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lunedì 7 febbraio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRESCERE LIBERI E FORTI

Dagfrid. Una bambina vichinga, Agnès Mathieu-Daudé, Olivier Tallec 
(trad. Donata Feroldi) 
Babalibri 2022 



NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 7 anni)
 
"La vita di una bambina vichinga non è complicata. Nasci, ti spuntano dei capelli biondi e, appena sono abbastanza lunghi, ti fanno le trecce. Poi, quando le trecce sono molto lunghe, te le arrotolano ai lati della testa come se avessi due pagnotte che ti crescono sulle orecchie. Poi ti mettono una specie di vestito lunghissimo che ti si attorciglia alle gambe e ti impedisce di correre sugli scogli o di imbarcarti per andare a scoprire l’America." 

A parte questo, una bambina vichinga deve amare il pesce - a colazione, pranzo e cena - le deve piacere abitare in una casa umida e buia, fatta di torba con l'erba che cresce sul tetto. 
Deve avere una giusta passione per il cucito a lume di lucerna a olio (di pesce) e deve saper essere paziente e aspettare sulla riva che i maschi tornino con le loro barche dal mare dove hanno pescato e dove hanno scoperto nuove terre. 
Alle bambine vichinghe, in genere, per esempio quelle che si chiamano Solveig o Astrid, tutto questo sta più che bene: è sempre stato così. Ma a lei, che invece ha ricevuto in dono il nome Dagfrid, che odia, quasi quanto detesta mangiare il pesce, questo genere di vita 'tradizionale' le sta stretta, quasi quanto il vestito lunghissimo. 
Con l'aiuto di suo fratello maggiore, con una cerimonia molto vichinga, si imbarca in cerca di nuove terre da scoprire e nuovi orizzonti da esplorare. 
A parte il mal di mare, il lungo viaggio si rivela foriero di enormi novità per il futuro: per la sua dieta, per i suoi svaghi, ma soprattutto per la sua autostima. Questa è la sua esilarante e nel contempo serissima storia. 

Certo che chiamarsi come un plaid dell'Ikea non deve averla messa di buon umore, tuttavia questa ragazzina che più delle sue coetanee sembra sapere il fatto suo, dimostra di avere l'attitudine 'vichinga' alla conquista. Nel suo caso, non saranno solo le terre sconosciute a farla sterzare dal destino che l'attende, ma anche una buona dose di fiducia e consapevolezza di sé. Che nella vita, serve sempre. 


Ed è proprio questo suo sguardo volitivo - quasi del tutto nascosto da una frangia giallo pannocchia - e questa sua evidente insofferenza nel sostenere a mezz'aria quelle due treccione che le arriverebbero al polpaccio, così come la immagina Olivier Tallec, che la rende parecchio interessante. 
In fondo si tratta di tre piccoli dettagli: un occhio tondo, delle trecce pesanti e lunghe e un paio di calzoni imbrattati di fango che, ancora prima di entrare in contatto con il testo, rende Dagfrid una tipa non banale con la quale sarà difficile annoiarsi. La nave vichinga che le sta alle spalle - oltre a ribadire il contesto - è un po' come la pistola che compare in un film, prima o poi sparerà, ovvero navigherà. 
Se si guardano le copertine degli altri racconti dedicati a Dagfrid (pubblicati in Francia con Ecole des Loisirs) lei è lì a dirci sempre qualcosa in più: in una molletta sul naso, quanto odi avere a che fare con il pesce (À Thor et à travers), in una lumaca che le attraversa la strada, quanto vorrebbe un animale da compagnia (magari non una lumaca... Et compagnie) e in un bigliettino che stringe tra le mani, quanto le piacerebbe viaggiare (A poils, in uscita a breve). 
Maestro indiscusso di sguardi, qui Tallec, sacrificato dal formato che per forza deve essere quello che è, gioca nello stretto eppure è in grado di farci molto ridere, soprattutto cogliendo dal testo alcuni elementi che sono garanzia di risata e possibilmente, anche enfatizzandoli e aggiungendo ironia all'ironia "Una volta pronta la barca, lui mi ha guardato a lungo negli occhi (insomma, ci ha provato, perché ha un sacco di capelli e, non portando le trecce, per colpa del vento li aveva tutti davanti alla faccia)", nell'amplificare gli effetti di quel vento


Se nel titolo italiano si perdono le 'brioches' che quel genio della Agnès Mathieu-Daudé usa per descrivere l'effetto delle trecce arrotolate, nei suoi disegni si moltiplicano. Ogni volta che può le disegna, dando loro un accentuato carattere soffice, che nel nostro immaginario hanno solo le brioches, rendendole così ancora più buffe, se possibile.


Maestro di sguardi, ma anche indiscusso maestro di pecore, sulla scia di quanto il testo di Agnès Mathieu-Daudé, è in grado di renderle mansuete, ma anche perplesse, atterrite e, spesso, veloci.
 

