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venerdì 27 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE QUALCUN ALTRO

Testa di ferro, Jean-Claude van Rijckeghem (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2023 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Un quarto d'ora dopo, strizzo l'ultima camicia e la butto a Pier. Ho le mani bianche per l'acqua gelida. 'Andiamo a quell'incontro di pugilato' dico. 
Pier mi guarda impietrito dallo stupore. Poi ripiega la camicia di nostro padre senza più badarmi, come fa sempre quando ho un piano meraviglioso che lui non approva, il sapientone... Posa la camicia di papà sul mucchio e afferra una delle maniglia del cesto. 
'Dai, solleva'. mi ordina. 
Io prendo l'altra maniglia e insieme solleviamo il cesto che, con i panni bagnati, è diventato ancora più pesante." 

Gand, primi dell'Ottocento. Fratello e sorella che vogliono andare in direzioni diverse: Stans diciottenne, a un incontro di pugilato clandestino;  Pier, di qualche anno più giovane, vuole tornare a casa. 
Loro due sono come il sole e la luna. Lei volitiva, lui ligio. Lei intraprendente, lui prudente. Lei indomita, lui sottomesso. 
Qui trasportano insieme della biancheria: una buona immagine per raccontare la storia intrecciata e indissolubile di due fratelli, tenuti insieme da un fardello, che qui sono panni, ma nella storia è invece una famiglia. Che nessuno dei due può mollare. 
A casa ad aspettarli per l'appunto il resto dei parenti: un padre frustrato nelle sue velleità da inventore, caduto in disgrazia a causa di una sua invenzione fallita. La madre che ha finito la sua scorta di amore verso il marito e verso i due figli maggiori, e quel poco che ancora possiede lo offre al piccolino di casa, l'ultimo nato, Mondje di appena cinque anni. A questi si aggiungono sullo sfondo: la quarta sorella, Rozeken, la vecchia nonna Blom, sdentata e decrepita e un ronzino bianco altrettanto vecchio e malconcio, Achille. 
Sullo sfondo le campagne napoleoniche tra Francia, Austria e Prussia. 
Constance, detta Stans, è quella che suo padre definisce con felice sintesi: la prima frittella, quella che viene sempre peggio delle altre. Tuttavia, nonostante le sue intemperanze, essendo la figlia maggiore, ed essendo femmina spetta a lei immolarsi per risollevare le sorti di una famiglia che sta colando a picco. Suo malgrado, diventa la giovane moglie dell'usuraio, in cerca di prole, che tiene in scacco suo padre sempre a corto di denaro, per mandare avanti la famiglia, per far studiare alla scuola latina il figlio maschio, per le sue invenzioni. 
La vita e il destino che le si prospetta non è quello che lei sogna per sé, così fuggendo una notte, con gli abiti del marito, si arruola al posto del figlio del fornaio. 
E così ha inizio la sua straordinaria avventura da 'maschio' che la porterà a essere un fante della quattordicesima armata napoleonica, coraggioso, valoroso, apprezzato dai suoi compagni e dal suo superiore (anche quando si scopre la sua vera identità) e talvolta anche fortunato, visto che il suo soprannome 'testa di ferro' se lo guadagna in un duello, da cui esce ferita ma determinata a non mollare. Mai, o quasi. 

