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mercoledì 16 luglio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FUORI DA QUI. RIFLESSIONI SULL’APOCALISSE. 
E SULL’AMORE. E SUL SESSO. 


Con questa copertina che non passa inosservata per quanto non sia bella, ma ammiccante, Terre di Mezzo decide di pubblicare un romanzo della collana L’ardeur, dell’editore francese Thierry Magnier (che per primo ha scelto la copertina che vediamo). 
Destinata a lettori e lettrici adolescenti, L’ardeur, propone storie che parlano di sessualità (ma non solo) senza troppi giri di parole. 
A questo proposito, del raccontare la sessualità, è interessante scoprire che solo due anni fa - nel luglio del 2023 - uno di questi titoli (“Bien trop petit" di Manu Causse) è stato “censurato” dal Ministère de l'Intérieur che ne ha vietato la vendita in Francia, ai minori di 18 anni. 
Che già solo per questa ragione ci auspichiamo che arrivino tutti in libreria. Ma non solo per questa ragione. 
Da libraia misuro quasi quotidianamente la richiesta di storie che raccontino il sesso e l’amore, già a partire dai 12/13 anni e fino ai 17. Quando arriva in libreria, nel 90% dei casi, questa richiesta è già orientata dalle classifiche più commerciali: Che cosa vorresti leggere? – dico io alla ragazzina che mi sta difronte - Mmmm, un romance – mi risponde lei. E il gioco è chiuso perché subito mi sparerà la richiesta di uno di quei titoli della suddetta classifica. Dunque sarò curiosissima di leggere gli altri due titoli tradotti dalla stessa collana francese: Toccami, di Susie Morgenstern e Il gusto del bacio, di Camille Emmanuelle, entrambi pubblicati da Faros edizioni in questo 2025, collana Teen Spirit. 
In Proprio prima che, la voce narrante è quasi sempre femminile: una ragazza liceale che racconta di sé e del suo migliore amico. Di sé, di loro e di tutto quello che gli succede intorno, delle loro famiglie problematiche e assillanti, della scuola, della solitudine, della situazione sociale e politica, di ansie e antidepressivi. La storia è quella di un’amicizia che diventa amore e scoperta del corpo. Parallelo scorre il racconto super critico della completa esplosione di ogni legame sociale, della violenza dei conflitti, delle cause e degli effetti. Loro due, per sopravvivere all’incomprensione che li attornia, si incontrano ogni giorno, solo loro due, in una casa, più spesso in una sola stanza. Sono migliori amici, passano il tempo insieme con indolenza e complicità. Mentre tutto il mondo, fuori dalla finestra, va via via esplodendo. Fuori dalla loro finestra ci sono allarmi, rivolte, blackout, esplosioni, polizia che picchia i manifestanti, in un crescendo apocalittico. I riferimenti all’oggi sono espliciti: quello che accade là fuori è molto, ma molto vicino al nostro contemporaneo. Il racconto ci trasporta costantemente da dentro a fuori. La scena è quasi sempre dentro le mura, ma il racconto ci porta costantemente fuori da quella stanza con continui flashback, immaginazioni, desideri, per poi riportarci subito dopo tra quelle mura con dentro due corpi adolescenti che scoprono l’erotismo. Chi legge costruisce questa traiettoria tra il dentro e il fuori anche grazie alle altre voci che intervengono nel testo: le pagine di un diario personale, articoli di giornale, trascrizioni di sedute terapeutiche, che interrompono il continuo flusso di coscienza (quello di lei, che nella storia non ha un nome proprio… lui neppure), scomponendo così il fluire del racconto ma ricomponendone la complessità. Quella di una società che va in pezzi, in presa diretta, aggressiva verso sé stessa. 

Attenzione questo è un messaggio del governo. 
Il territorio francese è attualmente scosso da intensi fenomeni metereologici e sismici. 
Si prega di non lasciare la propria abitazione. 
Se vi trovate all’aperto, cercate riparo in un luogo chiuso. 
Sigillate i condotti d’areazione e spegnete i sistemi di riscaldamento. 
Se possibile, munitevi del seguente kit di emergenza: torcia, radio portatile, acqua potatile, cibo, medicinali, coperte. 
Seguite le istruzioni delle autorità locali. 
Contattate i soccorsi solo in caso di emergenza. 

 Il cerchio si chiude intorno a loro mentre i loro corpi esplodono di vita. Gradualmente. Senza mezzi termini. 
 La storia risulta interessante per le questioni che affronta, per il modo schietto e chiaro con cui racconta il sesso, per lo sguardo politico (per quanto impotente) sul presente. 
Mantengo qualche riserva che non so ancora argomentare: mi sarà necessario confrontarmi con chi lo leggerà. 
Intanto, prima della pubblicazione, Proprio prima che è passato al vaglio di giovani lettori e lettrici volontari/e del Festival Mare di Libri, che lo hanno letto e valutato insieme a Margherita Petrini (che poi lo ha tradotto in Italia), e pare lo abbiano promosso. 

Patrizia 

 “Proprio prima che”, Joanne Richoux, trad. di Margherita Petrini, Terre di Mezzo 2025 

venerdì 4 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA GRANDE DOMANDA 

Troppo lunga, Nikola Huppertz, Regina Kehn, (trad. Claudia Valentini) 
Emons raga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'E tu che hai fatto oggi?' mi ha chiesto a un certo punto papà, non trovando più nulla da dire su Malve. Io mi sono stretta nelle spalle. Ho ripensato a Joël e alla Carina, al signor Krekeler che deve sforzarsi di andare a fare jogging (forse), a Snow che mi ha tirato in bici per otto chilometri lungo il canale, con una piccola pausa in mezzo in cui ci siamo seduti sulla riva e io per ringraziarlo gli ho sussurrato delle storie nell'orecchio appuntito e gli ho accarezzato il pelo morbidissimo che ha sotto il muso, e ho subito capito che mamma e papà non avrebbero saputo che farsene di questo racconto." 

