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lunedì 13 febbraio 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

L'ORA VUOTA 

Quando tornerà Hadda? aNNe Herbauts (trad. Maria Pia Secciani) 
Edizioni Clichy 2023 



ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

 "Quando tornerà Hadda? 
Ma sono qui, tesoro mio, senti, hai addosso la mia luce. 
Quando tornerà Hadda? Ma sono qui, stellina mia, guarda, hai la mia volontà. 
Quando tornerà Hadda? 
Ma sono qui, ragazzo mio, lo so, vedrai oltre l'orizzonte." 

In una grande casa, piena di luce e di tracce di vita, piena di mobili e di cose, le finestre aperte e le tende che si muovono con il vento, giocattoli un po' ovunque sulle mattonelle dei pavimenti, scarpe appena tolte, borse della spesa appoggiate, giornalini un po' sparsi, un piatto di sardine sul tavolo della cucina che aspettano di essere pulite e cucinate. 


Una sola cosa sembra mancare: la presenza di qualcuno, se non nello sguardo che attraversa stanza dopo stanza. 
E in tutti questi ambienti luminosi si sentono due sole voci fuoricampo: la prima, insistente, che sembra proprio quella di un bambino, che ripete sempre e solo la stessa domanda: quando tornerà Hadda? e la seconda, quella di Hadda che a un suo ritorno non allude mai, come se non ce ne fosse bisogno, perché lei, il suo mondo, la sua luce, la sua dolcezza è lì, e in molti luoghi ancora, e sempre ci resterà. 

Anne Herbauts è sempre stata capace di offrire nei suoi libri un punto di vista molto personale, sempre capace di farci vedere che cosa c'è al di là delle apparenze, e a voler essere più precisi, a vedere cosa il vuoto, l'assenza, possa significare e portare in sé. 
"Il vuoto è il luogo dove le cose possono avvenire", così recitava la presentazione di una mostra a lei dedicata a Bologna nel lontano 2007 e che proprio dal titolo di un suo libro meraviglioso prendeva il nome: L'ora vuota. 
Pensiamo anche al libro Lunedì che con il vuoto e l'assenza ha molto a che fare, a partire dalla copertina piena di nulla intorno a lui, Lunedì. O ancora il suo lento svanire con il procedere della storia, fino ad arrivare alla sua assenza che però non è sparizione, ma percezione diversa della sua presenza.


L'altro aspetto che caratterizza la poetica di Herbauts sta nel suo bisogno di interrogarsi e di interrogare anche i suoi lettori su grandi domande, quelle stesse che si pongono i bambini e che non prevedono una risposta veloce e superficiale, ma al contrario un pensiero lento e profondo: 
Di che colore è il vento? oppure Cosa fa la luna di notte? 
Ecco, in questo libro troviamo intrecciate magnificamente entrambe le questioni. 
Un assiduo domandare da parte di un bambino circa un vuoto, una assenza, da colmare. Alcuni indizi hanno fatto pensare che dietro quel nome che rappresenta la grande assente, Hadda, ci sia una nonna. E probabilmente è così. Ma lo è solo in modo strumentale per dare a un bambino una forma di mancanza che possa capire, per dare alle sue tavole un soggetto il più concreto possibile, ma in realtà dietro il nome Hadda e dietro gli occhiali e le chiavi sullo stipo ci si potrebbero nascondere anche molte altre partenze. Disegnare ciò che non c'è e nello stesso tempo attestarne la presenza è - per paradosso - più facile che invece raccontarlo a parole.
 

Anne Herbauts si prende dodici tavole per dirlo con pastelli e qualche collage e undici volte si dà l'occasione di trovare con le parole la risposta, le risposte. Si tratta di brevi frasi, sempre introdotte, come un ritornello, da una visione diversa rispetto alla domanda. 
Al ripetersi del Quando tornerà?, risponde sempre una voce che smentisce la partenza: Ma sono qui (ed ecco che anche qui capita quello che era capitato in Lunedì: cambia il senso da attivare per percepire, non più gli occhi, ma le dita lì, e anche qui si dimostra che se gli occhi non vedono, non significa che qualcosa manchi davvero. Il cinema ce lo ha insegnato con il fuoricampo). 
Tutte le risposte hanno fili che le tengono assieme: la tenerezza, la fiducia e la forza del ricordo. 
Le dodici tavole invece sono costruite attraverso uno sguardo fuoricampo, appunto - che coincide con quello del lettore, circostanza che letteralmente lo chiama dentro l'esperienza visiva  - che vaga per le stanze dove, da una parte non si coglie la presenza fisica e dall'altro invece, attraverso miriadi di dettagli, si allude proprio a questa presenza. 


