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lunedì 8 giugno 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

FAVOLE AL CITOFONO  

Il citofono. Sono Alice e amo una voce, Sara Piazza, dido 
Biancoenero 2026 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER GRANDI (dai 10 anni) 

"A un certo punto alzo gli occhi e vedo il citofono. Il citofono! 
Perché mi ci è voluto tutto questo tempo per arrivarci? Il citofono è esattamente quello che fa per me. Eccolo, il ponte nascosto verso l'esterno, una specie di buco per la serratura, per ascoltare senza essere visti né sentiti. 
Corro alla cornetta e con grande emozione la sgancio, curiosa di decifrare i suoni confusi che vengono da giù. 
Ogni rumore è interessante, come un indizio." 

Bloccata a casa dalla mononucleosi, Alice - che era in procinto di partire per il campeggio della parrocchia con la sua amica Lucrezia - vede sbriciolarsi la sua vacanza estiva. Finché c'è la febbre, deve restare chiusa in casa. Questa è la sentenza del medico. 
Il campeggio saltato, ma anche le successive due settimane al mare con i genitori sono in serio pericolo, e come se non bastasse, è stata affidata - dalle 9 alle 13 di ogni santo giorno - alla custodia della scontrosissima sorella maggiore diciottenne, Chiara. 
Alice cerca di dare un ritmo alle sue mattinate, ma obiettivamente il tempo non passa mai. Fino al momento in cui capisce che forse una soluzione alla sua noia potrebbe essere proprio il citofono: l'unico canale di comunicazione aperto verso l'esterno. Comincia così una sua esplorazione sonora dell'esterno, ma anche quella, dopo un paio di giorni, esaurisce il suo appeal, così Alice - ragazzina parecchio timida, ma determinata a far scorrere le sue giornate in modo dignitoso - decide di usare la sua voce come gancio che la tenga collegata con l'esterno che le è temporaneamente precluso. L'idea iniziale di recitare poesie a loop dà insperati frutti, tanto che davanti al suo portone si forma nel giro di pochissimo un piccolo ma entusiasta uditorio di vecchietti e vecchiette che ogni giorno dalle ore 9.30 alle ore 10, con puntualità assoluta, si riunisce intorno al suo citofono per ascoltare una o due delle Favole al telefono di Rodari, che con grande maestria Alice legge a voce alta. 
Al gruppo, improvvisamente e inaspettatamente, si aggiunge un uditore 'anomalo', ma altrettanto appassionato che, a lettura terminata e a vecchietti ormai andati, chiacchiera con lei: Tommaso un ragazzino suo coetaneo, la cui voce caratterizzata da una esse blesa, diventa per Alice come un bicchierone d'acqua quando si ha sete. 
Questa è l'estate indimenticabile di una ragazzina schiva che si innamora di una voce... 

Chissà se davvero a Sara Piazza l'idea è venuta pensando di giocare con il titolo di Rodari, Favole al telefono, e riconvertirlo in un più insolito Favole al citofono... E poi costruirci questa bella storia intorno... 
Una serie di cose mi paiono molto divertenti e, soprattutto, piacevolmente insolite. 
La prima è proprio il citofono: strumento ormai desueto che però in modo ostinato continua ad avere una sua residuale funzione e quindi a esistere - per i più ansiosi nella sua forma televisiva di videocitofono - accanto alle porte delle case di ciascuno. Sono rari quelli che ti passano a prendere e ti dicono, ti citofono e tu scendi. Molto più spesso ti senti dire: ti faccio uno squillo e tu scendi. 
La seconda è l'idea di passare del tempo ad ascoltare il mondo fuori, in un modo molto discreto, e nel contempo di provare a leggerlo con le orecchie. Altra esperienza insolita, quanto utile: imparare a leggere i suoni che ci circondano e che di solito tendiamo a ignorare. 
La terza è il passaggio successivo, ovvero quello di dare vita a delle letture condivise e di farlo in un modo del tutto imprevisto: attraverso un gracchiante citofono. 


La quarta è quella di mettere una ragazzina che ha del tempo a disposizione al servizio di una piccola comunità, ossia il gruppetto di vecchietti che gironzolano nel quartiere. E l'idea di metterla lì a leggere storie - seppure solo attraverso un citofono - mi pare vincente. Intendo dire, vincente in assoluto, nonostante l'insolito assortimento delle età dei partecipanti. Ho sempre pensato che mettersi a leggere ad alta voce da una panchina di un parco avrebbe avuto un effetto catalizzante e aggregante per quella popolazione che non ha grande premura e che fa dell'attenzione verso le piccolezze del quotidiano una necessaria occupazione: gli umarel della letteratura. 
La quinta è la deriva tenera che la storia a un certo punto prende. Sulla quale tacerei... 
Ma non posso esimermi dal dire, in assoluto accordo con Sara Piazza, che la voce rappresenta l'ottanta per cento del fascino di una persona (insieme alle mani, ma questo lo dico solo io).

Carla 

Noterella al margine: io, il libro che si 'beve' in un'ora, l'ho letto due volte, ma continua a rimanermi oscura la fine che fa la esse (effe) blesa di Tommafo...

venerdì 27 marzo 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PICCOLA È GRANDE 

Grande e piccola
, Arianna Squilloni, Raquel Catalina (trad. Elena Rolla) 
Kalandraka Italia 2026 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Una mattina, all'improvviso, Natalia ebbe la sensazione che la città stesse diventando troppo grande, enorme. Senza quasi rendersene conto, aveva iniziato a rimpicciolire. Non era una sua supposizione, stava davvero diventando sempre più piccola. 
 Il mondo visto dal basso le riservava scoperte sorprendenti, ma... 
vivere era una impresa sempre più difficile. Per questo, al calar della sera, si sentiva esausta. E fu così che..." 

