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venerdì 15 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LE PERLE SUL FILO

Il coraggio è cosa buona
, Wolf Erlbruch, Arne Rautenberg (trad. Silvia Montis) 
E/O 2024 


POESIA ILLUSTRATA

piccolo canto di coraggio da intonare da soli 

su trampolini ho visto mucche volare a saltelli 
poi maialini esercitarsi scattanti agli anelli 
formiche in slitta su gelato al caffè 
 così ho pensato pian piano tra me 
se ci credi ce la fai pure te! 

Il coraggio è cosa buona, è il primo verso della prima poesia che apre questo libro piccolo piccolo. 
Cos'è il coraggio è la prima di diciotto poesie che sulla questione ruotano e che Arne Rautenberg ha scritto, ispirandosi ad altrettanti disegni di Wolf Erlbruch, pescandoli dal suo magnifico repertorio di animali a pastelli.


A partire dal maiale in copertina, in procinto di fare un tuffo a bomba per arrivare, appunto, a quello che si tiene in equilibrio fra i due anelli, passando per i suoi consueti leprotti dalle orecchie esageratamente lunghe e per i moltissimi gatti, dagli occhi sgranati pronti allo scatto, oppure molto pensierosi davanti a una minestra sgradita. Per non parlare delle oche dal collo allungatissimo o dei cani sempre un po' ispidi, qui titubanti davanti a una doccia da cui scroscia acqua. 
Insomma, la gioia sta proprio in questa minuscola galleria di ritratti che hanno due pregi innanzi tutto: da una parte sono una piacevole e inaspettata sorpresa, perché di nuovi libri di Erlbruch pensavamo di non vederne più, visto che lui ha smesso di disegnare quasi due anni fa, perché gli si è fermato il cuore. Dall'altra, sono la prova provata che i suoi disegni hanno una tale carica narrativa, che basta guardarli per leggerci un sacco di cose dentro. E su queste, scriverne. 
Tale è la prospettiva che ha scelto Arne Rautenberg, stimato poeta tedesco, che li ha selezionati e poi infilati come perle su un filo (del discorso) che è unico: il coraggio. 
E così la "cosa buona" che è successa è che ancora una volta diciotto disegni di Erlbruch sono lì che fanno bella mostra di sé in un nuovo libro, dialogando felicemente con le poesie che Rautenberg ha deciso di scriverci attorno. 
Ogni immagine è per lui (ma anche per noi) trampolino di lancio, spunto per vedere oltre e dire anche altro.


Dall'assoluta mancanza di coraggio, quella che dimostra il piccolo coniglio sul bordo del trampolino, prima di un tuffo che forse mai farà nell'acqua sottostante che forse potrebbe essere piena di girini, al gran fegato che dimostra l'oca (!) che fa equilibrismi sopra i tetti dei palazzoni. Lei poco sforzo fa, perché anche se perde l'equilibrio le ali la salvano. Al contrario, quel pavido coniglietto a cosa potrebbe aggrapparsi? E come se non bastasse, alle sue spalle tremebonde si accalcano gli altri tuffatori. E così ci godiamo un altro po' di Erlbruch con la sua esilarante carrellata di espressioni su facce di animali: da quella evidentemente scocciata della porcella con la cuffia a quelle perplesse e spazientite di cani e gatti, fino a quella speranzosa dell'alce, l'unica a dare un po' di fiducia al povero coniglio. Lui, lì impalato, a macerarsi nella fifa. E, nel frattempo che lui si macera e cerca il coraggio per saltare - forse - tra i girini, la poesia di Rautenberg va avanti in un divertente elenco di casi in cui ci si trova di fronte al bivio tra paura e coraggio estremo: per esempio bere l'acqua dal vaso dei fiori o un buon frappè? o ancora scrivere una lettera d'amore o accontentarsi del premio di consolazione?


Questo libro è nato "podalico", al rovescio, almeno rispetto alla consuetudine: prima sono uscite le immagini e poi le parole che da queste si sono fatte felicemente guidare. 
Non tutte e diciotto le poesie hanno una loro perfetta rotondità, almeno in italiano: talvolta la necessità di una rima chiama dentro un diminutivo di troppo, talaltra il senso addirittura si annebbia un po', ma a parte qualche farraginosità, il guizzo interpretativo di Rautenberg sui disegni di Erlbruch riesce a coglierne e a valorizzarne l'ironia di partenza. E non solo. 
Penso al gattino sull'armadio, testimone di un bacio furtivo oppure ai due genitori davanti a un figlio inappetente, o ancora la rivendicazione forte del piccolo gufo di fronte a un'oca materna. 
Alcune poesie mi sono parse particolarmente riuscite e, guarda caso, sono quelle che al disegno si connettono senza troppa riverenza: alludo a cosa ti passa per la testa quando non riesci a dormire e a gocce di pioggia, che mi paiono entrambe autoportanti. 
Ma, in assoluto, il piccolo capolavoro di Rautenberg sta nell'essere riuscito a dare un senso, e che senso, a un'immagine di per sé meravigliosamente equivoca, che diventa per incanto simbolo di desiderio e nostalgia. 


