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venerdì 29 agosto 2025

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

SCIOGLIERE IL NODO

Nessuno tranne me
, Sara Lundberg (trad. Maria Valeria D'Avino) 
orecchio acerbo 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Nessuno tranne me! dice quel bambinetto biondo che, salito sul suo canotto si allontana dal molo e dalla sua mamma. Come lei gira lo sguardo, lui comincia a navigare verso l'ignoto, ovvero in una giungla verde e rigogliosa, tra mangrovie e ninfee, abitata da piccole creature alate, delle fate. Ora sono loro a seguire il suo viaggio. Lo guardano da un ponte o dal tetto di un palazzo mentre naviga tranquillo nelle acque di un un fiume in città. E quando il suo canotto arancione ne incontra un altro identico con sopra una bambina, tra mille altri canotti che si affastellano in un acqua park, succede qualcosa di imprevisto: la bambina cerca le sue mani per mettergli fra le dita un seme... La corrente però li separa e il bambino torna ad attraversare la giungla dove le fate continuano a vegliare su di lui, salvandolo dalle cascate e dalle belve feroci e rimettendolo sul giusto percorso che lo riporti verso acque più sicure e più conosciute. 
Là ci sarà qualcuno ad aspettarlo, qualcuno che non si è mai mosso da lì, proprio come fanno i moli...

Questo libro ha una genesi doppia. Ed è Sara Lundberg a raccontarla. 


Da una parte c'è una delle tavole che prima di essere illustrazione è stata quadro, andato in una sua mostra personale. Una visitatrice lo vede e se ne innamora, lo vuole acquistare: le ricorda suo figlio, che è andato a vivere da solo, lasciando la casa materna. Lei, che sente la sua nostalgia, racconta a Sara Lundberg che è lì nella galleria, ciò che lui da piccolo un giorno le aveva detto: 

" 'Mamma, la sai una cosa?' 'No, che cosa?' 
'Tu sei il molo. E io sono la barca.' 'Mhmm...' 
'E la barca è legata al molo con un nodo.' 'E guarda il nodo. È strettissimo.' 
'Ti aiuto?' 'No, ce la faccio.' 
'L’ho slegato.' 'Sì, ho visto. Tutto da solo.' 
'Nessuno lo sa fare...' " 

Sara Lundberg coglie immediatamente la bellezza e la profondità di questo dialogo tra mamma e figlio e chiede il permesso a quella visitatrice di costruirci intorno una storia. Permesso concesso, a patto di avere una dedica che ne testimoni la "maternità". 
L'altro punto di partenza è una committenza difficoltosa tra Sara Lundberg e un ospedale pediatrico svedese. Le sue pitture avrebbero dovuto abbellire gli spazi comuni, ma i troppi vincoli alla fine hanno fatto desistere artista e committente. Però i bozzetti e i disegni preparatori erano stati fatti e raffiguravano un viaggio attraverso giungle e grandi città... 


Il libro che è nato da queste due circostanze è un capolavoro sotto molti punti di vista. 
Fortunatamente in molti se ne sono accorti: dalla Fiera di Bologna che lo ha premiato quest'anno, fino all'ospedale svedese che ha rivisto le sue posizioni nei confronti di Sara Lundberg e della sua magnifica arte: ora i piccoli pazienti possono godere delle tavole così piene di meraviglia e di verde e di arancione e di fate bambine. 
Dal punto di vista figurativo è magnifico. 


La gestualità dei corpi, uno dei talenti di Sara Lundberg, riesce a raggiungere una espressività davvero notevole. Altrettanto si può dire per la sua sensibilità nei confronti del colore: quella copertina dove il verde della foresta racchiude la potenza esplosiva di quell'arancione è un risultato estetico davvero altissimo. 
Al centro un bambino splendente circondato dalla propria lussureggiante immaginazione. 
Il continuo cambio di prospettiva, la composizione, le velature nel dare il colore, la ricerca di immediatezza nel segno per creare emozione piuttosto che perfezione sono tutte cose cui Sara Lundberg ci ha abituato, ma qui succedono un po' di più e un po' meglio! 
Dietro tutto questo c'è la grande questione: quella del molo, del nodo e della navigazione in solitario... 
A proposito di questo, già in passato con un altro bel libro di Sara Lundberg, Un giorno sbadato, c'era stata l'occasione di parlare della relazione sana tra madri e figli. 
Lì il libro si apriva e si chiudeva con due immagini 'parlanti': una mamma capace di abbassarsi e girarsi per guardare negli occhi il proprio bambino, tenendolo per mano, ma anche di addormentarsi appallottolata sul divano con lui che gioca da solo lì accanto... 


Se si usa la stessa metafora della mamma e del figlio svedesi, non ci spostiamo di molto: il molo è sempre lì e la sua funzione è quella di rendere sicura la partenza e di accogliere chi torna... 
In tal modo i piccoli marinai saranno capaci di sciogliere con maggiore fiducia gli ormeggi per partire e andare. 

Carla

venerdì 25 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

I TAMBURI DELLA PENULTIMA PAGINA 

Una cosa che si dovrebbe cercare di raggiungere, raccontando una storia con le immagini, è la piccola o grande capriola finale, il colpo di scena! 
Stupire il proprio lettore è cosa buona e giusta. 
Il piccolo o grande salto di senso, la risata, lo sgranare gli occhi sono tutte reazioni che se messe ad arte intorno all'ultima pagina, non possono che far bene alla storia, al libro. 
La forma di un albo illustrato, tra le sue tante doti, ha quella di essere fisicamente adatto a questo genere di emozioni e reazioni. Il giro di pagina sembra essere lì a bella posta. Il tempo che occupa, poco più di un secondo, in cui cosa ci sarà dietro non è dato sapere, è assolutamente un tempo ideale perché il cervello rimanga in stand by lungo la strada segnata. E se invece c'è un bel tornante, una curva secca su un altro panorama sarà tutto più gustoso. 
Va da sé che con altrettanta arte la capriola finale va preparata con cura. Ovvero il lettore va spedito in una direzione, va rassicurato che tutto sta andando nel verso previsto. Per assurdo, potrebbe quasi annoiarsi di tanta prevedibilità ed è allora che bisogna colpire! 


Tutto questo è per dire che ho sotto mano due libri che hanno la stessa firma, Matilde Tacchini e che finiscono entrambi con delle belle capriole. 
Nel primo caso lei è autrice del solo testo, Questo è molto strano... mentre le matite sono di Mercé Galì, una sua vecchia conoscenza. 
Nel secondo lei è autrice unica e la capriola che fa fare ai suoi lettori è ben più spettacolare e durevole... Non schiacciate quel bottone! 
Questo è molto strano... più che una storia vera e propria è un lungo elenco, una sorta di catalogo, dei vezzeggiativi, paragoni bestiali (nel senso letterale del termine), che di solito i genitori (o chi per essi) usano nei confronti dei piccoli: il piccolo koala di mamma, il topolino di papà, un maialino a tavola, un ghiro a letto, in piscina un pesciolino e via andare... 