... Che se ne tornò da dove era venuta, Ossia ritornò - a novant'anni - nella sua casetta in campagna, che un giorno le era sembrata davvero troppo stretta e piccola per lei, E da lì era andata via per girare il mondo, per vivere in città e fare tante cose appassionanti, prima fra tutte dipingere quadri... Nella sua vecchia casetta il suo diventare sempre più piccola non si interruppe, ma lei comunque riuscì a trovare un suo modo gradevole di passare il tempo. 
Certo, il suo rimpicciolire fino a non essere più visibile agli occhi degli altri presentava qualche effetto collaterale, ma anche alcuni aspetti davvero interessanti. 
E così quando anche per lei la solitudine cominciò a diventare un peso, fu un bene essere impercettibile alla vista, ma molto accogliente nei fatti... 
Questa è la sua meravigliosa storia. Ma anche la storia di chi è arrivato dopo di lei. 

Essere piccoli e grandi è un concetto che non si può esaurire con semplicità, limitandosi a farne una questione di dimensioni e di tempo che passa. 
No no. C'è molto di più dietro. 
Per intenderci, si può essere piccoli e grandi allo stesso tempo. 


Arianna Squilloni ne è un esempio: è piccola, davvero una delle donne più minute che l'editoria per l'infanzia abbia prodotto. È minuta anche nella voce. E delicata nei modi. Eppure. 
Pur piccola, è una grande editora e spesso e volentieri è anche una grande escritora
E ancora. La sua casa editrice, A buen paso, che lei si è cucita addosso nel corso degli anni, è una minuscola fabbrica di libri grandissimi. 
Dunque per la proprietà transitiva, si potrebbe dire che anche la signora Natalia, nonostante fisicamente si stia rimpicciolendo, umanamente dimostra di essere una gran persona. 
Il suo mutarsi da piccola a grande e poi di nuovo piccola, fino a diventare delle dimensioni di un piccolo insetto che si infila nelle tasche della camicia o passeggia indisturbata tra i vasi di fiori e che la sera sussurra ninne nanne a chi ha tanto bisogno di riposo, si può leggere come enorme metafora dell'esistenza. E anche di più: dell'esistenza che supera l'esistenza stessa.


Natalia cresce e ha tutta l'energia per dare un senso alla sua vita: nel mondo si guarda intorno, coltiva le sue passioni, vive una vita che è piena... ma poi arriva un altro tempo in cui la sua grandezza, forza ed energia si trasformano di nuovo in una piccolezza che la rende sempre più delicata e fragile. Ma il suo animo è ancora grande.
Questo è il tempo di passare il testimone, di farsi così piccola da diventare invisibile ai più, ma di non sparire mai del tutto! 
Natalia, come capita a tutte le grandi persone, trova un modo per farlo: mette la propria voce nella testa di chi verrà dopo di lei. 
Meravigliosa idea. 
Così l'ha anche considerata Raquel Catalina - che ha appena visto il Bologna Ragazzi Award con Ingravida - alla quale la minuscola ma grande Arianna Squilloni l'ha proposta. 
Squilloni e Catalina hanno già lavorato assieme ed è piuttosto evidente il fatto che abbiano voci che si accordano bene reciprocamente. A tal punto che, è la stessa Catalina a dichiararlo, entrambe non hanno esitato a rimodellare il proprio lavoro su quello dell'altra. 


Mi viene da supporre che l'infinità di "cose appassionanti" cui allude il testo di Arianna si trasformino nella passione artistica che i disegni di Raquel ci mostrano e che quindi due pagine dopo il testo di Arianna ne prenda atto e lo confermi anche a parole. 
In mezzo agli albi da sempre, va da sé che Arianna Squilloni nella sua scrittura lasci grande margine di azione alle matite di Raquel Catalina che, a sua volta, si prende l'incarico di dare una forma plastica a Natalia. 
Non una operazione semplice, perché di Natalia noi dovremo vedere la sua intera esistenza: da ragazza a vecchina curva: il suo lento quasi sparire.


La soluzione visuale che Raquel Catalina ha scelto per seguire questa trasformazione è un piccolo gioiello in sé. 
Fidatevi del parere di una che di canizie ne sa parecchio... 

Carla 

Noterella al margine: Questo libro ha vinto il Premio Internazionale Compostela nel 2025. E il caso vuole che, nella giuria giudicante, ci fosse - tra gli altri, il grande Pep Carrió, quello di Pietras Negras.

venerdì 31 ottobre 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

BUGIARDO ONESTISSIMO 

Lento lentissimo, Jon Fosse, Lucio Schiavon (trad. Eva Valvo) 
Iperborea 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"Prendo la banana ed entro in cucina. 
'Mi hanno dato una banana'. 
La mamma è ai fornelli, non risponde. 
Ma in realtà non è vero che mi hanno dato una banana. L'ho rubata, ecco. Oggi sono stato proprio cattivo. Non ero mai stato così cattivo. Se la mamma lo sapesse, farebbe la faccia spigolosa. Se lo sapesse, preferirei quasi che il papà fosse a casa. Ho rubato una banana a una vecchietta. E' successo proprio qua sotto, vicino alla stazione dei pompieri. Era una signora molto anziana, con il bastone e una borsa da cui spuntava una banana. 
'Ti hanno dato una banana? domanda la mamma. 
'Sì' rispondo." 

Le cose sono andate così: mentre tornava a casa questo ragazzino che va veloce perché in ritardo, incrocia sulla sua strada una vecchietta che ha il suo cestino con la spesa in mano. Lui la sorpassa e vede che dalla sua sporta esce una banana. Da lì a desiderarla passa una frazione di secondo: la ruba e scappa, più veloce di prima, verso casa. 
La vecchina prosegue lungo il suo cammino lenta, lentissima senza accorgersi di nulla. 
Tornato a casa, trova sua madre con la faccia non ancora spigolosa - quella è la più temibile ed è meglio che quando la mette su ci sia anche suo padre - che lo rimprovera perché quando lei non lo vede arrivare al solito orario si preoccupa. 
Lei vede la banana e gli chiede da dove arrivi e lui per risponderle, le dice la prima bugia, dicendole - lei è di spalle in cucina che prepara da mangiare - che una vecchietta gliela ha regalata.