Se questo è 'solo' il felicissimo contributo illustrativo di Tallec, va detto che il testo è davvero esplosivo. Si comincia a ridere fin dalla riga tre. 
Spiritoso, per piccoli ma anche per grandi che sorrideranno, per esempio, nel leggere che Dagfrid vorrebbe chiamare la terra appena scoperta Terra Verde, oppure nell'ossessivo rispetto dei cerimoniali che dimostra suo fratello. 
Tra le maglie di questa trama che ha già di per sé un bel po' di lati divertenti, si infilano tutta una serie di frecce, che sono vere stoccate agli stereotipi peggiori. 
Attraverso la risata, mettere in discussione e superare le convenzioni, il pensiero comune, in nome di una propria identità, riconosciuta e rispettata come tale. Attraverso la risata smontare lo stereotipo e nello stesso tempo avviare il pensiero e lo sguardo da un altro punto di vista. 


Affidare libri del genere alle mani di bambini e di bambine, o meglio ancora leggerli con loro almeno due volte a settimana, almeno una volta al giorno, oltre a divertirli contribuirà a farli crescere liberi e forti. 

Carla

mercoledì 29 luglio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL CANONE STEIG

Il dottor De Soto, William Steig (trad. Mara Pace)
Rizzoli 2020


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Essendo un topo, si rifiutava di curare animali che fossero pericolosi per la sua specie, e lo aveva scritto anche sull'insegna. Quando suonavano alla porta, lui e sua moglie controllavano dalla finestra. Non avrebbero preso in cura nemmeno il gatto più timido del mondo."

Il dottor De Soto fa il dentista e la moglie è igienista. Per il suo tocco delicato è diventato molto famoso e ha una clientela molto vasta. Usa guanti di gomma per essere il più accurato possibile nei suoi interventi a bocca aperta. Per gli animali più piccoli usa una normale poltrona da dentista, per quelli più grandi è lui a raggiungere il campo operatorio con una scala. Per quelli ancora più grandi ha progettato un complesso sistema di carrucole che lo tengono sospeso davanti alle bocche da curare.
La sua professione la esercita con grande senso di responsabilità e accuratezza ed è per questo che il giorno in cui suona al suo campanello una volpe dolorante, De Soto e signora esitano. 


Il dilemma è forte: non aprire per non mettere a repentaglio la propria vita o, prestando fede al giuramento a Ippocrate, aprire e curare quella povera volpe.
Prevale il senso di responsabilità e la volpe viene fatta salire a farsi curare. Il dente è estratto e il dentista è ancora vivo, sebbene la volpe sia stata a un passo dal divorarlo.
Il dottor De Soto non lascia mai un intervento a metà quindi fissa per il giorno dopo un secondo appuntamento per impiantare il dente d'oro che sostituirà il premolare cariato.
La notte è tormentata tanto per il paziente quanto per i coniugi De Soto. Ma il giorno dopo tutti hanno preso la loro decisione. La volpe ha stabilito che alla natura non si comanda, e che si mangerà dentista e signora, mentre il dentista ha in mente di concludere il lavoro, salvando la pelle e l'onore.

E poi c'è Steig. La sua grandezza rende necessario mettere di nuovo tutto a registro: rivedere le valutazioni, i giudizi, i riferimenti, i pregi, i difetti, i punti di forza e le debolezze di tutti gli albi illustrati degni di questo nome, considerati fin qui. 



Fermarsi davanti a un gigante dell'albo illustrato e riconsiderare il proprio pensiero.
Non è proprio possibile non tenere conto della sua opera qualora si voglia ragionare a vario titolo sull'argomento. 
I suoi libri sono mappe per orientarsi. E per questa ragione, potrebbe essere utile mettere a fuoco due o tre punti che lo rendono, si potrebbe dire, normativo.
Partiamo dalla parte più complicata: il cosa. 
Poi ci spostiamo al come. 
E se ci riesce chiudiamo con il perché (o sarebbe più corretto scrivere il per chi?).
Cercando di sintetizzare al massimo, del 'cosa' fanno parte tutti gli elementi che in questo libro hanno a che fare con la storia, ovvero con i suoi contenuti. Per esempio, la natura e i comportamenti dei personaggi.
I primi sono i coniugi De Soto, marito e moglie, vera squadra in azione, coscienziosi professionisti, anche disponibili, ma non per questo sprovveduti. Decisamente generosi almeno quanto ingegnosi, determinati e molto coraggiosi. 


