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mercoledì 4 giugno 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ALTRO CHE PARADISO TERRESTRE! LA CREATIVITÀ DELLA CREAZIONE 


È appena (ri)uscito per Mondadori questo volume che raccoglie trentadue racconti di Ted Hughes originariamente pubblicati in tre libri separati da Faber and Faber tra il 1963 e il 1995: How the Whale Became, Tales of the Early World e The Dreamfighter e poi arrivati in Italia con Emme, nel 1981, e quindi con Mondadori nel 1992.
Si raccontano i giorni della creazione: quello che nella Genesi accade tra il quinto e il sesto giorno in maniera perfetta e definitiva, qui si dilata in una quotidianità brulicante di fatti e fatterelli che raccontano come ciascun essere vivente divenne ciò che oggi è; come è andata quando tutto cominciò. 
Gli esseri viventi “non avevano idea di cosa sarebbero diventati” e dio era impegnato a dare vita ad esseri di ogni sorta, dando prova di infinita ed ingovernabile creatività. Ingovernabile la sua creatività ed altrettanto ingovernabile il creato. Per esempio, la Balena. 
Lei spunta nell’orto di dio come un ortaggio sconosciuto allo stesso creatore che, curioso di vedere cosa ne sarebbe venuto fuori, lo lascerà crescere. Ma l’ortaggio cresce e cresce raddoppiando e triplicando ogni giorno le sue dimensioni. Sai dirmi che razza di creatura sei? Lo sai o no? le chiederà. E lei: Sono la Pianta Balenina. Avrai sentito nominare la Rosa Canina e l’Erba Viperina. Bene, io sono la Pianta Balenina. La pianta balenina rischiava di ricoprire tutta la terra così dio raduna gli animali e dopo tre giorni di consultazioni, tra i suggerimenti di tutti, e con una presa in giro bella e buona, la pianta balenina fu sradicata e gettata in mare contro la sua volontà, con la promessa che un giorno, forse, sarebbe riuscita a tornare nel suo orto. 
Se nella Genesi il soggetto è il creatore, in questi racconti lo spazio dell’azione è condiviso: il creatore e il creato interagiscono alla pari. Alcuni esseri viventi, come si è visto per la balena, arrivano al mondo in completa autonomia. Un interessante punto di partenza per raccontare un divenire piuttosto caotico e assai divertente. Nessuna idea di perfezione, né di compiutezza traspare da questi racconti: il creatore è piuttosto un artigiano puntiglioso ma anche distratto, saggio ma a tratti ingenuo, onnipotente e allo stesso tempo sopraffatto egli stesso dalla creatività del creato. Ne vengono fuori dei racconti parecchio fantasiosi in cui gli esseri viventi si affannano a trovare il loro posto nel mondo. 
C’è quello che sarebbe diventato un cane selvatico, che però voleva tanto essere un leopardo, e lo seguiva e lo imitava in modo da diventare come lui. Ma alla fine di un lungo ed inutile apprendistato, sempre alle calcagna del leopardo, riuscirà soltanto a diventare la iena, che del leopardo mangia solo gli avanzi. 
Oppure l’asino, che voleva diventare Ogni Animale, e si esercitava a diventare ora l’uno, ora l’altro, e pure quando l’uomo lo assume per tirare l’aratro, l’asino pensa di allenarsi mentalmente durante le ore di duro lavoro. Presto si accorse di essere molto bravo a fare ciò. Poteva immaginare per ore e ore di essere tutti gli animali che desiderava (uno Stambecco, per esempio, che spicca salti tra le nuvole di balza in balza, o un Salmone che risale l’impetuosa corrente dei fiumi) soltanto nella sua testa. Per poi adattarsi ad essere proprio e soltanto un asino. “Dopo un po’ che gli animali erano sulla Terra, cominciarono a stancarsi di ammirare gli alberi, i fiori e il Sole e presero ad ammirare se stessi. Ogni animale era sempre più desideroso di essere ammirato e impiegava ogni giorno una parte del suo tempo a farsi bello. 
Ben presto cominciarono a tenersi delle gare di bellezza. 
Qualche volta il primo premio lo vinceva la Tigre, qualche volta l’Aquila e qualche volta la Coccinella.” Furbizia, vanità, invidia, solidarietà, vanno a comporre un universo parecchio rassomigliante al mondo degli umani. 
Quando il Gufo divenne Gufo, la prima cosa che scoprì fu che riusciva a vedere di notte. La seconda cosa che scoprì fu che nessun altro uccello ci riusciva. La terza cosa fu che trovò presto un modo per gabbare i suoi simili e poterseli mangiare a piacimento variando la dieta di topi, ratti e scarafaggi che gli erano toccati fino ad allora. Certo il suo piano dopo un po’ fallì, ma lasceremo ai lettori i dettagli di questo struggente racconto. 
L’Uomo e la Donna, anche loro vengono creati: l’Uomo con estrema facilità: Dio si limitò a plasmare l’argilla, ci soffiò dentro la vita e oplà! l’Uomo ne è saltato fuori, bello che pronto. Dopodiché non gli restava che fare la sua migliore metà. Dio si impegnò molto e fu compiaciuto di averla creata perfetta. Ma, ecco il problema! Non riusciva a soffiarle dentro la vita. Lei era lì, ancora calda nelle mani di Dio, perfettamente plasmata. Molto più perfetta dell’Uomo. Ma ancora senza vita. Lo sconforto di dio era grande ma quello dell’uomo si era tramutato presto in una crisi isterica: come poteva vivere infatti senza la sua migliore metà? (hi! hi! hiI! ndr). L’operazione si rivelava davvero impossibile tanto che dio chiese aiuto con un proclama da pubblicità: Ricompense divine per chiunque riesca a far vivere la Donna! 
Sarà la mamma di dio a trovare la soluzione: con precise indicazioni che coinvolgeranno in primis la luna, verrà alla luce un bambino umano e a custodirlo sarà posta una terribile tigre che spaventerà lo stesso onnipotente, come se quel bambino umano che aveva preso vita senza il suo soffio vitale fosse troppo per lo stesso dio. Non mancano i buchi neri, un Poltergeist, un demone responsabile della nascita dell’ape e certi alieni che si mascherano da incubi e che si insinuano nell’orecchio di dio togliendogli il sonno. 
Siamo di fonte a un’opera complessa che presenta molteplici livelli di lettura utilizzando una lingua piana e ariosa, facilmente godibile da orecchie piccole e curiose. Una lingua capace di mostrare caratteri e paesaggi di un mondo che risulta allo stesso tempo primitivo ed attuale. Racconti di metamorfosi che hanno molto a che fare col mito e ben poco con la ricerca della perfezione. 

