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mercoledì 8 gennaio 2025

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

UNO SPAZIO CHE PRIMA NON C’ERA 

Da persona indecisa e poco propensa alla sintesi quale sono, quando mi trovo di fronte a un problema che non offre una immediata soluzione affido le mie valutazioni al tempo. Lo lascio scorrere come si farebbe con un fiume, costruendo a valle le mie domande a forma di diga. Poi, sto seduta lì, paziente, a osservare cosa arriva: suggerimenti, indizi, ripetizioni. 
È osservando sparsi sul palmo i pezzetti di ciò che si accumula a ridosso dell’ostacolo che intuisco: la natura del problema, la precisa domanda. 
Spesso pure la risposta. 
Qualcosa di simile succede in questi due albi, abbastanza diversi, capaci di generare domande cogenti sull’infanzia, sul potere e l’autorità, sugli spazi interiori, senza tuttavia cadere mai nella tentazione di fornire risposte, forti proprio dell’eloquenza del materiale messo in movimento e in virtù del movimento stesso. 

 

In Di qui non si passa un generale generalissimo si proclama l’eroe della storia e mette un soldato di guardia alla linea di attaccatura delle pagine, stabilendo a gran voce che da lì nessuno potrà passare: la pagina di destra è riservata a lui! La guardia blocca diligentemente il passaggio a tutte le persone che non tardano ad arrivare, ognuna spinta da un proposito, un’urgenza personale, un desiderio. 
Tra le numerose lamentele e il sempre più chiassoso sconcerto passano ignari due bambini impegnatissimi a non lasciarsi sfuggire la palla con cui stanno giocando. Costretti anche loro a fermarsi, mancano un tiro, e allora è solo una questione di attimi: giusto il tempo che la pallina si fermi al centro della pagina di destra e anche i bambini sono dall’altra parte, seguiti a ruota da tutti gli altri. A nulla servirà l’arrivo del generale e dell’esercito: persino il cavallo si lascerà contagiare dall’anarchia e, disarcionato il proprio stesso padrone, se ne andrà con tutti gli altri, lasciando il sedicente eroe della storia solo e sconsolato a riordinare i resti colorati che, come seconde pelli, rimangono a terra dopo che tutti sono passati. 
Tutte quelle cose che non ci stanno più, invece, mette in scena una situazione più intima. 


È questa la storia di bambino che si trova ad avere a che fare con misteriose palline arancioni che cominciano inspiegabilmente ad apparirgli in numero sempre crescente. In assenza di una figura di riferimento e di validi suggerimenti, il piccolo tenta in tutti i modi di trovare uno spazio e uno scopo a questi inspiegabili oggetti. Tuttavia né la borsa della palestra del papà, né la cuccia del cane, l’autobus o il carrello della spesa sembrano adatti a contenerle, e al bambino, sovrastato dallo sforzo, non rimarrà che arrendersi alla loro presenza. Sarà dopo questa resa che vedrà qualcuno simile a lui, un altro bambino che, sgattaiolando tra le gambe degli adulti indifferenti, lo condurrà oltre una porta in un giardino dove le palline troveranno il loro posto. 
I due dispositivi narrativi presentano certo notevoli differenze: 
- Da una parte abbiamo un protagonista adulto, dotato di autorità, che agisce per proprio esclusivo interesse contrapponendosi a una molteplicità di persone libere, ognuna dotata di nome, relazioni amici, e di una direzione ben specifica che le spinge ad affrontare il divieto di non attraversare un dato confine; dall’altra ecco un bambino solitario (o lasciato solo?) alle prese con l’apparizione apparentemente insensata di palline arancioni di cui non è chiaro lo scopo… 


- Da una parte i colori squillanti e il tratto nitido dei lampostil danno vita a personaggi dinamici, quasi ritmici, dall’altra una palette di grigi sfumati: delineano con campiture sfumate una serie di ambienti estranei e respingenti in cui l’unico colore concesso è quello delle palline, arancioni e luminose, e il giacchino del bambino, anche questo arancione, come da programma… 
- Da una parte l’azione avviene in spazi indefiniti, candidi, e viene interrotta dal bordo della carta, come a suggerire un campo d’azione che supera la struttura del libro per estendersi ben oltre il margine; dall’altra, ecco susseguirsi scenari domestici e urbani di un quotidiano vivere comune che pare ripiegarsi su sé stesso.
- La chiara identificazione del limite e del divieto con l’attribuzione di funzione scenografica alla linea di attaccatura tra le due pagine de Di qui non si passa! si contrappone al confine psicologico che si sostanzia pagina dopo pagina in Tutte quelle cose che non ci stanno più separando gli ambienti esterni dallo spazio interno – attonito e lievemente angosciato - del piccolo protagonista, ma anche gli adulti dall’infanzia. 