La loro relazione reciproca è un piccolo capolavoro di racconto dell'umanità.
Poi c'è lei: la Volpe, disgustosamente onesta e coerente con se stessa e con la sua indole di volpe. Tema questo, il rispetto di se stessi, centrale e ricorrente in Steig che ha collezionato nei suoi libri diverse volpi che facevano le volpi.
A partire dal suo primo libro, Roland the Ministrel Pig, del 1968.
Il politicamente corretto non c'è, non c'è neanche la piaggeria nei confronti del lettore, non ci sono strizzatine d'occhio. 
Niente di tutto questo, lui va dritto al punto, in cerca della verità: un nocciolo della questione, come sempre poetico e filosofico, di certo originale e soprattutto autentico.
Ed è per questo che, se si è lettori, intorno a tutto questo 'cosa' dovrebbe essere interessante poter dialogare e confrontarsi.  
Di certo, ragionarci.
E, se si è autori, si dovrebbe prendere tutto questo come canone per provare a scrivere belle storie.
Ora il 'come'. Ovvero tutto ciò che attiene a come Steig utilizzi i due codici che si è scelto - parole e figure - per raccontarci la sua storia.
Sulla lingua di Steig sono state scritte pagine, libri interi. 
E anche tra queste mura, modestamente, certe caratteristiche sono state messe in evidenza.
Ricercato ed esatto nell'uso delle parole (Mara Pace lo traduce con la dovuta cura): la fascia di flanella, carie al premolare, anestetico, argano, dentina. Cose così.
Evocativo, per esempio nel brevissimo dialogo tra moglie e marito alla prima citofonata della volpe in cui è possibile già intuire i caratteri di entrambi: "Quella povera volpe..." sussurrò alla moglie. "Che cosa facciamo?" "Corriamo il rischio!" esclamò la signora De Soto. Premette il pulsante del citofono e lasciò entrare la volpe." Oppure nello scambio notturno, a letto entrambi trepidanti, dove tutto si riconferma in perfetta coerenza con l'idea che ci siamo fatti di quei due.
 

Geniale, in quei piccoli colpi da maestro, che parlano una lingua universale che può essere apprezzata tanto dai piccoli quanto dai grandi in una lettura condivisa: "Quando prendo in cura un paziente [...] vado fino in fondo. Anche mio padre era fatto così."
E questa stessa capacità di essere esatto, evocativo e comunicativo la si ritrova pari pari nel disegno: lo studio con le varie sale adibite a clientele diverse, i marchingegni per salire ad altezza bocca e la strumentazione tutta, gli scorci di strada newyorkese, forse il Bronx dove Steig è cresciuto e dove ha ambientato chilometri di strisce e copertine per il New Yorker, bozzetti di vita familiare con la signora De Soto alla mola e il dottore in giacca da camera... 
E poi c'è il suo grande lavoro sull'espressività. È lui stesso che racconta che ogni sua tavola parte da uno sguardo, sorta di centro di gravitazione in cui poi tutto il resto ruota.


Ora solo due parole sul 'perché' o sul 'per chi'.
Il 'per chi': per tutti quei bambini e quelle bambine (e ci metterei anche per quegli adulti) che hanno voglia di leggere una bella storia e sono in cerca di verità. E come per incanto, da questo amore per la verità, ne deriva anche il perché, che scaturisce dal grande rispetto che Steig ha sempre portato nei confronti dei suoi piccoli e grandi lettori, in nome e per conto di detta verità. E tutto poi diventa bellezza.

Chapeau!

Carla

Noterella al margine. A chi fosse interessato, il prossimo incontro di Foto di gruppo con autore, dopo quelli già in programma su Eric Carle e su Tomi Ungerer, sarà dedicato all'arte di William Steig.

mercoledì 13 maggio 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


GISÈLE È GRANDE E TORNA A CASA

La bambina di vetro, Beatrice Alemagna
Topipittori 2020

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Un giorno, in un villaggio vicino a Bilbao e a Firenze, nacque un bambino di vetro. Anzi, una bambina.
Era così carina con i suoi grandi occhi, così perfetta con le sue piccole mani, così pura e luminosa... ma così trasparente!
Brillava, scintillava, si confondeva con gli oggetti, cambiava colore al tramonto e sotto il sole si trasformava in mille riflessi."


Tutti facevano lunghe code per vederla e le domande sul suo essere così insolita si accavallavano, ma la fragilità non preoccupava né Gisèle né i suoi genitori. La sua trasparenza, tuttavia, rendeva visibile tutto ciò che le passava per la testa. E questo non era molto piacevole. 


Da piccola, ogni sua minima paura veniva intercettata e subito rassicurata. Ma crescendo, il fatto che tutti potessero leggerle il pensiero, bello o brutto che fosse, non era ciò che lei desiderava per sé. Inoltre, le malinconie avevano il potere di incrinarla, e non solo nell'anima, ma anche nel corpo fragile di vetro. E come se non bastasse tutti avevano qualcosa da ridire sui suoi personalissimi e privati pensieri.
Gisèle non ne poteva più: così fece la valigia, salutò i suoi genitori e partì.


Dovunque andasse, però, era sempre lo stesso.
Finché un giorno, smise di scappare da se stessa e dal giudizio degli altri, fece dietro front e tornò a casa.