Patrizia 

 “Com’è nata la balena e altre storie”, Ted Hughes, trad. Riccardo Duranti, ill. Fabio Visintin, 
Mondadori 2025 
 

lunedì 12 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RADICE UNICA

Cromosomi
, Fabian Negrin, Kalina Muhova 
Edizioni Corsare 2025 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"2025 - Mi chiamo Lucia e, mamma mia, come sono diventata vecchia... 
1963 - Sembra ieri che con Giorgio andavamo a ballare ogni sabato sera. Due fan scatenati dei Beatles. E tutte le domeniche burraco con l'allegra compagnia di amici. Quante risate! 
1951 - Giorgio l'ho conosciuto a Ischia. Mi ricordo l'emozione la prima volta che lo vidi. L'incontro avvenne sulla spiaggia dell'albergo Vittorio. Quello dove, da quando ho memoria, passavo ogni estate con i miei genitori..." 

La sua mamma era molto ansiosa e quindi il tempo che Lucia poteva passare al sole facendo castelli di sabbia, nonostante il cappellino, era limitato. Il suo babbo invece le lasciava fare molte più cose, compresi i tuffi di testa. 


Di mestiere lui era fotografo ed era sempre in viaggio, sua madre invece era nata a Londra ed è lì che si erano conosciuti... 
Il nonno di Lucia che di professione era capitano di lungo corso e viaggiava con la sua nave lungo la rotta Londra - Hong Kong si era innamorato di una giovane cinese e l'aveva sposata contro il volere della famiglia (un Pinkerton controcorrente). E quindi non è un caso che la Lucia di partenza abbia un po' gli occhi a mandorla... 

Ed ecco che i cromosomi fanno la loro entrata in questa storia. 


Fabian Negrin costruisce un'esile architettura narrativa che sulla genetica poggia le fondamenta. In altre parole, i cromosomi che riempiono i risguardi sono lì a testimoniare un fatto importante: noi siamo la nostra storia. 
Loro sono la nostra storia trascorsa (e indiscutibilmente anche la nostra storia futura), scritta piccola piccola: contenitori preziosi di DNA, sono la biblioteca del codice genetico che ci appartiene e che ci distingue da chiunque altro. 
Detto questo, Fabian Negrin prova a dare nomi e a costruire a ritroso una storia fatta di tanti episodi di altrettante piccole storie, quelle di chi ci ha preceduto. 
La novantenne Lucia ripercorre così il suo albero genealogico: genitori, nonni e poi bisnonni e poi indietro fino all'epoca delle Crociate, attraverso quell'anello che la bisnonna di Lucia aveva a sua volta ereditato e che aveva attraversato la genealogia della sua famiglia. 
Si va sempre più indietro, fino ad arrivare a Nefertiti. E prima di lei? 
Una sequenza di altri uomini e donne che hanno depositato piccole tracce di sé in chi è venuto dopo. 
Ma un punto di partenza di questo lunghissimo percorso ci deve essere stato - di certo in Africa, dove l'umanità ha avuto origine, e di cui Lucia è esemplare. 
È intrigante l'idea di dare forma al percorso genetico che distingue ognuno di noi, ossia di rendere tangibile e visibile un concetto complesso in cui il tempo, lo spazio, la biologia sono i piloni necessari, accanto a quell'altro concetto che non è proprio facile raccontare e che fino a Mendel non aveva neanche un nome... 
A prescindere dalla capacità di superare una difficoltà oggettiva nel creare una struttura che si dimostri leggera e soprattutto maneggevole per chiunque, in questo libro mi pare di cogliere una questione altrettanto importante: noi siamo tutti molto mischiati e tanto più andiamo indietro, tanto più ci avviciniamo alla radice che è - con buona pace di molti - unica.
 

Il seme del nostro albero genealogico, parrebbe sottolineare Negrin, è uno. Qualcosa di simile all'albero Pando, con una differenza: lui, essendo albero, con il crescere è diventato bosco, noi, crescendo, siamo diventati umanità. 
Bell'idea, bella storia. E come sempre con Fabian Negrin, bel finale. 
Ma come rendere visivamente questo viaggio attraverso spazio e tempo senza renderlo una noiosa galleria di personaggi? 
E quindi la seconda architettura è quella che si è inventata Kalina Muhova. 
Lavora sulla pagina come se fosse un suo blocco di appunti. Una sorta di taccuino di schizzi, di appunti che poi "pulisce" per renderlo leggibile a tutti. 
Mi ricorda quella sensazione di imbarazzo quando in università qualcuno ti chiedeva gli appunti della lezione... L'ordine, o per meglio dire il disordine, personale non è facile da condividere, quindi Muhova mette in pulito i suoi "appunti" e il testo di Cromosomi assume una sua iconografia, trova un suo ritmo visivo. 
La prima cosa necessaria da fare è fissare le tappe del tempo. E Muhova lo fa con quel rettangolino in alto che diventa l'orologio di questa lunghissima storia. 
La seconda cosa da fare è dare facce ai personaggi. E Muhova lo fa e li fotografa entro boxini quadrati: le foto tessera di ciascuno disegnate. Non tutti ma quasi hanno la loro. 
Terza cosa da fare è creare i legami, le connessioni. E Muhova si inventa un bel sistema, immediato quanto visibile: una linea tratteggiata che collega Lucia alla sua casa, oppure Lucia e Giorgio a diciott'anni, Charles e Mei attraverso i continenti, un anello con il quadro che lo ritrae al dito di qualcuno. 
Quarta cosa da fare è creare gli scenari, i contesti per rendere tutto meno scheletrico. Così Muhova, sullo sfondo delle foto tessera, disegna uno sfumato di una battaglia di crociati, come pure rinomate spiagge campane, anni Cinquanta. 
Quinta cosa da fare è non seguire sempre detto schema. E Muhova gioca su formati di immagini piuttosto diversi e movimentati. Nefertiti vince una pagina intera, così come l'abbraccio d'amore tra Charles e la sua sposa cinese... 


