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mercoledì 12 febbraio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UNA QUESTIONE DI ENERGIA 

Quando apriamo un libro è come se inserissimo una spina nella presa e, chiudendo il circuito elettrico, permettessimo all'energia scaturita in un’altra mente di raggiungerci per accendere in noi qualcosa che non avevamo pensato, far riverberare pensieri che mai saremmo riusciti a esprimere, creare connessioni e spazi che non sapevamo nemmeno di contenere. Ma da dove arriva quella energia, quanti chilometri ha percorso, quanti anni separano la sua generazione dalla nostra fruizione? E in che punto del silenzio tra il naso e la pagina questa energia fa scoccare la sua scintilla, qual è il momento in cui un messaggio predisposto dalla mano di un illustratore supera la carta per entrare in noi? 
Renato Moriconi ha mostrato nei suoi albi precedenti di avere la spiccata sensibilità di concretizzare sulla pagina il momento in cui tra un’immagine e l’altra si stabilisce quel senso di continuità prossimo alla fusione. Sfidando l’interruzione tecnica del voltar pagina, e mischiando a questo gesto l’elemento immaginativo del racconto, ci ha fatto sentire la vertiginosa rotazione di una giostra, ha mostrato la contagiosità di uno sbadiglio, estrapolato dal silenzio dei ritratti il sussurro segreto delle parole che passano di orecchio in orecchio con il gioco del telefono.


In occasione de L’opera liquida l’autore chiama in causa la fluidità e si appropria di alcuni elementi del mondo musicale per provare a mettere a fuoco proprio quel punto di contatto tra autore e fruitore, tra intenzione artistica e ascolto, e lo fa fin dalla copertina, dove, moltiplicato e gesticolante, un direttore d’orchestra appare impegnato a muovere le braccia per gestire qualcosa di invisibile. Il suggerimento che arriva dal titolo L’Opera liquida suggerisce che si parlerà di musica, ma a ben vedere, e come si conviene all’autore, si tratta di un parallelo che va ben oltre. 


Tutto ha inizio a bordo di una piscina vuota, quasi a voler suggerire una capienza, uno spazio pronto a contenere e a farsi da cornice per quei movimenti immaginifici provocati dal gesto del direttore. È in queste quattro pareti che viene disposto il gioco sottile di creazione e accoglienza per quello che verrà stimolato dal dialogo tra direttore e acqua.


L’innesco è nel corpo. Il direttore richiama a sé sulla punta della bacchetta tutta l’attenzione per condurci attraverso le qualità intrinseche del proprio gesto verso le metamorfosi e sinestesie che emergono e traboccano da bordo vasca: la tensione sottile dell’attesa al cospetto di una nuvola gravida, il rumore della pioggia, poi la compressa promessa dei rumorosi animali di una giungla fin troppo ordinata… 


Senza mollare mai completamente la tenuta, Moriconi gioca con equilibrio vertiginoso nello spazio sinestesico creato dalla interdipendenza di occhio, orecchio e tutti gli altri sensi, muovendosi liberamente nel campo libero della sovrapposizione millimetrica dei linguaggi. 
Egli conduce con gesto fermo e sensibile lo sguardo fino alla riesumazione del suono sepolto nella memoria: allora, sono subito tonfi sordi dei guantoni, stoppate di caviglie su palloni di cuoio, il tintinnio dei fioretti. 


Non solo di suono però si tratta: quanto è azzeccato infatti l’abbinamento tra lo squalo e la sinuosa inquietudine di certi silenzi? E come è facile sentire l’energia del direttore tramutarsi in inquietudine muscolare quando viene espressa per evocare un polpo, oppure il senso di potenza incombente compresso nell’onda, catturata proprio sul punto di scatenarsi fragorosa, un attimo prima di rompersi a bordo vasca… 


Serpeggia in ogni immagine e tra un immagine e l’altra il riverbero ineffabile dell’energia attraverso cui il suono si propaga. Allo stesso modo dell’onda sonora si muovono le similitudini: impiegano un tempo per svilupparsi, mostrarsi e finire. 
Ed è qui che Moriconi posiziona la sua bacchetta: sul culmine di una suggestione, un attimo prima che cada… 


…quando cade, allora si rompe la quarta parete di silenzio che separa il lettore da ciò che avviene sulla pagina: è in noi che deflagra l’onda, è in noi che brucia il fuoco, è dopo qualche secondo dall’osservazione che da qualche parte, dentro, ribollire in lontananza il vulcano, è in noi che si ristabilisce il silenzio e il senso di fine, quando il direttore fa scendere la bacchetta lungo la gamba per ristabilire la quiete. 


“Parlare di musica è come ballare di architettura” affermava, con provocatorio genio musicale, Frank Zappa, ma se da un lato questa frase sembra voler scoraggiare ogni tentativo di contaminazione di sguardi, a spostarsi leggermente la stessa affermazione pare essere un’indicazione per un sentiero da percorrere per libera associazione di idee, che conduce a territori in cui è possibile intravedere nel gesto minimo del direttore d’orchestra il tramutarsi di intenzione in energia, un flusso invisibile capace di travalicare spazio e tempo, e raggiungerci e continuare in noi. 
Perché quando si chiude un libro, il silenzio che accade è solo apparente. 


Giorgia

“L’opera liquida” Renato Moriconi, Gallucci 2023

mercoledì 30 novembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PRETEND THAT YOU'RE GOOD AT IT! 

