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venerdì 23 agosto 2024

IL RIPOSTIGLIO (libri belli e impolverati)

LA PERMEABILITA' DEI MONDI

Nino, Anne Brouillard (trad. Paolo Cesari) 
orecchio acerbo 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"'Ciao' dice Coniglio. 'Ti sei fatto male?' 'No' risponde Nino, 'il terreno è molto soffice.' 
Coniglio invita Nino a prendere il tè a casa sua. 
Coniglio ha una famiglia numerosa ma a quest’ora dormono tutti. 
'Tu vivi in una casa di umani?' chiede Scoiattolo che abita più in alto, sull’albero. 
'Sì, risponde Nino, in paese.'" 

La cosa che è appena successa è che Nino, un peluche di orso in giacca rossa, sciarpa di lana e blue jeans, è caduto inavvertitamente (?) dal passeggino del suo bambino. Il piccolo Simone sta dormendo e i suoi genitori sono con il naso per aria per ammirare il bosco che stanno attraversando. Nessuno di loro si è accorto che Nino è per terra. 


Solo Coniglio, visto che il fatto è accaduto davanti al buco della sua tana, lo ha notato e così corre in suo soccorso. Il peluche non si è fatto male ed è ben contento del tè e della torta che gli vengono offerti. 


Su quello stesso albero, che tra le radici ospita la casa di Coniglio, abita anche Scoiattolo. Sceso per conoscere Nino, non perde tempo e lo invita anche a casa sua, con una vista ben più panoramica di quella di Coniglio. Tutta piena di provviste, la casa di Scoiattolo offre una bella visuale sul bosco ed è proprio su uno dei rami più alti che Nino fa la conoscenza delle cinciallegre che lo portano - di ramo in ramo - fino al limitare del bosco, dove Nino può vedere da lontano il villaggio dove vive e nel frattempo rendersi conto che si sta facendo notte e lui su quel ramo è rimasto da solo.
Tornare a casa potrebbe essere pericoloso, meglio allora accettare l'invito della volpe che silenziosamente lo conduce attraverso il bosco: le ne è la custode notturna. 


Quando, sul far dell'alba, minaccia di piovere, lei - piena di premure - lo riporta da Coniglio dove Nino finisce la notte tra i coniglietti sotto le coperte. 
Pronto e riposato, il mattino dopo si fa ritrovare dal piccolo Simone che, felicissimo lo riabbraccia e se lo stringe al collo. 
Quale occasione migliore per Nino di raccontare all'orecchio di Simone la sua meravigliosa avventura? 
Finale a sorpresa. 

Questo albo di piccolo formato, per mani adatte, fa parte della bibliografia più recente di Brouillard, per intenderci quella con una più forte impronta narrativa. 
Contiene in sé alcuni delle costanti della poetica di questa autrice belga. 
Proviamo a elencarle. 
Il tema della natura, il tema della piccola comunità di animali molto accogliente, il tema della casa e dell'abitare, il tema della scoperta e dell'avventura, il tema della permeabilità dei mondi. 


Natura: non c'è libro di questa autrice dove la natura sia in secondo piano. Lei stessa lo dichiara: non potrei immaginare me stessa al di fuori di questo contesto, ne sono parte. Fin dalla sua infanzia per arrivare a tutt'oggi, Anne Brouillard ha sempre cercato di circondarsi di boschi, corsi d'acqua, laghetti e foreste (quelle svedesi sono le sue preferite), anche se durante i suoi studi ha vissuto a Bruxelles, quando ha dovuto pensare a un luogo che sentisse come casa, ha scelto di tornare vicino agli alberi. 


La piccola comunità è di nuovo qualcosa che appartiene al suo dna: è lei stessa a raccontarlo e a fare costante riferimento alla letteratura svedese, in particolare a Tove Jansson con i suoi Mumin. Fin da bambina ha sentito forte la sensazione di essere parte di una comunità allargata in cui animali, oggetti, e persone sono in relazione emotiva forte. Infatti, spesso e volentieri nei suoi libri esistono microcosmi in cui agiscono animali parlanti che hanno come obiettivo quello di creare armonia.
 

