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mercoledì 23 luglio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

ELOGIO DELLA CADUTA 

Una figura malinconica dalle guance smagrite, avvolta in una coperta variopinta, segue un gruppo eterogeneo di animali: un leone, un coniglio, un lupo, un tucano, un rospo. Quando li raggiunge porge loro una valigia trovata per strada, forse dimenticata proprio da qualcuno di loro.  

© Issa Watanabe #logosedizioni



Un coccodrillo, un formichiere, un rinoceronte e una giraffa sono accampati in una radura. Pentole, coperte e fagotti giacciono ai loro piedi. Un senso di sospensione e di precarietà aleggia attorno ai corpi che cercano di riposare. Nel sonno, i volti sono contriti. Chi è sveglio guarda lontano, nell’oscurità che incombe. 
Tra la figura allampanata e un enorme orso bianco ha luogo una conversazione, qualcosa che pare una contrattazione, un mercanteggiare necessario che lega a doppia mandata il rischio e la salvezza, il tentativo e il fallimento. 
Poi, si arriva al mare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



La cosa più difficile per i grandi temi, ancor più quando sentiti come urgenti e attuali, è essere raccontati interi e vivi senza diventare dettami. È difficilissimo, specie quando gli interlocutori sono bambini, mantenere intatto il bisogno di dire senza dimenticare che l’ascolto, quello vero, non può essere forzato. Arduo, sempre, arrivare ai lettori senza che il grande tema venga colonizzato dall’opportunità, dall’ufficialità del messaggio, dall’opinione comune di ciò che va detto e sentito. Infine, rarissimo che il grande tema venga raccontato in modo sufficientemente ampio e poroso, affinché permanga, nell’ascoltatore, quella libertà di raccogliere in autonomia ciò che può ovvero: quella parte di messaggio che, per età, sensibilità ed esperienza di vita, egli può contenere. 
Issa Watanabe ha la misura e la sensibilità di porgere il racconto della migrazione forzata e della ferita – sentito come urgente, personale, intimo – senza dimenticare mai la presenza dell’ascoltatore, concependolo anzi nella sua interezza. L’illustratrice predispone tutto il meccanismo narrativo affinché chi si affaccia all’albo lo possa fare in modo libero, e lo fa allestendo una sorta di camera di scambio, dove il mistero non viene sacrificato e il messaggio rimane potente e cristallino, sospeso e a disposizione di una lettura personale.


Che Migranti sia un capolavoro non tocca certo a me dirlo. Il racconto del gruppo di animali che dopo essere partiti affrontano una traversata in mare e approdano – non tutti, non indenni – sulla desiderata sponda opposta è scarno ed essenziale. Diretto eppure sensibilissimo. Il proposito di raccontare ai bambini il fenomeno della migrazione forzata con i rischi, il dolore e la morte che essa comporta viene centrato al punto da poter essere fruito non solo da chi una migrazione non l’ha mai affrontata, ma anche da chi ha vissuto sulla propria pelle la terribile esperienza e cerca parole e immagini per concretizzare qualcosa che va al di là del raccontabile. 
Ma lo scavo fatto da Watanabe è ben più di questo. La questione dei migranti, emblematica e purificata, diventa il fenomeno macroscopico e visibile attraverso cui è possibile toccare, in quel modo specifico che accade nelle storie e negli albi, un moto interiore ed essenziale, arrivando a simboleggiare il processo vitale e sconvolgente del cambiamento e della crescita. Se questo rimane timido e sotteso in Migranti, emerge invece con precisa intenzionalità in Kintsugi.