La mia morte gloriosa col botto, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2022 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Quando Sixten e Karl-Johan ti rivolgevano la parola, ascoltavi. Si piazzarono vicinissimi a me, uno su ciascun lato, e in qualche strano modo riuscirono a farmi allontanare dal campo di gioco solo premendo e spingendo leggermente. Mi conficcai le unghie nei palmi e sentii accelerare il battito mentre un vago senso di nausea mi risaliva in gola. Era l'ansia. Cos'avrebbero fatto? Cosa potevano fare?" 

Gemelli, uguali come due gocce d'acqua, considerati da tutti i reucci della classe: agli occhi di Sigge avevano qualcosa che li rendeva superiori alla media, e non solo per come si vestivano e per i loro cellulari costosi. 
Sigge, che vive a Skärblacka nella casa-albergo della nonna dove si è trasferito con sua madre, le sue sorelle e il cane Einstein già da 4 mesi, ha un ristrettissimo gruppo di amici: una sola, in verità, Juno. 
Di certo i gemelli, pensa lui, non è roba per me, per lui che ama la 'penombra' sociale, lui non è al loro livello e non può essere di nessun interesse per loro. 
A meno che non siano lì per maltrattarlo e prenderlo in giro, come faceva Budde e gli altri a Stoccolma. 
Sigge è totalmente fuori strada; al contrario, loro sono lì perché lo vogliono con loro: il terzo elemento della nuova band. Loro sono convinti di essere due rapper di grande talento, ma Sigge è abile in un paio di cose che loro non sanno fare e che hanno bisogno assoluto di imparare, da qui la necessità di averlo nella crew. 
Due cose necessarie per un rapper: saper andare sullo skate (in realtà Sigge è un appassionato pattinatore artistico che si è appena comprato un ciondolo per il collo con un pattino d'argento, ma di skate non ne sa nulla e nemmeno lo possiede) e seconda cosa, sa disegnare da dio (non esattamente fare graffiti, ma sono sottigliezze). E - per di più - lui viene dalla grande città (in realtà dalla periferia, che è meglio ancora se sei un rapper della old school, e i gemelli lo sono). 
Comincia così questo strano e imprevisto sodalizio e nello stesso momento un ineludibile conto alla rovescia per Sigge dei giorni che mancano alla loro esibizione sul palco durante spettacolo natalizio della scuola. 
Sullo sfondo, il progetto con Juno di un app per animali in cerca di compagnia, una app di incontri che si sarebbe chiamata FortunaBestiale, una sorella scritturata - e molto in parte - come Gesù nella recita di Natale, la solita nonna anticonformista, la solita madre schiacciata dal superlavoro per raggiungere una propria indipendenza economica, il solito Krille Meringa che, accantonata per il momento la regia, è stato scritturato per recitare in un paio di spot pubblicitari. 
Di nuovo, all'orizzonte, una nuova conoscenza: Adrian. 
Questo, il racconto di poco più di 60 giorni dell'imperdibile tredicenne Sigge, sempre più consapevole e determinato a trovare un posto 'comodo per sé' nel mondo. 

Seconda parte di tre (in Svezia è uscito un mese fa: Min storslagna kärlek) romanzi che hanno in Sigge il loro perno. 
I tre titoli parlano chiaro, la vita, la morte e l'... 
Tutto quello di bello e interessante che è stato notato nel primo romanzo si riconferma con puntualità anche qui: qualità della scrittura (e della traduzione), leggerezza nel raccontare cose importanti, un plot a prova di botto, ironia e comicità, come se non ci fosse un domani. 
A tutto questo si aggiunge, nella complessità delle relazioni che legano i singoli personaggi, una sua capacità di far maturare le situazioni: si assiste infatti a uno scatto ulteriore che Sigge fa verso la ricerca della propria identità e verso una consapevolezza personale sempre più solida. Per non parlare della sua amicizia con Juno, ancora una volta a rischio. 
Messi in riga tutti pregi, seppur brevemente visto che se ne è già parlato, si riconferma uno dei valori più grandi che Jenny Jägerfeld dimostra di avere (lei e una nutrita schiera di altri scrittori del Nord): la capacità di non essere mai retorica, o didascalica, e men che meno prescrittiva (nonostante o forse grazie alla sua formazione), di essere capace di mettersi sempre in un'ottica che è quella dei più piccoli, cercando di non far prevalere il suo ruolo di adulta, pur mai dimenticando di esserlo. 
Per fare un esempio, si guardi con quanta grazia e sapienza Jenny Jägerfeld modelli i caratteri delle due sorelle di Sigge nel loro essere rispettivamente amanti del silenzio a oltranza e della parola ad alto volume e soprattutto si noti come metta questi due caratteri a confronto con il mondo degli adulti e di come questo mondo sia capace di mettersi in relazione con loro in modi tanto diversi. Tra parentesi, la varietà e complessità di sfumature che caratterizzano i singoli adulti di riferimento di questi ragazzini è davvero magnifica e fruttuosa, a partire dal sognante Krille che, in questo caso particolare, condivide con Sigge un vecchio consiglio ricevuto da Charlotte "pretend that you're good at it". 
Tornando alla prospettiva di osservazione della Jägerfeld, sembra quasi che il suo pensiero adulto le permetta, sia capace anche di pensare con testa e parlare con voce di bambino: l'invettiva di Majken - tutta in maiuscolo, come sempre, visto il volume consueto della sua voce - a proposito del croccante mancato per Bobo durante il rinfresco per la festa di Santa Lucia può essere considerato un paradigma del valore cui si alludeva poche righe fa. 
Si guardi anche con quanta sana distanza metta in scena il pensare e l'agire di Charlotte da una parte e quello della figlia Hannah dall'altra: i teatrini tra madre e figlia su come vestire Bobo e sulle candele vere a Santa Lucia sono emblematici. Due modi opposti di essere adulti, eppure due modi di amare altrettanto efficaci. 
E ancora, quanto sia brava, anche solo attraverso dettagli come dei regali di compleanno, a creare per i piccoli un 'porto' sicuro e conosciuto, seppure molto poco convenzionale, in cui approdare ogni sera dopo aver navigato in acque nuove e sconosciute per tutta la giornata. 
Ma brava, you're good at it!

