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mercoledì 18 settembre 2024

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

COME FANNO LE COSE A SPARIRE, 
COME FANNO A TORNARE... 

Qualche giorno fa dovevo travasare l’olio. 
Dopo aver predisposto sul piano da lavoro tanica e bottiglia ho allungato la mano per afferrare l’imbuto. Mi aspettavo fosse dove normalmente avrebbe dovuto essere. Invece, con mio grande disappunto, lui non c’era. Al suo posto, un mestolo, un colino e una grattugia, e un imbuto, sì, ma per le marmellate, con l’imboccatura bella larga e inservibile ai miei scopi. Dove era l’imbuto per i colli stretti? Ho cercato nel cassetto degli arnesi per la cucina, in quello delle posate, nello scolapiatti, nella lavastoviglie, negli armadietti dei piatti e dei bicchieri, ho chiesto a mio figlio che non lo aveva visto, e nemmeno gli altri della famiglia sapevano nulla della sparizione. Alla fine ci siamo ritrovati tutti in cucina, davanti all’asta di metallo da cui penzolano in bell’ordine mestoli, passini, fruste e pelapatate, attoniti e pure un po’ indispettiti. 
Ma come diamine fanno, certi oggetti, a sparire? 
Questo dovevano esprimere le nostre mandibole sganciate. 
Eppure, dovremmo saperlo: si smette di vedere così, per abitudine, quando la mente smette di sorprendersi e dà per assodato che una cosa sia fatta come è fatta, che un oggetto sia lì dove deve stare, che certe premesse debbano condurre prevedibilmente e logicamente a certi risultati. Si smette di vedere quando l’occhio, prese le sufficienti misure, dismette la sua esplorazione per passare a una sintesi (apparentemente?) superiore, scambiando quel frammento di meraviglia che riverbera in ogni filo d’erba per il concetto più esteso di prato, e per praticità si profonde in un’astrazione che fagocita il dettaglio a vantaggio della generalità. 
È lo sguardo adulto, bellezza. Così si smette di vedere. 
Ma come si fa a tornare indietro? 
Un’idea potrebbe essere camminare, come succede nel romanzo “L’occhio della montagna.” 


La storia inizia così: una giovane coppia si trasferisce nella campagna irlandese con l’idea di lasciarsi alle spalle città, frenesia, le rispettive famiglie, le incomprensioni, i dissapori. Protetti dal reciproco amore, Sigh e Bell cominciano una nuova vita e pongono al centro dei loro desideri il proposito di salire, prima o poi, sulla vetta del monte che vedono quotidianamente dalla loro finestra. Per questo iniziano a camminare, accompagnati dai loro fedelissimi cani Pip e Voss: per conoscere i dintorni, per allargare lo spazio conosciuto dai loro passi, per trovare in tanta ampiezza il sentiero… 


Le frasi descrittive procedono tambureggiando con la precisione di un radar, e restituiscono al lettore non solo il territorio e la casa, il mutare delle stagioni, delle luci, degli odori, l’acquisizione di gesti consueti e rituali, ma anche il minuzioso brulicare tutt’intorno… 


L’elencazione indefessa di erbe, oggetti, temperature e percorsi assume curiosamente la forma di una contemplazione che procede per ingrandimenti, come se la fatidica camminata in cima al monte non fosse tanto un’ascesa, quanto un ingrandimento, una digestione concentrica e discendente verso un centro focale possibile unicamente per ripetizione e prossimità. Un risveglio dello sguardo, dunque, un ritorno della capacità di vedere e quindi un ribadire delle entità esterne e reali che ci circondano. 


Punto a punto il paesaggio che circonda Bell e Sigh oltrepassa i confini puramente concreti del sentire e tramuta quello che è fuori in una questione intima. Le piante, l’orto, lo stato dei muri, la presenza del contadino: tutto è una alfabetizzazione ad opera del territorio che a furia di essere rilevato e impresso dalla retina, dall’olfatto, dalla pelle, prende e tiene Sigh e Bell, saldamente, nell’esperimento della realtà, e noi con loro, attraverso l’artificio della nominazione, nella parola. 
 

Non partiamo da un albo illustrato, questa volta, e nemmeno siamo di fronte a un’opera per l’infanzia. Eppure, quello che succede in queste pagine è una esperienza di oggetti, entità e accadimenti molto simile a quella condotta dallo sguardo dei bambini, dal loro sperimentare pronto ad accogliere per la prima volta tutto quello che li circonda e metterlo in relazione. Guarda caso, succede così anche nella raccolta divulgativa "Il mondo intorno a me" che Topipittori dedica ai piccolissimi.