Il titolo è già una dichiarazione di intenti, un chiaro riferimento alla tecnica giapponese di ricomporre i cocci del vasellame spezzato con l’oro. La pratica del kintsugi fa della ferita e della guarigione una occasione di esperienza, compattando in un atto di riparazione dall’esito estetico e poetico un percorso che, nella realtà, passa attraverso la fatica della caduta, della sopportazione e della ricostruzione. 
Un coniglio vestito di tutto punto si accosta a una tavola riccamente imbandita per bere una tazza di tè, quando un biancore di gesso irrompe tra i rami del suo commensale. Sconcertato dal cambiamento, il coniglio inciampa, perde fatalmente l’equilibrio, precipita in avanti senza rimedio fino a rovinare a terra; non per questo smette di cadere, anzi: oltrepassato il diaframma del suolo scende ancora più in basso, in cavità e antri sempre più misteriosi, in una oscurità senza rimedio che sembra annichilire ogni colore. E quando si arriva in fondo, ecco un altro confine, ecco l’acqua. Il coniglio si tuffa e con una lunghissima apnea affronta una discesa che richiede moltissimo coraggio e con questo si intenda la capacità di sostare nel disagio, nella scomodità, nell’incertezza dell’esito. 
Questo è forse il regalo di maggior caratura in questi due albi. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Nelle interviste rilasciate dall’uscita di Migranti e reperibili in rete si capisce che Issa Watanabe ha un’altissima idea di infanzia e, in suo nome, rifiuta ogni banalizzazione. Le immagini che ha elaborato scaturiscono non tanto dalla diretta volontà di intrappolare nelle figure un messaggio chiaro, quanto dal bisogno di non voler arretrare di fronte ai fatti e allo stesso tempo di non deturpare la naturale propensione alla speranza. Tuttavia, è nell’integrità di affidarsi al proprio medium senza compromessi, nella scelta di affidarsi esclusivamente al disegno rinunciando alla parola che si sostanzia l’atto di fiducia rivoluzionaria e generativa - mi viene da dire quasi politica - che emerge dalle tavole, quando le si lascia parlare. 

© Issa Watanabe #logosedizioni



Il racconto di Watanabe può dire la speranza in quanto esso stesso è intriso di fiducia in ciò che deve ancora avvenire. Sta nel suo non volersi far imbrigliare, nella capacità di lasciare accadere le cose senza l’ansia della spiegazione, nella propensione ad arretrare per concedere spazio al lettore, assumendosi il rischio che qualcosa in questo scambio vada perduto. Nell'opera di Watanabe il messaggio stesso affronta la traversata che ogni pensiero azzarda dal momento in cui nasce, quando minuscolo e indefinito parte per essere formulato, trasformato, espresso e ascoltato. Possibilmente, compreso. 
Ogni pensiero, ogni idea, ogni parola, nel lungo percorso tra la sua comparsa e la sua espressione, affronta il rischio della censura, dello scoraggiamento, del silenziamento. Similmente al grande marlin pescato lontanissimo dalla costa dal proverbiale pescatore hemingwayano (ancora barche, ancora acqua) non è affatto detto che arrivi alla bocca, alla penna, alla carta intero; non per questo bisogna rinunciare.

© Issa Watanabe #logosedizioni

Dopo la contrizione per chi è perito nella traversata, il gruppo di animali si volge e, pur dolente, trova davanti a sé una radura fiorita. Dopo essere scampato alla profondità del mare, il coniglio risale in superficie e ritrova i pezzi con cui ricomporre nuovi oggetti, nuova realtà.

© Issa Watanabe #logosedizioni



L’atto stesso di pensare e parlare e creare è un atto di ricomposizione ed assemblamento che la lettura di questi albi celebra dal suo più radicale prodromo, che è la caduta, lo spezzarsi. Ed è forse qui che si sostanzia la necessità del nero delle illustrazioni, una oscurità che oltre a raccontare la disperazione veste efficacemente anche quel momento dell’esistenza in cui iniziano tutte le cose, l’oscurità che precede la luce, dove si affronta, senza certezza d’esito, la traversata prima dell’approdo. 

© Issa Watanabe #logosedizioni

Giorgia

“Migranti” Issa Watanabe, #logosedizioni 2020 
“Kintsugi” Issa Watanabe, #logosedizioni 2023 

mercoledì 22 settembre 2021

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

UN LIBRO PERFETTO

Un seme di carota, Ruth Krauss, Crockett Johnson (trad. Lisa Topi)
Topipittori 2021


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Il bambino piantò un seme di carota.
La mamma gli disse: 'Non credo che germoglierà'.
Il papà gli disse: 'Non credo che germoglierà'.
E su fratello gli disse: 'Non germoglierà.'"
 
Intorno al cartellino con il disegno di una carota il bambino ogni giorno toglie le erbacce e annaffia il terreno, lì ha piantato il suo seme. Nulla germoglia e sua madre, suo padre e suo fratello continuano a dirgli che da lì non sarebbe spuntato mai nulla. Ma il bambino va avanti a curare il suo seme e il suo pezzettino di terra, finché un giorno qualcosa si muove, spuntano delle alte foglie e una carota. Proprio come lui l'aveva immaginata: grande, grandissima che ci è voluta la carriola per portarla via.
 
