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venerdì 30 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL GIOIELLO 

Lo scheletro nell'armadio, Lilija Berzinska, Anna Vaivare 
(trad. Rita Tura, Margherita Carbonaro) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dagli otto anni) 

"Allora non ci sarebbero stati né il fresco venticello primaverile né il caldo torrido e odoroso di fieno dell'estate. Lollo Mollo non avrebbe potuto arieggiare la casa e lo scheletro sarebbe rimasto nell'armadio per un altro anno. 
Questi pensieri gli fecero venire mal di pancia. Bisognava fare le cose per bene e tirare fuori lo scheletro dall'armadio, proprio come ogni anno. Eppure l'ansia continuava a graffiargli il petto. E se la primavera fosse arrivata dappertutto tranne in quel posticino solitario, lasciandolo immerso nell'alito gelido e ostile dell'inverno? Cosa avrebbe fatto?" 

La questione è complessa. Lollo Mollo ogni anno si prefigge questa incombenza: tirare fuori l'armadio da casa, pesante e scomodo, ma con le fette di patata sotto le zampe ce la fa, e dopo averlo caricato sulla carriola, arrivare sulla collina isolata e solo lì tirare fuori lo scheletro dall'armadio per spolverarlo a dovere, togliere gli eventuali ragni che si sono annidati tra le costole, mettere due palline di antitarme nell'armadio (non si sa mai).
Tutto questo richiede una bell'aria di primavera un bel sole, una collina isolata, appunto, dove nessuno lo veda. 
Questa incombenza va svolta in assoluta solitudine: è sempre stato così e così sarà per sempre. 
Ma quella mattina tutti i segnali, compreso l'entusiastico vociare di Gracchio che annuncia in giro la primavera, confermano che il sole e il caldo sono arrivati. 
Si può procedere. 
Portata a termine la consueta procedura, Lollo Mollo si siede soddisfatto e comincia a pensare quando quello scheletro era apparso per la prima volta nel suo armadio... E mentre è lì che pensa si chiede anche che cosa sarebbe potuto succedere se gli altri abitanti del bosco avessero saputo del suo scheletro nell'armadio... Certo potersi confidare gli sarebbe piaciuto, ma come farlo? E gli sarebbe anche tornato utile che gli altri gli dessero una mano nel trasporto dell'armadio. Ma no! 


La cosa migliore era continuare a conservare il proprio segreto. E mentre lo pensa, temendo la pioggerella primaverile, si sincera che nessuno sia in vista per ricaricarsi l'armadio e rimetterlo a posto in casa. Con lo scheletro dentro. 
Intanto Occhiolungo e Gracchio, non lontano da lì, decidono di non andare al mare perché se Lollo Mollo ha rimesso dentro l'armadio con il suo scheletro, vuol dire che la pioggia sta davvero per arrivare... 

Se un libro di racconti (il genere e passo narrativo che amo di più) esordisce così, con un piccolo gioiello perfetto, da lì in poi la voglia di proseguire nella lettura schizza a mille. E infatti è quello che accade. Due parole sul gioiello. 
Molto giusto che dia il titolo all'intero libro, se lo merita. 
Il ritmo pacato. 


La scrittura esatta al millimetro. 
L'ambientazione che è quella di un gruppo di case tra bosco e mare, tra fiaba e realtà. 
Ed è un contesto che ricorda molto quello di altri potentissimi libri: il migliore tra tutti, Lettere dal bosco di Tellegen. 
Il gioco linguistico che dà l'avvio all'intero racconto e che ne costituisce l'ossatura, lo riempie di una sana follia. Lo scheletro nell'armadio è contemporaneamente metaforico e letterale e su questo si regge l'intero dialogo tra i due significati e di fatto l'intera storia. Bella idea, non l'unica. 
La piacevolezza della lingua delle due traduttrici lo illumina possibilmente ancora di più: una lingua curata, parola per parola. 
Il colpo di teatro finale che ti lascia lì, stupito, sorridente e intenerito. 
Da qui in poi, tutto quello che viene dopo questo gioiello iniziale. 
Siamo piombati nel mezzo di una piccola comunità pacifica di animali diversi - e alcuni piuttosto inconsueti - e una ragazzina, di nome Sipriki, che vale uno come tutti gli altri. 


Vivono insieme, condividono con grazia e gentilezza lo spazio e il tempo comuni. 
Non tutti loro agiscono all'unisono. Ci sono storie a due, per esempio quella di Leprotto e Lupo di mare (!) - sono io che stravedo o potrebbe essere una allusiva declinazione del mito della donna foca? Ci sono storie più corali in cui si impara a conoscere la personalità dei singoli protagonisti. Alcuni di loro portano nel nome la loro fragilità: Goffofredo o Sperperina, per esempio. 
E alla fine, letti tutti e nove i racconti, è possibile avere una visione di insieme che tanto da vicino ci riguarda in quanto razza umana. 
Questo attesta che l'intero libro può essere letto come collezione di racconti oppure come piacevole trattatello di filosofia. 
In questo diffuso e generale stato di grazia, grandi domande attraversano le singole storie: Stridulone che non vuole lasciar andare la giornata perfetta. L'inadeguatezza di Farfalla che, per la sua ala a cui manca un pezzetto, non si sente vera e completa...Riccio e il suo problema di misantropia, o Pigolino non proprio convinto che nella vita il traguardo sia tutto.... 
A ben vedere si tratta di grandi questioni che si pongono, tra gli altri, un gatto, Occhiolungo, un corvo, Gracchio, un lumacone, Lollo Mollo, un leprotto, Leprotto, un lupo, Lupo di mare... 


E poi c'è lei: la traduzione, ossia la lingua scritta che tutto tiene insieme. 
Studiata e limata per essere perfetta nel suo essere rispettosa dell'intreccio fittissimo di doppi significati, di allusioni lessicali. 
Tanto per dire: la brillante scelta dell'onomastica dei singoli personaggi è un raffinato lavoro di cesello, che in un gioiello, appunto, ci sta perfetto. 
Libro necessario, da tenere stabile per mesi o anni sul comodino, per leggerlo e rileggerlo ogni sera, prima di fare bei sogni. 

Carla

mercoledì 9 ottobre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

NUOVI LIBRI NUOVE PAROLE NUOVI SPAZI 

Come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Come si fa a pensare fuori dagli schemi appresi, fuori dalla cultura che determina il nostro ragionamento senza che sia quasi possibile accorgersi della sua presenza? È una questione nevralgica quella che si pone, poiché è destino di ogni infanzia quella di essere intrisa, ancor prima che educata, di assorbire, ancor prima che imparare. 