Insomma, il raffinato gioco di sguardi al quale Elrbruch ci ha educato, quel suo puntuale e attento modo di raccontare l'umanità sotto mentite spoglie - un po' come ha fatto Toon Tellegen con i suoi animali nel bosco - dimostra di essere ancora e ancora pieno di linfa vitale. 

Evviva! 

Carla

martedì 6 febbraio 2018

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Ogni promessa è debito, da noi imenotteri.
Quindi sono già qui di prima mattina, dopo aver rassettato la mia porzione di formicaio, a raccontarti, caro Scoiattolo, come va a finire con Leslie, la mamma per caso.
La notte che trova il piccolo, piangente e disperato perché ha perduto le tracce dell'intera sua famiglia Radice, lei ha in progetto di andare a caccia: era appena uscita di casa con il fucile e un cappellaccio scuro calato sugli occhi. Ti dico questo perché a chi la vede così bardata certo non viene in mente che di lì a poco quella stessa donna diventerà una mamma fin troppo premurosa.
E invece, forse complice un pizzico di magia che c'è sempre negli incontri importanti, Leslie nel giro di poco cambia: prende colore, recupera il sorriso, riguadagna la luce del giorno. In una parola, Leslie si illumina e diventa più bella.


Tuttavia la convivenza tra loro non è rose e fiori. E proprio sui fiori litigano: lei li coglie e lui si arrabbia 'non puoi cogliere un fiore senza turbare una stella' diceva Galileo. Si vogliono bene, ma entrambi capiscono che occorre un po' di distanza fra loro per poter essere felicemente se stessi. Prima di separarsi si abbracciano forte. Il piccolo ritorna in famiglia e Leslie lascia casa e bosco e va in cerca dei suoi.
Nessuno, neanche il marito di Leslie o i suoi figli, potranno però mai impedirle di tornare ogni anno all'appuntamento nel bosco per riabbracciare Radice.
Sai che cosa continuo a pensare amico caro, che il mestiere di mamma è una roba tosta. Come in tutti gli incontri, bisogna trovare il giusto incastro. Ed è un fatto che richiede un gran lavoro su di sé: guardarsi dentro, guardare là fuori, smussare qui, avvolgere lì, premere di giù, tirarsi di lato...insomma cose così.
Tirarsi di lato? Ecco! TIRARSI DI LATO, farsi da parte!! Ora ricordo tutto: quando ieri notte ti chiedevo se eri mai stato madre era perché qualcosa sul tema Madre/Scoiattolo mi ronzava nella memoria. Era una storia che girava tempo addietro, il complicato caso del povero Otto. 1
Lo scoiattolo Otto, lui sì che si è tirato di lato, quando la sua casa si è letteralmente riempita di un coso peloso che ostinatamente lo chiama mamma.
A dir il vero fin dal principio Otto, avendo trovato davanti all'uscio di casa una palla verde e spinosa di ignota provenienza, cerca di tirare dritto e di ignorarla. Ma giustamente. Poi però, quando la palla si apre e ne sguscia un robino peloso, Otto per buona creanza smette di far finta di niente e lo tira dentro per la notte. 


Il fatto che il coso lo chiami con costanza mamma, non lo scuote di un baffo: perché Otto è intimamente convinto di non esserlo.
Per educazione e gentilezza (con una punta di opportunismo) Otto si mette allora in cerca della madre naturale del coso, che con ogni probabilità sarà altrettanto grossa e pelosa e, comprensibilmente, anche sottosopra per la sparizione del piccolo (rimane un mistero chi abbia messo quella palla verde sul ramo di Otto).
E sai che succede a quel coso, per di più in assenza di madri vere o surrogate che siano? “Beh, se non se ne è sentito parlare lì da voi nel bosco, sappi che qualcuno si è premurato di scriverne e disegnarne la storia.
Leggila e stupisci!
Ne riparliamo vero? Sono certa certissima che avrai cose da dire in merito, se non altro per difendere lo status di scoiattolo.
Se tu permetti, andrei a prepararmi una zuppa calda, perché io, al contrario di altri, non ho nessuno che me la prepari...

