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mercoledì 21 maggio 2025

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

UN CUOCO (IN FAMIGLIA) FA SEMPRE COMODO 


Christine Nöstlinger è stata una scrittrice assai prolifica, in Italia numerosi suoi romanzi sono stati pubblicati da importanti editori, eppure questo che racconta una porzione importante della sua infanzia non era mai arrivato. Pubblicato per la prima volta nel 1973, grazie a San Paolo questo libro raggiunge i giovani lettori italiani ed è una grande gioia che una scrittura come questa possa essere conosciuta e goduta a decenni di distanza dalla sua stesura. 
Originaria di Vienna, la Nöstlinger racconta del periodo conclusivo della seconda guerra mondiale, di quel momento in cui, sotto i bombardamenti degli alleati, cominciava a serpeggiare sempre più consistente il sospetto che i tedeschi stessero perdendo e che prima o poi avrebbero abbandonato la terra invasa. 
Chi ci sarà dopo di loro? Il mondo post bellico a chi farà spazio? Ci saranno i russi, ma chi sono questi soldati che arrivano da lontano e contro cui molti degli stessi austriaci assoldati nelle milizie sottomesse al Führer hanno dovuto combattere in Russia? 
Non sono solo i bambini a costruire leggende e racconti che aiutino a interpretare una realtà complessa, sono gli stessi adulti che si rintanano dietro il baluardo eretto contro il nemico, un po’ per convincersi di essere nel giusto, un po’ perché come sempre ciò che non si conosce, spaventa. 
E così in questi racconti i russi diventano capaci delle peggiori nefandezze, esseri abbietti dai quali conviene fuggire, ma che non si può evitare di incontrare e conoscere. 
E l’infanzia come può sopravvivere in un universo completamente sconvolto dal conflitto armato? 
Gli episodi narrati in prima persona da Christel ci restituiscono un’età tutt’altro che estranea a quello che accade, testimone attiva e propositiva. I bambini qui sono protagonisti di operazioni di incredibile resistenza: lo spazio virtuale e immaginato del gioco continua ad avere ancora piena legittimità, a sgomitare tra le storture adulte per riuscire a ritagliarsi una concreta e assolutamente brillante presenza. E così non mancherà di stupire con quale abilità la Nöstlinger sia riuscita a riportarci con dovizia di particolari l’universo emotivo di chi, come evidentemente è capitato a lei per prima, può rimanere completamente paralizzato in mezzo a un campo, sotto un bombardamento, incapace di muovere le gambe e di fuggire, accanto a una serie strepitosa di momenti in cui il gioco, le invenzioni, le lotte e le fughe della vivace protagonista incollano il lettore alla pagina, deliziandolo e spesso divertendolo moltissimo. 
A suo modo, i bambini si aggrappano a quello che hanno e non è mica detto che sia buono. In un quotidiano in cui gli adulti sono impegnati nella difficile impresa di sopravvivere, loro godono semplicemente di un margine di autonomia maggiore, ma solo di poco, eppure è quel tanto sufficiente a Christel, per esempio, per fuggire di casa, superare un posto di blocco e andare a trovare i nonni che si sono rifiutati di trasferirsi in un luogo forse più sicuro. 
La storia inizia con un bombardamento e la protagonista, diversamente da quello che sarebbe logico e opportuno fare, approfitta della parziale sordità della nonna per non riferirle dell’allarme appena annunciato alla radio perché questo significherebbe rifugiarsi in cantina, luogo che la bambina detesta profondamente. Cominciare un romanzo con una nonna che impreca sonoramente contro Hitler (rischiando non poco) e una bambina che pur di non finire in cantina mette a repentaglio la propria vita e quella dell’anziana significa chiarire da subito alcuni aspetti della storia che stiamo per leggere. 
Nessun ritratto edificante né tantomeno compassionevole dell’infanzia vittima della guerra, nessun gesto eroico compiuto da persone delle quali non si risparmiano lati umani, quanto meschinità. 
Tra i tanti personaggi della storia c’è n’è uno che merita un capitolo a parte: Cohn. 
“Più tardi mia sorella disse che il cuoco era la persona più brutta che avesse mai visto. Hildeard disse che il cuoco era la persona più puzzolente che avesse mai odorato e mia madre disse che era la persona più folle che avesse mai sentito. Per me è stato in ogni caso la persona più brutta, puzzolente e folle che abbia mai amato. L’ho amato veramente e spero che lui se ne sia accorto. A parte me infatti nessuno lo amava, neanche i russi.” Sarto e cuoco per necessità in periodo di guerra, rappresenta per Chris, tra le altre cose, l’antidoto alla noia dei vuoti pomeriggi: paziente fino all’inverosimile, Cohn nonostante il suo poverissimo tedesco, tollera la compagnia della bambina per lunghe ore e accetta di credere anche alle sue storie più bizzarre. Vien da pensare che la componente fantastica che manca in questo romanzo, abbia trovato nei tratti di quest’uomo la maniera per proporsi sotto mentite spoglie. Quasi un elfo venuto da un mondo altro, non accettato dalla parte di umanità che si ritiene sana (e che quindi è idonea alla guerra), Cohn è un soldato che non combatte, che baratta la sua sopravvivenza con della brodaglia improponibile. 
Cosa ci restituisce la Nöstlinger? La descrizione di una stagione storica che imprime alle persone e ai luoghi un’accelerazione improvvisa e un approdo a volte infelice. E lo fa con una scrittura che nonostante risalga a una cinquantina di anni fa, non ha perduto alcuna freschezza, scegliendo di sposare interamente una narrazione realistica che nulla concede all’elaborazione fantastica se non nella misura di una creazione a un uso e consumo della protagonista. 
L’infanzia ritratta della Nöstlinger non è necessariamente buona, ma non potremmo certamente definirla neanche cattiva. E non è perché il contesto bellico ci inviti a giustificare comportamenti poco opportuni, semplicemente perché lo sguardo che si posa su questa umanità ha sospeso il suo giudizio. 
La scrittura è quella di un’adulta che si sforza di ritornare ai giorni di cui vuole parlare e questa particolare scelta comporta delle dirette conseguenze: in primis l’assoluta parzialità della narrazione che non si ricava unicamente dal punto di vista assunto sulle cose, ma prima ancora sulla scelta di chi coinvolgere e chi invece giudicare superfluo. 
La maestria della scrittura è in questa operazione di equilibrismo tra le parti alla luce di quello che si intende restituire. 
La Vienna della fine del 1945 c’è nell’attendibilità degli episodi storici riportati, non è appunto solo uno sfondo, ma una componente assolutamente centrale del racconto e il modo in cui il personaggio di Christel si compone sotto gli occhi del lettore è tutta nella districata relazione con quei luoghi, quelle persone e i fatti di quegli anni.
Un libro che proporrei a lettori a partire dagli undici anni.