Genitorialità consapevole, medico lui, insegnante lei, una sorella maggiore, Malve, sorella maggiore perfetta ed egocentrata, ora alle soglie della maturità, ma con tutt'altro in testa che mettersi sui libri a studiare. Per ora è attratta dalla meditazione, ma non durerà. 
Questo è il piccolo nucleo familiare di Magali Weill, tredicenne piuttosto alta (con la sua statura, 1.82, si colloca al 97esimo percentile) e piuttosto convinta che con questa statura esagerata nessuno avrà mai il coraggio di innamorarsi di lei, figuriamoci di baciarla, magari mettendosi in punta di piedi o, peggio, chiedendole di chinarsi per essere raggiunta... 
I suoi le hanno appena regalato un diario perché ci scriva di sé. Ma lei decide che quel diario è molto più utile per annotare tutto quello che le succede intorno: le vite degli altri.
Magali capovolge lo sguardo e sulle pagine riporta, giorno dopo giorno, quello che accade all'interno della sua piccola comunità condominiale. A parte le litigate tra genitori e figlia maggiore, Magali racconta delle sue passeggiate con Snow, l'husky dei vicini che per lui non hanno mai tempo, visti gli innumerevoli marmocchi che zampettano per casa. 
Magali racconta del suo elegantissimo vicino di casa che, novantottenne, ha ancora voglia di fare jogging ogni mattina. 
Magali racconta del suo amore nascosto per il suo vicino sedicenne, Joël, che non la degna di uno sguardo e trova solo il tempo di litigare sempre e solo in francese, con sua madre che, a sua volta con i gessetti, decora ad arte i marciapiedi intorno al palazzo. 
Questa routine che si ripete grossomodo ogni giorno con poche varianti si inceppa quando il signor Krekeler decide che è arrivato il momento di smettere di fare passeggiate salutari e incominciare a prepararsi alla morte (98 sei fürs Leben zu Lang, così in tedesco, da cui il titolo del libro). 
Con l'eleganza e il garbo di sempre convoca la sua famiglia, ovvero quel che ne resta: suo figlio Louis (tante compagne, molti figli e attualmente abitante in una comune) e il di lui figlio, ossia il nipote del signor Krekeler: Kieran, da adesso in poi KK, poco meno di un metro e sessanta, mingherlino e tutto cerotti. Louis ha il compito di ubbidire al padre in tutto e per tutto, con lo scopo di mettere ordine tra carte e oggetti, prima della prossima dipartita del vecchio. KK invece deve fare solo il nipote. E lo fa magnificamente. 
Questa è la cronaca di un paio di settimane di vita (e di morte) di tutta questa gente: dal 29 marzo al 12 aprile: una settimana di Pasqua indimenticabile. 

Andrebbe letto e poi riletto. Oppure andrebbe ascoltato e poi letto, oppure letto e poi ascoltato. La cosa necessaria da fare è entrarci più e più volte dentro per poterne apprezzare le tante qualità - dalla sceneggiatura - così ben costruita in cui si incastrano a perfezione le molte singole vicende: un piccolo capolavoro di cesello, come spesso sono le storie condominiali - alla scrittura garbata ed elegante che va - tra filosofia e vita di tutti i giorni - a passo sicuro. 
Ogni tanto ci si commuove e ogni tanto si sorride. 
Nonostante il libro abbia un titolo che fa l'occhiolino ai turbamenti di un'adolescente che non ha fatto pace con il suo corpo e la sua crescita, mette nero su bianco anche qualcosa di molto più universale, passeggiando tra grandi domande, grandissime domande. 
In questo l'originale tedesco gioca di più sull'ambiguità di questa lunghezza... le gambe di Magali o la vita del vecchio Krekeler? 
Torniamo alle domande. 
Una su tutte: qual è il senso della vita? Troviamolo e poi possiamo morire con dignità. La grande questione è lì che si affaccia nel momento in cui il signor Krekeler decide che basta: tocca prendere in considerazione l'idea di andarsene. Come ci si deve comportare di fronte alla morte? O per meglio dire, come ci si può organizzare per accettare l'evento con la necessaria naturalezza e dignità? E per chi resta? Quali sono i pensieri che chi vive si vede balenare in testa? Visto che la morte è qualcosa che inevitabilmente a un certo punto busserà alla porta, come ci si può organizzare per non farsi trovare impreparati, ossia quali sono le cose da fare per potersi dire al momento di aver vissuto una vita degna di questo nome? In fondo, la morte non è forse l'ultimo pezzetto della vita? Sì, lo è! 
Tra Seneca e i trenini di legno; tra Rimbaud e le uova da dipingere; tra Stravinskij e le tute da ginnastica; tra Uchermann e il verde pallido di una cameretta è un continuo e piacevolissimo rimbalzo tra la vita vera, quella apparentemente fatta di poco o niente, tra la quotidianità e i massimi sistemi. 
Uno dei libri sulla Grande Domanda, citando Elrbruch, più belli e intelligenti che mi sia capitato di leggere. 

Carla

mercoledì 28 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

SI POTREBBE DIRE RADICI 


Stufo di stare nell’angolo della classe dove ha aiutato generazioni di bambini e bambine nello studio dell’anatomia umana, ormai vecchio e malandato, lo scheletro della scuola decide di andare in pensione. È la maestra ad accorgersi che qualcosa è cambiato e a telefonare al vecchietto per proporgli la bizzarra adozione. Così, dopo aver aggiustato la macchina, il vecchietto va a prendere lo scheletro, lo porta a casa, riattacca con il fil di ferro quasi tutte le ossa che la scuola gli ha consegnato. Poi, insieme alla vecchietta lo vestono e gli danno un nome: Martin. 


Anche se potrebbe sembrare strano a qualcuno, Martin lo scheletro entra piano piano a far parte della vita quotidiana dei vecchietti: a volte, è lui a entrare in casa con loro, altre sono loro a raggiungerlo all’aperto. Nella cucina estiva, poi, lo scheletro ha una sua poltrona, un tavolino e una tovaglietta di pizzo. E in inverno, una morbida coperta. Non si può poi dire che Martin sia un tipo sedentario. Che dire ad esempio di quando ha fatto fuggire i ladri facendosi cadere la mandibola sulle ginocchia, oppure di come ha saputo consolare il vecchietto per la vergogna di aver scambiato dentista e barbiere. E alla potatura dei meli, quando la vecchietta è sempre agitata? Martin era lì, con lei, a gettare i rami tagliati nel fuoco fissando le fiamme alte. 


Martin, Martin, Martin. Martin dappertutto. Sullo slittino e in sauna, nella vasca da bagno e pure nella favola della rapa. Chi ha aiutato i nipotini quella volta dei mostri notturni? Chi ha tenuto il cesto di funghi che la vecchietta non era riuscita a riempire per via dello gnomo dei boschi? Chi era con lei per risolvere la faccenda della scimmia di neve? 