- Infine, tra i personaggi della folla del primo albo serpeggia un elettrico senso di energia e si aprono variopinti fumetti che sostanziano all’occhio il rumoreggiare delle voci dei molti, rappresentando anche a livello sonoro il crescendo di un attrito tutto esterno tra il generale e la folla. Nelle grigie ambientazioni dove si muove il bambino alle prese con le palline invece, rimbomba in silenzio un conflitto intimo e personale, vissuto in una solitudine sottolineata con puntualità dagli sguardi infastiditi o indifferenti degli adulti.
 



Tuttavia, la scelta di procedere nella narrazione attraverso il dispositivo dell’accumulo stabilisce una sotterranea comunanza tra questi due albi: entrambi presentano fin dal titolo una negazione, un divieto, una linea di demarcazione, ovvero dispongono un ostacolo contro cui è necessario scontrarsi, e ovviamente entrambi procedono con l’accumulo progressivo di elementi formali proprio contro il margine stabilito dalla negazione; entrambi utilizzano espressivamente la distribuzione del peso dell’immagine nelle pagine, spostandola nel corso della narrazione da sinistra a destra quasi che l’intera struttura fosse un bilanciere e la storia una questione di stabilizzazione di forze fisiche…


Infatti, è fatto grande affidamento sul tempo necessario allo sviluppo della massa critica ed è prevista, alla fine di questo processo, l’apparizione di una soglia funzionale allo scioglimento della tensione creata dall’accumulo stesso. 



In questo modo, autori e autrici vanno costruire una efficace metafora delle modalità con cui si sviluppa e sostanzia nella mente un pensiero nuovo, un’idea o una consapevolezza per cui non era previsto uno spazio che tuttavia, da un certo momento in poi, incredibilmente si crea.


L’accumulo funziona ottimamente come dispositivo narrativo: fa nella narrazione quello che tempo e peso fanno alla roccia: strato dopo strato, millennio dopo millennio il depositarsi di materia, riordina i significati, stabilizza i legami, mette in quadratura i conflitti e i rapporti. Così, nasce la lucentezza della malachite, il verde dello smeraldo, la stabilissima trasparenza del diamante. 
Ecco allora la critica all’autorità e al rigore, ecco la negazione dello spazio dell’infanzia, ecco un inno alla vitalità dei desideri e all’individualità genuina che nell’infanzia prova a trovare la sua prima legittimazione. 


La questione saliente è la fiducia. Saper confidare nel gesto ripetitivo di voltare pagina dopo pagina dopo pagina, rimanendo tuttavia in attesa del mutamento della situazione: che l’equazione si sviluppi, che il processo si compia, che il significato si riveli. Che i materiali – persone, palline pensieri e sentimenti e domande - rivelino attraverso la loro persistenza il proprio messaggio.


Più che logico è inevitabile: l’accumulo è un arrendersi che affida alla natura stessa delle cose la parola, e che accoglie il significato evidenziato dalla ripetizione per restituirlo finalmente intero e visibile alla singolarità. Recuperando l’immagine della diga, è inutile pensare di ostacolare il libero e pulsante fluire di palline, persone, sentimenti e pensieri, stabilire a tavolino che non sia possibile passare: ciò che si accumula è destinato presto o tardi a tracimare, e per tutte le cose che sembrano inizialmente non avere collocazione, per la novità o l’urgenza del loro messaggio, si creerà un nuovo spazio: uno spazio che prima non c’era. 


Giorgia 


“Di qui non si passa!”, Isabel Minhos Martins, Bernardo Carvalho, Topipittori 2015 “Tutte quelle cose che non ci stanno più” Marta Lonardi, Corraini 2024

venerdì 20 settembre 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

NON VEDERE NON ESSERE?

Il museo del niente, Steven Guarnaccia (trad. Eugenia Durante) 
Corraini Editore 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Ottavia e Otto vanno al museo. Vogliono visitarne uno dove non sono mai stati. 
Sono stati al Museo dei quadri grandissimi e al Museo delle invenzioni importantissime. 
Arrivano in una strada che non hanno mai visto. In fondo c'è una grande porta su cui c'è scritto... MUSEO DEL NIENTE. 
Entrano." 