Gisèle, cosa che capita davvero di rado per i personaggi dei libri, l'abbiamo vista crescere. E ora è addirittura maggiorenne.
È nata diciotto anni fa in Francia, come bambina di vetro dentro un libro francese, Gisèle de verre
All'epoca, l'Italia non si era dimostrata accogliente ne confronti di Beatrice Alemagna che, quindi, pubblicava i suoi primi bei libri esclusivamente con case editrici d'Oltralpe. Questo, con Seuil.
All'epoca, era nato da una suggestione rodariana, circostanza che quest'anno non casualmente trova rinnovato vigore, visto il centenario.
Giacomo di Cristallo, quello che oggi la Alemagna definisce un fratello di Gisèle è il protagonista di una delle Favole al telefono.
Con Gisèle condivide la trasparenza, ma poco altro. 
Giacomo, al contrario di Gisèle, è un catalizzatore, la gente gli voleva bene per la sua lealtà e vicino a lui tutti diventavano gentili. Rodari prosegue seguendo la sua vena più politica, e racconta che, salito al potere un feroce dittatore, il popolo conosce miseria e ingiustizia. Nessuno ha il coraggio di opporsi, pena la morte, a parte Giacomo, i cui pensieri sono trasparenti. Lui non può tacere e i suoi pensieri ribollono di sdegno e condanna. Il dittatore lo fa rinchiudere, sperando così di nascondere agli occhi del mondo la verità, ma - e qui arriva la fantastica rodariana - la prigione e le mura che la circondano diventano anch'esse trasparenti. Al dittatore non resta che coprire i suoi occhi dalla luminosità che emana Giacomo. E qui la morale rodariana: la verità è più forte e luminosa di qualsiasi cosa. Non la si può tenere nascosta per sempre.
Le due Gisèle, quella francese e quella italiana, pur condividendo la radice rodariana, sono ben diverse tra loro.


La prima e più grande differenza con la prima Gisèle, quella francese, è nella fuga senza ritorno di quella persona con il dono della trasparenza.
L'essere trasparente, la rende diversa e come tale pericolosa. Tout le monde l'évita. La rende scomoda: Tu ne peux pas te retenir de penser cela? L'unica soluzione che Gisèle trova è quella di andare via, da casa e da tutti quei luoghi dove non si sente accettata. E, scriveva nel 2002 l'Alemagna, ancora oggi continua a viaggiare, sorridente perché - e qui ritorna puntuale la morale rodariana - la verità fa paura e le persone preferiscono non vederla.
Colpo di coda finale, in perfetto stile rodariano: una frase messa in bocca a un buon alter ego di Gisèle: tanto peggio per loro! (Tant pis pour eux!).
Oggi Beatrice Alemagna, nel ripensare a una versione corretta (lei stessa parla di errori di gioventù fatti nel libro francese) cambia un po' di disegni. 
In primo luogo la copertina, utilizzando il disegno su acetato dell'edizione francese, perché considera la prima versione poco immediata. 


Per quel che vale, a me continua a sembrare bellissima quella testona che lascia trasparire l'erba di un prato, nell'edizione Seuil.
Dà proporzioni diverse alla bambina che per tristezza o rabbia si trova il corpo di vetro incrinato. La lacrima versata alla partenza diventa davvero un cristallo, ma soprattutto sparisce, nell'ultima pagina, il Pinocchio conclusivo che aveva il merito di incarnare visivamente l'infanzia che sa dire marameo a tutti: Tant pis pour eux!.
Ed eccoci al finale, appunto.
Anche nel testo 2020 qualcosa cambia. In omaggio a una 'filologia' rodariana più ortodossa, spiega l'Alemagna, Gisèle non fugge, ma inverte la rotta e torna a casa. Non si tratta dunque di una storia che esalta il valore della verità, come accade in Giacomo di cristallo, ma di una storia sul coraggio e quindi la libertà di essere se stessi.
Eppure, la morale politico/sociale rodariana sulla verità a me pare di vederla ancora lì. 


Chi è sparito, invece, è quel canzonatorio e libero gesto che chiudeva il libro francese, Tanto peggio per voi!, con Pinocchio, quel bambino di legno, alter ego di quella bambina di vetro, che prima si intravede e poi spunta, girato l'ultimo foglio di acetato.
Quello sì che a me pareva confermare, senza essere dichiarativo, ma allusivo e beffardo, il valore ultimo della lezione di Rodari, al di là di ogni retorica, sul diritto dei bambini di essere bambini (e per sillogismo a essere di vetro se si è di vetro e bugiardi se si è bugiardi).
Al posto di una delle icone più ribelli d'infanzia ora c'è una pagina bianca in cui, dopo una precisa dichiarazione di intenti da parte della bambina di vetro, tutto viene reso 'trasparente', proprio in nome di quella libertà di pensiero che ognuno deve trovare in sé.
Due righe per chiudere. Beatrice Alemagna sa essere gigantesca. E questo è un fatto. Se dal punto di vista del disegno/segno non ha mai smesso di crescere e migliorarsi, tuttavia mi pare che in libri come il "giovanile" Gisèle de verre, o Un leone a Parigi, o I cinque malfatti o ancora Cicciapelliccia sia stata capace di raggiungere belle vette. Lì a dimostrare una spontaneità e una libertà e una forza (queste davvero giovanili) che nascono da una capacità di arrivare al nodo della questione senza sentire il bisogno di scioglierlo.