La madre sgrana gli occhi e poi dice la frase di rito: e tu l'hai ringraziata? 
Lui non se la sente di dire un'altra panzana, così ammette di non aver detto grazie a quella vecchietta lenta, lentissima. Bene, pensa sua madre togliendosi il grembiule per uscire con lui: non sarà difficile ritrovarla per strada, correrle dietro e ringraziarla... oh, beh beh! 

"Io faccio il possibile per scrivere ciò che non si può dire" questa è una frase che Jon Fosse ha usato per riassumere la sua poetica e leggendo questa sua prima storia per bambini, pubblicata in Norvegia nel 1989, non si può altro che assentire. 
Riassumiamo: questo ragazzino è ritardatario, è un po' ladro perché ha appena rubato una banana a una vecchietta. È un bugiardo perché a sua madre ha detto che è stata la vecchietta a regalargliela. È un po' furbetto quando cerca in ogni modo di sviare l'attenzione di sua madre su altro, ossia l'arrivo a casa del tanto desiderato papà. È un po' codardo perché capisce che succederà un bel guaio quando con sua madre troverà la vecchietta e quella cadrà dalle nuvole e sua madre farà due più due e la verità verrà a galla. 


Ma questo ragazzino ritardatario, bugiardo, furbetto e codardo è veloce di pensiero almeno di quanto lo è di gambe. Ma è anche onesto, a suo modo. 
Senza entrare troppo nel dettaglio per non rovinare la sorpresa davanti alla sua capriola per salvarsi, va detta una grande verità, anzi due. 
La prima: quel ragazzino di parole, carta e pennelli è proprio un bell'esempio di ragazzino in carne e ossa. 
La seconda: Jon Fosse non si preoccupa minimamente di mettere in una storia per bambini altri bambini che siano bugiardi, furbetti, codardi e ritardatari. 
Questo è un bello scarto. Credo che il Nobel per la letteratura nel 23 non glielo abbiano dato a caso. 
E a parte questo che è già tantissimo, secondariamente, si potrebbe anche notare che una casa editrice italiana, seppure lasciando maturare al punto giusto le coscienze italiane per più di trentacinque anni, si assume questo rischio e pubblica questo testo. Magari confidando che l'adulto compratore non sia troppo perbenista e bacchettone e che nella capriola finale riesca a cogliere il sapore di una redenzione. Quale di fatto parrebbe essere. 


E per voler sottolineare un ulteriore merito della medesima casa editrice, va detto che affidarne le illustrazioni a Lucio Schiavon, è stata proprio una bella mossa. Ma anche questa, piuttosto controcorrente. 
Schiavon è un assoluto drago della comunicazione visiva e se si conoscono un po' le sue opere di graphic design non ci si deve stupire che lavori per una committenza di altissimo livello. 
La sua sperimentazione artistica va in direzioni molto diverse, pur riuscendo a mantenere un tratto che lo rende inconfondibile, primo fra tutti i suoi occhioni, che sono l'espressività fatta disegno, i tagli prospettici che sono figli della sua passione per il fumetto, poi la palette di colori e quelle pennellatone o pennellatine che sono la risultante di una estetica pittorica che dice di aver eletto a canone e poi su tutto una grande libertà e gusto nel realizzare tutto nell'atto stesso del fare. 
Io non posso dire con certezza se Schiavon sia anche dietro la composizione del testo, ma presumo di sì. Mi sembrano bellissimi e significativi i blocchetti di testo che spesso hanno il valore della confessione e che mai entrano in contatto con il disegno, mentre invece quando la storia deve accelerare o focalizzarsi su un'emozione le frasi attraversano la pagina e passeggiano indisturbate sui disegni, in mezzo ai suoi grandi occhioni, per esempio. 


Bello! 
L'ultima cosa che mi pare geniale in questa storia è come viene raccontato il tempo. Senza parere è la spina dorsale di questa storia, laddove la lentezza della vecchietta e la velocità del ragazzino sono la chiave di tutto. Ma esiste anche un tempo ancora diverso, quello che dà cadenza alle emozioni. 
Una madre che marcia con le sue convinzioni e le sue regole da applicare, un ragazzino che è un fulmine a rubare e che lo è altrettanto nel trovare la soluzione al suo incipiente problema materno: e per farlo deve correre e anticipare il passo marziale di sua madre. 
E poi c'è lei, la vecchietta che scorre lenta, lentissima, verrebbe da dire inesorabile, attraverso l'eternità. 
Gran libro, ripeto! 