Forse per questo, il vecchietto ha cominciato a desiderare di avere Martin con sé anche nella tomba. Forse è stato proprio per questa convivenza quotidiana, assidua, fatta di minuzie e piccole attenzioni scambievoli - coperte sulle ginocchia, tovagliette di pizzo, favole della buonanotte – che quando la vecchietta è morta, Martin ha sentito il bisogno di essere consolato. Il vecchietto ha chiuso le braccia attorno alle ossa di Martin, facendolo quasi scomparire, mentre il vapore del tè al tiglio riempiva la stanza dello stesso odore che c’era quando lei era viva. Sembrava quasi che la vecchietta fosse li! Anzi, a guardar bene, la potevi sentire: di chi se non suoi i gesti replicati per ottenere la calda bevanda, lo stesso inconfondibile aroma? 


Tre i punti forti di questo (apparentemente) piccolo romanzo. 
In primo luogo la storia: una vicenda che nasce nel territorio dell’assurdo, apparentemente leggera, che si attraversa con umorismo, tenerezza e un pizzico di salvifica insensatezza, sfiorando temi e metafore importanti senza tuttavia mai toccarli direttamente. La presenza di uno scheletro che decide di andare in pensione, fatto di per sé straordinario, viene presto riassorbita – come succede con tutte le cose – da un quotidiano denso di piccoli gesti, accortezze e minuti presenti. 


Poi, le illustrazioni. Il bianco e nero dinamico e movimentato di una matita felice interrotto da dettagli e campiture di un fucsia (quasi) fluo: per suo mezzo l’attenzione viene convogliata su tutt’altro – il fazzoletto da testa, un gallo, una rapa, un pettine, ma anche parole, minuzie, cieli interi – e vengono disinnescate alcune inibizioni e schermature che spesso accompagnano la presenza di uno scheletro nella narrazione. 


Il terzo elemento è proprio lui: lo scheletro. Deposto il collegamento con le tematiche horror e Halloween, indebolito il legame quasi automatico che scheletro e ossa nude hanno con la narrazione frontale della morte, ecco che in questo testo è possibile fruire di alcune metafore forti che lo scheletro porta con sé e che spesso rimangono sullo sfondo del ragionamento. 


Che cos’è uno scheletro infatti? È una complessa struttura di ossa, robusta ed elastica, che permette al corpo intero di stare in piedi, camminare, correre, raccogliere i funghi e abbracciare. È un sostegno imprescindibile, tuttavia nascosto da strati di muscoli, pelle e vestiti, in ultimo fatto scomparire dalla sua presenza costante e comune. E se è vero che esso si palesa nella morte e nella decomposizione, quando tutto il resto scompare, è anche vero che – incredibilmente! – lo scheletro è sempre, sempre, sempre presente, sempre con noi, in noi, a rendere possibile e significativo ogni passo e ogni respiro. 


Martin, lo scheletro, è dappertutto. Martin, che ha passato la vita a mostrare il fondamento del corpo umano, perfeziona da queste pagine il suo insegnamento, allargando l’idea di corpo umano a quella di corpo sociale, superando l’idea dei legami familiari per approdare a quella di interdipendenza di ogni cosa. Le schegge di fucsia che esplodono qua e là sono illuminazioni che interrompono la conformità dei grigi e spalancano lo sguardo sulla struttura invisibile che sottostà ai gesti quotidiani, sulla sua pervasività muta e fondante Il bagno dei bambini, la raccolta delle lumache, le favole raccontate ogni volta in maniera un po’ diversa sono il corpus di gesti, consuetudini e usanze sotterranee che innervano, irrobustiscono, rinsaldano, sostengono: attraverso questo reticolo non passano solo gli affetti e i legami, ma l’intera esistenza acquisisce senso e coerenza.


Si potrebbe dire radici, scomodare la questione del passato, della memoria, della tradizione, se non fosse che è proprio sull’aspetto del tempo che il libro esplode: infatti se è vero che ogni gesto presente assume rilevanza in virtù del suo radicamento, è il fatto che avvenga nel presente, che possa avere significato unicamente nel momento presente, la vera meraviglia. Illuminante al riguardo è l’interdipendenza tra Infanzia e Vecchiaia, messa in luce nel rapporto tra vecchietta e vecchietto e nipotino e nipotina: non meri personaggi ma estremi senza nome con una precisa, eterna funzione: passarsi il testimone di una continuità che pur essendo circolare ha solo un punto per brillare. 
E forse, quando succede, ha proprio il colore fucsia. 

Giorgia

 “Martin lo scheletro”, Triinu Laan, Marja Liisa Plats, (trad. Daniele Monticelli), Sinnos, 2024