Il tema della casa e dell'abitare è forse la questione che più trasversalmente Brouillard riesce a infilare in ogni storia che racconta. Qui, anche se non dichiaratamente, Nino, in quasi tutto il suo avventuroso viaggio nel bosco, attraversa le case degli animali che incontra e tutti hanno piacere di condividere con lui questo spazio personale. E anche il finale, nel suo silenzio eloquente, a una casa, e al suo significato più profondo, fa riferimento. Brouillard si diverte e cura con grande passione il disegno di ognuno di questi luoghi. E questo lo si percepisce fin dal primo sguardo.
 

Scoperta e avventura, come temi narrativi, sono arrivati in una fase più recente, tuttavia fin dal principio (di nuovo fin dalla sua infanzia) Brouillard li considera il modo per lei più naturale di esperire la realtà e il mondo circostante. 


La permeabilità dei mondi. Ecco questo forse rappresenta un po' la summa di quanto detto finora. Qui, in modo molto esplicito, Brouillard ci dice che tra realtà e immaginazione il confine è labile e forse addirittura non esiste. 
Guardarsi, sorridersi e riconoscersi - animali del bosco e bambino con peluche - attraverso un unico diaframma, invisibile di fatto, ossia una vetrata. Troppo poco perché non siano tra loro comunicanti. 
Ecco. A mio parere è questa la chiave di quanto da trent'anni a questa parte Brouillard sta dicendo a grandi e piccoli. 
Insieme a molti altri, anche io le credo. 

Carla

venerdì 14 gennaio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA VOCE DELLA VERITA'

Ellen e il leone, Crockett Johnson (trad. Sara Saorin) 
Camelozampa 2022 



NARRATIVA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Ellen si sedette sul poggiapiedi e osservò pensierosa il leone, steso a terra a pancia in giù. 'Ogni volta che noi due facciamo conversazione, parlo sempre io, vero?' gli disse. Il leone rimase in silenzio. 'Non ti lascio mai dire una parola' disse Ellen. Il leone non disse una parola. 'Il mio problema è che parlo troppo' continuò Ellen. 'Immagino di non essere stata troppo educata. Ti chiedo scusa.' 'Oh, non ti preoccupare, Ellen' disse il leone. Ellen balzò in piedi e cominciò a fare i salti di gioia. 'Hai parlato!'" 

Grande è lo stupore di questa bambina quando sente il suo leone di pezza parlare. Lo stupore, prosegue lei rispondendo al leone che si schermisce con modestia e la mette in guardia su dove saltare, sta soprattutto nel constatare che il leone ha una voce calda e profonda. 
Sebbene il leone pensi che la sua voce sia molto simile a quella di Ellen, lei sostiene il contrario. Ne nasce un piccolo battibecco ed Ellen ha di nuovo paura di aver urtato i sentimenti del leone, che la rassicura anche questa volta, dicendole che lui è di pezza e di sentimenti non ne ha. 
Per alleggerire l'atmosfera, Ellen propone di cantare qualcosa assieme, Nella vecchia fattoria, ma non funziona: o si sente la voce di Ellen o quella del leone nel ritornello... 