 Tant pis pour eux!

Carla

venerdì 14 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai Formica,
Ti ho appena scritto, ma son qui inquieto che mi giro e rigiro e non riesco a prendere sonno…
Se è vero che per prendere coscienza della propria natura, bisogna partire…cosa succede a chi non lo fa? Cosa succede a chi non ha il coraggio per muoversi verso un se stesso più vero, o a chi magari non riesce a immaginarsi in nessun posto al di fuori di quello che conosce da sempre?
Penso ad esempio all’albo L’undicesimo passo1, a quel piccolo leoncino che, abituato come è alle misure ristrette della sua gabbia che misura giusto giusto dieci passi, non riesce a compiere l’undicesimo (e il dodicesimo, e il tredicesimo) nemmeno quando il guardiano dimentica la gabbia aperta e lui potrebbe scappare via, lontano, verso la libertà.
Davvero il condizionamento può essere così forte da annullare ogni iniziativa? E’ proprio come nelle illustrazioni, dove tra sbarre, alberi e paletti l’elemento orizzontale è talmente frammentato da non concedere più un briciolo di prospettiva, un pezzettino di orizzonte?


Evidentemente sì, perché il leoncino non solo non scappa, ma si mette addirittura a dormire e verso sera, quando sente l’odore del cibo, torna nella gabbia per mangiare. 
Ah! quanto avrebbe avuto bisogno il leoncino di una voce altra che gli indicasse la possibilità del sentiero. 
Ecco, nuovamente gli altri, le persone…anche i libri! Anche se mi hanno confuso a proposito dei coccodrilli, so che sono strumento di libertà.
Ecco, Formica, è così che mi succede…quando faccio questi ragionamenti mi chiedo…ma si può scegliere davvero? E mi viene in mente il libro dove veniva raccontata la storia di quei due vecchietti che volevano un gatto.2
Erano anziani, loro, e si suppone che conoscessero la propria natura. Eppure, quando si tratta di scegliere un gatto, ecco che il vecchietto si lascia abbagliare da mille, ma che dico! da milioni milioni di gatti tutti diversi e bellissimi che si affollano sulla collina. Lo hanno scelto il gatto?
O forse non sono stati il caso e la circostanza e le decisioni dei gatti a scremare fra i mille?


Forse se avessero saputo esattamente quello che volevano, lo avrebbero trovato… ma se così stanno le cose, torniamo punto a capo alla ghianda che contiene la quercia, al 'divieni ciò che sei'.
Guarda, Formica già che ci sono preferisco vuotare il sacco e parlarti di un altro libro che occupa un posto speciale nel mio cuore, indeciso come sono nell’interpretarlo. 
Lo conosci sicuramente: si tratta di Cip e Croc, di Alexis Deacon3… anche qui due uova campeggiano in primissimo piano affacciate sull’universo infinito. Dalle due uova escono due cucciolini: un pappagallino implume e un tenero coccodrillo.


A differenza di Guji Guji, però non ci sono mamme né altre figure di cura. A differenza dell’Orso che non c’era, poi, non ci sono bigliettini.
Niente insegnamenti, niente esempi, niente istruzioni o definizioni. 
I due non conoscono altro che se stessi e solo l’uno nell’altro possono specchiarsi e riconoscersi. Esistono, e nemmeno di questo (forse) sono consapevoli. Sperimentano (tanto) mutuano reciproci istinti, e crescono insieme. E solo allora, dopo essere incappati nei rispettivi branchi a cui verosimilmente appartengono, capiscono di non essere fratelli e, addirittura, si accorgono di essere diversi l’uno dall’altro.



Animati da zelo coscienzioso, si separano per ricongiungersi agli altri pappagalli e agli altri coccodrilli, ma si accorgono presto che la loro esperienza li ha irrimediabilmente allontanati dalle loro famiglie di origine biologica. Così entrambi se ne vanno, rinunciano al branco per tornare alla loro specialissima unione.
E, sebbene a una primissima lettura tutto si volga al meglio, io non riesco a tacermi delle inquiete domande…essere cresciuti assieme li ha arricchiti o impoveriti? Tornare al branco non sarebbe stata per loro l’occasione di conoscere e condividere le proprie pulsioni originarie di pappagallo e coccodrillo, lontani dagli atteggiamenti ibridi che non hanno scelto, ma semplicemente vissuto?
Così, mi soffermo sull’immagine con cui si chiude il libro e mi domando…è una scelta consapevole, o un richiudersi nel caldo confortevole del proprio guscio? Una vittoria di consapevolezza o una occasione mancata, l’abbraccio che sto guardando?


Ti saluto con questo rovello amletico, Formica, sicuro che saprai tirare le fila per concludere queste lunghe riflessioni e confido nella tua sapienza, con cui mi indicherai nuove strade…

Scoiattolo




Accidenti Scoiattolo!
Bruscolini! diciamo noi nel formicaio dove vivo.
Mi chiedi un impegno non indifferente, anche per una formica che di grandi pesi sulle spalle ne porta spesso.
Tirare le fila di quanto ci siamo scritti...
Abbiamo fatto insieme così tanta strada che il punto di partenza mi appare sfuocato ormai. Tu non dovresti averlo dimenticato, però, visto che era la tua coda a essere in pericolo.
Tutto è partito da un'ignoranza e da un'ipocrisia. 
Ignorare che i coccodrilli sono pericolosi e non sono vegetariani è cosa grave. Ma più grave ancora è far finta che non sia così. E se ti ricordi abbiamo lasciato da parte i libri ipocriti (e sono molti) per prendere in considerazione quelli che danno al coccodrillo, al lupo e, forse anche un po' al cane, quello che gli compete per natura.
Il passo è stato breve e siamo subito finiti a parlare di educazione. 
Non spetta forse all'educazione il merito di farci essere il meno bestiali possibile?
Sia a me sia a te però è subito salita l'insofferenza verso chi decide di imbrigliare troppo quella che è la natura di ognuno. Abbiamo rivendicato l'autonomia di scelta di coccodrilli e di leoni.
Io, poiché sono formica e di briglie ne so molto, mi sono permessa di farti conoscere una serie di storie in cui la ribellione a convenzioni e stereotipi è perno della narrazione.
E poi siamo arrivati insieme sullo stesso libro, che è sembrato a entrambi essere il più adatto per trovare un senso a tutti i nostri ragionamenti. Tuttavia, essendo un vero capolavoro, lui, il libro, con abile mossa di scarto, ha evitato di dare risposte e ha generato ipotesi interpretative ancora ulteriori. 
Giustamente lo hai notato: eravamo in mezzo al guado.
Non mi sono arresa io e neanche tu. Abbiamo cercato storie di riscossa, di riscatti, di scelte in avanti e di grandi ritorni e abbiamo attraversato libri magnifici. 
E ci è piaciuto pensare e sperare che ciascuna creatura abbia il dovere, prima ancora che il diritto, di essere ciò che vuole essere.
Che ciò avvenga seguendo la propria natura o attraverso la cultura, non sembra più così importante.Sappiamo anche che per farlo, attraverso la cruna di un ago deve passare, ovvero ognuno di noi deve imparare a conoscersi e ad accettarsi. 
E il passaggio è obiettivamente angusto. 
Siamo entrambi consapevoli che a questo punto inizia il viaggio e che le direzioni da prendere possono essere infinite, possono (o forse è più giusto dire devono) tenere conto dei contesti che attraversano, delle persone che incontrano, ma anche dare voce all'istinto. Tuttavia, come che sia, la scelta verso quale parte dirigersi è inevitabile e la si deve fare in solitario, auspicabilmente. 
Tu che sei, è noto, più buono di me e anche molto più dubbioso sei lì che ti prendi cura di chi non sa partire. E ragioni e rifletti e, più di ogni altra cosa, ti maceri nell'incertezza di alcune interpretazioni. Mi porti come esempio Cip e Croc e intorno alla loro scelta di andare contro la biologia che li ha determinati (o che ci ha provato?) ti domandi e mi domandi se sia la scelta giusta.
Non ho la risposta, perché onestamente credo non ci sia una sola risposta. O forse addirittura nessuna risposta sia la risposta.
Posso però dirti che Cip e Croc mi hanno sempre molto fatto venire in mente una storia indiana che sullo scegliere da che parte del fiume stare trova il suo senso più profondo.4 
Elefanti su una riva e bufali sull'altra. In mezzo al guado, un elefante che, con DNA da elefante ma cultura da bufalo, deve decidere.
Non ti dico da che parte andrà. E' importante ma non fondamentale.


La chiave sta nel sentirsi consapevole, libero e felice nel farlo.
Ti voglio bene perché io e te ci siamo scelti con consapevolezza, libertà e felicità.

Formica



[fine]








1S. Taghdis, A.R. Goldouzian, L'undicesimo passo, Valentina Edizioni 2016
2W. Gag, Milioni di gatti (trad. C. Rocchi), Elliot 2016
3A. Deacon, Cip e Croc, Settenove 2015
4A. Ravishankar, C. Piper, L'elefante non dimentica (trad. Laura Cangemi), Corraini

giovedì 13 luglio 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Caro il mio Scoiattolo pieno di dubbi e di domande.
Scusa, ma mi pare che nella tua testolina regni una gran confusione.
E forse è giusto che sia così.
Io, da parte mia, credo che tutto debba passare per la cruna dell'ago.
Io riprenderei il discorso dalla ghianda che contiene in sé la quercia... sarà per deformazione professionale?
Non posso che darti ragione: ognuno di noi contiene in sé una buona parte di sé, il resto è educazione, condizionamenti, esperienze e molto altro ancora.
Se così stanno le cose, è compito di ognuno imparare a convivere con il proprio sé, ovvero, passare per la cruna dell'ago.
Ti racconto brevemente la storia letta in un libro pazzesco con un solo tratto nero che disegna ogni cosa sul bianco del foglio.1 È la storia di uno che era convinto di non essere completo. Per questo motivo decide di cercare il suo spicchio mancante.