Carla

mercoledì 24 settembre 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

A VOLTE LA STRANEZZA E’ UN FENOMENO LOCALE 


È Florian, il protagonista dell’ultimo libro pubblicato da Camelozampa di Guus Kuijer, che pensa che la stranezza a volte sia un fenomeno locale: per esempio, dice, capita che stia per arrivare un temporale e invece si ferma in Belgio. 
Florian pensa a questa cosa della stranezza un giorno in cui un piccolo passero decide di posarsi sulla sua testa, a lui pare che la stranezza sia cosa solo sua, invece il libro trabocca di personaggi strani. 
Forse la stranezza è un fenomeno locale e interessa soprattutto l’incrocio della Charles Darwinstraat, dove vive la signora Raaphorst, una nonnina che condivide con Florian Nico, il passero che sta sulle loro teste.
Florian conosce la nonnina perché si chiede dove se ne vada Nico quando non sta con lui e lui se ne va sulla testa dell’anziana donna che ogni tanto scambia Florian per suo figlio. Dal momento in cui Nico decide di stare sulla testa di Florian, al bambino capitano tantissime cose, tra cui l’amore appassionato di Katja, una compagna di scuola di un anno più grande e di due spanne più alta. 
Ciò che accade, come spesso succede nei libri di Kuijer, è molto semplice: con lui non ci troviamo mai tanto in trame complicate, quanto piuttosto in profonde trame di relazione. Florian e Katja cercano di aiutare la sempre più svagata e solitaria nonnina, fin quando la situazione non degenera. 
Florian, via via che il libro avanza, si convince sempre più che la sua testa funzioni solo con Nico, senza di lui si sente perso, confuso. Il ragazzino ha dieci anni ed è esattamente all’inizio di quell’età di mezzo in cui usciti dall’infanzia si comincia ad attraversare il mondo adulto con orgoglio e paura. Certo gli adulti che lo circondano non sono molto rassicuranti: c’è, appunto, la nonnina di cui prendersi cura; c’è la maestra Petronella che lo rimprovera sempre per la sua aria svagata e i suoi infiniti sbadigli; ci sono i genitori di Florian che non fanno altro che battibeccare, per quanto lo facciano con ironia. 
A chi può affidarsi dunque Florian? 
Nico offre una strada. 
In realtà il piccolo passero è il primo, non l’unico, a offrire un’ala di salvezza. 
La mente di Florian attinge a tutto il mondo animale per raccontare ciò che sta succedendo, ma soprattutto per raccontare se stesso: dentro di sé ha degli elefanti che passano dall’essere rosa ed enormi quando sta con Katja, per poi tramutarsi in grigi e pesanti e immobili quando è preoccupato. Poi ci sono i conigli, nell’ultima meravigliosa metafora che utilizza per spiegare che gli animali si adattano al mondo che cambia, è così che dai conigli derivano le lepri e forse anche lui dovrebbe farlo quel salto di adattamento che un po’ lo spaventa. 
Anche Florian è un animaletto, che non sa bene cosa fare e perché, e cerca di agganciarsi a tutti i possibili appigli il mondo gli ponga di fronte. A volte si fa trascinare da Katja, che al contrario di lui, è attenta, presente, sul pezzo diremmo, che in un attimo trova soluzioni, che sa chi è. A volte soccombe alla maestra e decide di scappare, oppure cambia discorso quando i suoi cominciano a discutere. Nonostante ciò, Florian non demorde mai e continua nel libro il suo soliloquio a tentare di capirsi: 
“In mezzo al cortile, solo tra tutti quei bambini che giocavano, Florian capì che doveva inventarsi e che solo dopo sarebbe stato qualcuno”. 
Il nostro eroe dunque per inventarsi passa attraverso la solitudine, senza Nico, senza amici, e comincia a definirsi. 
Il libro si accompagna alle illustrazioni della bravissima Alessandra Lazzarin, che ci conducono tra i corpi dei protagonisti, ma soprattutto tra le loro posture, così aderenti all’idea che ci siamo fatti di questi personaggi strambi della Charles Darwinstraat. 
Sono da anni una grande estimatrice di Kuijer: penso abbia scritto e descritto l’infanzia in modo impeccabile, alternando il tono serio a quello buffo, addentrandosi come pochi altri nella mente di ragazzini e ragazzine.
Anche questo libro procede sui pensieri di Florian, con poche parti descrittive ma con uno sguardo tagliente e veloce sul mondo. Il dialogo la fa da padrone perché è proprio nell’altro, che sia un altro animale o umano, che i protagonisti di Kuijer trovano loro stessi. Il sorriso non vi lascia mai, nei suoi libri, così come la tenerezza, sentimento così poco di moda in questi tempi. 
Chiuderei con la frase del libro, adatto dai 10 anni in su,  che meglio sintetizza come mi sono sentita alla lettura di questo breve e intenso romanzo: 
“A volte qualcuno diceva qualcosa che ti faceva venire la pelle d’oca, non di fuori ma di dentro. La pelle d’oca al cuore.” 

Valentina 

“Florian” di Guus Kuijer, ill. di Alessandra Lazzarin, trad. Valentina Freschi, Camelozampa 2025 

venerdì 2 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MISSIONE DEI NONNI 

Nonnamatta e la missione detective, Moni Nilsson, Anna Fiske 
(trad. Laura Cangemi) 
Iperborea 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Nonnamatta gira ed esce dal cortile. Io mi tengo stretto a lei. Forte. 
In meno di un minuto siamo al parco giochi, che esiste ancora. Niente incendi in vista. Corro verso la sabbiera. Nella buca c'è la scatola di fiammiferi, o meglio, quel che ne rimane. È bruciata quasi tutta.. 'Giocare con il fuoco è pericoloso' dice seria Nonnamatta, 'anche se siete stati furbi a mettere la scatola in una buca, visto che la sabbia non brucia. Però avreste potuto farvi molto male. Sai quanto sono dolorose le ustioni?' 
Scuoto la testa e sento che stanno tornando le lacrime." 

Tutto è cominciato quando Tarzan e il suo amico Toro, con una scatola di fiammiferi appena rubata in cucina non si sa perché, vanno al parco giochi e si sfidano a tenere con coraggio il fiammifero accesso in mano. Ma da sfida nasce sfida, quindi quei due decidono di fare una 'bomba', ossia erba secca nella scatolina semivuota dei fiammiferi, interrata di pochi centimetri nella sabbiera, poi con un fiammifero superstite accensione di detta scatoletta che dovrebbe - a detta di Toro - esplodere e saltare in aria come un razzo... ma proprio in quel momento passa di lì il padre di un loro compagno di classe che li spedisce all'istante verso il cancello della scuola. 'Dovreste essere a scuola!' Nessuna possibilità di vedere l'esplosione, accidenti. L'ansia che dal loro giochetto possa sprigionarsi un incendio di dimensioni importanti fa il resto. Genera in Tarzan un mal di pancia senza pari che richiede l'arrivo immediato di Nonnamatta. 
A lei confessa il misfatto e, a cavallo di un motone (lo Stregaexpress),insieme vanno a controllare che il parco giochi sia salvo. 
Il mal di pancia è passato, niente ospedale dunque, ma neanche il ritorno a scuola. 
Nonna e nipote si sono ritagliati una giornata tutta loro, con l'intento comune di inventarsi qualcosa di bello. 
Dado alla mano, chi tira su il numero più alto decide il da farsi: Nonnamatta tre, Tarzan cinque! Evvai! 


