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lunedì 12 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DI PALO IN FRASCA

Fammi una domanda!
Antje Damm (trad. Francesca Pamina Ros),  
Il Leone Verde Piccoli 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Chi è il tuo migliore amico? Chi è la tua migliore amica? 
Quale avventura vorresti vivere almeno una volta nella vita? 
A cosa credi? 
Che cosa doneresti a un senzatetto? 
Dove non vorresti mai trovarti? 
Che cosa hai usato in modo diverso rispetto al solito?" 

Queste sono le prime sette domande di questo libro che ne contiene altre 111. 
Costruito in stretto dialogo tra una domanda e una immagine che la affianca con assoluta regolarità sulla destra, il libro chiama i propri lettori a un dialogo bello serrato che può esaurirsi in una unica sequenza oppure può essere 'centellinato' nel corso del giorno, dei giorni. 


La portata delle domande è varissima: dalla semplice questione quotidiana, alla domanda filosofica, dalla domanda che implica un ricordo e una memoria, alla domanda che scava nell'intimità di ciascuno. 
E, cosa encomiabile, senza nessuna gerarchia interna. 
Ufficialmente non ha una sua trama, se non quella che ciascun lettore crea per sé. Come a dire che ogni bambino o bambina con le proprie risposte, creerà la propria copia individuale del libro. 


Un po' di storia di questo piccolo grande libro che per anni è mancato e invece adesso c'è. Di nuovo.
Evviva. 
Tralasciando il lato affettivo che nello specifico è molto forte, occorre ricordare che fu pubblicato in Germania nel 2002 e uscì in Italia con Nuove Edizioni Romane nel 2005, grazie alla sapientissima Gabriella Armando che di un libro del genere intuì immediatamente la portata. 
Lo fece tradurre e lo pubblicò con la sua bella copertina rossa su cui campeggia un ragazzino o una ragazzina, guance rosse e mani in tasca, in perfetto stile Antje Damm.
 
Una sequenza di questioni, vivaci e volutamente in disordine, che guardano in molte direzioni: dal quotidiano al metafisico, dall'alto al basso, con la medesima capacità di saltare di palo in frasca che hanno i bambini quando ragionano. Qualcosa che ha anche fare con il pensiero divergente e con la creatività.
Nel 2012 sparita la casa editrice, lentamente smettono di circolare tutti i bei libri del catalogo. 
Compreso questo. Chi ne aveva copia, l'avrà conservata ancora più gelosamente. 
Poi Antje Damm si riaffaccia nelle librerie italiane con un libro che ha una impostazione simile a Fammi una domanda!. Al punto esclamativo si sostituisce il punto interrogativo e abbiamo Cosa diventeremo? Riflessioni intorno alla natura
Anche in questo caso: un formato quasi quadrato, una domanda una immagine. Anche in questo caso alle fotografie, si alternano disegni realizzati con tecniche diverse. Anche in questo caso il libro ha il preciso scopo di creare un dialogo con il proprio lettore, bambino o adulto che sia. Metterlo davanti a questioni personali, come anche planetarie. Interrogarlo sulle proprie abitudini, sui propri pensieri, ma anche metterlo un po' in difficoltà rispetto alla crisi seria che il pianeta sta attraversando. 
Anche in questo caso le domande arrivano come sparate da un lanciapalle per allenare i tennisti: ossia vanno in direzioni molto diverse, come diversa è la loro potenza. Alte, basse, raso terra, tese, pallonetti. 
Cosa diventeremo? Riflessioni intorno alla natura, forse complice il tema più specifico, forse complice il momento complicato del pianeta, però non ha implicato di default la ripubblicazione di Fammi una domanda!, ma ne ha forse favorito un percorso carsico, facendolo riemergere forte anche della ripubblicazione in Germania per festeggiarne il ventennale, dopo ancora qualche anno, con un altro editore. 
Evviva. 

