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lunedì 6 gennaio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

E' SEMPRE VERO

I Tillerman, Cynthia Voigt (trad. Marina Migliavacca)
Il Barbagianni 2024 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"La donna avvicinò il viso tondo e triste al finestrino dell'auto. 'Fate i bravi' si raccomandò. 
'Capito? Voi piccoli state a sentire Dicey. Capito?' 
'Sì, mamma' risposero. 
'Allora va bene.' Si mise la tracolla della borsa sulla spalla e si allontanò, ciabattando con i sandali che avevano i cinturini rotti, i gomiti ben visibili attraverso i buchi del maglione troppo grande, i jeans scoloriti e sformati. Quando la sua sagoma scomparve tra la folla dei clienti che si accalcavano al centro commerciale quel sabato mattina, i tre bambini più piccoli si sporsero istintivamente in avanti, verso i sedili anteriori, dove stava seduta Dicey. Lei aveva tredici anni ed era capace di leggere le cartine stradali. 
'Perché ci siamo fermati qui?' chiese James. 'La spesa l'aveva già fatta. Non c'è motivo.' James aveva dieci anni e pretendeva che tutto avesse una chiara motivazione. 
'Non lo so. Hai sentito anche tu quel che ha detto, no?' 
'Lei ha detto solo "adesso ci fermiamo qui" ma non ha spiegato perché."

Questo è l'inizio della storia di questi quattro fratelli, i Tillerman: Sammy di sei anni, Maybeth di nove, James di dieci e Dicey, tredicenne. 
La loro madre si è appena allontanata dalla macchina. Si è diretta verso il centro commerciale, ma da loro non è più tornata. I quattro ragazzini, prima aspettano, ma con il passare delle ore, realizzano che qualcosa deve essere successo e che da questo momento in poi se la devono cavare da soli, o per meglio dire, sono passati sotto la guida della loro sorella maggiore. 'State a sentire Dicey', è stata l'ultima indicazione della madre, l'ultima frase cui appendersi... 
Quella mattina erano partiti tutti per andare a Bridgeport dalla zia Cilla, una prozia che forse li avrebbe potuti aiutare. Lei è l'unica parente che ha mantenuto un contatto con loro: una cartolina a Natale, tutti gli anni. Ma poi in quella fatidica mattina qualcosa è andato storto. Adesso Dicey, con pochi dollari in tasca, si trova sulle spalle la solitudine e la responsabilità dei suoi fratelli. Piuttosto che cercare aiuto tra gli adulti, con il terrore che, in assenza di madre, li possano dividere, decide di mantenere il progetto originario, quello di andare a Bridgeport. 
Ma a piedi. 
Questo è il loro lungo viaggio attraverso la provincia americana, dal Connecticut al Maryland, tra parenti e gente sconosciuta, tra brave persone e malviventi. Sempre con una manciata di monete in tasca. 
Questo è il loro modo di misurare se stessi, di imparare a cavarsela, il loro modo di fare i conti con la realtà, a volte anche molto dura. 
Obiettivi da raggiungere: fare squadra e trovare finalmente un po' di serenità e un posto dove potersi sentire di nuovo a casa. 
Riuscire finalmente a provare il senso di appartenenza, senza il quale si vive maluccio.