Una bambina apre gli occhi e si dischiude al mondo, permettendo alla vastità del mondo di entrare, passando per i sensi aperti e capienti, e per le relazioni intessute in loro presenza; i quattro elementi vengono circoscritti nei riquadri minuscoli, e pagina dopo pagina divengono familiari per analogie e differenze, per rilevazione, assimilazione e concettualizzazione… 
Attraverso una mano dischiusa a percepire il calore passa l’esperienza del fuoco, attraverso un occhio aperto alla luce sua dorata, attraverso il suono di un fiammifero e il crepitare di fiamma, o addomesticato e azzurro sotto la pentola del latte, così delicato da spegnersi sotto la spinta del fiato…


 

Passa così anche il cielo, dall’azzurro onnipresente e mutevole, dalla luce che lo attraversa, tanto diversa del mattino e della sera, rosso e scuro e poi ancora diverso, così grigio e pauroso se lampeggia, se tuona…

 
Passa nel naso il mondo, dal fuori al dentro, attraverso la terra stretta nelle mani, e il suo odore, racimolato nella memoria e poi restituito nell’accumulo di immagini della sua mutevolezza.


Così anche l’acqua, tutta intorno nelle sue fattezze diverse, berla e averla nella pancia o averla tutta intorno quando si nuota, ascoltarla infrangersi sugli scogli, sgorgare dal rubinetto, addirittura uscire dagli occhi come se fossero fontane… 


 

In questo modo, attraversandoci, quello che è fuori ci riempie e riempiendoci scompare. Ma vi è un margine, tra vedere e non vedere, tanto labile quanto resistente, e scavalcarlo richiede solo la disposizione a un’epifania che ha come oggetto ciò che è manifesto, conosciuto, esplosivamente ovvio. 
Come diceva Margareth Wise Brown: 
“La cosa più importante dell’erba è che è VERDE. 
Cresce, ed è morbida, con un dolce profumo erboso. 
Ma la cosa più importante dell’erba, è che è verde."
La cosa più importante dell’erba è che è verde… 


P.S.: è stato proprio quando sei paia di occhi erano sospesi davanti a lui, che l’imbuto è ricomparso. Stava appeso lì, esattamente dove doveva stare e dove ovviamente era sempre stato, tra il suo largo parente e lo schiacciapatate. E anche se con tutta evidenza nessuno lo aveva toccato, lui era leggermente inclinato, come se avesse voluto nascondersi, e credetemi se vi dico che mi guardava pure lui. 
E sotto sotto, rideva. 

Giorgia

“L’occhio della montagna”, S. Baume, (trad. A. Arduini), Enne Enne Editore 2022 
“Il fuoco”, C.Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“Il cielo”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2023 
“L’acqua”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi ) Topipittori 2024 
“Terra ”, C. Roumiguière, M. Duval, (trad. L. Topi) Topipittori 2024 
“La cosa più importante”, M. Wise Brown, L. Weisgard, (trad. L. Spatocco), 
orecchio acerbo 2018

venerdì 2 novembre 2018

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


IL MERAVIGLIOSO

Le fate formiche, Shin Sun - Mi
Topipittori 2018


ILLUSTRATI PER PICCOLI (dai 4 anni)

"Una notte d'inverno.
Per tutto il giorno il bambino aveva avuto caldo. Poi freddo. Poi di nuovo caldo.
Aprì gli occhi, svegliato da un rumore lieve sotto il cuscino.
'Mamma?'
'Shhh! Non svegliarla'.
'Saremo noi a prenderci cura di te al posto suo'.
'Ma voi... chi siete?'"

Sono le fate formiche. Piccole, numerose, silenziose, eleganti e magiche si prendono cura di questo bambino, perché la sua mamma, seduta lì accanto, si è addormentata. È stanca di aver vegliato a lungo sulla sua febbre. E mentre lei, lentamente si sdraia, le fate formiche si adoperano perché lui prenda la medicina, e perché la mamma riposi finalmente. Loro la conoscono bene e da molto tempo, spiegano al piccolo. Dal giorno in cui lei, bambina, le vide per la prima volta e divenne loro amica, donando loro un piccolo anello.
Quello stesso anello che, ora che sono tornate, hanno portato in ricordo. Infilato al dito della mamma, ha il potere di riaccendere il lei l'infanzia trascorsa e, per incanto, tornare bambina e con il suo bambino e con le fate formiche giocare.

Dove ci sono le fate c'è incanto. E allora il tempo sospende il suo corso consueto, come in ogni fiaba che si rispetti, in attesa che gli eventi gli indichino la direzione da prendere.
Lo spazio, altrettanto sospeso, vibra e brulica di piccole meraviglie che accadono sotto gli occhi di un bambino appena sfebbrato. 



Le fate, piccole e bellissime, si muovono sicure entro l'indefinitezza di uno spazio quasi vuoto in cui, unici abitanti, sono una giovane mamma con il suo bambino e il suo gatto e unici oggetti che appaiono e scompaiono, una bacinella, un flacone di medicina, un cucchiaio, cuscini, coperte, uno scrigno e un anello.


