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venerdì 16 ottobre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NERO SU BIANCO 

Paperboy il ragazzo dei giornali, Vince Vawter (trad. Giuseppe Iacobaci) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"L'ultimo giorno di prima media beccai Rat dritto in bocca con uno dei miei super-tiri. Per questo poi mi offrii di consegnare i giornali al posto suo permettendogli di passare il mese di luglio alla fattoria dei nonni appena fuori Memphis. Non avevo alcuna voglia di accollarmi quel lavoro, ma dopo avergli spaccato il labbro mi sembrava il minimo, Rat diceva che facevo troppo lo spaccone con quei super-tiri. Forse aveva ragione e dovevo sdebitarmi in qualche modo. 
Fu distribuendo i giornali casa per casa che conobbi un bel po' di gente nuova e vennero tutte quelle brutte cose. E anche alcune belle. Non mi sono fatto ancora un quadro completo e spero che mettere tutto nero su bianco mi aiuti." 

1959. Memphis, Tennessee. 
Questo è quanto mette nero su bianco con una vecchia macchina per scrivere questo ragazzino di undici anni. Tirare giù su un foglio, senza neanche una virgola, tutto quello che gli succede è il suo modo di combattere il problema che deve risolvere: la balbuzie. 
Parlare in modo fluido proprio non gli riesce, ma la logopedista gli ha insegnato il trucco dell'aria gentile - un breve respiro prima di pronunciare le lettere più difficili da far uscire. Funziona, ma non basta. Questo fa di lui - Bel Giovanotto (in originale Little Man) lo chiama la sua tata nera, Mam - un bambino con una passionaccia per il baseball, ma con pochi amici - in realtà solo Rat - e più in generale poche relazioni con il prossimo, eccezion fatta per padre, madre, Mam e la madre di Rat. Si può ben capire che un intero mese a consegnare giornali porta a porta, riscuotere gli abbonamenti il venerdì sia per lui una bella sfida: uscire così tanto allo scoperto per lui che è abituato a zigzagare con abilità tra le molte difficoltà quotidiane... 
E questo è il diario di quel mese di luglio in cui il Bel Giovanotto esce dal guscio. 

Vince Vawter per quarant'anni ha fatto il giornalista, fino ad arrivare a dirigere ed essere l'editore dell'Evansville Courier & Press, ossia ha fatto della parola scritta un suo canale privilegiato di comunicazione, e quindi non sembra essere solo un espediente letterario quello di mettere il Bel Giovanotto davanti a una vecchia macchina per scrivere. E, per inciso, Vawter, è balbuziente. Ragione per la quale, ed è lui stesso a dichiararlo, Paperboy è costruito su un bel po' di frammenti della sua propria infanzia. 
Ed è per questo che lui ha sentito forte l'urgenza di mettere nero su bianco la sua storia perché potesse diventare anche la storia di altri, visto che la balbuzie continua a essere qualcosa di misterioso e incomprensibile per chi non la viva in prima persona. 
Il libro è stato scritto nel 2013 e l'anno successivo vince l'Honor della Newbery Medal. Molte importanti associazioni ne riconoscono il valore, una su tutte, la Bank Street School che lo premia come migliore libro dell'anno. E Vawter da quel momento in poi diventa un vero e proprio testimone di una crociata per sensibilizzare, far conoscere e provare a convivere serenamente con la balbuzie. In estrema sintesi, lui va in giro a dire che dalla balbuzie non si guarisce mai del tutto, ma del tutto la si può superare. E lui ne è la prova provata. Se si torna alla storia in sé, forse val la pena ricordare qui le sue tre regole d'oro che hanno guidato la sua scrittura. 
1. Non scrivere un libro per ragazzi, ma raccontare loro una storia, invece. E mi pare lo abbia fatto. Egregiamente. Quanto egregiamente ha fatto chi lo ha tradotto in italiano! 
2. Scrivere un libro che non è ancora stato mai scritto. E probabilmente all'epoca, il 2013, non erano molti i romanzi, almeno in USA sull'argomento. Anche se, per esempio, Tartattà, di Fontanel & Boutavant è del 2006. Ma è vero e verissimo che quando esce un libro ben fatto sulla questione, a buttarcisi a pesce sono davvero in moltissimi. Il che comprova il punto 3.
3. Scrivere un libro che abbia una ragione per essere scritto. E di questo si è appena parlato. 
Detto questo, i pregi letterari di questo libro, a parte la sua missione, sulla quale lascerei ad altri le riflessioni, sono l'impianto, la leggerezza del tono, la galleria di personaggi di sfondo e in qualche misura il percorso trasformativo del Bel Giovanotto. 
Non esente del tutto dalla tentazione di cedere alla trappola del diventare talvolta didascalico - onestamente difficile non farlo, visti i presupposti - Paperboy ha un altro piccolo neo, che ha a che fare con il 'fattaccio' a cui si allude alla seconda riga e che si palesa in tutta la sua interezza a una trentina di pagine dal fondo. 
Insomma, scrivere un romanzo mettendo nero su bianco la propria storia è un terreno meno insidioso che voler scrivere di suspense e piccola criminalità di periferia... 

Carla

lunedì 14 settembre 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

È 'N ATTIMO! 

Nonna Top, Gunnar Helgason (trad. Silvia Cosimini, Francesca Giona) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 12 anni) 

"Ero al capolinea. Non ci sarebbe stata nessuna cresima. Nessun viaggio a Copenaghen. La mamma aveva invitato tutti e adesso avrebbe dovuto mandare un... disinvito. O forse no? Certo, poteva semplicemente trasformare la cresima in un funerale. Tanto gli invitati sarebbero stati gli stessi. Che fortuna che stavo per morire proprio adesso, solo una settimana prima della cresima. Guardai la mia cameretta per l'ultima volta..." 

Stella è a otto giorni dalla cresima e ha, come da giorni, pensieri foschissimi. Nonostante all'orizzonte ci siano due eventi per lei importantissimi: la gara di velocità su sedia a rotelle e la cresima. E nonostante la presenza della sua nonna preferita, nonna Köben, eccezionalmente arrivata in Islanda da Copenaghen per l'evento. 
In effetti il suo conto alla rovescia comincia un po' prima: a due settimane e tre giorni dalla cresima. In quel giorno infaustissimo le succede una cosa terribile quanto imbarazzante, che le rovinerà il tempo a venire: è a un passo dal suo primo incontro romantico, di sicuro dal suo primo bacio, con un ragazzino cotto di lei. 
Sera, casa libera, o quasi, lui suona alla sua porta con una cassetta per vedere insieme un film in camera sua. Tutto converge verso un finale romanticissimo, quando lei si sposta dalla sedia a rotelle e si accomoda accanto a lui sul letto. È esattamente in questo momento tanto atteso che invece l'atmosfera intorno ai due ragazzi prende un odore disdicevole. La schiena di Stella è attraversata da una fitta lancinante e una improvvisa caccona si gonfia nei pantaloni... Fugge come può in bagno e si chiude dentro. Ma cosa sta succedendo al suo corpo? Costretta dalla vergogna e dalla certezza di non confessare nulla al malcapitato, lo caccia in malo modo, da dietro la porta chiusa a chiave... E come se non bastasse, anche la carta igienica è finita! 
Questa è la storia piuttosto rocambolesca di una quindicina di giorni della sua vita! 