Uno degli albi in cui è possibile sperimentare la forza della mentalità che ci permea è Aleph, della grafica Janik Coat. Come suggerisce il titolo, siamo di fronte a un abbecedario, una elencazione degli elementi basilari di un contesto conosciuto e condiviso: a partire dal cerchio per passare ad altre forme geometriche, le tavole quadrate si dispongono una dopo l’altra, pezzettini ancora sospesi, disancorati uno dall’altro, blocchi di un gioco nuovo che ancora non è stato sufficientemente sperimentato per sviluppare un senso. 


Aleph mi è rimasto impresso fin dalla sua prima apparizione per l’esperienza cognitiva che offre al lettore adulto: nello sbigottimento di non saper riconoscere immediatamente, in una narrazione sequenziale, un ordine culturalmente codificato, e non potendone applicare uno già rodato altrove, lo smarrimento si amplifica. Non è infatti confermatorio, l’alfabeto di immagini proposto, fatto per persone che conoscono già la lingua e le parole, quanto piuttosto una giustapposizione di forme e oggetti apparentemente casuale o forse piuttosto riferita, nel suo dispiegarsi, a un ordine più grande che ancora non si è completamente manifestato e di cui noi non siamo a conoscenza. 


Le aspettative narrative, quel senso di percorrere una strada già un po’ vista, di sapere insomma dove si sta andando presenta, ahimè, lo svantaggio di ottundere l’atteggiamento esplorativo e di rendere un po’ ciechi. Cosa c’entra il cerchio con il triangolo, i quadrati coi pallini? Un rombo e un albero?! E perché dopo un bacio viene un girasole?!? 





Per un occhio adulto, la sperimentazione reiterata della sorpresa è, a lungo andare, disorientante. Forse si trasformerà in un senso di fastidio, quasi un’irritazione. È un’emozione da gustare con coraggio, senza posare il libro da parte: superato questo scoglio, si potrà provare a stare, di fronte alle immagini, come forse un bambino sta davanti al mondo, e intendo: con lo sguardo libero da connessioni, registrando le cose per le cose, senza smarrirsi nella loro evidenza casuale, svincolati da un prima e da un dopo, da simbologie, dall’approvazione di chi sta intorno. Poi, e qui sta la vera forza di questo albo, sarà possibile apprezzare l’allentamento della tensione e il piacere che danno invece il riconoscimento, la prevedibilità, la disposizione consueta delle cose per come ce le aspettiamo.
 



In cima al gesto di girare la pagina sta la portata esatta del vuoto che precede la comprensione, e si può per contro prendere la misura di quanto coraggio serva per estendere la mano nell’abisso a raccogliere un significato non già sperimentato. Soprattutto, in Aleph è possibile capire che dietro alla boccata di ossigeno del riconoscere sta, ben nascosta, la minaccia di non saperci più togliere dai confini consueti ed asfittici, quasi tossici, della realtà per come l’abbiamo assorbita quando (ancora) non potevamo opporci. 
Per questo torno a dire: come si aprono nuovi spazi dentro di noi? Perché succede nell’infanzia, il primo chiudersi. È nell’infanzia e attorno a essa che i modelli hanno più potere: calano attorno all’identità per sostenerla, ma si trasformano presto in cortine difficili da individuare e oltrepassare. Gli schemi appresi ci pervadono, inquinano lo sguardo, corrompono la percezione di quello che sta intorno. Talvolta sfocano persino la percezione della persona che siamo. Questo è anche ciò che accade negli strepitosi racconti di formazione Fenicotteri in orbita, una serie di gemme taglienti la cui ripubblicazione e diffusione sarebbe assolutamente necessaria, di questi tempi. I racconti di Fenicotteri in orbita funzionano esattamente come le immagini di Aleph, per giustapposizioni e abbinamenti che stordiscono perché disattendono le aspettative e i codici di una rappresentazione dell’infanzia cauta, pigra, a volte persino compiaciuta. Essi contribuiscono alla restituzione di un’interezza di visione impossibile da maturare se non opportunamente alfabetizzata.


Philip Ridley è stato a buon titolo paragonato a Roald Dahl, e in effetti la sua visione d’infanzia si presenta del tutto priva di sconti e buonismi: rifiuta nettamente con empatia cristallina l’idea del bambino buono come quella altrettanto grossolana del bambino cattivo, ribalta con cognizione di causa l’idea di innocenza, fornisce una versione dolente e piena di contraddizione dell’animo umano, che esiste in nuce, udite udite, già da nei cuccioli della nostra specie, 


Ridley è uno di quegli autori che sembrano non aver dimenticato. Con uno sguardo fulminante e una forma mai banale, Ridley riscrive con autorevolezza e compassione la grammatica e la portata dell’idea d’infanzia, rappresentandola come territorio vergine tanto connesso con l’universo e l’immensità quanto progressivamente invaso dal contesto socio-culturale.


 

I racconti sono ambientati perlopiù in contesti disagiati, miseri e violenti, in cui con facilità è individuabile il braccio di ferro tra la voce interna della persona piccola e tutto ciò che gli ruota attorno, una tenzone che coinvolge grandi e piccoli, incessante e indispensabile poiché dalla sua riuscita dipende tutta la sopravvivenza. 


In questi racconti vengono descritti sentimenti che non siamo abituati ad ammettere nel cerchio delle cose nominabili: menzogne dette con la leggerezza di cui solo chi non sa cosa sta facendo è capace, misfatti compiuti in virtù della propria ignoranza, colpe terribili agite per innocenza, in piena innocenza, errori a cui si va incontro in piena coscienza, solo per salvarsi…
 

Con feroce lucidità, Ridley mette sulla pagina una complessità raramente attribuita a bambini e adolescenti; lavora per loro e per noi a realizzazioni impensabili in solitudine, rendendo praticabili territori ridotti al silenzio, in cui altrimenti non ci saremmo inoltrati mai. Fa insomma quello che a sentire certi filosofi dovrebbe fare l’abisso quando lo si guarda fisso, che più ci sporgiamo per intravedere il fondo, più il fondo ci viene incontro.


Bontà e innocenza ci esplodono tra le mani e nella deflagrazione si dissolve quel velo che abbiamo innalzato a nostro vantaggio, per proteggerci forse dal ricordo di quei sentimenti terribili e quelle violenze sottili a cui nell’infanzia si è irrimediabilmente esposti, senza difese e che senza difesa vengono assorbiti e assimilati e perpetuati, come fossero un preciso veleno costitutivo impossibile da evitare.