mercoledì 13 novembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

PIED-DE-COQ: IL CADAVERE 


Sarà qui necessario sorvolare sulla descrizione dettagliata delle relazioni famigliari che legano tutti (o quasi) i personaggi che popolano questa storia. Sarà sufficiente dire che tutto accade in famiglia. 
Una famiglia e una casa, la Collinière, dimora dei Nonni Madame e Monsieur Coudrier. Una magione posizionata in cima alla collina più alta da cui si domina l’intero borgo e impregnata di del senso di superiorità di Madame Coudrier.  Ogni anno, il 31 di ottobre, la Nonna convoca tutta la famiglia per festeggiare il compleanno del Nonno. 
Quel 31 ottobre in casa (in scena) ci sono già i nipoti Hermès, le gemelle Annette e Violette e Colin-seianni. 
La storia comincia da un Prologo che ci mostra questa allegra comitiva di cugini di fronte al cadavere con la sua giacca pied-de-coq marrone scuro in cui si sono imbattuti all’improvviso, vicino al campo delle zucche, per poi fare un passo indietro e, con il capitolo successivo, ricominciare a raccontare dalle ore 6:00 di quel movimentato 31 ottobre. 
Dunque la casa piano piano si sveglia e nel trascorrere della giornata arriverà prima la giovanissima Madeleine e poi tutti gli altri, gli adulti, a completare e complicare la trama di questo giallo che come ogni giallo che si rispetti ci rivelerà un assassinio e un assassino davvero insoliti, con tanto di scena finale in cui tutti sono presenti al disvelamento della verità. Fin qui la trama. Di un giallo non si può dire di più. Però si può dire come viene raccontato, e allora proveremo a individuare alcuni elementi che risultano centrali nell’esperienza di chi legge. 
CINEMA. Bisogna innanzitutto dire che Malika Ferdjoukh scrive come se imbracciasse una telecamera. Le descrizioni dei luoghi e delle azioni sono capaci di prendere occhio e orecchio di chi legge per portarlo dentro la scena. Alcune pagine sembrano proprio delle sceneggiature. Molto coinvolgente. INFANZIA. La storia, nel suo complesso, disegna un contesto di fatti e personaggi compatto e a poco a poco sempre più coerente, ma si percepisce immediatamente l’esistenza di due mondi ben distinti, quello degli adulti e quello di chi adulto ancora non è: Hermès 13 anni e mezzo, le gemelle 9 anni, Colin-seianni (lo dice la parola stessa) e Madeleine 15 anni. Sono loro al centro della scena, i soli a sapere del cadavere e a condurre l’indagine alla scoperta dell’assassino. I soli a interrogarsi sulla morte e sul male. Gli adulti sono impegnati a celare segreti che loro stessi non sanno e non vogliono svelare. 
Un’infanzia destinata a sparire anno dopo anno. Hermès un tredicenne particolarmente maturo dirà: 
“Ho fatto più fatica dell’anno scorso ad arrampicarmici (sul sicomoro, ndr). E già l’anno scorso mi era sembrato più faticoso dell’anno precedente…I bambini piccoli sanno volare, è cosa risaputa da Peter Pan in poi. Dunque, a ogni anno che passa, ho meno infanzia a facilitarmi il compito. Ho tredici anni e mezzo, in fin dei conti”. 
Un’infanzia che vive una vita autonoma, ricca di esperienze, di immaginazione, di intraprendenza, capace di vivere e difendere un’istanza di verità. 
E Colin-seianni, che è il più piccolo di tutti, è il personaggio più splendido. Sulla scena si illumina di luce propria, una luce che lo colloca su un piano diverso, dove si è molto più vicini alla natura e si può stringere amicizia sincera con una volpe ferita e si può vedere nettamente lo spaventapasseri che indica la strada giusta per incontrarla; dove si può fronteggiare il dolore di vivere lontano da una madre inaccessibile e sofferente e ogni impresa è accompagnata da esserini pressoché invisibili che possono essere quelli buoni, i Ghwilltt , o quelli cattivi cattivissimi, i Kyytwwug che bisogna in ogni modo scansare. 
Un piano dell’infanzia al quale nessuno degli adulti può accedere e che anzi dagli adulti è braccata. Così che il pur evidente richiamo al Piccolo Principe e alla Volpe che chiede di essere addomesticata qui devia verso un esito ben diverso. 
VOCE. Tante voci si alternano e si intrecciano: chi legge ascolta alcuni personaggi raccontare in prima persona ma anche una voce fuori campo che riferisce tutto il resto, con l’effetto di una polifonia che ci chiama (anche esplicitamente) nella storia. E chi legge se pur disorientata/o nell’andare da uno all’altro dei personaggi e degli accadimenti, rimane coinvolta/o da un racconto complesso e intrigante. 
Un giallo che si infittisce di personaggi, fatti, sospetti e indizi che noi lettori cerchiamo di mettere insieme. 
A chi vorrà sempre avere chiaro il filo dei fatti così come si dipanano in questo 31 ottobre toccherà a volte tornare indietro nelle pagine tanti sono gli elementi che l’autrice ha voluto inserire in questa storia (qualcuno anche episodico e non molto utile al racconto). 
Una storia che ti cattura fino alla fine ma che forse proprio alla fine perde quella forza autentica che l’aveva sorretta fin lì. Ma qui ogni lettore e ogni lettrice potrà dire la sua. Bellissima anche la copertina di Luca Tagliafico (già autore delle altrettanto belle copertine della quadrilogia “Quattro sorelle”) che ci trasporta immediatamente ai piedi di un cadavere in pied-de-coq nel mezzo di un insolito autunno da ragazzi. Famiglia, casa, infanzia, morte, male, cinema e polifonia si ritrovano spesso nelle storie di questa brava autrice che in Francia ha già pubblicato una quarantina di romanzi. In Italia Malika Ferdjoukh è arrivata proprio con “Livide zucche” pubblicato da Salani nel 2004. Pension Lepic la richiamerà al pubblico italiano pubblicando i quatto volumi delle “Quattro sorelle”, poi “Una notte un assassino” e ora riedita “Livide zucche”. 
Camelozampa ha scelto di pubblicare “Mezzanotte e cinque” e Babalibri, per la collana Prime Letture, “La fidanzata del fantasma”
Tutte storie da leggere. Questa, in particolare, dai 12 ai 112 anni.

Patrizia 

“Livide zucche”, Malika Ferdjoukh, (trad. Orietta Mori), Pension Lepic 2024

mercoledì 6 novembre 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

LA MORTE E' UNA DOMANDA? 

La questione morte manca di testimoni diretti. Quand’anche ve ne fossero, sull’ampio territorio culturale che a lei si riferisce gravano pesantissimi tabù e imbarazzi, credenze, superstizioni, al punto che non solo non è possibile sapere cos’è la morte indirettamente, ma spesso persino quello che vi gravita attorno rimane precluso, ammantato di silenzi e ritrosie. 
Del resto anche Scoiattolo e Formica si erano a lungo interrogati a proposito. Come possiamo conoscere quello che nessuno può o vuole raccontare? Come possiamo soddisfare quell’impulso vitale che è la naturale curiosità per qualcosa che nessuno ha visto? 
Perché se di fronte al mistero non esiste strumento più efficace e spontaneo che domandare, è altrettanto vero che questa è solo una metà della questione: in fondo a ogni domanda non vi è solo un vuoto che tanto somiglia alla morte, ma c'è anche uno spazio che attende di essere occupato da una possibile, inedita spiegazione. E per sentirla serve disponibilità: forse infatti la conversazione che abbiamo con la morte non si basa sulla certezza di risposte impossibili, quanto piuttosto sulla capacità di rimanere in bilico sul margine vibrante e tridimensionale che da lei ci separa. E se imparassimo ad ascoltare? 



© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


È quello che succede in Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini
Il volume è l’ultimo della serie Wonder Ponder, progetto di filosofia illustrata per tutte l’età che si propone di agevolare l’accesso della curiosità bambina (ma anche no) ai grandi quesiti. In questo caso, le due autrici hanno incontrato bambine e bambini a frotte e si sono lasciate interrogare sull’argomento morte senza porre limite alla tipologia di domande. Non solo questioni morali o sentimentali, dunque, ma anche faccende pratiche - come la produzione di una lapide o le procedure di successione di una console - e fatti scientifici, come ad esempio la gradualità di decomposizione dei tessuti del cadavere. 
Le domande appaiono tutte insieme nelle sguardie del libro, brulicando, una accanto all’altra, fittissime, serie, inaspettate, a delimitare il territorio concesso per l’azione dell’albo e del ragionamento. Anche figurativamente, sono come le stelle della calotta celeste, che solo apparentemente segnano il confine del cielo: in realtà pulsano dalle distanze più diverse dell’universo e i loro raggi ci colpiscono incessantemente, anche quando siamo in piena luce.


© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni

All’interno del volume, non si punta all’utilizzo delle risposte per esaurire l’indagine; al contrario, in ognuna di esse viene fatta riverberare un nuova domanda, a cui è possibile legarne un’altra e un’altra ancora, senza inibizioni, quasi a voler proporre un metodo di pensiero, uno strumento di visione per una disamina ulteriore della questione, dinamica, attiva, che frammenta, scompone l’oggetto di cotanta insaziabile curiosità, senza giudicarla mai. 
Come ben si conviene al procedere filosofico, la ricerca lievita pagina dopo pagina, alimentata con richieste di opinioni e pareri, stimolata con altre domande che coinvolgono il senso morale, etico ben presente negli interlocutori di ogni età. Non solo: essa viene demandata ad altri tempi e luoghi, trascendendo la pagina presente e la struttura sequenziale con soluzioni formali che tendono a far uscire il lettore dal libro. E’ possibile imbattersi in piccoli rimandi ad altre pagine e ad altri quesiti analoghi, in QR-code che dirottano a luoghi esperienziali diversi, in esperimenti immaginativi da condurre in autonomia. Quasi pare di sentirla, la mano che sfiora la spalla e una voce che dice “Vai…” , incoraggiandoci a sperimentare dopo averci rassicurato sulla legittimità di ogni strada che può prendere il pensiero. 
Così è la morte? si trasforma letteralmente in una soglia da attraversare per raggiungere, immaginando e ragionando, un luogo che è e non è, presente in nuce e tuttavia invisibile, accanto a noi, dentro di noi ma anche altrove e oltre, ancora sconosciuto o, forse, semplicemente, non ancora nominato. Si viene ricondotti alla propria esperienza e lì stimolati a esperire, ben lontano delle pagine, un altrove significativo soprattutto per noi. A partire dalle istruzioni per l’utilizzo del libro, che sono un modo per sgomberare il campo da quegli imbarazzi che talvolta scoraggiano la voglia di esplorare, passando per il registro intimo e personale delle risposte, per arrivare all’estrema e sensibile serie di informazioni con cui le due autrici cercano di appagare l’interrogativo, il lettore capisce di essere in un territorio sicuro, e questo è fondamentale per permettere la grande magia. 
 
© Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori
#Logosedizioni


Se risposte saranno quindi, saranno (anche) quelle che ciascun lettore saprà darsi da sé attraverso le proprie risorse, attraverso le proprie disponibilità culturali, la propria sensibilità e la propria immaginazione, messa in riverbero da sapienti sollecitazioni. Perché è poi sinceramente così vero che non conosciamo l’esperienza di scomparire? Non sarebbe possibile che la morte assomigli alla perdita di confini che si prova prima di dormire, e che tutte le risposte che occorrono si fondano sull’affaccio concreto da cui, sporgendoci, riusciamo a vedere?


Parafrasando una celebre conversazione accaduta a un’anatra, non è forse possibile in fondo che a dirci cos’è la morte sia proprio la nostra stessa vita? 

Giorgia 

"Così è la morte? Domande mortali di bambine e bambini" Ellen Duthie, Anna Juan Cantavella, Andrea Antinori, (trad. Chiara Ronchi) #Logosedizioni 2024 
"L'anatra, la morte e il tulipano", Wolf Erlbruch (trad. Viola Starnone), E/O 2007

 

mercoledì 11 settembre 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

CRESCERE IN UN SUSSURRO 


 “C'è un trucco per vedere e udire i Defunti, simile al trucco per prendere sonno. Bisogna sentire senza ascoltare, vedere senza guardare, pensare senza riflettere davvero. Lasciare che la mente scivoli in uno spazio grigio; solo così, a volte, è possibile coglierne la presenza.” 

Maghi, nebbie, vascelli, sabbie d'argento, archi fatati, anime sperdute, poesie di polvere e un traghettatore: il Passatore. 
Il traghettatore ha due figli, Milo e Leif, e non ha nome, anche se alla nostra mente subito si affaccia la figura di Caronte, il mitico psicopompo che accompagnava le anime dei morti nell'aldilà. Il Passatore però, al contrario di Caronte, è un umano. 
La storia dell'Isola dei sussurri, scritta dall'inglese Frances Hardinge, ha una trama lineare, al contrario dei suoi passati romanzi: il traghettatore viene ucciso dal Signore di Merlank per evitare che sua figlia venga portata sull'isola della Torre Spezzata, dove le anime dei defunti possono finalmente uscire dal mondo. Leif cerca di sviare gli assassini mentre Milo, dal padre ritenuto da sempre inadatto al ruolo, si mette in mare con le sei anime da trasportare, compresa quella del padre stesso. 


Milo affronta diversi problemi mentre trasporta le anime: non solo quello più rischioso, ossia evitare di essere preso dagli scagnozzi del Signore di Merlank, ma anche riuscire a decifrare le misteriose scritte che appaiono sull'imbarcazione, oppure semplicemente riuscire a muoversi sull'angusta nave senza poggiare lo sguardo sulle anime, pena la morte. 
Fin dall'inizio del libro siamo immersi in una bruma silenziosa, dove i suoni sono attutiti e pare già di sentire accanto a sé le anime perse in attesa di imbarcarsi. Una donna si avvicina alla casa del Passatore con delle graziose scarpine tra le mani, il volto sconvolto dalle lacrime, le scarpe azzurre sono quelle della figlia Gabrielle. Le scarpe devono essere consegnate immediatamente dopo la morte al Passatore: se i defunti riuscissero a trovarle sarebbero per sempre costretti a vagare a Merlank, senza più possibilità di lasciare questo mondo. 
Parto dalle scarpe per scrivere di un libro profondo e delicato, tutto scritto sussurrando, come il titolo allude. Le scarpe sono quelle che ancorano i morti alla propria terra, che li trattengono; le scarpe raccontano lo status dei loro possessori, l'età, il lavoro, raccontano, di fatto, una vita. E così Milo tenendo lo sguardo basso, entra in contatto con loro aprendo delle brecce in lui.  


