Visualizzazione post con etichetta felicità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta felicità. Mostra tutti i post

lunedì 19 febbraio 2024

FAMMI UNA DOMANDA!

CERCANDO LA FILOSOFIA


Matteo Saudino è uno stimabile professore di storia e filosofia in un liceo torinese, ma è anche autore di un noto canale youtube ‘BarbaSophia’, dedicato alla filosofia.
Anche lui, che è un ottimo divulgatore, si cimenta nell’impresa di raccontare la filosofia ai bambini e lo fa con un romanzo filosofico intitolato ‘Sofia Express’, pubblicato lo scorso anno da Salani.
La forma narrativa è spesso usata quando, nella divulgazione, si affrontano temi complessi; in questo caso il tema del viaggio fantastico compiuto da bambini e bambine di una quinta elementare è niente meno che la ricerca della felicità, nel pensiero filosofico della Grecia antica.
Dalla complessità del tema si evince quanto fosse necessario contenere l’argomento in un ambito almeno in parte più ristretto. Ed ecco l’escamotage del pulmino ‘Sofia Express’ che porta i bambini attraverso il tempo e lo spazio, fra Atene e Alessandria d’Egitto, passando per il giardino di Epicuro nei sobborghi di Atene.
In questo viaggio i bambini sono accompagnati dal loro maestro Paolo e dalla reincarnazione della filosofa Diotima di Mantinea. I bambini, dunque, con la mente piena di domande, incontrano prima il sofista Protagora, poi la scienziata Ipazia, poi Epicuro, infine Socrate e Platone.
Il tema della felicità è tanto accattivante quanto difficile da affrontare: quello che bambini e bambine imparano in questi incontri ravvicinati con i pensatori greci è soprattutto un metodo di indagine, che parte proprio dalla definizione di quello che consideriamo ‘felicità’. Un metodo razionale, che sfronda l’idea di felicità da tutte le accezioni più facili e banali. Seguire questo metodo implica impostare un discorso che è condiviso da tutti e tutte e che risponde alle diverse esigenze e aspirazioni, cercandone il tratto comune.
In questo modo, i giovani lettori e lettrici si confrontano con il concetto di moderazione, proprio della filosofia epicurea, col precetto, di origine delfica, di ‘conosci te stesso’, col metodo dialogico che consente ai pensieri di emergere e di confrontarsi con il punto di vista di altri.
Le tematiche connesse a quelle esposte sono molte, ma giustamente l’autore si concentra su questi concetti basilari che rendono l’idea dell’originalità e radicalità del pensiero greco, che è poi la fonte e l’origine del nostro.
Se, dunque, l’intenzione è meritoria e valido il criterio di selezione dei temi affrontati, trovo tuttavia difficile immaginare un uso autonomo di questo libro da parte dei giovani lettori, comunque di un’età superiore ai dodici anni. D’altra parte, anche isolando i singoli episodi, non si semplifica la comprensione del filo conduttore che lega uno all’altro. 
Ho qualche dubbio che la forma narrativa sia davvero il veicolo migliore per introdurre concetti filosofici.
In fondo, la cosa migliore è adottare il metodo socratico e sottoporre a bambini/e e ragazzi/e quesiti sempre più radicali, guidandoli nella ricerca di risposte razionali e condivise.
Consiglio comunque la lettura a chi si voglia cimentare nell’impresa di introdurre i giovani lettori nei meandri del pensiero filosofico.

Eleonora

“Sofia Express”, M. Saudino, Salani 2023






mercoledì 16 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI AMORI DIFFICILI

L'anello incantato, Maria Teresa Andruetto, Anna Forlati (trad. Mirta Cimmino) 
#Logosedizioni, 2022 


ILLUSTRATI PER MEDI ( dai 7 anni) 

"L'imperatore Carlomagno la vide e se ne innamorò. Lui era un uomo anziano lei solo una fanciulla. Ma l'imperatore se ne innamorò perdutamente e presto dimenticò i suoi doveri di sovrano. I nobili della corte erano molto preoccupati perché a Carlomagno non interessava più nulla. Né il denaro. Né la caccia. Né la guerra . Né le battaglie. Solo quella fanciulla. 
Malgrado tutto quell'amore, Ifigenia morì in un pomeriggio di aprile affollato di uccelli!" 

I cortigiani si rasserenarono perché pensarono che la svagatezza dell'imperatore fosse finita. E invece no: lui continuò ad amare quella fanciulla e ne fece imbalsamare il corpo e lo portò a corte dove lo venerava notte e giorno. I nobili pensarono che dietro questa follia macabra dell'imperatore ci fosse un incantesimo e scoprirono che nella bocca della fanciulla era nascosto un anello. L'arcivescovo lo prese e l'imperatore all'istante si innamorò di lui; così l'anello passò nelle mani del valletto e l'imperatore di costui si innamorò. Il valletto lo passò nelle mani del primo che incontrò per strada e l'imperatore cominciò ad amarlo. L'uomo, spaventato, lo diede a una gitana che, correndo, lo fece scivolare nel lago di Costanza, dove Ifigenia era solita passeggiare, e l'imperatore proprio di quello stesso lago si invaghì. 

Questa è la prima di sette brevi fiabe che, come perle di una collana, hanno un filo, anzi due, che le attraversano e le tengono insieme: ciascuna di loro si chiude con un guizzo, una giravolta che, tranne per la storia dei sassi neri e bianchi, ribalta il finale atteso, lasciando i lettori a bocca aperta.