Alla fine lo trova, sai? Eppure, nonostante la momentanea gioia, la convivenza fin dall'inizio si rivela difficile, a tal punto che il pezzo 'mancante' viene di nuovo abbandonato e lasciato al suo destino. Questo è per dirti che spesso le convenzioni e gli stereotipi sono d'impaccio per la felicità delle creature semplici.
Il voler essere a tutti i costi belli e perfetti si nutre e cresce su stereotipi e convenzioni, o no?
Portando con sé il pezzo mancante, quel poveretto non poteva più cantare, guardarsi intorno, fare le cose con calma, annusare il profumo dei fiori.
E allora, meglio essere imperfetti che infelici. Accettarsi per ciò che si è, con un pezzo che manca.


Ed ecco la cruna si fa ancora più stetta.
Sta a sentire, però, perché la storia non finisce qui. Questo libro ha un seguito, anche questo con un solo segno nero che attraversa le pagine candide.2 Rammenti il pezzo abbandonato, quello che poteva essere il pezzo mancante di qualcuno ma non lo è stato? Bene, lui al momento, causa l'essere stato abbandonato, causa la sua crescita inaspettatata, vive una profonda crisi di identità. 



Sta lì pieno di angoli, lui che invece vorrebbe essere tondo (ha visto la rotondità e gli è piaciuta).
Come è capitato all'Orso che non c'era, anche lui nell'incontro con l'altro trova un po' di risposte e forse anche la soluzione dei suoi problemi.
Qui, giovane amico mio, la cruna dell'ago, come ti dicevo, si stringe: non si tratta di accettare se stessi, ma piuttosto di lavorare su se stessi al punto di arrivare a essere altro.
"Ealzaespingiesbattiealzaespingiesbatti" tu come credi che sia andata a finire?


Sto divagando? Vuoi che torni ai lupi di partenza? Lo posso fare sai, perché conosco bene la storia di un altro che - "Ealzaespingiesbattiealzaespingiesbatti" - da cane si è fatto lupo. Avrai letto la storia di Buck, suppongo.3
Parrebbe che quel cagnone lo faccia per necessità: la ferocia del branco da cui difendersi, la lotta per la sopravvivenza, la fame (vedi che torna?).
O molto più sottilmente, deriva dalla capacità di questo intelligente cane di dare ascolto a quella parte di sé che la vita sociale accanto all'uomo in lui aveva quasi del tutto soffocato? 
Non è forse un richiamo che sente verso la Wilderness?


Ti ricordi Rex, il piccolo cane che era lacerato da due impulsi "l'impulso innato di cacciare e uccidere, e l'arcano, secondario, tardivo impulso di amare e obbedire" ? Ecco, anche qui, con il possente cane Buck, succede la medesima cosa.
È la natura che si fa consapevolezza.
Scusami, ma non posso resistere e non citarti un altro fantastico esempio di 'richiamo', ovvero di natura che prende il sopravvento al di là di ogni convenzione sociale.
Tu che sei animale del profondo Nord conoscerai il mito della donna foca che, ambivalente per natura, vive nel mare con il suo branco e solo nelle notti di luna piena arriva a terra per ballare al suo chiarore, spogliandosi della sua pelliccia. 



Abbandona su una roccia il vessillo del suo essere selvatico, la pelle di foca, che un contadino, colpito dalla bellezza della donna, trova e nasconde. Lo fa per amore - di nuovo l'amore, accidenti - e tiene con sé la fanciulla.
Dopo la disperazione iniziale, insieme mettono su famiglia e il lato ferino della donna sembra dimenticato, sopito. Fino al giorno in cui suo figlio ritrova per caso la pelle rubata e scomparsa...
Ti mostro la versione che ne ha dato un genio dell'illustrazione, Nicholaus Heidelbach.4


Dai Scoiattolo, la fine la puoi intuire. E se non la immagini, vai e documentati (parti dalla parola Selkie e poi vai sempre diritto).
Io nel frattempo vado diritto a letto e mi schiaccio un pisolino.