Questo libro ha più quarant'anni e più di quattrocento pagine. 
Cynthia Voigt lo ha pubblicato, con il titolo Homecoming, nel 1981. Ambientato nell'America dei primi anni Settanta restituisce in pieno la temperie di quegli anni e  delle storie on-the-road. Nella letteratura per ragazzi sono innumerevoli gli esempi e tutti - necessariamente - devono partire da un elemento determinato e comune: la solitudine, l'abbandono, la fuga, la scomparsa di tutti i punti di riferimento su cui di solito un ragazzino - qui quattro fratelli - può fare affidamento: gli adulti, o per meglio dire, una famiglia, quale che sia. 
Cynthia Voigt si inserisce alla perfezione nella cornice di storie del genere. 
Dalla riga cinque già si intuisce che quella madre è in difficoltà. Quel suo abbigliamento sdrucito, quel suo sguardo triste, quella sua frase sibillina sono tutti segnali che la direzione che la storia sta prendendo è quella di un abbandono. 
Ci siamo. La storia on-the-road può cominciare. 
Il passo successivo, nei romanzi di bambini soli diretti chissaddove, prevede la costruzione e il relativo crescendo del lato avventuroso della vicenda. 
Il modello prevede, di norma, diverse prove da superare, attraverso le quali i protagonisti crescono, consolidano il loro coraggio e la personale consapevolezza e soprattutto misurano la complessità della realtà e delle relazioni interpersonali. 
E anche in questo, I Tillerman rispetta il canone. 
E allora dove si trova l'originalità? In due cose principalmente: nelle cento pagine finali e nella compattezza che questa piccola squadra dimostra di avere per arrivare a vincere. 
La bellezza dei Tillerman non sta tanto nel loro avventuroso viaggio, quanto piuttosto nel loro essere i Tillerman. Nessun Tillerman escluso, si intende. 
Lo spessore del libro si percepisce proprio in questo loro diversissimo modo di reagire agli eventi. In tale prospettiva si costruisce, pagina dopo pagina fin quasi alla fine, lo spessore dei personaggi. Si impara a conoscerli e a familiarizzare con loro. Si impara a capire cosa stiano cercando, si apprezza la differenza di percorsi che scelgono per arrivare all'obiettivo comune. 
Ognuno di loro si distingue rispetto alle situazioni: si passa dalla mitezza di Maybeth che viene scambiata spesso e volentieri per stupidità, alla lucidità del pensiero di James, che ogni mattina si sveglia e pronuncia la frase è sempre vero, passando per il grande senso pratico e la determinazione senza scrupoli di Sammy, che lo porta più volte a un millimetro da guai seri. E poi c'è Dicey che tiene in mano il loro destino comune, dimostrando di saper governare con sapienza la barra del timone. Anche in senso letterale... 
Si susseguono i fatti, si generano le singole strategie di reazione. Di volta in volta, esse si intrecciano generando trame e situazioni sempre differenti. E con lo scorrere del tempo le loro relazioni interpersonali mutano, ma inevitabilmente si consolidano. E il risultato finale è un pacchetto di mischia invincibile. 
Due parole ora sulle cento pagine finali. Succede che tutto, a circa un centinaio di pagine dalla parola fine, prende un ritmo diverso. 
Quel passo cadenzato, tutto sommato regolare a cui il lettore era abituato, si modifica e comincia a saltellare in diverse direzioni. Se da un lato gli scenari di sfondo e personaggi smettono di susseguirsi sulla scena - il contesto infatti ora rimane identico: una fattoria in grande disarmo a Crisfield, cittadina del Maryland e i protagonisti sono non più i quattro Tillerman, ma i cinque Tillerman (!) - dall'altro è sul piano emotivo che la storia letteralmente spicca il volo. 
Si rimane incollati alle pagine, si aspetta con trepidazione che le cose vadano in un senso, si resta con il fiato sospeso quando le si vede andare in direzione contraria, ci si preoccupa, si ride, ci si appassiona, ci si commuove e poi e poi e poi... 
Va letto! 

Carla

lunedì 5 agosto 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

La casa che un tempo, Julie Fogliano, Lane Smith, 
(trad. Chiara Carminati)
Rizzoli 2019


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)

"In cima alla collina
c'è la casa
che pende sbilenca.
La casa che un tempo
non era screpolata così.
La casa che un tempo
era invece dipinta di blu."