Formica felicemente sola soletta




Carissima formica…
E mi chiedi se conosco quello scoiattolo…ma certo! Otto è un lontano cugino…
Non sapevo che la sua storia circolasse anche al di là del bosco… Non lo vedevo da un po’ e mi stavo giusto chiedendo dove fosse finito, quando sento un bussare agitato alla porta: era lui, tutto trafelato! Mi racconta che un pallottino spinoso si era schiuso davanti alla sua tana, rivelando un batuffolo bianco e peloso bisognoso di cure, per cui lui si era subito messo alla ricerca della madre. Poi, visto che non lo potevo aiutare, è sgattaiolato via così come era arrivato. Lo vedevo in giro, sempre alla ricerca, e mi ero proprio stupito suo prodigarsi per una bestiolina di cui non aveva la minima intenzione di prendersi cura. La creatura era ogni giorno più grande, ogni giorno più capace di provvedere a sé, addirittura capace di cucinare ottime zuppe, come se nell’assenza e nella distanza avesse trovato un ingrediente segreto per crescere. Poi è andata a finire come sai, e non mi stupisce, ora che ci rifletto un po’ su, che la cosa abbia varcato i confini della foresta.
Sai, non credo sia un caso che proprio Otto sia stato capace di mettersi di lato. Era talmente grosso quel cucciolo che era impossibile non vederlo!
Formica hai ragione! E’ proprio questa la trappola che faceva soffrire mamma Lucertola e a cui le protagoniste delle belle storie che mi hai raccontato sono riuscite a sfuggire per un pelo! La mancanza di distanza! In effetti, all’inizio mamma e bambino hanno una relazione talmente stretta, e piacevole e calda… come fossero due semi in un unico guscio! Due semi di alberi diversi però!
Sai che ti dico? Dovrebbero tutte prendere esempio da Petronilla!2
Come fa Petronilla, che ha centoventi bambini, ma dopo averli accuditi tutti (e guarda che moltitudine sono!) varca la soglia di casa, e va nel bosco per certe sue faccende. 


Il pensiero dei suoi bambini non l’abbandona mai, eppure non le impedisce di camminare verso l’ignoto. E così viene catturata da tre strani signori, scappa a cavallo di un paiolo, gioca a carte con tre dolmen annoiati, incontra il pulcino Biagio, attraversa una foresta-biblioteca, trova un suo piccolo in una madeleine, va a salvare tutti gli altri suoi bambini che il malvagio Tartarin vuole mangiare dopo averli ricoperti di cioccolata…
La riconosci, questa nota rocambolesca ed esagerata? Si, è Ponti, un autore che fa perdere i suoi personaggi in lunghe e intricate avventure, da cui riescono a tornare, trovando strade personalissime. E’ camminando baldanzosa pagina dopo pagina attraverso una lussureggiante e sorprendente realtà che Petronilla trova infine il bandolo della sua matassa. Essere madre è una delle sue avventure, che coinvolge i suoi centoventi bambini, ma che può svolgersi anche ben lontano da loro.


Un’altra mamma che doveva avere chiarissima la distinzione tra sé e il suo 'piccolo' e che da questa distinzione trova giovamento è la Signora Meier3… 


Lei è sempre preoccupata, e per ogni suo fosco pensiero Wolf Erlbruch spende una macchia di inchiostro. Un bel giorno, la Signora Meier trova un minuscolo merlo implume e senza pensarci decide di crescerlo come si deve: gli procura un nido, lo nutre con ogni sorta di insetto, gli dà un nome. 


E mentre il merlo cresce, le macchie nere scompaiono, e la Signora Meier diventa protagonista di una stupefacente metamorfosi…
So che vuoi sapere quale, cara amica, ma non te lo dico! Ti faccio lo scherzo che a volte mi fai tu…
Ti do un piccolo indizio, però, dicendoti che a volte per insegnare ai propri piccoli cose fondamentali, certe mamme riuscirebbero anche a volare…

Scoiattolo

P.S. C’era stato anche un falegname, una volta, che si era costruito un bambino pezzo pezzo per non stare più da solo. Lui però, con pragmatismo da artigiano non ha preso una radice, o un seme, ma un pezzo di legno stagionato…

[continua]











1Marianne Dubuc, Non sono tua madre, Orecchio acerbo 2017
2Claude Ponti, Pétronille et ses 120 petits, L'école des loisirs 1990
3Wolf Erlbruch, La signora Meier e il merlo, Edizioni E/O 2003

mercoledì 5 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai cosa penso, Scoiattolo che oggi festeggi perché invecchi...?
...che quando prendo carta e penna per scriverti e fuori c'è il sole, vedo tutto con un umore diverso.
Nel libro di cui ti parlavo ieri, sai quel capolavoro di purezza intellettuale scritto da un Michael Rosen messosi coraggiosamente a nudo, la parola sad compare più di venti volte. Sad per lui è un luogo, una condizione dell'anima, un posto che può essere scuro e angusto, come il buio che c'è sotto il letto oppure può essere alto e luminoso come il cielo sulla sua testa...ecco luminoso come il cielo. Complice questo bel sole, non posso resistere e non pensare a uno dei libri più luminosi che conosco sulla morte...The Flat Rabbit.1
Te lo regalo per il compleanno, ti farà bene averlo.
Lontano dalla rabbia di Rosen e dalla solitudine di Jeffers, The Flat Rabbit, pur non sottraendo nulla alla profondità della questione, la guarda con lo stupore che mi raccontavi del piccolo Bruno. Ed è questo il merito che gli riconosce chiunque lo abbia letto.