Stella ha tredici anni, quasi quattordici. Per essere nata con la spina bifida è sulla sedia a rotelle da sempre, ma la sua vita corre alla stessa velocità di tutti gli altri. Amiche e amici, anche qualche nemico, un ragazzino che stravede per lei, gli allenamenti per la gara, la preparazione in chiesa per la cresima. Una fantastica famiglia che la circonda: un papà e una mamma, per ragioni diversissime, davvero speciali, quanto i suoi due fratelli - Palli in maggiore che è lì per sdrammatizzare e Siggi il piccolino che è lì per filosofare. Due nonne, una snob che abita vicino e una cool che abita lontano. 
Stella l'abbiamo conosciuta nel 2023 quando ci ha raccontato della sua mamma. E poi di nuovo nel 2025 quando ci ha raccontato di suo padre. In questo ultimo libro sono le nonne a essere raccontate. 
Tra loro diversissime, sembrerebbero essere una mai apprezzata appieno a causa di certe sue rigidità, e l'altra mai così tanto amata come ora che è addirittura partita da Copenaghen per presenziare alla cresima della sua unica nipote femmina. 
Ma, come succede spesso, mai dire mai... 
Lo schema del conto alla rovescia si ripete anche in questa occasione e ha il merito di creare, come se ce ne dovesse essere bisogno, una giusta tensione narrativa. E come negli altri due libri la focalizzazione su un componente particolare della famiglia è in qualche modo strumentale per dare profondità a lei, la protagonista assoluta, Stella. Nei due episodi precedenti, mamma e papà, qui le due nonne sideralmente lontane tra loro, sono tutti lì per fare da specchi riflettenti dell'immagine di questa ragazzina in crescita, e per darle spunto di riflettere su se stessa e sul complicato mondo che la circonda, con particolare attenzione a quello degli adulti, sempre un po' contraddittorio. 
Specialissimi sono i suoi fratelli, in particolare Siggi che si dimostra ancora una volta un asso nella manica... 
Ma la cosa che colpisce di più nella lettura di questo terzo, ma mi augurerei non ultimo, episodio è la velocità di azione che ricorda molto le accelerazioni dei vecchi cartoni animati o dei film comici in bianco e nero, in cui si rotola nell'assurdo in due capriole. 
E anche, mi si conceda, la velocità del pensiero di un'adolescente e l'altrettanto repentino cambio del suo umore!!! Chi ha avuto una tredicenne per casa sa che passare dal pianto più disperato alla risata più spensierata è 'n attimo! Basterebbe anche solo leggere la prima dozzina di pagine in cui accade l'incredibile per capire a cosa alludo.
Qui tutto ha la capacità di accadere in un istante e chissà che questo non derivi dall'altro mestiere di Gunnar Helgason, ossia il suo essere attore e regista. 
Eppure in questo rotolare continuo da un assurdo all'altro, si trova anche il tempo di riflettere su un paio di questioni piuttosto nodali. 
Una arriva dal "catechismo" a cui Stella deve partecipare per racimolare i suoi punti-cresima ed è la domanda che il prete pone a tutti i cresimandi, prima di cominciare: qual è lo scopo della vita? 
La seconda ha molto a che fare con la prima: come ci si deve mettere di fronte alla morte? 
Niente paura: entrambe le domande sono incastonate nella comicità più schietta e non generano magoni di sorta. 
Di una cosa mi pare si possa essere certi: la filosofia che attraversa questo microcosmo familiare così tanto originale, anticonformista, libero da stereotipi e convenzioni, direi vulcanico(!) è il risultato dell'aria dell'Islanda. 
Una terra e un popolo diversi da tutto - giocoforza - sempre un po' distanti e un po' anomali di fronte ai panorami e all'omologazione europea. 
E naturalmente il suo cantore, Gunnar Helgason, per parte sua racconta di aver avuto alle spalle una famiglia molto movimentata e piena di inventiva e allegria e quindi di averne creato una letteraria (ma forse anche una vera, in carne e ossa) altrettanto buffa! 

Carla

venerdì 3 luglio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA PIOVRA

Un punto dopo l'altro
, Anne Becker (trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2026 


NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Avevo il sedere almeno tanto freddo quanto le mie dita. Purtroppo non potevo tornare subito a casa, dovevo ancora andare a prendere il pane. 
Andare a prendere il pane era okay. Per me e Madame. Mi piaceva il fornaio. Il calore che c'era. Il profumo di pane e biscotti. Le parole sempre uguali: 'Un pane di segale, per favore'. 
 'Affettato?' 
'Intero'.
 Avevo dovuto esercitarmi per due mesi. Con Aaron. Prima doveva accompagnarmi. Poi era stato sufficiente che mi aspettasse davanti al negozio. A un certo punto Madame aveva iniziato ad addormentarsi quando andavo dal fornaio." 

Sono appena successe alcune cose importanti nella vita di Matea. Ha messo un 'maglione' fatto a maglia, tutto colorato, intorno al tronco e ai rami di un albero. E ha appena incontrato Riccarda - quella stramba che sta in classe sua da pochi giorni. Ma soprattutto le ha parlato: ben cinque parole che non hanno messo in allarme Madame Timidezza, la grande piovra che vive nella sua pancia e che le regola in modo molto attento e rigido le relazioni sociali. 
Matea è molto selettiva nelle sue interazioni con l'esterno: a casa tutto regolare, con madre, padre e fratello: lì si sente al sicuro. A scuola invece vige il silenzio assoluto, o quasi: l'unica con cui scambia sguardi eloquenti e una manciata di parole è Charlotte, la sua compagna di banco. I docenti capiscono e accettano, i compagni sfottono. 
Il suo passatempo è lavorare all'uncinetto o ai ferri tutta la lana che ha ereditato dalla vecchia Loose, sua vicina di casa con cui passava del magnifico tempo a sferruzzare e a chiacchierare. Ma adesso nella sua routine è comparso un elemento 'anomalo': Riccarda. Di lei non si sa quasi niente, a parte il fatto che - al contrario di Matea - non ha peli sulla lingua e sa farsi rispettare. Corazzata, Riccarda sembra essere indistruttibile... 
Questa è la storia di due ragazzine che faticano, per motivi molto diversi, a uniformarsi alle regole del mondo. Da una parte una piovra e dall'altra un gorilla, per entrambe l'uncinetto come sfiatatoio verso l'esterno. Dentro di loro c'è un sacco di movimento e queste sono due settimane della loro vita, un po' vicine un po' no. 