In sostanza, la Herbauts tanto con il testo quanto con le immagini applica un criterio a lei caro: ti mostro qualcosa e nello stesso tempo ti offro un sistema per vederlo, percepirlo, interpretarlo in modo diverso. Su tutto questo si diffonde una qualità del disegno, una vera e propria sfida personale: dai quadri e le foto alle pareti, ai pattern di pavimenti, parati e tessuti, dalla botanica sul balcone al lampadario in soggiorno, che provoca un piacere in senso estetico che raramente si incontra. 

 Carla

mercoledì 31 luglio 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (lbri per incantare)


IL NIDO
Il nostro albero, Mal Peet (ill. Emma Shoard) trad. Sante Bandirali
Uovonero 2019


NARRATIVA PER MEDI (dai 10 anni)

"'Allora, Benjamin' disse mio padre. 'Questo sì che è quello che si può chiamare albero. Un vero albero.'
Rivedo me stesso mentre gli prendo la mano e alzo lo sguardo. Vorrei riuscire a ricordare com'ero. Cosa indossavo e tutto quanto. Ma non ci riesco. L'albero era una grande torre grigia che puntava contro il cielo la chioma di foglie verde chiaro. Attraversandola, il sole faceva un caleidoscopio di luce."

Sono passati più di vent'anni. Vent'anni di lontananza da quella casa d'infanzia, venduta in fretta e furia. E ora, quasi per caso, Benjamin ci passa davanti con il suo furgone. Si ferma e parcheggia un po' più in là. E' strano vedere la sua vecchia casa abitata da altri, ma è soprattutto 'il Nido' andato in malora a spezzargli il cuore e a riaccendere i ricordi di quel tormentato periodo. Il Nido, così l'aveva battezzata suo padre, quella casa sull'albero e l'aveva anche costruita per farne un rifugio, un luogo sicuro, da condividere con il suo bambino.
Un uomo sensibile che chiedeva scusa all'albero per ogni chiodo piantato nei suoi rami, un uomo dolce che aspettava l'alba con il suo bambino arrampicato lassù per sentire il canto dei primi uccelli, un uomo ingegnoso che sapeva costruire un piccolo arredo perché le ore lassù trascorressero nel migliore dei modi.
Un uomo particolare. Di certo non adatto alle routine familiari cui non riesce a star dietro. Sempre più solitario è lui che si arrampicherà su quell'albero, in quel nido e che vi troverà rifugio da un malessere e da un amore finito. A terra c'è una donna che non ha più molto da dirgli e dalla finestra si limita a guardare il vecchio faggio e a stramaledirlo davanti a quel bambino, a Benjamin, che a dieci anni e non capisce. 
A tutto ci si adatta e così i due genitori trovano una routine che li tenga lontani l'uno dall'altra: unico punto di contatto quel ragazzino. Fino al momento in cui compare sul prato quel maledetto cartello con su scritto AFFITTASI.

Un racconto scabro e per questo interessante. Nessuna valvola consolatoria si apre per andare verso un lieto fine. Al contrario, la bellezza di questa storia risiede proprio nei grandi silenzi sul tempo trascorso, nell'incertezza dei sentimenti, nell'incertezza del finale. Benjamin ora è grande ed evidentemente quell'albero e quella casa sull'albero -ultimo nido del padre- sono ancora una ferita aperta che lascia spazio al racconto del passato, ovvero a un pezzo della sua infanzia che drammaticamente arriva alle immagini, ha quasi il tono della sceneggiatura, del disagio e della separazione dei genitori. 