"Few stories are completely perfect" said the lion. "That's true" said Ellen, leaving the playroom.
Ecco uno dei tanti dialoghi tra la bambina Ellen e il suo leone di pezza (C. Johnson, Ellen's Lion, Harper 1959; The Lion's Own Story, Harper 1963) che Philip Nel cita nella sua introduzione al libro Crockett Johnson and Ruth Krauss - How a Unlikely Couple Found Love, Dodged the FBI, and Transformed Children's Literature (2012)
Prese così come sono, queste esatte parole possono introdurre anche ciò che si vuole dire qui.
Esistono dei libri che sono così luminosi e perfetti che dovrebbero essere presi a modello da intere generazioni di autori di letteratura illustrata. E anche da legioni di esperti, alla perenne ricerca del libro 'perfetto'.
L'interessante storia della genesi di questo libro la si può seguire, ancora una volta, nel libro di Nel. Come successe anche altre volte (A hole is to dig), Ruth Krauss lo immaginò come se fosse stato un dialogo tra lei e il suo vicino di casa cinquenne. 
 

Un testo di un centinaio di parole che Crockett Johnson, il marito, illustrò per costruire un prototipo da sottoporre alla Ursula Nordstrom. A lei piacque e il progetto andò avanti. Quello che successe a
The Carrot Seed tra il 1944, anno in cui firmarono il contratto con Harper, e il 1945, anno della pubblicazione si può riassumere in tre punti.
Il primo: la Nordstrom trovò la storia geniale e non propose nessun cambiamento al testo, lo stesso accadde con le illustrazioni, a parte un suggerimento sullo sguardo che il bambino doveva avere: lì la Nordstrom suggerì a Crockett Johnson di dare al bambino non uno sguardo sorpreso e dubbioso ma uno sguardo attraversato da una somma sicurezza interiore.
 

Johnson ci lavorò e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
Il secondo: l'ufficio marketing di Harper, fece un clamoroso errore di valutazione, pensando che sarebbe stato più utile accompagnare il libro con la dicitura illustrated by Crockett Johnson and written by his wife. Mettere in maggiore evidenza il nome di Crockett Johnson, lo stranoto fumettista di Barnaby, rispetto a quello della moglie, Ruth Krauss, quasi esordiente nel mondo della letteratura per l'infanzia, scatenò la furia dell'autrice che la considerò imbarazzante e offensiva perché implicitamente si affermava che il libro non era stato illustrato perché lo si riteneva un buon libro, ma perché la ragione affettiva aveva prevalso. La Nordstrom corresse il tiro dell'ufficio marketing e il problema si risolse, con una soluzione che è sotto gli occhi di tutti.
 

Il terzo: Johnson, prima che il libro andasse in stampa, esercitò la sua maniacale e proverbiale meticolosità e si assicurò che i colori fossero solo: marrone, rosso, verde e (forse) beige chiaro. Su quest'ultimo aveva lui stesso dei dubbi, così lo stampatore lo tolse e il risultato è sotto gli occhi di tutti.
 

Quello che successe dopo il 1945 ha molto a che fare con la perfezione cui si alludeva all'inizio e si può riassumere in altri tre punti.
Il primo: fu un immediato successo. Dalla critica fu subito definito come una perfetta 'parabola' che arrivava al cuore di grandi e piccoli, fu considerata perfetta la scelta dell'illustratore(!), fu portato a esempio di sintesi perfetta, tanto nelle cento parole di Ruth Krauss, quanto nella linea riassuntiva e pura di Crockett Johnson.
Il secondo: per la portata del messaggio, diventò un vero fenomeno editoriale, una bandiera. Una copia fu mandata alla Conferenza mondiale delle Nazioni a San Francisco dove 50 stati erano lì riuniti per redigere e firmare la carta e diventare l'Onu che tutti oggi conosciamo. Il presidente di una famosa casa ingegneristica ne spedì un centinaio di copie ai suoi dirigenti, che a loro volta ne spedirono altre ai loro colleghi e impiegati. La Chiesa cattolica, tra le letture consigliate, aggiunse The carrot seed, accompagnandolo con la frase: abbiate fede e vedrete i risultati.
Terzo: un vicino di casa di Ruth Krauss lo definì a swell book, con una morale inoppugnabile secondo la quale è meglio non fidarsi mai degli altri, neanche dei propri genitori.
 