Secondo romanzo che leggo di Anne Becker e direi che, come il vino, con il passare del tempo, migliora. D'altronde lì eravamo di fronte a un esordio. Certe legnosità che mi pareva di aver trovato all'inizio del primo suo libro, La più bella nuotata della mia vita, qui sono sparite. E hanno ceduto il passo a una qual leggerezza diffusa. Molto piacevole.
Oggi come allora, lei racconta la fragilità di ragazzi in crescita. D'altronde è il suo mestiere. Oggi come allora, racconta ai suoi lettori che ci possono essere modi diversi di affrontare la vita e che tutti possono avere un loro senso. 
Le due ragazze si distinguono per caratteri molto diversi tra loro, ma entrambe si specchiano di fronte alla stessa realtà che parrebbe per entrambe essere un problema: il mondo di fuori. 
Una decisamente più fortunata dell'altra, perché può godere di una famiglia solida alle spalle, ma anche l'altra sa organizzare bei pacchetti di mischia quando gli altri cercano di chiuderla in un angolo. 
Tanto Matea quanto Riccarda sono lì a combattere per veder riconosciuta e rispettata la propria identità, la propria dimensione da parte degli altri. Il proprio diritto a essere felici.Lo fanno con modalità e approcci molto diversi: aggressiva Ricky e silenziosa Mats. Ma, a ben vedere, il loro fare i conti con sé stesse passa attraverso strade differenti, ma - sembra voler dire la Becker psicologa alla Becker scrittrice - nella vita vale tutto se l'obiettivo è star bene. 
A parte il bullismo, a parte la violenza, a parte l'emarginazione, a parte la precarietà dei rapporti umani, a parte tutto questo, c'è una cosa che mi pare interessante anche a livello puramente letterario: la grande piovra. Nella pancia della protagonista vive un polpo sbracato quasi tutto il tempo sul suo sofà. Si circonda di una serie di piccoli oggetti a cui ricorre a seconda delle necessità del momento, ma niente di più. Lei vive lì. 
Il più del tempo lo passa in allerta, perché il suo obiettivo è vegliare sul pericolo che per Mats rappresentano gli altri. Per capirci: quando questa ragazzina entra in contatto con persone che le sono sgradite, che la prendono in giro, che sono cattive con lei, la piovra, Madame Timidezza, è al massimo della sua espansione con tentacoli ovunque, tanto da spingere il cuore di Mats in gola. Mentre è capace addirittura di dormire sodo quando Matea chiacchiera con Ricky, di cui anche la piovra, ad evidenza, si fida ciecamente... E giustamente.
L'idea buona sta proprio nell'aver pensato di utilizzare la gestualità, i movimenti e i pensieri di una piovra immaginaria per dare conto in modo leggero, anche comico, di qualcosa che immaginario non è: i diversi stati d'animo di una ragazza in difficoltà. Se invece della simpaticissima piovra ci fossero lì sulla pagina flussi di coscienza e riflessioni, tutto sarebbe molto più pesante. 
Inutilmente più pesante. 

Carla

mercoledì 29 aprile 2026

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

 IL FRAMMENTO E L’INTERO 


In una notte che va immaginata lunga e buia il giusto per diventare interminabile e quindi una notte adatta a propositi immani e vertiginosi, Marione decide che è necessario mettere ordine, e ciò che necessita il suo intervento è nientemeno che il mondo. 
Non sopportando più che le cose stiano messe così a casaccio, assieme e senza distinzione, ammassate e adiacenti, confuse, mescolate, presenti tutte nello stesso momento, Marione affronta il nuovo giorno ben deciso a separare ciò che la natura ha unito, spostare quello che la storia ha sparpagliato nello stesso luogo, raggruppare per categorie del tutto nuove e quello che consuetudine e tradizione hanno accostato. Passare in rassegna ogni forma, colore e funzione, ridisporre in bell’ordine e sicuramente migliore i monumenti e i palazzi, le scatole e i barattoli del supermercato: nulla sfugge al suo ardore. 


La realtà, per come si presenta ovvero composita, molteplice, stratificata, si ribella alla volontà di Marione, così come anche gli amici e la moglie. Eppure lui, perfezionista o magari semplicemente sognatore, magari anche visionario, ingaggia una lotta che da subito si mostra impari. Separare il bianco dal nero, la schiuma bianca del mare dalle rocce scure, le parole piane dalle sdrucciole, i numeri pari da quelli dispari, i sostantivi e gli aggettivi, fino ad arrivare alle lettere dell’alfabeto, in una furia che ben presto oltrepassa i limiti del reale, intaccando sogni e immaginazione. Marione allora mentre dorme sogna ancora di separare: l’ossigeno dall’idrogeno, l’inchiostro dalla carta stampata, l’acqua dalla terra, il cacio dai maccheroni. 


Questo albo mette in scena la contraddizione tra l’atto generalmente percepito come virtuoso del riordinare e la tendenza della realtà a disgregarsi per mezzo di una invincibile entropia: diversamente da quello che si potrebbe presumere, però, la catalogazione parossistica praticata da Marione, la sua vertiginosa vocazione alla frammentazione, delirante e scomposta, intacca ogni cosa senza soluzione di continuità senza tuttavia portare il sollievo che si è soliti attribuire all’ordine, come se il suo sforzo fosse un’intrusione superflua e dannosa, il cui prezzo da pagare è piuttosto alto. Ogni cosa del mondo infatti - ogni struttura astratta o concreta, ogni essere vivente, ogni oggetto, materiale, persino ogni elemento - presenta questa tendenza insopprimibile alla suddivisione fino all’ultima particella atomica. 
Lungi dal portare alcuna chiarezza, il proposito di Marione racconta una dissoluzione che si approssima ad essere definitiva per come evita accuratamente di individuare alcuna strada per tornare dal singolo frammento all’esperienza quotidiana. 