Cambiata, di poco, la copertina. Cambiate alcune foto, cambiata la formulazione di qualche domanda, complice anche una diversa traduzione e una limatura ulteriore da parte di Antje Damm, aggiunti qui e lì nuovi quesiti. 
D'altronde sono passati vent'anni e l'immaginario collettivo e la percezione che i piccoli hanno della realtà circostante è certo diversa. Come diversi sono i loro strumenti per analizzarla. 
Resta invariato il grande pregio di un libro così. 
Evviva. 
Un libro che ha la capacità di muoversi sulla superficie ma anche di andare ben in fondo, che ha il talento di saper parlare una lingua che tutti possono capire. Un libro che sa farci guardare lontano, vicino, indietro e avanti. 


Un libro intelligente e attento nella formulazione delle domande, anche sulla base dell'esperienza fatta su quelle della prima edizione. Per capirci: sulla medesima immagine di una piccolina che dipinge su un grande foglio nella prima edizione si leggeva Con che cosa ti piace disegnare? domanda che effettivamente si spegne in un attimo ora la stessa immagine è in relazione a una questione ben più complessa e diventa: Che cosa hai fatto per rendere il mondo un posto migliore? Senza contare che la relazione tra immagine e testo assume tutt'altro spessore. Perde di immediatezza ma guadagna in profondità. 
Altre piccole raffinatezze riguardano, per fare un esempio, il fatto che i papà cucinino, cosa nel 2002 non si dava per scontata e che adesso è data per assodata. O i lavori in casa a cui collaborano anche i piccoli. O le bambine ritratte sulla domanda sul ridere, o la domanda doppia riguardo al farsi bello o bella. 
Cambia il posto preferito per giocare e cambia cosa saper fare meglio di un grande... 


Sembrano sottigliezze, ma nascondono un loro preciso significato. 
Non in ognuna delle 118 domande, ma abbastanza di frequente capita anche quella rinnovata meraviglia che nasce quando immagine e testo si mettono in una relazione che non è didascalica: c'è un quid da esplorare. 


Un valore in più che Antje Damm mette sulla pagina. 
Evviva. 
Come dovrebbe essere in ogni buon libro illustrato: lo spazio 'vuoto' tra figura e parola permette al lettore di infilarcisi e di stare. 
Provare per credere.

Carla

mercoledì 6 novembre 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VEDERE OLTRE

Passi da gigante, Anaïs Lambert
Pulce Edizioni 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 3 anni)

"Stamattina mi sono preparato.
Senza fare rumore,
sono uscito.
In lontananza ho sorpreso una lotta feroce,
e, sotto le foglie, una corsa folle e appiccicosa."

Ha infilato il suo berretto a righe ed è ben coperto da un maglione rosso che si vede da lontano. Anche i piedi sono al sicuro dentro stivali di gomma verde erba. E i pantaloni corti stan su con le bretelle.


Uscito di casa, si incammina in un prato tutto in movimento e pieno di belle cose da scoprire: cervi volanti che si affrontano, lumache che gareggiano sotto le grandi foglie di cavolaccio, ricci di ippocastano, semi d'acero che volano, alberi di ciliegio in fiore, uova di rana nell'acqua ferma...
Ogni cosa ne diventa immediatamente un'altra nella testa di quel bambinetto: mostri pungenti, elicotteri che si catturano, carovane di portatori, zampe di vecchi pachidermi e occhi che dal pelo dell'acqua tutto osservano...
E se così è, non sarà poi difficile immaginare di essere catturato da un gigante affamato che mangerebbe volentieri un orso ma che si accontenterebbe anche di un piccolo gigante, da portare a cavalcioni di nuovo a casa.

Questo libro è una bella passeggiata all'aria aperta. Ci sono intorno suoni bassi, ronzii, brezzoline, acqua che stagna e acqua che scorre, il rumore dei passi e qualche parola qua e là (che forse sono solo pensieri).
Ma a ben vedere la cosa ancora più bella di questa passeggiata è l'altezza dello sguardo. 


Se si parte da un ingresso silenzioso di una casa, forse ancora addormentata, con un punto di osservazione esterna al protagonista - lo vediamo che calza stivali e cappello ancora nel frontespizio - subito dopo lo sguardo passa in soggettiva. O per meglio dire, lo sguardo del lettore è quello di altro bambino: è basso.
Capiamo con lui che ci stiamo allontanando dal luogo sicuro e ci lasciamo alle spalle l'orto e il tubo per annaffiare (che normalmente segna quel confine immaginario fin dove si riesce e si può ad arrivare: una sorta di guinzaglio di gomma che ti tiene vicino).
Lo sguardo, come è naturale che sia in una passeggiata avventurosa, è sempre rivolto verso il basso. 