Scritto a due voci, in una alternanza pressoché regolare tra il racconto di Pier e quello di Stans, si tratta di un romanzone contemporaneo che per mole, per contesto ha evidenti quanto voluti rimandi alla migliore letteratura ottocentesca. Da Dickens a Brönte. 
Il romanzo ottocentesco è un modello, ma Testa di ferro va anche in esplorazione in luoghi diversi che con l'oggi hanno molto a che fare  - non che Dickens e Brönte non siano importanti per il pensiero contemporaneo, s'intende. 
La causa scatenante intorno a cui ruota l'intera storia, narrata in poco meno che 450 pagine, è la scelta della protagonista, Stans, di essere qualcun altro: un maschio, un soldato. 
La questione si fa piuttosto interessante per diversi motivi. In primo luogo risulta evidente che nella società di allora, ma forse anche in quella di adesso, essere maschio significa - almeno sulla carta - poter godere di maggiori opportunità ed eventualmente di goderne prima di una femmina. 
In secondo luogo, parrebbe che essere maschio, possa salvarti da un destino che altri scelgono per te. 
Però però però, le cose non sono così semplici. 
Infatti a ben vedere, se da un lato Stans in tal modo si è assicurata la consapevolezza di aver autodeterminato il proprio destino, dall'altra c'è qualcun altro che invece è in balia di altri e al suo destino sognato deve rinunciare. E, ironia della sorte, sono i due maschi di casa a trovarsi in questo frangente: da una parte il padre fallito e dall'altra Pier che alla sua tanto amata scuola latina non ci metterà più piede. 
Dal che se ne deduce che in questa storia è soprattutto il coraggio a fare la differenza. Bel nocciolo di senso intorno a cui rosicchiare... 
Intorno a detto nocciolo della questione, c'è tanta polpa, costituita, diciamo così, dagli aspetti accessori dell'essere maschio, pur essendo una ragazza (ma anche viceversa). Questo, presumo, rappresenterà per i lettori e le lettrici un altro elemento di riflessione, che in questo preciso momento ha un suo forte appeal. In questo senso, Testa di ferro, pur sembrando un romanzo di formazione e anche un po' di avventura e un tantino anche storico, diventa anche un buon libro per cavalcare l'onda. 
E in chiusura due o tre ragionamenti sulla scrittura. Una prima cosa che salta all'occhio è ciò a cui si alludeva al principio: l'alternanza del punto di vista, quello di Pier e quello di Stans rispetto ai medesimi eventi, magari raccontati con un lieve scarto temporale l'uno dall'altro. 
A parte il fatto, tecnicamente parlando, che in questo modo il racconto si movimenta di più, rendendo più lieve la lettura del tomone. 
A parte questo, si diceva, è parecchio interessante anche solo a livello teorico, prendere atto del fatto che il punto di vista, la prospettiva di sguardo, determini lo spessore dei protagonisti e delle singole comparse che abitano la storia. Questo continuo movimento di due 'camere' che riprendono da prospettive differenti di fatto lo stesso oggetto rende tutto molto profondo e soprattutto 'cinematografico'. Circostanza questa che fa sì che sia ancora più scorrevole una scrittura già bella esercitata al turning page
Tutt'altro che ingenuo, Jean-Claude van Rijckeghem costruisce una solida struttura narrativa, un solido contesto storico, in cui personaggi più che credibili agiscono, e per accontentare gli amanti del genere, trova anche il modo di scrivere sul finale una dozzina di pagine, che tutti i più attenti lettori non hanno potuto far a meno di notarne la dissonanza: il registro cambia per diventare quello di reportage senza filtri di un sanguinoso teatro di guerra. 
Carne da cannone. 

Carla

lunedì 7 febbraio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CRESCERE LIBERI E FORTI

Dagfrid. Una bambina vichinga, Agnès Mathieu-Daudé, Olivier Tallec 
(trad. Donata Feroldi) 
Babalibri 2022 



NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 7 anni)
 
"La vita di una bambina vichinga non è complicata. Nasci, ti spuntano dei capelli biondi e, appena sono abbastanza lunghi, ti fanno le trecce. Poi, quando le trecce sono molto lunghe, te le arrotolano ai lati della testa come se avessi due pagnotte che ti crescono sulle orecchie. Poi ti mettono una specie di vestito lunghissimo che ti si attorciglia alle gambe e ti impedisce di correre sugli scogli o di imbarcarti per andare a scoprire l’America." 

A parte questo, una bambina vichinga deve amare il pesce - a colazione, pranzo e cena - le deve piacere abitare in una casa umida e buia, fatta di torba con l'erba che cresce sul tetto. 
Deve avere una giusta passione per il cucito a lume di lucerna a olio (di pesce) e deve saper essere paziente e aspettare sulla riva che i maschi tornino con le loro barche dal mare dove hanno pescato e dove hanno scoperto nuove terre. 
Alle bambine vichinghe, in genere, per esempio quelle che si chiamano Solveig o Astrid, tutto questo sta più che bene: è sempre stato così. Ma a lei, che invece ha ricevuto in dono il nome Dagfrid, che odia, quasi quanto detesta mangiare il pesce, questo genere di vita 'tradizionale' le sta stretta, quasi quanto il vestito lunghissimo. 
Con l'aiuto di suo fratello maggiore, con una cerimonia molto vichinga, si imbarca in cerca di nuove terre da scoprire e nuovi orizzonti da esplorare. 
A parte il mal di mare, il lungo viaggio si rivela foriero di enormi novità per il futuro: per la sua dieta, per i suoi svaghi, ma soprattutto per la sua autostima. Questa è la sua esilarante e nel contempo serissima storia. 

Certo che chiamarsi come un plaid dell'Ikea non deve averla messa di buon umore, tuttavia questa ragazzina che più delle sue coetanee sembra sapere il fatto suo, dimostra di avere l'attitudine 'vichinga' alla conquista. Nel suo caso, non saranno solo le terre sconosciute a farla sterzare dal destino che l'attende, ma anche una buona dose di fiducia e consapevolezza di sé. Che nella vita, serve sempre. 