© 
Anna Forlati

Il secondo filo che le unisce sta in uno dei temi cari alle fiabe: la necessità. 
Amori difficili e improrogabili sono quello di Carlomagno che deve innamorarsi di un lago, quello dell'uomo che aspetta sulla panchina per una intera notte la sua amata e poi, stanco e triste, si allontana senza vederla.
O quello del barbiere di Baghdad che impiega una vita intera per liberare la bella principessa, figlia del sovrano Al-Mansur, che l'invasore Osman richiuse in una torre ai confini del mondo o ancora quello di Longobardo che non sa resistere alla tentazione di sciogliere il fiocco che la bella cortigiana con l'abito di velluto rosso porta legato intorno al collo; o quello egoista di un padre e quello irresistibile di sua figlia per il carbonaio. 
Eì il seme dell'urgenza, del bisogno a ogni costo che germoglia e fa crescere la narrazione. 
Non è passato tanto dal giorno in cui si ragionava del senso della fiaba e della propria resistenza al tempo. E in quello stesso contesto si rifletteva anche delle rielaborazioni contemporanee di questo genere imperituro.


© 
Anna Forlati
 
A parte le riscritture in chiave ironica, in chiave politica o sociale dei grandi classici, Cappuccetti che decidono di abitare per sempre nelle pance dei lupi, porcellini che si liberano in senso letterale delle pagine che li contengono, esiste un ulteriore merito che alla fiaba contemporanea si deve: ed è quello di essere concepita con l'intento di cambiare la prospettiva e non solo nel senso più letterale, ossia raccontare la storia di cappuccetto rosso così come la può aver vissuta il lupo, ma piuttosto di intervenire e in qualche modo scardinare della fiaba stessa un elemento costitutivo, ossia il finale. 
Il naturale sbocco a cui secoli di tradizione ci ha abituato, assuefatto si potrebbe dire, nelle sapienti mani della Andruetto diventa qualcos'altro. 
Si badi bene che la funzione del finale che appiana ogni cosa e che fa trionfare il Bene sul Male non viene sfiorata o discussa nella sua sostanza, come se la cosa non la interessasse effettivamente. 
Quello che succede invece è l'inceppamento programmatico dell'oliato meccanismo per vedere che cosa accade, che cosa provoca. E non tanto nella fiaba in sé, ma nel lettore. 
Questa, non mi stancherò di sostenerlo, è una delle bellezze della letteratura: essere capace di spostare e muovere il pensiero. 


© 
Anna Forlati

Di solito, quando si chiudono i libri che contengono una storia uscita dalla testa di Maria Teresa Andruetto, non si ha mai la sensazione che tutto sia esattamente come prima di averlo aperto: le sue parole attraversano il lettore e lasciano inevitabilmente traccia di sé. 
In questo caso particolare, un sapiente uso del linguaggio proprio della fiaba, una scorrevolezza da lingua parlata e nello stesso tempo una capacità di rendere palpabile la sospensione del tempo e la vaghezza del luogo, come la migliore fiaba pretende, si mettono al servizio di questo inceppamento che provoca una inaspettata capriola nello scorrere del racconto. 
E, necessariamente, la visione cambia. 
Penso all'uomo sulla panchina sbagliata, al nastro sciolto per troppa curiosità, ai bambini corvi, alla bellezza che non perde il suo profumo ma, una volta raggiunta, si trasforma in vecchiaia e diventa solo un ricordo. A cose così. 
Leggere per credere. 
E a proposito di attraversare, sembra che anche i disegni di Anna Forlati abbiano lo stesso andamento delle parole. I personaggi, non tutti ma un buon numero, entrano nel libro in corteo, ancora prima che tutto cominci, attraversano le pagine e poi ognuno di loro si colloca nel posto assegnatogli dal racconto e fa, ovvero recita, la sua parte. Poi, quando tutto è stato detto, si riuniscono nuovamente, i restanti che non erano entrati nel corteo iniziale, e nuovamente insieme escono di scena e dal libro.


© 
Anna Forlati

Ognuna delle tavole, come ciascuna fiaba, ha un colore dominante, una sorta di cifra di riconoscimento. E la scelta di uno o dell'altro sembrerebbe dettata da una lettura attenta di ogni piccola piega del testo e da una sensibilità nel cogliere le diversità emotive che attraversano i singoli racconti: il blu per la notte sulla panchina e la malinconia, il porpora per l'abito della cortigiana e per il troppo ardore, il giallo per l'Estremo oriente e per dare una luce alla felicità.

Carla

lunedì 25 aprile 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GLI ETERNI RAGAZZI LIBERI

La storia del pianeta blu, Andri Snær Magnason (trad. Maria Cristina Lombardi), 
illustrazioni di Andrea Antinori 
Iperborea 2022 


NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni) 

"All'improvviso la stella smise di formare cerchi nell'aria e cominciò a puntare dritto verso il pianeta blu. E si udì un gran fragore, che si faceva sempre più forte. Brimir e Hulda si strinsero l'uno all'altra. 'Oh no, è una stella cadente o un meteorite?' 'E' un'astronave cadente'. L'astronave si avvicinava sempre più veloce e tutt'intorno a loro si diffuse una luce accecante. Gli uccelli sugli alberi si svegliarono e volarono via levando forti gridi, gli scoiattoli si infilarono giù nelle tane dei conigli, i pesci si nascosero tra le alghe e Brimir e Hulda chiusero gli occhi e si rannicchiarono sulla sabbia. 'Ci viene addosso!' urlò Hulda. 'Ci schiaccerà!' 