Questo è il racconto di quel giorno. 

Come già è stato detto, nei libri di Nonnamatta ne succede di ogni. 
E anche in queste 150 pagine si passa dal pedinamento di una bambina apparentemente in grave pericolo, alla discesa da un balcone con una corda. Tutto quello che la fervida immaginazione di un ragazzino potrebbe pensare possa stare tra questi due eventi è probabile che sia venuto in mente anche a Moni Nilsson e che quindi lo troviate scritto sulle pagine di questo suo libro. 
Ma a parte il ritmo incalzante e il pensiero che davvero deve muoversi dentro la testa del lettore un po' come capita a una pallina in un flipper, forse val la pena tirare alcune conclusioni di tipo più generale sul tipo di rapporto che può legare un piccolo a un vecchio (qui in particolare, se diamo retta a Anna Fiske, davvero grinzoso e molliccio al limite del cadente). 


Diciamo che del mutuo soccorso si è già detto, ma ora mi pare che della naturale intesa che spesso si instaura tra vecchi e bambini, nella fattispecie tra nonni e nipoti, in questo libro tra le righe si trovi una delle ragioni, forse la principale. 
In verità la cosa mi è apparsa chiara discutendone con Susie Morgenstern, a proposito delle sue nonne e dei suoi nipoti. E tanto in Moni Nillson quanto nella mente di Susie Morgenstern, la cosa ha a che fare con i ruoli e con l'imparare a starci dentro. Susie Morgenstern, se guarda indietro alla sua attività di giovane madre educante, vede i tantissimi errori fatti, dovuti forse all'inesperienza o, ancora di più, alla responsabilità educativa che come madre si sentiva di dover esercitare. E via a far sbagli su sbagli. Poi si impara. Si impara anche che dagli errori qualcosa di buono si ricava sempre. Nonnamatta ha molto chiaro in testa che tra una madre e una nonna la grande differenza sta nel fatto che una madre non può sottrarsi alla responsabilità di insegnare come volare ai propri figli... 

"Una mamma deve potersi arrabbiare, e a me qualche volta succede ancora, se fanno cretinate. Diciamo che fa parte del lavoro di mamma. Però, per quanto ci provi, con i miei nipoti non riesco ad arrabbiarmi, Lascio che lo facciano i loro genitori." 

Mentre a una nonna sono richieste proprio nuove occasioni di volo da far sperimentare. Ed è in questa prospettiva che Moni Nilsson, in fondo alla sua rocambolesca storia, scrive
 
"La vita consiste nel giocare più che si può e tenere gli occhi aperti in modo da cogliere al volo le avventure che stanno lì ad aspettare. Nonnamatta si avvicina alla corda ancora appesa al balcone. Le viene un brivido nella pancia al pensiero di cosa sarebbe potuto succedere se Tarzan avesse perso la presa. Scuote la testa per mandarlo via. Sono pensieri che non portano a niente di buono. I bambini devono mettere alla prova le ali. Come farebbero, se no, a imparare a lanciarsi nel vuoto attaccati alla liane, a imparare a volare da soli?" 

Ecco a cosa servono i nonni. 
In una sola giornata con lei Tarzan ha imparato moltissimo. 
La più importante di tutte: il coraggio di sfidare sé stesso. 


Dal calarsi da un balcone fino ad assaggiare le lasagne di Fatima, o entrare nella squadra di pallone, Tarzan è stato davvero molto coraggioso, e presto di Nonnamatta non avrà più bisogno. 
E lei lo sa, ed è per questo che se la gode, finché dura.
Proprio come dev'essere. 

 Carla

lunedì 27 novembre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA BAMBINA HA ATTECCHITO

Diventare grande, Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 
(trad. Francesca Del Moro) 
#Logosedizioni 2023 


ILLUSTRATI 

"... ero piccola 
e sono diventata grande 
ero esile come un ramoscello 
e sono diventata robusta come una quercia 
ero tutta snodata quasi una contorsionista 
poi molto meno 
ero allegra 
e lo sono rimasta ma meno spesso 
m'incuriosiva tutto 
ma sono diventata esigente..." 

Un razzo punta verso la terra, tra due ali di fiori e piante c'è uno spazio libero per accoglierlo. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 

Quindi una grande cicogna, tornando da una pesca fruttuosa, tiene fra le braccia (!) due giovani con i corpi che si incrociano. E quindi un bebè, avvolto in una coperta dorme in un guscio che è anche un po' albero e sta mettendo radici... 
È fatta: la bambina ha attecchito e quindi cresce. 
Cammina lungo i percorsi di una vita, capace di vederne l'inizio, il punto di partenza e, alzando lo sguardo, di coglierne l'evoluzione, le sue trasformazioni. 
Da esile ragazzina a robusta e solida donna, da neonata a ragazza  - lividi e sbucciature e qualche feritina -  con gli anfibi nei piedi.

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Da giovane dipendente con un biberon e un telecomando, a donna indipendente che tutto ciò che le serve lo porta con sé, da spensierata a utile, dall'essere circondata da molti all'essere sola. Grata alla vita, un giorno, nel razzo che ha invertito la rotta, scompare. Non prima di essersi sentita parte di un tutto e poi di aver dimenticato tutto. 