Innocenza e sensibilità hanno la tendenza a disporsi nel nostro immaginario appiattite prepotentemente al positivo, riducendo spesso i principali portatori di queste caratteristiche – i bambini e le bambine e i ragazzini e le ragazzine – a macchiette in pieno sole, di cui così è difficilmente possibile intravedere la profondità. Concepire per loro l’ombra, la sfumatura, comporta la presa d’atto di territori inesplorati in cui è invece salvifico entrare per dare la possibilità alle persone piccole – ma anche a quelle grandi - di poter essere viste interamente. 


Nulla di più grande e difficile può esservi, se non l’attenzione, lo sguardo veramente aperto, capace di registrare, affiancate, la bellezza e l’orrore, l’innocenza e la colpa. Nulla apre territori nuovi più che il coraggio di affondare la mano nell’ignoto, senza tregua, per recuperare, dal silenzio, ogni ultima parola che serve, per raccontare tutta intera, la persona. 

Giorgia

Noterella al margine. Philip Ridley ha girato anche un film. Si intitola Riflessi sulla pelle e dispiega a piene mani la poetica di questo scrittore. Non vi resta che guardarlo, se ne avete il coraggio…




“Aleph”, J. Coat, Gallucci 2018 
“Fenicotteri in orbita”, P. Ridley, (trad. di A. Ragusa), Salani 2009 
“Riflessi sulla pelle”, scritto e diretto da P. Ridley 1990 

venerdì 12 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ISTINTO DI NARRARE 

La prima storia che abbiamo raccontato, Rafael Yockyeng, Jairo Buitrago 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Trattenne nella memoria gli animali che avvistava fugacemente lungo il cammino. Si macchiò le mani, prima con il carbone, quindi con minerali, rossi, ocra; approfittava della superficie liscia o ruvida delle pareti. Usò minerali triturati, petali, pollini e bacche. 
Lasciò trasudare la roccia, trasformò la caverna in una cattedrale. Osservò la luce, si perse nella luce, disegnò la luce. Con il passare del tempo, quando il freddo crebbe e poi si calmò di nuovo, loro, i sopravvissuti di ogni notte, cercavano rifugio lì per riconoscersi, per cantare, per raccontarsi storie, per tornare a essere sé stessi." 

Lei è una bambina preistorica, del Pleistocene. Con la sua famiglia e con il suo piccolo clan e qualche animale che lungo il percorso si aggiunge allo sparuto gruppo, attraversa luoghi e tempi di un mondo nuovo nuovo. Per tutti loro, ma soprattutto per lei, è pieno di scoperte.
 

Per gli altri anche di incognite e di pericoli. La lotta per poter sopravvivere in condizioni così primordiali è davvero dura. Alcuni di loro non ce la fanno a sopravvivere, ma per quelli che restano, la scoperta di quella grotta, segna davvero un punto di svolta. 
E per lei diventa il primo grande spazio naturale per narrare tutto quello che il suo sguardo (al pari di bambini e animali), ben più attento di quello degli adulti a cui mancano del tutto gli occhi, la sua immaginazione più fervida, il suo pensiero più acuto di quello degli altri, nell'atto di farsi memoria, diventa immagine. 
Tutto si trasforma in figura che, a sua volta, dà l'avvio al primo racconto dell'umanità. 
 
Un libro senza parole per raccontare di come le prime storie che l'uomo ha raccontato a se stesso e ai suoi simili siano state quelle per immagini. 
Il grande silenzio del testo - fatta eccezione per la nota conclusiva - trova nelle grandi tavole a doppia pagina, in bianco e nero, il segno della grafite, un suo preciso significato. 
Il fatto che il libro sia senza parole non significa affatto che la storia che contiene possa variare di molto da lettore a lettore. Ciascun lettore, piccolo a grande che sia, avrà agio di mettere secondo una personale e quindi diversa sequenza i dettagli, i particolari, potrà seguire i singoli rametti narrativi, ma il nocciolo di senso intorno a cui ruotare, la radice da cui tutto si sviluppa, non cambierà di molto. 


Qui si sta dicendo una cosa molto ben chiara: il nostro essere umanità ci distingue dagli altri viventi per la capacità che abbiamo di narrare storie. Capacità che - in accordo con Jonathan Gottschall - ha tutte le caratteristiche dell'istinto (L'istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014). E come tale è necessario al pari di respirare. Capacità che ci dovrebbe rendere comunità: vedi la penultima e l'ultima immagine, per capire cosa si intende. 
Il secondo grande nodo intorno a cui tutto ruota ha appunto a che fare con la lingua delle immagini. Che detto da due che di mestiere fanno libri illustrati per bambini, sembra piuttosto prevedibile e comprensibile. 
Calvino, nella sua lezione sulla Visibilità, metteva in guardia dal pericolo di non saper più mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, perdere la capacità di raccontare per immagini. La questione è anche un po' questa. 
Lui, che è stato maestro assoluto del racconto fantastico, ha dichiarato che ogni racconto partiva da una immagine visuale: un uomo tagliato in due, un'armatura vuota, un ragazzino che sale su un albero e continua viverci sopra per sempre, fino al decollo definitivo in mongolfiera verso chissà dove: a proposito di immaginazione... 


In qualche modo anche Rafael Yockyeng e Jairo Buitrago ci stanno dicendo la stessa cosa: se voglio raccontare una storia, sarà una figura il mio primo punto di partenza. Come dargli torto? 
La parola arriverà dopo. Non è forse questo il processo della nascita del mito? Un'immagine con della storia intorno. 
E la storia senza parole che abbiamo davanti non ricalca in qualche modo il senso del mito che - ci hanno raccontato - è all'origine di chi siamo? 
A mio avviso si può fare qui anche un ulteriore passo nella direzione del ragionamento di Calvino. Alludo al punto in cui lui dà dell'immaginazione la definizione seguente: essa è il 'repertorio del potenziale, del possibile'.


Se è pur vero che quella bambina fa il primo passo mettendo in connessione la memoria, anche quella collettiva, la memoria del reale appunto (la caccia, la morte, le fughe sugli alberi, gli incontri con animali feroci e con animali che invece sono in cerca di domesticazione in cambio di cibo e protezione) con le sue mani e i pigmenti che si inventa, e sulle pareti di roccia rappresenta ciò che ha visto, è altrettanto vero che su quelle stesse pareti di fatto il racconto che lei fa, o meglio decide di fare, è solo una delle tante storie possibili che avrebbe potuto raccontare. 