Comincia così il primo dei dodici racconti che nel 1959 fu pubblicato da Harper con il titolo Ellen's Lion, con una magnifica quanto insolita copertina nera. 
La storia editoriale di questo libro che ora Camelozampa mette con grande merito a disposizione anche dei bambini italiani è presto detta. Johnson in principio aveva scritto solo quattro di questi racconti, li aveva sottoposti a Ursula Nordstrom, l'editor di Harper che aveva pubblicato le sue storie di Harold, e il suo immediato entusiasmo lo convince a scriverne altri: dodici in tutto. 
C'è da presumere che il modo di raccontare l'infanzia di Johnson ancora una volta collimi con quello della Nordstrom, sebbene su Spiaggia magica - di poco posteriore - i due la pensino in modo molto diverso e non riescano a trovare un accordo.
In questo primo racconto si concentra gran parte della poetica di Johnson, di cui ampiamente si è detto a proposito di Harold e del Seme di carota
Ma se in Harold tutto passa per il disegno che è decisamente preponderante rispetto all'impatto della parola, qui accade l'esatto contrario. Sono le parole qui a fare la differenza. 
E ancora una volta il silenzio che sta loro intorno fa il resto. 
Se in Harold il ruolo di demiurgo di quel bambino in pigiamino è subito evidente, qui la questione è più sottile e rimbalza di continuo fra un fuori e un dentro la storia che lascia senza fiato per 'intelligenza emotiva' dell'autore. 
Cerco di spiegare, attraverso questo primo racconto che non a caso apre il libro, e che è esemplare per individuare i singoli passaggi tra quello che accade nella storia e quello che accade nella testa di chi legge. E se chi legge è un adulto, in questa osmosi si può anche arrivare alle lacrime di commozione. Tutto comincia con Ellen che si rivolge al proprio leone di pezza. 


Lui lo abbiamo già visto con lei in copertina e da solo nel frontespizio. Attraverso quello che lei gli dice non si dice espressamente che lui è un pupazzo, ma si capisce che lei sa che lui non parla e si capisce anche che lei imputa questo suo silenzio a un ipotetico malessere del leone provocato dal suo parlare, parlare, parlare. 
Il lettore bambino si allinea con lei: il leone non parla perché non ne ha voglia. 
Il lettore adulto pensa che il leone non parli perché è di pezza. 
Quando il leone in modo del tutto inaspettato parla, scompiglia le supposizioni di tutti, quelle di Ellen con tutti i bambini e quelle dell'adulto. Non siamo neanche alla fine della prima pagina e già c'è stata la prima capriola. 
Si gira pagina e arriva la prima immagine di quello che sta avvenendo, ma nulla toglie o cambia nella nostra percezione di come stiano andando le cose. Il dialogo prosegue e il lettore capisce qualcosa di più di Ellen e del suo leone di pezza. 
Il piccolo lettore è sempre allineato al pensiero di Ellen e segue i suoi ragionamenti sul tono di voce del leone. Mentre l'adulto inevitabilmente si gode le risposte sottili del leone, il quale si assume l'onere di essere 'la voce della verità', ossia dalle sue parole si può cominciare a sospettare un altro fatto sottaciuto: l'unica voce che si sente in quella stanza è quella di Ellen che sta parlando per sé e anche per il leone, in un dialogo tutto inventato. 
Se Harold era un demiurgo con la voce, ma soprattutto con la matita in mano, Ellen è una demiurga che crea con il suono, con la sola voce. Seconda capriola. 
Terza giravolta la si fa quando il leone dice a Ellen che 'il re è nudo': lui è di pezza e non ha sentimenti. A questo punto un adulto è già lì commosso (in uno con il leone che tira su con il naso) a pensare la delusione che tra un momento proverà Ellen, ma Ellen -e con lei tutti i bambini che se lo sentono dire - va diritta per la sua strada di creatrice di mondi e ignora la verità, perché poco interessante e produttiva per il suo progetto. 
Ellen decide di cantare Nella vecchia fattoria con il leone. Il testo si dilunga per ben undici righe prima che il leone instilli un secondo dubbio alla domanda perentoria di Ellen, non possiamo cantare tutti e due assieme? E lo fa rispondendo con un'altra domanda, proprio come avrebbe potuto esprimersi una sibilla o un bravo psicanalista: "Non credo che potremmo. Tu ci riesci?" 
Nuova accelerazione in avanti della geniale Ellen, che suggerisce di ricominciare a parlare, perché è più facile. E i bambini, tutti dietro a lei. Gli adulti si commuovono nuovamente. 
Sul vero e proprio finale si può tacere, sapendo però che si sta assistendo a un'altra autentica rappresentazione di quello che è l'infanzia: si è davanti a un repentino quanto silenzioso abbandono del gioco nella testa di un bambino, pronto a fare posto, come se nulla fosse accaduto, a qualcosa d'altro. 