Teodosia

Nel ducato in fiamme di Christine Nöstlinger, traduzione di Anna Petrucco Becchi, 
San Paolo 2025. 

venerdì 25 aprile 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

LA MEMORIA VIVA, VIVA LA MEMORIA

Il falco e la stella, Fabrizio Altieri 
Equilibri 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"In quel momento l'uomo si risvegliò e prese per il bavero Falco. I suoi occhi erano vivissimi, come solo gli occhi di chi sta per morire possono esserlo. 
'Livio Boschi!' esclamò. 
Falco per la sorpresa stava per cadere all'indietro, ma l'inglese lo trattenne. Rivo era balzato in piedi e l'uomo, vedendogli il coltello in mano, capì quali intenzioni avesse. Accennò al paracadute: 'Potete prenderlo, ma in cambio dovete fare una cosa'. Parlava bene l'italiano, con solo un lieve accento inglese. Senza lasciare il bavero di Falco, con la mano libera prese un cilindro di acciaio che aveva legato al fianco. 
'Portatelo a Boschi', disse, e lo porse a Falco. Lui lo prese senza quasi rendersi conto e lo guardò. 
'Cos'è?' chiese Rivo, ma l'inglese cadde all'indietro trascinandosi Falco. Era morto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo."Falco. Era molto con la mano ancora aggrappata al bavero del ragazzo." 

Un ufficiale inglese che si è paracadutato sulle colline dell'Appennino emiliano per consegnare un importante messaggio al capo della brigata partigiana di quelle parti. Il paracadute non si apre come dovrebbe e lui precipita, ma prima di morire, raggiunto dai due ragazzi che hanno assistito alla scena, lo consegna a uno di loro. 
Comincia così, un po' per caso, con il desiderio di raggiungere quel paracadute per poi rivenderlo a borsa nera come seta per abiti, l'avventura partigiana di Falco e Rivo. Fino a quel giorno per loro la guerra era intorno, ma finora non li aveva coinvolti in prima persona. Li aveva lasciati stare. 
Ma l'entrare in contatto con altri ragazzi loro coetanei, vedere dove e come vivono in clandestinità le loro giornate, la loro guerra, conoscere insomma i partigiani di Livio Boschi, nome di battaglia Gordon, cambia la loro esistenza. E diventa Resistenza. 
Falco - e dietro di lui anche il disincantato Rivo, figlio di Dante il comunista - smettono di stare ai margini della Storia e fanno la loro prima e autentica scelta di campo. 
Questa è la loro storia personale (un po' presa dal vero e un po' no), avventure, prove di coraggio, primi amori, lutti in famiglia, musica, tanta musica, che si intreccia con la Storia (vera), ossia quella che racconta di come nel '45 l'esercito britannico combatté al fianco della Resistenza per liberare l'Italia dal nazifascismo.
Ne Il Falco e la Stella ci sono uomini e donne che si sono trovati a combattere, fianco a fianco, in una unica lotta per la liberazione. 

La chiave di questa storia sta proprio in quel "fianco a fianco", ossia nella grande prova di reciproca fiducia che ha tenuto assieme un 'esercito' molto eterogeneo ma coeso nel nome di un valore superiore a qualsiasi altro obiettivo politico che muove nazioni ed eserciti: l'umanità delle persone. Il sentirsi compagni, fratelli e sorelle. 
Son meno di tre pagine, a libro finito, in cui Fabrizio Altieri riprende la parola e racconta, con parole importanti e pesate, l'origine del libro e le radici autentiche, accurate nei confronti delle fonti, e quelle letterarie di questa bella storia. Appartenere a quella generazione che la guerra, ma ancora di più la Resistenza, se la è sentita raccontare da chi, ragazzo o ragazza in quegli anni, l'ha vissuta o se l'è vista passare davanti agli occhi, aiuta. 
Anche a chi abbia più di cinquant'anni, storie del genere risultano interessanti e importanti: anche per loro, è naturale riconoscerne e quindi percepirne lo spessore e la complessità. Molti tra loro temono il rischio reale che essa sia trascurata o non capita, o peggio, dimenticata. 
Ma se di anni ne hai una decina o poco più? Se non hai a disposizione un bisnonno che ti racconta e ti chiama dentro fatti realmente accaduti? 
Ecco, in quel caso entrano in gioco scrittori capaci che della materia dei fatti sappiano impadronirsene e sappiano restituirla in forma di buon romanzo. 
Questo è quello che è successo qui. 
Ingredienti imprescindibili, a mio avviso, sono: la buona scrittura; la sapiente capacità di costruire una buona storia (qui intorno a un fatto realmente successo), ossia una trama credibile che sia nel contempo onesta e avvincente; il calibrato dosaggio di elementi, diciamo così, universali che siano in grado di toccare le anime di lettori di età diverse. 
Partiamo dalla buona scrittura. 
In tutta onestà la cosa che mi ha soprattutto colpito, generando in me di volta in volta nuova aspettativa, è la puntualità con cui, a ogni fine di capitolo, con relativo cambio di scenario, Fabrizio Altieri si presenta sempre preparato a un exploit, anche semplici frasi ma di sicura presa ed effetto, che puntuali stanno lì pronte a stupirti e a tenerti attaccato alla pagina. 
Un infallibile incentivo ad andare avanti. 
La capacità di costruire una trama avvincente e onesta intellettualmente è segno - non solo di buon mestiere - ma anche di talento autentico. 
Se si leggono le note finali in cui si è sentita l'esigenza da parte dell'autore di passare al setaccio l'intera storia per distinguere il vero dall'inventato, si può ricostruire a posteriori il grande lavoro di incastro dei vari pezzi che tengono su con onore l'intera struttura, fatta di Storia e di storia. Quella stessa capacità immaginativa che un buon architetto, o un buon regista, deve avere nel progettare un corpo che nel tempo e nello spazio abbia un suo senso, una sua armonia, una sua bellezza. 
A ogni capitolo cambiano le prospettive, i personaggi si avvicendano nel loro sparire dalla scena o rientrarci, proprio come a teatro. 
E infine, gli elementi universali. 
Rispetto a questi, mi verrebbe istintivo tacere, perché ognuno possa trovare i propri, senza essere guidato da una lettura che è, al contrario, molto personale. 
L'unica cosa che mi sentirei di sottolineare è questa: in ogni buona storia, ci sono. 
E questa decisamente lo è.

 Carla

venerdì 14 marzo 2025

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

VERO

Mal di nebbia
, Nicoletta Gramantieri 
Emonsraga 2025 


NARRATIVA PER GRANDI (dagli 11 anni) 

"Ho raccontato dell'altra guerra, dell'omicidio, degli annegati, della vita triste del paese. Di come i ragazzi stessero ancora su in montagna, di come, dopo la morte della nonna, mi fossi ritrovata ad avere due case, quella del babbo e della mamma e quella della Madrina. Di come io e Celso fossimo diventati amici e di come mi avesse raccontato di quella nebbia che nascondeva il paese, della Bocca dell'Orco, del fiume, della strega e delle morti dei bambini. Di come trovassi consolazione in Vero e nella Iolanda. E anche di tutta la rabbia che mi aveva portato a disubbidire alla mamma..." 

L'Albertina sa come si costruiscono le storie. Vero, l'amico di suo fratello Vittorio che dalla montagna non è più sceso, glielo ha spiegato. 
Prima bisogna raccontare il prima, poi bisogna raccontare un po' dei personaggi e poi si può partire con l'adesso. E adesso è adesso. 
Lei, dodici anni, è appena scappata dalla fredda e misera casa dove vive con le sue sorelle più piccole, la sua sorella maggiore, la Marcella, che arriva solo alla sera perché è a servizio, e con il suo fratellino piccolo, Cecchino, e la sua mamma e il suo papà. Sono poveri, ma molto poveri: poco da mangiare e poca legna per scaldarsi, tanto che la notte ci si deve vestire col cappotto per prendere sonno. L'Albertina, ancora lattante, era stata portata dalla nonna che l'ha allevata con amore e latte di capra. E l'Albertina con lei è cresciuta felice, ma adesso la nonna è morta e lei ha dovuto lasciare la casa sulla collina e tornare in paese da mamma e papà. 
Solo di rado può andare dalla sua madrina, che invece la copre di premure e di cose buone da mangiare. Quando anche quella mattina sua mamma è uscita di casa per andare a mettere in croce due soldi, e le ha affidato le sorelle e il piccolo Cecchino, i mestieri da fare e gli scapini da lavorare a maglia, lei non ce l'ha fatta più: ha buttato in terra lana e ferri, ha infilato la porta e di è diretta verso il campanile dove ha intenzione di nascondersi, per lasciar passare la notte per poi fuggire indisturbata e non vista, al sorgere del sole, prima che il borgo si svegli. 
Vuole andare in città dove forse troverà un lavoro presso una qualsiasi signora ricca che la accoglierà come una figlia e la riempirà di affetto e attenzioni. 
Questo è il principio della storia dell'Albertina, che un giorno perderà la voce: un racconto che dura il tempo di una Quaresima molto piovosa e dove, complice la nebbia, ciò che accade non è affatto come sembra. 

Come un vestito che ti dimentichi di avere e lasci appeso per anni in un armadio, pare, credo, mi sembra di aver letto che questa storia abbia stazionato a lungo nel silenzio, al buio. Forse in un cassetto o forse in una cartella di un computer. E pare anche che, una volta riemersa, così come sarebbe capitato al vestito appeso e dimenticato, abbia avuto diversi interventi di adattamento per il suo debutto. 
Una volta presa la sua forma attuale, accorciato un po' lì, allargato là in alto, la storia ha cominciato a viaggiare ed è andata - credo, forse, mi pare di ricordare leggendo qui e lì - da Davide Morosinotto che, complice tutta quella nebbia e pioggia e quel paesino sul fiume, complice quell'intrigo bello sodo che si dipana solo alla fine, quella lingua così scorrevole e felice, la apprezza.
Da lì a farla diventare libro, mi pare ci sia metta Book on a Tree e poi Emons.
E questo è il prima, credo, forse, mi pare. 
Ma come ci insegna Vero ora dunque è il caso di dire due cose sui personaggi. Quelli del romanzo ma anche quelli fuori: prima fra tutte l'autrice. 
Di professione bibliotecaria, ma anche scrittrice come seconda o terza professione, di sicuro esperta di letteratura e simpatica compagna di passeggiate cagliaritane, città che frequenta da anni perché spirito-guida con Bruno Tognolini del festival Tuttestorie. 
Del suo spessore tutti quelli che la conoscono ne hanno netta la percezione, quindi forse ha più senso parlare dei personaggi che lei si è inventata per Mal di nebbia
Perché sono proprio loro a dare forza ed energia a questa storia. 
A renderla vera.
Ben inteso non rappresentano l'unico pregio del libro, ma di certo uno di quelli che più mi hanno colpito. A ben vedere sono i legami, le relazioni che li tengono insieme che irrobustiscono una storia che ha l'intento di spaziare tra un po' di generi differenti. È un po' un romanzo in cui la Storia è importante e parla di sé, è un po' anche fiaba nel meraviglioso che alimenta le leggende e le credenze che attraversano quel paese e l'immaginario dei suoi abitanti, è un po' anche giallo per il grande mistero che lo attraversa e, infine, sembra avere anche un po' il passo di un romanzo di fine Ottocento-primi Novecento, con quel mondo contadino fatto di tanta fatica e pochi affetti. 
Ribadire il fatto che per scrivere buone storie bisogna averne lette tante, mi pare quasi ridondante, visto chi l'ha scritta. Ma credo che questo sia un caso di specie. 
Lo stesso si potrebbe dire per la robustezza dell'impianto. 
Anche in questo caso, la cosa che colpisce è la consapevolezza - peraltro esplicitata in una sorta di meta racconto - di quali siano le norme del ben raccontare. 
Nicoletta Gramantieri affida a Vero, uno dei miei personaggi preferiti, il ragionamento teorico sulle regole della buona scrittura. E l'Albertina che di lui si fida, lo segue e poi, se non proprio distratti, lo imparano anche i lettori e verificano che il "come" si scrive è già una buona metà del valore di un libro. 
Dunque, la galleria dei personaggi, da Minghinì il matto del paese, cui quasi nessuno crede, che ha una sua lingua incomprensibile, la Fosca che attraversa silenziosa e scura il paese avvolto nell'umidità e che ha un odore addosso che vien su sulla pagina, le ricamatrici intorno alla Iolanda, tra le poche sorridenti e per questo invise da chi ne invidia l'allegria in tempi cupi. E Giusto, il macellaio, sorta di aruspice fuori tempo massimo. E poi Cecchino, fantolino febbricitante, e la Marcella in cerca di amore e Vittorio in cerca di riscatto... Bene, tutti loro costituiscono il contesto allargato intorno a cui si intrecciano invece i rapporti umani stretti stretti tra l'Albertina, la sua nonna, la sua mamma, la sua Madrina, e poi Celso e poi Vero. 
Tutti loro son lì un po' autentici e un po' no, ma con il preciso intento di porgere una mano gentile al lettore per farlo entrare nella storia e poi accompagnarlo affettuosamente attraverso tutti i passaggi anche quelli più impervi. Dove i rumori, gli odori, il tempo è tutto piuttosto vero.
E per questo, un' unica accortezza, prima di entrarci: un cappello di panno, un pastrano e scarponi impermeabili, perché lì dentro piove sempre. O quasi. 