Nessuna illusione: in questo gran bel libro ci sono comunque almeno tre cose che non mi convincono. 
La prima riguarda il titolo che, a quel che vedo, ha mandato in confusione tutti gli editori non ispanici che di Ugh! Un relato del Pleistoceno, ossia Uff! una storia del pleistocene, hanno dato versioni diverse. TdM, come è tradizione, ci ha tenuto a spiegare tutto in anticipo, gli anglosassoni hanno puntato invece sul fattore tempo: Afterward, Everything was Different
La seconda riguarda la spiega finale che pecca di retorica oltre che essere ridondante rispetto alle figure. Più apprezzabile sarebbe stato invece sottolineare che, non è solo per un fatto di parità di genere l'aver messo una ragazzina ai pigmenti, ma dipenderebbe -stando a quanto si legge negli studi per esempio di Dean Snow- da una nuova acquisizione scientifica: spetterebbe effettivamente soprattutto alle donne la gran parte delle pitture rupestri. 
La terza. Un verbo che si sarebbe potuto tradurre con più estro: "Lei aveva capito come approcciarsi alla roccia..." 

Carla

lunedì 8 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VIA MAESTRA

La fidanzata del fantasma
, Malika Ferdjoukh, Édith (trad. Maria Bastanzetti) 
Babalibri 2024 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Papà Reginald infilò una chiave enorme in una serratura altrettanto enorme. 
Proprio in quel momento esplose un tuono, e un lampo spense le stelle. 
Dall’interno della casa, una luce filtrò attraverso i vetri a losanghe e la porta chiodata si aprì rivelando una signora grassottella, imbacuccata in uno scialle di tartan. 
«Per san Giorgio e sant’Uberto!» mormorò. 'Entrate, entrate!' La famiglia March, Miss Noah e Jim si riversarono nel salone di Forest Lodge." 

La famiglia March (ma guarda il caso di questo cognome...) si compone di Horace, nove anni, sua padre Reginald, il nonno March, la cugina Olivia, una giovane fanciulla dalla voce di seta e dai modi garbati. Con loro viaggia l'istitutrice Miss Noah e temporaneamente Jim, un ragazzetto locale che li sta scortando, suo malgrado, per l'ultimo tratto di strada verso Forest Lodge, in quella notte di tempesta. 
Sbattuti dal vento, arrivano finalmente nella avita dimora scozzese, dove ad attenderli - nonostante l'ora tarda - c'è la servitù. In testa miss Cook, la cuoca che, con fare bonario, li accoglie con una tazza di tè ancora caldo. Jim, che non vede l'ora di svignarsela da quel lugubre maniero nella brughiera, riprende la sua carrozza e torna indietro con il suo kilt svolazzante, non prima però di aver incrociato lo sguardo di Olivia che, nonostante la dolcezza, a lui ghiaccia ancora di più il sangue... 
Cosa tiene a distanza il giovane Jim da Forest Lodge? Quello che tra un po' anche i nuovi inquilini apprenderanno. La dimora, come spiega a mezze parole miss Cook, è abitata dal fantasma di Lord Aloysius Mac Bligh. Oggi più irrequieto del solito. Perché? 
Questa è proprio una vera e propria storia di fantasmi! 

Le storie di fantasmi di norma prevedono alcune costanti. 
La prima: il fantasma di solito è fantasma, ossia spirito vagante e inquieto, perché qualcosa nella vita terrena gli è andato storto e quindi, da morto, non potendo trovare consolazione e pace, le cerca a ogni costo. Tra la vendetta e il risarcimento danni... 


La seconda: i fantasmi sono immateriali e di solito invisibili, o per meglio dire, sono in grado di dare segni precisi della loro presenza: rumori di vario genere, dallo scricchiolio in su, oggetti che si spostano senza apparente ragione, venticelli, sussurri.. Olivia o Oh, Livia? Talvolta voci cupe e lugubri fuori campo. Cose così. 
La terza: la notte è il loro momento preferito per presentarsi. 


La quarta: è difficile trovare fantasmi al settimo piano di un condominio affollato di una grande metropoli. Amano piuttosto i luoghi isolati e un po' lugubri (ammesso che anche il condominio non lo sia, lugubre). Di sicuro i luoghi che per loro hanno un preciso significato e legame con la vita passata. Dato che molti dei migliori autori di storie di fantasmi sono anglosassoni (esiste una significativa tradizione che arriva dall'Estremo Oriente, ma...) i castelli o le dimore avite nella brughiera sono i loro contesti preferiti. Ma non disdegnano anche i cimiteri (a km zero). 


La quinta: stando alle costanti 1, 2, 3 e 4 le storie di fantasmi sono spesso nate per far paura. Ma non sempre. Diciamo meglio, esiste fior di letteratura in cui il fantasma inquieta e perturba, visto il suo arrivo da un passato irrisolto, ma esistono anche esempi nati per far ridere, da Wilde a Jerome K Jerome. 
Tuttavia il perturbante resta la via maestra. 


Ecco. Anche in questa storia 'canonica' le prime quattro costanti ci sono tutte. 
Il suo bello però sta nell'aver rispettato anche la quinta, che in un libro per bambini che stanno imparando a leggere lo stampato minuscolo - quindi tra i sei e gli otto anni - non è poi così scontato. 
La cosa che colpisce qui è il buon lavoro che Malika Ferdjoukh  ha fatto sulle cinque costanti di appartenenza a un genere: contesto, lessico, l'iconografia, Shakespeare che è fonte di ispirazione dall'Amleto a Romeo e Giulietta. E molto altro, volendo spigolare. E poi quel bel nero anche in copertina di Édith. 
E il finale. Quel finale senza aggiustamenti inutili o peggio pacificatori.


Ormai moltissimi anni fa quando lessi per la prima volta Le streghe di Dahl fui colpita dalla storia, ma soprattutto dal finale. E da quella lealtà enorme dimostrata da Dahl nei confronti dei propri lettori nel dichiarare che le cose alle volte prendono una strada imprevista da cui non si può fare ritorno. 
Questo è solo per dire che Malika Ferdjoukh, un po' come Dahl, quando scrive storie, le scrive bene.

Carla

venerdì 14 giugno 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

TOCCARE IL SOFFITTO CON UN DITO

Oscar e io (e tutti i nostri posti), Maria Parr, Åshild Irgens (trad. Alice Tonzig) 
Beisler 2024 


NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"In casa abitano due bambini, Oscar e io. Condividiamo la stanza nel seminterrato. Nel letto a castello io dormo sopra e sono il capo. Oscar dorme sotto e crede di essere il vicecapo, ma in realtà sono io a decidere tutto. Decido quando dobbiamo spegnere la luce, e decido che Oscar si deve alzare per farlo. Decido se dobbiamo tenere socchiusa la porta o la finestra. E decido io quando parliamo e quando dormiamo. Vorrei essere io a decidere anche il momento in cui Oscar deve smettere di russare, perché quando attacca sembra un aspirapolvere rotto. Ma l’unico modo per farlo smettere è svegliarlo, e non è che allora ci sia tanto più silenzio, volendo essere gentili." 