I due bambini si tennero stretti e dopo si udì una tremenda esplosione. Passata l'onda d'urto e ristabilitasi una certa calma i due si alzarono e andarono a vedere il punto in cui l'astronave si era schiantata: un profondo buco, un cratere in cui il razzo a testa in giù appariva conficcato. Uscivano dal suo interno colpi sordi, come di qualcuno che volesse aprire a tutti i costi il portellone. Ai loro occhi comparve un essere gigantesco. 
Tutti gli altri abitanti dell'isola, rigorosamente solo bambini, andavano immediatamente avvisati e messi in all'erta: un mostro spaziale era appena atterrato sul pianeta blu. 
L'intero pianeta blu era popolato esclusivamente da bambini e animali che vivevano in assoluta armonia. Panorami meravigliosi in una natura incontaminata e rigogliosa e una volta all'anno lo spettacolo prodigioso del volo delle farfalle, milioni di esemplari che uscivano tutte insieme dalle cavità del monte Luce e volavano per una intera giornata per poi tornare nel buio e riaddormentarsi per un altro anno intero. 
Il fatto che sul pianeta mancasse del tutto la presenza degli adulti gli astronomi se lo spiegavano in ragione dell'ansia che in loro avrebbe provocato quella vita piena di meraviglie e avventure e totalmente senza regole da rispettare: nessun adulto avrebbe potuto resistervi a lungo. Nessuno, ma Gaio Fracasso sì. La sua astronave si è appena conficcata nel terreno e lui ha appena aperto il portellone per uscirne. Così cominciano le rocambolesche avventure vissute da quel manipolo di eterni ragazzi liberi cui Fracasso ha promesso la vera felicità. Loro, a dar retta alla sue parole, si illudevano che la vita fosse già bella così com'era. Grazie a lui, un po' mago e un po' affarista, le cose sarebbero potute andare ancora molto meglio... a prezzi modici. 

Uno dei meriti maggiori della buona letteratura è quello di non doversi fare carico dell'impegno di spiegare ogni cosa che viene raccontata. 


Questo può essere frustrante per tutti coloro che amano avere sempre tutto sotto controllo, ma per tutti quelli che invece, quando leggono una storia, sospendono il dubbio e si abbandonano alla c.d. fede poetica, è un bel gusto. 
Qui, la richiesta al lettore è molto circostanziata: ma allora ci si chiederà, da dove venivano i bambini? Come facevano a moltiplicarsi? Non diventavano mai adulti? Come facevano a nascere, se non c'erano adulti sul pianeta?. La risposta è semplice: nessuno lo sa... 
A questo punto, che è solo pagina 9, si può decidere di chiudere il libro e dire no, non fa per me oppure scegliere di andare avanti e farlo con quella spinta necessaria che si deve dimostrare di avere al principio di ogni percorso avventuroso. 
Questo libro è costellato di bivi del genere, di fronte ai quali i lettori devono ogni volta scegliere e fare eventuale dichiarazione di fede. Se un adulto, categoria umana che programmaticamente Magnason rende responsabile di una serie di misfatti e di cattivi comportamenti, incarnandola tutta nel personaggio obliquo di Gaio Fracasso, comincia a leggere questo libro proverà abbastanza presto un qualche disagio emotivo. Se invece i lettori saranno ragazzini e ragazzine è molto probabile che la sensazione che proveranno sarà di assoluta confortevolezza. 
Anche questo è, a mio avviso, un segnale positivo. Tanto più un adulto fa fatica ad accomodarsi in un libro per bambini, tanto più quel libro ha effettive possibilità di essere un buon libro. 
Terza caratteristica che mi pare interessante risiede nella buona capacità che ha Magnason di affidare alla storia, alla sequenza bella fitta di fatti che si susseguono, un senso che è superiore a ogni intreccio per quanto ben costruito. Tutto alla fine assume un tono universale, in cui ciascuno può riconoscere parti di sé e parti del mondo e della società in cui vive. E ragionarci sopra, volendo. 


Se per quasi tre quarti del libro succedono cose, sia chiaro molto avventurose ma sempre anche molto ben strutturate per logica e coerenza, nelle ultime trenta pagine i fatti continuano ad accadere, ma tutto il nocciolo di senso si condensa e diventa magicamente chiaro a tutti. E la cosa che si fa più evidente di tutte è la complessità del vivere comune. 
Gaio Fracasso, nei suoi ragionamenti manichei mette in luce quanto sia obiettivamente difficile mettere in salvo la felicità di più gente possibile. Per lui è tutto molto chiaro: se il sole lo si tiene inchiodato davanti all'isola, saranno i suoi abitanti a trarne tutti i benefici, ma per tutta quella parte del pianeta che è all'ombra, al buio, le cose saranno ben diverse: a sentire lui tutto si riduce a un mero differenziale di quote. 
Un pugno di ragazzini, però, la vedono diversamente. 
In un bel crescendo di argomentazioni, che Magnason mette in bocca all'imbonitore Fracasso, ai due bambini che hanno visto di persona come si vive al di là del sole e della luce perenne, e a tutti quei bambini che rappresentano ormai una sorta di 'popolo bue', totalmente incapace di esprimersi in modo lucido e critico (si parla di di giustizia, di uguaglianza, di propaganda, di democrazia, di guerra), la storia acquista profondità e si sfaccetta in tante differenti angolazioni, come è giusto che sia. 
Pronta per diventare patrimonio e riflessione comune. 
Scritto nel 1999, il libro vince una serie di prestigiosi premi, tra cui - prima volta per un libro per l'infanzia - il Premio islandese per la letteratura. Arriva in Italia nel 2000 tra i Delfini Fabbri e adesso approda da Iperborea, con un titolo lievemente diverso, ma con la stessa felice traduzione di Maria Cristina Lombardi, e con differenti illustrazioni, di quell'altro eterno 'ragazzo libero' che è Antinori, che qui sembra però patire un po' lo spazio angusto e la forza della storia.