E questo è solo il primo dei dodici, alcuni dei quali altrettanto magnifici (Due paia di occhi, su tutti). 
Ma è quello che più di tutti rende onore all'infanzia. 
Tirando due somme, in queste prime tre pagine e mezzo di testo (+ una figura) conosciamo una bambina e il suo leone di pezza. 
Lei incarna la verità ma si nutre di immaginazione, lui 'incarna' l'immaginazione, ma racconta appena può la verità. 
 Questa è la storia, ma dietro c'è qualcuno che ha concepito tutto questo: semplicemente un genio. 
Libro necessario. 

 Carla

mercoledì 17 novembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CREDERCI E BASTA

Quando arrivi è Natale
, Barbara Ferraro, Serena Mabilia 
Lupoguido 2021
 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 6 anni) 

"'Eccoci! Allora, cinture ben allacciate?'
'Tobia?' 'Sì, allacciate!' 
'Junior?' 'Sì, allacciate!' 
'Allora andiamo... pronti via! Papà arriviamo!' 
'Aspetta mamma, mi scappa la pipì...' 
'E su! Dai! Risaliamo, ci mettiamo un momento.' 
'Aspetta mamma, prendo Junior...'" 

Tutto è pronto per la partenza verso le vacanze di Natale a casa dai nonni. Le valigie e le borse sono stipate nel bagagliaio già da prima, manca solo di passare a prendere papà al lavoro e poi il lungo viaggio può incominciare. Nella testa di Tobia c'è tutta la frenesia della vigilia, del viaggio in macchina, c'è la gioia di rivedere i nonni, di sentire il freddo della campagna e il caldo del camino. 


In tutti questi suoi pensieri, con lui c'è sempre Junior, l'orso. 
E poi però c'è quella pipì fuori programma. 
I grandi sono frettolosi, la circostanza è frettolosa. 
E l'orso Junior resta lì sul pavimento davanti al bagno, dimenticato. 
Quando Tobia se ne accorge, ormai è tardi per poter tornare indietro. Junior passerà le vacanze di Natale solo a casa e per lui non ci saranno dolcetti, o cacce all'insetto nei legni davanti al camino, non ci saranno gli abbracci di Tobia, né le riparazioni della pelliccia consumata che la nonna è così brava fare. E anche per Tobia sarà un Natale malinconico lontano dal suo orso con cui parlare, con cui costruire torri, e in cui affondare a fine giornata il naso prima di dormire. 
E poi però c'è quel gabbiano che sente gli ululati di un orso lasciato sul pavimento che si sente molto solo. Ed è così che comincia il lungo e avventuroso viaggio di un orsetto di pezza a cavallo di un gabbiano determinato e di buon appetito e poi di un pesce volante e inconsapevole. 
Viaggio che termina di fronte alla collina con dodici pini altissimi, perché è quello è il punto dove atterrare. Lì c'è la casa dei nonni. Ed è lì che con Tobia si ritroveranno. 
E sarà di nuovo un buon Natale, per tutti, ma proprio tutti. 

Nelle storie bisogna credere. 
Se è chiaro a tutti che qui la storia vera si ferma su quel pavimento di casa e riprende davanti alla porta della casa dei nonni, è pur vero che dobbiamo prestare fede anche a tutto il viaggio di Junior a cavallo del gabbiano e del pesce. 