Ed è proprio qui il punto di contatto con un albo illustrato in cui deve aver agito una analoga brama di scomposizione e ordine – stessa notte buia e lunghissima, forse…-. Il risultato dello svizzero Ursus Wehrli, però, va in direzione decisamente diversa, anzi, diametralmente opposta. Innanzitutto il contesto di osservazione. Se ne L’ordine del mondo l’ambito in cui agisce lo sguardo di Marione è la realtà, in Arte a soqquadro, l’indagine si sviluppa in relazione all’opera d’arte pittorica. 
La struttura è cristallina: nella pagina di sinistra un quadro riprodotto nella sua interezza; nella facciata opposta, lo stesso quadro, ma scomposto e suddiviso nei suoi elementi costitutivi per mezzo di criteri ispirati dal quadro stesso.


Forse perché l’opera d’arte è già frutto di una sintesi in cui dal pittore è stato esercitato un controllo, forse perché il riordino formale proposto non perde mai il suo carattere giocoso e ironico, la suddivisione in schegge e frammenti ha il potere di rendere più acuto e sensibile lo sguardo, imponendo quasi di individuare il frammento nel tutto per tornare ogni volta a riconsiderare il tutto e l’intero alla luce di quell’unico frammento, preso eccezionalmente in considerazione nella sua separatezza, nella sua unicità.
E forse proprio perché ad essere manipolata non è la realtà - ribelle e spontanea - ma una composizione frutto della mente umana, sembra quasi che la riduzione a frammenti non sia un vero e proprio riordinare, ma piuttosto un intervento deliberato di scompaginazione, un'esplorazione mossa dal desiderio di conoscenza. 
La tensione ambigua tra ordine e disordine è rilevabile anche nel titolo: se dell’edizione tedesca, Kunst aufräumen, si fa riferimento preciso – attraverso il verbo aufräumen, che tiene insieme il concetto di stanza e di spazio chiuso - all’atto di muoversi in una stanza vissuta per riordinarla, nell’edizione italiana appare la meravigliosa parola “soqquadro” che ha il potere, espresso tra il delizioso indotto del gioco di parole e l’immaginario che le doppie q di scolastica memoria fanno scaturire, di evocare uno spazio chiuso in cui è già intervenuta una qualche azione che tutto ha spostato. 


Ad affiancare questi due albi e gli sguardi dei loro autori viene in effetti da chiedersi cosa sia effettivamente, questo desiderio di mettere le cose a posto, ma ancor di più cosa comporti stare a contatto con il disordine: forse, si tratta di respirare la sottile e pervasiva entropia con la sua brutta abitudine di disperdere ogni cosa, oppure significa entrare in una più profonda relazione con ciò che è il frammento minimo, quello che a saperci stare accanto dice cose meravigliose sull’intero. 


Giorgia

“L’ordine del mondo”, Luigi Malerba, Elisabetta Frau, Uovonero edizioni 2026 
 “L’arte a soqquadro”, Ursus Wherli, Il Castoro 2008

 

venerdì 6 febbraio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

AMICI E NEMICI

Tre dita, Massimo Canuti 
Uovonero 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ci ho messo un po' prima di riuscire a trovare le parole giuste. Non sapevo se dargli del lei oppure del tu. Alla fine ho optato per il lei: era molto, molto, molto vecchio e mi sembrava la scelta più adeguata. Mi sono fatto il segno della croce (mi è venuto particolarmente bene, con tutte e dieci le dita), dopodiché ho fatto un piccolo inchino. 
'Salve. Come sta?' 
Credevo che interessarsi della sua salute fosse una buona cosa: del resto la prima impressione è sempre quella che conta, come diceva mamma. 
Dio però è rimasto zitto." 

Anno di grazia 1943.
Nado ha dodici anni e vive nel piccolo paese di Bettolle, in Valdichiana. Sua madre fa la sarta a domicilio e parla fitto fitto con Dio, tutti i giorni, più volte al giorno e sempre con un tono poco più che bisbigliato. Suo padre ha un piccolo laboratorio dove fa il sapone; lui al contrario parla pochissimo e mai con Dio. Ha una sorella minore, Vilma, che Nado cerca di evitare il più possibile, ma che gli viene affidata spesso e volentieri. Ha anche una piccola banda di amici e con loro passa gran parte del suo tempo, ci chiacchiera, ci gioca e molto di rado ci litiga: Civetta, Gambadoro, Neno e Tiritinfièri. Tutti loro si sono guadagnati sul campo il soprannome che portano, quello di Nado è Tre dita, per via di quell'ordigno che un giorno gli è esploso tra le mani... 
Questa è la sua storia tra l'alternarsi di piccole monellerie e grandi decisioni, tra le chiacchiere di paese e le chiacchiere col Padreterno, tra tedeschi nemici e tedeschi che ti salvano la vita, tra il giocare a fare i grandi e poi diventarlo davvero... 

Intrecciare pezzetti di vita vera, quella di Nado Canuti, suo padre, all'interno di un racconto inventato è quello che ha fatto Massimo Canuti, scrivendo Tre dita. 
Gli spunti presi dalla realtà dei fatti sono: il contesto, ossia Bettolle la cui gioventù si organizza per dare vita a una propria azione di Resistenza contro gli invasori tedeschi; ma soprattutto l'incidente in cui effettivamente il piccolo Nado perde una mano e due dita per aver maneggiato incautamente un ordigno inesploso e il relativo salvataggio da parte di un giovane soldato tedesco che lo porta di corsa in ospedale. Molto vera è anche la sua precoce passione per la scultura, che lo renderà da adulto un artista di grande talento. 
Ma in verità tutte le duecentocinquanta pagine trasudano autenticità, cosa che rende la lettura una vera gioia. 
Il tono di voce di questo ragazzino ti entra nelle orecchie e tu lo stai a sentire dall'inizio alla fine, senza mai annoiarti. 
Altrettanto si può dire per il suo sguardo sulla realtà. 
Da un lato colpisce, da parte di quel pugnetto di ragazzini, l'irrinunciabile ricerca del gioco, modalità attraverso la quale tutto viene filtrato: giocare alla Resistenza, giocare a fare gli eroi, giocare a far finta che... Al contrario, altri tra loro decidono di diventare grandi e di saltare il fosso, rinunciando, di fatto, alla loro condizione di bambini. 
E dall'altro colpisce la capacità di quegli stessi ragazzini di andare a leggere il mondo attraverso macrostrutture, proprio come capita a chi è piccolo e deve districarsi in un mondo complesso. 
Quindi per tutto il romanzo si parte sempre distinguendo tra i buoni e i cattivi, tra i grandi e i piccoli, tra i paurosi e coraggiosi, tra gli amici e i nemici, tra il sacro e il profano. 
Solo con il tempo vediamo il ragionamento affinarsi, accettare la sfumatura e quindi dal bianco assoluto o dal nero pece piano piano vengono in luce diversi toni di grigio, frutto del bianco che si mescola al nero. 
Questo bisogno naturale che porta alla semplificazione del pensiero, a una visione un po' facile e manichea, lascia il posto a un fare che, seppure scanzonato, ha il pregio di spostare il punto di osservazione, dando più spessore alle cose. 
In questo senso paiono esemplari i ragionamenti ironici e serissimi su e con Dio, ma soprattutto i pensieri che lentamente maturano nella testa di Nado riguardo all'invasore tedesco, che nel contempo è quello stesso nemico che gli ha salvato la pelle. 
A quel tedesco lui riconosce un'umanità che cozza con quello che è il pensiero comune. Con quel suo gesto istintivo di autentica umanità, il giovane soldato tedesco ha dimostrato di essere altro dal male assoluto. Su questa stessa lunghezza d'onda si mette anche sua madre, che decide di sdebitarsi con quel ragazzetto dalla divisa sbagliata, cercando di regalargli il vestito buono del padre. 
Pagine piene di risate e di profondità e di grandi domande. Bellissime, davvero. 