Il Museo è pieno di niente. Vuoto, o per meglio dire, senza nessun oggetto esposto: solo bacheche vuote, piedistalli sgombri, oblò che si aprono nei muri al di là dei quali non c'è nessun oggetto. E, come se non bastasse, nessuno in giro. 
A mancare sono anche i colori. 
Le uniche cose che sembrano contenere qualcosa sono i cartelli che - seppure un po' sgrammaticati - indicano dove trovare il niente. Il fatto è che il niente è fatto di niente, per cui i cartelli stessi alludono a qualcosa che l'occhio non vede... 
Galleria delle sculture, detta Galleria Nisba, è piena di piedistalli che alludono a opere che con il nulla hanno molto a che fare: il busto del Milite Ignoto, La bolla scoppiata, senza contare le numerose bottigliette contenti l'aria di qui e di lì. 
Nella Sala di nessuno, fanno la conoscenza con l'Uomo invisibile, leggono il verso iniziale di una poesia di Emily Dickinson, Io sono nessuno. Tu chi sei? 
Il giro prosegue nella Libreria del nulla, dove fanno bella mostra di sé i libri di Calvino, di Sartre. Ma la visita si fa davvero interessante quando, nell'Ala zero, scoprono interessanti cose sullo zero. 
Anche la sala dei buchi non è male, anche se il pericoloso buco nero si risucchia il povero Otto. La sorella attraversa correndo la pinacoteca dove il bianco imperversa - da Melevich a Munari passando per Rauschenberg - e poi i due si ritrovano per finire insieme la visita nel bookshop del museo dove fa bella mostra un cartello che contiene una grande verità: se compri zero zero paghi! 
 

Steven Guarnaccia opta, ça va sans dire, per la versione pop della parola nulla, che per l'appunto è niente. E al niente ci gira intorno come nel Dopoguerra fece la famosa caramella alla menta che è conosciuta in tutto il mondo come "un buco con la menta intorno". 
Guarnaccia fa un po' la stessa cosa che fece all'epoca quel drago di George Harris e del suo staff. Harris, con l'intento di rendere necessaria una caramella (poi diventata di culto in UK) nell'immediato dopoguerra, ha semplicemente guardato le cose secondo una prospettiva diversa: è partito dal buco e poi ci ha messo la menta intorno. 
Da quel momento, nessuno ha più dimenticato le Polo. 


Ecco Guarnaccia anche qui fa la stessa cosa. D'altronde, il cambio di visuale sembra essere una delle tante magnifiche capacità che dimostra di avere. Per capirlo basta guardare i suoi libri per bambini più famosi qui da noi: quattro fiabe che vengono rivoltate letteralmente in nome della moda (Cenerentola e I vestiti nuovi dell'imperatore, e quali altre altrimenti?), dell'architettura (ovviamente, I tre porcellini) e del design (Riccioli d'oro che dell'arredamento della casa dei Tre orsi ha avuto molto da ridire). 
Qui la questione è ancora più scabrosa: il niente o il nulla non sono roba da poco, ovviamente. Lo stesso scultore Isamu Noguchi scrive che "qualcosa dovrebbe essere più niente del niente stesso." 
Guarnaccia non è certo il primo, nell'ambito dei libri per bambini, a riflettere sul concetto e a provare a metterlo davanti ai loro occhi: la cosa che lui fa però è costruirci una trama sottilissima che comunque sia almeno funzionale a tener su tutta l'interessante casistica da indagare e su cui ragionare. 
Tallec con Il re e il niente, al contrario gioca molto di più sul lato narrativo, e addirittura filosofico e sociologico, della questione. Bravo, lui, che così si toglie d'impaccio. 
Sta di fatto che entrambi devono ampiamente passeggiare nei territori dell'assurdo per poterne uscire fuori a testa alta. E soprattutto entrambi si scontrano con una realtà incontrovertibile: il Nulla in natura non esiste, se non, appunto, nell'ambito della pura teoria. 


Però, c'è un però. Guarnaccia, più che di niente, sembra voler parlare di assenza. 
Un po' la stessa cosa che hanno fatto due artisti - il loro nome Benandsebastian li tiene assieme- che nel 2014 allestiscono a Copenhagen un museo omonimo a quello di Steve Guarnaccia: The Museum of Nothing (museo che viene allestito di volta in volta in luoghi diversi accanto a musei "normali" con l'intento di riportare in equilibrio la dominanza della presenza rispetto a quella dell'assenza). 
Mission del loro museo: focalizzarsi sui vuoti tra opera d'arte, cornice, descrizione e rappresentazione, in modo da attivare le innumerevoli relazioni tra le cose e spingere i meccanismi fisici e linguistici usati per fissarle sul posto. 