Coleridge le ha dato un nome, the willing suspension of disbelief, ma già Shakespeare la pretendeva dal suo pubblico nell'Enrico V, invocando la necessaria fantasia per attraversare in un volgere di clessidra tempo e spazio. 
Tuttavia una differenza esiste tra grandi e piccoli e risiede proprio in quel willing
Un bambino non ha bisogno di imporsela, ci crede e basta. 
Un adulto deve fare un passo indietro e decidere di mettersi in quella condizione in modo volontario. Ciò non toglie che la sospensione dell'incredulità sia uno dei principali motori della felicità quando ci si immerge in certa letteratura: farsi trasportare in un altrove esercita un grande fascino, a patto però che il viaggio abbia una sua precisa coerenza interna e rispetti alcuni canoni. 
Quando arrivi è Natale dimostra di avere una sua precisa coerenza interna e quindi al lettore, anche quello adulto, non resta che godersi il meraviglioso 'senso del meraviglioso'; sorridere per i dialoghi tra un gabbiano abbastanza furbo e parecchio affamato e un orso un po' confuso e molto disperato; preoccuparsi per la caduta del gabbiano stordito dai fuochi d'artificio, e per il rocambolesco passaggio di consegne tra uccello e pesce.
 

D'altronde la buona letteratura non è nuova a viaggi fantastici a cavallo di un volatile e vanta illustri precedenti, da Pinocchio a Nils Holgersson, ed è anche piena di orsetti avventurosi che marciano compatti dietro la bandiera di Winnie. E anche i pesci volanti godono di una loro fama e hanno una loro letteratura dedicata. 
Questa percezione quasi fisica della meraviglia, la trasmettono le matite morbide, sfumate, volutamente mai nitide di Serena Mabilia, che in tal modo parrebbe voler ribadire la più generale condizione di sospensione anche per quello che riguarda lo sguardo. 
Ai colori, e a quel periodico tornare sugli alberi e sui loro intrecci di rami affida, silenziosamente, la sensazione di essere immersi davvero nelle atmosfere dei nostri natali. 
Accanto a tutto questo però c'è anche altro: una bella storia di bambini e pupazzi e quella - lo sappiamo tutti - è proprio vera vera. 


Scrivere storie del genere, che raccontino il legame che nella vita reale tiene insieme bambini e peluche, credo abbia, tra gli altri, anche il merito di risarcire, almeno in parte, l'infanzia del proprio status di 'paese' autonomo e sovrano. 
Nel senso che come adulti, la prima cosa che è necessario imparare a fare è quella di rispettare la capacità che hanno i bambini di crearsi un mondo altro per poter dignitosamente provare a sopravvivere in quello terribilmente reale dei grandi che non gli appartiene. Ed è naturale che i primi abitanti di questo 'paese' che hanno diritto di cittadinanza, si potrebbe dire addirittura ne ricevano la cittadinanza onoraria, sono orsi, paperi, topi, dinosauri, pipistrelli, marmotte, delfini. Tutti rigorosamente di pezza, tutti segnati e consumati dal tempo e dall'effetto. 
L'atto di scriverne con tanta lucida fede, riconoscendone di fatto l'esistenza, oltre a essere cosa buona e giusta, è anche necessaria. 

 Carla 


Noterella al margine: Quali siano le cose che dall'infanzia decidano di non andarsene mai e che da adulti ti restino dentro è davvero un mistero. Ad alcuni, me compresa, è capitato in sorte di continuare a essere certi, come si faceva da bambini, che gli animali di pezza siano vivi e abbiano un'anima per sentire, una testa per pensare e una voce silenziosa per farsi capire.

giovedì 17 novembre 2011

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


L'ORA VUOTA

DORMI BENE, ORSACCHIOTTO MIO, Quint Buchholz
Beisler, 2011

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Di sera l'orsacchiotto si prepara per la nanna.
Si toglie i calzoncini con le mele
e si infila il pigiamino con le stelle.
Prima di dormire reclama la sua favola, recita la preghiera della buonanotte
e si lascia cullare da una dolce ninnananna.
Riceve i suoi cinque bacetti
e beve l'ultimo sorso d'acqua dalla tazza blu
perché gli rimane sempre un briciolo di sete.
Si ricorda di aver dimenticato i calzini da notte color rosso ciliegia
e da bravo se li mette.
Si accomoda nel suo lettino, ma...che freddo fa sotto le coperte!
L'orsacchiotto soffia il caldo con il fiato."