Tutto comincia con un cane che passeggia per la via, in un giorno terso. Girato l'angolo, si accorge che, spiattellato come una frittata, sull'asfalto c'è un coniglio. Anzi, la coniglia che abita al 34, dove c'è quel cancello su cui lui ha pisciato un paio di volte. A guardare stupefatti la coniglia ordinatamente stesa in modo simmetrico rispetto al suo asse mediano, ci sono il cane e il suo amico topo che in quel preciso momento arriva sul marciapiede in senso opposto. Silenziosi, la guardano e riflettono su che cosa stia facendo lì in quel momento. Una certa malinconia si percepisce nell'aria, anche perché non deve essere particolarmente divertente stare lì sdraiati... Con un pragmatismo che sconcerta pensano che sia meglio rimuoverla da lì. Ed ecco che arriva la grande domanda...dove la portiamo? Non sarebbe carino se ci vedessero con una coniglia appiattita mentre la portiamo in giro... Seduti su una panchina, i due riflettono mentre dietro di loro qualcuno sta facendo volare un aquilone. 


Fermiamoci anche noi a riflettere. A considerare come questi due lascino nel dubbio e nell'ambiguità il lettore, nel loro ignorare - o forse dovrei dire meglio far finta di ignorare - che la coniglia è morta. Probabilmente investita da qualcosa di molto più grande di lei. Consideriamo il loro modo di leggere il mondo: sono semplici, forse ingenui, di certo puri, che si limitano a constatare le conseguenze degli spiacevoli fatti accaduti, valutando di trovarvi una soluzione che si possa considerare congrua e dignitosa per tutti.
Non hanno, o non vogliono farvi ricorso, particolari strumenti di elaborazione.
Eppure, non si sa come, la loro attenzione e cura nei confronti della coniglia appiattita, è partecipata. Non lo si può negare.
Ora il fatto è che quella coniglia è morta, mortissima. E quindi si sta discutendo in modo partecipato, ma calmo e lievemente distaccato, di concederle degno viatico verso un altrove. Entrambi hanno molto ben chiaro che lì non è bene che lei rimanga...
Concedimi di fare un paragone molto azzardato: ma questo loro ragionare sulla panchina assomiglia un po' ai tentativi fatti dai ragazzini davanti al letto con la nonna morta, o a quelli della bambina silenziosa davanti alla poltrona vuota, o ancora a quelli di Michael Rosen davanti a quel mozzicone di candela...tutti, con modalità diversissime, sono lì a cercare di capire cosa si può fare davanti alla morte.
Mi rendo conto: è la domanda del secolo e come tale forse merita di avere tante risposte quante sono le stelle in cielo...
A te l'onore, mio caro, di dire la tua...

Formica


Carissima Formica,
Sai, ho notato che stiamo parlando molto di come si sta di fronte alla morte, come se effettivamente la mente potesse avere la capacità di affrontare un evento che, di fatto, non conosce. Bene faceva Bruno a indagare, bene facevano gli animali a chiedersi cosa fare della coniglia appiattita sulla strada, ma andando in questa direzione si rischia di non riuscire a rispondere alla domanda che aleggia, gettando inquiete ombre che se i bambini non possono vedere, io, da scoiattolo un po’ invecchiato quale sono, vedo benissimo.
La domanda è: ma dove va quella parte impalpabile che ci rendeva care le persone? Alcuni la chiamano anima, e io non so se questo è il nome giusto, però giusta, e a questo punto urgente, è la domanda. E per rispondervi, temo che l’indagine sui fatti non sia lo strumento adatto. Qui più che capire, si tratta di interpretare.
Mi parlavi di stelle, e mi è immediatamente venuto in mente un libro che si intitola Una splendida notte stellata.2
E sai cosa? Viene da Taiwan. Non parla esplicitamente di morte, ma della vita di una ragazzina. E siccome, questo lo abbiamo stabilito, la morte è parte della vita, in questo libro c’è anche lei. Infatti alla piccola protagonista muore il nonno con cui aveva vissuto per tutta l’infanzia, prima di trasferirsi (come spesso accade da quelle parti) in città per studiare. La ragazzina non vede il nonno morire come Bruno, non va nemmeno al funerale. Non piange, non tocca con mano, non misura. Non ha occasione di dare un nome alla morte, e di fatto si ritrova immersa in un immobile silenzio. Per lei il dolore diventa qualcosa di inesprimibile, qualcosa di profondamente interno, insondabile, misterioso e, soprattutto, prezioso! La prova provata della sua relazione con il nonno. L’impossibilità della verbalizzazione si traduce in immagini straordinariamente ricche e dai colori sgargianti che dialogano silenziosamente e fittamente tra loro. Sono illustrazioni simboliche ed allusive, difficili da afferrare razionalmente, quasi come se parlassero una lingua segreta con una parte nascosta di noi.
In questo libro ad assenza si aggiunge assenza. La distanza fisica del nonno in campagna si estende quando il nonno muore. I genitori, presenti fisicamente, sono concentrati sul lavoro e sui loro problemi, e di fatto sono assenti mentalmente e nella relazione. 