D'altra parte c'è un modo di dire anglosassone - “in his/her shoes” - che significa letteralmente “nelle sue scarpe” ma che in italiano può essere tradotto come “nei suoi panni”. Milo è considerato non all'altezza del compito di Passatore dal padre proprio per questo 'difetto': troppo emotivo, poco lucido nelle decisioni, troppo esposto e facile al coinvolgimento. E Milo lo sa, è consapevole del suoi limiti per questo lavoro in cui la freddezza pare essere il fondamento. 
Milo percorre il tratto di mare che lo separa dall'isola della Torre Spezzata, superando maghi, feroci uccelli senza testa, allucinazioni intimidatorie, con l'anima del padre al suo fianco, imparando, sforzandosi per essere utile, adattando il proprio animo alle difficoltà pratiche ma senza mai perdere la sua capacità di mettersi nei panni degli altri. Raccoglie così, a modo suo, delle tracce da ciascuna anima da riportare a casa. Di fatto reinventa il lavoro del padre, dimostrando che crescere è anche prendere il buono dal passato per poi reinventare il proprio giovane passo. 
La scrittura della Hardinge mi ha davvero lasciata senza parole, perché di fatto racconta come sia possibile comprendersi senza parlare, soltanto guardando in tralice, sfiorandosi, osservando con rispetto. E' un esempio per i ragazzi e non solo, di quanto sia potente l'immaginario evocativo delle parole. 


Il romanzo è illustrato da Emily Gravett a tre colori: nero, blu e bianco. Non è la Gravett delle matite colorate, dei bambini arruffati e degli animaletti teneri. Con uno approccio più stilizzato, riesce a mantenere il tono del sussurro, unendo anche il dettaglio tipico della gothic novel. 
Le illustrazioni sono frequenti e si alternano bene in un testo molto centellinato. In un'intervista sul libro Gravett racconta di aver utilizzato il tipo di illustrazione che in genere utilizza per le sue ceramiche. Ecco, questo libro, che consiglierei a lettori e lettrici dodicenni, è esattamente questo: una ceramica, preziosa, apparentemente fredda, ma capace di contenere tesori. 

Valentina

 "L'isola dei sussurri", F. Hardinge, E. Gravett (trad. G. Iacobaci), Mondadori 2024 

mercoledì 17 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

ROCAMBOLESCAMENTE CANE 


È raro che un libro che racconta di tossicodipendenze, di malattia e infine anche di morte, di abbandoni, di povertà e di violenze possa risultare così divertente. (A parte quelli di Marie-Aude Murail che in questo è Maestra). 
Con Vita da cani questo succede. Ed è solo merito di Basse, un cane “con la pancia cascante e gli occhi tristi, e una delle zampe posteriori zoppica un po”
Eccolo qui, Basse, parole sue. 
E poi manco si chiamerebbe Basse perché lui, come pare tutti i cani, si dà dei noni che cambia quando si stufa. Ora in effetti si chiamerebbe Reginald Birger El Nachos Bigdog IV…se solo gli umani certe cose le capissero… 
Comunque Basse (Reginald) è il nostro narratore: simpatico, super ironico, Amico con la a maiuscola, molto saggio, determinato, intelligente e coraggioso, con una imbarazzante debolezza per le coccole ben fatte, per i cuscini comodi e per la pizza quando avanza, ma capace di analizzare ogni situazione seguendo odori (anche la paura ha un odore) ed esperienza di vita, sempre pronto ad affrontare qualsivoglia complicazione. 
Le complicazioni in questa storia sono assai, anzi pare proprio che sulle complicazioni si regga tutta la vicenda. Sulle complicazioni e su Basse (Birger). Credibili o inverosimili, le complicazioni crescono insieme al racconto. 
Il fatto è che Basse (El Nachos) è il cane di un tossico, Kjell il tossico. E Kjell il tossico, per quanto simpatico, è pur sempre un tossico e dunque sta sempre nei guai: un furto, una fuga, una crisi di astinenza, un espediente, un’idea geniale per svoltare che poi tanto geniale non è. Basse (Bigdog IV) è sempre lì pronto a fronteggiare l’imprevisto perché pure quando pare andare tutto strabene, quando sembra rimettersi tutto in equilibrio e si fanno discorsi da adulti consapevoli e quasi sdolcinati, ecco che le cose si complicano nuovamente. 
Ma il vero imprevisto in questa storia è davvero peso: a Kjell e Basse capita uno di quei fatti della vita, di quelli che o abbandoni e ti distruggi per sempre, oppure prendi forza e vai. 
Dunque, una storia che racconta cose per cui ci si aspetterebbero lacrime e disperazione alle pagine pari e condanne e buoni consigli alle pagine dispari e invece gli ingredienti di questa storia sono ben altri: 
1) un quadrupede che è un Amico determinato e sapiente 
2) una voce narrante capace di portare la nostra immaginazione tra le ossa, i peli, il naso e le zampe di un cane. Vista e odorata da questa altezza, la vita può offrire diversi aspetti divertenti. 
3) un intreccio narrativo vivacissimo, a tratti iperbolico ed ecco che questa storia diventa davvero una bella storia. 
Arne Svingen è autore norvegese, molto letto e molto premiato in patria dove ha pubblicato più di 100 titoli, moltissimi per ragazzi. In Italia ne abbiamo visti arrivare tre: Macchia nel 2007 per Salani ma ormai è fuori catalogo, La ballata del naso rotto pubblicato nel 2019 da La Nuova Frontiera junior e ora Vita da cani per lo stesso editore. I due romanzi hanno evidenti punti di contatto: i guai, l’amicizia, le dipendenze, l’ironia. Entrambi sono ben calati in uno spaccato di società assolutamente reale. 
Come molti e molte di coloro che scrivono dal nord Europa, Arne Svingen sa raccontare le esperienze più dure della vita con una leggerezza che non toglie nulla né alla realtà né all’immaginazione. Anzi gli consente una schiettezza di sguardo che altri autori (quelli preoccupati di dare indicazioni su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato) non riuscirebbero a sostenere. 
Per lettori dagli 11 ai 13 anni: una realtà fatta di spacciatori vendicativi e di assistenti sociali troppo ingenue (o troppo sagge?), di fratelli sinceri e di ladri traditori, di bugie improvvisate e di verità che salvano, di madri alcolizzate e di un cane, Reginald Birger El Nachos Bigdog IV anche detto Basse, che è davvero molto molto simpatico. 
Un Amico. 