Oggetto magico per eccellenza, l'anello ha il dono di trasformare la realtà.
Se a raccontare a parole tutto questo non si fa alcuna fatica, molto più difficile è rappresentarlo visivamente senza svelare allo sguardo il lato meraviglioso del racconto. È un gioco di prestigio. E quella che fino a un momento prima era una giovane donna ora è tornata bambina, attraverso l'impercettibile cambiamento di alcuni dettagli. 


Da qui in poi è il disegno, ora occupa l'intera pagina, a guidare la narrazione, a riempire i tanti silenzi del testo che tace ovviamente su un tempo che va e che, come passato, magicamente ritorna. E sempre al disegno sono affidate le piccole storie che accadono sullo sfondo del racconto principale e di cui il gatto rosso e le piccole fate sono protagonisti.
Il virtuosismo di aver immaginato una storia del genere parte da un altro virtuosismo: quello che qualifica le tavole che da anni Shin Sun - Mi realizza, popolandole di fate formiche. Come qui, agiscono ai margini della vita quotidiana delle persone, nelle loro case sono presenze costanti che, non viste, incidono a modo loro sulla realtà.
Lì e qui due temi a lei cari: la femminilità e la tradizione, raccontati attraverso gli occhi dell'infanzia e del ricordo.


Il virtuosismo si esprime dunque a diversi livelli: quello più evidente sta proprio nella composizione delle illustrazioni. Curatissime in ogni particolare: a partire dai bellissimi hanbok, gli abiti tradizionali coreani, che fa indossare a tutte le protagoniste femminili, come a voler ribadire un tempo 'fuori dal tempo'. Elegantissime, le fate formiche si muovono in assoluta naturalezza, circostanza che ce le rende familiari, nonostante il contesto così lontano.
Accanto a questa raffinatezza estrema, la firma-sigillo, ma in particolare il nodino del filo rotto che è un piccolissimo capolavoro di sensibilità applicata al disegno, c'è una ironia sottile sottile come quel filo lì riannodato. Nel piccolo oggetto che la madre ha vicino e poi tiene in mano prima di cedere al sonno (io credo di sapere cos'è), nel disegno del cuscino del bambino, in quelle labbra serrate del piccolo, in alcune goffate che fanno le fate. E ancora, secondo la migliore tradizione letteraria e illustrata di piccoli esserini che vivono nel mondo dei grandi, anche qui le fate riutilizzano in modo 'alternativo' gli oggetti di uso comune. 


Accanto alla raffinatezza e all'ironia c'è però anche un ulteriore elemento che deve essere ricordato: la sapienza nell'utilizzare l'albo illustrato - nei suoi confini del foglio, e nelle sue poche pagine a disposizione - come forma perfetta di un racconto. Dalle immagini chiuse in cornice che raccontano il presente, alla tavola a piena pagina che racconta il meraviglioso, alla sequenza che racconta la crescita, alle tavole che condividono lo spazio con il testo, laddove il dialogo diventa chiave di lettura imprescindibile (qui ho solo un dubbio che coltivo da un po'). Insomma una grande sapienza nella scansione del ritmo e del tempo di lettura. E a proposito del tempo, quello interno al racconto, è evidente la volontà di non cedere alla tentazione di chiudere la storia come se fosse un cerchio perfetto (per intenderci, nessun ritorno nella propria camera con la cena ancora calda, secondo il paradigma di Sendak...). Al contrario, lasciarla apertissima a ogni futuro possibile. Sfuggente.



Carla



martedì 21 aprile 2015

LA BORSETTA DELLA SIRENA (libri per incantare)


PRIMAVERA: TEMPO PER NASCERE

Primavere, Alessio Di Simone, Alessandro Di Sorbo
Verbavolant 2014



ILLUSTRATI

"'Ma cosa gli hai raccontato ai tuoi per uscire?'
'Gli ho detto che avevo dimenticato una cosa importantissima nel cesto della bicicletta.'
'E ti hanno creduto?'
'Sono qui, no?'
Il bambino e la bambina si guardarono sorridendo, poi volsero lo sguardo al campo illuminato solo dalla luce della luna."



In una notte di luna questi due bambini corrono verso il luogo dove la vegetazione è più fitta perché lì si nasconde qualcosa di mai veduto prima.
Al centro di un intrico di foglie e rami c'è un bozzolo luminescente che fluttua. Non più grande di un arancia, al suo interno custodisce una piccola fanciulla rannicchiata su se stessa e avvolta dentro ali dal colore pallido.
All'arrivo dei bambini, la creatura alza la testa e i loro sguardi si incrociano.
Una fata.
Far cadere il bozzolo nel barattolo di vetro è un gioco da ragazzi e una volta racchiuso, i bambini possono assistere alla 'metamorfosi' di quella creatura. Tagliato i bozzolo, la fata distende le ali e la luce che la attraversa diventa sempre più intensa. Nervature simili a quelle delle foglie le attraversano e si vede scorrere la linfa al loro interno.
Di nuovo lo sguardo della creatura e dei bambini si incrocia e loro capiscono che era arrivato il momento di aprire il barattolo. 
Guizzante, vola brevemente sulle loro teste, sorride e poi scompare in un bagliore. Ma i suoi occhi rimangono negli occhi dei due bambini che guardandosi, si danno un bacio.
Non può essere altrimenti.
In silenzio, ritornano poi alle loro case.
Ma il mattino seguente, nel barattolo vuoto c'è una farfalla blu che vola.