Tutto chiaro? Il finale deve prevedere un capovolgimento che puntualmente arriva in un ribaltamento di ruolo: sparisce all'istante la tenerezza del koala per lasciare il posto alla rabbia vera che finisce in un urlaccio di quel povero ragazzino, finalmente solo ragazzino, senza peli o zanne, che rivendica, dopo aver ruggito ben bene, la propria identità. 
Ma questa capriola, sebbene scandita a chiare lettere, è fin troppo telefonata... 
E poi siamo alla penultima pagina, dove il rullo di tamburi si fa sentire.... 
E infatti, non poteva finire così, la vera capriola la vedremo solo quando anche l'ultima pagina è andata... 
Ancora più chiaro il meccanismo appare nel suo ultimo libro per Nomos Edizioni. 
La tensione emotiva si percepisce fin dalla copertina, con quel titolo che è un comando, con tanto di esclamativo! 


La situazione, anche in questo caso, non è certo la prima volta che la si incontra, tuttavia qui è giocata meglio che altrove. 
Contesto: esterno spoglio con solo un ramo visibile su cui far sostare in quota gufo e scoiattolo. Gli altri animali presenti sono tutti sul terreno, ovvero poggiano su una linea nera continua, Il pulsante è l'anomalia che getta scompiglio nella routine degli abitanti di quel boschetto: orso, fagiano, lepre, volpe, scoiattolo e gufo. 
Ognuno di loro si schiera e si fa carico di un'indole umana: c'è l'ottimista, il riflessivo, il prudente, il curioso e via andare... 
Naturalmente ognuno di loro si prefigura cosa potrebbe succedere a premere il pulsante rosso: caldo fulminate, glaciazione istantanea, gli alieni. Naturalmente in tutto questo crescendo di ipotesi qualcuno cerca di mantenere la barra del timone diritta. 


Ma si sa che, come succede anche nella vita vera, il chiacchiericcio intorno a un fatto non fa che accrescerlo, renderlo sempre più sospetto e potenzialmente pericoloso. 
Ciò che non si conosce è per definizione qualcosa che potrebbe portare guai. 
Così il loro cicaleccio ai piedi del ramo, intorno al pulsante, si fa sempre più fitto. Si invoca persino uno dei cardini della democrazia (quando si è in un numero maggiore di uno, accade): il voto. 
Poi come altrettanto spesso accade, soprattutto in questi ultimi balordi tempi, uno decide per tutti: il più grosso... 
E siamo alla penultima pagina... 

Carla 

"Questo è molto strano..." Matilde Tacchini, Mercé Galì, Kalandraka 2025 
"Non schiacciate quel bottone!", Matilde Tacchini, Nomos 2025

lunedì 14 luglio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA RIVOLUZIONE IN CANTINA

Che ci importa di re Cetriolo
, Christine Nöstlinger (trad. Anna Patrucco Becchi) 
La Nuova Frontiera 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Noi abbiamo tutti chiesto cosa ci fosse in cucina, ma lei non ha saputo dirlo. 
Allora il nonno si è alzato e si è diretto alla porta della cucina. Anch'io, Martina e Nik lo abbiamo seguito. Abbiamo pensato che magari si fosse rotto un tubo dell'acqua o ci fosse un topo dietro la stufa a gas o un ragno molto grande. Di tutto ciò la mamma ha paura. Però non si era rotto nessun tubo e non c'era un topo, né un ragno e siamo rimasti tutti esterrefatti. Anche papà che ci era venuto dietro. Sul tavolo della cucina era seduto infatti un tipo grande all'incirca mezzo metro." 

Un tipo alto circa mezzo metro, con occhi naso e bocca, braccia e gambe regolamentari ma con la pelle (la buccia) e la consistenza, un po' gelatinosa, di un grosso cetriolo o di una zucca media: insomma una cucurbitacea che porta una corona in testa, guantini bianchi alle mani e parla una lingua comprensibile ma difettosa. 
Non è un semplice cetriolo, si fa per dire, ma è un re cetriolo, Kumi-Ori II della stirpe degli Scaligeri, che è stato cacciato dal suo regno, la cantina inferiore, ossia quella più umida e profonda, dai sudditi in rivolta. Ora è nella loro cucina, spocchioso come capita spesso ai sovrani, ma in cerca di asilo. Fino al momento in cui i suoi sudditi non verranno a riprenderselo, implorando il di lui perdono... 
Va da sé che un fatto del genere porta scompiglio nella routine di una famiglia normale: risveglia nel nonno il suo credo politico, da vecchio comunista, schierato contro ogni governo che non sia del popolo, nel piccolo Nik e nel padre una totale e assoluta infatuazione per il sovrano, asserviti entrambi a ogni sua richiesta e volere. La madre, la figlia quindicenne Martina e l'io narrante, il giovane Wolfgang, mantengono invece un sano distacco (se non addirittura ribrezzo, all'idea di tenerselo in braccio) nei confronti dell'intruso. 
Questo il racconto di quei giorni intorno a pasqua in cui una famiglia rischia di smontarsi, ma poi è capace anche di recuperare i pezzi perduti e ricomporsi, alla faccia di ogni monarchia assoluta! 