Insomma, il loro obiettivo è quello di esporre la presenza dell'assenza: "Il lavoro di benandsebastian si interroga su come le lacune nella conoscenza plasmino l'identità e su come particolari assenze, ad esempio sotto forma di oggetti perduti, artefatti incompleti o narrazioni escluse, agiscano sull'immaginazione". 
Geniali architetti di formazione, ma soprattutto esploratori di pensiero puro. 
Non so se Guarnaccia conosca la loro arte e la teoria che c'è dietro, ma a me pare un fatto incontrovertibile che nel suo buffo libro le parti meglio riuscite non siano quelle che ruotano intorno al concetto del nulla, ma quelle che ragionano sullo zero, sul nessuno, sui buchi (la mia preferita), sulle mancanze, sulle assenze, appunto. 


Compresa quella della policromia (che peraltro Otto e Ottavia si portano dietro) o ancora sugli esiti artistici dell'invisibile, come per esempio L'aria di Parigi di Duchamp, che sul non vedere/non essere hanno giocato e illuso lo sguardo. 
Però, c'è un altro però. Su questa questione ultima del non vedere/non essere. 
Mettiamo il caso che un genitore illuminato, oltre ad aver letto Il Museo del niente abbia fatto leggere al suo bambino anche un libro che si intitola Ludwig e il rinoceronte.... 
E mettiamo che quello stesso bambino colleghi le due storie e l'idea che c'è dietro... 


Ecco che allora si sentirà forte e chiaro un ruminare di pensieri in quella piccola testa. Evviva!  

Carla 

Noterella al margine. A parte qualche piccola distrazione - qui e là (con l'accento) - e qualche imprecisione - i musei direi che hanno sale più che stanze e scaffali con libri dalle pagine vuote, resta un altro mistero che farà ruminare i pensieri dei ragazzini più attenti e curiosi (i miei preferiti): ma perché Ottavia ha sempre lo stesso vestitino pieno di zeri (o di O maiuscole?) mentre il fratello Otto cambia maglietta a ogni piè sospinto? 
I grandi che hanno avuto la felice occasione di incontrare Guarnaccia se lo spiegheranno, ma un bambino puntiglioso resta là ancora lì a ruminare...

lunedì 27 maggio 2024

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DA VICINO L'EFFETTO CHE FA

Se fossi Ugo, Sergio Olivotti, Giulia Pastorino 
Corraini 2024 


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni) 

"Successe così. 
Una mattina Ugo si svegliò e... non era più Ugo. 
O almeno... non era più lo stesso Ugo di prima. 
Ora era tutto uno scarabocchio. 
Non era solo uno scarabocchio fuori. Anche dentro tutti i suoi pensieri sembravano una matassa disordinata... 
La giornata andò come andò." 

Ugo confida in domani. Ma le cose non cambiano, o meglio cambiano fin troppo, perché il giorno dopo è tratteggiato, quindi a puntini. Cosa questa, che gli provoca qualche guaio con la maestra. A seguire, ghirigoro e poi nebuloso. 
Tutto questo continuo cambiare è piuttosto faticoso e destabilizzante per il povero Ugo e marginalmente anche per tutti quelli che gli ruotano attorno, amici e familiari. A stargli accanto ti poteva venire il mal di mare, nel giorno in cui Ugo era mosso. Oppure poteva succedere che i compagni lo considerassero un rompiscatole nel giorno in cui, essendo geometrico, aveva messo tutti in riga. La cosa però può avere anche i suoi vantaggi, perché quando è concentrico gli pare di avere in mente finalmente un obiettivo, anche se gli sfugge quale. 
L'essere sempre diverso gli confonde la personalità e la percezione di sé, ma gli altri sembrano non curarsene poi troppo. Finché un giorno si sveglia e... 

Sulla metamorfosi, anche temporanea, non mancano libri. L'argomento è decisamente caldo. 
A parte la questione di fondo che si può riassumere così: ogni passaggio di stato lascia traccia di sé e tutti, un giorno sì e l'altro pure, si sentono un po' diversi dal giorno prima, qui accade anche qualcos'altro. 
Non c'è il solito bambino che immagina di essere uccello o fiore, e che quindi vediamo con la sua testolina dentro una corolla o con un becco al posto del naso. 
Qui c'è un bambino che, suo malgrado, attraversa una serie di condizioni che sono piuttosto insolite, anche per l'immaginario comune. E sono tutte legate a un ambito comune, quello della grafica, del segno (si badi non del disegno, dunque): dallo scarabocchio al ghirigoro, passando per il geometrico e il tratteggiato. 