Carla

venerdì 2 settembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FRA MUSICA E VIDEO GIOCHI


Il romanzo di Daniele Nicastro ‘Vengo io da te’, pubblicato da Einaudi Ragazzi, in primo luogo è un viaggio nei linguaggi degli adolescenti, direi un viaggio necessario. Leggendolo, ho avuto la misura precisa della distanza rispetto ai riferimenti culturali dei più giovani, conosciuti solo in parte. Parliamo innanzi tutto di musica e del mondo dei gamer, l’universo dei video giochi che costituiscono spesso una realtà parallela alla vita reale.
In breve, la trama: Giada e Nico, i due protagonisti, sono due adolescenti che si incontrano in un laboratorio multimediale, a scuola: devono lavorare al tema di Enea e Didone, rielaborandolo secondo i linguaggi a loro più congeniali; Giada è una brava ragazza, molto determinata e dalla lingua troppo lunga; Nico è un ragazzo timido e introverso. A unirli è la musica ‘indie’, che costituisce il filo conduttore della loro versione dell’amore di Enea e Didone. Comunicano fra loro intensamente attraverso i versi delle canzoni che ogni giorno si scambiano, riuscendo così a parlare di sé, dei propri stati d’animo, senza che, in realtà, sappiano granché della vita l’uno dell’altro.
Giada in realtà ha una storia sentimentale con un altro ragazzo, del tutto diverso da Nico; è una storia che si sta spegnendo, ma questa ambiguità determina l’allontanamento di Nico, che scompare da scuola e dalla vita di Giada. Lei, che è una ragazza determinata, tenta in tutti i modi di riprendere i contatti, ma la scuola finisce e tutto sembra restare congelato in questo limbo. Giada non si arrende e alla ripresa della scuola, con la sua amica del cuore Kikka, cerca di riallacciare il rapporto con Nico sull’unico terreno in cui lui ancora si manifesta: un gioco online, Death or Defence, in cui i giocatori si affrontano in battaglie estenuanti. Per rintracciare Nico, Giada mette insieme una squadra di amici, mentre, nello stesso tempo, riesce a trovare la sua casa e a mettersi in contatto con la madre.
Dunque, una storia d’amore, o meglio una storia che gira intorno a quel groviglio di sentimenti che spesso si affaccia confusamente nella mente e nel corpo degli adolescenti, con tutta la grande difficoltà di riconoscere i sentimenti e di dargli un nome. Ma, oltre questo, ‘Vengo io da te’ è un ritratto generazionale, che cerca di usare i riferimenti propri dei ragazzi di oggi, usando il loro linguaggio, le loro playlist, la loro socialità, i loro drammi, la difficoltà degli adulti di comprenderli.
Il personaggio di Nico incarna la fragilità più estrema, quel fenomeno indicato col termine giapponese hikikomori, ovvero il ritiro da qualsiasi forma di socialità esclusa quella virtuale.
Si tratta di quei ragazzi e ragazze che vivono quasi esclusivamente nella loro camera, riducendo al minimo i contatti con la famiglia, rinunciando alla scuola. Non è un fenomeno frequentissimo, ma nemmeno inconsistente, così come sono tanti, troppi, i ragazzi e le ragazze che hanno rinunciato a far sentire la propria voce.
Se negli anni ‘70 e a seguire ‘i giovani’ costituivano un elemento di traino del cambiamento sociale e culturale, oggi prevale lo scetticismo, la solitudine e la percezione di reciproca incomprensione.
Importante, quindi, costruire storie che provino a parlare la lingua dei più giovani, che si calino nel loro mondo dove, a fianco delle eterne questioni di cuore, di amicizie che vanno e che vengono, si inseriscono gusti e costumi a prima vista ‘alieni’. Agli occhi di schiere di genitori e insegnanti attoniti.
Consiglio la lettura a ragazze ragazzi, a partire dai tredici anni, che si sentano incompresi e, perché no?, anche ai rispettivi genitori, per cercare un linguaggio comune.

Eleonora

“Vengo io da te”, D. Nicastro, Einaudi Ragazzi 2022



mercoledì 31 agosto 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI TIMIDEZZA E DI DETERMINAZIONE: GLI STEADS 

Sonata per la signora Luna, Philip C. Stead, Erin E. Stead 
(trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2019 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Quella sera quando Harriet Henry scese per cena, i suoi genitori dissero: 'Un giorno suonerai il violoncello in una grande orchestra. Non sarebbe bellissimo?' Harriet immaginò una folla di persone, tutte vestite come pinguini. 
Le sue mani iniziarono a sudare e il viso a scottare. 
'No' rispose dopo un sospiro. 
E sistemò i fagiolini in una lunga fila ordinata." 