Ed è proprio questo suo sguardo volitivo - quasi del tutto nascosto da una frangia giallo pannocchia - e questa sua evidente insofferenza nel sostenere a mezz'aria quelle due treccione che le arriverebbero al polpaccio, così come la immagina Olivier Tallec, che la rende parecchio interessante. 
In fondo si tratta di tre piccoli dettagli: un occhio tondo, delle trecce pesanti e lunghe e un paio di calzoni imbrattati di fango che, ancora prima di entrare in contatto con il testo, rende Dagfrid una tipa non banale con la quale sarà difficile annoiarsi. La nave vichinga che le sta alle spalle - oltre a ribadire il contesto - è un po' come la pistola che compare in un film, prima o poi sparerà, ovvero navigherà. 
Se si guardano le copertine degli altri racconti dedicati a Dagfrid (pubblicati in Francia con Ecole des Loisirs) lei è lì a dirci sempre qualcosa in più: in una molletta sul naso, quanto odi avere a che fare con il pesce (À Thor et à travers), in una lumaca che le attraversa la strada, quanto vorrebbe un animale da compagnia (magari non una lumaca... Et compagnie) e in un bigliettino che stringe tra le mani, quanto le piacerebbe viaggiare (A poils, in uscita a breve). 
Maestro indiscusso di sguardi, qui Tallec, sacrificato dal formato che per forza deve essere quello che è, gioca nello stretto eppure è in grado di farci molto ridere, soprattutto cogliendo dal testo alcuni elementi che sono garanzia di risata e possibilmente, anche enfatizzandoli e aggiungendo ironia all'ironia "Una volta pronta la barca, lui mi ha guardato a lungo negli occhi (insomma, ci ha provato, perché ha un sacco di capelli e, non portando le trecce, per colpa del vento li aveva tutti davanti alla faccia)", nell'amplificare gli effetti di quel vento


Se nel titolo italiano si perdono le 'brioches' che quel genio della Agnès Mathieu-Daudé usa per descrivere l'effetto delle trecce arrotolate, nei suoi disegni si moltiplicano. Ogni volta che può le disegna, dando loro un accentuato carattere soffice, che nel nostro immaginario hanno solo le brioches, rendendole così ancora più buffe, se possibile.


Maestro di sguardi, ma anche indiscusso maestro di pecore, sulla scia di quanto il testo di Agnès Mathieu-Daudé, è in grado di renderle mansuete, ma anche perplesse, atterrite e, spesso, veloci.
 

Se questo è 'solo' il felicissimo contributo illustrativo di Tallec, va detto che il testo è davvero esplosivo. Si comincia a ridere fin dalla riga tre. 
Spiritoso, per piccoli ma anche per grandi che sorrideranno, per esempio, nel leggere che Dagfrid vorrebbe chiamare la terra appena scoperta Terra Verde, oppure nell'ossessivo rispetto dei cerimoniali che dimostra suo fratello. 
Tra le maglie di questa trama che ha già di per sé un bel po' di lati divertenti, si infilano tutta una serie di frecce, che sono vere stoccate agli stereotipi peggiori. 
Attraverso la risata, mettere in discussione e superare le convenzioni, il pensiero comune, in nome di una propria identità, riconosciuta e rispettata come tale. Attraverso la risata smontare lo stereotipo e nello stesso tempo avviare il pensiero e lo sguardo da un altro punto di vista. 


Affidare libri del genere alle mani di bambini e di bambine, o meglio ancora leggerli con loro almeno due volte a settimana, almeno una volta al giorno, oltre a divertirli contribuirà a farli crescere liberi e forti. 

Carla

lunedì 8 ottobre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


È LA VERA VERITÀ

Spugna e Sapone, Alan Mets (trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'Com'è bello fare il morto nell'acqua!' dice Arturo ridendo.
'Che meraviglia riposarsi nel fango!' dice Giulio addormentandosi.
'E ora mettiamoci a prendere il sole' dice Arturo sbadigliando.
'Ron, ron, ron!' fa Giulio.
'Che rumore orribile!' ringhia Arturo."

La scazzottata è nell'aria. Arturo, il lupo, e Giulio, il maiale, se la stanno godendo un bel po'. Al fiume, c'è l'acqua che piace all'uno e il fango che diverte l'altro. Così, uno su una riva e uno sull'altra, passano il tempo.