Carla

venerdì 15 giugno 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LE COPPIE FELICI

Il venditore di felicità, Davide Calì, Marco Somà
Kite edizioni 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Arriva su un vecchio furgoncino scoppiettante. Lo si riconosce da lontano per via della campana.
DLIN! DLIN! È il signor Piccione, il venditore di felicità.
Ma come, la felicità si vende?
Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia.
Ecco il signor Piccione ha parcheggiato il suo furgoncino e già sale a trovare il primo cliente."

In un bosco densamente popolato, il furgoncino del venditore ambulante fa grandi affari. La signora Quaglia ne compra da offrire agli amici per cena. Mentre la signora Scricciolo è in bolletta e ne prende solo un pochino. Cincia, Upupa sono clienti abituali. C'è chi chiede lo sconto e chi non lo compra, ma poi se ne fa mandare una scorta via mail. E in ultimo la vecchia signora Pettirosso ne prende un cincino per regalarlo ai nipoti che hanno già tutto (poverini...)
Finito il giro, il furgone si allontana, ma un barattolo cade inavvertitamente e a raccoglierlo e il signor Topo che lo porta a casa, dove scopre un grande segreto...

La felicità non si può comprare!
Ma come, la felicità si vende?: il rischio di avere per le mani un albo dal tono didascalico è a un passo. Eppure, no. Il testo scarta e sfugge fin dalle prime righe, non si fa ingabbiare. Dalla dimensione moraleggiante che è dietro ogni buona favola, Calì si allontana per concentrarsi invece nell'azione, ovvero sul lato commerciale della faccenda: Certo! In barattolo piccolo, grande o confezione famiglia. E sul tema della felicità che non si può avere pagando non ci torna più: neanche una parola. Al contrario, attraverso una lettura attenta delle immagini si arriva all'ultima pagina del libro, anzi addirittura nella terza di copertina, per scoprire il senso ultimo di questa storia quasi tutta per aria.


A questo punto è inevitabile notare che si è di fronte a un affiatamento bello robusto tra chi disegna e chi scrive. E qui radica una delle teorie che sostengo da un po' di tempo: quella delle 'coppie felici'.
L'albo illustrato è prima di tutto un codice di comunicazione in cui spesso le due le voci che parlano sono di persone diverse: da un lato chi scrive e dall'altro chi illustra. Quando queste due voci dimostrano così tanta affinità e armonia, a tratti compenetrazione, e gioiscono come vecchi amici nell'essere insieme per un progetto comune, siamo davanti a una 'felicità' nuova che si riverbera sul libro. E questa felicità -una sorta di plusvalore che gli viene conferito- scaturisce proprio dal loro intendersi, autore e illustratore, alla perfezione. Davide Calì - se non altro per i grandi numeri che riesce a fare - non è sempre così felice neanche con se stesso, ma è invece parte attiva in diverse coppie: quelle con Serge Bloch o quella con Benjamin Chaud o ancora quella con Somà. Coppie felici, appunto.


La loro profonda intesa non credo derivi dal fatto che entrambi si fregiano di cognomi bisillabi accentati, ma più probabilmente nasce da una qualche alchimia nascosta.
Sta di fatto che libri così sono 'felici', più felici di altri. Se da una parte Calì si diverte in questo suo ruolo da ornitologo in vena di far filosofia, e mentre discetta di felicità (che coincidenza), enumera i luì, storni e upupe, e la prolifica cincia, dall'altro Marco Somà crea una dimensione altra: un mondo ad hoc. Quasi straniante il bosco e il repertorio di case che il signor Piccione visita. Ogni albero e ogni casa sull'albero sono casi a sé in cui aguzzare lo sguardo oppure decidere di goderne a distanza anche solo per la bellezza dei colori utilizzati. 


Come Arcimboldo, in questi mondi compositi che ogni volta Somà crea dal nulla si verifica una curiosa circostanza: lo sguardo è attratto da due scale di misura differentissime. Il minuscolo delle singole foglie, dei singoli coppi dei tetti, le singole venature del legno e, in armonico contrappunto, il grande delle dimore sempre diverse, ma sempre incastonate nelle enormi fronde che le circondano e le sostengono.
Per quel che può valere un parere personale, questo libro, come molti altri della coppia felice Calì-Somà, rappresenta una esperienza estetica da condividere con bambine e bambini per abituare il loro sguardo alla bellezza.


Carla

mercoledì 25 aprile 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IN BILICO SULLA MEZZALUNA

La ricetta della strafelicità, Matteo Razzini, Alessandro Ferraro
(trad. del testo in inglese Sylvia A. Notini)
Corsiero editore 2018


ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"L'estate era il periodo dell'anno che Michele amava di più, perché poteva passare molto tempo da solo con la nonna Isa: la sua gioia più grande era di vederle cucinare la strafelicità. La nonna la preparava seguendo una ricetta segretissima, che custodiva gelosamente tra le pagine di un quaderno a quadretti.