Dal labirintico al puntiforme con un passaggio attraverso lo zig zag. 
E infatti l'idea esce da Olivotti e Pastorino ed è Corraini che la pubblica. 
Se da un lato questo indirizza inevitabilmente la creatività di chi illustra, dall'altra suggerisce un significativo e poco retorico salto di specie tra l'essere una figura disegnata e una sua possibile corrispondenza nella sfera emotiva. 
Cerco di spiegarmi: l'essere a zig zag sulla pagina diventa una bella sequenza di linee di matita nera tutte spezzate a formare angoli acuti che si orientano in tutte le direzioni. Una pagina al limite dell'astrazione in cui si intravedono gambette e occhietti e nasi - anche questi a zig zag. 
Ma che cosa significa, nell'indole del povero Ugo essere così? 
Significa essere in grado di fare cose tra loro anche molto diverse, significa essere multitasking, ossia essere in grado di palleggiare e chiacchierare con un amico, significa andare in bagno e allo stesso tempo stendere una maglietta. 
Laddove il segno grafico si avvicina al nostro immaginario emotivo, le cose si semplificano un po' e quindi essere pungente non vuole dire essere solo raffigurato come un riccio di mare sulla difensiva, ma significa anche essere sgarbato e sarcastico con il resto del mondo. Facile. 


In altri casi ancora la capriola che deve fare lo sguardo è più elaborata. Penso per esempio all'essere concentrico, in cui è già il testo ad alludere a una serie di oggetti concentrici: i cerchi nell'acqua o il tiro a segno per poi atterrare a piedi uniti e con stile sul fatto che l'essere concentrico abbia a che fare con l'avere un obiettivo (vabbè, non importa quale). 
Ma, presa una direzione ancora diversa, in altri casi la capriola la deve fare il pensiero ed è ancor più elaborata. Un esempio potrebbe essere il ghirigoro che è un segno arzigogolato e che, parlando in senso metaforico, richiama raffinatezza e ricercatezza, cose che la sorella di Ugo nota e associa immediatamente al suo essere, o quanto meno sentirsi, elegante e ammirato. 


E come tale, Ugo pensa di potersi atteggiare a bambino galante... 
Analogamente essere labirintico porta a un esito emotivo di disorientamento, di perdita della coordinazione: allacciarsi le scarpe diventa un problema per l'Ugo labirintico. 
E qui il testo fa un ulteriore saltino, quando accenna al fatto che se sei labirintico, difficilmente puoi vedere una via d'uscita. Ah, come è vero, sia in senso letterale sia metaforico. 
Analogamente quando sei a puntini, l'intera superficie della faccia di Ugo si fa a pois, ma anche le parole scompaiono per essere sostituite dai consueti tre puntini di sospensione che in qualsiasi testo alludono a un silenzio, spesso basito, di certo a una sospensione della parola, soprattutto quando sono a fine frase... Ecco. Ed è in questa situazione che Ugo diventa timido, incapace di portare a conclusione discorsi o pensieri. 


Divertente idea. E divertente eventualmente parlarne con altri ughi e ughe per vedere da vicino l'effetto che fa... 

Carla

lunedì 28 agosto 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


FAVOLE ANTICHE


Quando li ho visti, alla Fiera di Bologna, nello stand di Corraini, sono rimasta di sasso: avevo davanti agli occhi un pezzo della mia infanzia, rappresentato dai libri dedicati alle favole di Esopo, Fedro e Apione, illustrati da Pirro Cuniberti.
Si tratta di quattro libretti, stampati in brossura, intitolati così: ‘Favole della Volpe’, da Esopo e Fedro; ‘Favole dell’Asino’, da Esopo; ‘Favole del Lupo’, da Esopo e Fedro; ‘Favole del Leone’, da Esopo, Fedro e Apione, tutte tradotte da Mario Ramous, fine letterato e latinista, dal 1950 direttore della casa editrice Cappelli, di Bologna.


Di Bologna era anche Pier Achille (Pirro) Cuniberti, artista poliedrico, cresciuto all’Accademia di belle Arti di Bologna, dove insegnava anche Giorgio Morandi. Maestro del disegno, ma esploratore di svariate tecniche artistiche, raggiunge il successo internazionale negli anni ‘80.
Del suo talento di illustratore si accorge Ramous, che lo convince ad illustrare i quattro libretti dedicate alle favole di animali.
Ed ecco queste tavole coloratissime, che accompagnano favole assai note, oggi molto meno di allora, che raccontano le vicende, a sfondo morale, di una serie di animali, furbi, ingenui, forti, astuti, ingegnosi, ambiziosi.


Anche la scelta di raggruppare le favole selezionate in base all’animale che ne è protagonista, è originale e consente di vedere ciascun personaggio nelle diverse vesti di scaltro profittatore o ingenua vittima di raggiri.
Il tratto caratteristico dei disegni di Cuniberti è l’ironia: non c’è tavola in cui gli animali protagonisti non coinvolgano il lettore con sguardi di sottecchi, languidi, furbi, annoiati; basta guardarli per capire qual’è la morale della favola, chi sarà il povero gabbato e chi il furbo vincitore, in una girandola di situazioni in cui, qualche volta, anche i buoni hanno la meglio.