Come è facile intuire ad Harriet non sarebbe per niente piaciuto suonare davanti a tante persone, in una grande orchestra (tra tante persone che sembrano pinguini). 


Lei voleva - a lei piaceva - suonare il violoncello da sola. E' timida, è introversa.
Allontanatasi dalla cucina e dai genitori, rifugiatasi nella sua camera, la trasforma nella propria minuscola casa con fuoco nel caminetto, tavolino e tazza di tè. 
Mentre suona, un gufo sull'albero di fronte alla sua finestra comincia a bubolare. 
Harriet con gentilezza lo prega di andarsene, ma lui bubola di nuovo così Harriet, arrabbiata, gli scaglia addosso la sua tazza di tè. 
Non colpisce il gufo, ma la Luna in persona che cade dal cielo e si incastra sul suo comignolo, riempiendo di fumo la sua casetta. 


Harriet si arrampica e la libera e comincia così una chiacchierata, e una passeggiata in città, un giro in barca e quando è l'ora di tornare a casa per entrambe, quella bambina introversa accetta l'invito della Luna solitaria e suona per lei. 
A un patto, però: occhi chiusi e niente applausi. 

In una intervista, Philip Stead ha definito questo libro un libro per bambini timidi su una bambina timida. Ed è assoluta verità. 
La bambina Harriet Henry (ci si potrebbero spendere tante righe su questo colpo da maestro di Philip Stead per non dare al personaggio una connotazione precisa di genere, come a voler dire i timidi sono tanto le Harriet quanto gli Henry e gli Hank... e altrettanto geniale il ritratto che ne disegna Erin) è timida e introversa quindi non ha voglia di condividere la sua musica con altre persone: il viso le si scalda e le sue mani cominciano a sudare. 
E anche quando fa una eccezione alla sua regola e suona per la signora Luna, lo fa, in un cielo vuoto, tranquillo, chiedendo in cambio silenzio e occhi chiusi. 
Ma Philip Stead non ha detto tutto. 
Questo libro non è solo un libro sulla timidezza, ma è anche un libro sulla determinazione (dote accessoria cui ogni timido dovrebbe poter accedere liberamente). 


Ecco, se da un lato la timidezza fa avvampare le guance e spesso anche sudare le mani, dall'altro la determinazione di quella bambina le permette di poter sussurrare i suoi no. No, fermi. 
Ma questo libro è anche un libro sull'incoraggiamento. 
Se da una parte i due genitori entrano nella timidezza e ritrosia di Harriet a gamba tesa, al contrario la signora Luna, dopo essersi dimostrata vicina e comprensiva nei confronti della bambina che mette in fila i fagiolini, prova a valicare il confine della timidezza e, con garbo, trova una via per incoraggiare la piccolina a superare la sua paura. 
Sempre nella stessa intervista, Philip dichiara: "Gli introversi sono spesso messi in una posizione in cui devono difendere la loro introversione. Penso che spesso ci sentiamo come se la cosa che stiamo facendo abbia valore anche se la stiamo facendo da soli. E penso che sia una cosa particolarmente importante a cui pensare perché è quasi impossibile essere soli di questi tempi. 
Ultimamente abbiamo riflettuto molto su come sarebbe crescere in questo momento in un mondo che è tutto basato sulla condivisione. Il tempo tranquillo e da soli era essenziale sia per me sia per Erin, da bambini. E lo è ancora. 
Non credo che ai bambini sia spesso permesso di fare le cose da soli, davvero da soli. Tutto è sempre documentato e condiviso. Music for Mister Moon è un libro su un personaggio introverso, fatto da due introversi. 
Di solito non amiamo dire cosa significhi un libro, ma in fondo il libro ha lo scopo di porre una domanda che è: una cosa può avere valore se non è condivisa?"
Chi conosce il percorso formativo dei coniugi Stead (percorso che li ha portati a essere quello che sono oggi) non può non leggere in questo libro una meravigliosa metafora della loro relazione 'artistica' e, più in generale, umana. 
Per essere subito chiari, dietro Harriet ci sono tutti i timidi e gli introversi del pianeta, la cui schiera è guidata da Erin - la cui riottosità all'essere sotto i riflettori è ormai proverbiale - e dietro la Luna (nelle lingue di ceppo anglosassone Luna è maschile e nel titolo infatti parla di Music for Mister Moon...) ci sono tutti gli incoraggiatori, con Philip capofila. A lui si deve la spinta iniziale per dare la necessaria fiducia a Erin nell'intraprendere la carriera di illustratrice. 
Ma ci sarà modo e tempo di approfondire.



Come è accaduto al principio del loro sodalizio artistico, anche in questo caso Philip scrive una storia per Erin, ossia pensando a lei e al suo modo di illustrare. Si dimostra capace di lasciare a lei un sacco di spazio, mettendo a tacere le parole ed Erin, per converso, riesce a costruire intrecci e richiami, a trovare soluzioni molto originali laddove il testo le offra l'opportunità. 
Mi riferisco, per esempio, all'idea che Harriet come pubblico abbia solo i suoi peluche, un orso e un tricheco, orso e tricheco che incarnano poi il capellaio e il pescatore. 


