Visualizzazione post con etichetta carthusia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta carthusia. Mostra tutti i post

lunedì 1 febbraio 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA POESIA CHE VIENE INCONTRO
 
La natura sa quasi tutto, Alberto Casiraghy
Sonia Maria Luce Possentini, Gabriel Pacheco
Carthusia 2020


ILLUSTRATI
 
"Come mai non sono nato farfalla o rinoceronte, nuvola o fiume, aria o acqua, terra o cielo? Come mai gli elefanti non sanno volare e i gatti non sanno parlare? E come mai la Poesia mi viene incontro solo se cammino?
Entrare nei miei labirinti è stato fin da bambino il mio gioco preferito, e io consiglio a tutti di entrare nei propri: quelli del gioco, della fantasia, della scoperta infinita, dell’esplorazione dell’Universo. "


Questo è uno dei suggerimenti, forse il migliore, che questo libro offre ai suoi lettori. E lo si legge nella breve postfazione che lo stesso Casiraghy rivolge a tutti coloro che vorranno leggerla.
Concepito per una occasione precisa, l'edizione 2020 del Festival della Cultura Creativa, La natura sa quasi tutto ha un unico vincolo che è quello di essere attinente al tema dato: aria, acqua, terra e cielo.
Intorno a questo argomento dai confini 'sconfinati', Carthusia costruisce un piccolo gruppo di lavoro. Affida al poeta Alberto Casiraghy i testi, che sono aforismi brevissimi, e a due illustratori di rango, Pacheco e Possentini, le illustrazioni, che diventano all'istante tavole indimenticabili.
L'alchimia si crea felicemente e ne nasce un libro che è un piacere avere tra le mani.
 

Tra le varie ragioni che rendono interessante questo progetto si può percepire una grande stima reciproca, ma anche un tipo di sguardo orientato verso una medesima direzione. Tutti e tre hanno scelto di lasciarsi attraversare da qualcosa di più grande di loro, la meraviglia della natura, e di restituircela secondo un proprio personale lessico. Sono tre voci sorelle che cantano in perfetta armonia un inno alla potenza della vita in cui ci troviamo immersi.
Casiraghy, con la cifra cui ci ha abituato negli anni, concepisce profondi pensieri distillati in pochissime parole. Nelle sue sintesi siamo in grado di cogliere l'impercettibile e l'immenso, di vedere da vicino ciò che ci circonda, così come di cogliere l'immensità di mare e cielo. Le sue pochissime parole gli sono comunque sufficienti per poter essere poeta, nel dichiarare che chi ha l'acqua nel cuore, conosce il deserto. E profeta, nell'annunciarci che l'aria inquinata è imprevedibile perché pensa. Ma sa essere anche ironico filosofo che nota che non ci sono più gli uccelli di una volta...
 

Tornano, nei suoi aforismi, parole a lui care che sembrano trovare la loro ragion d'essere prima di tutto per il loro valore sonoro. Solo in un secondo momento arriva il loro significato: i clavicembali che altrove sono stati nutrimento per il destino, insieme alle fragole, qui ascoltano il preludio dell'aria.
Torna il suo immaginario più caro fatto di alberi, cielo, acqua di fiume che scorre, acqua di mare profonda. 
 

Si appoggiano a questi testi e li reinterpretano, Pacheco con le sue atmosfere scure e oniriche, e Possentini con le sue realtà piene di luminosità. Ai fiori coloratissimi che paiono usciti da una delle magnifiche composizioni del fiammingo Bosschaert con il suo semper augustus in primo piano di Possentini si alterna la figurina esile e alata di Pacheco. 
 