'Un pomo d'amore sopra al tagliere:
trita, sminuzza, poi stallo a sentire;
La voce suadente
induce al pianto
che infine fiorisce
e diventa incanto!'"

Comincia così la ricetta della strafelicità. Occorre pesare la gioia e il ricordo di un succo d'arancia, aggiungere il burro alla nebbia e, tra vulcani di farina che covano uova, tutto si mescola con il cielo azzurro. È una ricetta che mischia ingredienti comuni a ricordi, sensazioni, emozioni e odori. Ma come tutte le ricette per cui valga la pena, deve passare di mano in mano. La nonna lo sa bene e la custodisce fino al giorno in cui il signor Lafine, avvolto nel suo grande mantello, con quella testolina scheletrica, la porta via con sé. '...ma tu continua a cucinare la strafelicità'...
In un inseguimento che ha il sapore del sogno, Michele attraversa grandi spazi, incontra mille cuochi e una giovane donna che lo riporta al punto di partenza, la casa della nonna Isa e soprattutto al quaderno a quadretti. Nelle sue pagine però non è segnato nessun ingrediente: spetta a lui, che viene dopo, scriverla, la ricetta.
Ripercorrere con la mente i sapori, gli odori, i giochi e il tempo passato con lei guideranno la sua penna. E Michele, il bambino che era maldestro, oggi è un cuoco al suo primo giorno di lavoro. In tasca, la ricetta e una foto.

I libri, come molti altri manufatti, hanno bisogno di precisi ingredienti e di un po' di arte nel metterli assieme.
I buoni libri nascono da buone ricette e da buone materie prime. Hanno bisogno di un testo (non sempre), di figure (non sempre), di carta, di colore, di cura e attenzione e di un buon cuoco che li sappia dosare con sapienza. 


Prendendo in mano La ricetta della strafelicità, ancora prima di aprirlo, ci si accorge che c'è qualcosa che ha a che fare con l'equilibrio, ovvero con la labilità dello stesso: un braccio di stadera da cui pende un donnone in altalena entra da sinistra (da contrappeso in quarta di copertina c'è un ragazzino e una mongolfiera che regge il tutto). Unica nota a colori, a parte titolo ed editore, in un mare di grigio in cui caracollano bilance tra mucchietti di farina che nascondono tuorli per l'impasto.
Ecco, l'equilibro mi sembra una dote che una buona ricetta, così come un buon libro devono avere.
Se apriamo il libro, ancor prima del frontespizio, appare la pagina della dedica, a Gianni De Conno, allagata in un cielo di notte, con un ragazzino, di nuovo in bilico su un pomello di legno della mezzaluna. L'anomalia è che non sia una pagina bianca, come spesso succede. No, questa è la pagina della cura, ovvero quella che, forse, Alessandro Ferraro ha composto pensando ai cieli notturni di De Conno, oppure che l'editore ha voluto ricreare in vitro proprio qui per permettere a chi legge di fare un grande respiro silenzioso prima di oltrepassare la soglia che lo porti alla storia. 


Comunque sia andata, la cura e l'attenzione sono lì, palpabili, nella carta uso mano che ti senti tra le dita, nei colori pastosi e tenui, nelle ombre ripassate a tratteggio. Nella legatura cucita. Stiamo entrando in un libro di altri tempi, in cui il tempo per la cura del dettaglio è valore in sé. Continua il gioco di equilibri che Ferraro immagina per il testo di Matteo Razzini, a sua volta oscillante tra prosa e poesia. Anche il bambino Michele, d'altronde, è uno che rovescia ogni cosa, non ne combina mai una per dritto. Nulla, o ben poco, in questo libro è perfettamente dritto. L'instabilità è nei castelli di oggetti che Ferraro gli fa costruire e nella corsa verso la pagina che segue. Tutto oscilla, tutto si muove e va avanti. A questo si aggiunge lo stupore per gli oggetti, i moltissimi oggetti, messi in scena: diventano grandi, si personificano e si animano, camminano anche loro e vanno.



Cambia sempre la visuale, lo spazio tra testo e immagine: spesso tavole a piena pagina in cui Ferraro inventa un mondo tra la metafisica e il surrealismo, e, mi pare, ricordi un maestro di molti, Tullio Pericoli. Si sovvertono le proporzioni, si apprezzano i panorami aperti verso un grande orizzonte, si gode l'invenzione che fa viaggiare sull'acqua padelle come piroscafi, che trasforma i cuochi in Pulcinella giganti dalle maschere nere naso-beccute.


E su tutto si diffonde l'aroma del caffè appena fatto. Mentre questo accade davanti al nostro sguardo, il testo va avanti a raccontare, quasi si potrebbe dire, a cantare tanto la voce deve rimanere alta nella lettura. Questo è il merito di Matteo Razzini: quello di immaginare un testo nella sua oralità e di riportarlo, qui con una qual sapienza, sulla pagina scritta. A lui vanno anche riconosciuti due altri meriti: di aver saputo mescolare cose anche molto diverse e di aver dato un 'tono sempre in bilico' alla storia che passa per il sogno, l'assurdo, l'emotività e che nei disegni trova una meravigliosa quanto originale interpretazione.