A me che arrivo buona ultima su questo libro restano da fare solo due cose.
La prima: gioire che finalmente anche i bambini italiani possano avere questa meraviglia per le mani, una meraviglia piena di senso raccontata con parole e disegni di una chiarezza disarmante. Una storia che ruota intorno a un fatterello, ma che ha la potenza di un testo di filosofia morale. Sulle ragioni perché ci abbia messo quasi ottant'anni ad attraversare l'oceano, è meglio tacere. Gioisco della traduzione e della scelta del titolo che saggiamente slitta di poco rispetto all'originale, del fatto che nella copertina e nel frontespizio, come nella prima edizione americana, il nome di Ruth Krauss sia poco più grande di quello di Crockett Johnson.
La seconda: sostenere che i disegni e i testi possono essere considerati un canone, i primi per come sono distribuiti sulla pagina, per la loro estrema sintesi di segno e colore e nel contempo per la loro forte comunicabilità espressiva, piccoli dettagli nei gesti che si amplificano nel vissuto di ciascuno: quella mano interlocutoria della mamma, cui fa eco un testo possibilista, quella mano perentoria del fratello, cui fa eco un testo lapidario. 
 

Ecco.


Carla

mercoledì 17 giugno 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NASO A TERRA

Muschio, David Cirici, Federico Appel (trad. Francesco Ferrucci)
Il Castoro 2015



NARRATIVA PER MEDI (dai 9 anni)

"Stavo ormai per rinunciare a cercare quella traccia minuscola quando, all'improvviso, la trovai ancora alla staccionata di un giardino. Sì! Era l'odore di Janinka, come se lei avesse passato le mani sulle assi verticali della staccionata. L'odore di Janinka fluttuava tra l'odore di legno e di vernice, di muschio ed erba, e l'odore di domenica pomeriggio e di lavatrice. Dopo, in fondo al mio paesaggio di odori, percepii il sentore vecchio e rancido, proveniente dall'interno di una casa, e ancora più indietro, molto lontano, un profumo di dolci appena sfornati."

Un vero paesaggio di odori. Una mappa olfattiva di chi, con il naso, è in grado di decodificare segnali, di individuare tracce: un cane.
Nero, con il pelo riccio, Muschio è un cane in cerca.
Durante un tremendo bombardamento che ha distrutto la casa in cui viveva, si ritrova da solo perché l'intera famiglia è scomparsa sotto le macerie. Muschio però non si rassegna, non molla e non perde la speranza che un giorno li ritroverà.
La sua è una storia di ricerca. Comincia a mettersi dietro le sparute tracce dei due bambini, i fratelli Janinka e Mirek, al fianco dei quali aveva trascorso bellissimi momenti, prima che la guerra scoppiasse. E lo fa come lo fanno i cani: naso a terra a cercare e inseguire ogni loro possibile segno. Ma gli odori sono molti e sono labili, volatili.
Preso a calci, catturato per lavorare in un circo, sempre più affamato, sporco, pulcioso, Muschio non smette di sperare, di cercare, ma per sopravvivere si unisce ad altri cani che, come lui, la guerra ha reso randagi e girovaghi. 


Quei cani dai nomi strani, Pepe, Pisciovecchio, Treny, Vicoletto, Menta, diventano una banda. Ma piano piano le loro fila si assottigliano.
In ultimo, imprigionati, Muschio e i superstiti tra i suoi compari vengono alla fine utilizzati come guardie feroci di un gruppo di prigionieri in un campo di concentramento.
Solo Muschio e Menta, grazie al buon cuore e all'astuzia proprio di uno di quei prigionieri, riescono a mettersi in salvo. E lui con loro.


Il peggio sembra essere alle spalle e anche la guerra nel frattempo è finita. A completare la felicità ritrovata di Muschio manca solamente un tassello: ritrovare i bambini con i quali un tempo condivideva allegria, gioco e affetto.