Sesta cosa da fare è quella di rendere otticamente tutto molto interconnesso. E Muhova si inventa l'uso di un pantone magnifico (che mette a dura prova la grafica dell'editrice e ora lo scanner che no gli rende giustizia) che è un faro illuminato sugli scaffali delle librerie. Non puoi non vederlo.
Settima cosa da fare è quella di dare spessore iconografico a questa carrellata di esseri umani. E Muhova cura, magari non proprio sempre sempre, pettinature e abbigliamento e fisionomie. 
Il risultato, un libro interessante. 

 Carla

lunedì 21 ottobre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FACEVA UN FREDDO CANE

L'amico inatteso
, Ivan Canu, Gianni De Conno 
Lapis 2024
 

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Dentro la tana, tremando nel suo pelo grigio, Lupo socchiuse gli occhi. 
Voleva dormire, ma nella grotta entrò la creatura che Cervo, Pernice, Lepre, Lince, Falco, Puma e anche Lupo temevano di più. 
Cacciatore portava in mano i suoi artigli di osso e pietra ed era coperto di pellicce. Alcune erano di lupo." 

Antefatto: quando un mattino il freddo si fa sentire Lupo si accorge di essere scontento perché è solo. E con la solitudine il freddo è ancora più freddo. Così si incammina e a tutti gli animali che incontra chiede amicizia. Lo fa con Cervo, con Pernice, con Lepre, persino con Lince e Puma e Falco. Nessuno lo asseconda. Tutti, chi per un motivo chi per un altro, gli fanno capire che di lui non si fidano, gli fanno capire che tra loro sono rivali. Allora Lupo capisce che forse deve cercare chi sia più simile a lui. 
E con questo pensiero entra nella sua tana fredda. E cerca di addormentarsi. 
Fine dell'antefatto. 


Cacciatore, la creatura che tutti devono temere, entra nella caverna. Probabilmente anche lui in cerca di riparo dal freddo e dalla neve che adesso cade abbondante. 
Quel che succede dopo è il fuoco che l'uomo accende per cuocere la carne, le radici e le bacche che ha con sé. L'odore che si diffonde è buono. 
Entrambi hanno fame. Si studiano. Il lupo sta a distanza e l'uomo gli tira un pezzo di carne... 
E il resto è il principio di una storia che non è ancora finita. 

La domesticazione del lupo è roba di 15.000 anni fa e, a leggere gli studi sulla questione, non deve essere andata poi troppo diversamente da come la racconta Ivan Canu. 
Comunque, così come la racconta lui è bella. 
Ed è bella perché è piena di sottintesi, di cose non dette o solo evocate, e quindi ha un bel po' di silenzio intorno. 


Proprio quel silenzio di cui Gianni De Conno ha amato avvolgere i suoi scenari sempre un po' velati, nebbiosi. Mai nitidi, così come Leonardo ha teorizzato nel Quattrocento. Una voluta rappresentazione della obiettiva mancanza di nitidezza che si prova nel guardare un paesaggio, ma anche un volto, da una certa distanza. La percezione visiva dell'atmosfera, con la sua umidità sospesa: quella 'nebbiolina' appunto. 
In Gianni De Conno 'lo sfumato leonardesco' sembra alludere anche a un qualcos'altro: a un tempo sospeso, un tempo quasi fermo, che si fa attraversare da pochi fatti e personaggi che lui mette lì ad abitarlo. Più che creature, paiono simboli. 
Ivan Canu e Gianni De Conno, che sono due giganti, hanno condiviso molte cose assieme e sono stati tra loro grandissimi e fedeli amici. Ma di libri fatti assieme, a parte questo, io non ne conosco altri. E trovo magnifico il caso, ma forse non lo è affatto un caso, che proprio su questa storia ci abbiano lavorato assieme, nel 2013 per l'editore francese Casterman che quell'anno lo ha pubblicato con il titolo, Froid de loup (il nostro freddo cane, direi). 
Ora il libro torna in qualche modo a casa, attraverso Lapis che lo pubblica, facendo un'operazione che con il titolo ha una curiosa risonanza: "l'amico inatteso", almeno a me è subito venuto in mente, è proprio De Conno alle figure. 


Fortunatamente, nonostante lui sia sfortunatamente morto nel 2017, i suoi libri circolano ancora, ma vederne di nuovi non capita dal 2018. 
Quindi ora vedere il suo muso di lupo, già quasi di cane, nella nebbiolina, vederlo attraversare mari diversi, foglie, erba, neve, dà esattamente quel brivido di chi incontra un amico che non si aspettava di vedere... 
A parte questa magnifica sorpresa, anche solo sfogliandolo, verrebbe da dire che le qualità di questo libro sono proprio, e ancora una volta, nelle sfumature. 
La stessa delicatezza che c'è nel testo, in questi brevi dialoghi tra il lupo e gli animali che incontra, in cui ogni volta si rinnova il canone del lupo feroce e infido, altrettanta la si ritrova in questo mondo nuovo e quasi vuoto che De Conno crea. 
Lo sfumato di De Conno, e certa ambiguità nel disegnare un lupo per niente vicino al lupo vero, ma invece cucirlo sull'icona che ognuno di noi ha del lupo letterario, corrisponde alla medesima mancanza di nettezza che mette Canu nel descrivere l'esigenza del lupo di avere un compagno con cui affrontare l'inverno - fino alla fine non è detto e non è chiaro se davvero quel lupo lì stia impersonando il suo omologo delle fiabe, o se invece sia davvero in cerca di un amico... 
Beh, De Conno per parte sua salta a piè pari oltre il problema e ancora una volta va diritto all'icona di ciò che vuol rappresentare. Riuscendo in qualche modo già ad anticipare i connotati del cane. 
Altrettanto evanescente sembra essere l'incontro nella caverna tra uomo e lupo. Alcune frasi alludono alla loro affinità che non parrebbe solo di intenti, ma arriva quasi a essere fisica, quegli occhi gialli e quelle zampe e quella pelliccia che indossano entrambi... 