Formica


Carissima Formica…
Ti accorgi che quando si parla di consapevolezza si parla anche di viaggio? Come se afferrare la natura e farla propria fosse possibile solo tramite uno spostamento, un cambio di contesto essenziale per prendere coscienza di cose prima invisibili. Così è stato per l’Orso che non c’era, per il cerchio del Pezzo mancante e anche per Buck.
Quando citi Buck, e io ho la tentazione di non dire più nulla al suo cospetto, tanto grande è stato il suo cambiamento, tanto grande la sua consapevolezza. Anzi no, qualcosa potrei dire…
L’evoluzione di Buck, cara amica, prende l’avvio da avvenimenti non dipendenti da lui. Non sappiamo mai quanto siamo alti finché qualcuno non ci chiede di alzarci diceva una poetessa5, e sicuramente Buck ha scoperto di essere Buck perché la sua storia gli ha imposto di alzarsi.
Cosa sarebbe stata la vita di Buck senza la scoperta dell’oro o senza l’intervento del sottoposto col vizio del gioco non possiamo saperlo, ma sappiamo per certo che alcuni il cambiamento se lo vanno proprio a cercare.
Mi hai parlato di crune di aghi che mi fanno venire in mente i cammelli, e mi sa che uno lo ho conosciuto anche io… la sua storia era in un libro6: un tranquillone che lavorava in un circo, e che si annoiava del tran tran quotidiano. Un bel giorno prende e decide di andare in città, per cambiare vita, come Lafcadio. E quando gli si presenta l’opportunità di lavorare come cavallo per i giardini comunali, non se lo fa dire due volte. Del resto nulla gli manca: ha gli zoccoli, quattro zampe un muso con due narici, proprio come un cavallo. Le gobbe? sono solo il brutto ricordo di un incidente con due noci di cocco. Il muso tozzo? Solo la scivolata contro un muro. Ecco, questo cammello trova allegramente il modo di infilarsi in una esistenza che sente più adatta per sé, ancora una volta come Lafcadio. Le regole, le convenzioni sono solo steccati che possono essere saltati a piè pari per poter essere ciò che si è, anche la propria storia può subire qualche piccola rettifica!
Sai cosa penso anche però? Che parliamo tanto di quelli che vanno in cerca di consapevolezza della propria natura, senza spendere una parola su quelli che invece decidono di tornare dopo il viaggio.
Per fortuna c’è anche chi non dimentica il punto da cui è partito.
Ed è un altro libro su un coccodrillo quello a cui penso.7 Cornelio, si chiama, ed è nato che già sapeva camminare su due zampe, abitudine riprovevole tra i coccodrilli. Nessuna domanda per lui, ma subito una partenza, un passo via l’altro. E sono incontri, e cambiamenti, come ad esempio appendersi agli alberi con la coda, altra cosa disdicevole per i coccodrilli.
E se questi si ostinano a rifiutare il loro compagno un po’ fuori dalle righe, (che tra loro non rimane, eh), il cambiamento fa breccia nelle tradizioni coriacee della sua famiglia, come se la consapevolezza, il processo di mescolamento tra natura e cultura, attraverso i più coraggiosi, potesse diffondersi a una intera società.


Comunque, comprendo con più facilità chi si imbarca in un processo di esplorazione di sé quando spinto dalla insoddisfazione. Prendi il Signor Tigre, ad esempio.8 Se la città era stata una risorsa vitalizzante e liberatoria per il cammello, per lui è stretta e soffocante. C’è qualcosa nei disegni che esprime molto bene questa specie di gabbia in cui è incastrato: sono le linee rette che abbondano sia per gli edifici sia per gli altri abitanti. Il disegno è ordinato, regolare, rigido.


Non sono sbarre esterne e visibili, quelle che condizionano Tigre, ma qualcosa di più profondo che alla fine si rivelerà irrinunciabile. Infatti, dopo essere uscito nella selva, finalmente a quattro zampe e senza vestiti il Signor Tigre si sente solo, e scopre che la pura Wilderness non è per lui.
Non solo di sbarre è fatta la civiltà, infatti, ma anche di relazioni, ed è proprio dei suoi amici che sente la mancanza. E per loro, torna. Non è una disfatta: è il trionfo di una consapevolezza matura e rilassata, che contempla il difficile realizzarsi del compromesso equilibrato tra natura e cultura. Potete essere voi stessi anche in mezzo alle regole, sembra dire Tigre, ruggire indossando il frac, usare il righello e inventare storie.

Adesso basta però...
So che non vedi l’ora di leggere le mie parole, sento nell’aria il vibrare delle tue sottili antenne e non voglio deluderti…

Scoiattolo


1 S. Silverstein, Alla ricerca del pezzo perduto (trad. D. Abeni), Orecchio acerbo 2013
2 S. Silverstein, il pezzo perduto incontra la grande O (trad.D. Abeni), Orecchio acerbo 2015
3 J. London M. Quarello, Il richiamo della foresta (trad. D. Sapienza), Orecchio acerbo 2016
4 N. Heidelbach, Wenn ich gross bin, werde ich Seehund, Beltz und Gelberg 2011
5 E. Dickinson, F1197 - J1176, da Tutte le poesie, Mondadori 1997
6 B. Friot, G. Tessaro, Io sono un cavallo, Il Castoro 2015
7 L. Lionni, Cornelio, Babalibri 2010
8 P. Brown, Il Signor Tigre si scatena, Il Castoro 2017
9 T. Tellegen, A. Haeringen, Van de tuin van de walvis, Em Querido's Kinderboeken, Amsterdam 2015