incontrare, ogni volta, nel gioco di immaginarla, di inventarla, di aspettarla. 
Un giorno una volpe si avvicina alla casa del Faro, si mostra e si nasconde, quasi un invito a seguirla e per le sorelle è come un segnale per andare incontro a quella natura che le ha partorite e al fantasma di una madre immaginata come una figura mitica, legata alle volpi e alla selvatichezza. 
"Immagina, immagina di seguire una volpe (…). Quel pomeriggio quando (Rey) mi chiede la storia, scorre liscia dalla mia bocca. Le parole colorano l’aria intorno a noi, dipingendo la volpe nella mia mente, finché possiamo vedere la sua coda spazzare la notte come una pennellata di luce. La storia diventa tangibile. Posso vedere rovi spinosi carichi di grosse more (…). Sento le punte delle dita sfiorare l’ombra di nostra madre, e per la prima volta lei è solida". 
È arrivato il momento di partire. Di andare verso la loro storia. 
Rey è sicura che la volpe le porterà dalla madre, Fen vuole solo inseguire la sua idea di una vita libera, immersa nella natura. 
L'avventura si rivela molto dura e pericolosa: c’è da affrontare una natura che non fa sconti a due bambine con poche scorte e una meta ignota. C'è da seguire flebili indizi e quella volpe che appare e scompare e la scoperta per le due sorelle di essere diverse da come si conoscevano... 
Ma è arrivato il momento di abbandonare la trama e lasciare le due sorelle alla loro avventurosa ricerca per soffermarci su qualche elemento che caratterizza questo racconto. 
Protagoniste, insieme a Rey e Fen sono: la Natura selvaggia e le Storie. 
Entrambe sono per le due sorelle uno spazio di esperienza, di trasformazione e di crescita. La Natura raccontata da Katya Balen è wildlands: selvaggia e indomita. Da un lato estranea e indifferente alle aspettative delle due sorelle, dall’altro indissolubilmente legata al loro mondo interiore: il sangue ruggisce nelle orecchie di Fen oppure ronza di dolore e di gelo, Rey lancia le sue parole come ciottoli levigati da una parte all’altra del fiume. Una connessione interiore che consente una crescita somigliante a tratti a un processo organico in cui le due sorelle imparano a fare i conti con la realtà così come lo fanno le piante o gli animali. Il legame che Fen e Rey sentono con la Natura è prima mitizzato e selvatico, poi ricomposto in una consapevolezza che ha fatto i conti con l’ignoto ridefinendo la realtà, che per le due protagoniste è la loro vita senza una madre. 
E poi le Storie. Il Gioco dell’Immagina reiterato tra Fen e Rey costituisce uno scudo all’assenza ma è anche un trampolino di lancio per ricostruire e cercare la loro propria storia, un potente motore per cercare senso e dare significato alla loro realtà. Anche in questo caso, la dimensione del narrare e dell’immaginare costituisce un territorio di trasformazione e di crescita: le sorelle partono alla ricerca della storia che immaginano su misura per loro, e colmare l’assenza che le svuota, per poi arrivare a capire che le storie sono lo strumento con cui impariamo ad esistere: la nostra storia – dirà Fen a conclusione dell’avventura - non è quella che raccontiamo a noi stessi, ma qualcosa che si trasforma e si plasma intorno a uno splendido caos di vite e persone (…) Fantasia e verità, desiderio e appartenenza: tutto è mescolato dentro di noi. I margini tra ciò che è storia e ciò che è vita sfumano, mutano in continuazione”. 
Con una scrittura poetica e quasi sensoriale Katya Balen ci dà l’esperienza di una lettura immersiva, dove gli arbusti ci graffiano, la pioggia ci inzuppa, e la volpe ci guida in una ricerca che coinvolge anche noi, mantenendoci in quel territorio liminare, anche noi in equilibrio precario tra realtà e immaginazione. Foxlight ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale vincendo il Wainwright Children's Prize 2024, premio dedicato alla migliore letteratura sulla natura e l'ambiente per ragazzi. 
Una lettura consigliata dagli 11 anni. 

Patrizia

 "Foxlight", Katya Balen, trad. di Lucia Feolo, Einaudi ragazzi 2026 

 

lunedì 13 aprile 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I - CONICO! 