Un altro iato e il racconto torna al presente e alla conferma della fragilità emotiva di quell'uomo di fronte a un dolore grande e ancora in cerca di pace. Comincia così una sequenza di verbi al condizionale - avrei voluto dire, sarei venuto, mi sarei portato... tutti riferiti a una ipotetica ricostruzione di quel nido ormai in pezzi - che si concludono con un gesto che solo apparentemente sembra routine, ma che qui può diventare un simbolo, raccogliere ' le cose da buttare' che lo circondano. Sedersi e infine sentirsi bene per fare conversione a U.
Detestabili, perché pericolosi, sono i libri a tema.
Sebbene qui il tema, o forse dovrei dire i temi pensando al male di essere di Sean, sia forte e di sicuro impatto sulle animule vagule e blandule di ragazzi e ragazze che la separazione tra genitori l'hanno vissuta in prima persona o ne sono stati testimoni, tuttavia Il nostro albero ha una sua bellezza che va al di là di tutto questo, saltando a piedi pari la retorica, lo stereotipo, la consolazione, la soluzione facile.
Al contrario, mette solide radici nella questione, pur mantenendo nei suoi confronti la giusta distanza che permetta a ogni lettore o lettrice di trovarsi il proprio margine di confronto. In qualche modo si è già detto del percorso che Mal Peet sceglie di intraprendere e che lo libera dal pantano del libro a tema. La ruvidezza e la giusta distanza e solide radici, tre caratteri che condividono con quel vecchio faggio. 
Il racconto lucido di una sequenza di fatti, la volontà di affidare quasi esclusivamente ai pochi dialoghi e agli scarni gesti la descrizione degli stati d'animo dei protagonisti, rendono Il nostro albero un piccolo meccanismo di grande efficacia. Emma Shoard ne centra il tono, sfumando ed evitando contorni precisi, facendo una scelta cromatica sapiente che, al pari delle scarne descrizioni del testo, ha il merito di far intuire più che di affermare.


Mal Peet si concede solo il tempo necessario per girare intorno alla storia con il suo taccuino, prendendo appunti su quello che immagina, tenendosi a distanza, abbassando lo sguardo con pudore, quando è necessario. Lontano da ogni voyerismo e da ogni morbosità. E poi, in silenzio, anche lui come Benjamin si allontana.
Emma Shoard fa esattamente lo stesso con il suo pennello bagnato in tanta acqua e pochi colori. 



Impossibile non notare un'affinità, che trova conferma nelle poche parole entusiastiche sul libro, con David Almond.
Per entrambi si può parlare di una scrittura 'coinvolgente inquietante e splendida'.

Carla

Noterella al margine. Non si può non gioire del fatto che una storia così concepita sia in grado di attraversare intere generazioni, parlando a tutti quelli che la vorranno leggere o ascoltare, giovani o adulti che siano. Senza remore e con coraggio si va avanti nel testo illustrato, in un dialogo bello tra parola e figura.


venerdì 7 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara, carissima Formica,
Sai, hai ragione: guardare la terra è troppo doloroso. Dove c’era il mio amico stanno spuntando i primi fili d’erba. Tutto intorno a me brulica e si muove. E’ primavera. Ormai Tasso sta diventando un ricordo. Forse, dopotutto, i morti non vanno da nessuna parte. E’ strano da pensare. Stanno nella terra –fermi, finiti- e dentro di noi – vitali ed infiniti - ma non esistono più. Siamo noi, i vivi, che ci muoviamo. È nostro il viaggio. Proprio come i protagonisti dell’ultimo libro di cui mi sento di parlarti prima di alzarmi da qui a cercar qualcosa da mettere sotto i denti.
Lo hanno scritto ed illustrato due italiane, Beatrice Masini e Arianna Papini. Si intitola Si può1, e racconta di Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola che partono lasciandosi alle spalle una casa distrutta. Camminano e camminano. Camminano davvero tanto. Anche loro come il bambino ed il papà del libro che mi hai raccontato si aggrappano alle cose più piccole del quotidiano per andare avanti: pensano al sonno, alle cose strettamente necessarie, a trovare la strada.È un inizio davvero straordinario, perché parla a tutti, trasformando il lutto in una metafora del cambiamento.


Vedi, lo spirito mediterraneo? Nemmeno una parola per nominare la morte. Anche le immagini la evocano solo attraverso l’assenza di colore e sono in generale allusive e mute, forse perché non ci sono immagini per rappresentare un futuro che ancora non c’è.
Camminano e camminano, Quello Grande, Bambino Medio e Bambina Piccola. Sono assieme, ma non si parlano. Hanno delle valigie, ma non le aprono. Ci si siedono sopra piuttosto, e ognuno di loro si tiene stretto il segreto del loro contenuto. Sono assieme ma sono anche molto soli. Finché un bel giorno decidono di fermarsi nei pressi di un buco. Il vuoto su cui si affacciano è estremamente pericoloso, così decidono di riempirlo. E siccome lì attorno non c’è niente, aprono le loro valige. E sai cosa tirano fuori? I ricordi, amica mia. Quello che avevano, quello che non hanno più. Gettano tutto dentro al buco, anche il libro delle storie che tanto sanno a memoria, anche la chiave della casa distrutta. Con molta fatica il buco si riempie. Sassi e conchiglie, giocattoli vecchi e foglietti. Tutto il passato finisce lì dentro, finché non rimane che una bella superficie piatta. Ora è possibile costruire una casa e ricominciare a vivere. 