Il senso potrebbe annidarsi qui: "convinta che scrivere per bambini significhi scrivere per tutti e scrivere per adulti escluda invece i più piccoli", firmato Laëtitia Bourget. E, se così è, perché  non estendere lo stesso pensiero anche scrittura per immagini di Emmanuelle Houdart? 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Non è forse lei quella che stratifica ogni sua figura di così tanti significati da cogliere, esplorando ogni singolo dettaglio, a età sempre molto diverse? Dal goderne in senso puramente estetico e di armonia compositiva, a volerne leggere riferimenti anche molto profondi. Uno per tutti: il libro di farfalle nel paniere di un futuro genitore che ritorna nel lettino di una bambina che lo guarda e 'lo legge' con occhi e dita interessate. 
Prima di dire ogni bene di questo libro, parrebbe necessario ribadire una osservazione che in altri casi è stata fatta e che riguarda la capacità di intesa profonda tra testo e immagine cui corrisponde una altrettanto profonda intesa tra il modo di leggere il mondo di chi scrive e chi illustra. 
Non è affatto una consuetudine che la qualità di un libro cresca in modo esponenziale rispetto alla somma delle due singole qualità che convergono (in realtà le qualità dovrebbero essere almeno tre o quattro, ma facciamo finta che...). In termini numerici, si potrebbe dire che in alcuni libri uno più uno faccia tre e non due. 
Questo è uno dei casi. In estrema sintesi li si potrebbe definire binomi felici. 
Bourget e Houdart si sono spesso incontrate e abbracciate sulle pagine dei libri, e nel catalogo Logos lo si può verificare facilmente. La prima cosa bella che succede con loro è il grande spazio che ciascuna lascia all'altra. E qui si potrebbe aprire una parentesi su quanto sia 'complesso' scrivere parole perché un illustratore ci si accomodi dentro. Basti dire che l'intesa di vedute sul risultato finale, la curiosità e l'attesa per il lavoro dell'altro, e il rispetto e la fiducia tra chi viene prima e chi viene dopo nel concepire un libro, tutto questo fa la differenza. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


Si sarà notato, qui, si spera. 
A parte questo lungo corollario, credo si debbano notare un paio di cosette. La prima, non indifferente, sta nel femminile che attraversa il libro. Conoscendo un po' la poetica di entrambe, accanto a una scelta - diciamo così - politica, mi pare che il femminile dipenda da quella onestà intellettuale, da quella verità sopra ogni cosa, che caratterizza il loro modo di raccontare
Sono due donne e, come tali, pensano e parlano. Non potrebbe essere diversamente. 
E in nome di quella stessa verità, raccontata con la nettezza di una poesia, con il garbo e l'ironia delle immagini, si racconta il lungo percorso di un'esistenza. 
Ed ecco la seconda cosetta. Essere capaci di raccontare in meno di centocinquanta parole che cosa è una vita, il senso di vivere. Con i molti punti di partenza e gli altrettanto numerosi traguardi. 

© Laëtitia Bourget, Emmanuelle Houdart 


E qui arriva la raffinatezza di saper parlare una lingua universale che tutti sono in grado di capire. 
A seconda dell'età di chi legge, ci si riconoscerà negli inizi o negli arrivi ma a tutti sarà chiaro quello che è detto in copertina con una felice sintesi: tutti noi siamo allo stesso tempo ciò che eravamo, un bell'imperfetto, e ciò che poi siamo diventati, un bel passato prossimo... 

Carla

mercoledì 29 marzo 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ENTRARE E USCIRE DI SCENA

Zio elefante, Arnold Lobel (trad. Cristina Brambilla) 
Babalibri 2023 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Un giorno mamma e papà partirono per un giro in barca. 
 Io non potevo andare con loro: avevo mal di gola e mi colava la proboscide. 
Andai a casa e mi infilai a letto. 
Scoppiò un temporale. La barca non tornò indietro. Mamma e papà erano scomparsi in mare. 
Ero solo. Restai seduto sul letto con le tende tirate. 
Dopo un po’ sentii la porta che si apriva. 
'Ciao, sono zio elefante' disse una voce. 
Guardai zio elefante. 'Che cosa stai fissando ?' mi chiese lui. 
'Ah, ho capito, stai guardando le mie rughe.'" 

Effettivamente sono proprio le rughe che hanno attirato l'attenzione del piccolo elefante orfano. 


Zio elefante ne ha moltissime e ne è perfettamente consapevole. È vecchio.
Con la stessa sicurezza con cui ha apostrofato il piccolo, lo porta via di lì, da quella stanza buia con le tende tirate e se lo porta a casa, in treno. Lì i due fanno un po' di conoscenza e contano diverse cose per ingannare il tempo. 
Arrivati a destinazione, lo zio accende una lampada a olio, per poi spegnerla subito dopo, visto che è abitata di un ragno che non ha gradito il calore e l'intrusione.
Cena a lume di candela e la mattina dopo il saluto all'alba, a cui si accoda anche il piccolo. 


Brevi presentazioni con i fiori, quindi passeggiata dove arrivano gli schricchiolii per zio elefante che possono curarsi solo tornando verso una comoda poltrona. 
La vecchia poltrona comoda fa venir voglia di raccontare una storia. Ma poi arriva la malinconia e anche le lacrime. 
Zio elefante trova un buon modo per superarla e sfodera anche la sua vena di cantautore. 
Insomma il tempo passa veloce fino al giorno del telegramma... 


Molte cose colpiscono nella costruzione di questa storia, divisa in nove capitoli.
A parte, ovviamente la grande qualità del disegno, qui con mezzetinte che ruotano dal rosa al grigio. Perfette per disegnare elefanti. 
La prima che colpisce ha a che vedere con la rapidità. 
Tutto succede in modo fulmineo. Niente lascia presagire gli eventi nella loro sequenza. Questo è un modo di raccontare che un bambino potrà riconoscere come familiare: nessun preambolo, nessuno slittamento verso i margini, nessuna possibilità di distrazione: tutto deve andare dritto al sodo. 