I due sono a letto e come di consueto discutono. Oscar ha 5 anni e paura dei mostri, dei mostri nell'armadio. Sua sorella, che è di ben tre anni più grande, sa molto bene che i mostri non esistono e quindi lo prende in giro, ma di fatto lo tranquillizza e lui si riaddormenta. Tuttavia quell'anta dell'armadio non perfettamente chiusa genera in lei una piccola paura, che magari cresce: se i mostri non esistono, i ladri invece ci sono, eccome. 
Quindi, non resistendo, scende dal letto e va a controllare. Ma un rumore sospetto la mette ancora più in allarme, afferra al volo l'atlante e si nasconde nel buio tra attaccapanni e vestiti. Quando poi l'anta si apre all'improvviso, lei - ed è a questo punto terrore puro - scaglia l'atlante in testa a chi ha di fronte.  
Tutto precipita in un baleno: Oscar si sveglia urlando, il papà dal piano di sopra irrompe nella stanza, brandendo la miglior padella di casa, e quel che trova è sua figlia a occhi sgranati che è davanti all'armadio spalancato, sua moglie a terra che si tiene la fronte dolorante, colpita da un pesante atlante e il piccolo Oscar, bianco di paura. 
E poi? Mamma si sdraia accanto al piccolo di casa per consolarlo, qualcuno nel letto superiore questa volta farebbe volentieri a cambio con il fratello, il padre riporta in cucina la padella. 
E come va a finire? Che nella penombra della camera in quel lettino adesso sono in tre: uno dorme come se nulla fosse successo e le altre due chiacchierano con un fil di voce su cosa sia la paura... 

Credo di non sbagliare optando di mettere sotto la lente solo uno degli undici episodi che costituiscono il nuovo e atteso libro di Maria Parr. 
Non vorrei togliere a nessuno il gran gusto di leggerlo senza spifferi esterni, vocine che ti dicono qui succede questo, là succede quello... ma soprattutto lo faccio perché in questo, che apre il libro e si intitola L'armadio, ci sono già tutti gli ingredienti per capire che si tratta di un gran bel libro e punto. 
Nel sottotitolo c'è il filo rosso che tiene insieme i racconti: sono undici luoghi che costituiscono la mappa, ovvero i diversi scenari dell'infanzia di due bambini, fratello e sorella, con contorno di adulti. 
A essere più precisi, si potrebbe dire che è proprio lei, l'infanzia, a essere in questo libro un luogo prima ancora di essere un tempo. 
E come spesso accade, i suoi contorni, via via sempre più nitidi, si ricavano attraverso i fatti che si susseguono. Sono principalmente loro a raccontare, in un continuo gioco delle parti tra piccoli e grandi. 
Nessuna morale, nessun insegnamento. 
Ma andiamo con ordine: prima i bambini e poi gli adulti. 
Resto sempre basita quando riconosco, ovvero sento risuonare come suono conosciuto, le infanzie raccontate dai grandi ai bambini. 
La Parr non si smentisce neanche stavolta: come già nei precedenti suoi libri, cuce fatti, azioni, accadimenti con pensieri profondi, talvolta profondissimi, che tengono insieme le parti per dare spessore, profondità e senso alle cose. 
Pensieri che passano veloci, quelli dei suoi bambini, perché è così che pensano i ragazzini: vanno a fondo e poi scartano verso qualche altra cosa... Invece, i pensieri che hanno avuto modo di decantare, sono quelli dei suoi adulti. 
La domanda a questo punto si impone: perché solo alcuni adulti, tra cui la Parr, sanno raccontare i bambini meglio di altri? 
Forse perché vanno a pescare in quella regione emotiva che non li ha mai abbandonati, ossia raccontano di cose che un adulto e un bambino hanno in condivisione, pur essendo tra loro diversissimi? 
Per esempio qui, parlando di paure, è difficile che un grande creda ai mostri, ma la paura di un ladro che violi il nostro rifugio è roba che non ci abbandona mai... E Ida, la sorella "più matura" è lì a dircelo, chiaro e tondo. 
E come sono gli adulti di Maria Parr? 
Come a spesso accade nei libri del Nord, gli adulti sono gran belle persone, anche nei loro limiti: più volte ci si commuove, e altrettante si piange dalle risate. 
La loro bellezza risiede nella grande onestà di presentarsi per quello che si è, nel rispettarsi per quello che si è e nel volersi bene per quello che si è. 
Senza mai sottrarsi al loro ruolo di curatori di piccoli in crescita, qui vediamo genitori e zii che si muovono disinvolti tra una gamma molto varia di sentimenti. 
Soffrono, ridono, amano, sbagliano, vanno in profondità o galleggiano spensierati davanti a figli e nipoti con una integrità, lealtà, una trasparenza interiore, una consapevolezza di sé così profonda che è davvero difficile non notarla e non apprezzarla. 
Faccio anche qui un esempio: madre e figlia chiacchierano sottovoce, prima di separarsi e prendere ognuna - alla pari - la strada verso il proprio sonno. La cosa che è appena accaduta, ossia la paura di un mostro che è diventata la paura di un ladro, nasconde dentro di sé una grande verità che quella "matura" bambina esplicita con estrema chiarezza: "quando smettiamo di avere paura di qualcosa, il cervello scova qualcos'altro di cui avere paura, qualcosa di più pericoloso, e così più diventiamo grandi, peggio è". 
Incontrovertibile, ma il modo per andare oltre lo sa solo chi ci è passato attraverso. E non è un caso che ci sia lì una figlia che sulla questione in qualche modo interroga una madre. E così accade che la "grande" racconti alla "piccola". 
E come lo fa? 
Senza giri di parole, va dritta verso quello che è: nessuna ipocrisia, ma piuttosto affetto, rispetto e tanta vita vera... 
E cosa le dice? 
Questo: «Quando diventiamo grandi, dobbiamo spesso prenderci cura di qualcuno. E allora va meglio.» «Ah, sì?» «Sì. Se ci si deve prendere cura di qualcuno più piccolo di noi, qualcuno che è più spaventato, non rimane così tanto spazio per le nostre paure. Per questo quando ero piccola volevo un fratellino o una sorellina», ha aggiunto. E poi ha raccontato che zio Øyvind, suo fratello maggiore, la sera doveva sempre accompagnarla su per le scale della mansarda, perché lei credeva che dietro la carta da parati abitasse un fantasma che quando era buio veniva fuori attraverso una fessura. Io mi sono messa a ridere.«Ma adesso devo prendermi cura di te e Oscar, così ho il coraggio di salire le scale da sola. Senza problemi.» 
Ecco. 
Moltiplicate tanta bellezza per enne volte e otterrete questo libro magnifico! 