Segue il luminoso e ventoso scorcio di un largo fiume padano. Le radici che attraversano la madre terra di Pacheco, sullo sfondo bruno di colline e vulcani anticipano l'intreccio dei convolvoli arancio, appena usciti da una tavolozza piena di colore.
La copertina stessa tiene insieme la terra ombrosa che Pacheco riempie di fiori e la luminosità della figura femminile di Possentini, una riedizione di una delle sue immagini libere, intitolata per l'appunto Giardino d'inverno.
Possentini luminosa e sempre sfumata nei contorni, come a dare valore di ricordo a una percezione già andata, passata. Possentini che canta il reale della natura nei suoi fiori, nei suoi pesci, nei suoi scenari, persino in quell'oca 'meccanica' un po' sbilenca. Al contrario Pacheco che dell'aria, dell'acqua, del cielo, della terra dà sempre una lettura simbolica, archetipica.
 

Nelle mani giuste, come tutti i buoni libri di poesia, anche questo dovrebbe preferibilmente diventare labirinto in cui far andare i pensieri, far girare le domande, cogliere i fili rossi di senso che portano a un'uscita, ammesso che esista. Nelle mani sbagliate, invece, potrebbe veder esaurita la sua grande potenzialità semplicemente in qualche scheda didattica da compilare quando tutto è già finito.


Carla

venerdì 27 aprile 2018

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


DI DONNE E LIBERTA’


Nella stagione delle biografie storiche e della riscoperta dei personaggi femminili che hanno segnato a vario titolo la storia, vorrei proporre un altro sguardo sulla questione di genere.
L’occasione è la ristampa de La parità a piccoli passi, di Carina Louart e Pénélope Paicheler, pubblicata nel 2008 dalla piccola e coraggiosa casa editrice Motta Junior, poi assorbita dal gruppo Giunti.
La collana A piccoli passi è un esempio eccellente di testi di divulgazione, tascabili, non troppo impegnativi, senza effetti speciali, con un linguaggio semplice, ma contenuti spesso complessi. Il declino della casa editrice che l’aveva tradotta dall’editore francese Actes-sud, ha portato anche all’oblio per questa collana, ora riproposta dall’editore fiorentino che ha acquisito Motta junior.


A dieci anni di distanza questo volumetto, dedicato alla parità di genere, mostra tutta la sua attualità; in poche pagine ripercorre i diversi aspetti delle discriminazioni operate nei confronti delle donne attraverso i secoli. Certo, come volume indirizzato a ragazzini e ragazzine fra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, non può avere né profondità di analisi né grandi sfaccettature, ma, come dire, mette le cose un po’ in ordine. In primo luogo ripercorre le tappe dell’emancipazione femminile, in sostanza posta come esigenza dalla Rivoluzione Francese in poi. Nello stesso tempo evidenzia i numeri della discriminazione nei diversi ambiti, l’istruzione, il lavoro, i diritti politici. Ai quattro angoli del pianeta. Ci ricorda, così tanto per dirne una, che il diritto di voto delle donne è stato esercitato per la prima volta in Italia nel 1946, e che tuttora sono grandi le disparità in termini di presenza ai vertici dello Stato, delle grandi aziende, nella politica, ambito nel quale il nostro Paese è in un risibile ritardo.
Tutto questo che per noi, lettrici e lettori adulti, ha il sapore della retorica, dal punto di vista di chi comincia a costruire la propria vita può essere un’importante luce su una realtà diversa dalle dichiarazioni di formale parità. L’abbiamo detto molte volte, il pregiudizio passa spesso attraverso le apparenze rassicuranti della vita quotidiana. Dunque bene che le bambine sappiano che il loro successo nel conquistare la vita che desiderano è frutto di lotta, di costanza, di tenacia. E che con tutta probabilità, il riconoscimento del proprio lavoro sarà di gran lunga inferiore a quello di un pari grado maschio.
Fin qui dunque, i numeri e la storia delle discriminazioni basate sul sesso. Ma c’è un aspetto in particolare che mi preme sottolineare, perché tendiamo a dimenticarlo, trattandosi di forme di violenza diverse da quelle che ci testimoniano i fatti di cronaca. In molti paesi, il corpo delle donne è oggetto di scambio, è merce, è prezzo di guerra. Queste sono forme odiose di violenza di cui sono oggetto le bambine, le ragazze, le donne, nate nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Lontane dagli occhi, lontane dal nostro cuore che pulsa a corrente alternata.