 Carla

venerdì 23 gennaio 2026

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

PERCHE' CI VUOLE ORECCHIO

L'orecchio, Piret Raud (trad. Daniele Monticelli) 
Uovonero 2025 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni) 

"L'orecchio era confuso. 
Non sapeva più chi fosse davvero. 
'La testa sapeva sempre cosa fare, perché la testa ha un cervello. 
Ma senza testa io non sono nessuno' piagnucolava l'orecchio. 
All'improvviso sentì qualcuno dire 'Cra-cra'. 
Era una rana." 

La cosa che è appena successa è la seguente: la testa se ne è andata altrove, quindi - come si suol dire - l'orecchio ha perso la testa. 
Così, in questa situazione piena di incertezza l'orecchio va. D'altronde il mondo è grande e lui è piuttosto multiforme, anche se non ne ha piena consapevolezza. In questo suo girovagare per terra, per cielo e per acqua l'orecchio fa incontri interessanti: dalla rana che ama cantare alla lepre che ama rubare... 


Senza per questo fare dell'ironia, ma quell'orecchio girovago fa molto bene il suo mestiere: ascoltare. E quando si sparge la voce che lui ha davvero talento e la giusta predisposizione d'animo di mettersi lì a raccogliere i fatti altrui senza chiedere nulla in cambio e soprattutto senza sentirsi in dovere di dispensare consigli o più semplicemente dire la sua, il suo tempo in solitudine si assottiglia parecchio. 
A ben vedere, le sue giornate trascorrono felici e anche il ricordo della testa fuggita non lo angustia più, fino al momento in cui non incontra un malizioso ragno... 

Piret Raud è prima di tutto il resto un'artista. Ossia, il suo linguaggio espressivo per eccellenza è l'immagine. 
Le parole - per lei - sono arrivate dopo. 
Sono arrivate solo quando ha sentito l'esigenza di trovare una voce per le sue immagini. 


Figlia e sorella d'arte, Piret Raud, alla sua terza o quarta apparizione tra i libri italiani (le sue prime cose sono state pubblicate da Sinnos), in questa storia lieve e fatta di un pugnetto di parole, dimostra alcune cose piuttosto interessanti. 
La prima riguarda - ancora una volta ci torno su - quanto, nei libri ben fatti, sia grande lo spazio che le parole lasciano alle immagini. Peraltro lei stessa ha affermato che attraverso il disegno si può dire tanto di più di quanto non si possa fare con le parole. 
E infatti. 
Esempio di questo sono le poche immagini, al principio del libro, che alludono a Van Gogh e che creano una sorta di contesto di partenza, ma soprattutto sono le metamorfosi dell'orecchio stesso su cui il testo tace con l'intento preciso di non voler diventare didascalia... 
Riguardo alla questione Van Gogh, non è affatto detto che un piccolo lettore la colga, ma questo poco importa a Piret Raud, forte del fatto che i libri che lei disegna e scrive hanno l'obiettivo di rivolgersi a tutti. E ognuno leggerà quello che è in grado di cogliere. Con buona pace degli altri. 
Al contrario, le continue metamorfosi dell'orecchio che diventa nuvola, fungo, pesce, farfalla e chiocciola sono principalmente dedicate ai più piccoli che si divertiranno parecchio ad estrapolare il profilo stilizzato di un orecchio in molti contesti imprevisti. 
Un esercizio sempre molto interessante da fare con i bambini, ossia quello di stimolarli a vedere le cose da prospettive anche diverse, quello di affidarsi agli occhi per cogliere somiglianze che per superficialità e sciatteria visiva potrebbero sfuggire... 


Questo esercizio di lettura dell'immagine è l'altra nota interessante del disegno di Piret Raud. Lei è in grado di portarla al massimo grado di potenza: la carrellata di animali e, più in generale, di oggetti, si caratterizza per una complessità di segno che però ha la capacità di disfarsi come nebbia al primo sguardo. 
Penso alle geometrie interne della rana o del coniglio, per esempio, che alludono alla loro 'interiorità' - la pioggia per la rana e un pupazzo di neve con naso di carota per il coniglio. 


Bel sistema di stratificare i significati e nello stesso tempo di intrecciarli a livello visivo. 
E a chiudere, due parole sul testo. Non molto dissimile dal tipo di immagine: rarefatto e nel contempo denso. 


Lascerei a chi di dovere la questione che il libro con molta grazia solleva, ovvero quella che la sapienza di saper ascoltare è dono raro quanto apprezzabile...

Carla

martedì 3 giugno 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA NOSTRA ADORATA ADA 

Ada e le formiche nella pancia, Stefanie Höfler, Philip Waechter 
(trad. Anna Patrucco Becchi) 
Uovonero 2025 


NARRATIVA ILLUSTRATA PER MEDI (dai 7 anni) 

"Ada non capisce proprio perché dovrebbe mettere per forza la testa sott'acqua! 
Ci sono molti animali che non lo farebbero mai, cavalli, mucche maiali, asini. I gatti preferiscono stare lontani dall'acqua in generale, i cani nuotano con la testa fuori dall'acqua e l'insetto pattinatore cammina addirittura sulla sua superficie. E le anatre ci si immergono solo brevemente, quando vogliono mangiare le alghe. 
Ada non ha per niente paura dell'acqua. 
Soltanto che non vuole stare con la testa sott'acqua!" 