Carla

mercoledì 22 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL TELEFONO  

La cabina telefonica di Yuan Huan, Miyase Sertbarut, di Zülal Öztürktrad. 
(trad. Maria Chiara Cantelmo) 
Emons Edizioni 2024 



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni) 

"'Qualcuno ha letto un libro durante il fine settimana?' Ilhami alzò immediatamente la mano. Caner e Zümrüt quasi si cacciarono sotto il banco per nascondere le risate. Credevano che da lì a poco avrebbero ascoltato la storia di una bambina morta di freddo mentre vendeva fiammiferi in strada. Ovviamente una storia del genere era triste, ma era divertente il fatto che il libro non fosse adatto alla loro età. Con quella fiaba Ilhami sarebbe diventato lo zimbello non solo della classe, ma di tutta la scuola." 

Le cose non andarono così, perché Ilhami non raccontò La piccola fiammiferaia, il libro preso a caso in biblioteca, ma un'altra storia: La vendetta delle lettere. Storia, questa che, non si sa come, aveva ascoltato in un rottame di cabina telefonica abbandonata nel parco. Il circo che aveva dovuto lasciare la città anzitempo l'aveva lasciata lì in mezzo, insieme a tanti altri altri rifiuti che nel giro di pochi giorni sarebbero stati portati via. 
La cosa assurda che succede è la seguente: quel ragazzino entra nella cabina, tiene in mano la cornetta, scollegata da qualsiasi filo, e ascolta ogni volta una storia diversa che lui, puntualmente, racconta in classe il giorno dopo per espressa richiesta della prof di turco che vuole che i suoi alunni leggano e raccontino quello che hanno letto al resto della classe. 
Ilhami, che non legge e non vuole cominciare proprio ora. Il suo ragionamento non fa una piega perché tra il leggere una storia e ascoltare una storia è molto meno faticoso ascoltarla. Il risultato finale, in fondo, non cambia: avere una storia da raccontare in classe e fare bella figura con la prof e prendere un bel voto. E questo è quello che succede, all'insaputa dei suoi due amici del cuore che di lui sospettano, ma non capiscono fino all'ultimo cosa stia veramente accadendo. 
 Storia dopo storia, ascoltata furtivamente nella vecchia cabina telefonica, quel ragazzino si appassiona e, oltre a collezionare buoni voti a scuola, capisce una grande verità: le storie sono come l'aria, necessarie. 

Diciamo che Emons è la casa editrice elettiva per pubblicare questa storia che arriva dalla Turchia. Miyase Sertbarut, autrice di successo in patria, ci sta dicendo proprio questo: le storie possono arrivare sotto forme diverse. Possono essere lette da una pagina di libro, ma possono anche essere ascoltate con qualcuno che le legge per te ad alta voce. Il fatto importante è che arrivino. Come dice Benni "non c'è rivalità né inimicizia tra libro e audiolibro". 
Che una storia sia solo ben scritta oppure che sia ben scritta e poi letta altrettanto bene ad alta voce per tutti quelli che vogliono ascoltarla, resta comunque un bell'incanto
Il tempo dell'ascolto non esclude quello della lettura, anzi spesso è prodromico. Almeno questo è quello che pensa la prof di turco, ma anche molte altre persone. 
Certo è che una sola cosa è imprescindibile: la storia deve essere una buona storia. E quella, anzi quelle, che Miyase Sertbarut imbastisce - secondo lo schema della storia cornice che al suo interno ne contiene quattro, quasi cinque - colpiscono per originalità di sguardo. 
Già la storia cornice in sé, in particolare la sua conclusione in cui si trova un senso a tutto il mistero iniziale, è un piccolo congegno piuttosto interessante. Ma la vera piacevolezza arriva nelle storie che la voce misteriosa racconta al ragazzino attraverso la cornetta del telefono. 
Sono racconti autoconclusi che per la necessità di stare nella ventina di pagine diventano blocchetti narrativi belli densi e con una prospettiva di osservazione sempre originale. Brevi sguardi sulla vita quotidiana in Turchia con personaggi sempre molto credibili e riconoscibili anche per il nostro vissuto. Non ci sono maghi e streghe, ma fornai, editori, librai, scrittrici e un consistente numero di ragazzini. I vari pizzichi di magia che l'autrice dispensa qui e là servono a non spiegare proprio tutto, con il risultato di chiamare dentro il lettore che vuole a tutti i costi capire. Insomma si tratta di quel po' di mistero che, anche nella vita vera, rende alcune giornate leggermente diverse dalle solite routine. 
Ma la cosa ancora più interessante è un'altra, ossia la riflessione più generale su cosa nasconda una narrazione fatta di parole e messa nero su bianco su una pagina di libro. 
Non pochi illustratori hanno costruito storie che hanno ragionato sul bianco della pagina, considerandolo uno spazio vero e proprio (pensiamo a cosa è stato disegnato intorno alla cucitura centrale delle pagine), oppure su quale sia il mondo che si nasconde dietro la pagina bianca, uno su tutti David Wiesner con I tre porcellini
Ecco. Altrettanto fa Miyase Sertbarut, ragionando - attraverso le storie raccontate al piccolo Ilhami -su quello che, con la giusta dose d'immaginazione, le parole, i luoghi, i personaggi possono fare: cancellarsi, scavare un buco tra un qui e un altrove, abitare una zona di mezzo tra l'una e l'altra, o ancora rimanere bloccati - come intorno al castello di Rosaspina - ma non per un incantesimo, ma molto più realmente perché l'editore li tiene fermi immobili nel racconto, semplicemente perché non vuole pubblicare il libro di cui sono i protagonisti. 
In questa prospettiva, tutta la metalettura che attraversa La cabina telefonica di Yuan Huan richiede un piccolo sforzo in più da parte dei lettori, un po' di sassolini in tasca perché, dopo essersi persi camminando in diverse direzioni e dimensioni, tornino finalmente a casa. Magari a leggere un libro, anche se con ogni probabilità la loro consapevolezza sarà diversa. 