Fatta di sospiri, sfumature, soffi e pochissime parole, Primavere è in realtà un doppio racconto. Accanto alla voce e alla storia poetica dei due ragazzini se ne aggiunge una seconda, mitologica, sorta di voce fuori campo che, attraverso l'allusione, pare intrecciarsi con la prima. È la storia di Calliroe, figlia di Teti ed Oceano. Fatta di acqua, ella ama Crisaore e cerca l'abbraccio di lui, infrangendosi contro il suo petto possente.
Le suggestioni che crea il racconto dei due bambini a me pare siano così potenti che tutto il resto scolora. Costruito su un dialogo serrato tra i due, il testo ogni tanto si schiude nelle descrizioni di un evento meraviglioso, magico, che però non cede mai alla retorica di questo genere di letteratura. La fata è prima di tutto una creatura vivente, le sue ali sono assimilate a foglie nervate, il suo bozzolo è un arancia opalescente, la sua prigionia è in un barattolo ermetico con la guarnizione di gomma. Tutto ciò che accade di magico, è immediatamente immaginabile, legato al mondo reale. E questo mi piace molto. 


Ma questa storia non è solo la storia di una 'nascita' al mondo di una creatura sovrannaturale, ma anche la nascita di un legame amoroso. Calliroe, con il suo racconto in corsivo, d'altronde ci guida in quella direzione.
Metto in connessione il titolo, che porta in sé il senso di nascita, la meraviglia della scoperta, il gioco di sguardi tra i due, la magia di qualcosa di inspiegabile, e ho quattro degli elementi che hanno a che fare con un amore.
Le immagini me ne danno conferma.
Non mi interessa l'età di quei due bambini, potrebbero avere 6 anni o 16 o 26 o 66: io li sto a guardare mentre tra loro nasce qualcosa. E per innamorarsi non c'è una età di riferimento. Magari i bambini non sanno elaborare l'amore a tal punto da saperne parlare, ma so per certo che sanno innamorarsi.

Carla

Noterella al margine. Del formato dei libri della collana Libri da parati ne abbiamo già parlato.  In Primavere, però, il formato fa qualcosa di più. Il gesto di apertura del grande e unico foglio che contiene il testo, ad ogni apertura, vero disvelamento di una immagine sempre più grande, genera rinnovato stupore. La lettura di un libro in sedicesimi, pagina dopo pagina, contiene anch'essa un mistero, ma lo specchio dei due fogli è sempre uguale a se stesso. Qui invece, il testo va cercato e per trovarlo occorre aprire il foglio come fosse uno scrigno. Il formato, in Primavere, amplifica la meraviglia di una scoperta, così come avviene in quel campo, alla luce della luna.

giovedì 18 dicembre 2014

FAMMI UNA DOMANDA!


UN PAUL KLEE SORPRENDENTE



In effetti, Paul Klee è stato uno dei maestri del primo Novecento, un grande innovatore e anche un vero maestro, con le sue memorabili lezioni alla Bauhaus. Parliamo degli anni Trenta in Germania, della repubblica di Weimar e di un grande esperimento didattico, in cui si sono avvicendati personaggi come Gropius, Klee, Kandinskij. Una stagione di speranze e di grande libertà espressiva, stritolati successivamente dall'avvento del nazismo. Delle preziose, illuminanti lezioni di Klee alla Bauhaus la Feltrinelli fece, decenni fa, una bella e rara edizione.


In Che sorpresa Paul Klee!, di Paola Franceshini, non abbiamo certo la resa di questo importante impianto didattico, ma un libro d'arte per ragazzi veramente ben fatto, che rende l'idea della ricerca di Klee sul piano grafico e pittorico e anche della cerchia di amici, quel clima così straordinario che consentì capolavori che hanno profondamente influenzato l'arte successiva.
Attento studioso dell'espressione estetica infantile e delle leggi della percezione, Klee produsse opere solo all'apparenza elementari, in realtà frutto di una profonda ricerca.


L'autrice è veramente efficace nel rendere tutta questa densità di significati in un libro godibilissimo, chiaro per i giovani lettori ed estremamente stimolante sul piano didattico, utilizzabile per infinite sperimentazioni. Se volete farvi un'idea più precisa, potete sfogliare il libro qui.


Se, invece, mi chiedete per quale fascia d'età possa andar bene, vi direi che, a diversi livelli, può essere usato dai quattro ai novantanove anni.