Ma quanto durano due maschi (ma anche due femmine) in un unico specchio d'acqua senza litigare? E mentre sono lì che se le danno e si dicono di tutto, all'orizzonte appaiono 'due ragazze'. Sono della peggior specie perché sono le rispettive sorelle minori. E non importa essere lupo o maiale, le sorelle vanno spaventate a morte, comunque. Pieni di fango, i due fanno squadra e quelle, vedendoli così imbrattati, fuggono urlando. Ma la sorpresa è lì da venire e si materializza nei due padri che senza troppa delicatezza li ficcano nelle rispettive vasche da bagno e li strigliano a dovere, davanti agli occhi estasiati e crudeli di quelle due sorelle...


Alan Mets e il suo modo di raccontare senza peli sulla lingua è di nuovo in giro. Sempre un po' rasposi, sia nel disegno sia nel testo, i suoi albi sono di norma politicamente scorretti. Non hanno lieto fine, sono spesso caustici oppure, nella migliore delle ipotesi, ironici. Non si fermano davanti alle pruderie dei grandi, chiamano le cose con il loro nome e dicono sempre la vera verità.
E anche questo nuovo titolo, Spugna e Sapone, non sembra fare eccezione. 


La questione qui si concentra su due maschi 'rudi' che sono sempre sull'orlo di fare a pugni 'Cerchi rogna?' 'Tieni, prendi questa!' e che allo stesso tempo sanno essere solidali di fronte all'arrivo inaspettato 'delle ragazze'. E qui si sviluppano, magistralmente in un paio di righe di testo, ulteriori due questioni: maschi e femmine, fratelli e sorelle. Se fossero state due ragazze qualsiasi i due si sarebbero sotterrati nel fango per non farsi vedere e per non farsi criticare, visto come si sono ridotti, ma dato che le due femmine in questione sono le loro rispettive sorelle la prospettiva cambia. Con le sorelle bisogna essere implacabili. Quindi il lerciume che prima era motivo di vergogna ora diventa motivo di orgoglio, anzi di rivalsa. Le due corrono via, inorridite, all'apparenza.
La situazione sembra risolta, ma con le donne non lo è mai in modo definitivo...
Mets però prende tempo e propone un incontro risolutore e definitivo con l'autorità paterna che ristabilisca un po' d'ordine. Giulio e Arturo, di fronte ai due padri infuriati, perdono tutta la loro baldanza e finiscono inesorabilmente sconfitti dentro la vasca. Va da sé che questo sarebbe un finale scontato, e poco metsiano. Infatti arriva il colpo di coda finale con le due femmine che, scambiatesi i fratelli, dichiarano la loro supremazia intellettuale e affettiva al mondo intero. E a quei due non resta che prenderne atto. 


Forse non è il suo miglior libro, l'ineguagliabile Le mie mutande è un'altra cosa, tuttavia anche qui si riconoscono i due tratti che fanno di Mets un grande autore. La sua schiettezza nel raccontare un mondo di anti eroi e il suo disegno scabro. Cool!


Sempre un po' sgangherato e 'sporco' ma efficacissimo e diretto, con quel contorno marcato e tremolante su fondi neutri e spesso con un colore dominante. Incurante delle smancerie, della raffinatezza, della precisione o della strizzatina d'occhio al lettore, grande o piccolo non pare importagli, sa essere dannatamente onesto nel raccontare la vita, così come va davvero.
E meno male che c'è qualcuno che lo fa e qualcuno che lo pubblica.


Carla

venerdì 24 giugno 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


E LA FIAMMA INTANTO BRUCIA

Mia madre, Stéphane Servant, Emmanuelle Houdart 
(trad. Francesca Del Moro)
#Logosedizioni 2016



ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 10 anni)

"Mia madre ha il cuore
tra la luce del sole
e il buio della notte.
Splendente come la luna.
Cupo come l'ala di un corvo.
Un nonnulla cambia il suo riso in festa
E la sua tristezza in tempesta."

La madre di questa bambina può essere paragonata a un giardino con le sue erbe diverse: che pungono, che tagliano, che accolgono. Come un giardino va coltivata, cosa che padre e figlia hanno imparato a fare.


Nel cuore della madre d'inverno si rintana una volpe, mentre d'estate nel suo cuore si acciambella una lupa che la invita a cantare e a correre in luoghi sconosciuti. La lontananza lascia inquietudine dietro di sé e il pensiero che lei decida di non tornare, spaventa la bambina che forse la vorrebbe tenere custodita in gabbia, sempre accanto a sé. 


Non è certo la lontananza che può separare una madre dalla propria figlia. Perché una madre si 'tatua' sul cuore il primo vagito della sua bambina e il suo viso. Nulla può dunque tenerle separate. La strada che le tiene insieme nessuna delle due la dimenticherà. E l'essere l'una il ritratto dell'altra le terrà insieme. E una fiamma, nella lanterna, brucia costantemente, a testimoniare la vita di questo legame.