Di matrimoni combinati e spose bambine parla, ad esempio, l’albo illustrato di Paola Formica, pubblicato l’anno scorso da Carthusia. Cuore di tigre, un efficace silent book, racconta la storia di una sposa bambina, orrore fra i tanti orrori di cui è oggetto il corpo di una donna. Il cuore di tigre è la capacità, o la possibilità, di ribellarsi, di sottrarsi a un destino che sembra già scritto. Le immagini ci descrivono una madre che consegna la figlia a un vecchio, un uomo che acquisisce il potere di vita e di morte su quella bambina. Devo dire con raro equilibrio, questo albo riesce a trattare un tema difficile con delicatezza e la giusta dose di rabbia. Quanto tempo ancora ci vorrà perché queste pratiche, come molte altre che mutilano e offendono il corpo delle donne, finiscano? E quanto tempo ci vorrà prima che le guerre smettano di fare strazio dei corpi delle donne e dei bambini, che sono le prime vittime delle guerre moderne?


Con molta tristezza, ma senza rassegnazione, vorrei dedicare queste righe alle ragazze del Rojava, le combattenti curde che stanno provando a portare la loro Liberazione nei territori sottratti all’Isis. Probabilmente destinate alla sconfitta. Sicuramente la dimostrazione che la libertà delle donne è la libertà di tutti.


Queste sono, dunque, letture impegnate per bambine e ragazze, ma anche bambini e ragazzi, che vogliano guardare il mondo con consapevolezza.


Eleonora

“La parità a piccoli passi”, C. Louart e P. Paicheler, Motta junior 2008, Giunti 2018
“Cuore di tigre”, P. Formica, Carthusia 2017


venerdì 7 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara, carissima Formica,
Sai, hai ragione: guardare la terra è troppo doloroso. Dove c’era il mio amico stanno spuntando i primi fili d’erba. Tutto intorno a me brulica e si muove. E’ primavera. Ormai Tasso sta diventando un ricordo. Forse, dopotutto, i morti non vanno da nessuna parte. E’ strano da pensare. Stanno nella terra –fermi, finiti- e dentro di noi – vitali ed infiniti - ma non esistono più. Siamo noi, i vivi, che ci muoviamo. È nostro il viaggio. Proprio come i protagonisti dell’ultimo libro di cui mi sento di parlarti prima di alzarmi da qui a cercar qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo hanno scritto ed illustrato due italiane, Beatrice Masini e Arianna Papini. Si intitola Si può1, e racconta di Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola che partono lasciandosi alle spalle una casa distrutta. Camminano e camminano. Camminano davvero tanto. Anche loro come il bambino ed il papà del libro che mi hai raccontato si aggrappano alle cose più piccole del quotidiano per andare avanti: pensano al sonno, alle cose strettamente necessarie, a trovare la strada.È un inizio davvero straordinario, perché parla a tutti, trasformando il lutto in una metafora del cambiamento.


Vedi, lo spirito mediterraneo? Nemmeno una parola per nominare la morte. Anche le immagini la evocano solo attraverso l’assenza di colore e sono in generale allusive e mute, forse perché non ci sono immagini per rappresentare un futuro che ancora non c’è.
Camminano e camminano, Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola. Sono assieme, ma non si parlano. Hanno delle valigie, ma non le aprono. Ci si siedono sopra piuttosto, e ognuno di loro si tiene stretto il segreto del loro contenuto. Sono assieme ma sono anche molto soli. Finché un bel giorno decidono di fermarsi nei pressi di un buco. Il vuoto su cui si affacciano è estremamente pericoloso, così decidono di riempirlo. E siccome lì attorno non c’è niente, aprono le loro valige. E sai cosa tirano fuori? I ricordi, amica mia. Quello che avevano, quello che non hanno più. Gettano tutto dentro al buco, anche il libro delle storie che tanto sanno a memoria, anche la chiave della casa distrutta. Con molta fatica il buco si riempie. Sassi e conchiglie, giocattoli vecchi e foglietti. Tutto il passato finisce lì dentro, finché non rimane che una bella superficie piatta. Ora è possibile costruire una casa e ricominciare a vivere. 