E' l'ora in cui i bravi bambini e i bravi orsacchiotti vanno a letto.
E' l'ora vuota.
Anne Herbauts chiamava così l'ora in cui c'è ancora troppa luce per accendere la lampada e già troppo buio per continuare a leggere, a cucire.[...] Pensiamo, sogniamo. E' l'ora grigia, tra il giorno e la notte, in cui l'ombra è luminosa, la terra scura e il cielo ancora chiaro. L'ora blu. Gli oggetti sembrano aspettare il silenzio.[...] E' lo spazio dei ricordi. Ora triste, ora bella, che torna ogni giorno uguale, immutabile, appena diversa da quando esiste, arriva e poi si spegne.(L'ora vuota, Fabbri 2003)

E' quel momento della nostra giornata che segna il limite tra il giorno rumoroso, colorato, movimentato e la notte tranquilla, scura e silenziosa. E' un momento che vado cercando alla fine di ogni mio giorno e che mi piace tanto.
Ma a me piacciono tanto anche le storie che parlano degli orsi di peluche (fino ad oggi, la mia preferita: Axel Hacke, Michael Sowa, Un orso di nome Sabato, edizioni e/o 2007 l'ho letta centinaia di volte a centinaia di bambini). 

 
L'orsacchiotto di Quint Buchholz non ha sonno: su una scala fatta di libri si arrampica e guarda fuori dalla finestra. Tutto è fermo come se fosse in sospeso, e lui dà spazio ai suoi ricordi e immagina la sua giornata di domani. E' un attimo e scende la notte. Vede arrivare i musicanti del chiaro di luna, mentre alle sue spalle c'è un amico bambino che in silenzio lo porta con sé sotto le coperte per cominciare la notte assieme.
E' una porzione infinitesimale di una giornata, ma di una intensità che toglie il fiato.
Che meraviglia!
Buchholz, che considero l'illustratore del silenzio, della solitudine, della malinconia, del surreale, dell'immaginario, dello stupore e del non detto, mi emoziona da morire. Le atmosfere sospese che caratterizzano tutte le sue tavole generano meraviglia nel loro essere così tanto vicine al reale (sembrano fotografie, talvolta) e nel contempo così sideralmente lontane dal reale stesso. La fantasmagoria del surrealismo di Buchholz, così vicino allo stupore che si prova davanti ai quadri di Magritte, è un modo di leggere il mondo che credo simile a quello dei bambini.
Nelle sue tavole c'è un mondo misterioso, aperto, affascinante, sorprendente, luminoso, fatto di grandi spazi e di oggetti piccolissimi, di prati sconfinati e di particolari impercettibili. Un mondo in cui, agli occhi di un bambino, tutto può accadere.
Sono rari, a mio parere, gli illustratori che riescono attraverso l'immagine a raccontare con così tanto rispetto, grazia e profondità il mistero che c'è dentro l'infanzia, Quint Buchholz è uno di questi*.


E' bello starsene all'asciutto mentre fuori scende la pioggia
e l'aria profuma di fresco, soprattutto quando si ha la merenda con sé.

*(se ne farete richiesta, vi dirò anche gli altri nomi della mia lista).

Carla


Noterella al margine: visto che di Buchholz sono pochi i libri che circolano in Italia considero ottima la scelta di Beisler di pubblicarne uno e ne riconosco la grande cura editoriale e anche la bella traduzione.
Vi consiglio di cercare anche la prima edizione di Mattia e il nonno (R. Piumini, Einaudi Ragazzi 1993), da lui magistralmente illustrata.
Se poi voleste godervi quasi 7 minuti di tavole mozzafiato, mettetevi comodi e guardate qui: