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domenica 11 aprile 2021

ECCEZION FATTA!

COMUNQUE, CI SONO


Le violette, che giù hanno la e chiusa mentre su hanno quella e aperta, crescono dove hanno modo di farlo.
E si chiamano anche mammole... che sia su che giù, si dice uguale.
Potete trovarle brade o a ciuffi nei giardini, oppure - come sono quelle che incontro io tornando a casa, crescono, fitte fitte, in un triangolino strappato all'asfalto proprio a sinistra del mio portone. Sono lì, ordinate, non sconfinano mai oltre la recinzione dell'aiuola. Un po' come se avessero un forte senso della disciplina, ma anche proprio un gran piacere di stare assieme.
Fioriscono quando si sentono pronte. Bum, tutte insieme: viola.
E poi più nulla, solo una distesa di foglie belle verdi, con sempre qualcuna nascosta che si attarda.
E tu che le conosci sai che è solo una questione di tempo. Aspettare in silenzio, ogni tanto una sbirciatina, ma con lo sguardo tranquillo perché loro, comunque, ci sono. Le violette sono una sicurezza.


Valentina Pellizzoni ha scritto di violette: del loro colore viola e delle loro abitudini e delle loro abilità di muoversi lungo le gallerie delle talpe. Ne ha scritto perché le stanno molto simpatiche e ne sa un sacco su di loro (secondo me, sa anche parecchio delle talpe e di qualche toporagno). Anche Valentina, infatti, sa che a loro piace stare in gruppo, e che quando se ne trova una lontana dalle altre dipende dal fatto che ha giocato a soglioletta e ha perso. Soglioletta, con la e larga larga, è un gioco che sembra nascondino, ma a rovescio. A nascondersi è una e tutte le altre la cercano per poi nascondersi con lei. Valentina dice che è una roba da violette e da bambini. Anche di bambini Valentina ne sa tanto. 
 

 
Tutto, o quasi tutto, quello che sa delle violette, lo ha scritto su delle pagine di carta e poi è arrivata Silvia Molteni e ha fatto le figure intorno. A vedere come le ha disegnate, mi pare che anche a Silvia siano simpatiche le violette. A dire il vero a lei piacciono tanto anche i boschi, i prati, gli alberi, i fiori, le foglie, e anche le radici. E tutti quei piccoli animali che gironzolano là intorno. Infatti nelle figure ci ha messo anche due talpe, una libellula, una farfalla, una lumaca e un'ape. E un gatto nero dal pelo lungo, che chiameremo Nino.
 

Il libro è piccolo e sottile - sta comodo in una tasca - e non c'era spazio per altri animali e poi, comunque, questa è la storia delle violette.


Valentina Pellizzoni scrive spesso cose carine. E di solito è un piacere leggere i suoi racconti, che sono pezzetti di vita. Pezzi della sua e di coloro che ha o ha avuto intorno. E di solito, dopo il fatto seguono un po' di righe di ragionamento o anche solo una parola che chiude e mette lì il suo pensiero.
Le cose che mi piacciono di queste sue piccole storie, le stesse che riconosco nel Viola delle violette, sono due. Da una parte la voce che le racconta. Un po' come se uscissero sotto forma di suono prima che si segno, nel loro primo concepimento e stesura e, solo dopo, si adattassero a diventare testo. Mantengono quel po' di indisciplina lessicale e grammaticale che ci concediamo nel parlare, che rende il racconto scritto prima di tutto un racconto: qualcosa che se vuole essere, deve passare per il suono e l'oralità.
Il titolo stesso è una bandiera di questo. Suona, prima di tutto.
La seconda cosa viene anch'essa dal profondo. Ed ha a che fare con gli occhi, con lo sguardo. Valentina, forse grazie agli occhiali che porta, vede benissimo. Vede cose anche piccolissime e cose invisibili a chi è distratto. E da questo suo sguardo si fa incidere, segnare il pensiero e anche un po' l'anima. È brava Valentina ad aver cura, sempre, dei dettagli, e a 'ricamarli', metterli insieme in un quadro che non ti può lasciare indifferente. In altre parole, Valentina è capace di guardarsi intorno e di vedere ciò che c'è anche tutto l'altro che ci potrebbe essere. E dovunque tu ti trovi (e credo che tutti coloro che hanno fatto sì che questo libro da tasca esistesse concordino con me), hai la sensazione che lei ti stia prendendo per mano per fartelo vedere anche a te.
Un po' come le violette che Silvia mette sulle scale e che suggeriscono un percorso a quelle due gambe che si affacciano.
 

Devo essere sincera che a me non importa la distanza che ci tiene lontane, lei su io giù, perché dentro lo so che persone così, come la Vale, comunque, ci sono. Un po' come le violette e, come le violette, belle.
E va bene così.


Carla
 
Il viola delle violette, Valentina Pellizzoni, Silvia Molteni, 
Garage edizioni 2021

 

lunedì 10 giugno 2019

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


'FAR ENTRARE UN PO' DI BELLEZZA' 
a Rosa M.

Tuono, Ulf Stark, Marcus-Gunnar Petterson (trad. Laura Cangemi)
Iperborea 2019
 
 NARRATIVA PER MEDI (dagli 8 anni)

"'Vero che i giganti fanno venire una fifa tremenda?' 'La cosa più tremenda dei giganti è che non esistono' disse mio padre.
E lui che ne sapeva? Non leggeva mai le fiabe. La mamma invece sì. Praticamente si occupava lei di tutto, tranne che dello studio dentistico.
Comprava da mangiare. Faceva le pulizie. Stava dietro a malattie e compleanni dei parenti, ci lavava i vestiti, preparava i dolcetti e ci consolava quando aravamo tristi.
Faceva tutto senza lamentarsi.
A due sole condizioni."

E le condizioni sono farle suonare il piano ogni sera per una ventina di minuti e farla andare da sola in bici un pomeriggio del fine settimana all'eremo.
L'eremo, una capanna nel bosco ereditata da uno zio scrittore fallito, è il posto dove lei va a ritrovare se stessa: nel silenzio ascolta i rumori d'intorno e non fa niente, se non godersi la solitudine e sognare tranquilla.
Ulf, che avrà otto anni, sa bene che un po' di solitudine è bellissima da assaporare, ma sa anche che troppa solitudine è sintomo di qualcosa che non va. E il gigante Tunesson, detto Tuono da lui e dal suo amico Bernt, è troppo solo. E questo omone con le camicie con i fiori, con le manone e il vocione, una bocca di denti d'oro, agli occhi dei due amici è fin troppo strano nella sua vita da eremita: ed è così che diventa un gigante che intimorisce e incuriosisce allo stesso momento.
Questa storia intitolata a un presunto gigante ruota intorno ad alcune belle sorprese che la vita riserva e ad alcuni errori che nella stessa vita si fanno, ma che poi si rimediano, seppur sacrificando un tesoro prezioso.

Quarto nella serie di uscite dedicate a Ulf Stark dentro Iperborea, Tuono porta in sé alcune gemme preziose.
A parte la riconferma che Ulf Stark, in uno con Laura Cangemi che lo traduce, ha una scrittura felice e puntellata di ironia e uno sguardo sull'infanzia di rara quanto lucida onestà di pensiero, fatto che ce la restituisce, l'infanzia, nella sua complessità, ma di questo si è già detto altrove. A parte questo, in Tuono a gemme si aggiungono gemme.
La più interessante risiede nella sua capacità di far raccontare i 'grandi' dai piccoli. Un padre dentista 'scettico', una madre che rivendica per sé la possibilità di avere spazio per la propria persona, un vicino di casa, quanto meno insolito. E ancora di più far vedere come la realtà possa essere interpretata in modo diverso, a seconda che si sia bambini o che si sia adulti. Parrebbe un'ovvietà, ma non lo è affatto.
In particolare se si tiene conto che è un adulto a scriverla.
Un esempio illuminante è il Bernt raccontato dal papà dentista e il Bernt raccontato dal piccolo Ulf.
La seconda, che almeno in parte dalla prima deriva, sta nei ragionamenti che questo bambino mette in essere su questioni ben più generali: per esempio la consapevolezza che ogni persona - grande o piccola che sia - abbia il diritto di dedicare del tempo e dello spazio a se stessa, alla cura della propria interiorità.
E penso alla sua sensibilità nel capire meglio di qualsiasi adulto il disagio della mamma.
O ancora le riflessioni e le conseguenti azioni che il suddetto bambino fa per coltivare la delicatissima pianta dell'amicizia. E a proposito di questo, di quanto sia facile fare o dire la cosa sbagliata e di quanto coraggio serva per correggere l'errore. Questa questione è uno dei nodi importanti del libro, intorno a cui tutto alla fine ruota.
La terza ha a che fare con la chimica. L'Ulf grande racconta attraverso la voce dell'Ulf piccolo una grande verità: l'armonia, e con lei la bellezza, è la risultante di una composizione delicata di elementi necessari che si combinano assieme secondo legami precisi. Se ne manca qualcuno, tutto va in pezzi


Mi riferisco per esempio al fatto che per suonare bene o per cucinare bene occorra sentirsi bene. Ma anche che nelle relazioni umane - come nella chimica - occorra trovare il giusto incastro, l'uno nell'altro, il giusto legame che tenga tutto connesso. E penso per esempio al perfetto equilibrio che chimicamente si è stabilito tra Ulf e Bernt, pur essendo il loro un rapporto di amicizia non esattamente simmetrico.
E se salta l'armonia, la bellezza, salta inevitabilmente anche il sogno. Libro necessario.

Carla

venerdì 20 aprile 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ALLA FINE DELLA FIERA

La grande ruota, Christine Beigel, Magali Le Huche 
(trad. Tommaso Gurrieri)
Edizioni Clichy, 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"'D'accordo pollastra! Se terrò aperta la mia ruota fino alla fine della fiera, tu e i tuoi amici rimarrete lì ad ammirarmi fino alla fine della vostra vita di piccoli miserabili mostriciattoli!' 'E se non ce la fai?' Che domanda stupida!' 'La fiera dura una settimana... sette gio...' Ce la farò!'"

La sfida è stata lanciata ed è stata anche raccolta. 


Esasperati dalla vanità e dalla superbia del pavone e stanchi di essere dileggiati tutto il giorno, i suoi tre vicini di tana - la gallina che non sa far le uova tonde, la lumaca che sbava e la puzzola (o donnola che sia) che puzza - si organizzano e la provocano nel suo punto debole: la sua meravigliosa ruota di piume. Mentre il pavone è tutto intento a sfoggiarla, la gallina suggerisce ai suoi compari un'idea. Una buona idea: in paese c'è la fiera, dove una meravigliosa ruota di lunapark fa mostra di sé, facendo luce e musica tutto il giorno e tutta la notte e, soprattutto, non chiudendosi mai. Il paragone, seppure assurdo, è lì a disposizione. Ruota contro ruota. Il pavone, tronfio, si mette in competizione con il suo avversario meccanico, con la certezza di avere già in pugno la vittoria.


A onor del merito va detto che la sua tenacia lo rende tonico fin quasi all'ultimo. A un palmo dalla vittoria, la ruota di piume è ancora tutta aperta a far sfoggio di sé, tanto che i suoi tre vicini, dubitando sia stata una buona idea provocarlo così, temono il peggio e si votano a santa margherita. Se il pavone terrà la sua ruota aperta fino alla fine della fiera, lui avrà il diritto di prendersi gioco di loro per il resto della vita. Tuttavia, in qualsiasi gara sono gli ultimi istanti quelli che fanno la differenza e che richiedono il massimo dell'impegno e tanto sudore...

Costruito esclusivamente sul dialogo, questo libro ha due principali punti di forza. Il primo è proprio il ritmo della narrazione, così tanto vicina al fumetto, da adottarne spesso e volentieri anche i grandi ballon. Ma se un fumetto letto a voce alta si sbriciola nelle orecchie di chi ascolta, qui accade esattamente l'opposto. Un sapiente dosaggio ed equilibrio nei dialoghi serrati, ma anche e spesso ellittici, rendono La grande ruota un libro molto adatto e piacevole alla lettura condivisa. Giocato tutto sul contrasto tra un pavone vanesio e tre bestioline in cerca di riscatto sociale, il libro diventa terreno fertile per un' interpretazione psicologica dei personaggi. E la voce potrebbe andargli dietro... 


E camminando proprio in questa direzione, si arriva al suo secondo grande merito. Il disegno nelle mani di Magali Le Huche. Qualsiasi cosa lei illustri, fosse anche l'elenco del telefono, si riempie di così tanta ironia, da risultare inevitabilmente divertente. E' un'arte rara quella di insinuarsi negli spazi muti del testo e di riempirli di tanto altro.
Il gioco di sguardi è una delle sue armi migliori, per cui anche gli occhi di una lumaca piccoli piccoli sono in grado di indirizzare il tono di voce e farlo diventare esausto, così come lo sguardo tagliente della gallina diventa una meravigliosa smentita della sua proverbiale stupidità. La puzzola/donnola (sono cugine anche in natura) nel suo sorriso costante e nel suo sguardo sempre un po' troppo pieno di stupore, sembra incarnare il ruolo del 'gregario' a vita. Un babbeo buono. E poi c'è il pavone che comunica non solo con gli occhi, ma anche e di più con le sue piume che diventano barometro del suo umore. Il tocco magistrale però sta in quella toilette da camerino che si intravede in un paio di tavole e che rappresenta meglio di ogni firma in copertina, la cifra della Le Huche.


Nonostante il finale pacificatorio, non proprio all'altezza del tono generale della storia, sarebbe più utile non tanto cadere nel 'trappolone' del Leitmotiv della vanità punita, quanto piuttosto andare a spigolare con i piccoli lettori su una questione apparentemente marginale. Cosa ne sarebbe della vanità del pavone se non ci fossero i suoi tre vicini di tana?

Carla


Noterella al margine. Desidero formalmente dedicare qui un pensiero a quel pavone che ieri intorno alle 20.30 si aggirava per i vialetti di villa borghese. Nel suo progetto di esplorazione del mondo dell'aldilà (inteso come al di là della recinzione) che lo aveva allontanato dai più sicuri vialetti dell'attiguo bioparco, il poveretto, viste persone e auto in movimento, si pentiva amaramente della scelta e goffamente tentava di recuperare la strada di casa, stampandosi sull'inferriata e precipitando rovinosamente nell'erba alta che, per incuria del servizio giardini della capitale, pietosamente copriva la sua vergogna.

mercoledì 29 marzo 2017

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


ALLA MIA PEONIA CHE È BELLA

Che bello!, Antonella Capetti, Melissa Castrillon


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Conosceva bene i ramoscelli: spesso c'erano delle foglie attaccate. Ma questa volta il ramoscello, corto e stretto era nudo e, cosa mai accaduta prima, si era alzato da terra a velocità vertiginosa. Di fronte a sé il muso di una bestia sconosciuta.
Aveva uno strano odore , non il solito profumo di bosco, muschio e terra bagnata.
'Come sei bello', disse.
Poi posò a terra il bastoncino e, come era venuta, se ne andò."

A parlare è un bruco. Un bruco che ha appena incontrato qualcuno che, come Mary Poppins, arriva dal nulla, sconvolge la sua esistenza, e poi se ne va via, riassorbita dal medesimo nulla. Un incontro che ti cambia la vita.


La vita condotta finora dal bruco lo aveva visto impegnato nelle attività di demolizione di foglie. Le mangia, le buca, le assaggia, ci sale, ne scende. Ci dorme. Insomma una tranquilla routine da bruco, appagante, con testa sempre vuota e leggera.
Poi arriva lei e gli dice Come sei bello. Sarebbe facile se il bruco sapesse cosa è il bello. Ma non lo sa e quindi parte per indagare, chiedere e capire. Così animale dopo animale, incontra tutti gli abitanti del bosco in cui vive, sempre tampinato da una petulante cornacchia, attenta misuratrice di mondo e lessico, e fa a tutti la stessa domanda: cosa vuol dire bello? L'orso allude al favo di miele, che però è buono e non bello, gli scoiattoli che scorrazzano tra le foglie alludono al gioco, che però è divertente ma non bello, il topo che si ripara dalla pioggia indica il fungo che gli protegge la testa dall'acqua, che però sembra piuttosto essere utile, ma non bello...Come un mantra, fa a tutti la stessa domanda e ogni volta la risposta porta in sé un sottile distinguo e al bello assoluto sembra non arrivarci mai.


Intanto si fa scuro: il sole tramonta, il cielo si riempie di stelle, sorge la luna, e gli animali, riunitisi sotto la volta, sdraiati con il naso all'insù, sono tutti d'accordo di trovarsi davanti a qualcosa di bello!

La domanda è gigante. Ma ieri è fiorita la mia peonia e io ho pensato, come sei bella. Da lì ho avuto chiaro che fosse arrivato il momento di ragionare su questo libro. Ma prima di ogni riflessione filosofica su bello e bellezza, occorre sottolineare come il punto di partenza di questa storia racchiuda in sé una verità incontrovertibile: gli incontri con le parole, e con le persone che le pronunciano o le scrivono, sono talvolta fatali. Contribuiscono a darci una forma.
La definizione di bello ha a che fare con la filosofia, in particolare con l'estetica che svolge il difficile compito di fissarne i caratteri.
Leggermente più evoluta del bruco, io stessa spesso mi trovo a desiderare di trovarne una definizione, ma fatico. La cosa che mi riesce di fare è quella di associarvi alcuni concetti che con il bello hanno a che fare: l'armonia, l'equilibrio. Ma non basta, il bello è arduo da oggettivare, mentre risulta piuttosto semplice rendere soggettiva la sua definizione. In questo caso è il gusto, a sua volta frutto di un insieme di fattori culturali e ambientali, a determinare che cosa effettivamente possa dirsi bello. Ma non solo: c'è l'affetto, la sensibilità, l'attesa, lo stupore e mille altre sfumature emotive che contribuiscono a fare di un oggetto, di una persona, di un luogo, di una storia, di un tempo qualcosa di bello.


Stando così le cose, ho atteso con  curiosità la risposta di Antonella Capetti alla grande questione.
Forse aveva davvero trovato la pietra filosofale?
Per nulla. Anche lei, insieme al bruco, deve convenire che il bello, in quanto tale, esiste nella sua rarità, ma il cercare di imbrigliarlo in una definizione è davvero una cattiva idea.
A Renzo Piano, che di bellezza prodotta da mano e testa umana se ne intende, una volta sentii dire che il bello sparisce nell'istante in cui si cerca di descriverlo. Come dargli torto.
Ed ecco quale è la posizione che prende Antonella: in un processo 'ermeneutico' va diritta come una freccia, nonostante il contesto barocco che la Castrillon le costruisce intorno, attraverso una sequenza di aggettivi puntuali, verso la definizione di ciò che erroneamente si assimila al bello, ma che bello non è. Le sue parole hanno il passo di una camminata decisa, mentre le illustrazioni si attardano in riccioli e intrecci e volute, dalla forte connotazione decorativa, che mi sembra cifra costante in Castrillon. Il contrasto di andatura, da un lato l'incedere sicuro da maestra montanara, e dall'altro, la leggerezza di una giovane illustratrice sensibile al colore, mi convince. 


E se, parola dopo parola, ci dice cosa non sia il bello, per converso fa convergere tutti nel gran finale a constatare, di fronte a una luna piena che prende la pagina, dove la bellezza effettivamente faccia mostra di sé, in tutto il suo nitore. Per poi tacere.

Carla

 

domenica 11 dicembre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Cara Formica...
Non ho saputo tenere a freno la mia curiosità e non posso aspettare per scriverti.
Odaer è finalmente riuscito a realizzare il suo sogno di bellezza.
Nessuna regola della Creazione è stata violata. “È un fiore che vola!”, dice Asum. “È un piccolo uccello", dice Rotnip.
È una farfalla, ti dico io. Eccola lì, che vola e palpita, incerta e vibrante, ondeggia nell’aria, con la dignitosa fiducia della vita appena nata. E fremendo, palpitando, ignara della sua bellezza e della sua fragilità, batte le ali per abbandonare la testa di Odaer e andare a sfarfallare in cima al suo antennino.
Hai ragione: le cose belle sono fragili, e a volte possono sembrare anche effimere e inutili, ma per Odaer la sua farfalla è tutto.
Anche lui freme e palpita.
Hai visto quanto movimento c’è nel libro? I corpi di Erlbruch sono davvero buffi, così molli, quasi senza ossa, completamente snodabili e privi di rigidità. 




Assieme alle mani, che sono consistenti e disegnate con tratti sintetici e svelti, non rinunciano a essere espressivi fino all’ultima falangetta.
Ad esempio guarda come braccia e gambe di Odaer siano disponibili a diramarsi in tutte le direzioni così come lui è stato disponibile a ogni cambiamento di rotta necessario per il suo progetto? Sai cosa mi ricorda? Mi ricorda un neurone che allunga le sinapsi per svilupparsi ed evolversi... 
E Odaer è stato davvero capace di evolversi per la sua farfalla, ed ora è arrivato il momento di mostrarla a tutti quanti!
Odaer fa grandi progetti: vuole chiedere un Laboratorio solo per lui e per i suoi amici. E mentre loro si chiudono lì  a disegnare farfalle, Odaer convince la Grade Custode a convocare in udienza tutti i Disegnatori Maggiori, che arrivano e sono davvero una moltitudine: ci sono Disegnatori di Grandi Animali e i Disegnatori della Vita Marina, i Disegnatori di Cani e quelli di Gatti, i Disegnatori degli Alberi e le Disegnatrici dei Fiori, i Disegnatori di Metalli e le Disegnatrici di Mondi e di Astri. E sono così importanti che occupano tutta la pagina, come se oltre loro non ci fosse spazio per niente altro.


Non c'è da stupirsi se Odaer e i suoi compagni siano nervosi.
In effetti, anche se si sono tanto preparati stanno per compiere un salto nel vuoto.


Ed è proprio così che ce li mostra Erlbruch, mentre con le grandi casse piene di meravigliose farfalle percorrono un tappeto che sembra un pericoloso trampolino.
Formica, io a stare in alto ci sono abituato, eppure questa immagine mi dà il capogiro: vanno, sorridenti e fiduciosi, sì, contro il procedere naturale della scrittura, vanno contro il procedere della pagina, contro il procedere della storia.
Questo è il movimento del nuovo che chiede l’approvazione a ciò che è già codificato.
È il movimento del bambino che prima di fare un passo si gira e cerca lo sguardo della madre.
Già, Formica ... forse la Creazione procede come il camminare...se un piede vuole alzarsi dal terreno per portarsi avanti l’altro deve rimanere fermamente piantato al suo posto...
Ma ora basta, non voglio toglierti il piacere , non voglio svelati il finale...
Piuttosto, come mio solito, invitarti ad alzare lo sguardo dalle parole che ami tanto e guardare, guardare, guardare....


Scoiattolo


Ps. A volte la libreria mi restituisce libri che non sapevo di avere...figurati che ne ho trovato uno dove un buffo animale con un lungo naso viene esortato a fare il suo primo passo fuori casa proprio quando vede un milione di farfalle...1




Caro Scoiattolo
 arriva il gran finale e tu mi chiedi di alzare lo sguardo. A me non viene tanto naturale: io sono una formica, e le formiche lavorano sodo e guardano sempre davanti a loro. Non possono far troppo girare gli occhi in qui e in là perché distrarsi non è nella loro indole....
Il gran finale ora vola variopinto nel cielo, ma è anche radicato nel profondo buio della nostra anima.
E a tal proposito, una cosa l'ho chiara in testa: Odaer è stato capace di essere allo stesso tempo caparbio come una formica e visionario come uno scoiattolo che fa concerti.
A dirla tutta, è stato un caparbio visionario. Ha saputo tenere la testa bassa sul foglio e la testa tra le nuvole per immaginare.
Tutto sta convergendo verso il gran finale: le finestre del Salone delle Udienze sono state chiuse, una enorme quantità di farfalle vola in alto, costruendo attraverso il diverso colore delle loro ali, un arcobaleno.
Quello stesso arcobaleno che è stato proprio il nonno di Odaer a creare per la prima volta.
Come lui, anche il giovane nipote ha dato vita a qualcosa di effimero, ma dalla forma audace, dai colori indimenticabili.
E questo è la prova provata che noi siamo il frutto di ciò che altri sono stati prima di noi...
Per tutti coloro che sono riuniti in quel salone, vedere i cieli del mondo pieni di quelle farfalle meravigliose è una gioia per gli occhi e per l'anima.
Anche Odaer è felice, ma lui - al contrario di altri - sa quanta fatica tutto questo è costato.
I sogni sono materia leggera, realizzarli è lavoro pesante. 


E per non dimenticare mai il suo sforzo e per avere sempre a mente che il raggiungimento della bellezza costa fatica decide che ogni nuovo esemplare di meravigliosa farfalla nascerà da una larva bruttina.
Una cosa di certo Odaer la ha imparata: inseguire i propri sogni richiede impegno e perseveranza. Talvolta essere 'inguaribili' sognatori porta alla solitudine e talvolta arriva l'incomprensione degli altri. Ma sta alla costanza di ciascuno, alla fiducia che ciascuno ripone in sé stesso, superare tutto questo per arrivare a vedere realizzato il progetto tanto sognato.
E noi, caro Scoiattolo, noi cosa ci portiamo a casa dopo questo fitto dialogare, dopo aver guardato a fondo ogni figura di questo vecchio libro?
Che Erlbruch ama Dürer e ama le donne come le ama Gioconda Belli; che la sapienza dei vecchi si riverbera sull'utopia dei giovani, che la vita va vissuta intensamente, che anche le cose piccole e fugaci possono portare grande e duratura letizia.
Ma soprattutto che nella vita bisogna crederci!


Formica


"L’importante, me ne rendo conto ora, non è vedere tutti i propri sogni realizzati, ma continuare ostinatamente a sognarli."2



1 Edward van de Vendel, Carll Cneut, Un milione di farfalle (trad. S. De Waal), Adelphi 2007 
2 Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle (trad. M. D'Amico), Edizioni E/O 2002 


sabato 10 dicembre 2016

LETTERE DI SCOIATTOLO A FORMICA (idee a due teste)

Ah, Scoiattolo! Che libro, che libro!
Il cane è andato via ma i pensieri di Odaer sono sempre lì. D'altronde fino a che dalla sua matita non uscirà la giusta bellezza a cui aspira, dubito che vorrà darsi per vinto.
Infatti anche con la sua amica Etra la discussione che era cominciata con il cane prosegue.
A onor del vero nel frattempo la mente fervida di Odaer ha creato qualcosa di effimero e bellissimo allo stesso tempo, ovvero la libellula. Nonostante sia veloce come il colibrì non è ancora così tanto bella quanto lui vorrebbe.




Ah, che brutta faccenda è l'insoddisfazione. Anche Etra, che al contrario del cane, conosce a fondo Odaer, non può non dirgli che forse un po' di umiltà non guasterebbe di fronte alla bellezza del creato.
Che delusione, quando anche chi ti è così vicino non riesce a capire la necessità di perseguire a ogni costo un sogno...
Cara Etra, non è abbassando la linea del salto e non è avvicinando il traguardo che si diventa campioni!! La grande forza di Odaer sta proprio nell'ostinata, quasi caparbia, volontà di andare avanti.
Sai cosa scriveva Gioconda Belli in un suo libro da grandi? 1


Ora che ho vissuto la mia vita fino a questo punto posso affermare che non c’è niente di donchisciottesco né di romantico nel voler cambiare il mondo.
È possibile.
È il mestiere al quale l’umanità si è dedicata da sempre.
Non concepisco una vita migliore di quella vissuta con entusiasmo, dedicata alle utopie, al rifiuto ostinato dell’inevitabilità del caos e dello sconforto.
Il nostro mondo, ricco di potenzialità, è e sarà il risultato dello sforzo che noi, i suoi abitanti, gli consacreremo.


Povero Odaer! Ormai è rimasto da solo: tutti lo considerano un superbo, lo deridono e lo criticano. Anche il vento gli sussurra che la bellezza è fragile: lui spazza via petali e foglie, il vulcano brucia tutto ciò che ha intorno alla sua bocca ardente. Tutto vero, pensa Odaer, ma la bellezza è nonostante tutto. La bellezza, come il sogno, ogni giorno rinasce dalle sue stesse spoglie.
La bellezza, e questo lo dice anche quel famoso architetto ligure che con il bello ha un dialogo serrato, non si può spiegare. Nell'istante stesso che cerchi di raccontarla, lei si sbriciola in mille frammenti...
E proprio a proposito di frammenti, caro Scoiattolo, penso al sogno che fa Odaer. Quel sogno in cui sogna il nonno che soffia su un arcobaleno che si frantuma in mille particelle colorate che si alzano in volo tutte assieme. Ecco, sono forse i frammenti di un arcobaleno, sono forse loro ciò che resta della bellezza andata in pezzi? O sono essi stessi rimasugli di una bellezza appena svanita?
Sia come sia, Odaer si sveglia di soprassalto, al momento giusto per percepire un fruscio di ali così veloci che né l'occhio né l'orecchio riescono a distinguere. È un uccello. Non ti svelo quale, ma lo avrai già capito, se hai saputo leggere il presagio... Un uccello che succhia il nettare come un'ape, e la cui ombra sull'acqua diventa di colori iridescenti con la luce del crepuscolo.