Eleonora

Che sorpresa Paul Klee!”, P. Franceschini, Artebambini 2014


sabato 18 ottobre 2014

CORTESIE PER GLI OSPITI (libri preferiti da altri)

L'ELEGANZA DELLA FOGLIA

Eric, Shaun Tan
Templar Publishing 2010
 

Ho il rammarico, nel presentarvi questo delizioso libro, di non poter rendere al meglio le illustrazioni a causa della scannerizzazione. Inevitabilmente – ahimè, nonostante prove su prove – lo scanner penalizza appiattendolo il magistrale bianco-e-nero (virato a seppia) del pluripremiato Shaun Tan. La matita in questo caso, è davvero tutto. E lo è in un certo senso anche per il testo, di rara perfezione, scritto senza mai troppo calcare la mano appunto. Con un lapis dalla punta morbida, ma mai sbavata, dunque strettamente imparentata al tratto minimalista, iperrealista e sopraffino delle tavole.

Eric è una minuscola foglia di edera, identica come potete constatare a quella che ho incollato al risguardo e che vedete qui sotto (frutto di un magico ed emozionante inciampo la mattina stessa in cui Amazon mi ha recapitato il libro).


Un’edera solo parzialmente antropomorfa, che un bel giorno – con due gusci di nocciolina a fargli da valigia - approda in casa di una famiglia di umani un tantino increduli, data la sua stravaganza e al tempo medesimo la sua compitezza. 

Fatto sta che, dopo averne soppesato l’aria discreta e distinta, si dicono che Eric dev’essere lo studente straniero che aspettano nell’ambito di un programma di scambio culturale. Ma di lui non comprendono molte cose, benché sia educatissimo e non travalichi mai i limiti di un’ospitalità assai rispettosa (sia pure, forse, troppo laconica). I suoi occhietti bianchi non tradiscono emozioni, in compenso Eric fa cose strane. Tanto per cominciare, benché la famiglia abbia provveduto a ridipingere la stanza degli ospiti e, in generale, si sia prodigata per rendere confortevole al massimo l’atmosfera per lo studente che si appresta ad accogliere… Eric non si fa scrupolo da subito a prescegliere come alcova la credenza di cucina. “Si deve trattare di una questione culturale” osserva candidamente la padrona di casa. 

Il racconto è narrato in prima persona, chi parla è forse un coetaneo di Eric, un ragazzo o una ragazza che s’interroga sui sentimenti reconditi della tenera foglia. Non li lascia facilmente trasparire, ma è evidente lo stupore che prova per ogni cosa. Ed è divertente scrutarla mentre osserva e studia piccoli oggetti di uso quotidiano che in lei suscitano grande curiosità. Un intero mondo di cose per noi banali e scontate, nelle sue delicate manine diventa un universo di forme interessanti, complesse e uniche. Che si tratti di una presa elettrica col suo codice numerico (una vera cabala per Eric), di un frammento di carta con un fiore scarabocchiato, o di un semplice bottone, tutto appare molto misterioso al misterioso ospite, che trascorre giornate piene ed intense esplorando gl’infiniti ammennicoli di cui l’uomo si circonda.



Fa tante domande Eric e non sempre è facile trovare una risposta. L’io narrante confessa di restare spiazzato il più delle volte… In realtà, nessuno di noi conosce in dettaglio il funzionamento e l’origine delle cose, viviamo immersi in una salamoia di oggetti grandi e piccoli di cui sappiamo ben poco! E sono proprio le minutaglie che attirano Eric, indubbiamente più facili da maneggiare data la sua stazza, anche quando i suoi ospiti si fanno scrupolo di portarlo in gita. Fuori casa il mondo annovera tante cose davvero enormi, pure il corredo di piccoli frammenti e dettagli si moltiplica e Eric passa più tempo con gli occhi a terra che a rimirare le amenità del paesaggio. Al principio la sua è un’attitudine un po’ esasperante, raccoglie e scruta minuziosamente così un tappo di bottiglia come una carta di caramella. Ma presto ci si fa l’abitudine e poi, in fondo, è pur sempre vero che “Si deve trattare di una questione culturale”.

Vale la stessa considerazione il giorno in cui la foglia se ne va. Senza preavviso, senza cerimonie, un mattino presto Eric vola via dalla finestra, solo con un cortese cenno di saluto. Un velo di tristezza adesso si accompagna alla vaga perplessità con cui gli abitanti della casa hanno convissuto accanto a lui, sono spiazzati dalla sua repentina dipartita e la sera a cena danno sfogo a una serie di dubbi. Era forse triste? Gli sarà piaciuto soggiornare lì? Lo rivedranno mai più?