Due bambini si affacciano su un sentiero in salita che porta alla casa che casa non è più. E arrivati lassù trovano una porta sospesa e una finestra rotta. Che fare? Entrare. Sottovoce e in punta di piedi la esplorano e si interrogano sulla mancanza, sul silenzio che è arrivato dopo il rumore di chi la ha abitata. Ma la grande domanda è appunto: quegli oggetti continuano a parlare e allora chi ha vissuto tra queste mura, chi si è guardato in quello specchio, o dormito in quel letto, o riposato su quella sedia?
Vanno in direzioni diverse i pensieri di quei bambini: forse un capitano o forse una pittrice o forse gli abitanti sono solo smarriti in cerca delle chiavi perse?
La casa rimane lì e sembra voler aspettare o più semplicemente testimoniare. Magari è anche contenta di poter ospitare il bosco che ha intorno e che piano piano entra dal tetto.
Le domande restano domande, il garbuglio di rovi , che allude a Rosaspina senza troppi sotterfugi, viene riattraversato e al di là della pagina e al di là del bosco c'è una casa e - ancora una volta - c'è una cena che li aspetta.

Julie Fogliano non va mai ignorata. 


Per tre ordini di motivi: ha spesso cose belle da raccontare, come capita ai poeti, prende velocità e direzioni differenti, come capita ai poeti, e la sua voce sale sempre fuori dal coro, come capita ai poeti.
E come se non bastasse, in questo preciso libro viaggiano con lei due altri grandi talenti: quello di Chiara Carminati, alla traduzione, che fa suonare la lingua con parole come un silenzio che scricchiola o una porta sospesa tra l'andare e il venire, e quello di Lane Smith, illustratore gigante.
Julie Fogliano negli Usa (e anche altrove, a giudicare dalle molte lingue in cui sono tradotti i suoi libri) è un'autrice molto amata e molto stimata.
In Italia, finora, non pare essere per tutti.
Forse perché è poesia? E si sa, la poesia è una roba da iniziati.
Forse perché la sua non è velocità ma lentezza? E si sa, chi è lento resta indietro.
Forse perché si occupa di piccolezze, come un seme che non cresce, o una balena che non passa, o una casa un po' sbilenca e rotta? E si sa, cose così son senza importanza.
Che dire? Il peggio è per chi la ignora.
Intorno a due perni tutto ruota: una casa e l'assenza, il non essere (di dickinsoniana memoria).


Si tratta di una casa che non è più una casa, ovvero è avvenuto quel lieve passaggio fondamentale che l'ha resa diversa da prima. Continua a essere una house, seppure sbilenca, ma non è più home di qualcuno, a parte la famiglia dell'onnipresente uccellino di Lane Smith. 


Linguisticamente, tale differenza esiste e resiste anche nel tedesco, ancor più precisamente che nell'inglese, e si percepisce nella distinzione tra Haus e Zuhause (in italiano suonerebbe qualcosa come 'Casa' e 'a casa') e che il traduttore dell'edizione Sauerländer non si è lasciato sfuggire, tradendo il titolo originale, ma restituendo il senso originale della questione.
Una casa può esistere anche 'in assenza' di abitanti. Ma un 'a casa' non può esistere 'in assenza' di persone.
Julie Fogliano ha ancora una volta fatto centro.
Parte da un piccolo punto per poi ampliare l'orizzonte e rendere universale il valore del suo discorso.
Si era partiti da un seme, si era partiti da un desiderio di bambino, e si era finiti a parlare del senso della cura, dell'attesa, della tenacia, dell'impegno, della speranza. E oggi qui si parte da una vecchia casa di legno abbandonata che, sebbene formalmente sia un contenitore senza funzione, diventa agli occhi di quei bambini che la esplorano uno scrigno pieno di cose preziose che hanno il merito di suscitare curiosità, immaginazione e riflessioni su cosa faccia di un edificio una casa. Domanda imprescindibile per l'umanità intera, comparabile all'interrogativo: che cosa fa di un corpo umano una persona?
Per mettere nelle mani di chi legga questo libro un temone del genere senza dare la sensazione si tratti di un macigno insormontabile, la poetessa Julie Fogliano fa la poetessa e costruisce, alleggerendo, stemperando, mischiando. E si prende il suo tempo.
E con lei, Lane Smith. Entrambi riempiono di aria 'la casa che (era) un tempo' e danno corpo e concretezza visiva all'immaginario. E lo fanno in perfetta armonia e accordo di toni. Lane Smith smaterializza ciò che nella storia è concreto e dà spessore e colore a ciò che è solo immaginazione. 