Carla

mercoledì 24 luglio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

L’OROLOGIO DAVANTI AGLI OCCHI 


Lo scopo dell’arte è spostare impercettibilmente la terra sotto i piedi delle persone. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica sono il modo in cui facciamo le cose. L’arte è il motivo per cui le facciamo. 
Oliver Jeffers 

Una volta una persona a cui devo molte cose mi ha fatto capire un concetto difficile in un modo semplice: mentre parlavamo ha preso il piccolo orologio analogico che era appoggiato al tavolo, me l’ha messo a due centimetri dagli occhi e mi ha chiesto le ore. Non le vedo, ho risposto. E lui mi ha detto è questo che intendo quando dico che per capire le cose che ci riguardano, dobbiamo fare almeno due passi indietro. Se siamo troppo vicini, diventiamo ciechi. 
Questo episodio è stato il primo pensiero che mi è nato dopo la lettura di Intanto sulla terra… Alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio di Oliver Jeffers. 
La storia che racconta Jeffers è apparentemente semplice: un padre chiama i propri figli, devono andare, salutano la mamma, salgono in auto, escono dalla città. La voce narrante però non è quella di nessuno dei tre personaggi rappresentati, pare una voce che da tempo, da ben prima che il libro sia iniziato, stia riflettendo sull’agire umano. 
 Questo è l’incipit del testo: 
“In tutto il cosmo 
questo posto nel nostro sistema solare 
è il posto dove tutte le persone vivono 
da che siamo umani.” 
Tant’è vero che a un certo punto la voce narrante propone ai tre una deviazione dal loro percorso e il padre, nel frattempo irritato dalla litigiosità di fratello e sorella, accetta subito.
 

Il narratore chiede loro di indossare il casco spaziale: direzione la Luna, 400 mila chilometri dalla Terra, un anno di viaggio, come dice la voce, calcolando una velocità media tipicamente automobilista di 60 km orari. 
E in questa parte esplode il colpo di genio di Jeffers: man mano che i nostri tre procedono nel loro viaggio e tanto più tempo ci mettono, tanto più indietro nel tempo storico va il nostro narratore. Come può essere mi chiedete. Ehi, ma questo è un albo illustrato, tutto può essere ed esserlo in modo immediato: per andare sul pianeta Venere ci si mettono 78 anni (sempre viaggiando in auto a 60 km orari), cosa accadeva 78 anni fa sulla Terra? Era la metà del Novecento e l’intero pianeta combatteva una grandissima guerra. Se volete andare su Mercurio in auto, dovete calcolare 150 anni: cosa succedeva 150 anni fa sulla Terra? Un piccolo gruppo di nazioni si divideva un continente intero, era l’epoca del colonialismo. 


E così di pianeta in pianeta, mentre i nostri tre protagonisti avanzano, o meglio si allontanano dalla Terra, tanto più il narratore indietreggia nel tempo storico, raccontando i conflitti che hanno caratterizzato la nostra storia umana. Cosa sta facendo Jeffers? 
Beh, a me verrebbe da dire che sta allontanando l’orologio dagli occhi. 


Tanto più ci si allontana tanto più si riesce a leggere la Storia in modo più completo e la Storia è anche (soprattutto?) una storia di conflitti. Tanto più vediamo la Terra come un unicum, tanto più la comprendiamo e comprendiamo che noi siamo tutti e uguali figli di quella palla schiacciata appesa nello spazio. Ok, fin qui ci siamo. 
Quanta complessità, quanto Jeffers. 
Elementi jeffersiani ne abbiamo tanti in questo albo: le relazioni in primis, con questo padre calvo (oh, ma che bella questa rappresentazione dei padri calvi, esistono! Entrano negli albi illustrati! Sempre grati a Jeffers che racconta anche quello che vede) e i due pargoli litigiosi; il tema del volare, del guardare in su, del cielo insomma (dal suo famosissimo Nei guai, in avanti le sue storie sono spesso lassù); il tema del viaggio pure. 
Ma. Ma qualcosa mi sfuggiva ancora. Né una prima lettura, né una seconda, né una terza, mi bastavano. Capivo che la complessità dell’albo andava ancora oltre (lassù!) e io volevo sapere. Sapete quando avete degli indizi che portano tutti da una parte per scoprire il colpevole, e poi qualche elemento qua e là che non si inserisce perfettamente nel vostro quadro? Ecco, io ero a quel punto. 
In esergo al libro c’è una frase di Jeffers: 
Gran parte dell’ispirazione per questo libro viene dai ripetuti tentativi di spiegare la storia e la geografia del conflitto in Irlanda del Nord a persone intelligenti – che non hanno mai saputo nulla di nessuna delle due e non se ne sono mai interessate – a un oceano di distanza.” 
Lui cerca di spiegare un conflitto irlandese (senza mai citarlo nella narrazione del libro), che potremmo definire piccolo se pensato nelle dinamiche storiche e mondiali, appunto aprendo lo sguardo, andando nello spazio a vedere come si vede da lassù. 
Ma il vero punto di svolta nella mia analisi del libro è arrivato per caso


In libreria è arrivato Begin Again - come siamo arrivati qui e dove potremmo andare - la nostra storia umana, finora, edito da Harper Collins (tutte le traduzioni al testo in inglese sono mie) e tra pochissimo pubblicato in italiano sempre da Zoolibri, dove alla fine Jeffers scrive una nota magnifica sulla sua poetica, sulla politica, sugli sguardi, sulla speranza, sull’immaginazione. 
In questo piccolo saggio (che spero verrà riproposto nella versione italiana del libro) Jeffers racconta di aver lasciato l’Irlanda del Nord nel 2007, per New York dove nessuno sapeva niente del conflitto irlandese. Lui non se ne capacitava, si arrabbiava ma soprattutto non capiva: forse il mio amico avrebbe detto che aveva l’orologio troppo attaccato agli occhi. Così ha cominciato ad allontanarsi e a capire che anche per gli stessi irlandesi quel conflitto era diventato qualcosa di diverso, era un uno contro uno. Ma se si allarga lo sguardo, se l’orologio si allontana, si capisce che la storia dell’umanità intera è costellata da questi scontri e si capisce che si può agire, per esempio attraverso l’arte: 
“Possiamo rielaborare il nostro contesto e la nostra motivazione per guardare le cose come se facessero parte di una narrazione diversa e più produttiva. 
Possiamo scegliere di dare un senso agli eventi per essere governati da cose diverse dalla paura o dall'odio, dalla rabbia o dall'indifferenza. Possiamo cambiare la nostra storia.” 
Chi sa meglio di un autore che le storie – e la Storia – si possono cambiare? 
Chi sa meglio di un autore di libri per bambini che tutto cambia e che bisogna spiegarlo per bene agli adulti? Ve lo ricordate il libro di Jeffers Come vola un pinguino? Il pinguino contro tutte le leggi di natura cerca di volare (ancora il volo, è proprio un vizio!), ecco io penso che ora quel pinguino abbia imparato a farlo. 

Valentina

"Intanto sulla terra… alla ricerca del nostro posto nel tempo e nello spazio, una visione cosmica sui conflitti con Oliver Jeffers",  Zoolibri 2024

lunedì 25 marzo 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

LA NOTTE DEI BIPLANI


Esce per I tipi de Il Castoro l’ultimo romanzo di Davide Morosinotto, ‘La notte dei biplani’. In realtà si tratta della radicale riscrittura di un romanzo scritto nel 2011. Di quel romanzo resta l’impianto fantascientifico, che immagina una Storia alternativa: ambientate durante la Prima Guerra Mondiale, entrambe le storie immaginano un precoce sviluppo dell’informatica, lì impiegato nella costruzione di macchine da guerra.
Ma veniamo al romanzo appena uscito, orientato a lettori e lettrici che abbiano almeno dodici anni.
Racconta le vicende di tre amici, di origini diversissime, tutti assistenti dello scienziato e inventore sir Richard Maddox: c’è Arthur, il giovane virgulto della famiglia Maddox, Mary, cameriera presso quella famiglia, e John, minatore, abilissimo meccanico. Sir Richard scompare improvvisamente, non prima, però, di far pervenire a John uno strano Congegno, il cui uso gli è del tutto sconosciuto. Siamo in Cornovaglia, la guerra è ormai iniziata e tanti giovani e giovanissimi vogliono arruolarsi.
Arthur, e Mary, che si traveste da ragazzo, vogliono volare sui biplani, pilotati grazie a un congegno elettronico che connette il cervello dei piloti alla macchina. E i ragazzi, anche se giovanissimi, sono molto più ricercati per l’arruolamento, grazie alla loro duttilità. I congegni elettronici si chiamano BOT, bio-ordinatori-tattici, e provocano danni irreparabili, dopo un certo tempo, al cervello dei piloti, che si stordiscono con un mix di alcol e droga per non sentire il dolore.
Mary viene arruolata come pilota, Arthur invece dovrà guidare dei Carri-BOT, sorta di mezzi cingolati corazzati. Morosinotto, in sintesi, immagina, nel cupo scenario della Grande Guerra, che l’informatica fosse già sviluppata, con i suoi computatori e tutti gli annessi e connessi; e costruisce un armamentario fantascientifico che unisce la reale storia della costruzione di carri armati e altre macchine da guerra all’immaginario dei Trasformer, proprio dei fumetti. Direi particolarmente appropriata la presenza di fumetti che rappresentano al meglio le straordinarie invenzioni narrative, le macchine incredibili, le battaglie aeree.
La trama si incentra nel tentativo di John di salvare tutti i suoi amici, Arthur, Mary e sir Richard, ma per provarci deve necessariamente affrontare una serie di drammatiche avventure al di qua e al di là della Manica: infatti, intorno al Congegno, in suo possesso, si muovono gli interessi degli eserciti in guerra. Nello stesso tempo, la sua famiglia è colpita da diverse tragedie, legate al lavoro in miniera.
Dunque un romanzo dal ritmo serratissimo, con dettagliate scene di battaglie aeree, che sicuramente sarà apprezzato da quei lettori e lettrici che prediligono l’azione, scritto con cura maniacale nella ricostruzioni di storie e d’ambienti; particolarmente efficace l’accurata descrizione della vita dei minatori e delle loro famiglie, dei soldati al fronte, della guerra di trincea: la realtà storica intrecciata all’immaginario fantascientifico.
Forse all’inizio un po’ spiazzante, sarà una bella, emozionante lettura per ragazzi e ragazze che amino scrutare gli orizzonti del possibile.

Eleonora

“La notte dei biplani”, D. Morosinotto, Il Castoro 2024





 

venerdì 26 gennaio 2024

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

FRA LE DUE GUERRE


A chi ha amato ‘Fuori fuoco’ non può non piacere il nuovo romanzo di Chiara Carminati, pubblicato da Bompiani. ‘Nella tua pelle’, questo è il titolo, è anch’esso un romanzo in cui la Storia viene indagata dal punto di vista dei più deboli, persone che mai entrerebbero nella saggistica storica. L’area geografica è ancora lì, fra il Friuli e il Veneto, e i protagonisti sono ‘figli della guerra’, ovvero bambini e bambine nati in seguito a violenze operate da soldati di tutte le etnie. Siamo alla fine della Prima Guerra Mondiale , col ritorno degli uomini dal fronte e coll’inevitabile rifiuto di questi figli ‘bastardi’, che finivano presso opere di carità come il San Filippo Neri di Portogruaro. Qui è ambientata la storia di Giovanna, Vittorio e Caterina, tre amici che condividono la vita dolce amara dell’orfanotrofio, loro che un padre e una madre in realtà ce l’avevano, ma non potevano condividerne la vita.
Giovanna è la prima a essere adottata da una famiglia benestante, incapace di affetto ma attenta all’educazione, condizione per la quale la bambina incontra per la prima volta un pianoforte, scoprendo un vero talento; poi Vittorio finisce a Venezia, in un istituto per artigiani e da lì fugge per trovarsi al Lido, a fare il falegname per l’ospedale in cui si era rifugiato. Caterina torna a casa, dopo la morte della mamma, perché servono braccia per lavorare.
Nonostante i destini diversi, il legame fra loro non si spezza mai, mentre sulla loro strada incontrano persone più generose di quelle che li hanno allontanati da casa.
Il dottor Caccia, dell’ospedale del Lido, la contessa che ospita Giovanna a Venezia, il maestro di musica Lorenzo sono tutti determinanti nel favorire una svolta nelle vite di questi ragazzi.
In questa storia, in cui non traspaiono giudizi morali, il bene e il male sono indissolubilmente intrecciati: la violenza della guerra, che lascia al suo passaggio infinito dolore, l’indifferenza di tante persone rispetto alla solitudine di bambini e bambine marchiati dal ‘disonore’, sono bilanciati dalla solidarietà, dall’amicizia, dalla stessa opera di carità che li ha accolti.
Anche in questo romanzo, come in ‘Fuori fuoco’, Chiara Carminati sceglie un tono sommesso, che non indugia sugli aspetti più drammatici di queste vite, ma descrive nel dettaglio la vita quotidiana del collegio, delle case, povere o ricche; segue le aspirazioni e le speranze che sostengono la vita incerta di queste ragazze e ragazzi. Fra gli anni Venti e Trenta succedono molte cose, compresa l’ascesa del fascismo; ma i sommovimenti della politica restano sullo sfondo, mentre un’unica novità si impone anche nella vita dei personaggi: la nascita del jazz, quella musica folle che dall’America sta per conquistare il mondo.
Scritto con stile impeccabile e con grande raffinatezza, una rara padronanza della lingua, questo romanzo può essere apprezzato anche dal lettore più esigente e lo consiglio caldamente a lettrici e lettori dai tredici anni ai novantanove anni.

Eleonora

“Nella tua pelle”, C. Carminati, Bompiani 2024



venerdì 27 ottobre 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

ESSERE QUALCUN ALTRO

Testa di ferro, Jean-Claude van Rijckeghem (trad. Olga Amagliani) 
Camelozampa 2023 



NARRATIVA PER GRANDI (dai 13 anni) 

"Un quarto d'ora dopo, strizzo l'ultima camicia e la butto a Pier. Ho le mani bianche per l'acqua gelida. 'Andiamo a quell'incontro di pugilato' dico. 
Pier mi guarda impietrito dallo stupore. Poi ripiega la camicia di nostro padre senza più badarmi, come fa sempre quando ho un piano meraviglioso che lui non approva, il sapientone... Posa la camicia di papà sul mucchio e afferra una delle maniglia del cesto. 
'Dai, solleva'. mi ordina. 
Io prendo l'altra maniglia e insieme solleviamo il cesto che, con i panni bagnati, è diventato ancora più pesante." 

Gand, primi dell'Ottocento. Fratello e sorella che vogliono andare in direzioni diverse: Stans diciottenne, a un incontro di pugilato clandestino;  Pier, di qualche anno più giovane, vuole tornare a casa. 
Loro due sono come il sole e la luna. Lei volitiva, lui ligio. Lei intraprendente, lui prudente. Lei indomita, lui sottomesso. 
Qui trasportano insieme della biancheria: una buona immagine per raccontare la storia intrecciata e indissolubile di due fratelli, tenuti insieme da un fardello, che qui sono panni, ma nella storia è invece una famiglia. Che nessuno dei due può mollare. 
A casa ad aspettarli per l'appunto il resto dei parenti: un padre frustrato nelle sue velleità da inventore, caduto in disgrazia a causa di una sua invenzione fallita. La madre che ha finito la sua scorta di amore verso il marito e verso i due figli maggiori, e quel poco che ancora possiede lo offre al piccolino di casa, l'ultimo nato, Mondje di appena cinque anni. A questi si aggiungono sullo sfondo: la quarta sorella, Rozeken, la vecchia nonna Blom, sdentata e decrepita e un ronzino bianco altrettanto vecchio e malconcio, Achille. 
Sullo sfondo le campagne napoleoniche tra Francia, Austria e Prussia. 
Constance, detta Stans, è quella che suo padre definisce con felice sintesi: la prima frittella, quella che viene sempre peggio delle altre. Tuttavia, nonostante le sue intemperanze, essendo la figlia maggiore, ed essendo femmina spetta a lei immolarsi per risollevare le sorti di una famiglia che sta colando a picco. Suo malgrado, diventa la giovane moglie dell'usuraio, in cerca di prole, che tiene in scacco suo padre sempre a corto di denaro, per mandare avanti la famiglia, per far studiare alla scuola latina il figlio maschio, per le sue invenzioni. 
La vita e il destino che le si prospetta non è quello che lei sogna per sé, così fuggendo una notte, con gli abiti del marito, si arruola al posto del figlio del fornaio. 
E così ha inizio la sua straordinaria avventura da 'maschio' che la porterà a essere un fante della quattordicesima armata napoleonica, coraggioso, valoroso, apprezzato dai suoi compagni e dal suo superiore (anche quando si scopre la sua vera identità) e talvolta anche fortunato, visto che il suo soprannome 'testa di ferro' se lo guadagna in un duello, da cui esce ferita ma determinata a non mollare. Mai, o quasi. 

Scritto a due voci, in una alternanza pressoché regolare tra il racconto di Pier e quello di Stans, si tratta di un romanzone contemporaneo che per mole, per contesto ha evidenti quanto voluti rimandi alla migliore letteratura ottocentesca. Da Dickens a Brönte. 
Il romanzo ottocentesco è un modello, ma Testa di ferro va anche in esplorazione in luoghi diversi che con l'oggi hanno molto a che fare  - non che Dickens e Brönte non siano importanti per il pensiero contemporaneo, s'intende. 
La causa scatenante intorno a cui ruota l'intera storia, narrata in poco meno che 450 pagine, è la scelta della protagonista, Stans, di essere qualcun altro: un maschio, un soldato. 
La questione si fa piuttosto interessante per diversi motivi. In primo luogo risulta evidente che nella società di allora, ma forse anche in quella di adesso, essere maschio significa - almeno sulla carta - poter godere di maggiori opportunità ed eventualmente di goderne prima di una femmina. 
In secondo luogo, parrebbe che essere maschio, possa salvarti da un destino che altri scelgono per te. 
Però però però, le cose non sono così semplici. 
Infatti a ben vedere, se da un lato Stans in tal modo si è assicurata la consapevolezza di aver autodeterminato il proprio destino, dall'altra c'è qualcun altro che invece è in balia di altri e al suo destino sognato deve rinunciare. E, ironia della sorte, sono i due maschi di casa a trovarsi in questo frangente: da una parte il padre fallito e dall'altra Pier che alla sua tanto amata scuola latina non ci metterà più piede. 
Dal che se ne deduce che in questa storia è soprattutto il coraggio a fare la differenza. Bel nocciolo di senso intorno a cui rosicchiare... 
Intorno a detto nocciolo della questione, c'è tanta polpa, costituita, diciamo così, dagli aspetti accessori dell'essere maschio, pur essendo una ragazza (ma anche viceversa). Questo, presumo, rappresenterà per i lettori e le lettrici un altro elemento di riflessione, che in questo preciso momento ha un suo forte appeal. In questo senso, Testa di ferro, pur sembrando un romanzo di formazione e anche un po' di avventura e un tantino anche storico, diventa anche un buon libro per cavalcare l'onda. 
E in chiusura due o tre ragionamenti sulla scrittura. Una prima cosa che salta all'occhio è ciò a cui si alludeva al principio: l'alternanza del punto di vista, quello di Pier e quello di Stans rispetto ai medesimi eventi, magari raccontati con un lieve scarto temporale l'uno dall'altro. 
A parte il fatto, tecnicamente parlando, che in questo modo il racconto si movimenta di più, rendendo più lieve la lettura del tomone. 
A parte questo, si diceva, è parecchio interessante anche solo a livello teorico, prendere atto del fatto che il punto di vista, la prospettiva di sguardo, determini lo spessore dei protagonisti e delle singole comparse che abitano la storia. Questo continuo movimento di due 'camere' che riprendono da prospettive differenti di fatto lo stesso oggetto rende tutto molto profondo e soprattutto 'cinematografico'. Circostanza questa che fa sì che sia ancora più scorrevole una scrittura già bella esercitata al turning page
Tutt'altro che ingenuo, Jean-Claude van Rijckeghem costruisce una solida struttura narrativa, un solido contesto storico, in cui personaggi più che credibili agiscono, e per accontentare gli amanti del genere, trova anche il modo di scrivere sul finale una dozzina di pagine, che tutti i più attenti lettori non hanno potuto far a meno di notarne la dissonanza: il registro cambia per diventare quello di reportage senza filtri di un sanguinoso teatro di guerra. 
Carne da cannone. 

Carla

venerdì 16 giugno 2023

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)

CAMMINARE DRITTO  

Il duello, Inês Viegas Oliveira (trad. Matteo Francini) 
Edizioni Clichy 2023


 ILLUSTRATI PER MEDI (dai 7 anni) 

"Spettabilissimo signor Rodin Rostov, ci siamo. 
Mi sembra ancora di sentire la vostra voce, parola per parola, lettera per lettera. 
I vostri affronti hanno ferito le mie orecchie, i miei timpani, il mio cuore, e posti anche più profondi dentro di me, che non si trovano in nessun libro di anatomia. 
Dovevo farlo, capite? Uno, due, tre, quattro, quanti passi ci separano?" 