E' molto naturale quando si va verso l'ignoto, guardare in basso per vedere dove si mettono i piedi, cosa riserva lo spazio inesplorato e, invece, alzare lo sguardo solo quando ci si sente sufficientemente sicuri e magari ci si ferma.
Chi cammina per diletto, lo avrà sperimentato mille volte. E' così e basta.
Osservando con circospezione in basso, dove mette i piedi, quel bambino fa (o va in cerca di) belle scoperte che nella sua testa diventano all'istante qualcosa d'altro. D'altronde oltre alla capacità di vedere tout court, anche quella di saper di vedere oltre, ovvero oltre le forme della realtà, è una roba che si esercita quando non si è ancora tanto alti. 


Fortunati e rari quegli adulti che questa capacità visionaria la conservano intatta, anche dopo aver superato il metro e 40 di altezza.
In pochissime occasioni lo sguardo torna esterno alla scena (e spesso e volentieri continua ad avere quella medesima altezza bambina)  e quando accade è per sottolineare un cambio di registro: ovvero quando arriva la pausa e con lei il gioco della paura; quando in scena sta per entrare qualcun altro.
L'idea di un gigante che ti cattura e ti riporta - strano ma vero - in sicurezza vanta precedenti illustri (per esempio, P. Bently, H. Oxenbury Re Valdo e il Drago). Come non è nuovo il gioco tra immaginazione scritta e realtà disegnata. E men che meno la passeggiata nell'erba che già dieci anni fa Komako Sakai illustrava magnificamente (Nell'erba). Lo sguardo ad altezza occhi di bambino lo aveva utilizzato già Iela Mari nel suo Animali nel prato. Ma come sempre nei libri della Mari c'è un rigore e una oggettività di segno e colore per lei evidentemente imprescindibile che qui non appare. Le sue tavole sono silenziose e non lasciano spazio al tipo di 'lettura' immaginifica di cui invece è in cerca Anaïs Lambert. La Mari preferisce non suggerire nessuna interpretazione, quanto piuttosto dare forma iconica alla realtà e, piuttosto, stimolare l'attenzione dell'osservatore sugli accostamenti tra pagina di sinistra e pagina di destra...Con veri brividi lungo la schiena.
Anche nel disegno e nelle diverse tecniche che utilizza la Lambert si riconoscono omaggi a 'giganti' che sono arrivati sulle pagine dei libri prima di lei.


Questo non toglie nulla alla qualità di questo libro che è poco più che un esordio. Come è giusto che sia, a trent'anni o poco più, è segno di intelligenza e consapevolezza da parte di Anaïs Lambert, sapersi e volersi guardare intorno (e non temere davvero il gigante). 
Né più né meno di come fa il suo bambinetto con il berretto.

Carla

domenica 31 dicembre 2017

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE 
PER FARE LUCE
PER FARE RUMORE 
PER FARE MERAVIGLIA 
E PER FARE FESTA
 
Il meglio di... un anno di libri, un anno di ragionamenti,   un anno di recensioni su Lettura candita Per ogni libro, il nostro perché
(BUM!) 

Gennaio 2017



 perché
"La vicenda è appassionante, lettori e lettrici sono portati a fare il tifo per questo ragazzino così fragile e pauroso, costretto però ad affrontare le sue peggiori paure per salvare il fratellino. Steve è un anti-eroe, è un ragazzino che ancora non ha lasciato l'infanzia, con tutto il suo 'pensiero magico', ma nello stesso tempo sa prendere decisioni, affrontare pericoli, anche suo malgrado. Chi legge resta nel dubbio: i sogni di Steve sono davvero il territorio in cui si incontrano mondi diversi, o sono solo le sue elaborazioni fantastiche di una situazione insostenibile.."





perché 
"Gioca Morpurgo con la doppia identità del suo padre naturale, così come fa anche Felicita Sala, tra la figura e la sua ombra. E questo crea una intrinseca ironia che dal titolo in poi 'sdrammatizza' sulla serietà del tema, ovvero quello di non aver mai conosciuto il proprio padre e, più in generale, di dover fare i conti con il proprio passato.
Nessuno può, o deve, sapere quali siano i fili di verità di questa storia, ma sono sotto gli occhi tutti i punti in cui il racconto tocca vertici di tensione emotiva che lo rendono una storia struggente e, a mio parere, di grande autenticità..."
 