Christine Nöstlinger fino all'ultimo ha guardato nell'obiettivo di chi la stava fotografando con la sua faccetta monella. Monella sempre. 
Agli sgoccioli degli anni Ottanta fin ai primi anni del Duemila i suoi libri hanno circolato e sono stati sulla breccia. Il bambino sottovuoto, un libro che ha segnato una svolta e anche un'epoca e una generazione. 
Poi i suoi libri sono lentamente usciti dal cono di luce e solo da qualche anno sono riemersi nelle varie collane dei diversi che li avevano pubblicati all'epoca. Accanto a questi, La Nuova Frontiera Junior sta ritraducendo alcuni di questi titoli. 
Funziona così: l'agente per l'Italia di Beltz&Gelberg, Anna Patrucco Becchi, ne cura l'acquisizione dei diritti con l'editore italiano e poi li traduce anche. Essere capace a fare più cose, ha i suoi lati positivi... 
Che ci importa del re Cetriolo, all'epoca, 1989, fu pubblicato da Salani. 
In Germania, invece, fu pubblicato ben prima, nel 1972 e l'anno successivo vinse il Deutschen Jugendliteraturpreis, il premio tedesco più prestigioso che ci sia. E ancora nel 2013 fu oggetto di una bella polemica sulla scelta di chiamare il re cetriolo Kumi-Ori, un versetto di Isaia (peraltro ripreso in molti altri contesti, compresa una poesia di Celan che Nöstlinger cita come sua fonte originale) che significa letteralmente "sorgi e splendi" e che allude a Gerusalemme... 
Vabbè. 
Il libro, anche se non direi lo si possa accusare di essere un manifesto antisemita, ha però, a mio avviso, un' asperità al suo interno ed è meno semplice di come potrebbe voler apparire. Dietro la comicità di un cetriolo che è contemporaneamente anche re, c'è ben di più. 
L'asperità sta nel suo essere figlio di un'epoca ben diversa dall'attuale. Il politicamente corretto non è evidentemente stato un problema della Nöstlinger mentre lo scriveva, per cui volano ceffoni tra padre e figlio, come pure ci sono allusioni al canone di bellezza femminile che potrebbero essere discussi.  Per contro, per chi abbia più di 50 anni, si trovano invece citati meravigliosi reperti di archeologia materiale: dal nastro verde della macchina da scrivere in poi... Resta da capire che effetto fanno a dei ragazzini di oggi. 
E anche di archeologia politica si potrebbero dire cose. 
Ma anche per questo, vabbè: si storicizzi e si vada oltre. 
Seconda questione: la illusoria comicità della situazione che nasconde roba complessa. Al lettore viene chiesto uno sforzo di interpretazione non così scontato. Se da un lato la storia del cetriolo è comica e surreale quel tanto che basterebbe a un ragazzino di otto anni per poterci ridere sopra allegramente, dall'altra mette giù una questione ben più complessa, ossia lo smontaggio di una famiglia, la crisi delle loro relazioni reciproche, che avviene in nome della comparsa di un cetriolo sul tavolo di cucina. 
La Nöstlinger ha sempre giocato duro in questo senso. Con Il bambino sottovuoto, ossia un ragazzino liofilizzato arrivato per posta alla donna sbagliata (?) si mette giù in realtà un temone bello peso. 
Qui succede una cosa analoga. 
Paradossalmente, da quando il cetriolo scompare dietro la porta della camera del padre che lo asseconda, lo nutre e protegge, con solo il piccolo Nik dalla sua parte, di lui si smette di parlare in chiave comica, mentre invece a venire in superficie è la difficoltà che sta attraversando la famiglia Hogelmann, la grande distanza che tiene lontani i genitori tra loro e il padre con i due figli più grandi. 
Per tutto il tempo della lettura ho pensato questo: Kumi-Ori è in definitiva un granello, un corpicino estraneo, che fa inceppare i meccanismi di ragionamento di un brav'uomo e lo spinge in una direzione fasulla. Nella vita vera non ci sarebbe un cetriolo a farlo deragliare, ma magari ci potrebbe essere comunque una circostanza o un incontro che potrebbe far deviare verso una direzione sbagliata il percorso che il brav'uomo aveva scelto per sé e che condivideva con il resto della famiglia. 
Ma siccome la Nöstlinger è la Nöstlinger anche in questo libro, intorno alla questione principale, bella pesa, se ne intrecciano varie altre che hanno il compito alleggerire e dare brio alla lettura e nel contempo, senza parere, dare spessore ai protagonisti: una scolastica, quella di Wolfgang, una amorosa, quella di Martina, una politica, quella del nonno, una sociale.... e soprattutto, ancora una volta, il mondo dei grandi viene salvato dai ragazzini! 

Carla

lunedì 14 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

SBRENG

La ragazza da odiare, Lee Kkoch-Nim (trad. Sara Bochicchio) 
La Nuova Frontiera 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 14 anni) 

"Ji Ju-yeon? Non so molto di lei, a parte che è una tipa vivace, abbastanza brava nello studio e con un bel faccino. Però tutti dicono che lei e Park Seo-eun fossero molto legate. Erano sempre insieme, si dai tempi delle scuole medie. Non riesco a capacitarmi che sia potuta accadere una cosa del genere tra due amiche del cuore. Comunque, questa intervista verrà trasmessa per davvero? A che ora?" 

La voce che sta raccontando quanto è successo è quella di una studentessa di prima superiore. Lei, come moltissimi altri, non ha visto niente, ma frequenta la scuola dove è avvenuta la morte di Park Seo-eun, una liceale di poco più grande di lei. 
Il suo corpo è stato trovato una mattina nello spazio retrostante la scuola. Qualcuno, affacciandosi a una delle grandi finestre della scuola, guardando in basso ha visto Park Seo-eun riversa a terra, senza vita e ha urlato, dando l'allarme generale. 
Accanto al suo corpo, resti di un mattone in frantumi, con ogni probabilità l'oggetto che l'ha colpita e uccisa. Dopo una breve indagine, viene sospettata dell'omicidio (al suicidio si è pensato solo per un attimo, ma sul suo corpo le tracce del colpo ricevuto non lasciavano dubbi) la sua amica del cuore Ji Ju-yeon. 
La ragazza è stata vista correre via dalla scuola intorno all'ora della morte dell'amica, sul suo cellulare ci sono messaggi che alludono a una litigata tra le due, le sue impronte sui frammenti del mattone... E lei che riesce a ricordare poco e niente di quegli attimi fatali. 
Intorno a questi che sono i fatti, pesa la percezione diffusa che tra le due l'amicizia fosse diventata burrascosa e che forse il loro rapporto fosse molto diverso da quello che l'apparenza mostrava. 
Questa è la storia di una ragazza, studiosa, diligente, ricca e di buona famiglia che viene arrestata perché fortemente sospettata di aver ucciso Park-Seo-eun, la sua amica con cui condivideva tutto dai tempi delle medie... 

Quarta e significativa uscita nella collana Oltre, per La nuova Frontiera. 
Sbreng. 
Centonovanta pagine costruite attraverso il racconto di diversi personaggi che ruotano intorno alla morte di una studentessa, per ragioni diverse. La voce di ciascuno fa vita a sé e la si ritrova nei singoli capitoli, il cui titolo ha la sola funzione di informare il lettore su chi stia parlando. 
Attraverso questa sequenza di voci, la situazione si evolve, si chiarifica, si annebbia, prende una direzione, per poi prenderne un'altra esattamente nel modo in cui ciascuno di noi potrebbe ascoltare i racconti di altri, che di un unico fatto danno la loro personale visione, scambiandola inevitabilmente per l'unica realtà possibile. 
Le voci sono quelle dell'avvocata Kim, che non ha mai perso un processo e che il facoltoso padre della sospettata le ha messo a fianco per essere sicuro in tal modo di uscirne illeso, la sua reputazione e i suoi affari, insieme alla figlia e alla moglie. A seguire quella dell'avvocato d'ufficio, quando la prima decide di punto in bianco di rinunciare al mandato. 
I due genitori dell'imputata. 
Il profiler che la polizia convoca, vista la riluttanza dell'imputata a confessare. E la sua confusione mentale sui momenti cruciali del suo alibi. 
Varie compagne di scuola. 
Il proprietario del negozio dove la vittima lavorava part time per aiutare la madre vedova ad arrivare alla fine del mese. 
La madre della vittima. 
Il fidanzato della vittima. 
Il personale scolastico: dalla coordinatrice al custode e alcuni insegnanti del hagwon. 
E nelle ultime vertiginose pagine, la voce di una testimone, finalmente, e di una testimone oculare. Questa è l'ossatura magnifica del racconto, che ricorda in questo originale modo di raccontare una storia un altro libro epocale, Il bambino Oceano, di Jean-Claude Mourlevat. 
Anche lì un forte non detto, che si svela lentamente come accade qui. 
Lasciato da parte l'aspetto stilistico, rimane altrettanto "magnifica" e "raggelante" la storia che si racconta e le questioni che pone. 
Un microcosmo di adolescenti, nella maggioranza ragazze, che competono per trovare il loro posto nel mondo e una loro dimensione affettiva che le appaghi. Ai blocchi di partenza sono in parecchie, una di loro partirà ma al traguardo non arriverà mai, perché "qualcosa" ha fermato la sua corsa. Uno spaccato di società contemporanea che lascia senza fiato per la lucidità di analisi. 
Scomodo, perturbante, doloroso, mette sul tavolo tante di quelle questioni che è davvero difficile non pensarci per giorni e giorni, una volta chiuso il libro. 
Le insicurezze, le fragilità di uomini e donne e di ragazzi e ragazze, la dipendenza assoluta dal giudizio altrui al quale non siamo progettati per sottrarci. Giudizio che, nella contemporaneità, è talmente a portata di mano che permea ogni più piccolo spazio comunicativo e che, così pervasivo e potente, diventa l'unica percezione della verità in cui credere. 
Ecco, la verità. Talmente forte è l'impatto del mondo che ci circonda, che è davvero semplice e più confortevole affidarsi al pensiero mainstream che elaborare una propria conclusione che ci porti alla verità. Costa meno e si vive meglio, al suo riparo. Ma resta da chiedersi: questo che conseguenze porta nella percezione che abbiamo di noi stessi? Fino a che punto siamo disposti a credere e a difendere quella che consideriamo la nostra singola verità, quando tutto quello che ci circonda sembra volerla negare? E quali strumenti abbiamo che ci rendono capaci di discernere il vero dal falso? 
Insomma, domandine così. 

Carla 

Noterella al margine. C'è un dettaglio che non va ignorato in questa storia tutta coreana, e allo stesso tempo universale. Le ultime righe che l'autrice dedica al lettore, in cui si legge una gentilezza tutta orientale, che sarebbe utile tenere a mente... 
"Ho imparato che uno scrittore ha una certa responsabilità verso i personaggi che popolano i suoi romanzi. Per questo mi sforzo di avvicinarmi a loro in punta di piedi. Tuttavia, per questa storia ho pensato che avrei dovuto iniziare destinando Seo-eun a una morte nefasta. Mi dispiace, e le chiedo scusa."

venerdì 4 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

"FARE IL PRESENTE PIÙ CHE PERFETTO"

Non si dice sayonara, Antonio Carmona (trad. Mirta Cimmino) 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"Un evento inaspettato veniva a scombussolare la nostra monotona quotidianità: qualcuno ci telefonava. Papà ha espirato a lungo, poi ha sollevato con forza il telefono. 
Ha impostato una voce sicura per esclamare:
'Pronto?' 
Poi si è fatto piccolo piccolo. 
Un demone o un'arpia gli stava urlando contro. 
Non capivo, ma sentivo una voce che sbraitava con tutta la sua forza all'altro capo del filo. Mio padre ha resistito alla pioggia di rimproveri, e ha assentito con dei piccoli suoni gutturali. 
Quando ha riagganciato, la sua mano è rimasta appoggiata sul telefono. Era frastornato." 

Dopodomani sarebbe arrivata dal Giappone, Sonoka, un'anziana vedova che, per combinazione è la madre della sua moglie morta nonché nonna della sua figlia lì presente. Ed è molto, ma molto arrabbiata. Da quattro anni, ossia dalla morte improvvisa di sua moglie, lui non è stato capace di chiamarla nemmeno una volta e, men che meno, di andarla a trovare in Giappone con la nipotina. 
Il dolore per la morte improvvisa e prematura della sua amatissima pianista giapponese, madre della sua piccola Elise, l'ha reso un pezzo di pietra. Ha smesso di vivere pur continuando a farlo. In casa ho posto delle regole ferree, divieti insormontabili: nominare la mamma, parlare giapponese, leggere manga e guardare anime ed entrare nella stanza del pianoforte. Poi ha smesso di annaffiare il ciliegio portato dal Giappone per essere piantato in quel giardinetto francese da sua moglie, ha buttato tutti i suoi spartiti, tutta la musica, tutte le foto. Così vive, inebetito dal dolore, e per la sua bambina che lo guarda sempre nella paura che anche lui si rompa del tutto fa lo stretto necessario: principalmente cucina torte di cipolle, che forse possono diventare la giustificazione di qualche lacrima che sfugge a tanto rigore. Poche parole e vaghe, lo sguardo spesso assente. Così è dunque l'accordatore di pianoforti che aveva fatto innamorare la giovane pianista giapponese a tal punto da seguirlo fino in Francia e con lui mettere su famiglia. 
Ma poi il dopodomani dell'arrivo della nonna da Giappone diventa oggi. 
E lei, dopo averlo preso ad ombrellate sulla porta di casa, entra nella vita di genero e nipote e, una a una infrange tutte le regole... 
Questa è la storia di bambina brava a fare i puzzle, di un uomo triste e apparentemente inconsolabile, di una signora anziana che è ancora capace di guardare avanti e soprattutto decisa a purificare quella casa così piena di mestizia e silenzio. E tra loro tre splende Stella, bambina decisamente sopra le righe, ma magnifica nell'essere la migliore amica di Elise. 

Il nocciolo della questione intorno a cui ruota questo bel romanzo d'esordio di Antonio Carmona (già pluripremiato in Francia in procinto di diventare soggetto per un film) sono le diverse modalità che hanno le persone per superare la perdita di una persona cara. 
Questione universale su cui sono stati versati fiumi di inchiostro. Ma quello che succede qui sembra prendere una strada imprevedibile, nel suo essere terribilmente concreta. E anche allegra!
In altre parole, a me pare che l'abilità di Carmona sia quella di far accadere (o non accadere) le cose e quindi fermarsi sempre un passo prima di ogni riflessione teorica o peggio di ogni giudizio morale o soluzione d'accatto.
Sembra dirci: ora ti faccio vedere come, di fronte a un lutto, si reagisce in due angoli molto lontani del mondo, poi sarai tu lettore, eventualmente, a elaborare una teoria in merito. Ammesso che tu lo reputi necessario. 
Il suo bello è che c'è un gran silenzio di giudizio, mentre sono i sentimenti, ma soprattutto i fatti e le azioni a farsi avanti. 
E allora se da lettrice mi si chiede di elaborare un pensiero sulla questione, la prima cosa che mi pare interessante è per l'appunto il differente approccio del francesissimo padre di Elise rispetto a quello della giapponesissima nonna Sonoka. 
Si assiste a uno scontro tra culture, tra Occidente e Oriente, che è davvero interessante e degno di ulteriore riflessione. 
A tal proposito, tutto l'immaginario che la piccola Stella, con la sua passione per il mondo dei cartoni giapponesi, porta con sé è un buon terreno per i lettori più giovani a cui effettivamente il libro è diretto. Io, come assoluta ignorante di manga e anime, mi sono astenuta dall'andargli dietro per non perdere il bandolo della matassa. 
Comunque, manga a parte, percepisco chiaro lo scontro, o incontro che sia, tra due modi di stare al mondo. Due culture agli antipodi convivono sotto lo stesso tetto per le due settimane di permanenza della nonna in Francia. 
Le cose stanno così: il padre di Elise non riesce a vedere altro che l'assenza. 
Ed è tutto rabbia, rancore, silenzio, dolore solitario, distacco, lontananza e rimozione.
La nonna, invece, è tutta tesa a cercare di percepire in ogni angolo la presenza della sua giovane figlia: tra le mura di casa, nell'aria, negli oggetti, nel ricordo. 
In mezzo a questa collisione culturale c'è lei, l'io narrante della storia: Elise.
Una ragazzina che finora ha vissuto l'assenza della madre sostanzialmente solo attraverso lo sguardo del padre; almeno fino al momento in cui, il loro menage doloroso ma consueto, non si inceppa con l'arrivo della vecchia Sonoka. 
A quel punto l'aria per la bambina davvero si purifica un bel po' (incensi a parte). 
Si riappropria di uno spicchio significativo di libertà e affettività che, ovvio, fa bene a tutti, padre compreso. 
Forte di questa riconquistata autonomia di sentimenti e di sguardo sulle cose, lungi dal soccombere, anzi con la voglia di scavalcarle, diventa sempre più urgente per Elise la domanda chiave. 
Per lei è come l'aria, sapere. 
E quando tutto è detto, allora davvero si può ricominciare. 

Carla

lunedì 17 marzo 2025

ECCEZION FATTA!

CRESCERE


Questo è proprio il caso di dirlo: una grande eccezione alla regola che vige, ossia un libro, una recensione. 
A distanza di sette anni dalla sua prima uscita e dalla recensione, in occasione del suo trentacinquesimo compleanno (in Svezia è stato pubblicato nel 1990), il Barbagianni pubblica in una nuova edizione questo magnifico libro, complice anche la festa del papà imminente. 
Le cose che lo differenziano dalla sua prima uscita sono queste: la traduzione, il titolo, il formato, la carta, il font e una breve introduzione dell'autrice. 
Tutti questi cambiamenti,  a mio parere,  sono sintomo di una maturazione, una crescita, da parte dell'editore. 
Alla sua prima edizione la casa editrice era agli inizi e pubblicava libri tra loro poco in sintonia: alcuni di questi interessanti e singolari, altri meno. 
Con il tempo si è cominciato a distinguere un profilo editoriale più definito e più coerente. 
Per esempio, accanto alla pubblicazione della serie di Hilo, di Nate, di Ramona, sono arrivati vari e bei romanzi di Beverly Cleary, gli albi illustrati da Daniela Pareschi. Così facendo, nel lettore si è creata una bella affezione e in qualche modo una piacevole sensazione di sentirsi a casa in una casa editrice. Che non è mai un male. 
Ma accanto a questi, in catalogo compaiono anche libri che "viaggiano da soli": penso a Piangete bambini, con le poesie di Alberto Masala e le tavole di Daniela Pareschi o, appunto, Else-Marie e i suoi sette papà
All'epoca, Pija Lindenbaum era qualcosa che spiccava per singolarità in quel catalogo ancora un po' incerto. Ma se avevi un po' di occhio non potevi non notare quanto questa autrice svedese avesse da dire. 
Già notata nel 2007 con le illustrazioni per Mirabell, di Astrid Lindgren e uscito con Motta Junior, in cui si raccontava di una bambola piuttosto orgogliosa e consapevole, nata come un cespo di insalata, nel giardino di una bimbetta, in seguito la Lindenbaum era uscita quasi del tutto dai radar. 
Ma con il libro di Else-Marie riappare e si riconferma la sua vena un po' folle che ha fatto del tutto è possibile un vero e proprio credo. 
Lei stessa ha sempre voluto ribadire che dietro quei sette papà non c'è nessuna interpretazione da cercare, se non quella che le sembrava molto buffo che una bambina potesse avere un tot di papà in miniatura al posto del consueto papà unico, ma formato standard. E a conferma di ciò spiega, nella nuova introduzione,  che il numero sette è dipeso solo dal fatto che su quella poltrona disegnata il numero giusto di papà seduti a leggere il giornale era sette: non uno di meno non uno di più. 
Per una volta almeno tutti rimettano dentro la cabala e accettino di buon grado il fatto che l'arte di narrare non ha confini stabiliti. 
Evviva, autori e autrici che così la pensano. Partono da una follia e intorno ci costruiscono il resto...


Cominciamo dalla traduzione. 
La cosa che succede quando a tradurre è Samanta K. Milton Knowles è la seguente: tutto si illumina e vibra un po' di più. Le va dato merito di saper trovare sempre il tono giusto da dare al pensiero e quindi alle parole dei bambini e bambine dei libri che traduce: un normale pezzo di torta, nelle sue mani diventa quello che è, ossia una treccia danese con la crema gialla. Secondo questa logica i nomi delle persone, i toponimi delle strade e dei luoghi, i titoli dei libri e dei fumetti letti in bagno diventano qualcosa di molto preciso e circostanziato e nulla va perso del nitore originario, sacrificato in nome di una lingua più universale, ma di certo meno efficace. 
Rimane da chiedersi perché se si fa una scelta del genere, coraggiosa e molto condivisibile, si senta poi l'esigenza di mettere nelle mani di una bambina svedese che mangia aringhe fritte una copia in italiano del Piccolo Principe e sul suo letto penda un diploma, ad evidenza, conseguito da noi. 
Passiamo al titolo: i papà non sono più sette, o meglio lo sono ancora ma non viene esplicitato già nel titolo. Questo significa ben due cose: una già detta, il numero dei papà (come pure il loro nome di battesimo) ha importanza relativa, e la seconda attesta che in un libro illustrato il testo, e ancora di più il suo titolo, non dovrebbe mai essere eccessivamente informativo, esplicativo e, possibilmente, rassicurante. Infatti nel titolo originale il numero dei papà non è per nulla citato. 
Riguardo al formato c'è poco da dire: è lievemente più piccolo rispetto alla prima edizione e a guardarlo ricorda di più l'edizione originale in svedese. 
Sulla scelta della carta invece è stato fatto un passo notevole: è stata abbandonata la carta lucida in favore di una patinata opaca che al tatto e alla resa finale del colore è molto più adatta. 
Sul font è stata fatta una scelta diversa. I pacchetti di testo sono tanti e hanno un grande impatto visivo. Non siamo di fronte a una quantità di testo tipica di un albo illustrato. Qui Pija Lindenbaum si è presa tutto il tempo necessario per raccontare la sua storia, quindi la scelta di utilizzare un font più elegante oltre che ad alta leggibilità e con un corpo lievemente più piccolo e quindi proporzionato al formato è stata proprio una bella idea!
Si cresce e si diventa grandi.

Carla

Pija Lindenbaum, "Else-Marie e i suoi Piccoli Papà" (trad. Samanta K. Milton Knowles), Il Barbagianni 2025

lunedì 3 febbraio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UNA VOCE FUORI CAMPO

Non ho fame! Violette Vaїsse (trad. Federico Appel) 
Sinnos 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Va tutto bene Léon? 
'Non ho fame!' 
Ma quel piatto sembra proprio delizioso! 
'Blerk! La minestra non è buona per niente!' 
Ma ti fa diventare grande! 
'No! La minestra di carote va bene per i conigli!' 
La mamma dice che la minestra fa diventare simpatici... 
'Allora, in questo caso, io non ne ho bisogno di sicuro!'
Ah! Ah! Ma senti questa! Ma dov'è la mamma?" 

Interno cucina. Camera fissa sul tavolo da pranzo apparecchiato. Léon, una volpetta, sta dialogando con qualcuno. 
Voce fuori campo? 
L'argomento è il passato di carote che sua madre vuole lui mangi, anzi finisca, nel tempo in cui lei è al telefono con la vicina. Lui non ci pensa neanche e, con la scusa di non aver fame, fa di tutto per liberarsi della suddetta zuppa. Addirittura mette il piatto sul bordo del tavolo in modo che inavvertitamente con una gomitatina cada, ma il piatto resiste, purtroppo. 


E allora prende la decisione: riversa il contenuto della sua scodella nel pentolone. E, nonostante avesse dichiarato di non aver fame, si allestisce un super panino con tutto quello che il frigorifero contiene. Cocomero, formaggio, una fetta di torta alle pere, ketchup, marmellata, cetriolini, cioccolato e via andare. Il panino, una baguette naturalmente, riesce miracolosamente a contenere tutto. 


E Léon lo mangia di gusto. Ora è sazio e sua madre ha finito la sua telefonata. 
In men che non si dica, deve sbaraccare tutto quello che ora è sul tavolo e stiparlo altrove prima dell'arrivo di sua madre. E sperare che lei non si accorga anche che la baguette ora sul tavolo non c'è più. 
Miracolosamente Léon ci riesce: tutto in un sacco dell'immondizia dietro al frigo, ma a una madre volpe non puoi chiedere di essere stupida come una gallina... 

Non ho fame! arriva a circa un anno di distanza da Mi annoio! e con questo condivide l'autrice, Violette Vaїsse, una giovane e gagliarda fumettista francese, e il traduttore, altrettanto gagliardo, Federico Appel. Condivide l'impostazione generale, compreso lo stampato maiuscolo e il fumetto (!) per la voce di Léon. 
Gagliarda anche la casa editrice.


Qui e lì il titolo è una dichiarazione di intenti da parte del medesimo protagonista. 
Qui e lì al protagonista piace esagerare. 
Qui e lì c'è una voce fuori campo, pacata e ragionevole, con cui dialoga, cercando di essergli d'aiuto o di supporto. Il testo è di fatto solo un serrato botta e risposta a due voci.
Qui e lì c'è la camera fissa che tutt'al più si permette delle zoomate. 
Qui e lì c'è una madre da far fessa... 
Questo e quello avevano attirato la mia attenzione. 
Le ragioni. 
La prima è il disegno: colori piatti linea di contorno grossa, data a pennello. Buon gusto nella composizione, grande espressività dei corpi. Mancinismo del protagonista. 
La seconda è la comicità in crescendo, che attraversa le storie. Pur nella loro semplicità, colgono nel segno entrambe le volte e mi è parsa davvero divertente la capacità e la velocità del protagonista nel mettersi nei guai da solo, nella rapida sequenza di scemenze che mette in atto. 
In entrambi, il ritmo è quello del comico: a passo svelto.
Trovo sottilmente ironico il fatto che lui dichiari una cosa, salvo poi smentirsi nei fatti. Non ho fame! urla il titolo di un libro in cui il protagonista sbrana una baguette con tutto dentro, Mi annoio! è il titolo di una storia in cui il protagonista battaglia nella sua stanza come Napoleone contro eserciti interi di nemici inesistenti. 


La terza è la sua irresistibile la faccia tosta. 
La quarta è la voce fuori campo. Onestamente non so dire se ho sovrainterpretato, ma mi viene da pensare che nel caso di Non ho fame! a parlare con Léon sia il frigorifero in persona. Mi piacerebbe fosse davvero così, la considererei proprio una bella idea. Per cui, per trovare conferma plausibile mi sono detta che se, almeno per metà libro, il blocchetto di testo è fisicamente vicino al frigo qualcosa vorrà pur dire... 
Se davvero così fosse in Mi annoio! sarebbe la scansia dei libri a dialogare con Léon. E prova ne sarebbe il fatto che a un certo punto proponga all'annoiata volpetta un dei libri che contiene. 
Il suo ruolo, quello della voce fuori campo, frigorifero o no, è quello di essere contemporaneamente voce della coscienza, compagna di gioco, ma anche di farsi 'paracadute' a un niente dall'impatto con la madre. 


La quinta ha un po' a che fare con la terza. Dietro la faccia tosta di Léon si nasconde un modello di infanzia un po' ingenua, un bel po' bugiarda, un tantino monella, piuttosto coraggiosa nello sfidare le regole adulte. 
Insomma, un'infanzia resistente. 

Carla

venerdì 17 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BRILLANTE COME UNA STELLA

Stella, Gerda Dendooven (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2024 


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ogni mattina l'uomo pescava una rete piena di pesci che il pomeriggio la donna vendeva al mercato. Da anni andava così. 
Ma una rosata giornata d'estate l'uomo trovò nelle sue reti qualcosa di strano. Era più grande di un grande pesce e per di più aveva molti capelli. 
'Moglie' chiamò l'uomo, 'vieni subito, vieni a vedere! 
Qua. là. Guarda.' 
La donna scrutò l'acqua. 
 'Santo cielo' esclamò. 'Che cos'è? Tutto così rosa. E quanti capelli! È davvero un pesce?'" 

Moglie e marito, con fare circospetto, mantenendosi a distanza, addirittura con un bastone in mano per difendersi in caso di pericolo, issano a bordo della loro barchetta Gran Fortuna quella strana creatura. Con loro c'è il cane di sempre, Bruno che scodinzola nell'annusarla: la sua coda sembra dire buo-no buo-no. È enorme, ma dalle alghe che l'avvolgono esce un piedino e poi una manina con i suoi bei ditini...
Non è un pesce, ma un bambino, anzi per la precisione una bambina. Una bambina viva con un sacco di capelli. Che sia caduta da una barca o che qualcuno l'abbia volontariamente gettata in mare? Nessuno lo sa.


L'unica cosa giusta da fare è tenerla con sé. Così carina, la naufraghina, che però di lì a poco apre i suoi grandi occhi e comincia a frignare come una sirena. Fame? A giudicare da come butta giù tutti i pesci pescati, si direbbe proprio di sì. 
Approdati a riva, nessuno degli interpellati lamenta la scomparsa di una bambina e nessuno la reclama per sé. 


Così a moglie marito non resta altro da fare: tenerla come una figlia arrivata dal mare e darle un nome, anzi un bel nome: Stella maris. 
Questa è la sua storia di bambina che arriva da chissadove, che prima è piccola, poi grande e poi anche enorme. Tanto grande da non avere più neanche un letto e neanche un tetto adatto e sufficiente per coprirla. 
Tanto grande da spingerla a partire per il mondo a cercare un posto che faccia proprio per lei. 

Ci sono storie che sono proprio diverse dalla media. 
Si alzano sulla superficie dell'editoria e brillano per lucentezza. 
Stella, ironia del titolo, è una di queste. 
Scritta nel 2016, vince in patria premi importanti, diventa anche uno spettacolo teatrale (Gerda Dendooven è tanto scrittrice, quanto illustratrice, quanto donna di teatro. Quindi ci sta.) 
Siccome il mare è grande ci mette otto anni ad arrivare sulle nostre coste, ma arriva. 
Le cose belle che questo libro dimostra di avere sono tre, e non sono da poco. 
E' proprio una bella storia: bello è ciò che racconta, bello è come lo racconta e bello è come la illustra. 
Comprensibile dai piccoli, riconoscibile dai grandi e maledettamente chiara per tutti, universale. 


Con ordine. La storia in sé attraversa questioni così profonde che la fanno assomigliare a una fiaba, ma nello stesso tempo la rendono di stringente attualità. Un po' come a dire che della contemporaneità Gerda Dendooven ha lasciato indietro ogni retorica, e ha portato in superficie il seme universale - il mito, il simbolo, la metafora - che inevitabilmente ha radici in tutti noi. Che lo si voglia vedere o no. 
Un bambino che galleggia solo nel mare... Non credo vada aggiunto altro. 
Come in una vera fiaba tocca la questione degli erranti. Dei senza terra, dei rifiutati. 
Come in una vera fiaba tocca la questione della maternità/paternità inaspettata e poi voluta. 
Come in una vera fiaba tocca la questione dell'essere grande, ma proprio grande. Un outsider, un fuori misura. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di fortuna. 
Come in una fiaba tocca la questione della partenza in cerca di una appartenenza.


A tutto questo si aggiungono un paio di felici intuizioni, che a me personalmente la rendono ancora più lucente, se possibile: bambini e cani si intendono a meraviglia (vedi la capacità di Bruno di starle sempre intorno) e bambini con altri bambini si sanno organizzare (vedi le due diverse prospettive - adulta e infantile - rispetto alla crescente dimensione della Stella in questione). 
Ancora più splendente la rendono due altre cose: il testo, ovvero la sua traduzione, che è davvero un piccolo capolavoro di sensibilità, un misto di ironia e tenerezza, di profondità e leggerezza; e due inevitabili confronti con autori cardine per l'editoria: Kitty Crowther e Wolf Erlbruch. 
Direi che il libro Mère Meduse di Kitty Crowther ha più di qualche tangenza con Stella. A tal punto che mi parrebbe quasi naturale che Gerda Dendooven lo abbia letto e così tanto amato da averlo fatto suo per sempre. 
Due gigantesse che condividono la patria e il senso più profondo dell'essere madre... 
L'altra tangenza che mi fa sobbalzare è con l'uso del collage e più ingenerale con il disegno di Erlbruch, ovvero con la sua iconografia con cui le tangenze diventano molte e in alcuni casi così forti e precise da spaesare lo sguardo: il cane Bruno, i tessuti tra quadretti e righine, le proporzioni dei corpi, le guance rubizze, i grandi occhi dietro le lenti rotonde... 


Carla

giovedì 2 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E SE... 


Letargo, Claudia Mencaroni, Gioia Marchegiani 
InternoPoesia 2024 

NARRATIVA & POESIA

"Si è raggomitolata per benino, ha chiuso un occhio 
poi ha chiuso l'altro, infine il suo respiro 
è diventato così lento e cavernoso che i bambini 
si sono guardati per ben ventisette secondi, finché 
uno di loro il più scientifico 
si è avvicinato a lei 
ha posato l'orecchio sulla sua schiena e ha detto:
- Dorme. 
- Citrullo, si dice 'è in letargo', 
ha replicato l'altro che alle parole ci tiene parecchio." 

Prima di raggomitolarsi sul tappeto del salone, aveva preso il suo cuscino e la coperta di lana da un lembo e, lentamente, aveva attraversato il corridoio con quell'insolito strascico. Insonnolita aveva incrociato i suoi due bambini, aveva appoggiato sulle loro teste il bacio della buonanotte e aveva sfregato il suo naso freddo nei loro colli ancora caldi di letto. E aveva proseguito, in silenzio. Poi era andata giù e si era addormentata. Di un sonno profondo. 
Che nessun richiamo di figlio, nessun profumo di caffè, nessuno scuotimento riesce a sconfiggere. Così i due bambini avevano ripreso le loro abitudini: la colazione, la scuola, il gioco, le cose proibite. Sempre davanti, intorno, sopra di lei. Che, addormentata, faceva solo piccoli movimenti, quelli che si fanno nel sonno. Il suo letargo attraversa le stagioni, con i suoi bambini che non perdono il contatto con lei, che diventa cavalluccio per giocare, scrivania per i compiti, tana per trovare il sonno quando arriva la paura... E se questo letargo dovesse superare anche la primavera senza risveglio? E se invece tra il muschio coperta si cominciasse a intravedere un nuovo germoglio? 
E se...? 

Come miccia di innesco c'è la grande domanda che spesso accende altrettanto grandi storie: e se? 
E se una mamma un mattino si svegliasse con l'idea di riaddormentarsi, ma non per cinque minuti ancora dopo la sveglia per andare incontro alla sua giornata di compiti, ma per dormire. Dormire tanto: una cosa che abbia la forma del letargo. Quindi un letargo per uscire di scena, o meglio per restare in scena, pur tirandosi indietro dal suo ruolo, dal suo personaggio. 


Bella idea su cui ragionare da adulti, ma forse anche da bambini: non sparire fisicamente dalle vite dei propri figli, ma restare lì davanti a loro a sancire il proprio diritto alla pausa. Esserci, ma diventare sfondo. Almeno per un po'. 
Il letargo, così come sentenzia uno dei due bambini, è cosa nota: ha dei contorni che anche i più piccoli possono conoscere. Il letargo è un po' misterioso come è misterioso il sonno, ma non fa paura come l'andarsene o il morire. In fondo è un andarsene per un tempo, e soprattutto prevede un risveglio e un ritorno. 
Trovato questo insolito innesco, accesa la fiamma di un racconto, l'abilità di chi lo ha scritto sta nell'aver saputo governare il fuoco. 
Fin da subito il patto con i propri lettori è chiaro: venitemi dietro e credetemi sulla parola. 
Come succede con il fuoco e con l'acqua, è difficile prevederne l'evoluzione, il tragitto e infatti anche in Letargo per necessità le leggi di realtà saltano più e più volte, ma si impara presto a prendere atto di una serie di fatti. I bambini sanno cavarsela da soli, minuto dopo minuto, fanno la cosa giusta: per proseguire si agganciano a ciò che hanno sotto mano, ossia le loro routine. La fame mattutina li spinge verso la colazione, i compiti da fare gli occupano i pomeriggi e via andare. Nello stesso tempo non possono far finta di niente rispetto all'opportunità che il letargo materno offre loro: una libertà di azione che deve essere sfruttata. Senza divieti espliciti da parte di quel corpo addormentato, le prove di autonomia, di superamento dei limiti imposti si susseguono. Ma c'è sempre da parte di quei bambini la consapevolezza, come se - d'istinto - avessero preso loro il testimone dell'essere ragionevoli e responsabili. 
Certo, questa mamma che dorme sodo in salotto, per terra avvolta nella sua coperta, provoca anche una serie di inconvenienti, ma tutti sormontabili. 
Sarà dura ammetterlo, ma parrebbe proprio che i bambini senza di noi, se la caverebbero molto meglio di come noi possiamo anche lontanamente immaginare... 
Un po' come a dire che a loro va insegnato ad andare, poi, messi sulla strada migliore, a camminare ci penseranno da sé. 
A una cosa, però, sembra non siano capaci di rinunciare: a condividere con quel mucchio di mamma le grandi emozioni. Forse è a questo che un genitore non può proprio sottrarsi. 
Ma forse le cose sono due. 
A un genitore non dovrebbe essere concessa la possibilità di tirarsi indietro nel momento del tentennamento, del dubbio, della perdita di sicurezza da parte di un figlio. Dormire, riposare, farsi da parte fino al punto in cui non sia di nuovo necessario riaprire gli occhi per farsi ancora una volta luogo sicuro. 
Questo e molte altre magnifiche sottigliezze si trovano in questo piccolo libro. Comprese le poche e soffuse illustrazioni di Gioia Marchegiani.
Chi avrà la fortuna di leggerlo, riceverà in dono anche una lingua inaspettata, anzi due. 
Più e più volte i due registri si toccano e si intrecciano: accanto a una scrittura poetica di una voce fuori campo che racconta e che usa gli a capo come punteggiatura ed è piena di raffinatezze, c'è una poesia vera e propria per voce spontanea di bambino: la voce di chi quel letargo lo vive e lo percepisce, e per questo lo mette su un quaderno a righe. Ma proprio a righe.
 