Costruire una casa su un buco…
Sembra incredibile, vero Formica? Eppure si può. Si può. Non solo guardare per terra, non solo scrutare il cielo, ma anche partire e ricominciare. 


Loro lo hanno fatto, ora vedo di farlo anche io!
Scrivimi presto!

Scoiattolo

P.S. Sai, avevo letto un libro in cui anche la Morte ricominciava a sorridere dopo aver perso la sua piccola ed unica amica…2



Ah, caro Scoiattolo,
siam qui che continuiamo a inanellare metafore, come fossero perle, nella nostra collana di pensieri. Quest'ultimo libro di cui mi parli per tutta la lettera mi sembra che più di altri suggerisca una possibile risposta alla questione. Fin dal titolo: si può. Mi sbaglio?
Io, d'istinto, preferisco trovarle da me le risposte e mi piace anche poco dare consigli in giro...
E men che meno li vorrei leggere in un libro.
Ma, ciò nonostante di Si può, accetto la costruzione - è proprio il caso di dirlo - metaforica. A me piacciono tanto le metafore, mi sono congeniali per comunicare con gli altri (se piccoli, ancora meglio): li offro in giro perché sono succosi e irresistibili piccoli frutti da raccogliere sulla pianta dell'immaginazione.
Ops, vedi, ci sono caduta di nuovo.
Tra i libri di cui ti ho parlato, alcuni sono treni che attraversano diretti la questione che ci interessa, ma più d'uno invece è stato costruito su una metafora: penso al libro di Ringtveg, con il matrimonio tra Sconforto e Dolore e Gioia e Letizia oppure a quello di Jeffers, con il cuore stretto in una bottiglia.
Però, vedi, qui in The heart in the bottle3, è così tanto potente la metafora che quasi puoi dimenticare per un momento la ragione che ha spinto quella bambina a chiudere il proprio cuore in bottiglia, ovvero il suo bisogno di metterlo al sicuro dal dolore. Quando ormai grande, un giorno, girando sulla spiaggia dove andava da piccola, incontra una bambina che, come lei, fa domande, succede qualcosa. In quell'istante a lei si riannoda nella testa il ricordo della propria infanzia felice e appagante con il nonno. Per questo vorrebbe non doversi limitare a dare risposte a quella bimbetta, ma volerle anche un po' di bene, essere affettuosa attenta e premurosa, come allora lo fu suo nonno con lei.
Serve il cuore, per farlo. Ma il suo è imprigionato al collo in un vetro che sembra non cedere. Jeffers gioca, gioca sereno con questa situazione d'impasse


Non percepisce nessun peso sulle spalle, che gli impedisca di far partire una risata, in chi legge. Scuotere la bottiglia, prendere delle tenaglie per estrarlo, un martello per romperla, una sega o un trapano, un candelotto di dinamite (ah, i meravigliosi crescendo di Jeffers. Tu che sei scoiattolo musicista sai a cosa alludo, vero?)...
Niente da fare: il cuore è sempre lì in bottiglia. Non serve neanche salire su un altissimo muro e buttar la bottiglia così dall'alto, a meno che essa non rotoli fino in spiaggia, ai piedi di quella bimbetta curiosa che, molto seplicemente, lo estrae con il suo ditino felice.
Si stappa un mondo, ovviamente.


E a coloro che sono in cerca di risposte pacificatorie, lieti fini, o morali di facile apprendimento e scontate, Jeffers nega la soddisfazione di vedere - davanti alla donna, seduta finalmente sulla poltrona del nonno, lmentre legge curiosa miliardi di nuove storie - la bambina in rapito ascolto.
Lei non c'è. Non c'è ora? È appena andata via? Forse arriverà, o forse no. Semplicemente no.
Ecco, Scoiattolo mio bello, questo è ciò che vado cercando nei libri. Gli e forse, i ma chissà...
La metafora che però mi ha fulminato per tutto questo tempo di lettere con te è nel libro più solare che abbia mai letto su un tema così ctonio.
Ti ricordi il cane e il topo ad arrovellarsi sulla panchina per trovare un posto alla coniglia appiattita? 4