 Febbraio 2017
 
 
perché  
"Quella di Lobo è una storia forte, che mette sotto il naso della giovane lettrice e del giovane lettore la violenza con cui si è caratterizzata la 'civilizzazione' dell'America e giustamente viene sottolineato, soprattutto nelle immagini che accompagnano il testo, come questa violenza e questa prevaricazione si sia rivolta in primo luogo contro i nativi americani.
Non si può non essere dalla parte di Lobo, animale intelligente e leale, contrapposto a un'umanità dedita all'inganno..."
 


Perché 
"Parecchie sono le cose da notare. Prima fra tutte, il silenzio delle parole che raccontano un dialogo affettuoso fatto di piccoli gesti significativi: il venirsi incontro di un piccolo con un grande. Una mano che si tende, una risata all'unisono, un braccio sulla spalle.
Ulteriore particolare che colpisce è lo stile del disegno: grafico, sintetico, che gode ne prendersi alcune libertà, nei tagli, nel moltiplicarsi del motivo della grande goccia o nella visione zenitale del tavolo da lavoro ingombro di tanti strumenti..."



Marzo 2017

 “Perché non fiorisci?”, K. Macurova, Nord-Sud edizioni 2017



perché
"Una storia molto semplice e molto divertente, in cui da subito i bambini e le bambine comprendono l'ingenuità di un personaggio e la furbizia degli altri. Ma in questo quadro, che sta alla base di moltissime storie, non c'è traccia di cattiveria, anzi, alla fine in un certo senso l'orsetto trova quello che stava cercando, anche se il risultato è diverso da quello che si aspettava..."
 
perché  
"La provincia americana, raccontata superbamente da una delle penne più felici e più premiate del panorama statunitense, è lo sfondo di questa storia intrecciata di tre bambine che, a modo loro, cercano di trovare una loro personale e meritata felicità. Lo stile di Kate Di Camillo si riconosce per la sua fluidità, la schiettezza, l'ironia e un'ineguagliata leggerezza e grazia. La sua poetica si riconosce ancora una volta nella sua determinata volontà di affrontare temi spinosi, quali la frequente inadeguatezza e la negligenza del mondo degli adulti..."
 
 Aprile 2017
 
 
 
perché  
"Non poteva che essere concepita così questa storia, con un testo che è un elogio dell'anarchia della vita, della confusione che la presenza di un altro, un diverso da sé, inevitabilmente comporta; le immagini sono l'adeguato contraltare, la vita ordinata, graziosa, un tantino fru fru della protagonista. I suoi cappelli adornati con grazia, i fiori freschi posti nel vaso in salotto, l'arredamento così squisitamente femminile..."
 
perché  
"a grappolo, si snocciolano una serie di esilaranti siparietti tra il coccodrillo e l'uomo vestito di rosso. Il primo riguarda la non remota possibilità che l'uomo sia stato truffato, il secondo si centra sull'ampolla con l'acqua di fiume che diventa la prova regina del fatto che il fiume venduto non è più quello attuale, il terzo è una succinta lezione di fisica dei solidi e anche dei liquidi, il quarto ha il merito di essere un piacevole divertissement linguistico e il quinto assume un vago sentore di sermone ambientalista ed ecologico.
E poi arriva lui, quel 'rugliare' che non ti aspetti e che ti incolla definitivamente al libro e alla storia che contiene: "E poi i coccodrilli rugliarono e diedero un colpo di coda sull'acqua..." Rugliare è il verbo perfetto..."
 
[continua]
 

 

mercoledì 24 maggio 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PER CHI HA MANI CHE SANNO CERCARE...