Una poesia sulla madre che Stéphane Servant ha scritto e che Emmanuelle Houdart ha illustrato. Ulteriore tappa nell'esplorazione di questa artista svizzera intorno al nucleo degli affetti: amiche per la pelle, innamorati, genitori. E ora, la madre. 


Il testo poetico delinea il profilo di una madre molto autentica, ma decisamente fuori dagli stereotipi più convenzionali dentro cui spesso la sua figura viene racchiusa. In particolare, nei libri per bambini. Della madre si raccontano luci, ma soprattutto ombre. Si riconoscono i momenti di fuga, le lontananze, i distacchi, ma anche le ricongiunzioni lungo percorsi condivisi e conosciuti. Ogni madre saprà riconoscere le proprie contraddizioni, o forse è più corretto definirle le proprie ambivalenze. I momenti di luce e quelli di buio, i momenti di risa da quelli di malinconia profonda. Riconosciuto il suo bisogno vitale ad essere se stessa, la madre è un giardino da coltivare, di cui prendersi cura. Ma come ogni giardino, custodisce il suo segreto e solo l'affetto e la conoscenza profonda permetterà a pochi di coltivarlo al meglio.
Come spesso accade, i libri della Houdart sanno essere quanto di meno rassicurante possa essere stampato, ma anche nello stesso momento quanto di più intimo e profondo ci sia. In questa alternanza tra apertura e chiusura del grande cuore materno si nasconde l'essenza della femminilità. Prima di tutto e sopra tutto mi pare di leggere in questo ritratto di madre, un ritratto di donna. E non mi pare un caso che l'io narrante sia anch'esso una femmina. E non mi pare ininfluente che sia ancora una volta un uomo a raccontare il mistero che avvolge l'altro sesso. Un limite alla comprensione totalizzante che però alla fine 'sboccia' in una rassicurante dichiarazione di infinito affetto che va al di là di ogni rifugio personale.
Houdart costruisce l'immaginario materno con la consueta capacità di attingere a un repertorio metaforico sempre stimolante, mai stereotipato. Scorriamo lungo le pagine e vediamo creature immaginate con corpi che alludono alla mitologia classica (dalle arpie alle chimere) e sono frutto di una metamorfosi costante: corpi che diventano giardini e gambe che mettono radici, ginocchia che divengono montagne.


Su tutto si riconosce l'eleganza nella scelta cromatica dominante e nella realizzazione del repertorio di varie texture che avvolgono corpi e oggetti, che sono vera e propria sigla inimitabile e riconoscibile. E anche la cura della relazione visiva, il gioco di sguardi, che -pagina dopo pagina- tiene legata la piccola alla propria madre. Fino all'ultimo, quando dismesse le pellicce da volpe e da lupo e le piume da uccello, le due si guardano e si sorridono. Talmente uguali da sembrare allo specchio. E la fiamma intanto brucia ed illumina la loro storia comune.

Carla

mercoledì 24 febbraio 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ODORE DI CASA

Piccola Orsa, Jo Weaver (trad. Carla Ghisalberti)
Orecchio acerbo 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Grande Orsa uscì dalla sua tana invernale.
Al suo fianco trotterellava incerta una cucciola ancora mezzo addormentata, con gli occhi socchiusi al sole di primavera. 'Ci sono così tante cose da scoprire nel tuo nuovo mondo, Piccola Orsa!' disse Grande Orsa.
Grande Orsa condusse la piccola nella foresta, dove, tra gli alberi, tutto si stava risvegliando. 'Il nostro viaggio comincia da qui' disse."



Grande Orsa fa strada alla piccola tra il folto della foresta, tra i tronchi fitti che lasciano passare solo pochi raggi di sole. L'aria è ancora frizzante, quando l'inverno cede il posto alla primavera e tutto comincia a svegliarsi. Il naso e lo sguardo di Grande Orsa segnano la direzione. 


È il suo naso che per primo esplora il naso di un riccio con i piccoli, in un incontro stereofonico tra mamme e cuccioli. È attraverso il naso che conoscono api e salmoni. Naso ed occhi sono quasi l'unica parte che resta al di sopra del pelo dell'acqua del lago, al momento di attraversarlo. Il naso e lo sguardo puntano alle stelle. Ed è attraverso lo sguardo che Grande Orsa capisce che sta tornando l'autunno: lo stormo di anatre che solca il cielo pieno di nuvole è il segnale. Di lì a poco calerà il freddo e la neve coprirà il terreno. Si alzerà un forte vento e, ancora una volta con il naso e gli occhi puntati come l'ago di una bussola, Grande Orsa attraversa il principio dell'inverno e trova di nuovo...odore di casa. E la casa che era stata il punto di partenza diventa ora il punto di arrivo. Il ciclo di un anno, stagione dopo stagione, si è svolto sotto i loro occhi, i loro nasi.