Costruire una casa su un buco…
Sembra incredibile, vero Formica? Eppure si può. Si può. Non solo guardare per terra, non solo scrutare il cielo, ma anche partire e ricominciare. 


Loro lo hanno fatto, ora vedo di farlo anche io!
Scrivimi presto!

Scoiattolo

P.S. Sai, avevo letto un libro in cui anche la Morte ricominciava a sorridere dopo aver perso la sua piccola ed unica amica…2



Ah, caro Scoiattolo,
siam qui che continuiamo a inanellare metafore, come fossero perle, nella nostra collana di pensieri. Quest'ultimo libro di cui mi parli per tutta la lettera mi sembra che più di altri suggerisca una possibile risposta alla questione. Fin dal titolo: si può. Mi sbaglio?
Io, d'istinto, preferisco trovarle da me le risposte e mi piace anche poco dare consigli in giro...
E men che meno li vorrei leggere in un libro.
Ma, ciò nonostante di Si può, accetto la costruzione - è proprio il caso di dirlo - metaforica. A me piacciono tanto le metafore, mi sono congeniali per comunicare con gli altri (se piccoli, ancora meglio): li offro in giro perché sono succosi e irresistibili piccoli frutti da raccogliere sulla pianta dell'immaginazione.
Ops, vedi, ci sono caduta di nuovo.
Tra i libri di cui ti ho parlato, alcuni sono treni che attraversano diretti la questione che ci interessa, ma più d'uno invece è stato costruito su una metafora: penso al libro di Ringtveg, con il matrimonio tra Sconforto e Dolore e Gioia e Letizia oppure a quello di Jeffers, con il cuore stretto in una bottiglia.
Però, vedi, qui in The heart in the bottle3, è così tanto potente la metafora che quasi puoi dimenticare per un momento la ragione che ha spinto quella bambina a chiudere il proprio cuore in bottiglia, ovvero il suo bisogno di metterlo al sicuro dal dolore. Quando ormai grande, un giorno, girando sulla spiaggia dove andava da piccola, incontra una bambina che, come lei, fa domande, succede qualcosa. In quell'istante a lei si riannoda nella testa il ricordo della propria infanzia felice e appagante con il nonno. Per questo vorrebbe non doversi limitare a dare risposte a quella bimbetta, ma volerle anche un po' di bene, essere affettuosa attenta e premurosa, come allora lo fu suo nonno con lei.
Serve il cuore, per farlo. Ma il suo è imprigionato al collo in un vetro che sembra non cedere. Jeffers gioca, gioca sereno con questa situazione d'impasse


Non percepisce nessun peso sulle spalle, che gli impedisca di far partire una risata, in chi legge. Scuotere la bottiglia, prendere delle tenaglie per estrarlo, un martello per romperla, una sega o un trapano, un candelotto di dinamite (ah, i meravigliosi crescendo di Jeffers. Tu che sei scoiattolo musicista sai a cosa alludo, vero?)...
Niente da fare: il cuore è sempre lì in bottiglia. Non serve neanche salire su un altissimo muro e buttar la bottiglia così dall'alto, a meno che essa non rotoli fino in spiaggia, ai piedi di quella bimbetta curiosa che, molto seplicemente, lo estrae con il suo ditino felice.
Si stappa un mondo, ovviamente.


E a coloro che sono in cerca di risposte pacificatorie, lieti fini, o morali di facile apprendimento e scontate, Jeffers nega la soddisfazione di vedere - davanti alla donna, seduta finalmente sulla poltrona del nonno, lmentre legge curiosa miliardi di nuove storie - la bambina in rapito ascolto.
Lei non c'è. Non c'è ora? È appena andata via? Forse arriverà, o forse no. Semplicemente no.
Ecco, Scoiattolo mio bello, questo è ciò che vado cercando nei libri. Gli e forse, i ma chissà...
La metafora che però mi ha fulminato per tutto questo tempo di lettere con te è nel libro più solare che abbia mai letto su un tema così ctonio.
Ti ricordi il cane e il topo ad arrovellarsi sulla panchina per trovare un posto alla coniglia appiattita? 4


Ecco, loro, dopo tanto pensare, tanto guardarsi attorno, hanno finalmente la soluzione per lei. Costruiscono una croce, o meglio un telaio a croce, per un grande aquilone grigio. Con delicatezza, la prendono e con chiodi e martello (!), forbici e nastro adesivo le fissano mani e piedi, orecchie, naso e fianchi alla croce. Impiegano un bel po' a farla decollare, dopo 42 tentativi il cane finalmente riesce e la coniglia comincia a salire, salire e salire. 'Pensi che si stia divertendo lassù?' chiede l'uno all'altro, provando a immaginare come possa apparire il mondo da lassù.
La risposta, caro Scoiattolo, il poeta direbbe che è nel vento, ma quel cane che poeta non è (sic?) dice più umanamente 'non so...non so'. Poi, passa il filo al topo, 'vuoi provare?' e il topo fa... la cosa giusta. 