Piccino, Elisa Mazzoli, Tatiana Gambetta


ILLUSTRATI PER PICCOLISSIMI (dai 18 mesi)

"Con mamma la nanna
profuma d'amore
ssss

Il latte da bere
ha un dolce sapore
mmmm

c'è cuor di papà
che batte per me
tum tum tum"


Poi in braccio alla nonna il bimbo è un po' re, poi gioca a sorpresa, si imbarca a quattro zampe in un'impresa, si gusta la vita mordendo una mela, e sa che la storia non è finita perché la sfoglia e la risfoglia, prosegue gattoni verso il mare e non si arrende poi scala una montagna uff uff...


Un librino per mani piccolissime, per orecchie nuove in cerca di ritmi, di assonanze e onomatopee. Cartonato, quadrato senza angoli vivi e soprattutto, ed è qui la novità dopo tanta e lunga latitanza, fotografico.
Rarissimi i libri di fotografia, quando invece sarebbero ideali per creare nello sguardo dei più piccoli un catalogo di oggetti, colori, forme, utilissimo al loro immaginario. Sto pensando con nostalgia ai libri di Tana Hoban, sempre irrimediabilmente modernissimi e bellissimi.
Buonanotte a tutti, di Giuseppe Mazza (Clavis 2012) oppure il tanto amato Io e il ragno di Francisco Alonso (Kalandraka 2011) sono mosche bianche in un repertorio di libri per il 99% illustrati da disegni, che in alcuni casi 'scimmiottano' addirittura la fotografia, come i recenti Quando mangio oppure Quando gioco editi da Il Castoro e illustrati dalla Possentini.


Piccino parte con immagini delicate con filtri soffusi per gli scenari dei primi giorni di vita, che via via si perdono per lasciare posto a una vivacità di colore e di movimento con bambini e bambine che cominciano a muoversi in autonomia, a correre e ad arrampicarsi.


Piccino ha un suo fratello di latte in Gioco il mondo dove però il testo è più lungo e articolato e con rime ricorrenti, vere e proprie filastrocche. Se in Piccino l'obiettivo è quello di mettere in elenco alcuni tra i gesti consueti dei lattanti e con loro le persone che li compiono: mamma, papà, nonna ecc., e di stabilire un seppur sommario percorso di crescita - dall'allattamento al seno alla conquista di una duna di sabbia - nel libro Gioco il mondo la relazione tra testo e immagine diventa più complessa, i colori delle fotografie si accendono, quasi fosse pensato per bambini e bambine impercettibilmente più grandi. Si parla di fame di conoscenza e voglia di indipendenza. Spetta però all'ironica chiave di lettura di alcune immagini il valore aggiunto di questo secondo titolo. Penso per esempio alla bimbetta che esplora le narici del pacifico cane che è seduto vicino a lei, e su cui il testo ironizza: per chi ha mani che sanno cercare...


La qualità delle fotografie di Tatiana Gambetta è alta per talento tecnico, ma anche per sensibilità nel cogliere gesti, altamente riconoscibili nella quotidianità di un bambino. Spesso ritratti di spalle o dall'alto, i piccoli fotografati non sono mai, o quasi mai, in posa e non cadono mai nell'oleografia. Al contrario, senza mai cedere al gusto per il repertorio, ci sono bambini biondi, bambini scuri, bambine calciatrici o vestite con i merletti.


Non riesco a vedere una progettazione per le singole inquadrature, al contrario una grande spontaneità. Bene così.

Carla

mercoledì 9 novembre 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


VOLARE ALTO

Il vento, Alessandro Riccioni, Simone Rea

ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"La gente, colta alla sprovvista da quella furia, cercava in tutti i modi di ripararsi: chi si teneva stretto il cappotto con le mani aperte sul petto, chi abbassava la testa per poter camminare senza polvere negli occhi, chi cercava scampo nei negozi e nei caffè. Nessuno però riuscì a salvare il cappello."

Quella mattina, nel bosco, il vento si è svegliato di cattivo umore perché l'azzurro del cielo lo rende nervoso. E, quando il vento è arrabbiato, soffia. E anche questa volta succede tra le vie di quella città.