Difficile dirlo e un’aria mesta condisce la consapevolezza, che a poco a poco cresce tra tanti dubbi, che Eric non tornerà. Poi… qualcuno entra nella dispensa e resta senza fiato. Sullo scaffale, una magica installazione cattura lo sguardo e rapisce i cuori: una stesa di piccoli oggetti di uso comune nei quali Eric sembra aver piantato via via dei fiorellini variopinti e luminescenti, un piccolo giardino pensile delle meraviglie. Un dono incredibilmente poetico e raffinato, una tale delizia che nessuno mai lo sposterà di lì e, anzi, diventerà la principale attrazione della casa, la prima cosa da mostrare ad ogni nuovo ospite.



Che dire ragazzi? La classe non è acqua… La linfa di Eric il misterioso, il piccolo, lo strambo si rivela un concentrato di arte e sapienza, un puro distillato di eleganza. Il suo millimetrico passo non lascia tracce sul terreno, ma il naso che per giorni ha tenuto a terra ha fiutato la bellezza delle forme, la variegata complessità dei dettagli, la ricchezza di frammenti che noi umani consideriamo il più delle volte scarti. E lo ha assemblato con il raffinato talento che alberga in coloro che mantengono la purezza dello sguardo. Certamente, a volerla studiare bene, la faccenda porterebbe ancora una volta a dire che “Si deve trattare di una questione culturale”. E c’interroga, va da sé, sul senso del nostro rapporto con quanto ci circonda, con tutto ci che fa la nostra vita, di più… con ciò che noi possiamo fare di essa.

Un inno sornione alla creatività, alla semplicità, alla discrezione e all’intelligenza. Un libro 10x15 cm che considero – lasciatemelo dire – un imperdibile capolavoro.

Daniela (Tordi)




























martedì 10 giugno 2014

ECCEZION FATTA


ROMA-CANTÙ A/R
ovvero dell' Incorniciare il Bello.


Come se ce ne fosse stato bisogno, sventolava Ballata di BlexBolex come una bandiera, perché io lo riconoscessi nel viavai della stazione. Non era solo: lo accompagnava il suo amico di sempre. Un viso scavato e una faccia rotonda, vicini sono perfetti anche al solo guardarli. Condividono grandi pezzi della loro vita: sognano, inventano, costruiscono assieme. Tommaso Falzone e Giampaolo Mascheroni sono il mio lasciapassare per entrare in una dimensione che, sospettavo, si rivela di meraviglia e di familiarità allo stesso momento.
A Cantù, un capannone dalle grandi porte scorrevoli, guardato a vista da un custode zelante, nasconde un universo inaspettato. 


Oggetti, opere d'arte, libri (la maggior parte dei quali, opere d'arte essi stessi), raccolti in una vita di continua ricerca del bello, ne riempiono completamente lo spazio. Dovunque i miei occhi si orientino, non possono non stupirsi nel vedere le molteplici declinazioni della bellezza che mi circondano. Dai libri di stoffa a quelli di carta cuciti a mano uno per uno da Angela Caremi, dalle stampe 'allungate' di Toccafondo agli animali 'spiritati' di Massimo Caccia, dagli intagli su carta di Komagata a quelli di Icio Borghi. 

E dietro tutto questo c'è una bottega da corniciaio che si nasconde tutte le volte che la circostanza lo richieda. 


Tommaso Falzone incornicia. Attenti, però, che il gesto di 'incorniciare' è ben più complesso di quel che si possa credere. E' innanzi tutto un gesto di cura, di amore. Chiudere tra assicelle di legno e proteggere sotto vetro un'opera, sia essa un quadro o una scultura di fil di ferro o carta, significa, non solo proteggerla, ma anche metterla in evidenza, separandola dalla distrazione imperante sul resto. Ecco, proteggere, salvare, mettere in evidenza, sotto gli occhi di chi a voglia di vedere sono gesti che Tommaso Falzone (e Giampaolo è ancora lì al suo fianco ogni lunedì e giovedì) fa anche con i libri. Li colleziona in giro per il mondo, li salva dall'oblio e, riconoscendone il valore, in un certo senso li incornicia, ovvero li cura, li mette in evidenza per sé e per chi abbia voglia di passare per quella sua strana bottega.
Credo che questo sia un buon modo di fare cultura.
Fidatevi, andatelo a trovare a Cantù e, dopo, tutto sarà più bello.

Questo è stato lo stupore cui accennavo, ma ho detto anche di familiarità.
E su questa, invece, ha addirittura lavorato un'intera squadra che, con Tommaso capitano, mi ha riempito di affetto per farmi sentire 'a casa' nella provincia brianzola. Va da sé che ci sono riusciti: a parte il capitano, a parte Giampaolo che non ho mai visto venirmi incontro a mani vuote, penso alla Mariaelisa che mi ha ospitato, con la sua Finestra sul suo Giardino, alla maestra Antonella che ha cucinato in onore di BlexBolex, alla cuoca Barbara che mi ha aperto cuore e forno alla Cascina di Mattia, alle bibliotecarie di Figino, Chicca e Chiara, che mi hanno dato in prestito un cedro del Libano alto fino al cielo, a Valentina Pellizzoni che mi ha messo intorno un canturino ex romanista e tre ragazzi davvero 'speciali'. E poi loro, i bambini, quelli di Cantù, Figino e dintorni, che mi hanno regalato le loro insicurezze , le loro sicurezze, i loro desideri, i loro sogni e i loro pensieri.
Mi mancano già tutti, ma so che Dopo c'è Dopo, come mi ha detto il saggissimo Tobi, e così mi rassereno...