Carla

Noterella al margine. Del tutto inspiegabilmente, Matteo Razzini ripone in me grande fiducia e stima. In nome di questa responsabilità, devo ammettere che nel testo, a mio personalissimo parere, ci sono sei righe di troppo: come al solito, le ultime. Per la precisione sole ventitré parole che sono lì a spiegare tutto ma proprio tutto e a rimettere in ordine ciò che era rimasto, meravigliosamente, in sospeso.

martedì 13 ottobre 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

I FANCIULLI TROVANO IL TUTTO NEL NULLA...

Giacomo il signor bambino, Paolo di Paolo, Gianni De Conno
Rrose Sélavy 2015



ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)

"Il signor bambino si schiarisce la voce, sale su una seggiola e scandisce i versi che ha appena composto. Sono la dichiarazione di guerra:
'Ora tu sei, Minestra, de' miei versi l'oggetto
e dir di abbominarti mi apporta un gran diletto.
Ah...se potessi escluderti da tutti i regni interi...
si dice che resusciti quando sei buona i morti, 
Ma, oh, detto degno d'uomini invero poco accorti!'"

Il signor bambino ha appena dichiarato guerra all'odiato semolino in brodo.



Lui che nei suoi giochi  immagina sé stesso come eroe e condottiero, può contare ora su un esercito che si compone di Paolina e Carlo, i suoi due fedelissimi fratelli e qualche burattino. Il piano è semplice. Nel bel mezzo della notte, i tre entreranno nelle dispense del palazzo ed elimineranno la materia prima, ovvero il sacco della semola da cui il cuoco attinge  quotidianamente per le cene dei bambini, per darla in pasto ai topi.
Il piano sembra perfetto se non fosse che il cuoco quella notte è ancora lì in cucina. E la sta rivoltando da cima a fondo. Cerca qualcosa, il cuoco, qualcosa che ha perduto. E piange.



Lui che è sempre così ordinato, un cassettino per ogni cosa, uno per i sedani, uno per le uova, uno per i bottoni, ma anche uno per i sentimenti, uno per i ricordi, uno per i sorrisi da usare nei giorni di malinconia, proprio non ricorda dove ha messo la felicità. 
Il signor bambino sa dove si nasconde. 
"LA FELICITÀ O INFELICITÀ NON SI MISURA DALL'ESTERNO MA DALL'INTERNO"....
Anche quella ha un suo cassetto, un cassetto interiore che solo la chiave dell'infanzia potrà aprire. Non c'è un minuto da perdere: bisogna mettersi in viaggio.



Aveva undici anni Giacomo Leopardi, il signor bambino, quando scrisse questa poesia alla nonna e al signor maestro e ne aveva diciassette, di anni, Paolo di Paolo quando la lesse per la prima volta.
Una comune antipatia per le minestre, una passione per Leopardi poeta, ma soprattutto per Leopardi prosatore e filosofo e certa incompiutezza nelle sue lettere e nei suoi abbozzi, che il poeta riassunse negli ec. ec. ec. finali, sono alla base di questo racconto. 
Esso stesso è costruito su ricordi e suggestioni che sfumano, che paiono solo accennate e che, nella mente di chi legge, possono aprirsi su ulteriori panorami sconfinati. Lo stesso finale resta sospeso, avvincente inizio di un'altra avventura fantastica.
Se nel testo i riferimenti a episodi autentici dell'infanzia di Leopardi, sono disposti qua e là in una trama di invenzione, altrettanto i disegni di De Conno sono precise citazioni dell'universo letterario leopardiano: finestre, lune, pastori erranti ec. ec. ec. Insieme costituiscono un lessico visivo, di cui forse  il giovane lettore è ancora inconsapevole, che però ha la forza di trasmettere atmosfere poetiche. E tanto basta.



A parte un avvio forse troppo compiacente, Giacomo il signor bambino, movimentato da dialoghi serrati e sottilmente ironici, che lo rendono piacevole anche a una lettura condivisa,  dimostra di avere un ulteriore pregio. Complice il componimento di partenza sulla minestra, è degna di nota la scelta di Paolo di Paolo di raccontare Leopardi attraverso la prospettiva di un'infanzia. Un'infanzia che prende la giusta distanza dal mondo adulto e dalla minestra (che un po' lo rappresenta) e che a me tanto ricorda quella di Cosimo che, per un piatto di lumache, andò a vivere sugli alberi. 
Con questo racconto, ancora una volta siamo qui a 'scoprire' Leopardi. Un signor bambino coraggioso, sognatore e profondo conoscitore dell'animo umano.
E a proposito di scoperte, non a caso la prefazione è stata affidata a Mario Martone, cui spetta il merito di aver fatto messo sotto gli occhi dei più, al di là di ogni remissiva malinconia leopardiana, la vigorosa forza interiore di quel 'giovane favoloso'.

Carla

Noterella al margine. Così come nella testa di Di Paolo la poesia sulla minestra decantò più di 15 anni, sarebbe bello immaginare che il film di Martone e il libro di Di Paolo, decantassero il tempo giusto nella mente di giovani lettori prima del loro incontro più maturo con Leopardi, quello vero. 

mercoledì 17 luglio 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ASINO CHI RESTA

Il viaggio dell'asino, Isabelle Grelet, Irène Bonacina,
Edizioni Clichy 2013
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Laggiù nella fattoria, dalle parti di valle Pourçon, vive UN ASINO che si annoia.
E tutti i giorni, tutti i giorni... il GALLO si sgola sul suo pagliaio, il MAIALE sguazza nel trogolo, il CONIGLIO batte la zampa nel cortile, la CAPRA mastica le foglie di nocciolo.
L'asino, che gira in tondo, ha bisogno di qualcosa di diverso per essere felice.
QUALCOSA DI DIVERSO, SÌ MA COSA?"