Una storia esemplare nella sua semplicità. Una storia in cui si intrecciano temi universali quali la cura, la condivisione, lo scorrere del tempo attraverso le stagioni, le prime scoperte ed esperienze di chi è nuovo al mondo.


Una storia dove gli uomini non entrano.
Solo una Natura potente, due femmine orse e il tempo che passa.
Sebbene Grande Orsa sia una montagna di pelo, plantigrado dalle lunghe unghie e da centocinquanta chili di peso, è immediato riconoscere in lei l'essenza dell'affetto materno, comparabile a quello di una donna. Così come nella Piccola Orsa è facile leggere certa sventatezza propria dei piccoli, bambini inclusi, in quel suo appendersi ai rami bassi degli alberi e in quel suo saltare improvviso, quasi da gatto, al frullare del vento tra le foglie.


Asciugato il testo da ogni concessione a leziosità e a sdolcinatezze, il libro procede per grandi tavole in bianco e nero che riproducono gesti allusivi a comportamenti consoni ad ogni maternità, sia animale sia umana, in estrema sintesi assimilandoli tutti in un unico paradigma.
Colpisce infatti la grande tenerezza che suscita nel lettore il riconoscere in Grande Orsa e Piccola Orsa quel legame intensissimo e unico che esiste tra genitori e prole. Pur senza mai usare la parola mamma e la parola figlia.


L'altro elemento che non può non passare inosservato è il fatto che sia una storia tutta al femminile. Una storia dove i maschi non entrano.
In un momento delicatissimo per la coscienza di genere, un libro come Piccola Orsa diventa immediatamente una sorta di avamposto per la difesa della libertà di racconto. Nel riconoscergli questo merito, penso a tutti coloro i quali hanno avuto l'ardire di 'sparare' su molti capolavori della letteratura per l'infanzia, tacciandoli di un loro presunto ruolo diseducativo per quanto riguarda le questioni di genere e per quanto riguarda i modelli familiari sui generis che contengono.
La lingua inglese, rispetto a quella italiana così ricca di sfumature, nell'uso diffuso del genere neutro, ha quindi 'regalato' una straordinaria possibilità alla casa editrice Orecchio acerbo di vedere in quel cucciolo, il Little one in originale, una cucciola. E in tal modo, lontano dal chiacchiericcio spesso un po' becero che è nato intorno al tema, si è voluto trovare una risposta concreta e tangibile, ovvero un libro con la sua storia da raccontare.
Circostanza che, alla lunga, sono certa, si rivelerà vincente su ogni teoria di genere e su ogni imposizione di un modello di famiglia tradizionale.
Un libro prezioso, a partire dal titolo che brilla in copertina.

Carla

Noterella al margine: con le parole della stessa Jo Weaver dalle pagine di The Guardian seguiamo il pensiero che ha dato vita al libro. Prezioso, ancora una volta.


venerdì 5 giugno 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LA CHIAVE

La bella nel bosco addormentato, Sonia Maria Luce Possentini
Corsiero editore 2015



ILLUSTRATI PER GRANDI (dai 12 anni)

"Invitò anche dodici fate, ciascuna delle quali portò in dono alla piccola qualcosa di speciale: chi la bellezza, chi l'intelligenza, chi la virtù...
Insomma ogni qualità si potesse desiderare per renderla una persona meravigliosa come un campo di lucciole in una notte d'estate."

Dal titolo si potrebbe pensare che siamo dentro La bella addormentata nel bosco, ma invece siamo dentro Rosaspina (Lella Costa, acuta prefatrice del libro, lo nota). Non siamo in Perrault ma nei fratelli Grimm...
La fiaba scorre secondo il testo classico, ma qualcosa suona diverso, fin dal titolo.


Eppure c'è il castello isolato, c'è la lunga attesa di un erede che non arriva, c'è la nascita di una bellissima bimba, una grande festa, i doni delle fate, il maleficio della tredicesima non invitata e l'antidoto della dodicesima che salva in extremis dalla morte la fanciulla. C'è la ricerca vana dei genitori di preservare dal pericolo la fanciulla. C'è l'arcolaio in soffitta, manovrato da una vecchina che fila il lino. C'è la curiosità irrefrenabile di fronte al fuso che prilla...c'è il sangue. C'è il sonno che rende gli alberi di bronzo e il cane di porcellana. Ci sono gli intricati rovi, ci sono i principi e c'è un re che insegue un falcone...