De Conno però se ne impossessa e, sebbene distingua il lupo scuro dal cacciatore chiaro, gioca da solo la sua partita: il gesto di chi comanda è evidente...
Ma, laddove Canu al principio di questo incontro nella caverna scrive "si fissarono con gli stessi occhi gialli", De Conno si inventa invece uno sguardo in tralice che è portatore di significati ancora ulteriori e anche più veritieri. Non ultimo quello che "guardarsi dritto negli occhi" nel mondo animale è forse il gesto di maggiore sfida possibile... 


Ci sta che il mattino dopo quando De Conno li raffigura davvero occhi negli occhi, l'attimo successivo il lupo abbia abbassato i suoi... per farsi cane. 

Carla

venerdì 12 luglio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ISTINTO DI NARRARE 

La prima storia che abbiamo raccontato, Rafael Yockyeng, Jairo Buitrago 
(trad. Sara Ragusa) 
Terre di mezzo 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Trattenne nella memoria gli animali che avvistava fugacemente lungo il cammino. Si macchiò le mani, prima con il carbone, quindi con minerali, rossi, ocra; approfittava della superficie liscia o ruvida delle pareti. Usò minerali triturati, petali, pollini e bacche. 
Lasciò trasudare la roccia, trasformò la caverna in una cattedrale. Osservò la luce, si perse nella luce, disegnò la luce. Con il passare del tempo, quando il freddo crebbe e poi si calmò di nuovo, loro, i sopravvissuti di ogni notte, cercavano rifugio lì per riconoscersi, per cantare, per raccontarsi storie, per tornare a essere sé stessi." 

Lei è una bambina preistorica, del Pleistocene. Con la sua famiglia e con il suo piccolo clan e qualche animale che lungo il percorso si aggiunge allo sparuto gruppo, attraversa luoghi e tempi di un mondo nuovo nuovo. Per tutti loro, ma soprattutto per lei, è pieno di scoperte.
 

Per gli altri anche di incognite e di pericoli. La lotta per poter sopravvivere in condizioni così primordiali è davvero dura. Alcuni di loro non ce la fanno a sopravvivere, ma per quelli che restano, la scoperta di quella grotta, segna davvero un punto di svolta. 
E per lei diventa il primo grande spazio naturale per narrare tutto quello che il suo sguardo (al pari di bambini e animali), ben più attento di quello degli adulti a cui mancano del tutto gli occhi, la sua immaginazione più fervida, il suo pensiero più acuto di quello degli altri, nell'atto di farsi memoria, diventa immagine. 
Tutto si trasforma in figura che, a sua volta, dà l'avvio al primo racconto dell'umanità. 
 
Un libro senza parole per raccontare di come le prime storie che l'uomo ha raccontato a se stesso e ai suoi simili siano state quelle per immagini. 
Il grande silenzio del testo - fatta eccezione per la nota conclusiva - trova nelle grandi tavole a doppia pagina, in bianco e nero, il segno della grafite, un suo preciso significato. 
Il fatto che il libro sia senza parole non significa affatto che la storia che contiene possa variare di molto da lettore a lettore. Ciascun lettore, piccolo a grande che sia, avrà agio di mettere secondo una personale e quindi diversa sequenza i dettagli, i particolari, potrà seguire i singoli rametti narrativi, ma il nocciolo di senso intorno a cui ruotare, la radice da cui tutto si sviluppa, non cambierà di molto. 


Qui si sta dicendo una cosa molto ben chiara: il nostro essere umanità ci distingue dagli altri viventi per la capacità che abbiamo di narrare storie. Capacità che - in accordo con Jonathan Gottschall - ha tutte le caratteristiche dell'istinto (L'istinto di narrare, Bollati Boringhieri 2014). E come tale è necessario al pari di respirare. Capacità che ci dovrebbe rendere comunità: vedi la penultima e l'ultima immagine, per capire cosa si intende. 
Il secondo grande nodo intorno a cui tutto ruota ha appunto a che fare con la lingua delle immagini. Che detto da due che di mestiere fanno libri illustrati per bambini, sembra piuttosto prevedibile e comprensibile. 
Calvino, nella sua lezione sulla Visibilità, metteva in guardia dal pericolo di non saper più mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, perdere la capacità di raccontare per immagini. La questione è anche un po' questa. 
Lui, che è stato maestro assoluto del racconto fantastico, ha dichiarato che ogni racconto partiva da una immagine visuale: un uomo tagliato in due, un'armatura vuota, un ragazzino che sale su un albero e continua viverci sopra per sempre, fino al decollo definitivo in mongolfiera verso chissà dove: a proposito di immaginazione... 


In qualche modo anche Rafael Yockyeng e Jairo Buitrago ci stanno dicendo la stessa cosa: se voglio raccontare una storia, sarà una figura il mio primo punto di partenza. Come dargli torto? 
La parola arriverà dopo. Non è forse questo il processo della nascita del mito? Un'immagine con della storia intorno. 
E la storia senza parole che abbiamo davanti non ricalca in qualche modo il senso del mito che - ci hanno raccontato - è all'origine di chi siamo? 
A mio avviso si può fare qui anche un ulteriore passo nella direzione del ragionamento di Calvino. Alludo al punto in cui lui dà dell'immaginazione la definizione seguente: essa è il 'repertorio del potenziale, del possibile'.