Carla

Noterella al margine: cosa facessi io a Cantù, il 7 e l'8 giugno lo potete evincere facilmente da qui.

lunedì 18 febbraio 2013

UNO SGUARDO DAL PONTE (libri a confronto)

DELLE FORME DELL’AMORE

Chissà cosa penserete su quello che sto per scrivervi, con tutta probabilità che dimostro tutti gli anni che ho e che sono decisamente antica. Comunque, in tutta umiltà, vi propongo una perorazione in favore delle lingue antiche, quelle in cui hanno scritto alcuni dei principali artefici del nostro modo di pensare e sentire

In generale non amo le riduzioni e le riscritture, anche quelle dedicate ai ragazzi, perché inevitabilmente rappresentano delle parzialità delle opere da cui si originano; con alcune valide eccezioni, come la collana dei classici riscritti da noti scrittori, pubblicata dall’editoriale L’Espresso, quella per intenderci, con I Promessi Sposi raccontati da Umberto Eco; progetto editoriale che ha il pregio di rendere fruibili anche ai più giovani testi di grande complessità, pur mantenendo un buon livello 
letterario. 


Altra eccezione è data da Le Metamorfosi, dall’originale latino di Ovidio, ridotto e raccontato da Roberto Mussapi. Il grande patrimonio mitologico della cultura classica, nella meravigliosa versione dell’autore latino, diventa un gigantesco e complesso gioco a incastri in cui una storia entra nell’altra o ne è lo sviluppo, in un susseguirsi d’immagini fantasiose e poetiche. Mussapi prova a dipanare l’intricata matassa e ad estrapolare una serie di storie, partendo da Orfeo, il padre della poesia, dal suo canto e dal suo amore impossibile per Euridice, persa due volte forse proprio a causa del suo troppo amore. Orfeo, infatti, riesce a convincere le divinità degli inferi a restituirgli la sposa tanto amata. Lei può seguirlo nel mondo dei vivi, a patto che lui non si volti ma indietro a guardarla; ‘Orfeo sapeva che lei lo stava seguendo, ma all’improvviso ebbe paura di perderla, non riuscì a tenersi, si voltò per fermarla e lei subito, lentamente, riscivolò all’indietro, tendendo le braccia allo sposo per aggrapparsi ed essere riafferrata, ma non strinse altro che aria sfuggente’. Questo testo, ripreso dalla mirabile edizione Einaudi degli anni ’80, è ricco di storie d’amore declinato in tutti i modi possibili, dagli amori violenti degli dei invaghiti di qualche ninfa o di qualche mortale, amori disperati, come quello, struggente, di Eco per Narciso, di amori coniugali, di amori eterni. Di amore che va oltre la morte parla l’ultimo episodio che Mussapi racconta, quello di Alcione e Ceice. Costui, sposo amatissimo da Alcione, parte per mare e muore in un naufragio. Lei lo vede in sogno e ne comprende la fine; pazza di dolore si getta in mare, proprio quando riaffiora dalle onde il corpo dello sposo; gli dei, commossi da tanto inestinguibile dolore, la trasformano in uccello, che volando sul fiore dell’onda riesce a risvegliare Ceice, anche lui trasformato in uccello; e da allora volano insieme. Mito raccontato da una delle più belle poesie del greco Alcmane.

Non so se un testo del genere, e meno che mai le mie parole, possa rendere la magia della poesia classica; spero che comunque faccia nascere qualche curiosità e spinga qualche lettore o lettrice appassionata ad andare alla fonte, spingendosi, da lì, magari in territorio latino: leggere il testo originale è un’altra cosa, il ritmo e la musicalità della poesia un po’ si perdono nella trasposizione in prosa; ditelo ai vostri ragazzi, studiare il greco e il latino, cosa assai lontana dai loro pensieri, serve ad aprire lo scrigno di testi meravigliosi e vivissimi, che ci parlano di noi anche descrivendo gli amori stravaganti di divinità dimenticate.

Al di là della bellezza poetica, evocata dal testo di Mussapi, Le Metamorfosi è un testo da ragazzi già grandicelli, dai tredici anni in poi, per la complessità del testo e dei riferimenti, e per la cruda descrizione degli amori umani e celesti. Se si vuole un testo più semplice, che comunque renda l’idea dell’immaginosa costruzione del testo latino, si può sempre sfogliare l’illustrato di qualche anno fa, scritto da Laura Russo per La Nuova Frontiera. Anche qui una selezione di storie, alcune conosciutissime, come il rapimento di Proserpina, o il carro di Fetonte; anche qui quella straordinaria commistione, perno dell’opera classica, fra umano e divino, fra divino e natura, che svela i suoi segreti attraverso il racconto mitico.