Patrizia 

"Vita da cani", A. Svingen, trad. di Lucia Barni, La Nuova Frontiera 2024 

venerdì 9 febbraio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


DEL LUTTO E DEL LASCIARE ANDARE


Esce nella collana neroinchiostro dell’editore Pelledoca l’ultima fatica di Daniele Nicastro: ‘Spiriti dello tsunami’, dedicato a lettori oltre i tredici anni.
Come dice il titolo, l’ambientazione è profondamente giapponese e fa riferimento non solo a un evento reale, il terremoto del 2011 cui seguì uno spaventoso tsunami, ma anche e soprattutto alla cultura nipponica, con particolare attenzione all’aspetto magico, sovrannaturale.
Il tema centrale è rappresentato dal dramma di chi, in quella circostanza o in circostanze analoghe, non ha riavuto indietro un corpo su cui piangere e a cui dare degna sepoltura. I vivi non possono darsi pace, ma nemmeno i morti, che continuano ad aleggiare intorno ai propri cari; col tempo la loro irrequietezza diventa rabbia, e queste anime disperate diventano degli Yurei, spiriti ostili e bellicosi.
Il protagonista è Andrea, che insieme alla famiglia si è trasferito in Giappone per seguire il fratello più grande Marco. Quest’ultimo insegna in una scuola di Okawa ed è lì che viene sorpreso dallo tsunami, mentre cerca, forse, di mettere in salvo i bambini. Il suo corpo non è stato ritrovato e così Andrea, il fratello minore che continua a vederlo e a parlare con lui, non riesce a darsi pace.
Decide di andare proprio lì, dove il disastro è avvenuto, per trovare risposte e forse anche il corpo di Marco. Nel suo viaggio incontra una ragazza, Yoko, una sopravvissuta che non riesce a dare un senso al suo essere ancora al mondo. Arrivati sul posto, conoscono Midori, una donna ossessionata dal desiderio di ritrovare la figlia. In realtà si tratta di un racconto corale, in cui tanti personaggi esprimono modi diversi di rapportarsi alla morte, al lutto, con rabbia, con rassegnazione, con indifferenza.
Le vicissitudine affrontate da Andrea durante il viaggio sono molteplici, così come gli incontri con i vivi e con i morti, che per un attimo attraversano Yoko, raccontando la loro tragica storia.
Dunque fantasmi, spiriti inquieti che visitano il mondo dei vivi, come se fra le due dimensioni ci fosse una sorta di osmosi. Il racconto è costellato di visioni inquietanti, di odori nauseabondi che gli stessi spiriti si portano dietro, dalle profondità abissali in cui i loro corpi sono precipitati; in mezzo due ragazzini, forse più incoscienti che coraggiosi, alla ricerca di una pacificazione difficile da trovare.
Il romanzo, i cui capitoli sono titolati quasi tutti in giapponese, con debita traduzione, è permeato dalla passione che l’autore nutre nei confronti della cultura nipponica e si vede con chiarezza con quanta cura siano stati approfonditi sia gli aspetti storici sia quelli culturali. Gli siamo immensamente grati per aver pensato a un glossario, in fondo al capitolo, che colma almeno qualche lacuna del lettore.
Ma se l’atmosfera è permeata dal sovrannaturale, l’aspetto centrale credo sia quello della pacificazione dei vivi, quando il lutto non può seguire le vie consuete. Il tema è quindi la capacità di lasciar andare, di separarsi da una persona cara in condizioni talmente drammatiche da mettere in discussione qualsiasi credo.
La tematica è importante e richiede una certa maturità e la capacità di guardarsi dentro. Per questo consiglio caldamente la lettura di questo romanzo appassionante a chi ama il Giappone e la sua storia, a chi non teme le storie di fantasmi e a chi vuole affrontare temi impegnativi come quelli che qui sono trattati.