Erin, illustratrice -timida/introversa/solitaria- con questo libro ha dimostrato a se stessa e al mondo la sua determinazione a dare il meglio di sé: a un passo dalla nascita della sua prima bambina le tavole del libro sono praticamente pronte ed è lì che lei decide che è tutto da rifare. Le illustrazioni fatte non la convincono fino in fondo, quindi ricomincia tutto da zero. 
Nel frattempo la sua bambina nasce, ma lei -timida/introversa/solitaria- va avanti verso il suo obiettivo e si dimostra anche coraggiosa e determinata e il libro diventa quello che è ora. 
Le illustrazioni, scarne e armoniose come il testo, si caratterizzano per un delicato segno a matita applicato su monostampe a inchiostro (si tratta di olio per incisione, non colore a olio per pittura). 
Il colore, questa volta, viene steso con il rullo, la racla, su una base rigida di acrilico. 


Con questo sistema e con una palette di colori ancora più tenui del solito, la Stead ottiene un effetto nebbioso in cui agiscono una grande luna leggermente luminosa con sembianze umane, un carro comicamente minuscolo e una bambina dall'aspetto serio, con i codini, a malapena più alta del suo strumento. 
Si muove sulla scia del libro precedente, Il postino dei messaggi in bottiglia, con le monostampe, tuttavia acquisisce una sicurezza e una distanza dalla precisione ossessiva vista in Se vuoi vedere una balena. Sembrerebbe quasi che Erin Stead stia cominciando a lasciare uno spazio maggiore all'impulsività e alla imprevedibilità del medium. Sembra. 
Per ogni immagine, Erin Stead ottiene una scansione che viene stampata invertita. 
Su quella appoggia la lastra di cianacrilato, insomma di acrilico liscio e rigido, che inchiostra a seconda del fondo colorato che vuole dare all'immagine. Poi libera dal colore le parti dove deve andare il disegno, grazie all'immagine sottostante, usando un tovagliolino da neonato (!) e quando le serve una diversa texture - per esempio lungo la cornice - allora usa una cosa più rigida, uno scottex. 
A questo punto prende il foglio su cui disegnerà e lo fa combaciare, lo mette a registro, alla perfezione con la lastra di cianacrilato inchiostrata e preme con il suo consueto strumento di bambù. Poi aspetta almeno due giorni per dare il tempo al colore di asciugarsi perfettamente, prima di procedere con il disegno nelle zone colorate. E allora è festa grande!

 
La qualità del risultato è sotto gli occhi di tutti. 


 Carla 

Noterella al margine. A settembre di Erin e Philip Stead si parlerà a Cagliari durante una giornata di formazione propedeutica all'incontro/intervista con i magnifici Steads durante il Festival Tuttestorie, a Cagliari dal 5 all'8 di ottobre.

mercoledì 17 febbraio 2021

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

HOOPDRIVER


Come l’ultimo romanzo di Morosinotto, ‘La più grande’, anche ‘Hoopdriver. Duecento miglia di libertà’ è nato come pubblicazione a puntate su Wattpad, durante la prima fase della pandemia; è l’ultimo romanzo di Pierdomenico Baccalario, pubblicato da poco da Mondadori, ed è moltissime cose: intanto, il primo romanzo che leggo che abbia come sfondo il mondo mutato dal coronavirus; è un grande omaggio all’Inghilterra, cui è legata una parte della sua vita; è una minuziosa colonna sonora della storia del rock; è il mito della fuga, in sella a una bicicletta speciale. E’ un romanzo di formazione, ma anche la ricostruzione della memoria di un adulto e dei suoi miti.
In breve, la storia: il protagonista, che ci racconta la vicenda in prima persona, è un tredicenne inquieto, Billy Hoopdriver, che vive a Liverpool con il padre; le cose fra loro non vanno tanto bene, da quando ha perso il lavoro e ha cominciato a bere. Non aiuta il fatto che la scuola sia chiusa. Quindi, perché non mettere in atto il piano più folle? Fuggire con la bici costruita pezzo a pezzo e raggiungere il nonno, che vive a sud, in una cittadina del Galles. Billy ha studiato il piano nel dettaglio, immaginando di seguire sentieri poco conosciuti per non attirare l’attenzione della polizia.
Ed eccolo quindi partire all’alba, non senza aver chiesto a suo amico di portare i pasti al padre.
Come tutti i viaggi alla ventura, anche questo è pieno di incontri, che talvolta si ammantano di magia: la ragazzina Annabelle e il primo vero bacio, non troppo fortunato; l’ingegnere con l’uncino di ferro al posto della mano, le tre sorelle che lasciano una torta dietro una cascata. Ma anche poliziotti prepotenti e pecore ingombranti. Lungo la strada, Billy incontra anche Shackleton, un cane rimasto intrappolato in un villino, mentre i suoi padroni sono morti, magari proprio per quel virus minaccioso che ha invaso le vite di tutti. Man mano che procede il viaggio, si arricchisce la colonna sonora che accompagna le pedalate o gli incontri imprevisti; ma non sono solo citazioni di canzoni: il nonno, infatti, in gioventù ha frequentato il mondo del rock, tanto da incidere un disco, di cui non c’è più traccia. Il viaggio di Billy serve a mantenere una promessa, una promessa importante, il cui compimento sarà ben ricompensato.
Il viaggio è un grande tema, legato spesso alla crescita e alla scoperta di sé; qui è anche la scoperta di un territorio, evidentemente molto amato, di cui si enumerano le piante, gli alberi, gli uccelli, gli insetti: dare un nome alle cose è dargli dignità e vita, è riconoscerne l’importanza, è vederle davvero per la prima volta. Da qui anche l’importanza della lingua, l’attenzione alla precisione dei dettagli, l’uso di immagini e metafore che danno vita anche al più banale dei suoni, al più comune animale.
Baccalario in questo riesce a mantenere un registro fra il realistico e il fantastico, a trasmettere alla lettrice e al lettore la magia della scoperta del mondo. Il viaggio di Billy è anche un omaggio alla vita del nonno e di chi ha vissuto la straordinaria stagione degli anni Sessanta e Settanta, con i miti, gli eccessi, le rivoluzioni che quegli anni hanno portato.
Billy è un personaggio ben disegnato, un ragazzino che si porta sulle spalle il peso delle assenze degli adulti: la madre mai conosciuta, il padre travolto dai propri problemi, il nonno lontano. Eppure ha imparato a cavarsela, ha imparato a gestire i momenti difficili con l’esercizio della enumerazione, degli elenchi mentali che acquietano le sue ansie.
A caldo, mi viene da dire che questa è la prova migliore di Baccalario, un romanzo che i ragazzi leggeranno come un’avventura appassionante, ma che sarà apprezzato anche da chi, come me, può girarsi a guardare gli anni passati e riconoscersi qua e là nel ritratto di un’epoca.
Solamente, non so quanto i giovani di oggi possano riconoscersi in quella musica, con quello che ha rappresentato, e se l’autore sapesse da quale musica è costituita la loro compilation, probabilmente resterebbe deluso.
A completamento del racconto, le immagini di Chiara Irene Conte, il cui nesso si svela pian piano, raccontando la storia di nonno e nipote.
Bella prova d’autore, lettura caldamente consigliata a ragazze ragazzi a partire dai dodici anni.
 