Come di solito accade nella vita dei bambini tedeschi, e Ada è una bambina tedesca, l'apertura della piscina scoperta, segna un momento di cambiamento. 
Segna l'arrivo dell'estate. 
Nel caso di Ada, non un'estate qualsiasi, ma quella di passaggio dalla scuola materna alle elementari. Finisce l'inverno, la pioggia, la scuola è agli sgoccioli e anche le solite routine lasciano il posto ad alcune novità, al gioco all'aria aperta e a quel meraviglioso periodo che si chiama vacanza. 
Il tempo non è ancora molto stabile: alle giornate di sole si alternano ancora quelle un po' nuvolose, e talvolta arrivano improvvisi anche i temporali. 


Ma poi spunta di nuovo il sole. 
Ecco, questo è quello che sta anche un po' succedendo nella vita di questa bambinetta di sei anni, alle soglie della scuola elementare: momenti di assoluta felicità si alternano a momenti un po' più scuri o a situazioni un po' fastidiose come lo è, per l'appunto, la pioggia. O ancora a momenti un po' burrascosi e non previsti, come lo sono i temporali. 
Questo è il racconto di quei mesi, un po' ai bordi della vasca, un po' ai bordi della vecchia scuola e di quella nuova, un po' in casa, un po' da sola, un po' con la sua amica del cuore Laila, spesso con il fratello più piccolo Max, con la sua mamma e con la sua nonna che non sta sempre alle regole, ride come un motorino e le regala una gallina per il compleanno, con Paul, un amico di mamma, che suona il violoncello e che ha scommesso che lei entro l'estate avrebbe messo la testa sott'acqua... 


Le cose belle che succedono in questo libro sono queste. 
La prima è l'idea di raccontare, usando la metafora meteorologica, un paio di mesi della vita di una ragazzina. Vita che non è sempre soleggiata, serena e senza improvvisi rovesci... 
Attraverso il racconto di singoli episodi della sua vita quotidiana conosciamo, guardandoci attraverso, i membri della sua piccola famiglia, mamma, nonna, Max, Paul, la sua ristrettissima cerchia di amicizie, Leila, Amina e Linus e un paio di maestre che ne stanno curando il transito da una scuola all'altra. 
E soprattutto conosciamo le relazioni interpersonali che tengono insieme questa piccola comunità.
Capiamo subito che Ada è una bambina dalla spiccata personalità. 
Conosce piuttosto bene se stessa (ma anche tutti gli altri, tranne uno), sa fare i conti con i suoi limiti e sa mettere in campo i suoi punti di forza, come per esempio l'affidabilità e una buona dose di pazienza nei confronti del fratello. 
Come tutti i bambini, è agitata da sentimenti, forti ed emozioni che la scuotono e non la lasciano mai indifferente. 
E' leale, generosa, attenta, ma non sempre i suoi pensieri si possono definire edificanti, ma sempre autentici. 


Ed è qui che accade la seconda cosa bella. Ada non è perfetta, ma ha il coraggio di ammetterlo. Fa sbagli, sapendo di farli. Accetta le sue parti più oscure e impara a misurarsi con esse. 
Ovviamente di tutto questo dobbiamo essere grati a Stephanie Höfler che è stata in grado di disegnare un profilo di bambina in cui non è difficile riconoscersi, anche a molti anni di distanza dalla propria infanzia. 
Come accade in questi casi, ossia quando si può parlare di una buona onestà intellettuale, è perché chi scrive, ossia un adulto, ha saputo andare a pizzicare corde interiori che suonano con egual forza, tanto nella propria sfera emotiva quanto in quella dell'infanzia. 
E ancora. E siamo a tre: la struttura narrativa e il suo dialogo serrato con le immagini di un Waechter davvero ispirato. 
I brevi racconti funzionano come un puzzle e le illustrazioni ne determinano il profilo ogni volta differente, e quindi l'incastro perfetto in un preciso punto e non in un altro. 
La cosa che succede: spesso e volentieri il testo lascia in sospeso la questione che, invece, attraverso il disegno si chiarifica. La soluzione fumettistica che Waechter adotta per chiudere 'in bellezza' l'episodio L'unicorno con gli occhiali e la sua relativa restituzione al legittimo proprietario è uno dei diversi esempi. O ancora la tavola che chiude, anche questa volta 'in bellezza', l'episodio Max è morto! 


O ancora la personificazione dell'anima: una delle diverse questioni complesse che torna più volte. O il magnifico quanto piccolo disegno che riassume ciò che le parole avrebbero reso forse troppo mieloso nel finale di Non sono stata io! 
Da leggere e guardare con attenzione, senza se e senza ma. 

Carla 

Noterella al margine. A proposito di attenzione. Un po' di cose che si potevano togliere: le righe finali di alcuni capitoli che sono lì a spiegare cose che il lettore ha già molto ben chiare. Un pugnetto di refusi, e almeno un paio di verbi che stridono con il buon italiano e il buon senso...

lunedì 5 maggio 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CLICK!

Abbi coraggio!, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) 
Uovonero 2025 


POESIA ILLUSTRATA PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"È troppa la paura 
mi blocca, mi circonda, 
è qui, mi paralizza, 
è forte, è profonda. 
È buio questo posto 
non so che cosa fare: 
restare qui non posso 
ma non so dove andare.
Non so cosa mi aspetta. 
Mi stringe nel suo morso 
quest'ansia che ha la forma 
di un gigantesco orso."

Bambinetta che cammina in un bosco. Al principio, si china a guardare il terreno. Ma quando l'intrico dei rami si fa più fitto, lei - che vediamo in trasparenza tra il fitto degli alberi - si ferma e ascolta. 


Sa di non potersi fermare, ma non sa che strada pigliare. E questa è la sua paura che cresce. Accelera il passo perché è proprio quella paura che le fa credere ci sia un orso alle sue spalle. La paura è come l'orso: c'è davvero. 
Se ne percepisce l'ombra che entra in scena e poi incombe sulla fuga di quella piccolina. Lei continua a correre, fino ad arrivare a una radura, dove, con le mani tra i capelli, disperata, non sa che in direzione andare: persino la sua ombra sembra confondersi e voler tornare indietro. E poi il buio delle immagini e solo parole in un crescendo di paura: 

annaspo, farfuglio, barcollo, oscillo... 
indugio, tentenno, arranco, vacillo. 

Il buio sta scendendo, nel bosco che si fa più rado c'è la luna piena che lo illumina. Lo rischiara a sufficienza perché la bambina trovi il coraggio di invertire la rotta, ossia fermarsi e girarsi verso il grande muso dell'orso. L'incitazione dell'animale - o forse della paura stessa - la rassicura e la cosa giusta che la bambina fa è quella di guardare l'orso negli occhi. Che forse vuol proprio dire fermarsi e guardare la paura per far arrivare il coraggio... 