Corraini ripropone la vecchia edizione del 1952, proprio di Cappelli, esattamente com’era ed esattamente come la ricordavo: protagonisti delle mie letture infantili, ho letto e riletto questi libri fino a consumarne le pagine. Anche l’editore Principi e principi ne aveva curato un’edizione nel 2011, raccogliendo le favole del Lupo e della Volpe.
L’estro creativo di Cuniberti ha incontrato la carta stampata anche in un’altra occasione: insieme a Stefano Benni, altro grande emiliano, ha firmato nel 1984 ‘Stranalandia’, pubblicato da Feltrinelli.
Riproporre questi piccoli straordinari libretti, espressione del fruttuoso sodalizio fra Ramous e Cuniberti, grazie alla sensibilità dell’editore Corraini, consente ai piccoli lettori di oggi di avere fra le mani un vero gioiello dell’editoria italiana per ragazzi.
Ne consiglio la lettura a tutti e a tutte, per la bellezza e l’originalità di queste pagine.

Eleonora


“Favole della Volpe”, Esopo e Fedro, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole dell’Asino”, Esopo, trad, M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole del Lupo”, Esopo e Fedro, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023
“Favole del Leone”, Esopo, Fedro e Apione, trad. M. Ramous, ill. P. Cuniberti, Corraini 2023




mercoledì 14 settembre 2022

FAMMI UNA DOMANDA!

UNA ROSA È UNA ROSA

Ogni tanto è bello fare una passeggiate nel campo sterminato delle domande filosofiche. Fra i diversi libri usciti in questi anni, alcuni dei quali segnalati in questa rubrica, c’è ne è uno che da tempo pensavo di proporre, anche se il tema che tratta è davvero impegnativo: si tratta di ‘Questa non è una rosa. Manuale di filosofia, domande ed esercizi per bambini e adulti curiosi’ che i Ludosofici, alias Ilaria Rodella e Francesco Mapelli, propongono per i tipi del raffinato editore Corraini.
Come il precedente, i due autori prendono di petto quesiti fondamentali nella storia della filosofia: se avevano proposto nel volume precedente la domanda ‘chi sono io?’, ora affrontano il secolare tema del rapporto fra i nomi e le cose, che attraversa la storia della filosofia da Abelardo al novecentesco Circolo di Vienna.
Prima di introdurre il tema, ripropongono in termini diversi le definizioni di ‘filosofia’ per poi passare alla storia delle parole, ovvero all’etimologia, che spesso svela significati nascosti e rivelatori: ad esempio la parola robot deriva dal termine ceco robota che vuol dire lavoro forzato. Quindi gli automi, così amati da Asimov, nascono per essere nostri schiavi.
Ma veniamo al cuore della questione: perché diamo nomi alle cose? Per trasmetterci informazioni, per capirci, per distinguere e identificare gli oggetti. In realtà ogni popolazione attribuisce maggiore o minore rilevanza ad una classe di oggetti, specificandone analiticamente i nomi, come, per esempio fanno in una comunità nativa in Brasile, che utilizza 29 nomi diversi per indicare le formiche.
Ma la questione vera è se il nome è necessario perché la cosa corrispondente esista, ovvero ad essere dotato di realtà è il nome (e il concetto che lo sottende) o la cosa? Se noi non attribuiamo un nome ad un oggetto, questo esiste comunque? Ma se il nome attribuisce realtà alla cosa, allora anche i draghi esistono perché hanno un nome?


Naturalmente non tutti i filosofi hanno dato la stessa risposta al quesito riguardante il rapporto fra nomi ( e concetti) e le cose, fra il soggetto e il mondo reale; Democrito, per esempio, era convinto che i nomi fossero frutto della convenzione di una comunità che si accordava per chiamare cavallo proprio quell’animale lì.
Come vedete ci sarebbe da perdere la testa dietro ai rovelli che hanno impegnato moltissimi studiosi; i Ludosofici sono bravissimi a porre questioni così complesse nel modo più semplice possibile, ponendo al lettore e alla lettrice domande via via più intriganti e inserendo nel testo vero e proprio schede per scrivere le proprie riflessioni.
L’impostazione grafica, che agisce sull’impaginazione e sulla dimensione dei caratteri di stampa, e le illustrazioni di Noemi Vola rendono il libro visivamente vivace, ricco di ‘colpi di scena’, creando un vero e proprio percorso all’interno del pensiero filosofico.


Questo, come il precedente, è un ottimo testo per introdurre i giovani lettori e lettrici a un interessante percorso filosofico, da compiere, magari, insieme a genitori curiosi e disponibili. Per quanto possa essere usato anche prima, proprio per l’uso dell’astrazione che il testo comporta, consiglierei la lettura a partire dai dieci, undici anni.