Eleonora


“Hoopdriver. Duecento miglia di libertà”, P. Baccalario, Mondadori 2021



lunedì 23 novembre 2020

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

IL RITMO NEL SANGUE

Pokko e il suo tamburo, Matthew Forsythe (trad. Giulia Genovesi)

Terre di Mezzo 2020
 
 
ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)
 
"Un giorno suo padre disse: 'Pokko, perché non vai un po' fuori con il tamburo?' 'Però cerca di non fare troppo rumore. Siamo solo una famigliola di ranocchie che vivono in un fungo, non ci piace attirare l'attenzione.'
Pokko acconsentì e si avviò fuori più silenziosa che poteva.
Aveva appena piovuto e le piante del bosco luccicavano come smeraldi."


Dal punto di vista dei suoi genitori, regalarle quel tamburo era stato un errore colossale. Sbaglio ben più grande di quando le regalarono la fionda, oppure il lama, o addirittura il grande palloncino che la spedì per aria.
In casa non c'era più un minuto di quiete o di silenzio. Tutti dovevano parlarsi urlando per sovrastare il rullo potente del tamburo al collo di Pokko.
Per questo motivo, suggerirle di andarlo a suonare fuori, seppure senza far troppo baccano, era l'unica via di scampo.
Nessuno sa se veramente fu per obbedienza o piuttosto per farsi un po' coraggio e tenersi compagnia in tutto quel (troppo) silenzio che aveva intorno, ma è certo che Pokko qualche colpetto al suo tamburo lo diede. E in un bosco così tranquillo quel suono non passò inosservato...
Dall'essere solista solitaria a diventare leader incontrastata di una band acclamata dal grande pubblico, il salto è breve: alla portata di una giovane e gagliarda ranocchia.


Ci sono autori che hanno belle storie da raccontare. E, tra loro, ce n'è un manipolo che lo sa fare facendo spalancare gli occhi e le orecchie dei suoi lettori a ogni giro di pagina. 
 

Mi sto riferendo a tutti quegli autori e autrici che, sulle fondamenta di stupore e sorpresa, costruiscono la loro narrazione.
Direi che a questo gruppo appartiene anche Matthew Forsythe, al suo esordio editoriale italiano (in verità le sue illustrazioni sono state oggetto di una originale mostra 'immersiva' tenutasi al Treviso Comic Book Fest del 2019, dal titolo Into the Magical Nature.)
Al di là dell'oceano, è naturalmente acclamatissimo e insignito di premi importanti, ma come accade a Pokko, anche per lui è stato necessario fare un po' di strada per arrivare fino qui.
Il primo pezzo del suo percorso lo ha fatto illustrando libri di altri e facendo animazione. Lo ha fatto sempre con talento, pur essendo un outsider dell'illustrazione e pur non avendo un percorso di formazione consueto.
Ma Pokko è un'altra cosa: il suo primo 'assolo' è qualcosa di diverso.
Sebbene si riconfermi il suo talento per creare queste atmosfere di mondi 'nascosti' agli occhi dei più: il sottobosco e del mondo sottomarino, qui c'è qualcosa in più.
In primo luogo una consapevolezza dell'oggetto che sta creando ben più matura e profonda di prima.
È un fatto che se si è da soli a creare testo e immagine si diventa dominatori assoluti del ritmo narrativo, ovvero quello testuale e quello iconico.
 