Gli ingredienti ci sono tutti: da un sogno che arriva dal suo passato, e da un'ombra che nel presente gli colpisce lo sguardo, Odaer riesce finalmente a impastare la sua creazione...

Ma questo è affar tuo Scoiattolo!

Nel frattempo, vado a sfogliarmi i libri che parlano di Dürer, che mi hai messo addosso una tale frenesia...






Carissima Formica...
Vedi perché ti scrivo?
Tu, con la tua attenzione alle parole, porti sempre nuova luce sulle immagini che io non mi stanco mai di guardare.
Ho letto e riletto il frammento di Gioconda Belli, soprattutto il punto in cui parla del rifiuto ostinato del caos.
Sai, è come se queste parole descrivessero le illustrazioni di Erlbruch.
Non vi è angolo in cui si possa posare l’occhio senza trovarvi piccoli particolari che presto si accordano con tutto il contesto, diventando grandi simboli.
Nulla è lasciato al caso: le macchie di inchiostro, i cubi, le carte numerate, il continuo cambiamento di tecniche, i timbri stampati qua e là. Non sono forse questi tutti muti segni del pensiero dell’illustratore, che è un po’ anche il pensiero di Odaer...in fondo, sono o non sono colleghi?






E non pensare, Formichina, che gli animali che si incontrano nelle figure facciano eccezione! No, no! C’è la Scimmia che rappresenta la distinzione dell’uomo tra gli altri esseri viventi, c’è il Pipistrello, ossia il misuratore dell’oscurità per eccellenza. Ci sono il Cane ed il Serpente di cui ti ho già parlato. Tutti loro formano un codice segreto, un alfabeto simbolico estremamente puntuale che Erlbruch usa con discrezione quasi volesse integrare nella sostanza dell’immagine tutto quello che Gioconda Belli sottintende nel racconto a parole.
Ecco allora ancora la Capra per la stolida visione delle cose della montagna, e la Tigre. La Tigre istintiva e maestosa che aspetta diligentemente seduta dietro le sbarre di bambù, così come forse l’irriducibile Odaer sta aspettando l’arrivo di qualche idea con cui perseguire ostinatamente la realizzazione del suo Sogno.





Già perché se c’e qualcosa che l’aspetto esteriore non racconta di Odaer, questa è la sua ostinazione. Che poi è po’ simile a quella della mano di Erlbruch, che sembra disposta a tutto purché ogni gesto abbia una valenza ben precisa nella tessitura dell’immagine.
Prendi i fiori e la frutta..hai visto come il tratto si fa preciso, quasi da botanico?
Prendi le pelurie, ad esempio quella del cane , di cui sembra di poter sentire la consistenza sotto le mani o i capelli di alcuni disegnatori, che sebbene radi (o forse proprio per quello) vengono tratteggiati uno per uno...
Prendi le stoffe degli abiti! Guarda con quale dovizia di particolari e con quale spontaneità si susseguono instancabili le righe di diverso colore, le pennellate batuffolose, i quadretti leziosi, i fiorellini, i melanges più ruvidi, gli scozzesi eleganti, i rombi più eccentrici...
Tutta questa varietà sembra voler suggerire il lavoro nascosto che si cela dietro ogni forma compiuta e che anche attraverso la trama più fitta (a chi è capace di guardare attentamente) si svela. 


Già, cara amica mia, se da un lato Odaer ha compreso che il sogno dà una direzione ai milioni e milioni di piccoli passi che compongono il cammino verso la sua realizzazione, dall'altra credo che Erlbruch sappia che la Visione conferisce direzione ai milioni e milioni di piccoli tratti, di minuscoli gesti e impercettibili variazioni che compongono un disegno.
Anzi, sono proprio loro che lo rendono vibrante eppure immobile...

Proprio come il colibrì ...





Scoiattolo

P.S. Mi sembra di ricordare la storia di due vecchini che sognavano di
scegliere tra milioni e milioni di gatti quello più adatto. È buffo perché loro fecero fare al caso gran parte del lavoro...2










1 Gioconda Belli, Il paese sotto la pelle (trad. M. D'Amico), E/O 2002
2 Wanda Gàg, Milioni di gatti, Elliot 2016