Fermiamoci qui perché c'è già molto da dire. In primo luogo, la bellezza che ci avvolge nel leggere il testo a due mani: Andrea Casoli e Sonia Maria Luce Possentini, appoggiati entrambi sulla fiaba dei Grimm, e nelle immagini che, emergono da un nero cupo, di violente pennellate che però si fermano poco dopo la linea di cucitura dei fogli...Immagini che escono dal sonno, o che si portano dietro il sogno. Ma ci torno dopo. Altre sono le bellezze che ci avvolgono. Al tatto si avverte che è un libro diverso, perché la copertina è di tela bianca, immacolata (che azzardo mettermelo nelle mani sempre un po' nere...) e la carta è uso mano, la grafica è molto raffinata. Le ultime due bellezze sono al principio, nella prefazione seria e scanzonata di Lella Costa, e alla fine. In quel finale così inaspettato da capovolgere, a posteriori, tutto il senso di quanto abbiamo letto fino a quel momento.
Mi sembra di sentire la voce di Sonia che, di fronte agli occhi basiti e sgranati del lettore (i miei li ha visti in Fiera a Bologna), dice: Eh, beh, ci voleva no? e poi scoppia a ridere...Non saranno i doni delle fate a mettere in salvo Rosaspina, ma ciò che lei serba in sé. Semplicemente perché è donna.

Al testo che scorre, anch'esso raffinatissimo, come acqua sui sassi di un torrente e veloce ci porta al colpo di teatro finale si affianca un vero e proprio palcoscenico teatrale, dove agiscono pochi personaggi in luce: la regina, le fate artefici dell'incantesimo, la bambina poi divenuta fanciulla e, invece nell'ombra, un re.
Il resto delle tavole sono un intrico di rami, boschi, foglie, fiori e un gorgo ipnotico di una scala a chiocciola. Un fondo nero che fa da fondo alla pagina di destra supera la linea immaginaria del foglio e entra nella pagina di sinistra con il poco testo e le rare gocce rosse che anticipano emotivamente il climax della fiaba. Sembra un nero che sfugge di mano, come incontrollato. Incontrollato al pari di un sogno. Incontrollato a tal punto che quello che può sembrare un baffo di colore, diventa un uccello e poi un falcone in volo.
Tra teatro e sogno la Possentini si muove nel suo. È proprio a casa, o per meglio dire, quello che racconta con le immagini è proprio la sua essenza, di creatura femminile di grande personalità e complessità. Bianco, nero e qua e là il rosso: quanti simboli. Abiti bianchi che sfumano come nebbia, labbra scarlatte e capelli ramati e quel poco di verde ghiaccio che racconta i cent'anni di sonno, tutto esce dal nero. Dal nero di una lettura nera di una fiaba nera con un finale pieno di Luce...


E poi c'è lei: la chiave per aprirci al senso ultimo del racconto su quale sia la potenza che ogni creatura femminile racchiude in sé.
Un post a sé meriterebbero il campo di lucciole in una notte d'estate iniziale e le poche righe finali. Chissà.
Per adesso mi limito ad augurarmi che questo libro capiti nelle mani di molte creature in crescita, perché i maschi provino a capire e a misurarsi con la misteriosa grandezza femminile e le ragazze sappiano curarsi da sé e rialzarsi. Sempre.



Carla

mercoledì 23 ottobre 2013

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IN GINOCCHIO DA TE! 

Il maialibro, Anthony Browne
Kalandraka 2013


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"- Allora è pronta la colazione, cara? - chiedeva lui ogni mattina prima di uscire per andare al suo importantissimo lavoro.
- Allora, è pronta la colazione, mamma? - chiedevano Simone e Luca prima di uscire per andare alla loro importantissima scuola.
Rimasta sola, la signora Maialozzi lavava le tazze della colazione...rifaceva i letti...passava l'aspirapolvere...e poi andava a lavorare."

Un giorno dopo l'altro marito e bambini sono lì a pretendere qualcosa da lei e la signora Maialozzi lava, stira e cucina. Fino a che un giorno prende una storica decisione: se ne va.
Sul camino lascia un biglietto stringato con su scritto: siete dei maiali.


Più che un'accusa suona come una premonizione. Infatti i maschi della famiglia Maialozzi come per incanto si trasformano in maiali. Non lavano i piatti, non fanno il bucato, e cucinano cene e pranzi orribili e la casa in breve tempo diventa un porcile. Così come era andata via all'improvviso, altrettanto all'improvviso torna, questa mamma e moglie arrabbiata


Ma questa volta i Maialozzi maschi, in ginocchio davanti a lei, la supplicano di non andarsene mai più e da quel momento si danno un gran daffare in casa: i ragazzi a fare i letti, il padre a lavare i piatti e a stirare. E soprattutto chiudono quelle loro bocche piene di pretese. 
E la signora Maialozzi, avendo molto più tempo a sua disposizione, può dedicarsi a una sua passione: riparare le macchine, affondando le braccia fino ai gomiti, tra bielle e pistoni. E finalmente sorridente.