Carla

lunedì 22 aprile 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IPOTESI SU UN "LETTORE CHE NON SI FIDA" 

The Kissing Game. Short Stories, Aidan Chambers (trad. Marta Barone) 
Equilibri 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Il giorno prima avevo compiuto undici anni. Nel cortile della scuola giocavamo al gioco dei baci. Era una specie di rito. Tiravamo a sorte per decidere le coppie, un maschio e una femmina. Poi, una coppia alla volta, andavamo dietro la palestra dove nessuno poteva vederci e dovevamo restare lì finché gli altri non finivano una delle canzoni della top ten. Pensavamo fosse roba forte! C'era una ragazza che mi piaceva. Era la prima per cui avessi mai preso una cotta. E credevo che lei provasse lo stesso per me. Avevo una voglia matta di baciarla. Fino ad allora, era stato solo un gioco, e la parte dietro la palestra non mi interessava un granché. Ma quel giorno, quando estrassi a sorte, venne fuori lei..." 

Forse nasce da questo episodio, che lui stesso ha scritto su un foglio, la patologica timidezza di James. 
In questa lettera che fa recapitare dal postino complice, a Rosie, la nipote dei suoi vicini di casa, lui le racconta della sua prima fallimentare e traumatica volta al "gioco dei baci". Da quelle poche ma sincere righe traspare tutto il suo impaccio nelle relazioni con le sue coetanee, Rosie inclusa, che ormai dura da anni. Anche lei, però, sembra avere qualcosa che la turba e che l'ha allontanata da casa, facendola arrivare a casa degli zii. A uso e consumo del vicinato è stata messa in giro la voce che Rosie soffra di agorafobia, ma le cose sono in realtà diverse. E sarà proprio Rosie ad aprirsi con James, quello stesso giorno - al di qua e al di là della staccionata di legno che tiene separati i rispettivi giardini. Sarà lei a raccontargli di come anche nel suo caso il "gioco dei baci" sia stato fatale: altro che pochi baci ed effusioni dietro la palestra di scuola per il tempo di una canzone... Per lei una terribile violenza di gruppo, subita qualche tempo prima. Si è trattato di un vero agguato organizzato da quello che lei credeva il suo amato ragazzo con la sua banda di 'compari'. 
Rosie guida James verso quello che sembra un tenero e innocuo gioco fatto perché entrambi possano superare il trauma di quell'altro gioco finito male: la mano destra di lui si intreccia con la sinistra di Rosie attraverso la staccionata, le due teste al di là del bordo si avvicinano verso un bacio dolce e appassionato. E l'esito verso la ricerca di un qualche riscatto nei confronti della vita, trova invece un finale che toglie anche l'ultimo respiro all'innocenza. Ormai è finita. 

Chambers è un autore necessario. 
Ragion per cui in casa Equilibri, forse i più devoti apostoli del chambersianesimo, non si perde occasione di diffondere la sua poetica e soprattutto i suoi pensieri e le sue pratiche intorno alla letteratura: dalla 'rilettura' del diario di Anne Frank in una prospettiva ancora ulteriore che possa servire a una riflessione sull'adolescenza tout court, ai suoi 'manuali' su come far radicare in modo efficace e duraturo la letteratura di qualità nelle terre dove pascolano i lettori difficili.
I suoi romanzi circolano in Italia da trent'anni: la stragrande maggioranza pubblicati da Rizzoli, ma anche Giunti e Einaudi hanno reso merito alla sua scrittura, infatti The Kissing Games, arriva per la prima volta con Giunti nel 2011. Un libro di racconti in grado di racchiudere in sé le diverse qualità che contraddistinguono la visione di Chambers sulla realtà, quella degli adolescenti in particolare, e il suo modo di trasformarla in letteratura. 
La forma del racconto sembra essere la casa ideale dove accogliere il "lettore che non si fida". Lui, "il lettore che non si fida", lo annusa perché quel titolo è un buon gancio, ma poi pensa che possa rappresentare per lui una noia, se non una fatica: più di duecento pagine. Quindi se ne allontana e, a raccogliere storie, va altrove. Ma se solo "il lettore che non si fida" ha fatto il gesto di sfogliare The Kissing Games prende atto di due cose subito evidenti. 
La prima: sono racconti, appunto. Roba breve, nella maggioranza dei casi, che si esaurisce in poche pagine. E, per di più, alcuni sembrano addirittura dei copioni. Dialoghi serrati che si leggono in un fiato: la flash fiction, che si compone di due parole che si accendono luminose nella sua testa di "lettore che non si fida" (E Chambers lo sa bene). E se il caso vuole che gli corra lo sguardo su Tipo vivere il gioco è fatto. 
Lì dentro c'è qualcuno che conosce. E, una volta arrivato in fondo, dopo 20 secondi al massimo, accade la seconda cosa: il "il lettore che non si fida" capisce che quel finale è un buon finale. 
Di solito sono gli incipit e finali a colpire. Quindi, un buon finale, ossia un finale che non ti aspetti, fa il resto. La cosa che potrebbe succedere è che il solito "lettore che non si fida" ne legga un secondo, di flash fiction, diviso in scene, magari Il dibattito su Dio, e in qual caso verificherà che Chambers è anche un buon narratore dell'assurdo. Effettivamente sembra un piccolo pezzo di teatro che odora di Beckett, dove si parla di di Dio e si dimostra il teorema della pistola, ma con una banana. 
Se il "lettore che non si fida" ora decide di fidarsi almeno un po' e quindi andare verso i racconti più lunghi, e comincia con ordine, troverà la storia di una ragazza che sta cercando un suo posto nel mondo e lo fa con prevedibili ingenuità, desiderio, irrequietezza e sfida. Da Cindy (un soprannome che è tutto un programma) a Ursula, lei pensa sia sufficiente mascherarsi con i vestiti di sua sorella per arrivare a essere visti o notati dagli altri... 
Il "lettore che non si fida" oramai ha cominciato a fidarsi e a questo punto va avanti. Segue Chambers che mette in scena in una caffetteria uno scorcio di vita di relazione tra un ragazzo e la sua ragazza, che gli compare davanti con il suo nuovo ragazzo. Oppure "il lettore che adesso un po' si fida" ascolta Chambers mentre gli racconta le difficoltà che gli adolescenti incontrano nei confronti degli adulti: sia che abbiano voglia di raggiungere una qualche indipendenza economica, sia che li sfidino, opponendosi alla loro manifesta stupidità nel volersi attenere per forza a una regola scolastica, palesemente fasulla. 
Poi arriva Kissing Game, che è il cuore pulsante del libro che poi prosegue con altri brevi e splendenti racconti. Uno che fotografa un mondo fuori dagli stereotipi e dalle convenzioni - a costo zero (confesso il mio preferito, per quanto riesce a mettere in crisi il pensiero comune che si può riassumere in consumo quindi esisto) - un altro che rende omaggio alla profondità di pensiero che emerge nella letteratura russa, capace di riassumere in un'unica parola una delle sensazioni più complesse che attraversa l'intricato vivere degli adolescenti: toskà
Da questo punto in poi, il nostro lettore è a un passo dall'averlo letto tutto... 
Arrivato fin qui, speriamo, starà pensando che in fondo valeva la pena fidarsi di Chambers, perché lui scrive buone storie ed è onesto con il suo lettore. 
E in quanto tale, aggiungo, è necessario. 
E questo, solo per chiudere il cerchio. 