Come si capisce, la lettura delle Metamorfosi, spesso frammentaria e incostante, mi accompagna dalla giovinezza, regalandomi ancora un po’ di stupore.


Eleonora



Le Metamorfosi”, R. Mussapi con 18 tavole di Mimmo Paladino, Salani 2012

Le Metamorfosi. Storie di uomini e dei”, I. Russo e E. Mantoni, La Nuova Frontiera, 2003


giovedì 6 dicembre 2012

FUORI DAL GUSCIO (libri giovani che cresceranno)

 
 UN VIAGGIO INCANTATO


Eccolo Il segreto d’Orbae, l’ultimo atteso romanzo di François Place, premiato a Bologna quest’anno nella sezione fiction. E’ proposto in Italia dall’editore L’Ippocampo in una veste diversa rispetto a quella francese, che forse maggiormente sottolineava il senso di meraviglia che attraversa questo romanzo, nato per altro a seguito di un precedente lavoro di Place, l’Atlas des Geographes d’Orbae, di qualche anno fa. Dunque, prima i luoghi e poi la storia, anzi le storie: i due protagonisti, Cornelius e Ziyara, si muovono in due storie parallele (nell’edizione francese due libri distinti contenuti in un cofanetto insieme alle tavole).


 Cornelius incarna il prototipo dell’esploratore, attratto dalle terre incognite di cui sente parlare grazie al suo mestiere di mercante. Inizierà il suo viaggio verso le terre d’Orbae, proprio per cercare il luogo da cui proviene una stoffa pregiatissima, la tela da nuvola. Il suo peregrinare è più volte interrotto da deviazioni e incidenti di varia natura che lo mettono in contatto con terre e popoli diversissimi, usanze e credenze le più singolari e, ovviamente, il mistero della cartografia e del luogo da cui proviene la tela. In questo tortuoso percorso conosce Ziyara, un’esule del mare che col mare ha un legame strettissimo. Anche lei, in fondo, un’esploratrice e una cartografa delle coste, dei fondali, degli approdi. Nasce un grande amore, che viene messo a dura prova dall’ultimo viaggio di Cornelius, verso l’oceano delle erbe e la montagna azzurra, il luogo mitico della tela da nuvola. 

Per riportare alla vita il compagno disperso, Ziyara cambierà la Carta-Madre, la grande mappa che raccoglie le informazioni raccolte nelle carte stilate dagli esploratori di ogni paese. Lo potrà fare perché quella mappa non rappresenta solo la realtà raccontata, ma la crea. In questo modo Cornelius si troverà sul percorso di una carovana e potrà riabbracciare l’amata. Solo alla fine del racconto di Ziyara scopriamo come ha potuto salvarlo e come il loro amore si coronerà in un atollo lontano da tutte le peripezie.


Due registri, dunque: l’amore per il viaggio e la scoperta, l’invenzione continua di creature e luoghi fantastici ma simili a quelli descritti, per esempio da Marco Polo o da altri viaggiatori a noi noti. L’accuratezza nella ricostruzione dell’impossibile, di mitologie fantastiche eppure comprensibili, di animali, persone e luoghi descritti dalle meravigliose tavole realizzate dall’autore, con un’attenzione al dettaglio veramente sorprendente. Nello stesso tempo, una storia d’amore ben più profonda di quanto non possa sembrare all’inizio, con un personaggio femminile di particolare spessore: non solo la donna coraggiosa che guida il suo equipaggio navigando per i sette mari, non solo l’innamorata che sceglie di seguire almeno in parte le peregrinazioni dell’amato, comprendendone l’ansia di conoscenza. Ma la donna intelligente e capace di sfidare le leggi, mettendo mano a qualcosa di sacro per salvare il suo Cornelius.
In questo libro di Place ricorrono i nostri miti fondanti, a cominciare da Ulisse, e anche la memoria di tanto sapere accumulato da mille viaggiatori della storia che hanno sfidato luoghi inaccessibili e popolazioni ostili per arrivare là dove sorge il Nilo, o al di là del mare. Viaggiatori, non conquistatori, redattori di erbari e bestiari fantastici. Niente è veramente come sembra e le verità sono nascoste e spesso tenute segrete, così come lo è la carta che, nel libro, rappresenta i viaggi raccontati, nascosta dalla sovra copertina. Un invito a guardare oltre ciò che è considerato ragionevole.
Lo stile scorrevole rende facile questo viaggio nei mondi incantati, anche se la complessità della trama e i riferimenti sono tali da richiedere un giovane lettore già collaudato.

Eleonora


“Il segreto d’Orbae”, F. Place, L’Ippocampo junior 2012