 
Un bel giorno nella vita della ragazzina entra in punta di piedi un coetaneo: è in città per studiare, e abita in una stanza presso una vecchietta, perché suo padre lavora su una barca (quante barche in questi libri!)
Anche lui è solo, e così i due diventano amici. Non parlano molto, ma condividono le loro giornate fatte anche di piccole difficoltà. Un bel giorno, quando il mondo intorno diventa troppo nemico, i due scappano. E sai dove vanno? Indovina indovinello, cara Formica. Lo so che lo hai pensato, ed hai ragione: vanno in montagna, a casa del nonno, la casa dove la protagonista ha passato la sua infanzia. E non appena mette piede nella casa, la bambina trova le parole ed esce dal suo silenzio: comincia a ricordare. È un momento molto doloroso, ma anche pieno di calore, perché ristabilisce la relazione, evidenziando come il nonno non sia altrove, ma dentro di lei e tutto attorno, nel mondo.
Il ricordo, Formica, fa diminuire la distanza tra noi e i morti. Addirittura la annulla, e loro sono presenti, con noi, vicino a noi, presenti al nostro fianco. 

 
Adesso i due amici possono tornare indietro.
Finalmente la bambina riesce a piangere e, dopo, si ammala gravemente. Quando guarisce va a trovare il suo amico, che è partito per stare con suo padre sulla barca dove lui lavora. Ecco un’altra assenza che si aggiunge a tutte le precedenti e che approfondisce ulteriormente la solitudine in cui è immersa la ragazzina ma soprattutto la sua competenza sui vari gradi di distanza. Ma ormai lei ha capito come fare, sa come ritrovare gli assenti, morti o distanti che siano. 

 
Sai, ogni volta che leggo questo libro ho sempre il sospetto che il ragazzino non sia davvero vivo, ma lo spirito del nonno. E se così fosse, Formica, dove, dove se ne sarà andato, una volta salito su quella barca che sembra fatta apposta per traghettare i morti da qualche parte?
Domande, domande e ancora domande, cara Formica.

Scoiattolo


Ps. Sai, ho conosciuto un orso tempo fa. Lui sapeva esattamente dove vanno i morti. In Paradiso, diceva...3




































1B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014
2J. Liao, Una splendida notte stellata (trad. S. Torchio), Edizioni Gruppo Abele 2013
3D. Verroen, W. Erlbruch, Un paradiso per il piccolo orso (trad. K. Wessel), E/O 2005