Cose perse, Paolo Valsecchi, Guridi 
Kite Edizioni 2026 


ILLUSTRATI 

"Mi sono perso 
Dimmi di più 
Ho perso la strada 
Punta alla meta 
Ho perso la bussola 
Segui le stelle 
Ho perso gli occhiali 
Ti guido io 
Ho perso tempo 
Hai fatto bene 
Ho perso la testa 
Bello, vero?" 

Perdere la pazienza, perdere la ragione, perdere il filo del discorso, perdere le parole, la voce, il sonno...E anche il treno. 
Questo è quello che racconta una delle due voci. Alla quale risponde, in una sorta di controcanto, una seconda. Al malessere della prima si offre un secondo punto di vista, che ogni volta risponde, rassicurante, suggerendo con garbo un diverso modo possibile di attraversare la situazione e lasciarsi alle spalle la pesantezza. Un diverso modo di vivere il distacco: un'opportunità differente di vedere le cose. Nella quarta di copertina, c'è la risposta a ogni lamento per essersi smarriti, per essersi persi per strada gli altri o anche pezzi di noi stessi. 

Perdere, qualcuno qualcosa, e perdere anche sé stessi crea smarrimento, mancanza, disagio, dolore. Non mi riesce proprio di vederla diversamente. Dipenderà, personalmente, dal fatto che perdo malvolentieri.


Perdere qualcosa e qualcuno in linea di principio e nell'accezione comune della parola è un'esperienza negativa, ma non si potrà non essere d'accordo con la seconda voce che ha il merito di spostare sempre un po' la prospettiva. E tutto sommato, se le si dà ascolto, l'orizzonte si potrà aprire in modo che possa diventare qualcosa di diverso. Quello che poteva ridursi a essere una sottrazione, una mancanza, un vuoto diventa una speranza, un'occasione, una possibilità. 
Un nuovo inizio. 
In questa chiave, un mucchio di anni addietro, faceva bene Antonella Abbatiello a consolarmi perché avevo perso qualcosa di mio, perché mi si era rotto qualcosa - neanche più ricordo che cosa - e avevo dovuto per forza separarmene. 
Le sue parole di allora - quelle sì, mai dimenticate - mi ricordano quelle di Valsecchi ora. 

Per vedere quanto un libro con le figure valga veramente, si può fare la prova di come testo e figura dialoghino (o battibecchino) tra loro. E per farlo, può avere senso "leggerli" in modo separato. 
Valsecchi, è chiaro fin da subito, crea un dialogo serrato tra due voci: una scoraggiata e l'altra piena di fiducia. Una delle due voci, pare di sentirla, è sommessa, l'altra è solida. Uno dei due protagonisti guarda in basso, l'altro spazia lontano. 
E cosa fa Guridi per dare forma a questo difficilissimo dialogo? 
Sceglie un oggetto i-conico (!), ossia un imbuto.



Anzi due, anzi tanti. E li colora di arancione. Ancora una volta, l'arancione. 
E li sposta sulla pagina. E li mostra da angolazioni ogni volta diverse. E li moltiplica e poi li nasconde. Li rimpicciolisce e li rende enormi. 


Ma soprattutto li mette in dialogo con uno, anzi con entrambi i personaggi. Due uomini. E anche loro, li colora. Ma di nero e di grigio. Ancora di nero e di grigio. Spesso è uno solo ad occupare il foglio. Ed è lì che si flette, si sdraia, si accuccia, si siede, si guarda l'ombelico. 
Ma con gli imbuti fa anche di più. Ci gioca, ovvero se ne serve. Guridi, come potrebbe fare un bambino, di quell'oggetto ne studia la forma, il profilo e ne riconosce molte altre letture: diventano occhiali, diventano amplificatori, diventano megafoni, diventano clessidre, diventano grandi e poi piccoli, diventano tanti da uno che era. Si capovolgono, si orientano nelle mani di quegli uomini in nero. 
E il lettore è chiamato a ogni giro di pagina ad aspettarsi qualcosa di inatteso, è chiamato a leggere l'oggetto messo in relazione con il testo, il suo gioco di forma poliedrica che può essere capita in molti modi diversi. 


Ma nei risguardi, ovvero nella loro sequenza, nel loro segnare un prima e un dopo, nella loro differenza sulla quale è necessario tacere, c'è il senso che Guridi parrebbe voler cogliere, dopo aver ascoltato quei due dialogare. Una sorta di sua morale della favola... 
Come sempre, lui è il gigante che è! 

Carla