Un furgoncino Citroën, quelli che giravano per l'Europa cinquant'anni fa (e io me li ricordo), sta invecchiando nel fienile. Una buona revisione e si può partire. Ma l'asino, come nella migliore tradizione, non parte da solo, ma a lui si affiancano, uno dopo l'altro, gli altri animali della fattoria. Ognuno di loro offre il proprio contributo al mood del viaggio: chi canterà alle stelle, chi si porterà sulla schiena i bagagli... 


Il viaggio procede per il meglio. Durante il percorso, però, ogni animale del gruppo riconosce nei diversi luoghi il proprio posto del cuore: la capra scende dal furgoncino per rimanere sulle bianche montagne. Il coniglio si ferma invece vicino al circuito automobilistico di Nogaro, il maiale, contrariamente a quanto pensano i maligni, è un raffinato amante dell'arte e quindi scende al Guggenheim di Bilbao. Il gallo si ferma a Siviglia, incantato dal flamenco.

 
L'asino cocciuto prosegue il suo viaggio per poter raggiungere il suo obiettivo, lo Stretto di Gibilterra. Solo, seduto lungo il molo, all'ombra di un ombrellone, l'asino è contento ma non può dirsi felice: gli manca qualcosa e -inevitabilmente- ricomincia a girare in tondo. 



Il trambusto che fuoriesce da sotto un pedalò attira la sua attenzione e gli fa chiedere se può essere dell'equipaggio. Nascosto quasi per intero, c'è un valente meccanico: un'asina dalle volitive trecce che sarà capitano di quel viaggio lungo una vita e per nulla noioso. Viaggio dal quale nessuno dei due mai più tornò...


La passione per gli asini -animali impastati di cocciutaggine, forza fisica, abnegazione, tenerezza nello sguardo- è una vecchia storia, per me.Credo dipenda un po' dal fatto che mi par di assomigliar loro, soprattutto nella cocciutaggine.
Di questa storia mi piacciono varie cose. La prima: l'idea del viaggio che cresce nella testa di ognuno per togliersi dalla noia. La seconda: lo schema che si ripete come una serie di cerchi concentrici. La terza: i caratteri isoliti dei personaggi; a partire dall'asina esperta di meccanica al maiale fine conaisseur d'art. Quarta: il fatto che si racconti ai bambini che nel mondo ognuno ha il diritto di trovarsi il proprio luogo ideale e abbia il diritto di fermarvisi. Quinta: l'idea che nella vita bisogna avere un obiettivo nella vita, in questo caso per l'asino partire dalla Francia per andare a vedere Gibilterra. Sesta: il colore del mare e il colore del cielo. Settima: i disegni di Irène Bonacina. Qui il suo sito e i bei disegni ad acquerello del suo bestiario.

Carla

mercoledì 14 novembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON CI RESTA CHE PIANGERE

L'OPOSSUM CHE INVECE NO, Frank Tashlin
Donzelli, 2012

ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni)

"Se ne stava lì appeso per giorni e giorni, e non faceva che sorridere e poi sorridere ancora. Era l'opossum più felice, più sorridente, più penzoloni di tutto il bosco."

Finché un gruppo di impettiti signori, di ritorno da un elegante pic nic, si accorgono di lui: "'Santo Cielo!', guardate quell'Opossum lassù, non vi sembra triste?'. L'Opossum rispose: 'Io non sono triste, anzi sono molto contento. Per questo sto sorridendo."
E così si genera un altro equivoco, proprio come quello che si generò tra un pacifico orso e un caporeparto cocciuto di una fabbrica... (qui)
All'opossum non va certo meglio che all'orso e la sequenza comica è costruita nel medesimo modo, ovvero con una contrapposizione di opinioni (nel primo libro di Tashlin tra orso e dirigenti della fabbrica, qui tra opossum e gitanti), cui fa seguito un 'crescendo' di voci da una parte sola tra le due a confronto. E come nel primo libro abbiamo già visto, tale presa di posizione è palesemente errata ma caparbiamente sostenuta da un sempre più grande numero di persone: un schema di comicità assicurata.
Tanto più gli impettiti signori si accalorano insistendo sulla presunta tristezza dell'opossum, tanto più l'opossum per parte sua, con una flemma invidiabile, sostiene la propria felicità.
Quello che è un sorriso di un animaletto a testa in giù viene letto come una bocca mesta da chi sta a testa in su.
E così scatta il 'tormentone' che prevede uno schema verbale sempre ripetuto: 'è solo uno stupido opossum che si crede sorridente, ma non lo è per niente' e un paradossale quanto goffo tentativo di ricondurlo a ragione, seguendo una logica tutta umana e molto miope.
L'opossum finisce in città, sempre attaccato al suo ramo, viene portato al cinema e in un night club...la sua felicità è messa a dura prova e alla fine il suo sorriso scompare per lasciare posto a uno sguardo triste, con tanto di angoli della bocca all'ingiù.