E io sono con loro.

Abbimi cara

Formica

[fine]

1B. Masini, A. Papini, Si può, Carthusia 2014
2K. Crowther, La visite de Petit Mort, L'ecole des Loisirs 2005
3O. Jeffers, The Heart and the Bottle, HarperCollins 2010
4B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014

mercoledì 5 aprile 2017

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)


Sai cosa penso, Scoiattolo che oggi festeggi perché invecchi...?
...che quando prendo carta e penna per scriverti e fuori c'è il sole, vedo tutto con un umore diverso.
Nel libro di cui ti parlavo ieri, sai quel capolavoro di purezza intellettuale scritto da un Michael Rosen messosi coraggiosamente a nudo, la parola sad compare più di venti volte. Sad per lui è un luogo, una condizione dell'anima, un posto che può essere scuro e angusto, come il buio che c'è sotto il letto oppure può essere alto e luminoso come il cielo sulla sua testa...ecco luminoso come il cielo. Complice questo bel sole, non posso resistere e non pensare a uno dei libri più luminosi che conosco sulla morte...The Flat Rabbit.1
Te lo regalo per il compleanno, ti farà bene averlo.
Lontano dalla rabbia di Rosen e dalla solitudine di Jeffers, The Flat Rabbit, pur non sottraendo nulla alla profondità della questione, la guarda con lo stupore che mi raccontavi del piccolo Bruno. Ed è questo il merito che gli riconosce chiunque lo abbia letto.


Tutto comincia con un cane che passeggia per la via, in un giorno terso. Girato l'angolo, si accorge che, spiattellato come una frittata, sull'asfalto c'è un coniglio. Anzi, la coniglia che abita al 34, dove c'è quel cancello su cui lui ha pisciato un paio di volte. A guardare stupefatti la coniglia ordinatamente stesa in modo simmetrico rispetto al suo asse mediano, ci sono il cane e il suo amico topo che in quel preciso momento arriva sul marciapiede in senso opposto. Silenziosi, la guardano e riflettono su che cosa stia facendo lì in quel momento. Una certa malinconia si percepisce nell'aria, anche perché non deve essere particolarmente divertente stare lì sdraiati... Con un pragmatismo che sconcerta pensano che sia meglio rimuoverla da lì. Ed ecco che arriva la grande domanda...dove la portiamo? Non sarebbe carino se ci vedessero con una coniglia appiattita mentre la portiamo in giro... Seduti su una panchina, i due riflettono mentre dietro di loro qualcuno sta facendo volare un aquilone. 


Fermiamoci anche noi a riflettere. A considerare come questi due lascino nel dubbio e nell'ambiguità il lettore, nel loro ignorare - o forse dovrei dire meglio far finta di ignorare - che la coniglia è morta. Probabilmente investita da qualcosa di molto più grande di lei. Consideriamo il loro modo di leggere il mondo: sono semplici, forse ingenui, di certo puri, che si limitano a constatare le conseguenze degli spiacevoli fatti accaduti, valutando di trovarvi una soluzione che si possa considerare congrua e dignitosa per tutti.
Non hanno, o non vogliono farvi ricorso, particolari strumenti di elaborazione.
Eppure, non si sa come, la loro attenzione e cura nei confronti della coniglia appiattita, è partecipata. Non lo si può negare.
Ora il fatto è che quella coniglia è morta, mortissima. E quindi si sta discutendo in modo partecipato, ma calmo e lievemente distaccato, di concederle degno viatico verso un altrove. Entrambi hanno molto ben chiaro che lì non è bene che lei rimanga...
Concedimi di fare un paragone molto azzardato: ma questo loro ragionare sulla panchina assomiglia un po' ai tentativi fatti dai ragazzini davanti al letto con la nonna morta, o a quelli della bambina silenziosa davanti alla poltrona vuota, o ancora a quelli di Michael Rosen davanti a quel mozzicone di candela...tutti, con modalità diversissime, sono lì a cercare di capire cosa si può fare davanti alla morte.
Mi rendo conto: è la domanda del secolo e come tale forse merita di avere tante risposte quante sono le stelle in cielo...
A te l'onore, mio caro, di dire la tua...