Ecco, loro, dopo tanto pensare, tanto guardarsi attorno, hanno finalmente la soluzione per lei. Costruiscono una croce, o meglio un telaio a croce, per un grande aquilone grigio. Con delicatezza, la prendono e con chiodi e martello (!), forbici e nastro adesivo le fissano mani e piedi, orecchie, naso e fianchi alla croce. Impiegano un bel po' a farla decollare, dopo 42 tentativi il cane finalmente riesce e la coniglia comincia a salire, salire e salire. 'Pensi che si stia divertendo lassù?' chiede l'uno all'altro, provando a immaginare come possa apparire il mondo da lassù.
La risposta, caro Scoiattolo, il poeta direbbe che è nel vento, ma quel cane che poeta non è (sic?) dice più umanamente 'non so...non so'. Poi, passa il filo al topo, 'vuoi provare?' e il topo fa... la cosa giusta. 


E io sono con loro.

Abbimi cara

Formica

[fine]

1B. Masini, A. Papini, Si può, Carthusia 2014
2K. Crowther, La visite de Petit Mort, L'ecole des Loisirs 2005
3O. Jeffers, The Heart and the Bottle, HarperCollins 2010
4B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014

giovedì 3 dicembre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

A ROMA, A ROMA...
Amor, Jorge Luján, Alejandra Acosta (trad. Teresa Porcella)
Carthusia 2015

POESIA

"Amor, amor, amor...
Sospirava Maro,
La mora principessa dei mori.
Sospirava per un tal Omar
che era arrivato con un ramo fiorito
per invitarla all'Altare degli Altari"


Un amore difficile, quello della sventurata Maro, perché Maor, suo padre, non acconsente a che lei si sposi a Roma con Omar. Il padre lo minaccia: lo inseguirà orma su orma. E mentre lei spasima, ricorda i nomi che il suo amato la dà quando si incontrano, Amro, Roam, Arom, Moar, Omra, Raom, dolce, inquietante, elegante, misteriosa ed esotica.
In Europa rumoreggia la gente davanti ai roghi dell'Inquisizione e i due amanti fuggono sotto la luna di Oram diretti a Roma, a Roma, a Roma...



Una poesia che è anche un gioco di parole, un esercizio di virtuosismo con quattro lettere che, messe in sequenze sempre diverse, si declinano per costruire una storia d'amore mediorientale tra due giovani che vogliono sposarsi a Roma.
Giocata su poche parole e pochi toni, rosa avorio e nero che, mescolandosi, aggiungono sfumature di rosso e di viola per colorare la notte, gli interni e il sogno. Alejandra Acosta nel grande formato inserisce le figure sinuose dei due amanti e degli uccellini, testimoni della loro passione. Le curve segnano le stoffe, le tende, i rami dell'albero, la vegetazione, la decorazione di henna sulla mano della sposa cui fa eco il ghirigoro dell'orecchino, i lembi di fiamma, le onde del mare. 


Al contrario, spigolosi sono i profili nelle tavole dedicate al conflitto con il padre. Frecce, cavalli, barbe e nasi e le labirintiche decorazioni dello scudo sono dure, come dura e inflessibile la posizione del padre di Maro.
Uno scontro tra culture e religioni. Nella tavola in cui i due uomini si affrontano a cavallo, al collo di Maor pende la luna e la stella, simbolo ottomano, mentre al collo di Omar pende la croce.
Un particolare che forse può passare inosservato, ma che è di grande attualità.


 Quasi una premonizione, nella tavola finale, nel cielo di nuovo la falce di luna e la stella a cinque punte che brilla e sullo sfondo la chiesa di San Pietro con la sua cupola inclinata con la croce che la sovrasta.
Due talenti si incontrano sulle pagine di questo libro raro. Da un lato Jorge Luján e la sua voce italiana migliore, Teresa Porcella, e dall'altro la sapientissima illustratrice cilena, Alejandra Acosta.