Tra la riga 8 e la riga 10 l'elefante è già orfano. E alla riga 15 si è già aperta la porta e ha fatto la sua comparsa zio elefante.
Bell'andatura!
La seconda ha a che vedere con le apparizioni/sparizioni, ossia con le entrate/uscite in/di scena del tutto imprevedibili e addirittura inspiegabili. Ne elenco solo alcune: scoppiò un temporale/la barca non tornò indietro oppure sentii la porta che sia apriva/Ciao sono zio elefante, o ancora prese una lampada dalla mensola e l'accese/ehi voi, disse una vocina
La terza ha a che fare con la precisione e la metodicità e un certo gusto per gli elenchi. A partire da quello iniziale riferito alla grande quantità di rughe del vecchio elefante. 
Ribadito, durante il viaggio in treno, questo gusto per l'esattezza si fa concreto nel conteggio di varie cose: dai pali della luce ai campi, fino ad arrivare alle bucce delle noccioline, unica cosa che i due riescono a contare con la necessaria calma. 
Si ripetono con metodo i conteggi e vengono messi in elenco. 
Ma a ben vedere questa precisione e amore per l'esattezza e il metodo sono sparse ovunque: dal rituale del saluto all'alba, alla presentazione del nipote fiore per fiore, al modo di farsi passare gli schricchiolii. Per non parlare della precisione con cui mette in elenco ciò che l'armadio di zio elefante contiene, generandone uno speculare quando tutta quella roba la indossa. 
La quarta ha a che fare con minuscoli colpi di genio che Lobel dissemina qui e lì. Il primo dei quali si manifesta in quelle tende tirate che rappresentano un gesto tangibile e visibile del lutto e del dolore del piccolo elefante. 


Altro piccolo colpo di genio è il gioco dei vestiti che mette in atto lo zio elefante: a ben pensarci è fatto di nulla eppure è visivamente meraviglioso, quanto efficace. 
Per non parlare dei giochi di proboscidi che si intrecciano che si sfiorano che si toccano e che, in assoluto silenzio verbale, testimoniano cura, calore e affetto reciproci. 
Ma la migliore è senz'altro la specularità tra la porta di entrata e quella di uscita.
 

Ecco, dunque: cura, calore e affetto sono dappertutto. La storia in sé si tiene sulle tre cose, ma, cucito insieme esiste anche un quinto elemento che Lobel inserisce, senza parere. 
Imbastita, diciamo così, nella fodera, ossia all'interno della storia che zio elefante racconta al nipote, c'è una bella inversione di ruoli che vede il piccolo prendersi cura del grande, o per meglio dire, del vecchio.
La preziosa stoffa di Lobel!

Carla
 

venerdì 10 febbraio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

IL PARADISO DEI MATTI


Come più volte sottolineato in questo blog, l’opera dello svedese Ulf Stark è oggetto di un rinnovato, e meritato, interesse; dopo Iperborea, tocca a Feltrinelli recuperare un testo che aveva avuto già due edizioni e che ora viene riproposto, sempre con la traduzione di Laura Cangemi, nella collana Universale Economica Feltrinelli Ragazzi.
Il testo originale è del 1984 e precede di diversi anni ‘La grande fuga'. In realtà questo romanzo racconta due storie insieme, che si intrecciano strettamente: una, la principale, è quella di Simone, dodicenne con una leggera vena di follia e dal nome francese, che può indurre a imbarazzanti equivoci: è una storia che racconta del trasferimento della famiglia in un quartiere periferico di Stoccolma, dell’ingresso in una nuova scuola, con tutto quello che comporta; l’altra storia vede al centro del racconto il rapporto fra Simone e il nonno, che fugge dalla casa di riposo per passare il tempo che gli è rimasto con la famiglia.
Il primo filone narrativo utilizza un registro ironico e descrive con un certo gusto del grottesco le vicissitudini di Simone, nome proprio femminile francese, che a scuola viene scambiata dall’insegnante, soprannominata Cutrettola, per un maschio: Simon, nome proprio maschile. I diavoletti che albergano nella testa di Simone colgono la palla al balzo e Simone decide di stare al gioco, dando vita ad una serie di situazioni esilaranti. Di lei si innamora una ragazzina, baciata contro voglia e maldestramente, mentre Simone accetta tutte le sfide lanciate dai maschi, primo fra tutti Isak.
All’originalità, Simone è abituata: sua madre, illustratrice per riviste di moda, veste in modo stravagante e convive con Yngve, destinato a subire le stravaganze di madre e figlia. E non la spaventa dover inventare ogni giorno mille stratagemmi per nascondere, a scuola, la sua vera identità.
Il secondo filone narrativo, pur continuando a utilizzare uno stile sottilmente ironico, usa in realtà un altro registro: il centro di questa narrazione è rappresentato dal viaggio all’isola di Möja, dove il nonno aveva una casa in cui è vissuto fino alla morte della moglie. Arrivato qui, in sedia a rotelle, suona per l’ultima volta il violoncello, mette a posto le stanze e chiude la casa per sempre. Questo episodio viene, molti anni dopo, messo al centro del romanzo ‘La grande fuga’.
Il nonno ha capito che non gli resta molto da vivere e decide di salutare tutti con una grande festa in giardino, fra petali volteggianti e api.
In questo romanzo, che consiglierei a lettrici e lettori dai dodici anni in poi, si intravedono moltissime tematiche: dal rapporto fra le generazioni, alle difficoltà della crescita, alla scoperta della propria identità sessuale. Un romanzo denso che in nessun momento scade nel didascalico, al contrario riveste i personaggi con uno sguardo ironico e affettuoso nello stesso tempo, osservando gli ingenui tentativi dei più giovani con la stessa partecipazione con cui descrive la malinconia dei vecchi.
La vecchiaia in Stark non è mai rancorosa, al contrario è segnata da una sorridente serenità anche di fronte all’inevitabile fine; il nonno di Simone è una presenza confortante, l’unica persona a cui la ragazzina può confidare le sue bravate.
Il linguaggio dell’autore svedese è ricchissimo di metafore che, uniformandosi al momento in cui sono inserite, diventano prosaiche o poetiche, talvolta spiazzanti.
Per la sua ricchezza e originalità, anche questo teso di Stark è da considerare necessario per i ragazzi e le ragazze che amino testi intelligenti e scritti con grande maestria.