Schiena contro schiena, con le rispettive pistole rivolte verso l'alto, i duellanti si allontano. 
Solo di uno però possiamo seguire il tragitto. E solo di uno sappiamo i pensieri. Non si rivolge più al signor Rodin Rostov, e lo si capisce perché dalla seconda plurale si passa alla terza persona singolare delle tante domande che si pone. 
Il vento soffierà a suo favore? E i suoi stivali lo renderanno più veloce? 
Le gambe più lunghe saranno un vantaggio per lui? Mentre è lì che mette passo dopo passo, la sua testa si arrovella. 
 Poi, nonostante la distanza, è di nuovo al signor Rodin Rostov che pone una grande questione: circa l'indossare i panni di un altro. Voi signor Rostov avete mai provato per caso a mettervi nei panni di un altro? anche solo per scoprire che sono un po' troppo larghi e terribilmente stretti? 
C'è da dubitare che Rostov lo possa sentire. Riprende così il suo rimuginare tra sé e sé. 
Questa volta è il cibo che cattura i suoi pensieri. Certo che ormai di ore ne sono passate parecchie, magari sta pensando che io sia fuggito o magari perso. 
E dopo tutto questo camminare effettivamente anche i motivi del duello sembrano essersi allontanati e sembrano sopraggiungere una serenità e una disponibilità tutte nuove. Magari dipendono da ciò che gli occhi vedono, il naso annusa e le orecchie sentono? Anche il nome di Rostov sembra addolcirsi, e così il suo ricordo. A tal punto che forse vale la pena scrivergli due righe, affidarle a degli uccelli, per comunicargli che sarebbe bello rivedersi. Come due vecchi amici 
È facile, basta continuare ad andare dritti. Avanti sempre avanti. 

Sophie Van Der Linden, a proposito dei meccanismi che regolano un buon albo illustrato, parla di uno spazio vuoto che deve esistere tra il testo e l'immagine e l'oggetto che ne deriva, ossia il libro in carta e ossa, in modo che, come capita a una qualsiasi articolazione, le singole parti possano muoversi agevolmente e in autonomia non ostacolandosi, pur essendo una dentro l'altra. Lavorare in squadra.
Il duello ne costituisce un esempio eccellente. 


Sfruttando la legatura delle pagine i duellanti si mettono, come vuole l'iconografia, spalla contro spalla e visto che lo fanno dove il foglio si divide, immediatamente si mettono a dialogare con lo spazio della pagina che diventa teatro, ossia scenario. E che scenari! 
Da lì si allontanano in modo quasi speculare, avvolti nella nebbia di circostanza. Il limite della pagina diventa un elemento di attesa nel lettore: cosa può succedere? Entrambi usciranno di scena? No. solo uno sparisce, ma non è difficile immaginarselo mentre conta i passi andando verso sinistra, in direzione opposta al quella del protagonista di cui vediamo l'incedere verso destra, che poi è il senso della lettura, e di cui sentiamo la voce. 
La cosa che succede allo sguardo è quella di notare come le figure colorate si trasformino sotto gli occhi: da alberi spogli si passa a un esercito di soldati in marcia che, girata la pagina diventa una parata di suonatori di trombe e tamburi che subiscono un'altra metamorfosi diventando acrobati da circo, in uno scenario da parco dei divertimenti. Ancora una pagina girata e arrivano i teatri che si affastellano con fondali e scene tutte diverse, davanti a un pubblico rivolto verso la scena con le spalle a noi lettori. Oramai è notte e gli scenari cittadini restituiscono locali dove mangiare: ristoranti, caffè e anche i poster attaccati sui muri pubblicizzano pizza e panini. 


Gli scenari si avvicendano e diventano sempre più complessi. Ma lui continua ad attraversarli fedele alla consegna iniziale. La città è finita. Arriva il verde, gli animali, la campagna sotto la luna è deserta e poi la pioggia. Tutto quel verde trascolora nel celeste dell'acqua del mare che attraversata porta a un'isola verdeggiante da cui spedire la lettera di invito a incontrarsi, dopo aver deposto le armi. 
Parole che vanno in un senso e figure che ne raccontano un altro. Eppure. 
Si sfiorano ancora una volta, i ristoranti quando si parla di cibo, i panni da indossare quando si vedono i teatri, il vento quando si vedono le trombe. 
Non si tratta di coincidenze casuali, ma di una volontà precisa di far parlare le tre lingue in accordo. E così accade che in quello spazio vuoto tra testo, immagini e libro la prima a introdursi è proprio lei l'autrice. Con un obiettivo impegnativo. 
E quindi, brava Inês Viegas Oliveira che giovane già maneggia con tanta disinvoltura un oggetto così complesso, quale può essere l'albo illustrato. 
E ancora più brava si dimostra nell'aver messo su carta una questione potente e averla raccontata in un modo così originale. 


In fondo quello che l'occhio percepisce, quelle forme che si trasformano, quel mondo sempre più colorato, sempre più complesso e vivace che lo sguardo attraversa e quel camminare dritto attraverso, se messi insieme danno il senso a tutto. 
E come se non bastasse, usa proprio tutti gli strumenti che sa di possedere: attraverso lo stemperarsi delle parole, sempre più miti, attraverso la distanza - una giusta distanza - le cose si possono vedere in modo diverso. Attraverso una composizione di alto valore estetico, attraverso un sapiente uso del colore che inversamente all'affievolirsi delle parole, si carica di forza.

E poi tutto, ma proprio tutto, converge a dare coerenza, compresa la linea azzurra che attraversa silenziosa ma piena di significato i risguardi, per non parlare del bel gioco tra copertina e controcopertina... 


Bella prova! 

Carla

mercoledì 17 maggio 2023

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)


CRESCERE IN TEMPO DI GUERRA



Crescere nonostante tutto: nonostante la malattia, che l’ha resa zoppa, nonostante la guerra, nonostante gli stenti. Questo vuole Ella, la protagonista del nuovo romanzo di Anna Woltz, ‘La ragazza della luce’, che Beisler edita con la traduzione di Anna Patrucco Becchi.
L’azione si svolge a Londra nel 1940, quando la capitale inglese è sottoposta ai quotidiani bombardamenti tedeschi. Ella è una quattordicenne poliomielitica, che con la famiglia ogni notte si trasferisce sulle banchine della metropolitana, che funzionano come rifugio antiaereo. Con lei c’è la madre, che di giorno lavora in un dormitorio, gli zii e il fratellino Robbie, mentre il padre è impegnato in un servizio di sicurezza. Nella promiscuità dei materassi e delle coperte ammucchiati uno vicino all’altro, Ella conosce Jay, un simpatico poco di buono, un ragazzo poco più grande di lei, che a mala pena sa leggere e che si ingegna a trafficare con quello che trova per guadagnare qualche soldo per il resto della famiglia. A completare il quartetto arriva Quinn, quindicenne dell’alta società, scappata di casa in cerca di libertà. Vuole a tutti i costi rendersi utile come volontaria. A lasciare la nobile magione è anche il fratello Sebastian, la cui condotta è considerata immorale.
Ella, Quinn, Jay e Robbie costituiscono uno strano quartetto, legato però da un’intima solidarietà. Ella trasgredisce più volte gli ordini della madre per seguire Quinn, e con Jay una notte corre allo zoo per cercare il fratellino, fuggito per ritrovare delle scimmiette scappate dalla gabbia, rischiando di essere colpita da una bomba. Fra loro quattro si intrecciano sentimenti diversi: l’attrazione, contraddittoria, che Ella prova per Jay, la complicità nel sapersi tutti fuori dalle regole, più o meno consapevolmente.
Su quello che dovrebbe essere un momento di crescita per tutti e quattro si stringe la morsa della guerra, che distribuisce lutti e paura e non consente di vedere il domani. C’è chi, come Jay, affronta la situazione con cinismo e rassegnazione e chi, come Ella e Quinn, non vuole perdere il senso d’umanità e vuole guardare al futuro. Ella lo fa anche scrivendo, prima per raccontarsi una propria vita alternativa, senza la guerra, senza la malattia; poi, per raccontare le vite degli altri, lasciare una testimonianza di chi ha vissuto quei terribili momenti.
L’autrice ci avvisa dalla prima pagina che non sopravviveranno tutti e quattro e tutto il romanzo scorre in attesa del momento in cui un personaggio lascerà la scena. Nonostante il senso di un dramma incipiente, seguiamo le giornate e le notti di questi quattro ragazzi che sono comunque degli adolescenti, o anche bambini, come nel caso di Robbie. I pensieri, i dubbi, i desideri che li attraversano sono quelli di un qualsiasi adolescente: l’amicizia, l’amore, il sesso, la famiglia e quell’insopprimibile desiderio di libertà che fa guardare al futuro, nonostante tutto.
L’autrice nederlandese ha una rara capacità di delineare ritratti vivissimi nei suoi personaggi: è stato così in ‘Tess e la settimana più folle della mia vita’ e in ‘Alaska’ ; così è anche in questo caso; ma qui si abbandona del tutto il tono leggero che ha fatto di ‘Tess’ una delle migliori prove di narrativa per ragazzi; qui, con grande sensibilità e capacità di cogliere anche le sfumature degli stati d’animo dei personaggi, si racconta una condizione di per sé terribile: come si può andare avanti e vivere la propria vita quando la guerra la mette in discussione ogni giorno, ogni notte.
Penso di poter dire che ‘La ragazza della luce’ sia una delle migliori uscite editoriali dell’anno: è un romanzo intenso, intelligente, coinvolgente: lo consiglio caldamente a ragazze e ragazzi maturi, a partire dai tredici anni.

Eleonora

“La ragazza della luce”, A. Woltz, Beisler 2023



mercoledì 9 novembre 2022

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

BOMBER

‘Bomber. Quando il cielo cade a pezzi’ è il romanzo di Paul Dowswell, pubblicato in questi giorni dall’Editrice Equilibri. Racconta le vicende di un gruppo di aviatori americani, mandati, con le loro ‘fortezze volanti’, in supporto dell’aviazione inglese.
Harry Friedman è un giovane ebreo americano, ha diciassette anni, e si è arruolato, nascondendo l’età, come aviatore. Dopo l’addestramento in patria, viene trasferito in Gran Bretagna, a Kirkstead, dove ha sede il suo squadrone di bombardieri, in aiuto all’aviazione inglese. Siamo nell’agosto del 1943, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale e i cieli dell’Europa sono solcati dagli aerei da guerra, i bombardieri micidiali che annientano, oltre le postazioni militari e le infrastruttura strategiche, anche le città.
Di tutto questo Harry sa poco o niente: della guerra vede il lato avventuroso, eroico; il bombardiere, su cui si imbarcherà, si chiama Macey May e lui dovrà posizionarsi nella torretta sottostante il corpo dell’aeroplano, come mitragliere ventrale.
Già il primo volo di prova mette alla prova l’equipaggio, coinvolto in un fortunoso ammaraggio; ma le prime missioni vere e proprie aprono gli occhi del giovane aviatore su quello che significa realmente la guerra: l’attacco dei caccia tedeschi, la contraerea, l’esplosione in volo di altri velivoli, tutto concorre a scatenare la paura, quella immediata, di non riuscire a sopravvivere, e quella più strisciante, che rende evidente la precarietà della vita dei combattenti.
Spesso la sopravvivenza è dovuta al caso: l’aviatore tedesco che decide di non colpire il Macey May, che ha già un motore in fiamme, consente ai sopravvissuti dell’equipaggio americano di tentare la sorte lanciandosi con il paracadute in territorio francese.
Harry ce la fa e si ricongiunge, per puro caso, a un commilitone, Stearkley; entrambi sono raccolti da un contadino francese che li mette in contatto con la Resistenza. L’obiettivo è riuscire a rientrare in Gran Bretagna, ma non dirigendosi verso la Manica, quanto a sud, passando il confine con la Spagna, sui Pirenei, per poi raggiungere il Consolato inglese a Bilbao. In questo pericoloso percorso, Harry si rende conto di un altro aspetto della guerra, quello dei civili dei paesi occupati dai nazisti, quello della Resistenza, quello delle città bombardate.
Senza svelare altro della trama, vorrei sottolineare come ancora una volta Dowswell mostra la sua innegabile abilità di narratore di storie di guerra: in primo luogo, la ricostruzione storica, ma anche tecnica, è accuratissima e dettagliata, tanto da far rivivere aspetti poco conosciuti della vita dei militari e dei civili coinvolti nel conflitto; in secondo luogo, l’autore inglese imposta la sua narrazione con un punto di vista ‘dal basso’, cioè di chi esegue gli ordini, o fa la propria parte nell’organizzazione clandestina, non riuscendo a coglierne, spesso, gli obiettivi strategici. Si tratta di una realtà fatta di coraggio, di tradimenti, di crudeltà e di grande generosità espressi da persone qualunque. Quello dei personaggi è il terzo punto di forza: in questo romanzo seguiamo le vicende di Harry, che da ragazzino idealista si trasforma in pochi mesi in un reduce che ha visto la morte in faccia più di una volta. C’è poi la giovane partigiana francese, Natalie, la sua necessaria durezza e le contraddizioni che la realtà della guerra inducono nelle persone migliori. Infine, la figura del traditore, dell’americano spia dei nazisti, testimone della presenza non esigua di formazioni filo naziste in America.
‘Bomber’ è un romanzo complesso, che affianca alla dimensione avventurosa, che contraddistingue le scelte stilistiche di Dowswell, un intreccio che connette diversi aspetti di un brevissimo lasso di tempo, dall’agosto al dicembre del ‘43: le battaglie nei cieli, la vita nelle città sotto attacco, la guerra combattuta dai civili, dagli eserciti regolari e irregolari. La narrazione scorre veloce, con un linguaggio che ben rende l’idea dell’asprezza delle vite raccontate nel romanzo, con una grande attenzione ai dettagli, ai paesaggi, agli odori, ai cibi offerti, al freddo e alla fame.
Piacerà sicuramente ai lettori e alle lettrici che amano i romanzi storici e le storie di guerra; suggerisco caldamente la lettura a partire dai tredici anni.

Eleonora

“Bomber. Quando il cielo cade a pezzi”, P. Dowswell, trad. A. Martelli e E. Beccalli, Editrice Equilibri 2022