- Lo sai che oggi a scuola abbiamo scritto le poesie, mamma? 
 
Te ne leggo una, 
scritta tutta 
tutta da me? 

Carla







venerdì 22 novembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN BUONAFFARE

Le piccole astuzie
, Deborah Ellis (trad. Federico Taibi) 
La nuova frontiera junior 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"'Posso usare il vecchio capanno per una nuova attività?' 
'Vorrai dire se puoi affittare il vecchio capanno' replica la nonna. 
'Sì, sì. Affittarlo' 
'Gli darai anche una ripulita e pagherai di tasca tua le riparazioni che non riesci a fare da sola?' 
'Sì' rispondo. Penso a tutto io.' Nonna annuisce. 
'D'accordo, allora. Così mi risparmio pure la fatica di demolirlo. Che attività hai in mente?'" 

Kate, dodici anni, ha in mente di aprire un chiosco filosofico, un po' come il baracchino di Lucy Van Pelt. Grandi o piccole domande e sempre una risposta, possibilmente un po' criptica e affidata a una roulette di seconda mano e alle parole dei grandi della letteratura, della filosofia e via andare: dal Buddha a Toni Morrison. Per soli 2 dollari a quesito. 
Un'ideuzza niente male. 
Sospesa da scuola per 6 settimane, questa intraprendente e un po' rabbiosa ragazzina deve tenersi occupata. Sua nonna, allo stato attuale la sua unica severissima famiglia, le ha suggerito di mettere su una sua propria attività di pulizia dei giardini... Ma gli affari non vanno come dovrebbero: gli adulti spesso sono dei gran cialtroni con i ragazzini, E Kate lo sa bene.
Lei, che, come sua nonna, è cresciuta dovendosi un po' arrangiare, ha il pallino degli affari e ha molto ben chiaro come la vita possa essere complicata, ma pur sempre piena di opportunità se sei un po' smart e le sai cogliere. 
Sua nonna, da tre anni croce e delizia delle sue giornate, gestisce il più grande e famoso Emporio di oggetti di seconda o anche terza... mano della contea. Un dedalo di stanze, organizzatissimo e ordinatissimo! A proposito di ideuzze niente male. 
Per lei, e questo ha ben insegnato alla nipote, le seconde possibilità anche agli oggetti vanno concesse... Nel loro ménage a due, una cosa è certa: sanno bastare a sé stesse e l'organizzazione e l'ordine regnano sovrani. Con in testa il motto che nella vita è meglio non far mai nulla per nulla, le loro giornate si susseguono, rassomigliandosi sempre un po'. 
Pochi scossoni e un bel po' di faccende da sbrigare, in modo che loro vita, in particolare quella di Kate, sia molto ben regolata: lei ha i suoi compiti da svolgere e sgarrare è vietato! E così anche la sua rabbia sembra aver trovato un canale per defluire senza danni... 
Però però però in questo tran tran qualcosa cova: entrambe, in segreto, coltivano un sogno, o forse più d'uno. 
Questa è la loro storia, a volte esilarante, a volte drammatica. Spesso duramente realistica. Di certo, mai noiosa. 
Effettivamente potrebbe andare avanti così per anni tra loro. Ma invece no. 
Da un lato le loro vite solitarie non possono più di tanto ignorare il crescente brulichio del microcosmo umano che circonda la loro proprietà. E dall'altro, come se non bastasse, i loro grandi segreti vengono alla luce, il complicato passato ridiventa presente e, nonostante tutto, i sogni diventano progetti. 

Quando si dice una copertina ben fatta... 
In quell'immagine di una ragazzina appoggiata a un albero, con le braccia conserte, che guarda lo sfascio di una catapecchia, con un gatto rosso in cima, si riassume il senso più profondo che ti rimane nella testa, a libro letto. 
Tre cose principalmente mi sembrano degne di nota di Piccole astuzie
Da una parte la solidità dei personaggi, almeno dei due principali - nonna e nipote. 
La seconda cosa è l'inaspettata asprezza generale, nei fatti e nelle persone drammaticamente reali,  che attraversa la storia. 
La terza, invece, riguarda proprio la costruzione narrativa che Ellis è in grado di montare. 
La grande potenza di quella nonna e di quella nipote le rendono fin dal principio così credibili che tutto il grande bagaglio del non detto ce lo carichiamo sulle spalle senza che ci pesi non saperne nulla. 
Che cosa succede dunque? 
Che Ellis, come se avesse una torcia in mano, illumina in modo puntiforme solo ciò che vuole. Mette i suoi lettori di fatto dentro una stanza in penombra: la penombra è il misterioso antefatto, che ignoriamo quasi del tutto. Proviamo a intuire cosa si agita nella stanza, ma ci muoviamo a tentoni. 
La Ellis dà una illuminatina sulla rabbia di Kate, uno sprazzo di luce sulla severità e intransigenza della nonna. Ma noi ancora brancoliamo. E la cosa curiosa è che anche la stessa protagonista, in larga misura, brancola con noi su larga parte del contenuto della stanza: una buona porzione del passato della sua scombinata famiglia, lei la ignora. E quindi spesso è con lei che mettiamo insieme i fatti e facendolo, colleghiamo i fili per creare connessioni e senso e un po' di luce. 
Questa grande penombra e il suo venire fuori a poco a poco ha molto a che fare con l'asprezza cui si alludeva. Uno degli esiti della durezza è data dal mandato che nonna e nipote si sono reciprocamente date: il silenzio. 
Tacere, non spiegare, omettere, nascondere - il grande non detto - fa sì che ci si debba muovere nella suddetta stanza, prendendo spesso e volentieri spigoli vivi e taglienti. 
Poi, quando tutto è illuminato, si smette di prender colpi qui e là e si Ritrova l'armonia, tanto per citare il titolo dell'utile manuale che nonna e nipote hanno tirato fuori dalla libreria dell'emporio e che dagli anni Settanta insegna a gestire la rabbia. 
Insomma, va bene così che nonna e nipote abbiano quel caratteraccio: non potrebbe essere diversamente, a meno di non voler raccontare una storia melensa. Ma non mi pare che la Ellis lo abbia mai fatto.
E ancora: queste asperità degli accadimenti e del carattere dei personaggi, le loro reciproche intransigenze, le molte astuzie non solo piccole, costituiscono l'inaspettato, l'imprevedibile, l'originalità, il punto di vista non scontato in una bella storia per ragazzini e ragazzine delle medie. 
Quindi tutto è bene quel che finisce bene...

Carla