Eleonora

“Il paradiso dei matti”, U. Stark, trad. L. Cangemi, Fetrinelli 2022





mercoledì 14 dicembre 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

GIOIELLO BRILLANTE

La ragazza Bambù, Edward van de Velden, Mattias De Leeuv 
(trad. Laura Pignatti) 
Sinnos 2022 


NARRATIVA ILLUSTRATA (dai 9 anni) 

"Quel giorno il tagliatore di bambù aveva ricevuto un grosso ordine, quindi impugnò il coltello e curvò la vecchia schiena quasi fino a terra. 'Jie' disse la terra. No, anzi, fu il bambù a parlare 'Cosa?' pensò il tagliatore di bambù. Sembrava che il bambù avesse detto qualcosa! Ma non era possibile. Il tagliatore pensò: 'Oggi sento cose che non ci sono'. 'Jie' sentì di nuovo. Il tagliatore di bambù cadde in ginocchio, guardò il punto sulla terra da dove sbucava un nuovo germoglio, e ora ebbe l'impressione di vedere cose che non c'erano. Perché vide una bambina, che disse di nuovo: 'Jie'. Era lata circa undici centimetri, aveva una splendida veste azzurra e scarpette blu scuro ai piedini minuscoli." 

Quella piccolissima creatura diventa la bambina che il tagliatore di bambù e la sua sposa, sarta, non avevano mai avuto e molto desiderato. A ogni centimetro in più di sua crescita, loro si sentivano ringiovanire. Sono bellissimi i momenti che passano insieme, perché la bambina con loro è molto affettuosa e piena di premure. 
Piovuta dal nulla, i due vecchi non smettono di chiederle da dove sia arrivata, ma la piccola Jie, tra una risata, una carezza e un gioco, non risponde mai. 
Cresce e diventa una bellissima ragazza, con un nome ancora più bello, Nayotake no Kaguya-hime, la principessa splendente del flessuoso bambù, nome che le hanno dato tutti coloro che di lei si innamorano. E sono tanti. 
Come è naturale che sia, i suoi genitori adottivi, seppure vecchi e consapevoli del fatto che di lì a poco  l'avrebbero persa, pensano che sia arrivato anche per lei il momento di sposarsi. 


Jie, in cuor suo non cerca affatto marito, e soprattutto è ben sicura di non poterlo fare. Così a tutti i pretendenti - dall'imperatore in giù - chiede sempre prove d'amore impossibili, fino al giorno in cui, davanti a un ragazzo semplice, senza nome e senza dote, il suo cuore salta e vola alto. 
Ma la sua segreta sicurezza di non potersi sposare neanche con lui, la porta a progettare anche per il ragazzo una prova impossibile. Mentre tutto questo accade, c'è qualcuno, una bambina che dalla luna con il suo cannocchiale tutto osserva e, biscotto dopo biscotto, controlla e si bea della complicata situazione di Jie, sulla terra. 
Questa è la fiaba di una bambina minuta che un giorno apparve tra le canne di bambù nella piccola isola di Oi. Un dono, un prestito, chissà, per due vecchi genitori che sapranno amarla almeno quanto lei ama loro. Lei, che cova in sé un grande segreto, ne scopre un altro ancora più grande: l'amore. 

Un piccolo gioiello narrativo, illustrato felicemente nel rispetto di iconografia e stile nipponici, che ha le sue antiche radici in una fiaba della tradizione giapponese. 
Ma accanto a questo aspetto di magia e meraviglia, che appare in tutto il suo splendore ma pur sempre entro il canone della fiaba classica, ossia l'arrivo di una minuscola creatura in una famiglia senza figli, i personaggi consueti del contesto della tradizione giapponese -un tagliatore di bambù e una sarta di abiti lussuosi- la cui origine semplice, ma specchiata si contrappone a quella dei pretendenti, gaglioffi e pieni di ricchezze. 


A questo si aggiunge lo schema consueto delle prove non superate dai personaggi negativi, circostanza che li rende ancor più negativi, l'arrivo del giovane pretendente, diverso per origine e censo, l'aiuto dell'animale magico, in questo caso le rondini. 
E ancora, la trepidazione dei vecchi genitori, le loro affettuose abitudini, la loro saggezza, e - in una prospettiva più che altro formale - il ripetersi di determinati comportamenti, quasi un rituale, qual è per esempio la risatina della madre che torna ogni volta che la figlia formula le singole prove d'amore, salvo poi trasformarsi in un sospiro quando si tratta del giovane senza nome. 
Ecco, ad aggiungersi a tutto questo, però,  ci sono due elementi che meritano un'attenzione ulteriore: da un lato l'idea della storia cornice, ossia tutto quello che succede al di fuori della piccola isola di Oi, e che invece accade sulla luna. 


E dall'altro il perfetto meccanismo che regola la sintonia tra 'la cornice' e il 'quadro' ed è capace di creare, nel corso della narrazione, piacevolissimi cambi di prospettiva, che hanno la prerogativa di generare curiosità, ma soprattutto vanno a comporre un raffinato incastro, proprio sul finale. 
Tutto torna, come in ogni fiaba che si rispetti. 
In sostanza, non ci si aspetterebbe che una fiaba possa trasformarsi in un racconto pieno di tensione emotiva, eppure questo accade. La lettura, superati tutti i passaggi canonici, prende a correre e a tenere il lettore incollato alla pagina, fino al momento in cui tutto il rompicapo si compone davanti al suo sguardo, beato e ammirato per tanta perfezione. 
Intorno a tutto questo ruota lei, la storia cornice che ha il pregio di svelarsi per quella che è solo in chiusura. Fino a quel momento poteva essere letta in modi differenti: come il punto di vista di un lettore, oppure dell'autore stesso. 
Qualunque cosa essa abbia voluto rappresentare, brilla.

Carla