E due! Il mondo è rosso - che usciva nel 2022 - aveva delle qualità così evidenti, almeno per me, che non poteva passare inosservato. E infatti non è successo. 
Le cose che all'epoca parevano convincenti erano almeno tre: la capacità di Teckentrup di usare colore, luce (ovvero ombra) e forme in movimento per creare in chi legge un ulteriore movimento, ma emotivo. 


La sua seconda abilità stava nell'uso calibrato al grammo del peso delle parole. Cesellate sulla pagina, senza sbavature. Laddove l'immagine accelerava, altrettanto battente si faceva la parola che, in alcuni momenti topici, aveva la forza di prendersi tutta la scena. 


Tutto corrisponde, anche in questo secondo libro. 
Il terzo valore ha a che fare con la questione sollevata. Lì era la rabbia qui è la paura! 
Quindi - confermate anche in questo secondo libro qualità e sapienza nell'organizzare le immagini sul foglio, qui come lì ci sono pagine di solo testo che hanno bisogno di lasciare per un momento da parte le suggestioni visive - mi pare davvero importante e condivisibile il lavoro fatto sul nucleo di senso che Britta Teckentrup mette nelle mani dei suoi lettori. 
Come anche per il libro precedente, la questione "paura" è spinosa e piena di rischi di far precipitare tutto entro i confini di una delle innumerevoli soluzioni consolatorie che si propinano ai bambini. 


Il fatto di rappresentare la questione attraverso un modo tanto leale e trasparente, pur usando una delle metafore più consuete, il bosco e il suo più grande abitante, l'orso, già questo mi parrebbe un buon motivo per festeggiare. 
Mi spiego: nelle misurate parole di Britta Teckentrup il bosco rimane bosco, non si incattivisce e non si trasforma per terrorizzare la bambina e anche l'orso fa l'orso, ossia la insegue. 
Ed è proprio qui che si sente il click, l'interruttore che accende la luce sul pensiero di chi scrive: bimba, attenta, che quell'orso mi sa che è la tua paura! 
E se così è, la cosa che ti può capitare potrebbe essere quella che stai per vedere: smettere di scappare, girarsi e guardarlo l'orso, o guardarla negli occhi la paura. Ed è proprio lì che arriva quella sensazione che ogni persona dovrebbe aver sperimentato almeno una volta nella vita: la forza del coraggio, o meglio ancora la forza del coraggio di aver avuto paura. 
A guardarsi dentro, giovani o vecchi che si sia, mi sento di sostenere che le cose vanno esattamente così come ci vengono raccontate in Abbi coraggio!
Fuor di metafora, non c'è una sola parola, un solo passaggio in cui ciascuno di noi, non possa riconoscere proprie esperienze trascorse. 
La paura fa correre, ma non si può correre sempre (alcuni lo fanno) e quindi tocca fermarsi, girarsi e affrontare il problema. E nel preciso momento in cui questo accade, da paurosi si diventa coraggiosi. 


Non credo sia banale, la cosa. Ragionare che coraggio e paura stanno in un unico pacchetto è - a mio avviso - una grande verità. Come pure sostenere, fin dal titolo, che la chiave non sta nel non aver paura, ma nel trovare da qualche parte un briciolo di coraggio per fermare la corsa. 
In tutta onestà, nessun coraggioso può dire di sé di non essere mai stato anche un fifone. Capito il meccanismo, il resto viene da sé. 
Provare per credere. 

Carla 

Noterella al margine. Per quel che può valere, io ho fatto un gioco con me stessa: ho provato a ricordarmi una mia paura e ho provato a vedere, verso dopo verso, se mi ci potevo vedere dentro a quel crescendo di ansia e poi terrore. E tutto corrispondeva alla perfezione. E poi, mi sono anche vista fermarmi, nel momento in cui ho guardato "il mio orso" negli occhi. Ed è allora che la paura si è ammansita, lasciando spazio a un coraggio che mi son trovata in mano. E così sono andata avanti. 


Perché non giocarci anche con dei bambini?

lunedì 30 dicembre 2024

ECCEZION FATTA!

I NOSTRI FUOCHI D'ARTIFICIO 
CHE SPARIAMO NELL'ETERE
PER FARE LUCE 
PER FARE RUMORE 
 PER FARE MERAVIGLIA 
 
Il meglio di... un anno di libri, 
un anno di ragionamenti, 
 un anno di recensioni su Lettura candita. 
 Per ogni libro, il nostro perché 
(BUM!) 



gennaio 2024


Grande, bro!, Jenny Jägerfeld (trad. Laura Cangemi) Iperborea 2024 

perché 

"Centoventi pagine che, come sempre è successo con i libri italiani della Jägerfeld, si bevono a grandi sorsate. A libro chiuso, si percepisce la stessa sensazione di appagamento che si prova quando si ha tanta sete e si manda giù dell'acqua. Ma la grandezza della Jägerfeld non sta solo nello spessore delle questioni che pone, ma anche nella leggerezza della sua architettura per raccontarle." 


L'altalena, Britta Teckentrup (trad. Sante Bandirali) Uovonero 2023 

 perché 

"Il volo è interdetto a chi non è progettato per farlo... E quindi poterlo avvicinare con tanta immediatezza e semplicità non è roba da poco, che si scorda facilmente. Ragione per la quale, molto spesso ai giardini - spesso fuori orario - sulle altalene ci sono i ragazzetti che ne fanno usi 'sperimentali', oppure gli adulti che ci si dondolano per svuotare o riempirsi la testa e qualche nonna più ardimentosa di altre che, accennando con le gambette solo all'abbrivio del movimento, riesce a rievocare quanto fosse emozionante, all'epoca dondolarsi con tutta l'energia. Credo di non allontanarmi dalla verità sostenendo che la stragrande maggioranza delle persone ha un proprio personale immaginario sulle altalene."

febbraio 2024 


Un mondo di isole, S. Quarello, C. Tasin Bertoldi, Editoriale Scienza 2024 
 
perché 
 
"È piuttosto difficile mettere insieme isole come la Groenlandia con isole molto più piccole, poco più di un insieme di scogli, ma Serenella Quarello riesce nell’intento di proporre un filo conduttore comune che non ha la pretesa della sistematicità, ma risponde alla curiosità del lettore, affrontando di capitolo in capitolo punti di vista differenti."