La guerra raccontata da un cane. Attraverso 15 tappe, quanti sono i capitoli di questo libro premiato con l'Edebé de Literatura Infantil y Juvenil (un premio indetto dalla omonima casa editrice catalana che lo ha premiato per la narrativa per lettori dai 7 ai 12 anni), David Cirici racconta l'orrore ma anche la quotidianità di un conflitto attraverso una prospettiva insolita, quella di un cane.
Ed proprio in questo elemento che mi pare si possa cogliere il maggior valore del libro. In tale prospettiva il racconto scorre leggero, nonostante la pesantezza del contesto di fondo. Ad eccezione di qualche piccola sbavatura e qualche ingenuità di intreccio, il racconto appare convincente e avvincente. Con cura David Cirici filtra ogni episodio, ogni avventura del gruppo di randagi, attraverso il loro olfatto, il loro sguardo con meno colori del nostro, raccontando sempre da una prospettiva 'bassa' ad altezza ginocchia, quale è appunto quella di un cane.
In tal senso il libro mantiene dal principio alla fine questa doppia valenza: da un lato è il racconto molto verosimile di un cane, dall'altro è il racconto di una guerra terribile. Una guerra che viene tratteggiata con delicatezza, a tal punto che non mi pare possibile identificarla. Sebbene ci siano velate allusioni ai campi di sterminio degli ebrei, sebbene i nomi dei protagonisti alludano all'Est Europa, tuttavia mi pare evidente che il desiderio di Cirici non sia quello contestualizzare troppo lo scenario, identificandolo come la Polonia durante la Seconda Guerra mondiale, quanto piuttosto quello di rendere ancora più universale l'orrore che una qualsiasi guerra porta con sé.
Raccontare la guerra attraverso lo sguardo di un randagio ha un suo corrispettivo nelle illustrazioni sempre molto comunicative di Federico Appel. In bianco e nero, le immagini si alternano al testo, svolgendo egregiamente il compito di 'alleggerire' un tema, purtroppo, così drammaticamente autentico e attuale.

Carla

lunedì 4 febbraio 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

SULLE ZAMPE DELL’UTOPIA

Si può sopravvivere credendo ad un sogno, anzi credendoci tanto da trasformarlo in realtà?
Ci sono due libri che lo sostengono fortemente.


Il primo, Quindici giorni senza testa, di Dave Cousins, è esplicitamente un libro per ragazzi, ma per ragazzi ‘grandi, direi sopra i tredici anni.
Racconta con affettuoso disincanto l’incredibile corsa contro il tempo di Laurence, che cerca di salvare la propria traballante famiglia, costituita da un fratello più piccolo che crede di essere un cane e da una madre alcolizzata. Costei di punto in bianco, travolta dall’ennesimo fallimento, se ne va, lasciando i figli da soli e senza il becco di un quattrino.
Laurence cerca di mandare avanti il menage familiare e, nello stesso tempo, partecipa, sotto mentite spoglie, ad un quiz radiofonico. In palio, una splendida vacanza con la quale il ragazzo spera di ridare speranza e futuro alla propria famiglia. Intanto è necessario che nessuno sappia che mamma se ne è andata, quindi Laurence compie uscite ben studiate, vestito da donna, per ingannare l’occhiuta vicina di casa, già pronta a chiamare i servizi sociali. E poi bisogna riuscire a mettere qualcosa sotto i denti, continuare ad andare a scuola come se niente fosse, mentre la speranza di rivedere la mamma si affievolisce. Ma la determinazione a vincere la famosa vacanza è talmente grande da spingerlo non solo a continuare le interminabili puntate del quiz, ma anche a svolgere una faticosa e pericolosa indagine sulle tracce etiliche della madre. Questo romanzo, pur nel giusto happy end, non risparmia nulla al giovane lettore, nel descrivere il baratro in cui può sprofondare un’alcolizzata, così come non rende rosea la ‘vacanza’ dei due fratelli abbandonati, con una casa sempre più sporca, con i soldi che finiscono, con Jay/Scooby Doo che cerca sempre più frequentemente la mamma.
Per fortuna ci sono gli amici e le imprevedibili amiche; per fortuna c’è la speranza incrollabile, il desiderio insopprimibile, l’utopia che le cose si possano cambiare, anche se con fatica e con dolore.


‘Senza magia la vita non è niente. Senza utopia, vince il cinismo’.
Questa è la filosofia del secondo libro che vi propongo, di Marc Michel-Amadry, Due zebre sulla trentesima strada. Libro sicuramente per adulti, ma con un forte accento favolistico: fa ruotare le vicende personali dei diversi personaggi intorno allo zoo di Gaza e al suo coraggioso direttore Mahmoud Barghouti, che per far felici i bambini dipinge a strisce bianche e nere due asini, dopo che le zebre dello zoo erano passate a miglior vita a causa della fame. Questa pazzesca idea, della felicità dei bambini in un luogo privato di tutto, diventa il perno della vita di un fotografo, di uno scrittore, di un’artista, di una dj berlinese. La missione diventerà far sì che Gaza abbia un vero zoo, Barghouti partirà per New York e le vite dei diversi personaggi, come in un meccanismo ben oliato, si concentreranno tutte intorno al sogno di un oscuro direttore di zoo.
Senza poter credere nella possibilità di cambiare il mondo, le asprezze della vita reale, le solitudini, le crudeltà diventano insopportabili.
Come si comprende, questa piccola storia suggerisce al mondo adulto quella capacità di guardar oltre che sembra aver perduto da tempo.