Nel 1986 questa storia diventò libro e, quasi trent'anni di distanza, approda sugli scaffali delle nostre librerie questo libro femminista. 
Non è mai troppo tardi!
Il merito più grande che tutti possono riconoscere a questo libro è quello di essere un libro che rende giustizia alle donne, che che ne stigmatizza il ruolo subalterno in famiglie così, e che dà dei maschi un'immagine tutt'altro che edificante. Non si può non essere d'accordo con Anthony che disegna marito e figli come uccelli dal becco sempre aperto e che, in copertina, nel lucidargli le guance rubizze, ne disegna i lineamenti un po' ebeti da contrapporre al viso 'rassegnato' di quella mamma che con grande senso di responsabilità porta sulla sue spalle l'intera famiglia. 
Si condivide anche la diversità di ritmo (sottolineata dallo scarto di colore) che c'è tra le scene corali dove marito e figli pretendono, pretendono e ancora pretendono e quelle in cui la moglie, vera novella cenerentola, lavora, lavora e ancora lavora.
Ma, come al solito, io trovo che la grandezza di Browne sta invece nei dettagli, nelle cose non viste e nella sua ossessione per il tema prescelto: l'essere maiali che si ritrova davvero ovunque. Dai rubinetti del bagno agli interruttori della luce: tutto allude, tutto richiama, come fosse il tema di una colonna sonora, che ritorna con quell'unica melodia, declinata intorno a se stessa.
La grandezza di Anthony Browne è ancora una volta nelle cose non dette, nei giochi di avvicinamento e contatto che l'autore cerca e attua con i suoi giovani lettori.
Questo fa sì che chiunque sfogli il libro, accanto all'evidenza della riflessione, abbia anche l'opportunità di divertirsi in questa preannunciata caccia al tesoro cercando maiali, ed effigi dello stesso, disseminate un po' ovunque.
A voi trovarne il più possibile. E a voi non fare i maiali!

Carla



giovedì 4 luglio 2013

ECCEZION FATTA

ovvero tutto ciò che ruota intorno al libro ma libro non è...


MARGHERITA, NON VIOLETTA



Il caso ha voluto che nel giro di poco tempo ci lasciassero alcune 'cattive ragazze', che davvero lasciano un vuoto , sia pure per motivi diversi: da Rita Levi Moltalcini a Franca Rame alla meravigliosa Margherita Hack; Margherita l'ho sentita parlare questa primavera a Bologna , nel corso dei festeggiamenti per i 20 anni di Editoriale Scienza, ed era come sempre generosa di sé, piena d'ironia e di intelligenza. Molti commentatori l'hanno ricordata per l'opera di divulgazione, indiscutibile e prolifica, e per l'intrasigente impegno politico, dimenticandosi che era stata la prima donna in Italia a dirigere un osservatorio astronomico.
Donne straordinarie, dal fascino incrollabile a prescindere dall'età e dallo stile, dalle biciclette, ai colletti alti alle gambe mozzafiato. Belle, a prescindere. In nessun momento hanno rinunciato ad essere se stesse, con il corpo e con la mente. E che mente. Che intelligenze, che capacità, che incrollabili volontà.
Di fronte a questa grandezza, a questi esempi di successo vero, che ha reso più ricco il nostro miserando paese, cadono le braccia, ci viene quasi da piangere nel vedere quali miti inseguono le nostre bambine, le nostre ragazze. Davvero la bellezza è di plastica, l'arrendersi acritico ad un modello estetico, promosso e sostenuto dalla televisione e dai libri correlati? Davvero le nostro ragazze sono belle solo attraverso lo sguardo maschile, ovvero, prosaicamente, del mercato, che ti dice come vestirti, truccarti muoverti per essere ammessa nell'empireo (?) del mondo dello spettacolo, ma quale spettacolo!, unico giudice e garante della presentabilità sociale.
Basta. Diciamo basta, dite basta ai desideri posticci, alle mode che invece di valorizzare le diversità e i talenti omologano tutto in nome delle merci che così vengono spacciate come una droga.
Bambine, mamme, dite basta a Violetta, raccogliete l'eredità di Margherita e di Franca e di tutte le donne che hanno praticato la via della libertà. E leggete insieme Pippi Calzelunghe.

Eleonora