E questo libro, di ritmo ne ha da vendere. E se per di più si hanno competenze anche di video animazione, tutto diventa ancora più interessante.
Si parte, come una fucilata, in medias res: regalarle un tamburo era stato... e nell'immagine sovrastante c'è qualcosa che dialoga molto con quest'incipit, ovvero il disastroso effetto di quel regalo quanto meno incauto.
La seconda rullata si ha quando apprendiamo che dietro quel nome che finisce in -o si nasconde una ranocchia femmina. Ah ha, bene.
La terza, ad effetto, sta nell'ultima frase: in passato avevano già fatto degli errori. Sospensione e silenzio: devo prendere fiato -girare la pagina- e quindi devo aspettare un secondo prima di sapere quali sono stati questi errori. Ironia e di nuovo quel bel suono sostenuto, percussivo.
E queste sono solo le prime pagine. Proprio per accentuare quel ritmo sincopato e certa piacevole regolarità nell'effetto sorpresa, Matthew Forsythe dedica una intera doppia pagina a ciascuno degli errori fatti in passato.
E, parlando di composizione della pagina, decide di assegnare al disegno e alle poche parole ingombri diversi.
Alla voce fuori campo si alternano brevi dialoghi, veri e propri siparietti tra genitori sordi, o meglio 'assordati'.
Magicamente, gli adulti per lo meno, si trovano dentro la questione fino alle ginocchia.
Che cosa ha ottenuto Forsythe in queste prime 5 o 6 pagine? Un risultato importante: i lettori, grandi e piccoli alla pari, sono già catturati dal ritmo di immagini e parole, si sono già meravigliati più volte, hanno riso già parecchio e, per quel che riguarda una buona parte di adulti, provano un forte senso di immedesimazione riguardo alla questione centrale. 
 
 
Senza contare la gioia pura di quel disegno, che pare talvolta un arazzo, pieno di luce e di soli colori caldi sullo sfondo ombroso di un bosco. 
 
 
O ancora l'attenzione minuziosa per le espressioni che mutano impercettibilmente, ma significativamente e comunicano parecchio, valicando la superficie della pagina.
 

Forsythe usa tutti i mezzi a disposizione per mettere in armonia il testo e i disegni: amplifica gli ingombri e, come un sapiente regista, mette a fuoco dettagli e sfuma gli sfondi. Usa la cucitura della pagina per accentuare le contrapposizioni tra personaggi. Della sua lunghezza ne approfitta per la marcia con il crescendo. 
 
 
Cambia, ancora una volta sul giro di pagina, proprio come si farebbe in un film, da una scena a un'altra, con primi piani sempre più ravvicinati.
Che dire? Pokko come Phil...
In entrambi i casi, irresistibili.
 

Carla



 

mercoledì 10 giugno 2020

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BILLIE


La storia di Billie Holiday, o Lady Day, l’altro nome d’arte di Eleanora Fagan, è una storia di grandi successi, di gloria e di cadute rovinose, di immensa solitudine.
Nasce a Filadelfia da due genitori troppo giovani per occuparsi di lei e conosce presto la povertà e la violenza; si trasferisce con la madre a Baltimora, viene violentata a undici anni e negli anni successivi, quando non aiuta la madre a pulire le scale dei palazzi, si prostituisce, per mangiare, finendo in riformatorio.


L’unica persona che le vuole bene è la nonna; alla sua morte viene accolta da una zia e poi viene mandata in un collegio.
Il momento di svolta della sua vita si realizza quando si presenta in un locale di Harlem, in cui cercavano una ballerina: lei non sa ballare, ma sa cantare, ha una voce straordinaria.
Da qui comincia la sua faticosa ascesa, che la porta a cantare con i più famosi ensamble: Benny Goodman, Artie Shaw, Count Basie. Siamo negli anni Trenta, lei è giovanissima e apprezzata dal pubblico Nero e dal pubblico Bianco. Fino a quando non canterà una canzone, ‘Strange fruit’, che nel tempo diventerà una delle canzoni amate dai movimenti di protesta degli afroamericani.
‘Strange Fruit’ è una canzone piena di dolore e di rabbia, scritta da un musicista ebreo, comunista e bianco, che racconta di un albero da cui pendono ‘strani frutti’, i corpi dei neri linciati, lasciati al vento, al sole, alla pioggia. Alberi e frutti non rari, soprattutto negli stati segregazionisti.


La carriera di Billie procede con alterne fortune, mentre l’abuso di alcol e droghe e la reclusione minano la salute e la voce. Vive in una grande solitudine, allietata da alcune amicizie, come quella con il sassofonista Lester Young, un altro genio che finì la sua vita prematuramente, da alcolista.
Come raccontare questa vita così intensa, così intrisa di dramma, ai bambini e alle bambine? Reno Brandoni, che già ci aveva raccontato la vita del Re del Blues Robert Johnson, ripropone il format che unisce testo, semplice, ridotto, immagini, anche in questo caso firmate da Chiara Di Vivona, e file musicali scaricabili online. Racconta di un angelo, nella veste di una ragazzina, che si presenta a Billie già anziana per accompagnarla nel suo finale, non prima però di farle comprendere che non le mancava niente, proprio niente: sentirsi in colpa per essere neri? Pensare che l’essere bianchi rappresenti una maggiore bellezza? Quella gardenia bianca, che portava spesso nei capelli, sembra essere, secondo l’autore, il bisogno di ‘qualcosa di bianco’, che nobilitasse la splendida voce nera. No, ‘Black is beautiful’; la voce di Billie non solo ha segnato un’epoca della storia del jazz e del blues , non solo rappresenta un mix straordinario di rabbia e malinconia. E’ ancora qui, con la sua forza, con la sua unicità. E’ giusto, è importante che i nostri ragazzi e le nostre ragazze conoscano la sua voce e la sua storia, che racconta tantissimo della storia dei neri americani, che racconta molto anche di questo nostro tormentato presente, fatto di violenze e ribellioni solo apparentemente lontani.
Questa collana di Curci young è davvero meritoria nel mettere in luce aspetti della storia della musica, che sono anche molto di più di questo, che potrebbero sembrare secondari, e non lo sono affatto.
Lettura istruttiva ed emozionante per giovani musicisti a partire dai nove anni.
Per salutare degnamente questa Signora del Blues, ho scelto questa canzone, che racconta bene la sua infinita solitudine:  l’uomo della sua vita arriverà di lunedì o di martedì, o magari sarà giovedì il giorno fortunato. O non arriverà mai. ‘The man I love’, scritta da Gershwin.
Buon ascolto.