Formica


Carissima Formica,
Sai, ho notato che stiamo parlando molto di come si sta di fronte alla morte, come se effettivamente la mente potesse avere la capacità di affrontare un evento che, di fatto, non conosce. Bene faceva Bruno a indagare, bene facevano gli animali a chiedersi cosa fare della coniglia appiattita sulla strada, ma andando in questa direzione si rischia di non riuscire a rispondere alla domanda che aleggia, gettando inquiete ombre che se i bambini non possono vedere, io, da scoiattolo un po’ invecchiato quale sono, vedo benissimo.
La domanda è: ma dove va quella parte impalpabile che ci rendeva care le persone? Alcuni la chiamano anima, e io non so se questo è il nome giusto, però giusta, e a questo punto urgente, è la domanda. E per rispondervi, temo che l’indagine sui fatti non sia lo strumento adatto. Qui più che capire, si tratta di interpretare.
Mi parlavi di stelle, e mi è immediatamente venuto in mente un libro che si intitola Una splendida notte stellata.2
E sai cosa? Viene da Taiwan. Non parla esplicitamente di morte, ma della vita di una ragazzina. E siccome, questo lo abbiamo stabilito, la morte è parte della vita, in questo libro c’è anche lei. Infatti alla piccola protagonista muore il nonno con cui aveva vissuto per tutta l’infanzia, prima di trasferirsi (come spesso accade da quelle parti) in città per studiare. La ragazzina non vede il nonno morire come Bruno, non va nemmeno al funerale. Non piange, non tocca con mano, non misura. Non ha occasione di dare un nome alla morte, e di fatto si ritrova immersa in un immobile silenzio. Per lei il dolore diventa qualcosa di inesprimibile, qualcosa di profondamente interno, insondabile, misterioso e, soprattutto, prezioso! La prova provata della sua relazione con il nonno. L’impossibilità della verbalizzazione si traduce in immagini straordinariamente ricche e dai colori sgargianti che dialogano silenziosamente e fittamente tra loro. Sono illustrazioni simboliche ed allusive, difficili da afferrare razionalmente, quasi come se parlassero una lingua segreta con una parte nascosta di noi.
In questo libro ad assenza si aggiunge assenza. La distanza fisica del nonno in campagna si estende quando il nonno muore. I genitori, presenti fisicamente, sono concentrati sul lavoro e sui loro problemi, e di fatto sono assenti mentalmente e nella relazione. 

 
Un bel giorno nella vita della ragazzina entra in punta di piedi un coetaneo: è in città per studiare, e abita in una stanza presso una vecchietta, perché suo padre lavora su una barca (quante barche in questi libri!)
Anche lui è solo, e così i due diventano amici. Non parlano molto, ma condividono le loro giornate fatte anche di piccole difficoltà. Un bel giorno, quando il mondo intorno diventa troppo nemico, i due scappano. E sai dove vanno? Indovina indovinello, cara Formica. Lo so che lo hai pensato, ed hai ragione: vanno in montagna, a casa del nonno, la casa dove la protagonista ha passato la sua infanzia. E non appena mette piede nella casa, la bambina trova le parole ed esce dal suo silenzio: comincia a ricordare. È un momento molto doloroso, ma anche pieno di calore, perché ristabilisce la relazione, evidenziando come il nonno non sia altrove, ma dentro di lei e tutto attorno, nel mondo.
Il ricordo, Formica, fa diminuire la distanza tra noi e i morti. Addirittura la annulla, e loro sono presenti, con noi, vicino a noi, presenti al nostro fianco. 

 
Adesso i due amici possono tornare indietro.
Finalmente la bambina riesce a piangere e, dopo, si ammala gravemente. Quando guarisce va a trovare il suo amico, che è partito per stare con suo padre sulla barca dove lui lavora. Ecco un’altra assenza che si aggiunge a tutte le precedenti e che approfondisce ulteriormente la solitudine in cui è immersa la ragazzina ma soprattutto la sua competenza sui vari gradi di distanza. Ma ormai lei ha capito come fare, sa come ritrovare gli assenti, morti o distanti che siano. 

 
Sai, ogni volta che leggo questo libro ho sempre il sospetto che il ragazzino non sia davvero vivo, ma lo spirito del nonno. E se così fosse, Formica, dove, dove se ne sarà andato, una volta salito su quella barca che sembra fatta apposta per traghettare i morti da qualche parte?
Domande, domande e ancora domande, cara Formica.