Eleonora


“Questa non è una rosa”, I Ludosofici, ill. di Noemi Vola, Corraini 2019



mercoledì 4 maggio 2022

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

DELLA LEVRIERITUDINE

Un levriero ben nascosto, Andrea Antinori 
Corraini 2022 


 ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 5 anni)
 
"Per chi non sapesse cos'è un levriero, è un cane che ricorda il ghepardo, se non fosse per il muso troppo lungo e per la mancanza di pois. Ma soprattutto, a differenza del ghepardo, è un animale estremamente prudente e timoroso. Eppure il levriero è alto ed elegante. Potrebbe essere fiero come un cavallo... se non avesse paura di tutto. Ma proprio tutto." 

Le cose che un levriero nella norma teme sono i piccioni, i palloncini, i funghi sul cammino, gli ombrelli aperti (beninteso, anche chiusi), di tutto ciò che va su ruote, ovviamente dei gatti, del vento. E di molte altre cose. Questo genera in lui uno sguardo sempre sull'orlo della lacrima e poi, fa come il vento, e va a nascondersi. Nei posti consueti per i cani: sotto e sopra il letto, ma sotto la coperta, ma anche in molti altri posti che si direbbero impensabili... come per esempio la cima degli alberi o in qualunque tipo di vaso o di contenitore. 


Stanarlo non sarà facile, perché i metodi tradizionali, ovvero un salamino o una palla da tennis lo lasciano del tutto indifferente. 
Così come dice il proverbio che chiodo scaccia chiodo, nel caso dei levrieri spavento scaccia spavento. Il fatto è che lo spavento porta sempre con se il desiderio di fuga e la ricerca di un nuovo nascondiglio...
Un po' come dire che siamo davanti a un classico caso di 'cane che si morde la coda' per intendere che la soluzione alla convivenza spensierata con un levriero a tutti gli effetti non sembra esserci. Questo libro è dedicato a una levriera in particolare, Alma, che, con la testa nascosta in un innaffiatoio, ha avuto la fortuna di assurgere alla ribalta, solo per aver vissuto due giorni con Andrea Antinori, che intorno a lei ha montato un intero libro, salato in almeno due sensi. 

L'unica accezione dell'aggettivo 'salato' che qui val la pena di menzionare è quella che allude alla sapidità e arguzia della storia. 
Della seconda accezione, di cui Antinori non è direttamente responsabile, non val la pena dire nulla o recriminare. Ormai è andata...


I libri di Antinori sono spesso gustosi, nel senso che hanno sempre un qualche ingrediente che li rende inconfondibili, di piacevole lettura e, in qualche modo, indimenticabili. 
Probabilmente dipende dal modo che ha di guardare il mondo, con uno sguardo che è sempre un poi straniato, stupito e in attesa degli eventi. Di certo, divergente. Forse questo modo di percepire e poi interpretare un segmento di esistenza lo avvicina un bel po' a quello che è il modo di sentire di chi è nuovo al mondo, di chi è piccolo e non appesantito troppo dall'esperienza.
Questa leggerezza è uno dei caratteri che gli si possono attribuire, una leggerezza che è sempre al limite dell'ingenuità ma che poi è in grado di ritrovare una propria forza data dalla consapevolezza. Ormai Antinori ha sulle spalle un considerevole curriculum che si è costruito nel tempo senza mai fare deroghe al suo stile molto particolare. Una serie di riconoscimenti avuti qui e lì ne attestano il valore. 
Come in altre sue storie, anche in questo libro su un levriero, non smentisce il suo gusto ironico nell'oscillare volutamente tra finzione e realtà. Molti dei caratteri che attribuisce a questo stranissimo cane sono frutto di invenzione, un'invenzione che gioca sul crescendo; tuttavia è fatto salvo il senso finale di questo prontuario per saper gestire la timidezza di questo affilato cane. 


I levrieri, e ne parlo con una certa cognizione di causa, sono effettivamente animali molto schivi, che nei consimili non dimostrano interesse, mentre invece hanno un gran bisogno del prossimo, di quello su due zampe, attenzione però non di tutto il genere umano: si affezionano solo ai propri umani e con difficoltà riescono a gestirne gli allontanamenti. Effettivamente tutto il resto sembra aver poco valore, topolini a parte di cui sono strenui cacciatori. E allora lì dimenticano tutto.
Ma per tornare al levriero che appartiene all'immaginario di Antinori, e che il vero levriero Alma gli ha suggerito, non si può non notare la capacità di riassumere in un segno la natura di questo personaggio: in un lago di azzurro un vaso bianco contiene la curva tipica che distingue - anche nella realtà - il profilo di un levriero da ogni altro cane. In sostanza Antinori è stato così sapiente da rendere attraverso pochi emblematici tratti la levrieritudine. 
Come spesso accade nei suoi libri, sebbene il segno a prima vista possa sembrare ingenuo, con questo tratto di matitona nera, ma più spesso di pennarello a volte volutamente impreciso nei registri tra un colore e l'altro, tuttavia dimostra una efficacia nel rendere l'essenza dell'oggetto/animale/persona che vuole raffigurare. E bravo. 