Tutti camminano inclinati per vincere la resistenza, le mani sono aggrappate ai cappotti così i cappelli volano per aria indisturbati. Il vento furioso li strappa dalla testa di un bambino che vede il suo berretto a due colori decollare in mezzo ai tetti, dalla testa di una vecchina - e quello era un regalo del marito - un cappello con veletta e infine il vento si porta via anche il cilindro di un omino che è sotto il portico a far la statua umana.
Stanco di svicolare tra i palazzi, il vento si dirige verso il mare. Qui si riposa e mentre è lì con il naso all'aria vede proprio i tre cappelli di prima che finiscono in buone mani: una balena con la veletta, un granchio con berretto a pon pon e un cilindro sulla testa di un gabbiano di passaggio. Impossibile per il vento resistere alla risata che, fragorosa, alza un bel po' di sabbia. 


I sole splende di nuovo e il vento si è placato e tutto sembra tornare come prima...ma qualcosa di diverso c'è.

A Trieste esiste un angolo nascosto dove, in un ordine tutto personale, un signore che pare serio dietro i suoi occhiali, tiene un piccolo museo in cui colleziona follemente venti e cose che con il vento hanno un nesso. Dalle poesie agli aquiloni, dagli anemometri ai tubi sonori, dalle corde per la bora ai cappelli con le piume. Nella sua collezione di volumi pieni di vento questo libro non dovrebbe mancare.
Il vento che racconta Alessandro Riccioni e che Simone Rea disegna come un grigio gigante gonfio e tondo ricorda parecchio la bora che ogni tanto arriva a spettinare i triestini, inforcando la Porta di Postumia nelle Alpi Giulie e che poi, esaurita la sua energia, va a riposarsi sulla sabbia in riva al mare.


Talvolta il vento si insinua in belle storie per bambini, penso al vento che porta le lettere di Scoiattolo a Formica (Feltrinelli, 2015), piuttosto che la insuperata Filastrocca ventosa con il fiato corto (Topipittori, 2004) o l'ombrello rosso che trasporta in giro per il mondo il cagnetto disegnato dai coniugi Schubert (Lemniscaat, 2011), o ancora il recentissimo Come? Cosa? (Orecchio acerbo , 2016) che si porta via le persone e le parole in un gigantesco e irresistibile gioco di telefono senza fili...
Due o tre motivi per cui anche questo piccolo libro pieno di vento e di cappelli che volano può entrare a far parte del gruppo.
La prima cosa che colpisce chi apre il libro sono i suoi risguardi che, come ogni tanto accade, sono chiave importante per cogliere appieno il senso della storia. 


Ma ad attirare lo sguardo non è solo lo scoiattolo che si affaccia al principio e alla fine con qualcosa di cambiato, quanto piuttosto i tronchi chiari che costituiscono una trama fitta di rametti che produce un vero e proprio trompe- l'oeil 'boschivo'. Bravo Rea, qui. E a tanto chiarore del bosco nebbioso si contrappone invece una città molto colorata e articolata nei suoi volumi che diventa una sorta di strumento musicale nelle mani, molte più di due, del gigante del vento. Bravo Rea, anche qui. Il gigante, tuttavia, pur essendo il protagonista centrale della storia è, per paradosso, colui che convince meno dal punto di vista della resa: un corpaccione informe con braccini che vanno in mille direzioni e con le fauci dentate sempre aperte, banalizza forse un po' il testo che invece nel suo nitore vola alto. Che a Riccioni la rarefazione lo solletichi, mi pare evidente se ripercorro a ritroso i suoi libri che, in un modo o nell'altro, mi hanno sempre attratto. Penso al Cielo bambino (Topipittori, 2012) o all'Eco (Lapis, 2013). E ritrovo, felicemente anche in questo suo ultimo libro, alcune costanti che ne caratterizzano l'opera: un uso calibrato e schivo delle parole, una sonorità che le rende adatte a una lettura condivisa e nodi di senso che si affacciano attraverso il racconto senza prevaricarlo, anzi, al contrario, sollevandolo verso l'alto, quasi a metterlo in mostra. Come dovrebbe essere in ogni buon libro degno di questo nome. E bravo Riccioni, qui.