Le due tecniche affiancate sono lì a dimostrarlo.
Tutto questo conferisce una bella profondità di ragionamento.
Fogliano con una sequenza di oggetti e domande che prendono mille direzioni diverse, e con un finale che, oltre a rendere un omaggio alla cena calda per antonomasia preparata per Max nel 1963 da Sendak, conferma questo scenario come il più condivisibile, nell'immaginario collettivo, per rendere l'idea di Home, Zuhause, a casa.


Lane Smith, da un lato, costruisce con frammenti (che arrivano anche dalla sua infanzia?) un collage di elementi diversi e dall'altro colora con la sua tecnica specialissima in cui mischia e stratifica l'acrilico o il gesso al colore a olio. La precisione è affidata al pennino. E nella composizione finale tutto viene rielaborato al computer.
Il risultato è il medesimo: rarefazione, trasparenza, profondità di ciò che è vero e corposità di ciò che è solo immaginato. Tutto, attraverso un processo lento e accurato e talvolta imprevedibile.

Carla


lunedì 1 settembre 2014

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CLICK, QUANTO LA MENTE SI SPEGNE


Di Luigi Ballerini abbiamo già parlato qui, in merito a La Signorina Euforbia, premio Andersen di quest'anno. Dello stesso autore vi propongo ora un titolo molto lontano dall'atmosfera fiabesca; in Click!, infatti, domina la realtà, anzi una realtà particolare. Il protagonista, Cesare, scopre all'improvviso di soffrire di epilessia, che si manifesta repentinamente come se il cervello andasse in stand by, si spegnesse per un breve periodo, di cui non resta memoria. La prima volta succede in classe, con ricovero immediato e panico generale.
L'esperienza dell'ospedale per un quindicenne non è certo esaltante, ma è anche l'occasione d'incontro con altri, e ben più gravi, tipi di sofferenza. Cesare fa amicizia, e diventa un'amicizia vera, con il suo compagno di stanza, Tommy, affetto da un tumore benigno al cervello. Parliamo dunque di situazioni estreme e rimosse con decisione dalle mamme, che temono anche solo nominare malattie così inquietanti. Ma anche questo fa parte della realtà, una realtà che non può essere ignorata. Seguiamo, dunque, Cesare dopo la dimissione dall'ospedale, nel rapporto con i suoi amici, vecchi e nuovi; ci misuriamo con la difficoltà di ammettere il proprio limite e questa mi sembra l'osservazione psicologicamente più acuta. Nell'era dell'omologazione e in un'età, l'adolescenza, in cui l'appartenenza al gruppo di uguali è determinante, il sapersi 'diverso' è difficile da accettare, non si mette in piazza un proprio limite se non con gli amici più cari. Superare questo atteggiamento è il passaggio che consente di costruire in modo nuovo la rete amicale che costituisce un vero paracadute di molti ragazzi e ragazze. Per esplicitare tutto questo, l'intreccio narrativo si arricchisce, forse un po' troppo, di personaggi e di problematiche: l'amico che prende una brutta strada, quindi tossicodipendenza, alcol, devianza; il bullo che in realtà è fragile; il fratello saggio di Tommy, una sorta di deus ex machina, di coscienza adulta disponibile al confronto. E Leti, amica del cuore e forse prossima fidanzata. Tutto tutto insieme è un po' troppo, pur comprendendo il desiderio dell'autore di voler dar conto della complessità della vita da adolescente, le molteplici sfaccettature del 'rischio' nelle comunità giovanili.
La storia di Cesare è raccontata in prima persona, con leggerezza, nonostante l'argomento, e con ironia; alcuni passaggi sono davvero interessanti e originali, nel descrivere il punto di vista di un adolescente. Sicuramente lodevole l'aver aperto una finestra sul tema della malattia, evitando accuratamente toni melodrammatici.
Lettura per ragazze e ragazzi alle soglie dell'adolescenza, con buona pace delle mamme apprensive.