Se è pur vero che quella bambina fa il primo passo mettendo in connessione la memoria, anche quella collettiva, la memoria del reale appunto (la caccia, la morte, le fughe sugli alberi, gli incontri con animali feroci e con animali che invece sono in cerca di domesticazione in cambio di cibo e protezione) con le sue mani e i pigmenti che si inventa, e sulle pareti di roccia rappresenta ciò che ha visto, è altrettanto vero che su quelle stesse pareti di fatto il racconto che lei fa, o meglio decide di fare, è solo una delle tante storie possibili che avrebbe potuto raccontare. 

Nessuna illusione: in questo gran bel libro ci sono comunque almeno tre cose che non mi convincono. 
La prima riguarda il titolo che, a quel che vedo, ha mandato in confusione tutti gli editori non ispanici che di Ugh! Un relato del Pleistoceno, ossia Uff! una storia del pleistocene, hanno dato versioni diverse. TdM, come è tradizione, ci ha tenuto a spiegare tutto in anticipo, gli anglosassoni hanno puntato invece sul fattore tempo: Afterward, Everything was Different. 
La seconda riguarda la spiega finale che pecca di retorica oltre che essere ridondante rispetto alle figure. Più apprezzabile sarebbe stato invece sottolineare che, non è solo per un fatto di parità di genere l'aver messo una ragazzina ai pigmenti, ma dipenderebbe -stando a quanto si legge negli studi per esempio di Dean Snow- da una nuova acquisizione scientifica: spetterebbe effettivamente soprattutto alle donne la gran parte delle pitture rupestri. 
La terza. Un verbo che si sarebbe potuto tradurre con più estro: "Lei aveva capito come approcciarsi alla roccia..." 

Carla

lunedì 14 novembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!


L’ANIMALE PIU’ PERICOLOSO DEL MONDO


Yuval Noah Harari, storico e filosofo, ha raggiunto un successo planetario con il saggio ‘Sapiens. Da animali a dei’ e poi con la versione a fumetti, in due volumi; tutti titoli pubblicati in Italia da Bompiani. Ora, lo stesso editore pubblica una versione per ragazzi, intitolata ‘Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo’, con le illustrazioni di Ricard Zaplana Ruiz.
La questione di fondo, posta dal libro di Harari, riguarda la comprensione della diversità umana rispetto al mondo animale cui appartiene e la specificità del Homo Sapiens rispetto alle specie umane con cui ha convissuto nella Preistoria.
Per dare risposta a una domanda così complessa, l’autore racconta con brevi capitoli ed una terminologia molto chiara l’evoluzione della specie umana e i profondi cambiamenti portati dalle prime grandi invenzioni ‘tecnologiche’: il fuoco, l’uso di strumenti in pietra e così via.
Quello che però contraddistingue soprattutto, ma non esclusivamente, la specie Homo Sapiens è il pensiero astratto, quindi la capacità di unire le comunità con un ‘racconto’ comune, e l’organizzazione di grandi gruppi che questo consentiva. La tesi, che denota un approccio soprattutto antropologico, è che la capacità di creare un universo simbolico abbia fornito ai nostri progenitori la possibilità di compiere un salto di qualità nella caccia alle grandi prede. Esempio, fra tutti, l’estinzione della mega fauna in Australia e in America, successiva all’arrivo dei Sapiens in quei territori.
Interessante la descrizione della vita delle comunità di cacciatori raccoglitori, così come il confronto con la nostra dimensione sociale contemporanea. Il libro ha due evidenti finalità: spiegare ai più giovani la storia della comunità umana cui tutti apparteniamo e, nello stesso tempo, sottolinearne l’immenso potenziale distruttivo, già evidenziato nel Pleistocene e poi continuato con le numerose estinzioni provocate dalla presenza umana. Il libro termina con un esplicito invito ai più giovani a farsi parte attiva nel modificare quello che non è un destino, ma una precisa scelta.
La finalità di Harari, di rendere maggiormente consapevoli i più giovani delle responsabilità della nostra specie nel futuro del mondo, è, con qualche riserva, condivisibile e importante. Forse un po’ forzato cercare nella Preistoria le radici di un modo di stare al mondo, un modo predatorio, ma l’intento è nobile, mostrandoci un ritratto a tinte forti della nostra specie. In particolare trovo che sia parziale il punto di vista che ci attribuisce solo un ruolo da spietati distruttori: infatti, come spesso si è sottolineato, non siamo solo i carnefici, ma anche le vittime, quelli la cui vita è messa a repentaglio dai cambiamenti climatici, e non solo, da noi stessi alimentati. Non è nemmeno detto che il mondo finisca con noi, ci sono molte specie resilienti, capaci di sopravviverci.
Inevitabilmente c’è qualche semplificazione: la coesistenza fra Sapiens e Neanderthal in Europa è stata molto più lunga di quanto Harari faccia supporre e così anche per altri aspetti.
Trovo comunque meritoria e stimolante questa traduzione della Preistoria in chiave ‘presente’, come annunciasse già le contraddizioni che abbiamo davanti agli occhi, quella grande potenza creatrice e, nello stesso tempo, un altrettanto grande potere distruttivo.
Consiglio la lettura a ragazzi e ragazze interessati alla storia, ma anche a quelli che vogliano trovane nuovi argomenti alla critica del mondo attuale, a partire dai dodici anni.