lunedì 3 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Cara Formica,
Come stai? Come passi i tuoi giorni? Fa freddo in città?
Nel bosco l’inverno è stranissimo, davvero fuori del normale: un freddo così non l’avevo mai sentito! Ma soprattutto, è la mancanza della neve a preoccuparmi. Di notte le stelle brillano su in alto come fitte dolorose, e la mattina quando vedo il cielo fisso azzurro mi si stringe lo stomaco.
Non va bene, l’inverno senza neve.
Ma non è per questo che ti scrivo.
Devo raccontarti qualcosa.
Qualche giorno fa sono sceso dall’albero a cercare le mie ghiande, e proprio alla base del mio albero ho trovato Tasso, il mio amico Tasso, disteso come se dormisse. Ho capito subito che era morto, perché nessuno schiaccia un pisolino in un posto così esposto. E poi, figurati, Tasso!!
Un tipo così riservato...
Mi sono avvicinato e lo ho ricoperto con delle foglie secche e degli arbusti, e poi sono andato a cercare le ghiande. Avevo fame.
Ma qualcosa in me era cambiato. È normale morire, fa parte della vita. Ma in un inverno normale Tasso sarebbe stato coperto dalla neve, ed io mi sarei accorto della sua mancanza solo a primavera, non vedendolo uscire dalla sua tana.
Invece quest’anno di neve non ne è scesa nemmeno un fiocco, non qui, almeno. Così, ogni volta che scendo dal mio faggio, o anche solo quando guardo fuori dalla finestra, vedo il monticello, le foglie e i rami che a malapena coprono il manto bianco e nero del mio amico, e mi viene voglia di chiacchierare con lui, come al solito.
Per questo, ho cominciato a sedermi al suo fianco nelle ore più calde della giornata.
Ho persino provato a parlare con lui...ovviamente non mi ha risposto. Non sono sciocco, so cosa è la morte. So che siamo uniti nel grande cerchio della natura, che quando la vita si stanca moriamo per tornare a vivere in altra forma.
Ma stando li, vicino a Tasso, nel silenzio irreale del bosco invernale, mentre mi immaginavo che il suo corpo a primavera si sarebbe piano piano trasformato in terra, ho cominciato a pensare.
Sai a cosa? Agli uomini, e a tutti quei libri di cui sotto sotto ho sempre sorriso. E alle domande che si fanno in quei libri....stupidamente sorridevo anche di quelle.
Ho provato a farmele anche io.


Dove sarà ora Tasso? Naturalmente lo so. È nella terra, nelle radici degli alberi, nella pancia degli insetti . Diventerà prato, e foresta, e le sue battute sarcastiche risuoneranno nel vento e tra i rami dei faggi.
Perché è morto? Anche questo lo so. Era vecchio. Ed anche stanco. Il freddo e la fame lo avranno sfinito. E forse era anche annoiato, e aveva voglia di vedere qualcosa di diverso dalla vita del bosco.
Ma a una domanda faccio fatica a rispondere, e mi arrovello giorno e notte mentre continuo a girare attorno al corpo ghiacciato del mio amico con uno stupore che non mi riconosco.
Come si fa a sopportare la sua assenza? Come si fa a sostenere il silenzio fortissimo che emana dal suo corpo ancora presente qui vicino a me, così presente che posso allungare la zampa e carezzargli il pelo ancora lucido?
E perché questo vuoto non si riempie, e di cosa lo dovremmo riempire, poi? E soprattutto, perché fa così male?
Ecco ecco cosa succede quando comincio a pensare.
Ed è per questo che ti scrivo: mi aiuti a rispondere?

Scoiattolo

Ah, caro, carissimo Scoiattolo, amico mio.
Come si può essere contenti e rattristati allo stesso momento? Eppure è così che mi sento adesso, nel leggere la tua lettera. Mi rammarico per Tasso, anche se non lo conoscevo, e al contempo, son felice di sentirti dopo tanti mesi di silenzio. Sentimenti diversi che si toccano.
Che domande grandi mi fai...e quante. Sai cosa mi viene in mente quando mi parli di assenza? L'immagine del distacco che separa i vivi dai morti, quel momento che la morte presenzia sempre. Io penso alla Morte, quella con il teschio, il grembiulone a quadri e le pantofoline, quella che Erlbruch ha disegnato con tanta delicatezza e sensibilità, sulla riva di un corso d'acqua verde che sinuoso va verso il mare aperto. Quella stessa Morte che, con la consapevolezza dell'ineluttabilità, ha messo sul corpo galleggiante e inerte di Anatra un tulipano scuro e le ha dato una spinta lieve. Te lo ricordi anche tu vero il bellissimo L'anatra, la morte e il tulipano1, sì? E ti ricordi cosa dice? "Quando la perse di vista..." - e infatti se guardi ora il fiume verde è sgombro - , "...la Morte quasi si rattristò. Ma così era la vita."


Da una parte la vita, dall'altra, la morte: sono prossime, si toccano per un momento e, a ben vedere, ognuna porta in sé tracce dall'altra: si compenetrano un po'.
Ho letto un libro: Cry, heart, but never break.2 E' un libro che nasce in Danimarca (hai notato, di nuovo una storia che arriva dal Nord...) e che racconta la storia di quattro fratellini che, piuttosto sgomenti, stanno aspettando la morte imminente della loro nonna. Un visitatore, la Morte appunto, ha lasciato la falce fuori dalla porta della casa per delicatezza nei loro confronti e ora è lì in cucina, ossuto e con un gran naso che sporge dal cappuccio del suo nero mantello. Siede con loro al tavolo di cucina e beve un caffè dopo l'altro che i bambini, spaventati, gli versano nella tazza per impedirgli, così pensano, di andare al piano di sopra a 'prendersi' la nonna. 