Eleonora

“Click!”, L. Ballerini, Edizioni EL 2014



lunedì 12 novembre 2012

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


LASCIATI SOLI

HÄNSEL E GRETEL, Jacob e Wilhelm Grimm, Sybille Schenker
Minedition, 2012
 
ILLUSTRATI PER MEDI (dai 6 anni)


"Quando la luna apparve nel cielo, i due fratelli si misero in cammino ma, purtroppo, delle briciole non vi era traccia: gli uccelli della foresta le avevano mangiate.
'Non disperare! Ce la faremo a tornare a casa!' ripeteva Hänsel a Gretel.
Ma così non fu."

No. Così non fu, almeno per il momento. L'atmosfera già scura di un bosco notturno illuminato solo dal chiarore della luna si incupisce ancora di più, una volta capito che tra quegli alti alberi i due bambini sono restati da soli. Nessuno tornerà a prenderli, nessuno verrà a salvarli.
E alla paura si aggiunge l'abbandono. Ci può essere di peggio? Sì, la cattura e la morte in agguato.


Hänsel e Gretel è forse una delle fiabe più nere dei Grimm, anche se nel riscatto finale dove scaltrezza, determinazione, gioventù hanno la meglio sulla crudeltà, il clima si rasserena e ogni cosa torna a pacificarsi.
Molti illustratori si sono cimentati con questo testo, ma solo pochi (uno, che io conosca: Lorenzo Mattotti) hanno scelto il nero assoluto come 'dominante' cromatica per assecondare la cupezza del racconto.
Sybille Schenker si è messa sulla scia. Non il nero assoluto, ma tanto nero, varie trasperenze che ricordano il genio di Munari (per esempio Nella nebbia di Milano, altro libro nero) e soprattutto una luce radente che di ogni figura taglia il profilo con nettezza.
Se un lettore si fermasse ad osservare le figure monocromatiche del libro non potrebbe non notare che tutte sono 'scontornate' da una luce contrastante che ne esalta il profilo, come una lama di tagliente. Ed infatti è proprio una lama tagliente che le ha realizzate: tutte le tavole del libro nascono come 'silhouette' ritagliate. E qui la giovane Sybille dà il meglio di sé. Le sue creazioni migliori hanno bisogno di essere fatte di autentici vuoti e di pieni, ottenuti togliendo materia. Qualcosa che assomiglia un po' alla scultura ma che si muove sulla doppia dimensione di un foglio. In questo senso le pagine di carta da lucido giocano a rinforzare il senso che la silhouette vuole trasmettere al lettore.
Sybille Schenker è prima di tutto una designer e lo si vede nell'intera composizione del libro, immaginato per l'appunto da chi del libro vuole far risaltare anche e forse soprattutto l'aspetto oggettuale. Legatura 'cinese', sovraccoperta di acetato, copertina rigida traforata, inserti di lucido su copertina opaca, sono solo le prime soluzioni grafiche che il libro ci offre


Il libro è bello, non lo si può negare, ma 'squilibrato' nel suo essere soprattutto un oggetto fatto di virtuosismo. Un bell'esercizio di stile. Lo si prende in mano, si girano le pagine e si rimane incantati dalle soluzioni formali, per gli effetti di trasparenza o di luce ogni volta diversi, ci si sofferma sui vuoti o sui pieni, si apprezzano le carte ogni volta di peso e fondo diverso. Si fa tutto questo, ma la fiaba resta indietro. Non viene voglia di leggerla. Attratti da tutto il resto, ancora una volta abbiamo lasciato quei due bambini da soli....


Hänsel a Gretel meriterebbero di più.