Eleonora

“Noi inarrestabili. Come ci siamo presi il mondo”, Y. N. Harari, ill. di R. Zaplana Ruiz, Bompiani 2022





 

lunedì 15 novembre 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PLEISTOCENE



Mi aspettavo un romanzo più ‘facile’, e l’autore non me ne voglia, e invece ho trovato un romanzo che squaderna una serie di questioni spinose all’interno di una trama coinvolgente, dal finale inaspettato. Si tratta de ‘L’ultimo cacciatore’, firmato da Davide Morosinotto per i tipi di Mondadori.
Partiamo dalla trama: l’azione si svolge alla fine del Pleistocene, in una zona dell’attuale Florida. Protagonisti un gruppo di ragazzini, cinque nati quasi contemporaneamente e una sorella di loro, che restano improvvisamente soli, dopo che un incendio devasta il loro villaggio e uccide le loro famiglie. Sono in un’età di passaggio, ancora non hanno fatto la prima vera caccia, ma non sono più bambini. Il protagonista della storia è uno di loro, Roqi, un po’ più piccolo, un po’ imbranato, senza una vera ‘vocazione’, o talento o abilità. È relegato in fondo al gruppo, insieme alla più piccola, Hana, che un talento ce l’ha e riguarda gli animali, che ama e non vorrebbe venissero mai uccisi.
Il mondo in cui vivono è popolato da animali giganteschi, la cosiddetta megafauna: mammut, megateri, ovvero bradipi terricoli, tigri dai denti a sciabola e così continuando.
Non a caso la prova di coraggio che segna il passaggio all’età adulta è proprio la caccia al mammut. Gli avvistamenti di questi giganteschi mammiferi si fanno sempre più rare, perché? Alla fine dell’ultima era glaciale, i cambiamenti climatici hanno messo in difficoltà numerose specie animali e la contemporanea presenza di un predatore sistematico come l’uomo le ha spinte progressivamente verso l’estinzione.
Questo è lo sfondo su cui si svolge l’azione. Il gruppo di Roqi, dunque, cerca di organizzarsi sfruttando le proprie competenze e abilità, sopravvivendo come può a tutte le insidie che li circondano. Il primo di loro a cadere non sopravvive alle ferite riportate nello scontro con un volatine gigantesco, intento a sottrarre una preda. L’incontro con un viaggiatore solitario sembra, viceversa, portare loro conforto. Li accompagna da un’altra tribù e i ragazzi portano in dono l’avvistamento di un mammut, avvistamento che attribuisce momentanea gloria a Roqi. Si organizza quindi la caccia non tanto al maschio solitario quanto al piccolo branco di femmine che lui sta seguendo.



L’esito della caccia è tragico, anche se porta alla tribù tutta la carne necessaria a superare l’inverno. Roqi viene accusato di portare il malocchio e viene bandito da tutti, anche dai suoi vecchi amici. Comincia il suo peregrinare solitario, basato sulle sole regole della sopravvivenza che gli richiedono di trovare tutti i giorni da mangiare, da bere e un riparo per la notte. Ma ci sono ancora sorprese: Roqi incontra sul suo cammino il vecchio maschio di mammut e decide di affrontare da solo la sua iniziazione e ricompare Hana, la bambina che non lo ha dimenticato e lo ha seguito fin lì grazie al fiuto del cucciolo di megaterio (almeno penso che sia quello l’animale descritto), adottato all’inizio della storia.
Morosinotto, come sua consolidata attitudine, ricostruisce l’ambiente con documentata precisione, inventandosi un lessico allusivo, che fa indovinare dietro gli strani nomi, gli animali che discendono da quelli preistorici; così come ricostruisce gli usi e i costumi di un’antica tribù di cacciatori raccoglitori, enumerandone non solo gli strumenti, ma anche le abitudini, le credenze; ne descrive la fragilità di fronte ai predatori, alle malattie, alle stesse superstizioni.
Tutto questo fa de ‘L’ultimo cacciatore’ un sapiente romanzo d’avventura. Ma c’è il finale a scompaginare le carte, perché non è il finale che ci si aspetterebbe in un romanzo per ragazze e ragazzi; non c’è un ‘happy end’ consolatorio, al contrario la descrizione di un mondo, quello del Pleistocene, al suo tramonto, mentre la specie cui apparteniamo già mostra le sue capacità distruttive.
Quanto al protagonista, Roqi rivela tutta la sua umana fragilità di fronte ad una natura soverchiante, ma al tempo stesso vittima di un agire umano inconsapevole.
Tutto questo non è rassicurante, non disegna la gloriosa storia dell’umanità come una linea retta che corre verso il futuro; e mette in luce i mali e le superstizioni di un piccolo gruppo umano, disarmato di fronte alle piccole e grandi tragedie della vita.
È un romanzo che apre numerose questioni: sul ruolo che abbiamo avuto e abbiamo nella biosfera dell’unico pianeta che abbiamo, su cosa sia vero coraggio, talvolta il non fare sarebbe meglio del fare, ma non siamo capaci di fermarci. Siamo ancora quel piccolo caparbio cacciatore, che non può vedere a cosa porterà uccidere tanti mammut, che non può pensare il futuro?
Non è un romanzo ‘facile’, nonostante sia avvincente, sostenuto dal ritmo dei colpi di scena, delle battute di caccia, delle svolte narrative, delle delusioni e dei tradimenti che portano il protagonista alla solitudine; è, al contrario, spiazzante, molto più denso di quanto potrebbe apparire a dare una scorsa alla trama. Un romanzo utile ad aprire questioni, direi quasi necessario, per diventare grandi.
Lettura caldamente consigliata a ragazze e ragazzi, partire dai dodici anni.

Eleonora

“L’ultimo cacciatore”, D. Morosinotto, ill. di F. Visintin, Mondadori 2021




venerdì 20 settembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO IL BAMBINO E' NUOVO...

Un tortino di mammut, Jeanne Willis, Tony Ross (trad. Pico Floridi)
Il Castoro 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Era stanco di mangiare erbaccia.
Era stanco di sgranocchiare semini.
'Un uomo delle caverne ha bisogno di ciccia!' disse Og.
'Catturerò il mammut e ne farò un tortino'"

Nelle battaglie, oltre all'intelligenza, quello che fa la differenza è la forza. Il mammut in questione è grandissimo, mentre il cacciatore è un omino delle caverne, magretto e solo soletto. Ma solo per poco: infatti nel suo progetto di cattura del mammut coinvolge i suoi amici Og, Ug, Gog, Bog, Nog e Mog. A ciascuno chiede un utensile utile allo scopo - dalla lancia al pentolone e al falò per cucinare. Ma l'uomo, fin dall'età delle caverne, non ama fare nulla per nulla, quindi in cambio degli utensili il futuro cacciatore promette fettine di tortino a tutti. Come lui, anche i suoi amici sono stufi dell'erbaccia e quindi aderiscono con entusiasmo al progetto.
Partono, lancia in resta, per catturare il mammut che però non ha voglia di finire zampe all'aria in un tortino....e si organizza dalla sua parte.