 
Il tempo passa e arriva il momento. Ai piccoli che fanno la tua stessa domanda, perché si deve morire, il visitatore con grande dolcezza (la Morte tutti la descrivono come con il cuore nero e duro come il carbone, ma non è la verità se guardi come la immagina Charlotte Pardi) racconta la storia di una coppia di fratelli, Sconforto e Dolore, sempre mesti che vivevano in una valle umida e tetra e una coppia di sorelle, Gioia e Letizia, sempre radiose che vivevano in cima al monte, in pieno sole. Si incontrarono un giorno e si innamorarono.


Decisero di vivere assieme in due casette a metà tra la cima e la valle. Passarono anni meravigliosi insieme e quando venne il momento di morire, lo fecero insieme perché era impensabile per loro separarsi. Lo stesso accade con la vita e la morte: stanno insieme e non ha senso dividerle. La vita sarebbe terribile senza la morte e viceversa. Apprezzereste il sole, se non piovesse mai? Vi verrebbe a noia il giorno se non arrivasse la notte? Ecco, la Morte è salita al piano di sopra. I bambini arrivano dopo poco e si riuniscono intorno al letto della nonna morta. Le lacrime scendono piano, come è naturale che sia, ma la Morte li avverte che quelle lacrime di dolore e quella tristezza è giusto che siano lì, ma fanno parte della vita. Segnano il distacco, ma aiutano ad andare avanti per una nuova strada. Questo sembra un modo accettabile per dei piccoli di darsi conforto? 


Sai, quando morì mio padre, un formicone magro e lungo, dagli occhi sporgenti e celesti come il cielo, la mia piccola consolò la mia panica disperazione dicendo: così è la vita, mamma... Lo vedi anche tu, al disorientamento di un adulto, è la purezza di pensiero di una bambina a dare parziale conforto. E sembra tornare il ragionamento della vecchia con le pantofoline e del visitatore in nero. Ma quella che ti ho appena raccontato è vita vera, non storia immaginata. Può fare differenza? E d'altronde anche le tue parole, "so che siamo uniti nel grande cerchio della natura, che quando la vita si stanca moriamo per tornare a vivere in altra forma" vanno nella stessa direzione: verso il mare aperto o nell'arietta che entra dalla finestra nella casa di quei tre bambinetti e li accarezza...


Vuoi la vera verità? Sembra facile, ma non lo è. E hai ragione tu, fa un gran male quel gran vuoto.
Ma riparliamone domani, vecchio mio

Formica


1W. Erlbruch, L'anatra, la morte e il tulipano (trad. V. Starnone) E/O 2007
2G. Ringtved, C. Pardi, Cry, heart, but never break, Enchanted Lion 2016

domenica 11 dicembre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara Formica...
Non ho saputo tenere a freno la mia curiosità e non posso aspettare per scriverti.
Odaer è finalmente riuscito a realizzare il suo sogno di bellezza.
Nessuna regola della Creazione è stata violata. “È un fiore che vola!”, dice Asum. “È un piccolo uccello", dice Rotnip.
È una farfalla, ti dico io. Eccola lì, che vola e palpita, incerta e vibrante, ondeggia nell’aria, con la dignitosa fiducia della vita appena nata. E fremendo, palpitando, ignara della sua bellezza e della sua fragilità, batte le ali per abbandonare la testa di Odaer e andare a sfarfallare in cima al suo antennino.
Hai ragione: le cose belle sono fragili, e a volte possono sembrare anche effimere e inutili, ma per Odaer la sua farfalla è tutto.
Anche lui freme e palpita.
Hai visto quanto movimento c’è nel libro? I corpi di Erlbruch sono davvero buffi, così molli, quasi senza ossa, completamente snodabili e privi di rigidità. 




Assieme alle mani, che sono consistenti e disegnate con tratti sintetici e svelti, non rinunciano a essere espressivi fino all’ultima falangetta.
Ad esempio guarda come braccia e gambe di Odaer siano disponibili a diramarsi in tutte le direzioni così come lui è stato disponibile a ogni cambiamento di rotta necessario per il suo progetto? Sai cosa mi ricorda? Mi ricorda un neurone che allunga le sinapsi per svilupparsi ed evolversi... 
E Odaer è stato davvero capace di evolversi per la sua farfalla, ed ora è arrivato il momento di mostrarla a tutti quanti!
Odaer fa grandi progetti: vuole chiedere un Laboratorio solo per lui e per i suoi amici. E mentre loro si chiudono lì  a disegnare farfalle, Odaer convince la Grade Custode a convocare in udienza tutti i Disegnatori Maggiori, che arrivano e sono davvero una moltitudine: ci sono Disegnatori di Grandi Animali e i Disegnatori della Vita Marina, i Disegnatori di Cani e quelli di Gatti, i Disegnatori degli Alberi e le Disegnatrici dei Fiori, i Disegnatori di Metalli e le Disegnatrici di Mondi e di Astri. E sono così importanti che occupano tutta la pagina, come se oltre loro non ci fosse spazio per niente altro.