Kosmos, Matteo Meschiari, Roger Olmos  #Logosedizioni 2023  

perché 

"Il valore profetico - e quindi in qualche modo salvifico - di questa parabola ti aggancia e non ti molla fino alla fine.  Un lungo racconto illustrato, o un breve romanzo, che mette insieme una sequenza di belle idee che, attraverso una altrettanto bella scrittura per parole e immagini, costruisce uno scenario complesso e articolato, che implica un bel po' di ragionamenti.  Su tutto questo però si impone un ulteriore elemento, particolarmente interessante.  Esiste, fin dalla prima pagina, un doppio valore della narrazioni, sia iconica sia testuale: da una parte si tratta di pura letteratura, pura finzione, ma dall'altra il lettore è messo di fronte a una riflessione antropologica alla quale non può sottrarsi. Toccando corde profonde, aggiunge in chi legge e in chi guarda inquietudine alla propria inquietudine." 

marzo 2024 



Il tuo nido, il mondo, Carl Norac, Anne Herbauts (trad. Silvia Vecchini)  Topipittori 2023  

perché 

"Ancora prima che tutto cominci a suonare, vale la pena vedere Carl Norac che si infila le scarpe, se le allaccia e, spinto da una farfalla sulla testa, esce di corsa con la sua sciarpa al vento, attraversa un boschetto e poi quelle scarpe se le ritoglie per infilare nell'acqua di un lago prima le dita dei piedi (sarà fredda?) e poi tutto se stesso e godersela tra lontre e pesci."  



Alfred e la gogna, Jesper Wung-Sung (trad. Eva Valvo)  Uovonero 2024  

perché 

"Un contesto decisamente insolito, un'epoca passata non definita con precisione, che potrebbe oscillare tra il Medioevo, in cui la gogna era in grande voga (prima citazione nel Salterio di Utrecht nel IX secolo), fino all'Ottocento, quando venne in larga parte abolita. E uno spazio, per converso, limitatissimo. Tutto il racconto ruota intorno a un metro quadro di spazio, che è l'area di azione o non azione di Alfred. E degli altri che ronzano là attorno."

aprile 2024 



Parenti serpenti, Teresa Porcella, Roberta Balestrucci, Marianna Balducci  
Rizzoli 2024  

perché 

"Tutte e tre le autrici condividono il senso ultimo del progetto, come pure lo sguardo divertito che hanno nel raccontarlo, con tre linguaggi diversi, ma accordati tra loro.  Ecco. Qui c'è forse il primo merito di Parenti serpenti, in questa regolare e molto armonica cadenza, un passo da montanare (nonostante le loro orgini), che va avanti per 21 volte con 21 diverse tipologie di parenti: quando una delle tre rallenta le altre due la prendono per mano e la tirano in avanti, con l'intento di arrivare insieme in cima: a libro ben fatto."



The Kissing Game. Short Stories, Aidan Chambers (trad. Marta Barone)  Equilibri 2024  

perché 

"Chambers è un autore necessario.  Ragion per cui in casa Equilibri, forse i più devoti apostoli del chambersianesimo, non si perde occasione di diffondere la sua poetica e soprattutto i suoi pensieri e le sue pratiche intorno alla letteratura: dalla 'rilettura' del diario di Anne Frank in una prospettiva ancora ulteriore che possa servire a una riflessione sull'adolescenza tout court, ai suoi 'manuali' su come far radicare in modo efficace e duraturo la letteratura di qualità nelle terre dove pascolano i lettori difficili."  

maggio 2024 



La maestra è scomparsa!, Harry Allard, James Marshall (trad. Sergio Ruzzier)  Lupoguido 2024  

perché 

"Tanto Marshall, come illustratore preferito di Allard, quanto soprattutto Allard, in quanto scrittore d'elezione di Marshall, con Ungerer hanno condiviso la stessa visione di un'infanzia che sa essere anche molto scorretta, con Ungerer hanno condiviso il coraggio di non fermarsi in nome del politicamente corretto, ma di proseguire per la propria strada, raccontando e disegnando adulti stupidi che fanno cose stupide, oppure brutti e severi, oppure ancora carini, ma bugiardi e lievemente disonesti e anche un filino omertosi..."



Papera, Coniglio e Grande Orso, Nadine Brun-Cosme, Olivier Tallec  
(trad. Tommaso Gurrieri)  Edizioni Clichy 2024  

perché 

"Dote rara, la loro, quella di saper cogliere il nocciolo di una questione, mai banale e mai trita, e di riassumerla in pochi segni, in poche parole che mettono in bocca a qualcuno che è terzo rispetto a noi lettori, ma che - proprio per questa sua apparente estraneità - può diventare emblematico. A quei due riesce facile come disegnare un lupo senza mai staccare la matita dal foglio in poco meno di due secondi, o come racchiudere in un puntino nell'occhio un'espressione inconfondibile, facile come definire il sentiero "lungo e tortuoso" o solleticare in una frase Se solo i miei amici potessero vederlo! il ricordo di quello che ognuno di noi almeno una volta nella vita ha pensato, scoprendo in totale solitudine qualcosa di magnifico."

giugno 2024 


Stardust. Polvere di stelle,  H. Arnesen, trad. L Cangemi, Orecchio Acerbo 2024  

perché 

"è un libro importante e ambizioso, perché si muove su un terreno molto battuto recentemente e pretende di farlo con una forma e un linguaggio tutt’altro che comune.  Si potrebbe sintetizzare l’argomento affermando che Stardust parla di cambiamento climatico.  Ma come tutte le sintesi, anche questa rischierebbe di essere limitativa, banalizzante e in parte fuorviante.  Perché il tema invece è complesso e perché il libro rifugge dal tentativo di ridurlo a poche frasi ad effetto.  Trattandosi di un libro illustrato che possiede una parte informativa, ma una ben più ampia narrativa e in versi, l’autrice avrebbe potuto procedere soltanto sul sentiero dell’aggancio empatico: le sue immagini molto forti lo avrebbero permesso e lei ne sarebbe venuta fuori sicuramente molto bene.  E invece sceglie di parlare al lettore in modo differente, di chiamarlo direttamente in causa, di rivolgersi a lui e alla sua storia."


Il lupo, Saša Stanišić, Regina Kehn (trad. Claudia Valentini) Iperborea 2024 

perché 

"A parte la sottile ironia che lo attraversa, nella voce del protagonista sempre pronto a definire come precisi e stereotipati i contorni di certi personaggi, salvo poi doverne ammettere complessità ben diverse, mi sembra divertente il ripetuto passaggio dal piano di realtà e quello dell' immaginazione che attraversa la storia: gli dà il titolo e offre divertenti spunti alla bravissima Regina Kehn che, tra cervi e lupi, racconta la sua versione dei fatti."

[continua]