Carla

lunedì 8 dicembre 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


FARE SQUADRA
 
Il posto giusto, Beatrice Masini, Simona Mulazzani
Carthusia 2014


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Quando scoiattolo si svegliò, c'era buio intorno a lui. [...]
Ficcò il naso fuori dal buco, strizzò gli occhi e annusò.
Fuori c'era un buon odore di verde nuovo e neve sciolta. Tornò dentro: c'era un odore chiuso e cupo. Non gli piaceva.
Non era il posto giusto."

Intorno a lui, nella sua tana c'è disordine e qualcos'altro che fa venire i brividi anche se il freddo ormai è già passato. Così Scoiattolo decide di andare in cerca di quel 'qualcosa' che non ha. Non è la fame e non è la sete a farlo sentire insoddisfatto: è la mancanza di un posto giusto dove stare. Chiede in giro, chiede al picchio, chiede alla tartaruga, e anche alla cincia che cova e alla talpa nel suo tunnel e anche alla saggia civetta. 


Ogni volta la risposta però è diversa: per Picchio il posto giusto sono i buchi, per Tartaruga il posto giusto è sotto, per Cincia è il suo nido e per Talpa è dentro, dentro una galleria. Civetta non ha dubbi: il posto giusto è sopra, da dove puoi vedere ogni cosa.
Povero Scoiattolo che confusione ha in testa: sotto, sopra, dentro. E poi ci si mette anche quella sua vocina 'interna' dispettosa che ogni volta ha qualcosa da ridire, perché -a suo modo di vedere- il posto giusto lo scoiattolo lo aveva ed era la sua tana solitaria e silenziosa....Dicono tutti delle sciocchezze. Sotto cosa, Buchi dove? E poi un nido, figurarsi. Dai nidi si cade giù...Che cosa aveva il nostro posto che non andava? Scoiattolo non sa risponderle ma sente che la soluzione non è poi così lontana. 

 
La notte, che porta consiglio e buoni sogni, sarà rivelatrice: ciò che non c'è va creato. Ecco la risposta, e anche se la scettica vocina continua a dissuaderlo, Scoiattolo ha capito che il posto giusto va 'costruito' e va fatto con l'aiuto di tutti. Un posto che abbia le caratteristiche che ognuno cerca, ovvero che contenga il sotto, il sopra, il dentro e il fuori, il buio e la luce e un buon nido protetto dai venti. Un grande albero, intorno a cui tutti concentrano le proprie forze, accoglierà allora le gallerie scavate da Talpa, il nido appena fatto da Cincia, i buchi di Picchio, il dentro che Tartaruga cerca. E che cosa fa di un posto, il posto giusto? Essere tutti assieme in armonia. 


Immaginare un posto dove ognuno possa avere il proprio spazio, dove tutti possano vivere in armonia, vicini anche se diversi gli uni dagli altri è una grande sfida. E' un obiettivo alto che dovrebbe diventare di tutti e che potrebbe essere raggiunto solo con un buon lavoro di squadra.
La difficoltà sta proprio lì: nel costruire la squadra. La vita ci ha sempre più abituato a ragionare 'in proprio', esattamente come suggerisce la vocina interna di Scoiattolo. Ma così non si arriva mai lontano.


Se questo pare essere il senso ultimo del libro, che il bel testo di Beatrice Masini suggerisce, esso in realtà ne porta ancora un altro dentro, più specifico che ha a che fare con le difficoltà che nascono di fronte alla malattia. La malattia di un bambino è, in effetti, circostanza che più di altre forse meriterebbe di trovare un posto giusto per essere accolta e combattuta. Una casa accogliente, una casa lontano da casa, dove i bambini possano stare con le proprie famiglie e dove le famiglie possano stare con altre famiglie. E se si fa squadra, la vittoria sarà ancora più vicina.
Ha ragione Scoiattolo: posti così devono esistere.