Carla

Noterella al margine. Mi piacerebbe sapere perché nell'edizione in lungua inglese la vecchina non è decrepita e ossuta, ma paffuta e occhialuta...


martedì 30 agosto 2011

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

CANITUDINE, ovvero CANI E IN/GRATITUDINE


Sul rapporto fra bambini e cani è facile scrivere con grande enfasi e con un po’ di retorica; il motivo c’è ed è che è davvero una misteriosa alchimia, e chi vi scrive la conosce bene: ho dovuto lottare a lungo, in famiglia, per far accogliere il mio primo cane, amatissimo, raccolto per strada, come la maggior parte di quelli che lo hanno seguito. Indimenticabile (qui vedete un ritratto, da me eseguito molti anni fa, che lo renderà immortale). Proprio perché ho dovuto aspettare tanto, dieci anni di campagne promozionali e di lettere scritte ai giornalini per bambini, non ho fatto mai mancare a mio figlio, se non per brevi periodi, la compagnia di una giovane belva, intraprendente ed entusiasta come solo i cani sanno essere; così, c’è stata Adi, la 'guardiana dei sogni', che cacciava i mostri dai sogni di Andrea, e poi sono arrivate Pece e Stella, due anime libere, che ci hanno sconvolto la vita, selvagge ed irruente come erano (diversi mesi vissuti da randagie); ma ci hanno fatto ridere, arrabbiare, correre nei prati, fino ad essere le nostre inseparabili compagne di vita. Noi, piccolo coraggioso branco, asserragliato nella metropoli. I cani sono empatici, sanno leggere nel pensiero (o meglio, scientificamente, sanno leggere le nostre espressioni facciali, a differenza del cugino selvaggio, il lupo), condividono con noi emozioni primitive, proteggono i nostri cuccioli come farebbero con i propri. Spesso incutono nei bambini un senso di sicurezza, di condivisione. Quindi si tratta di un discorso serio, al di là di qualsiasi retorica, che talvolta accompagna le storie di cani e bambini. Qui ve ne propongo due che non corrono questo rischio.
La prima è una ristampa di Babalibri (www.babalibri.it), Cane blu: Blu, il cane protagonista, che viene dal nulla e che diventa l’amico speciale di Carlotta, è un cane 'magico', incarna il totem del mistero, della forza gentile, del coraggio; i genitori della bimba diffidano di lui, e proibiscono a Carlotta di tenere il cane con sé; tempo dopo, durante un picnic, la bimba si perde nel bosco; ed ecco ricompare Blu, che la rassicura, la protegge dallo Spirito del bosco, incarnato da una pericolosa pantera, e la riporta a casa. Carlotta e Blu diventeranno inseparabili.
Più difficile il secondo libro, pubblicato da Gallucci (www.galluccieditore.com) Un giorno, un cane, perché racconta, con crudo realismo, una storia d’abbandono; la rigorosa scelta grafica, di usare il segno a matita puro e semplice, rende la storia stringata ed essenziale. Non c’è una riga di testo e Gabrielle Vincent riesce a raccontare, tavola dopo tavola, la storia del classico cane di casa, che un giorno diventa troppo ingombrante e fastidioso e viene scaricato dalla macchina ai bordi di una strada. Il suo girovagare smarrito provoca un grave incidente stradale, le macchine accartocciate in un groviglio di lamiere e sirene. Il cane scappa, sempre più lontano, sempre più solo; arriva in una città, continua a girovagare, frugando fra l’immondizia e schivando la selva di gambe (umane); alla fine, dopo questa desolazione, incontra un bambino, si guardano da lontano e il loro scambio di sguardi è uno scambio di storie, l’inizio di una storia comune. Nonostante il lieto fine, non me la sono sentita di inserire questo libro nel settore dedicato ai ragazzi; mi sono resa conto che il contenuto realmente difficile da spiegare ai bambini è il tradimento: perché gli adulti ne sono capaci, perché persone per bene riescono a spezzare un legame così profondo; di cosa sono realmente capaci, gli adulti?
E’ quindi un libro che richiede una mediazione aperta a domande davvero imbarazzanti; nello stesso tempo, è un libro emozionante, efficace nella sua essenzialità.

Eleonora

“Cane blu”, Nadja, Babalibri, 2000, 2010
“Un giorno, un cane”, G. Vincent, Gallucci 2011