Non c'è da stupirsi se Odaer e i suoi compagni siano nervosi.
In effetti, anche se si sono tanto preparati stanno per compiere un salto nel vuoto.


Ed è proprio così che ce li mostra Erlbruch, mentre con le grandi casse piene di meravigliose farfalle percorrono un tappeto che sembra un pericoloso trampolino.
Formica, io a stare in alto ci sono abituato, eppure questa immagine mi dà il capogiro: vanno, sorridenti e fiduciosi, sì, contro il procedere naturale della scrittura, vanno contro il procedere della pagina, contro il procedere della storia.
Questo è il movimento del nuovo che chiede l’approvazione a ciò che è già codificato.
È il movimento del bambino che prima di fare un passo si gira e cerca lo sguardo della madre.
Già, Formica ... forse la Creazione procede come il camminare...se un piede vuole alzarsi dal terreno per portarsi avanti l’altro deve rimanere fermamente piantato al suo posto...
Ma ora basta, non voglio toglierti il piacere , non voglio svelati il finale...
Piuttosto, come mio solito, invitarti ad alzare lo sguardo dalle parole che ami tanto e guardare, guardare, guardare....


Scoiattolo


Ps. A volte la libreria mi restituisce libri che non sapevo di avere...figurati che ne ho trovato uno dove un buffo animale con un lungo naso viene esortato a fare il suo primo passo fuori casa proprio quando vede un milione di farfalle...1




Caro Scoiattolo
 arriva il gran finale e tu mi chiedi di alzare lo sguardo. A me non viene tanto naturale: io sono una formica, e le formiche lavorano sodo e guardano sempre davanti a loro. Non possono far troppo girare gli occhi in qui e in là perché distrarsi non è nella loro indole....
Il gran finale ora vola variopinto nel cielo, ma è anche radicato nel profondo buio della nostra anima.
E a tal proposito, una cosa l'ho chiara in testa: Odaer è stato capace di essere allo stesso tempo caparbio come una formica e visionario come uno scoiattolo che fa concerti.
A dirla tutta, è stato un caparbio visionario. Ha saputo tenere la testa bassa sul foglio e la testa tra le nuvole per immaginare.
Tutto sta convergendo verso il gran finale: le finestre del Salone delle Udienze sono state chiuse, una enorme quantità di farfalle vola in alto, costruendo attraverso il diverso colore delle loro ali, un arcobaleno.
Quello stesso arcobaleno che è stato proprio il nonno di Odaer a creare per la prima volta.
Come lui, anche il giovane nipote ha dato vita a qualcosa di effimero, ma dalla forma audace, dai colori indimenticabili.
E questo è la prova provata che noi siamo il frutto di ciò che altri sono stati prima di noi...
Per tutti coloro che sono riuniti in quel salone, vedere i cieli del mondo pieni di quelle farfalle meravigliose è una gioia per gli occhi e per l'anima.
Anche Odaer è felice, ma lui - al contrario di altri - sa quanta fatica tutto questo è costato.
I sogni sono materia leggera, realizzarli è lavoro pesante. 


E per non dimenticare mai il suo sforzo e per avere sempre a mente che il raggiungimento della bellezza costa fatica decide che ogni nuovo esemplare di meravigliosa farfalla nascerà da una larva bruttina.
Una cosa di certo Odaer la ha imparata: inseguire i propri sogni richiede impegno e perseveranza. Talvolta essere 'inguaribili' sognatori porta alla solitudine e talvolta arriva l'incomprensione degli altri. Ma sta alla costanza di ciascuno, alla fiducia che ciascuno ripone in sé stesso, superare tutto questo per arrivare a vedere realizzato il progetto tanto sognato.
E noi, caro Scoiattolo, noi cosa ci portiamo a casa dopo questo fitto dialogare, dopo aver guardato a fondo ogni figura di questo vecchio libro?
Che Erlbruch ama Dürer e ama le donne come le ama Gioconda Belli; che la sapienza dei vecchi si riverbera sull'utopia dei giovani, che la vita va vissuta intensamente, che anche le cose piccole e fugaci possono portare grande e duratura letizia.
Ma soprattutto che nella vita bisogna crederci!


Formica


"L’importante, me ne rendo conto ora, non è vedere tutti i propri sogni realizzati, ma continuare ostinatamente a sognarli."2



1 Edward van de Vendel, Carll Cneut, Un milione di farfalle (trad. S. De Waal), Adelphi 2007 
2 Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle (trad. M. D'Amico), Edizioni E/O 2002