Carla 


Simona Mulazzani, sensibile narratrice al di là del testo, attraverso il disegno di tante famiglie di animali è 'perfetta' nel dare forma alla coralità di questa storia profonda e tenera, come sono sempre le sue tavole, appunto, profonde e tenere.

sabato 14 aprile 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


BELLI SONO I CASTELLI

C'ERA , LASSU' AL CASTELLO, Roberto Piumini, Gianni De Conno
Carthusia, 2012

NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"Belli sono i castelli, e bellissimo quello d'Avio. Ma qualche volta, anzi spesso, i castelli erano abitati da uomini avidi, crudeli e prepotenti, che con forza d'armi e leggi ingiuste sfruttavano, tormentavano e derubavano la gente. Ai contadini prendevano frutti e frumenti, ai pastori caci e agnelli, ai boscaioli legna e carbone, e alle ragazze l'onore."

Il castello di Sabbionara, altrimenti detto il castello di Avio, lo si vede bene dall'autostrada, la A22, quella che va al Brennero. Arroccato, bianco e robusto, con la sua cinta e il suo mastio che spicca sul verde dei boschi del Trentino che lo circondano. E' bellissimo.
Le sei leggende e una ballata che compongono questo libro arrivan di lì.
Leggende, quasi fiabe, che si raccontano intorno ad Avio, alle pendici del monte Baldo, dove governarono i Castelbarco (nel testo, diventati i Castelbaldo, probabilmente perché non ci fanno una gran bella figura...) e dove ancora oggi si trova questo castello, che nel Medioevo gli appartenne.
Posto a difesa di quella zona di confine, in corrispondenza di un importante valico, passaggio di pellegrini, viaggiatori (noi compresi), mercanti e soldati, il castello e il borgo sottostante sono stati teatro di narrazioni di storie di dame e cavalieri, piuttosto che di pastori e di streghe.
Così, il bibliotecario di Avio e Carthusia hanno pensato fosse giusto non perderne la memoria e le hanno affidate a Roberto Piumini e a Gianni De Conno perché ne facessero un libro. Un bel libro.

Il castello stesso è protagonista muto di una delle sei leggende, Il vitello d'oro, in cui si racconta dell'avarizia e del sospetto che corrose l'animo di Brandone, signore del luogo. La generosità invece distingue il carattere del pastore che accolse nella caverna, dove teneva al riparo dal temporale le sue pecore, il gregge di un pastore sconosciuto e misterioso, o quello della principessa longobarda Teodolinda che sacrificò la sua dote per la salvezza di due bambini. Orgoglio e fede alla parola data sono le due parole chiave per definire il carattere della principessa, protagonista de La prigioniera muta. Rinchiusa senza colpa da un marito geloso e possessivo, Bercione, lei decise di non parlare più fino al giorno in cui fosse stata riconosciuta la sua innocenza. Neanche il pastore Matteo che con affetto e dedizione se ne curò riuscì ad addolcirne il proposito, salvo poi ottenere da lei, ormai riconosciuta la sua onestà, la desiderata ricompensa amorosa. L'amore, quello autentico e voluto, è anche il protagonista dell'ultima leggenda, quella de Le lettere d'amore. Mariana, che non voleva ancora trovare uno sposo, nonostante le insistenze del vecchio padre, decise così di stabilire come condizione per il matrimonio quella di mettere alla prova i pretendenti nell'indovinare alla cieca le lettere del suo nome, dipinte tra tante altre, sulle pareti di una sala del castello. Ironia della sorte, fu un cieco a indovinarle, a dire il vero spinto da un amore nascente più che dalla fortuna.
Gianni De Conno conferma per i bei testi elaborati da Piumini la stessa atmosfera quasi irreale, fiabesca e nebbiosa che ci porta in un mondo leggendario, scuro e silenzioso entro cui le figure sembrano cristallizzate nei loro gesti significativi.


Tanto sono ispirate ed evocative le parole di Piumini e le tavole di De Conno, tanto artificiose sono le soluzioni grafiche del libro, con titoli svolazzanti e composizioni o accostamenti di figure, inutilmente arditi.

Carla