Scoiattolo


Ps. Sai, ho conosciuto un orso tempo fa. Lui sapeva esattamente dove vanno i morti. In Paradiso, diceva...3




































1B. Oskarsson, The Flat Rabbit, Owlkids Books 2014
2J. Liao, Una splendida notte stellata (trad. S. Torchio), Edizioni Gruppo Abele 2013
3D. Verroen, W. Erlbruch, Un paradiso per il piccolo orso (trad. K. Wessel), E/O 2005

domenica 13 settembre 2015


GIAVENO, LUOGO DELLA MEMORIA

Siamo alle solite. Di nuovo le sette di sera, di nuovo il campanellino che mi avvisa di una nuova ricetta da Piccole Ricette in arrivo, di nuovo io che me ne innamoro all'istante. Ma questa volta la ragione per cui la ricetta è entrata nel mio cuore non è dovuta alla ricetta in sé, ma al nome che porta: focaccia di Giaveno.
Giaveno... oh, Giaveno, ma dai. Io non sono mai stata a Giaveno eppure per me è un luogo mitico che ha segnato tutta la mia infanzia. Nei racconti che mia madre mi faceva della sua vita durante la guerra, Giaveno c'era sempre. Sarda, trapiantata a Torino da ragazza, mia madre durante la guerra sfollò a Giaveno, dove molte cose le capitarono: fu inseguita da una mucca (da lì il mio insano terrore per quegli animali mansueti), organizzò una scuoletta per dei bambini ebrei scappati e nascosti anche loro a Giaveno. Furono giorni di guerra e di vita contadina vissuti da una ragazza di buona famiglia vissuta sempre in città. Credo che anche per lei Giaveno nella memoria di narratrice assumesse toni da leggenda. Insomma Giaveno per me divenne parola consueta, familiare e favolosa.


Ecco la ricetta, ecco la focaccia. Purtroppo vi è negato il profumo che ha gli stessi influssi meravigliosi di quei racconti.

Ingredienti
400 g di farina Manitoba
250 g di latte
10 g di miele
40 g di zucchero
i semi di mezza bacca di vaniglia
60 g di burro ammorbidito o margarina
3 tuorli d’uovo
7 g di lievito di birra secco
5 g di sale
la scorza grattugiata di due arance
(la ricetta originale prevede invece la scorza grattugiata di mezza arancia mezzo limone non trattati)

Mettete in una ciotola 300 gr di farina e versatevi sopra il latte intiepidito con dentro il lievito e il miele, ben sciolti entrambi. Mischiate e lavorate un po' per ottenere un impasto abbastanza sodo ma parecchio appiccicoso. Montate un po' i tuorli con lo zucchero in una ciotola, quindi aggiungeteli al composto con il resto della farina, i semi di vaniglia, la scorza delle arance. Lavorate questo impasto, su una tavola, aggiungendo una spruzzata di farina perché non si attacchi, quindi prendete la metà del burro, riducetelo a fiocchetti (o a pizzichi, come dico io) e aggiungetelo alla pasta che dovrete lavorare ancora fino a che il burro non si sia ben amalgamato. Proseguite nella lavorazione con l'altra metà del burro, seguendo lo stesso procedimento. Adesso l'impasto dovrebbe aver raggiunto la giusta consistenza, ovvero morbido ed elastico. Fate la prova, pizzicandolo, tenendolo fra due dita e poi allargando le due dita: se l'impasto si allunga e non si spezza subito, vuol dire che la consistenza ideale è raggiunta, altrimenti aggiungete altro burro o latte (a me è andata bene al primo colpo).
Quindi mettete la pallina in una ciotola ben unta di burro o olio e lasciate lievitare per due o tre ore, coprendola con la pellicola e mettendola in forno spento ma con la luce accesa. Deve triplicare il volume.
Passato questo tempo, togliete l'impasto che sarà soffice e gonfissimo e senza romperlo, stendetelo sulla leccarda del forno coperta di carta forno, così da ottenere una focaccia tonda alta grossomodo due centimetri. Rimettetela nel forno illuminato a riposare per un'altra mezz'ora abbondante. Quindi toglietela, accendete il forno a 220°. Con un dito bucherellatela e spolveratela in superficie di zucchero semolato. Quando il forno sarà caldo, infornatela e lasciatela cuocere per una dozzina di minuti finché non si dora e lo zucchero nei buchini comincia a sciogliersi.
Ideale per la colazione propria e degli amici più cari.