Quando Roberto Denti proponeva ai suoi clienti di libreria il Pinocchio e si sentiva rispondere: ancora Pinocchio, ma è vecchio! lui replicava con il suo vocione: Pinocchio è vecchio, ma il bambino è nuovo! Questo per dire che ci sono storie che possono serenamente attraversare le generazioni ed essere sempre smaglianti a ogni successiva lettura.
Pinocchio è sempre Pinocchio, ma anche la coppia Willis/Ross è sempre la coppia Willis/Ross.Si chiamano classici.
Il Castoro, non primo nell'ambito editoriale (perché già Babalibri da anni pubblica i suoi albi classici in una collanina detta Bababum), decide di pubblicare alcuni suoi 'cavalli di battaglia' in una edizione di formato più piccolo e in brossura con un prezzo (fatto non marginale) competitivo e li accorpa tutto sotto il marchietto I piccoli. Comincia alla grande, mettendo in prima uscita proprio titoli che hanno sicura presa.
Sebbene siano piccoli di formato, sono infatti grandissimi nel loro contenuto.


Insieme al Tortino di mammut, pubblicato grossomodo dieci anni fa, escono Gisella Pipistrella (2007), Paolona Musona (2008), Buon compleanno, Boa! (2015).
Questa scelta editoriale, a parte rendere l'acquisto di un albo illustrato un fatto che può avere anche cadenza settimanale, visto il costo, e può diventare accessibile anche a chi avrebbe tentennato a pagarlo un po' più del doppio, sembra dettata da una tendenza più diffusa che va a cercare indietro una qualità, che davanti - evidentemente, fatica a mostrarsi.
Ross e Willis sono decisamente un binomio felice. Un binomio di autori classici, a tutti gli effetti. Un binomio che è consolidato da una lunga militanza comune sulle pagine degli albi. E non solo.
Su che cosa si fonda la loro intesa e di conseguenza il loro successo?
Un registro condiviso che è quello dell'ironia, del divertimento, della leggerezza. Un registro che in Europa è stato sdoganato tanto tempo fa da Roald Dahl.


Un analogo gusto per raccontare storie forti che siano lontane dallo stereotipo, che propongano un ritratto dei protagonisti piuttosto intraprendente, con una certa sfiducia diffusa nei confronti dei più grandi di loro (adulti o animali che siano).
A questa prospettiva di fondo, si aggiunga che sono entrambi britannici (da cui il proverbiale sense of humor) e anche vicini nel loro percorso formativo: una volta di più la pubblicità e il graphic design si rivela uno dei più produttivi brodi di coltura per futuri autori e illustratori per l'infanzia.
Tony Ross, assimilabile per certi versi all'altro grande inglese Quentin Blake, è ormai da considerare un classico, uno dei maestri britannici. Oltre ai suoi capolavori dove è anche autore dei testi, lavora in armonia con tutti quegli autori che come lui hanno la risata nelle loro corde: Willis e Walliams in testa. Il suo modo di disegnare (come pure quello di scrivere) sono ormai un canone e hanno fatto scuola. Alterna serenamente tavole a doppia pagina nel Tortino di mammut, a quelle su pagina singola di Buon compleanno, Boa! per poi scegliere l'ancora più canonica cornice in Gisella Pipistrella e Paolona Musona. Al contrario sfonda i margini della pagina nella carica dei mammut, come a sottolinearne in modo silenzioso la loro potenza di sfondamento, appunto. 


Insomma sa fare e quindi fa quel che vuole, dialoga con lo spazio della pagina e con il testo che ne occupa una parte in grande scioltezza e con quest'ultimo si permette una serie di giochi ad effetto che hanno a che vedere con la grafica e con l'uso comunicativo che essa porta in sé. Gioca con il tipo di disegno: il mondo preistorico è avvolto in una nebbiolina sfumata e dai colori tenui, data dall'acquerello senza tratto di contorno a china. Mentre al contesto in primo piano dà rilievo con il suo tratto sempre un po' sporco, solo apparentemente abbozzato o incerto.

Ecco, questo divertimento e questa giocosità che il disegno restituisce hanno un loro preciso corrispettivo nei testi della Willis, tradotti qui con acuta sensibilità. Frequenti rime interne o assonanze, svariate ridondanze (che lette ad alta voce sono una goduria):

'E' magretto, ed è solo soletto'
oppure
'non ha una trappola per catturarmi,
non ha un carretto per portarmi,
un pentolone in cui infilarmi.
Non ha il fuoco per cucinarmi...'

sono divertimento allo stato puro.
Acuta nel dialogo con i suoi lettori su questioni che possono essere alla loro portata, nel costruire storie sulla ripetizione, altro fattore che rende piacevole l'ascolto anche per i più piccoli. Lo schema è collaudato: nel Tortino di mammut è un continuo riproporsi dello stesso modulo in cui è solo l'oggetto a cambiare. Lo stesso accade in Paolona Musona e in Gisella Pipistrella o In buon compleanno, Boa! con la sequenza di regali inutili per chi è serpente.
C'è da godersela.

Carla

lunedì 30 luglio 2018

FAMMI UNA DOMANDA!