Grande espressività dimostra il levriero con i suoi occhioni sempre spalancati, o il cavallo che è in fila per mettersi in mostra sulla cima del monte. Anche in questo ultimo libro si riconosce la costruzione del disegno da parte di Antinori: quel suo uso molto particolare del fondo bianco di una pagina, spazio virtuale in cui spesso mette a galleggiare oggetti, o persone, ignorando in modo programmatico - così come lo farebbe un bambino - la giusta collocazione prospettica in uno spazio reale, tridimensionale. La pagina, il suo bianco, Antinori non lo vuole riconoscere come potenziale contenitore di volumi, al contrario non perde occasione per esaltarne la bidimensionalità. 
E dunque chi meglio di un levriero, seppure nascosto, starebbe meglio nello spessore minimo di un foglio di carta? 

Carla

lunedì 14 dicembre 2020

FAMMI UNA DOMANDA!

 TRATTATO SUI LEMURI


Di libri che si muovono al di fuori delle rigide categorie, ne abbiamo visti tanti: albi che raccontano aspetti naturalistici, storie che hanno anche un intento divulgativo, libri gioco che raccontano anche la scienza. Qui abbiamo un altro esempio, grazie ad Andrea Antinori, di cui si è già parlato: un finto-vero trattato ‘Sulla vita dei lemuri’, pubblicato da Corraini.
L’originalità dell’impostazione data dall’autore sta nell’ironia con cui propone il suo gioco di mescolamento di realtà e finzione. In questo ‘breve trattato di storia naturale’, la specificità dell’evoluzione dei lemuri viene raccontata come una leggenda, in cui le simpatiche proscimmie attraversano il tratto di mare fra il continente africano e il Madagascar sul dorso di un capodoglio, , praticano lo yoga e si lanciano nel ballo dei sifaka. Ma il bello è che l’impianto esplicativo è in realtà corretto e racconta con il sorriso sulle labbra le caratteristiche ‘strane’ di queste proscimmie, che vivono esclusivamente nel Madagascar.
 

I lemuri hanno caratteristiche e dimensioni diverse, sono essenzialmente arboricoli e frugivori, hanno come principali nemici naturali i fossa, pericolosi carnivori endemici nel Madagascar, e gli esseri umani, che hanno potenzialità distruttive decisamente più grandi.
Ovviamente,Antinori lavora qui anche come illustratore, che accompagna lettrice e lettore in questo racconto un po’ surreale con altrettanta ironia che quella che caratterizza il testo. Con una gamma cromatica ristretta, dai grigi al nero con l’unica punta di colore del giallo, i nostri lemuri danzano sulla pagina mentre attraversano il mare, si mangiano la frutta, si appisolano fra i rami, ballano allegramente.
Per quelle lettrici e lettori che proprio vogliono saperne di più dei vari lemuri, è prevista un’ appendice, seria, di approfondimento.
Di questo agile divertente libretto ho apprezzato, sopra tutto, l’ironia, la capacità di raccontare le cose con il sorriso sulle labbra, scherzando anche su temi seri; è un bell’espediente, quello di entrare e uscire dalla storia, nella veste di narratore, indicando ai lettori i momenti più seri.
E’ notevole anche la cura grafica con cui si integrano testo e immagine, con i lemuri che occhieggiano dalle pagine, strizzando l’occhio al lettore.
Non posso che condividere l’apprezzamento rivolto a Gerald Durrell, cui il libro è dedicato: i suoi libri, così divertenti e appassionanti, sono stati fedeli compagni delle mie letture giovanili.
In mano a bambine e bambini a partire dai sei anni questo libro diventa uno scrigno pieno di tesori, in cui di volta in volta trovare spunti narrativi o divulgativi. Penso però che possa essere apprezzato anche dal lettore adulto che ami i libri ben confezionati e apprezzi l’umorismo sottile di Antinori.
Bel regalo da mettere sotto l’albero, per bambine e bambini curiosi.
 
Eleonora
 
“Sulla vita dei lemuri. Breve trattato di storia naturale”, A. Antinori, Corraini 2020