Ecco la nemesi: l'opossum per gli umani ha sorriso! Riparte un'altra comica sequenza di esagerazioni nei festeggiamenti. L'opossum viene lasciato solo, dimenticato sul suo ramo e allora decide di tornarsene a casa. Sconsolato, guarda quella strana umanità che si affanna e ne prova compassione.
Come dargli torto...
Tornato nel suo bosco, ai suoi panorami e ai suoi odori, in lui si risveglia la felicità creduta perduta per sempre. E anche il ricordo si offusca; che sia stato solo un brutto sogno?
Tanti i temi toccati sui cui si potrebbe discutere per del tempo con i ragazzini.
Penso in primo luogo all'incapacità di saper 'leggere' l'altro come diverso da te. Penso alla messa in ridicolo di certi atteggiamenti tutti molto umani, quali l'egocentrismo, l'incapacità di comunicare, l'ignoranza che porta necessariamente alla grettezza di pensiero. E ancora: la felicità fatta di nulla, o la libertà che non ha prezzo.
Meraviglioso e perfetto, da manuale, il ritmo comico della storia. E vorrei vedere: è Tashlin!
Meno meraviglioso il formato punitivo che Donzelli assegna ai libri di questo strepitoso cartoonist americano.


Carla

martedì 19 giugno 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


DEMONIO DI UNO STEVENSON!

IL DIAVOLO NELLA BOTTIGLIA, Robert Louis Stevenson
Prìncipi e Princìpi, 2011

NARRATIVA PER GRANDI (da 12 anni)

"Questa è la bottiglia, - disse l'uomo e, vedendo che Keawe se la rideva, gli chiese: -Non volete credermi? Provate allora voi stesso. Guardate se vi riesce a romperla. Keawe prese la bottiglia e la gettò a terra più volte, finché non fu stanco, ma la bottiglia rimbalzava sul pavimento come una palla da bambini e non si rompeva.
-Strano, - disse Keawe - eppure sia a toccarla che a guardarla questa bottiglia, sembra di vetro.
-È vetro, - rispose l'uomo sospirando più triste di prima. - Ma è un vetro temperato nelle fiamme dell'inferno."

All'interno di questa bottiglia, che tanto ricorda la magica lampada di Aladino, si muove qualcosa, simile a un'ombra o a una fiamma. Il demonio è chiuso là dentro. Al pari della lampada, questa bottiglia esaudisce i desideri di chi la possiede (ad eccezione del padre di tutti i desideri: non morire). Ma chi la possiede deve fare molta attenzione perchè al momento della morte del proprietario essa lo trascinerà all'inferno. Una chance di salvezza però c'è. Disfarsene attraverso la vendita, ma ad un prezzo di volta in volta più basso di quello a cui la si è comprata. È questo l'argomento vincente che convince Keawe a comprarla: la sicurezza che se ne potrà disfare quando vorrà, a patto di trovare un successivo acquirente. Il piano di Keawe sembra perfetto: lui dal demonio non vuole tutto, non è avido di ricchezze. Vuole ed ottiene una bella casa in cui trascorrere felicemente il suo tempo. Quindi si libera della bottiglia, vendendola a un amico a qualche spicciolo in meno rispetto alla cifra da lui pagata. Tutto pare funzionare, ma a scombinare questo progetto perfetto arriva l'amore. Quello vero, quello che spariglia sempre le carte. Keawe si innamora e poco dopo scopre di avere la lebbra e quindi la felicità che pare raggiunta, si allontana nuovamente. Così comincia una sua personale e strenua lotta contro il destino che lo vede inseguire la bottiglia per mille porti, riaverla e poi scoprire di non avere più margini per liberarsene.
Come in un gioco d'azzardo fatto di continui bluff e rilanci al buio, i silenzi e i segreti di moglie e marito cambiano di continuo la prospettiva e fino al quint'ultimo rigo dell'ultima pagina si sta in punta di sedia par vedere come finirà...


Che dire? È Stevenson, il miglior Stevenson, quello degli scenari dei Mari del Sud, quello dei continui cambi di rotta, quello dell'avventura pura.
tutti i ragazzi che incontro prima o poi entrano in contatto con Stevenson perché non smetto mai di proporre la lettura de L'isola del tesoro che considero il romanzo d'avventura perfetto. Di una modernità assoluta nel suo ritmo incalzante, adattissimo alle velocità e alla ricerca costante di nuovi stupori che mi pare contraddistingua i desideri diffusi dei ragazzi. E ogni volta sono proprio i ragazzi a confermarmi la giusta scelta.
Il Diavolo nella bottiglia, così come accade sempre di fronte alla grande letteratura, apre scenari infiniti di riflessione, di immaginazione, di confronto. E le domande che genera sono tutte di grande interesse per ragazzi in crescita.
Quindi ancora una volta è apprezabile la scelta di Prìncipi e Princìpi di inserirlo in questa loro preziosa collana di classici che ormai conta un bel numero di titoli e tutti condivisibili anche nell'accoppiamento con illustratori di grande talento. Qui Scarabottolo, come di norma, dà una sua ulteriore e personale lettura del testo, arricchendo di valore, se possibile, il libro e offrendo, seppure in sole sei tavole, chiavi interpretative mai scontate.

Carla

Noterella al margine: Stevenson e il demonio li abbiamo già visti a confronto in un altro racconto dai toni decisamente più cupi ma altrettanto interessanti, pubblicato quest'inverno da Orecchio Acerbo. 
Seconda noterella al margine: spero che, come me, sappiate che nei libri che parlano del diavolo, il diavolo stesso ci mette sempre il suo codino e fa sì che qualcosa si metta per traverso. Nel libro Il diavolo della bottiglia lo fa per ben due volte. Colpo di coda verso sinistra: un errore di ortografia e colpo di coda a destra: un refuso. Demonio di un demonio!