Eleonora

“Spiriti dello tsunami”, D. Nicastro, Pelledoca 2024




mercoledì 11 ottobre 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


UNO STRANO MERCOLEDÌ


In una anonima cittadina della provincia americana, Amber Springs, è consuetudine che l’ultimo mercoledì prima della fine della scuola, gli alunni di terza media ricevano una camicia nera e la foto tessera di un ragazzo o una ragazza morti in un incidente stradale: per un giorno sono invisibili a tutti, non fanno lezione, non sono puniti.
È proprio all’alba di un Mercoledì dei Morti che conosciamo Bruco, il timido protagonista dell’ultimo romanzo di Jerry Spinelli, ‘Ricordami di mercoledì’, pubblicato recentemente da Mondadori con la traduzione di Angela Ragusa.
Naturalmente, la maggior parte dei ragazzini non percepisce il lato educativo di questa tradizione, quanto un insperato giorno di festa in cui tutto è sostanzialmente permesso.
Robbie, questo è il suo vero nome, si alza pregustando una giornata di scherzi e imprese mitiche, come una rissa già organizzata per il pomeriggio, cui pensa di assistere insieme al suo amico del cuore Eddie. Tanto Eddie è popolare, quanto Bruco si considera invisibile, un osservatore del mondo, nascosto dietro i suoi brufoli.
La mattina dunque scorre come previsto fino a quando non si arriva al momento clou della giornata: l’assegnazione della foto tessera e della camicia nera. Accade l’imprevedibile, Bruco si trova di fronte l’inquieto fantasma della sua ‘spiaccicata’: Rebecca Ann Finch, morta a diciassette anni, gli si presenta davanti in pigiama e pantofole color lampone.
Comincia così un percorso stravagante in cui Becca e Bruco si confrontano, raccontandosi le rispettive vite: Becca era passata alla storia per aver rinchiuso in un barattolo tante lucciole e per averle fatte morire tutte, essendosi dimenticata di praticare dei buchi nel tappo; questa esperienza infantile l’ha segnata, ma non le ha impedito di vivere un grande amore; proprio l’amore per il suo Pupucchio, nomignolo che aveva assegnato al ragazzo che amava, è stato l’origine del suo incidente: una bravata, alla vigilia di Natale, per non stare lontano da lui e fargli avere il regalo più bello. Nello stesso tempo, Bruco non può sottrarsi al racconto della sua vita, dei rapporti con gli amici e con le ragazze, che riesce solo a guardare da lontano.
In questo confronto è difficile dire chi aiuti chi, se sia Bruco ad aiutare Becca a superare i suoi sensi di colpa, o se sia Becca che aiuti Bruco ad accettarsi così come è.
Alla fine di questa giornata entrambi hanno raggiunto una diversa consapevolezza di sé.
Jerry Spinelli mostra come sempre una straordinaria capacità di cogliere i turbamenti profondi che attraversano le vite dei ragazzi e delle ragazze, li descrive con acume e sensibilità, riesce ad avere sempre uno sguardo che si muove alla loro altezza, senza giudicare le debolezze, i difetti, le incertezze dell’inquieta età di mezzo.
Tuttavia, mi sembra che la situazione presentata in questo romanzo risenta di una certa astrattezza, appesantita dalla necessità di parlare di un tema difficile, come la morte degli adolescenti negli incidenti stradali. Avrebbe potuto trarne una trama in chiave drammatica, ha preferito i toni semi seri della commedia, sicuramente efficaci con un pubblico di lettori e lettrici intorno ai tredici, quattordici anni.
Anche la narrazione tutta al presente, in presa diretta, incentrata sulla lunga passeggiata dei due protagonisti, si traduce in immediatezza, in una sorta di corpo a corpo fra i protagonisti e il lettore.
Però, anche qui, vedo il limite di un racconto che si esprime in una sorta di flusso di coscienza, di una sequenza di confessioni intime che si intrecciano a degli squarci di realtà: lettrici e lettori giovani spesso si disorientano in una narrazione che non si incanali sulla sequenza di fatti, azioni e, preferibilmente, colpi di scena.
Nonostante le difficoltà sopra esposte, il romanzo può essere consigliato a ragazzi e ragazze, sopra i dodici anni, che abbiano una forte propensione all’introspezione.

Eleonora

“Ricordami di mercoledì”, J. Spinelli, trad. A. Ragusa, Mondadori 2023


mercoledì 24 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)



LA RABBIA E IL DOLORE

Lea, la protagonista di ‘Tanto amore non può morire’, di Moni Nilsson, è molto arrabbiata con l’amica del cuore Noa, che le ha parlato della partecipazione di sua madre al Galà del Cancro, un evento pubblico a sostegno della ricerca. In quell’occasione la mamma di Lea ha dichiarato di essere una malata terminale.
Lea sa bene che la mamma è in una fase della malattia senza speranza, ma non accetta l’idea che realmente possa morire e meno che mai può accettare che a ricordarglielo sia proprio l’amica del cuore. Per questo decide di odiarla con tutte le sue forze, perché finché odierà Noa, la mamma non morirà.
Lea spia dalla finestra l’amica che viene in visita con la madre, a sua volta amica della mamma. Tutte le volte che le vede arrivare, va a nascondersi dalla vicina; nonostante sia la sua migliore amica, praticamente una sorella, la evita in tutti i modi, lascia la amatissima squadra di calcio, si mette continuamente nei guai.
In tanti fanno fatica a sopportarla, tranne il timido Konrad, con cui si fidanza per qualche giorno.
Tutta la vita familiare è sconvolta dalla malattia: il padre trascura il lavoro e si fa crescere una folta barba, il fratello maggiore Lucas, talvolta permette a Lea di entrare nella sua privatissima stanza, dove suona con l’amico Abbe, di cui Noa e in parte anche Lea sono segretamente innamorate.
Col passare dei giorni, la parvenza di una vita normale si dissolve e cominciano a moltiplicarsi le ‘ultime volte’: l’ultimo ballo dei genitori, l’ultimo incontro di tutta la famiglia con le amiche del cuore della mamma, nominate madrine di Lucas e Lea, a sottolineare una continuità di amore che la morte non può interrompere.
La quotidianità di madre e figlia è fatta di confessioni, di silenzi complici, di consapevolezza che man mano cresce e di molte, inevitabili lacrime. Così come cambiano nel tempo i rapporti con gli altri familiari, perché poche cose uniscono le persone più di un lutto condiviso.
La mamma di Lea affronta l’avvicinarsi della morte con immenso dolore, per tutto quello che non potrà dare ai figli, che non potrà vivere con loro e cerca di lasciare quanti più ricordi è possibile, perché su quelli si fonderà quell’amore così grande che non può finire, lei mamma squalo che protegge le due bambine delfino.
Lea è una ragazzina forte, autonoma, determinata, come se ne incontrano spesso nella letteratura nordica; è un personaggio che alterna una visione infantile del mondo, in cui ancora resiste il pensiero magico, alla consapevolezza della perdita, fino alla capacità, davvero rara, di lasciare andare.
Questo romanzo di Moni Nilsson, tradotto con grande sensibilità da Samanta K. Milton Kowles, per i tipi di Uovonero, è a suo modo un romanzo esemplare nel saper trattare con delicatezza un tema tanto drammatico e spesso stigmatizzato nella letteratura per ragazzi. I personaggi sono destinati a restare nel cuore di lettrici e lettori proprio per la loro fragilità, incoerenza, rabbia. Nello stesso tempo si parla di morte senza eufemismi, senza inganni consolatori, parlando del dolore e del lutto per quello che sono realmente.
Moni Nilsson è una scrittrice svedese che ha ricevuto numerosi premi, fra cui l’Astrid Lindgren Prize. In Italia erano già usciti dei titoli della serie di ‘Tsatsiki e Ma’’, Pubblicati da Bohem Press.
Per il tema trattato, alcuni adulti esprimeranno perplessità, nonostante la letteratura per ragazzi sia costellata di orfani e di lutti, basti pensare ai bellissimi libri di Ulf Stark. Curiosamente, il lettore e la lettrice adulti oscillano fra richiedere improbabili libri ‘consolatori’, che li aiutino ad affrontare il tema del lutto con i bambini, al rifiuto totale di sfiorare l’argomento.
Ecco, questo secondo me, è un libro necessario proprio per rompere luoghi comuni e presunti tabù, anche se, probabilmente, non è un libro per tutti. Lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi a partire dagli undici anni.

Eleonora


“Tanto amore non può morire”, M. Nilsson, trad. S. K. Milton Knowles, Uovonero 2023