Eleonora

“L’ultimo viaggio di Billie “, R. Brandoni, voce narrante Debora Mancini, ill. di Chiara Di Vivona, Curci 2020


lunedì 10 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'FAR ENTRARE UN PO' DI BELLEZZA' 
a Rosa M.

Tuono, Ulf Stark, Marcus-Gunnar Petterson (trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2019
 
 NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"'Vero che i giganti fanno venire una fifa tremenda?' 'La cosa più tremenda dei giganti è che non esistono' disse mio padre.
E lui che ne sapeva? Non leggeva mai le fiabe. La mamma invece sì. Praticamente si occupava lei di tutto, tranne che dello studio dentistico.
Comprava da mangiare. Faceva le pulizie. Stava dietro a malattie e compleanni dei parenti, ci lavava i vestiti, preparava i dolcetti e ci consolava quando aravamo tristi.
Faceva tutto senza lamentarsi.
A due sole condizioni."

E le condizioni sono farle suonare il piano ogni sera per una ventina di minuti e farla andare da sola in bici un pomeriggio del fine settimana all'eremo.
L'eremo, una capanna nel bosco ereditata da uno zio scrittore fallito, è il posto dove lei va a ritrovare se stessa: nel silenzio ascolta i rumori d'intorno e non fa niente, se non godersi la solitudine e sognare tranquilla.
Ulf, che avrà otto anni, sa bene che un po' di solitudine è bellissima da assaporare, ma sa anche che troppa solitudine è sintomo di qualcosa che non va. E il gigante Tunesson, detto Tuono da lui e dal suo amico Bernt, è troppo solo. E questo omone con le camicie con i fiori, con le manone e il vocione, una bocca di denti d'oro, agli occhi dei due amici è fin troppo strano nella sua vita da eremita: ed è così che diventa un gigante che intimorisce e incuriosisce allo stesso momento.
Questa storia intitolata a un presunto gigante ruota intorno ad alcune belle sorprese che la vita riserva e ad alcuni errori che nella stessa vita si fanno, ma che poi si rimediano, seppur sacrificando un tesoro prezioso.

Quarto nella serie di uscite dedicate a Ulf Stark dentro Iperborea, Tuono porta in sé alcune gemme preziose.
A parte la riconferma che Ulf Stark, in uno con Laura Cangemi che lo traduce, ha una scrittura felice e puntellata di ironia e uno sguardo sull'infanzia di rara quanto lucida onestà di pensiero, fatto che ce la restituisce, l'infanzia, nella sua complessità, ma di questo si è già detto altrove. A parte questo, in Tuono a gemme si aggiungono gemme.
La più interessante risiede nella sua capacità di far raccontare i 'grandi' dai piccoli. Un padre dentista 'scettico', una madre che rivendica per sé la possibilità di avere spazio per la propria persona, un vicino di casa, quanto meno insolito. E ancora di più far vedere come la realtà possa essere interpretata in modo diverso, a seconda che si sia bambini o che si sia adulti. Parrebbe un'ovvietà, ma non lo è affatto.
In particolare se si tiene conto che è un adulto a scriverla.
Un esempio illuminante è il Bernt raccontato dal papà dentista e il Bernt raccontato dal piccolo Ulf.
La seconda, che almeno in parte dalla prima deriva, sta nei ragionamenti che questo bambino mette in essere su questioni ben più generali: per esempio la consapevolezza che ogni persona - grande o piccola che sia - abbia il diritto di dedicare del tempo e dello spazio a se stessa, alla cura della propria interiorità.
E penso alla sua sensibilità nel capire meglio di qualsiasi adulto il disagio della mamma.
O ancora le riflessioni e le conseguenti azioni che il suddetto bambino fa per coltivare la delicatissima pianta dell'amicizia. E a proposito di questo, di quanto sia facile fare o dire la cosa sbagliata e di quanto coraggio serva per correggere l'errore. Questa questione è uno dei nodi importanti del libro, intorno a cui tutto alla fine ruota.
La terza ha a che fare con la chimica. L'Ulf grande racconta attraverso la voce dell'Ulf piccolo una grande verità: l'armonia, e con lei la bellezza, è la risultante di una composizione delicata di elementi necessari che si combinano assieme secondo legami precisi. Se ne manca qualcuno, tutto va in pezzi


Mi riferisco per esempio al fatto che per suonare bene o per cucinare bene occorra sentirsi bene. Ma anche che nelle relazioni umane - come nella chimica - occorra trovare il giusto incastro, l'uno nell'altro, il giusto legame che tenga tutto connesso. E penso per esempio al perfetto equilibrio che chimicamente si è stabilito tra Ulf e Bernt, pur essendo il loro un rapporto di amicizia non esattamente simmetrico.
E se salta l'armonia, la bellezza, salta inevitabilmente anche il sogno. Libro necessario.

Carla