Carla


lunedì 19 maggio 2014

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


A RACCONTAR LE STORIE 
 
A Ritrovar le Storie, Annamaria Gozzi, Monica Morini, Daniela Iride Murgia
Edizioni Corsare, 2014


ILLUSTRATI PER MEDI (Dai 6 anni)

"Tanto tempo fa, quando i pesci volavano e le rape crescevano sugli alberi, le storie se ne andavano a spasso portate dal vento.
Uomini, bestie, piante, tutti erano protetti dal suono delle parole che, intrecciandosi, raccontavano e raccontavano.
Poi, chissà quando, le parole cominciarono a sbiadire, a rimpicciolire. Accadde lentamente."


Ma inesorabilmente. Le parole andandosene portarono con sé le storie che si accorciarono a tal punto che le bocche tacquero. Ma un giorno comparve un Saltimbanco con un'oca sotto il braccio e cominciò a tirare fuori parole dalla sua tenda gialla. La prima fu BICICLETTA. Appesa lì su quel cartello, la parola lentamente riaccese la memoria di una donna che cominciò a raccontare e un bambino la stette a sentire. Raccontò di un ragazzo che tanto tempo prima aveva attraversato quella stessa piazza sulla sua bici rossa, guidando senza mani... E da parola nacque parola, da racconto nacque racconto, così uscirono fuori SO FARE, PAURA, ANIMALI. E ognuna di queste riaccendeva ricordi, discorsi, narrazioni. Così il mondo che fino a quel giorno era stato silenzioso cominciò a riaccendersi di brusii di mille racconti intrecciati, che parlavano di SCUOLA, di MORTE, di LIBRI. Con le parole tornarono i racconti e le storie che si allungavano ogni giorno di più, ma si riaffacciarono qui e lì anche le domande. E non fu più silenzio.
Il Saltimbanco un giorno, così come era arrivato, se ne andò. E la sua fedele oca lo seguì, ma una sua piuma restò nel paese di Tarot a disegnare un gioco: un Gioco dell'Oca.


Partiamo dal fondo: da quel bel Gioco dell'Oca che correda l'ultimo libro di Edizioni Corsare che oltre a far giocare ha anche lo scopo di accendere la memoria e il racconto: ad ogni casella ci si ferma per rispondere a una domanda e per farlo bisogna raccontare e chi non racconta sta fermo un giro. Domande piccole, come per esempio Hai mai avuto una bicicletta? ma anche domande grandi, come per esempio Perché si vive? oppure Sai riconoscere la felicità?
Le domande, ben più di trenta, chiamano risposte da piccoli ma anche da grandi come a dire che a questo gioco ci si può giocare a casa con mamme e papà e nonni, ma ci si può giocare anche a scuola con i maestri che sanno bene quale sia l'importanza del ricordo e del racconto. 


Ricordare e Raccontare è, infatti, il nido di pensiero, il nocciolo di senso che è all'origine dell'intera storia di Annamaria Gozzi e di Monica Morini. Un storia che sa essere di grande attualità (siamo spesso un popolo senza memoria, ormai è evidente a molti) e nello stesso tempo ha un sapore antico nel suo essere scritta così. In una atmosfera rarefatta, di un paese che va piano, abitato da vecchi cercatori di funghi e da gente che va in bicicletta, da ragazze che ballano le mazurke sulle note delle fisarmoniche oppure da ragazzini che cercano le bisce nei canali, arriva un personaggio, che ricorda un po' il Matto dei Tarocchi, e riaccende i ricordi che si erano persi e il racconto che si era ammutolito.
Annamaria Gozzi ha con sé il gran dono di sapere creare l'incanto. Tanto mi era piaciuta ne I pani d'oro della Vecchina, tanto mi piace ora, in coppia con Monica Morini. Entrambe, approdate in questo libro, arrivano dal teatro (A Ritrovar le Storie è anche uno spettacolo che la loro compagnia, la Compagnia dell'Orsa, mette in scena). Il teatro si sente in questa loro naturale capacità di far diventare vive le parole che usano. Altrettanto continua a piacermi Daniela Iride Murgia, terzo importante elemento del libro.Perfetta per dare forma a queste atmosfere tra il sogno e un mondo di altri tempi, è capace di generare nel lettore un'ulteriore meraviglia trasformando in immagini quelle potenti suggestioni che arrivano dalle parole. E lo fa con il suo consueto linguaggio colto e raffinato, complesso, e ricco di citazioni che, in taluni casi, suonano come veri e propri omaggi ad alcuni tra i più grandi maestri dell'albo illustrato. Erlbruch, fra tutti.

Carla