SULLA STRANEZZA DEGLI ANIMALI ANTICHI


Collocarsi con originalità nel panorama dei libri sugli animali preistorici è un’impresa per pochi.
Come è noto, animali ‘eccessivi’, come i peggiori predatori del pianeta, dal T-Rex alla tigre dai denti a sciabola, è uno degli argomenti più richiesti dal pubblico degli appassionati lettori e lettrici dai quattro ai sei anni, per poi diventare, per alcuni, passione quasi maniacale.
La scelta operata da Maja Safstrom, in linea con il precedente ‘Il piccolo libro dei grandi segreti degli animali’, è quella di operare tre forti discontinuità con la produzione corrente. Non si parla, volutamente, di dinosauri ma di animali vissuti fra i 550 milioni di anni fa e gli 11 mila. Un arco temporale lunghissimo, scandito da alcune tappe identificate con questo o quel animale preistorico. L’esclusione dei dinosauri e l’assenza di qualsiasi riferimento all’ambiente e alla tassonomia costituiscono un approccio decisamente diverso dalla consueta carrellata di animali, affiancata da schede esplicative. E’ anche evidente che a fianco delle illustrazioni sono presenti delle informazioni brevi in forma di didascalia che aiutano il lettore e la lettrice a farsi un’idea. L’altra discontinuità è data dallo stile illustrativo, che abbandona qualsiasi tentazione di resa realistica del soggetto, in un rigoroso bianco e nero, sottolineandone, al contrario, il lato buffo, grottesco, singolare.
Infine, il formato, che è quello di un libro tascabile, con quasi cento pagine.


Sicuramente, a differenza di libri più tradizionali, questa impostazione spinge ad un uso libero dell’oggetto libro, a prescindere anche dal contenuto scientifico, ma nello stesso tempo contiene informazioni interessanti, curiose, sui singoli animali.
Lo stile della Safstrom tende a stilizzare fortemente i diversi soggetti, in stretta connessione con le caratteristiche descritte nel testo.
Se devo essere sincera, ho qualche perplessità sulla capacità di catturare l’attenzione dei giovani lettori e lettrici, che cercano nei libri sugli amati animali, più o meno mostruosi, un gran numero di informazioni e che immaginano mondi fantastici in cui collocare i loro beniamini. La quantità di informazione ovviamente non c’è: c’è lo spunto, l’accensione della scintilla di curiosità che porta ad andare oltre il più ovvio e conosciuto. Ma questo richiede una forte mediazione adulta, che dia un seguito credibile ai perché e per come che inevitabilmente ne derivano.


Andrebbe testato, ovviamente, con i diretti interessati, che in libreria sono attratti di solito da testi più grandi, più colorati.
Per noi adulti è una miniera di scoperte e di sorrisi per l’ironia con cui l’autrice ci racconta un mondo scomparso.

Eleonora

“Il piccolo libro degli animali del Mondo Antico”, M. Safstrom, Nomos edizioni 2018

lunedì 28 dicembre 2015

FAMMI UNA DOMANDA!


TUTTA UN'ALTRA STORIA


Dopo mesi se non anni piuttosto avari nella produzione di testi dedicati alla Storia, in questo finale d'anno sono emerse diverse novità di rilievo: cominciamo con il nuovo testo di Pommaux insieme a Christophe Ylla-Sommers: Siamo noi la storia è, come dice il titolo, un grande ritratto collettivo che rappresenta sinteticamente la linea del tempo, che congiunge la preistoria a noi, con una sequenza di belle immagini. Si comincia con l'origine di tutto, il big bang, la nascita delle galassie, la formazione del sistema solare e poi la vita sulla terra. 


E poi il grande viaggio che porta dai primi ominidi all'homo sapiens, le sue migrazioni, la vita nella preistoria e così via. La storia dei diversi popoli viene raccontata con estrema sintesi, non trascurando le altre grandi civiltà, oltre quella cresciuta nella mezzaluna fertile. 


Nei limiti di una trattazione per necessità molto sintetica e che attribuisce un ruolo fondamentale all'illustrazione, sono descritti diversi aspetti della vita dei popoli antichi. Ma, con lo scorrere delle pagine e dei secoli, si arriva via via alle diverse epoche storiche, trattate sempre con lo stesso punto di vista, che abbraccia una visione globale della storia del mondo. Il tratto distintivo di questa impostazione è dato dalla capacità di mantenere l'attenzione sullo scorrere del tempo, alternando le puntualizzazioni rispetto al mondo occidentale con quelle che riguardano gli altri popoli. Certamente un approccio che stimola un'infinità di domande, di curiosità, sugli aspetti solo accennati.
E' davvero un bel testo, che finalmente copre un vuoto nella produzione editoriale di carattere divulgativo: a prescindere dai programmi scolastici, i bambini possono farsi un'idea della storia, delle relazioni fra i popoli, della successione di eventi di cui magari hanno sentito parlare. C'è uno stretto legame fra testo e immagine, con la consueta efficacia di Pommaux, eccellente illustratore 'divulgativo', e mi scuso per la definizione molto riduttiva. Con le immagini sa raccontare e descrivere con immediatezza, rendendo ancor più chiaro il testo. 

 
Un'altra novità di rilievo è rappresentata da una nuova collana di Editoriale Scienza, che ha visto per ora due titoli, fra questi Al tempo dei primi uomini, dedicato alla preistoria. Questo testo, di Jean-Baptiste de Panafieu, è, ovviamente, più approfondito del precedente, proprio perché concentrato su un arco temporale più ristretto. Si parte dai primi ominidi per arrivare all'uomo di Neanderthal e all'Homo Sapiens, e se ne descrivono, anche grazie alle immagini di Guillaume Plantevin, l'aspetto fisico, le abilità, la caccia, la religione, le manifestazioni artistiche. 


L'esposizione è agile, le illustrazioni sono arricchite da animazioni e da alette che rendono la lettura ancora più stimolante. Come nei migliori libri di divulgazione, molte informazioni vanno cercate nelle immagini, in quello che nascondono, nei dettagli che descrivono con precisione questo o quell'aspetto della vita dei nostri progenitori. Mi sembra uno dei migliori testi sull'argomento uscito negli ultimi anni, dopo i bei libri di Coppens. Mi auguro che la collana, che vede già pubblicato anche il testo sulla vita nel medioevo, Vivere in un castello, continui, fornendo finalmente ai ragazzi uno strumento di informazione e di approfondimento di sicuro successo.


Entrambi i libri sono indicati per bambine e bambini a partire dagli otto anni.

Eleonora

“Siamo noi la storia”, Y. Pommaux e S. Ylla-Somers, Babalibri 2015
“Al tempo dei primi uomini”, J.B. De Panafieu e G. Plantevin, Editoriale Scienza 2015