Eleonora


“Quindici giorni senza testa”, D. Cousins, San Paolo Edizioni 2013
“Due zebre sulla trentesima strada”, M. Michel-Amadry, Elliot, 2012



martedì 25 settembre 2012

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)


FUTURO PROSSIMO, PASSATO REMOTO



Lo specchio dei desideri mi sembrava solito, il solito racconto lungo dedicato da un grande scrittore ad una bambina; l’incipit è squisitamente favolistico, una bambina di otto anni che trova per caso un frammento di specchio in una discarica e, ovviamente, si tratta di uno specchio speciale, che non riflette le cose le reali ma come la fantasia infantile le ha trasfigurate. Fin qui, prevedibile. Ma la storia, con il passare delle pagine, prende un’altra piega: seguiamo, infatti, la protagonista nella sua crescita, nei suoi cambiamenti: i genitori si separano, lei diventa un’adolescente piena di brufoli e di insicurezze. Di certo sa che non le piacciono le ingiustizie e questa sua chiarezza l’ha pagata cara, a scuola. Dello specchio si è quasi dimenticata, fino a quando non incontra nuovamente un suo amico di scuola, che le mostrerà un altro pezzo di specchio; anche questo è uno specchio speciale, anche se non mostra più il mondo infantile, ma la realtà come potrebbe essere. L’amico la conduce in uno scantinato dove molte persone, giovani e adulti, fra cui una sua insegnante, cercano di mettere insieme i loro pezzi di specchio, la loro idea di un mondo migliore. Una favola per ragazzi alle soglie della vita adulta, che li incita ad avere il coraggio di essere se stessi e di affermare una diversa idea di mondo, insieme a quegli adulti che non si sono dimenticati di essere stati giovani sognatori, un tempo. Puntuali le illustrazioni di Chiara Coccorese, con il mix originale di immagine fotografica e disegno, che accentuano la dimensione fantastica.
Si tratta, quindi, di un racconto per ragazzi, ma anche di un pamphlet ‘politico’, laddove con questo termine s’intenda una visione del mondo presente per come è e per come dovrebbe/potrebbe essere.
Sul piano personale, lo ammetto, questo libro mi ha colpito al cuore, perché, indirettamente, evidenzia la difficoltà dei ragazzi a pensare il proprio futuro e, in questo modo, mette a nudo il limite della mia generazione, che non ha saputo trasmettere quella che è stata, all’epoca, la sua forza: il coraggio di immaginare un mondo migliore, la fiducia nel futuro, la certezza (ovviamente infondata) di avere le redini del proprio destino. Non sto dando una valutazione politica sugli anni settanta, registro la grande differenza dello ‘spirito del tempo’, di allora e di oggi. Saranno state le sconfitte, le delusioni, il ritrovarsi in mezzo ad un ventennio avvilente e distruttivo, ai nostri figli non abbiamo dato la possibilità di pensare, con l’eroismo della giovinezza, di poter cambiare il mondo o almeno la propria vita. Mi basta mettere a confronto la mia giovinezza e quella di mio figlio, che ovviamente non è tutti ragazzi del mondo. Ma il che il problema esista e che sia generazionale è testimoniato, ad esempio, dal bel libro dello psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli, un libro illuminante su una delle fragilità degli adolescenti di oggi.


Ma c’è ancora una speranza, almeno così la pensa Jonathan Coe, che anche noi ritroviamo, in qualche cassetto dimenticato, il nostro frammento di specchio.


C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle

(Ivano Fossati, C'è tempo)

Ecco, avrei voluto che anche il mio giovane guerriero potesse vivere un momento così.

Eleonora

Lo specchio dei desideri”, J. Coe, con le illustrazioni di Chiara Coccorese, Feltrinelli Kids 2012
Cosa farò da grande? Il futuro come lo vedono i nostri figli”, G. Pietropolli Charmet, Laterza 2012


Noterella al margine: Per ora sono soprattutto i lettori adulti a comprare il libro di Coe, spero ardentemente che ne traggano la forza per trasmettere ai propri ragazzi la fiducia in un mondo migliore.