Carla

mercoledì 21 febbraio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

RACCONTARE STORIE PER DOMANI

Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos 
#Logosedizioni 2023 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Non preoccuparti, disse una voce nella sua testa. 
Fu allora che vide una piccola ombra staccarsi dalla collina e coprire per un attimo il fuoco. Poi l'ombra avanzò lungo il viale e a un certo punto si fermò, come se volesse lasciare tra sé e Barra Tre uno spazio abbastanza ampio per battere in ritirata. 
Allora, disse la voce nella sua testa, mi presento, io sono Caliban, e no, non sono una cosa da mangiare. Sono un cane, e anche se tu non sai che cos'è un cane, e ci sono certamente dei cani terribili, e c'è anche chi i cani se li mangia, io non voglio farti niente di male e tu non ne farai a me. Adesso avvicinati al fuoco che ti presento gli altri." 

Barra Tre, questo è il diminutivo del suo nome completo che è CSU 956.072/3, ossia l'acronimo di Corpo Sostitutivo Umano, è sopravvissuto al veleno che doveva eliminare lui (o lei) e molti altri CSU buttati nella Grande Vasca. Relitti, ormai erano inservibili, che erano stati 'spenti' dalla fabbrica che li aveva progettati e poi costruiti. 
Barra Tre non soccombe come gli altri e la mattina successiva, sempre sotto una pioggia incessante, si alza in piedi e, con le poche forze che ha, si fa guidare dalla voce che sente nella testa, quella di un cane, Caliban, telepatico. Cane vecchio e un po' sciancato che lo conduce dagli altri che con lui vivono sulle colline del Cimitero delle Macchine. Ad aspettare Caliban ci sono infatti Je Rin, un vecchio clochard dalla lunga barba bianca e dall'incedere regale, nonostante sia vestito di stracci, in quel preciso momento occupato ai fornelli, e AP, un robot dalla forma di grande uovo metallico che fluttua a mezza altezza, smagliante nella conoscenza e nel pensiero, nonostante sia ormai molto scrostata la sua originaria verniciatura rossa. 
© Roger Olmos

Loro tre formano già un piccolo nucleo, una Compagnia Miracolosa, cui Barra Tre si aggiunge, felice di riempirsi un po' la pancia e soprattutto di non sentirsi più solo (o sola) per quel poco che gli resta da vivere. 
Questa è la loro storia. Questo è il loro viaggio, un paio di mesi dell'anno 2520, attraverso luoghi del pianeta, ormai quasi irriconoscibili se non per piccole tracce che affiorano qui e lì nella memoria di chi racconta e di chi legge. 

Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine. 
Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti. 
Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante. 
Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine. 

© Roger Olmos

Guai se non fosse così. Tuttavia, nello stesso tempo, tanto le immagini quanto il testo hanno la capacità di rischiarare possibili percorsi per uscirne incolumi. 
Le buone storie lo fanno!
La scrittura di Meschiari - che qui ancora una volta mette in campo le sue competenze professionali insieme a quelle più creative - fa una continua operazione di connessione tra il racconto in sé e il senso profondo di cui è intriso. 
All'unisono si muove Olmos, che non perde occasione di raccontare la finzione attraverso una realtà potenziata, ma riconoscibile in tutto e per tutto.
 
© Roger Olmos

Per poi chiudere con una tavola finale che si lascia indietro tutto il disastro fatto di macerie fin lì per offrire uno scenario di una Terra tutta nuova: luminosa, primordiale. 
Lo si può definire dunque parabola, fiaba, racconto epico, ma si lo si potrebbe chiamare anche e soprattutto mito: Kosmos ha la capacità di 'far vedere' le cose, senza per questo mai cadere nella didascalia. Il processo di passaggio da un'apocalisse a una genesi, da una fine a una nuova nascita, è palpabile. 

© Roger Olmos

E qui entrano in gioco ancora una volta l'antropologia di Meschiari e l'arte di Olmos. 
Da antropologo e narratore di storie, Meschiari riesce a mantenere quella necessaria lucidità di pensiero che fa diventare il suo racconto qualcosa che va ben oltre la pura distopia. Lo trasforma davvero in una narrazione che con il mito condivide chiarezza e luminosità. 
Da artista, Olmos dà forma a un immaginario che inquieta per quanto reale appare. E lo fa, nonostante le distorsioni. Per poi sciogliersi invece dentro uno scenario primigenio, che è aria pura. 
Mi pare di aver letto in una intervista a Meschiari che questa sua scelta di riflettere in chiave antropologica attraverso la letteratura di invenzione sia una sua modalità per indirizzare il pensiero scientifico verso una dimensione dichiaratamente immaginativa. Questo gli permette di raggiungere il suo obiettivo primario, ovvero l'esplorazione di ciò che è ancora ignoto. Ma mette in pratica anche il suo contrario, ovvero Meschiari è capace di permeare la letteratura di riflessioni antropologiche per dare ai suoi lettori una possibile chiave di lettura del mondo e del modo di starci dentro. 
Ed è forse in questa prospettiva che la lettura di Kosmos diventa strumento nelle mani di un lettore. Lettori di oggi, ma forse ancora di più di domani, visto il nome dato alla collana: La capsula del tempo.
Da una parte, le grandi questioni quali la terra come matrice comune, l'importanza dell'altro da noi, la necessità del mutuo soccorso, l'affermazione della propria identità, la lotta contro l'ingiustizia e la prevaricazione, il potere e le sue nefandezze, l'amicizia, l'affetto, la perdita e il suo superamento, la memoria... e potrei continuare. Tutte queste cose sono lì sulla pagina, intrecciate in un racconto che sa essere anche avventuroso e al tempo stesso sottilmente ironico. 

© Roger Olmos

Dall'altra parte irrompe l'immaginario di Roger Olmos che ha il potere di rendere su quella stessa pagina tutto drammaticamente visibile e indelebile. 

Carla