Carla

venerdì 11 marzo 2016

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


QUANDO UN ALBERO CADE... 

Il tagliaboschi, Alain Cancilleri
Leone verde edizioni 2016


ILLUSTRATI PER PICCOLI (da 4 anni)


Inverno pieno. Neve ovunque. Un bosco fitto di alberi. Tronchi alti e robusti che costruiscono una griglia scura sul fondo chiaro. In cima al monte, una casupola. E' abitata perché dal comignolo esce fumo e dalla finestra esce luce.


L'uomo che sta uscendo, ha in mente di utilizzare l'ascia che è appoggiata sul muro.
Va a tagliare bosco, va a far legna. Al suo arrivo, qualcosa di impercettibile si muove. L'uomo, a colpi di ascia, di alberi ne taglia uno, due, tre, quattro. Al nono tronco che sta abbattendo, si nota una certa presenza che prima non c'era: un picchio sta battendo sullo stesso tronco, ma molto più in alto, come sono soliti fare i picchi. E di nuovo, furtivo, c'è lo sguardo di qualcuno che spia il tagliaboschi.
Stanco, dopo aver abbattuto tutti gli alberi di quella porzione di bosco, l'uomo si siede a riposare su uno dei tanti ceppi che ha intorno.


I tronchi a terra vanno disposti con ordine ed è lavoro faticoso, ma alla fine in un gioco che restituisce ai legni la loro forma geometrica, le cataste si formano. Ed è così, nel vuoto che si è creato attorno, che si nota che un albero, un solo esemplare, non è stato abbattuto. E tra i rami più alti si nota, rannicchiata in precario equilibrio, la fauna di quel bosco: orsi, volpi, scoiattoli, gufi, tassi, uccelli e leprotti. Cui sono stati sottratti tane e rifugi, punti di avvistamento.
E da qui, la svolta nella testa del tagliaboschi. Ripresa la strada di casa, capisce di dover risarcire tutta quella schiera di animali e così li invita a casa sua e con loro festeggia una nuova piantagione di alberelli giovani.

Opera prima che contiene più di qualcosa di interessante.
Passato con una certa disinvoltura dal corso al concorso, Alain Cancilleri, mi sembra sappia il fatto suo. Costruisce un piccolo albo quadrato, senza parole, ma che porta in sé suoni e colori di un inverno in montagna. E lo fa, con cura e sensibilità. Lavorando in punta di matita, ottiene effetti che lasciano un segno.
Alcuni particolari mi hanno colpito.



Per prima, la resa della superficie irregolare dei tronchi, che denuncia la sua scabrosità in quelle spruzzate di bianco che si attaccano al tono bruno rossastro del tronco. È un dettaglio eppure salta agli occhi. Altro piccolo elemento è l'uso della luce. Essa esce, potente, dalla finestrella e dalla porta. In particolare, in quest'ultimo caso la luce sembra avere un suo volume che satura l'interno della casa.
Un uso sapiente di matita e colore, laddove alla prima si affida tutto ciò che è animato, mentre alle pennellate ricche di marrone e rosso si affida la resa del legno e della pietra e al giallo quella di lampioni e luce.
Ancora, ed è la tavola che preferisco, considero un piccolo gioiello il gioco di incastri perfetti di tutti gli animali del bosco, che, come in un puzzle, incastrano i loro profili l'uno nell'altro e a loro volta sono compressi tra i rami più sottili che tengono la chioma dell'albero superstite.



E' il centro della storia, è il nodo che dà senso a tutto ciò che lo ha preceduto e a tutto ciò che segue ed è risolto con una ironia che non ci sia aspetta: fa sorridere e nello stesso tempo svela la svolta nel pensiero del protagonista.
In quell'incastro di animali si intreccia lo stupore del lettore con quello del protagonista. Nel suo collo incassato tra le spalle, quell'omino ha una sua mimica efficace, costruita su piccoli gesti e lo stesso si può dire per la sua signora moglie.
Mi pare che Alain Cancilleri abbia belle cose da raccontare.

Carla